Storie – Artisti, dissidenti ed ebrei in fuga dai nazisti in Francia

di Mario Avagliano

«Nell’agosto del 1940 lasciai New York per una missione segreta in Francia, una missione che molti dei miei amici consideravano pericolosa. Partii con le tasche piene di elenchi di uomini e donne che dovevo soccorrere e con la testa piena di suggerimenti su come farlo».

Quell’estate gli Usa non erano ancora entrati in guerra ma «un gruppo di cittadini americani, convinti che i democratici dovessero aiutare i democratici, senza badare alla nazionalità, creò subito l’Emergency Rescue Committee», con l’obiettivo di far espatriare il maggior numero di esuli europei - artisti, intellettuali, antifascisti, antinazisti, ebrei - che avevano trovato rifugio in Francia e che erano ricercati dalle polizie segrete italiane, tedesche e spagnole (Gestapo, Ovra e Seguridad) e dalla stessa Francia filonazista di Vichy, che una volta arrestati, spesso li consegnava direttamente alla Germania.
L’agente al quale viene affidata questa gigantesca operazione di salvataggio è un giovane giornalista liberal, Varian Fry, che viene mandato a Marsiglia, in Costa Azzurra. L’elegante e ostinato Fry, in appena tredici mesi, mette in piedi una rete clandestina, coinvolgendo una pattuglia di volontari, tra cui la bella ereditiera americana Mary Jayne Gold, e tenendo riunioni nei posti più impensati (dalle toilettes ai postriboli) per sfuggire alle intercettazioni.
Nonostante la ritrosia dei funzionari del consolato statunitense a Marsiglia a rilasciare i visti, Fry riesce, con mezzi legali e illegali, ad ottenere i permessi e ad organizzare la fuga in Usa di centinaia di persone (ne sono stati calcolate più di 1.500), tra cui grandi nomi dell'arte, della scienza e della cultura, quali Marcel Duchamp, André Breton, Marc Chagall, Max Ernst, Arthur Koestler, Hannah Arendt.
La sua azione febbrile in favore dei rifugiati non passa inosservata. A settembre 1941 Fry è costretto a lasciare l’Europa: la polizia di Vichy lo ha espulso dalla Francia e il consolato americano non gli ha rinnovato il passaporto. Tornato in Usa, scrive di getto il racconto delle sua esperienza e, non senza difficoltà, lo pubblica, poiché contiene aspre critiche all’atteggiamento degli Stati Uniti verso gli esuli.
Ora le sue memorie escono per la prima volta in Italia, per i tipi della Sellerio (Varian Fry, «Consegna su richiesta. Marsiglia 1940-1941. Artisti, dissidenti ed ebrei in fuga dai nazisti»).
Solo trent’anni dopo la sua morte, Varian Fry è stato riconosciuto come uno dei Giusti tra le nazioni, primo cittadino americano a comparire nella lista, e nel 1998 ha ricevuto la cittadinanza onoraria dello Stato di Israele. Dalla vicenda narrata nel suo libro è stato tratto il film Varian’s War, con William Hurt e Julia Ormond.

(L'Unione Informa, 19 febbraio 2013)

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Storie - Shoah da riscrivere?

di Mario Avagliano

È da riscrivere, o quanto meno da sottoporre a revisione, la storia dell’universo concentrazionario messo in piedi dai nazisti e dai loro alleati durante la Seconda guerra mondiale? Le cifre dei siti utilizzati per perseguitare e uccidere gli ebrei potrebbero essere notevolmente più alte di quanto finora stimato, addirittura più del doppio. È quanto emerge da un nuovo studio realizzato dall'Holocaust Memorial Museum di Washington, di cui ha dato notizia il quotidiano inglese Independent.

La ricerca, chiamata “the Encyclopedia of Camps and Ghettos”, è ancora in corso e sarà terminata e pubblicata solo nel 2025, ma i ricercatori hanno già catalogato i campi di lavoro forzato, di prigionia e di sterminio (e i ghetti) creati dal regime di Hitler e dai Paesi satellite, arrivando a identificare oltre 42.500 siti, rispetto agli oltre 20mila in precedenza conosciuti.
I ricercatori dell'Holocaust Memorial Museum stimano che siano state tra 15 e 20 milioni le persone che vennero uccise o imprigionate nei centri allestiti dai nazisti o dai governi alleati nei Paesi occupati, dalla Francia alla Romania, compresa l’Italia.
«I risultati della nostra ricerca sono scioccanti - ha dichiarato all'Independent Geoffrey Megargee, direttore dello studio - abbiamo messo insieme i numeri che nessuno aveva registrato finora, anche quelli riguardanti il sistema dei campi che erano stati studiati finora, e molti di questi non risultavano. C'è una tendenza a vedere l'Olocausto solo come Auschwitz e forse qualche altro posto, mentre è importante capire che il sistema era molto grande e complesso, che molte più persone ne erano a conoscenza e vi hanno preso parte, che rivestiva un ruolo centrale nel sistema di potere nazista e inoltre che diversi Paesi avevano una propria rete di campi».
I punti interrogativi sono però molti. Si tratterà di capire i criteri di catalogazione adottati dall'Holocaust Memorial Museum e le categorie di prigionieri e perseguitati inclusi nel database. Insomma, la ricerca continua.

(L'Unione Informa, 12 marzo 2013)

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In fuga dalla Shoah a bordo di un battello

di Mario Avagliano

Vi sono tante vicende della seconda guerra mondiale e della persecuzione degli ebrei ancora misconosciute o coperte dall’oblio, per i motivi più svariati, dalla reticenza dei protagonisti alla scomparsa o distruzione della documentazione. Una di queste è quella dei 520 ebrei (famiglie, adulti e giovani, compresi circa 30 bambini) appartenenti alla organizzazione sionista Betar, che il 18 maggio 1940 s’imbarcarono dal porto sul Danubio a Bratislava su uno scalcagnato battello fluviale a vapore, con le grandi ruote a mulino, denominato “Pentcho”, nella speranza di raggiungere la Palestina.
Molti dettagli inediti della storia dell’incredibile viaggio del “Pentcho” (descritta nel libro "Odyssey" di John Bierman) e del coraggioso salvataggio dei suoi passeggeri ad opera di una nave italiana e del suo comandante, il tenente napoletano Carlo Orlandi, sono stati ricostruiti di recente grazie allo straordinario collezionista Gianfranco Moscati, che già nel libro “Documenti e immagini dalla persecuzione alla Shoah” aveva proposto diversi documenti originali riferiti all'episodio, e alle ricerche appassionate di un docente di anatomia umana alla facoltà di medicina dell’Università di Perugia, Mario Rende, la cui famiglia è originaria di Tarsia, autore del saggio “Ferramonti di Tarsia. Voci da un campo di concentramento fascista”, edito tre anni fa da Mursia.

Rende si è recato in Israele, incontrando lo scorso 15 febbraio a Netanya i passeggeri e i discendenti del Pentcho presso il monumento che ricorda la nave e raccogliendo una straordinaria documentazione fotografica dei fatti fornita da uno dei sopravvissuti, Karl Schwarz, di cui proponiamo alcuni scatti in questo numero di Pagine Ebraiche.
La vicenda del Pentcho assomiglia per molti versi a quella delle tante carrette del mare cariche di immigrati che oggi dall’Africa tentano di raggiungere le coste italiane. Anche quel trasporto era “illegale”, come racconta l’ebreo tedesco Heinz Wisla, classe 1920, uno dei passeggeri della nave, in una memoria scritta conservata nel fondo Kalk del Cdec. E le analogie non si fermano qui: il battello era fatiscente, il viaggio aveva un costo (“in media circa 100 dollari USA a testa, che dovevano essere depositati in una banca svizzera”) e i passeggeri erano quasi del tutto privi di denaro e di mezzi di sussistenza.
Wisla ricorda così il momento della partenza: “Era uno spettacolo che faceva rizzare i capelli: su un vecchio rimorchiatore danubiano, che forse serviva una volta per il trasporto di bestiame o di grano e che per l'imminente viaggio avventuroso era provvisto di alcuni tavolati ed impalcature addizionali in legno, si pigiavano emigranti disperati dalla Slovacchia, dalla Boemia, dalla Germania, dall'Austria, dall'Ungheria, dalla Polonia, ecc. C'erano, tra di loro, circa 200 giovani idealisti e poi 200 persone adulte (coppie di sposi e persone sole) che non temevano privazioni di sorta, pur di poter rivedere i loro figli in Palestina. Si trovavano, inoltre, sulla nave, cento uomini già detenuti in vari campi di concentramento tedeschi e rilasciati alla condizione di abbandonare immediatamente la Germania”.
Il gruppo era comandato dal sionista Alexander Citron, che era riuscito ad ottenere un visto collettivo di espatrio per il Paraguay (come racconta lui stesso in un libro pubblicato in Israele). Tra i passeggeri vi era anche un ebreo ungherese, tale Imre Emerich Lichtenfeld, noto come Imi, che poi è passato alla storia come fondatore del metodo di combattimento e autodifesa krav maga. Un altro passeggero, invece, Schachun Wald, ebreo polacco, finirà invece assassinato assieme al figlio Paul dalle SS alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.
Per quattro mesi e mezzo il battello scivolò, “dondolandosi” (parole di Wisla), lungo le acque del Danubio senza che nessuna delle nazioni attraversate (Jugoslavia, Bulgaria e Romania) consentisse ai rifugiati di approdare. Come testimonia Wisla, nessun paese voleva dare loro cibo, acqua e il prezioso olio combustibile necessario alla navigazione. Gli unici aiuti arrivarono dalle comunità ebraiche locali.
Un altro passeggero, Hans Goldberger, ha raccontato che potevano vedere i ristoranti sulle rive ed ascoltare la musica proveniente dai caffè mentre morivano di fame e che dipinsero sulla nave la parola “FAME” in tre lingue, ma nessuno portò loro del cibo (la storia di Hans è descritta nel libro di Ruth Gruber, Haven. The dramatic story of 1000 World War II refugees and how they came to America (Three River Press, New York 2000).
A settembre il Pentcho raggiunse finalmente il mar Nero, passando il Bosforo e raggiungendo Istanbul. Anche i turchi, però, non ebbero pietà dei passeggeri e ordinarono alla nave di proseguire il suo viaggio, nonostante che la sua riserva d'acqua potabile e la sua scorta di viveri stessero per terminare. Nei due giorni successivi, allorquando il "Pentcho" attraverso il Mar di Marmara e i Dardanelli raggiunse il Mar Egeo, “la fame e la sete erano già all'ordine del giorno”, racconta Wisla. Si pensò di puntare verso la Grecia, dove la comunità israelitica locale offerse in dono il giorno 4 ottobre 1940 viveri ed acqua ed anche un po' di olio combustibile, per riprendere il viaggio.
“Dopo tre giorni di navigazione – prosegue il racconto di Wisla - eravamo di nuovo in alto mare e potevamo intravedere sull'orizzonte alcuni piccoli isolotti, all'improvviso il mare si fece burrascoso e ciò determinò il destino della nave. Nei giorni 6, 7, 8, 9 ottobre, dopo un breve viaggio nel mare in tempesta con onde alte come una montagna che sballottolavano la nave come un giocattolo nelle insenature dei vari isolotti greci. Ed era, verso il mezzogiorno del 9 ottobre, allorquando il forte vento si era un po' calmato e la nave poteva di nuovo seguire la rotta sud-est stabilita in principio, avvenne la disgrazia: un guasto al motore ha impedito al "Pentcho" qualsiasi manovra. Si pensò allora di ricorrere alle vele, ottenute con la trasformazione di alcune lenzuola, ma la tempesta diventò sempre più forte. Poiché in lontananza si intravvedevano alcuni isolotti, si puntava verso questi. Il vento, però, diventò sempre più violento e poco dopo la mezzanotte del 10 ottobre il "Pentcho" urtò contro gli scogli dell'isolotto completamente disabitato Kamilonisi (50 Km a nord di Creta e circa 80 Km ad occidente del Dodecaneso italiano) e si fracassò. Per fortuna si è riusciti a gettare sull'isolotto alcune travi e scale, sicché abbiamo potuto, senza badare allo spumeggiare di grosse onde, passare dalla nave ormai fracassata all'isolotto, arrampicandoci sugli scogli e prendendo terra, ormai completamente esauriti”.
L’isolotto era privo di vegetazione e i naufraghi del Pentcho “soffrivano la fame ed erano in preda ad una mortale disperazione” (Wisla). Gli inglesi li avvistarono, ma non andarono in loro soccorso, perché la zona era minata. Per fortuna la loro presenza fu rilevata anche dall’aviazione italiana. Coraggiosamente la nave militare italiana “Camogli” (che era molto più distante dall’isola rispetto agli inglesi), comandata dal tenente Carlo Orlandi, attraversò indenne la zona minata, raggiungendo gli emigrati ebrei.
Nella sua memoria scritta Wisla conferma: “Finalmente è arrivata la salvezza: il giorno 20 ottobre era verso mezzogiorno, alcuni avieri italiani - era già in corso la guerra tra la Grecia e l'Italia - avvistarono il movimento e le segnalazioni di fumo sull'isola. Nella stessa serata accorse una nave italiana ed imbarcò tutti quanti i naufraghi. Dopo un viaggio tempestoso sbarcammo, il 23 ottobre 1940 sull'isola di Rodi nel Dodecaneso italiano dell'Egeo. In un primo tempo fummo internati in un campo di tende, ma successivamente - 24 dicembre 1940 - fummo trasferiti nei locali della caserma San Giovanni”.
A Rodi gli ebrei furono internati fino agli inizi del 1942. Uno di loro, Wisla, l’autore del memoriale conservato al Cdec, riuscì ad ottenere ad ottenere un visto per il Portogallo e a lasciare l’isola greca. Passò da Roma, dove fu ricevuto da Pio XII, al quale riferì la storia dei naufraghi del Pentcho rimasti a Rodi. Il papa si interessò della vicenda e grazie alla sua intercessione una nave della Croce Rossa prelevò i naufraghi e in due riprese (febbraio e marzo 1942) li trasportò in Italia. Un intervento provvidenziale, visto che le autorità italiane avevano chiesto ai nazisti di prendersi carico dell'intero gruppo per trasferirli in Germania. Gli ebrei furono destinati al campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza, dove nel settembre 1943 furono liberati dagli alleati, sfuggendo così alla deportazione. I loro correligionari presenti a Rodi, invece, dopo l’occupazione tedesca dell’isola furono catturati, trasportati ad Atene e quindi deportati ad Auschwitz, da dove tornarono solo in 150 su un totale di 1800.
Nelle commemorazioni successive, i sopravvissuti del Pentcho riconobbero il comportamento generoso degli italiani nei loro confronti: “…hanno fatto tutto per soccorrerci nella nostra sventurata situazione. Se noi abbiamo conservato in quei anni la fede nell’umanità, lo dobbiamo al popolo italiano” (stralcio del discorso di Iehoshua Halevi al congresso degli ebrei ex internati a Ferramonti Tarsia e dei naufraghi del battello “Pentcho” tenutosi a Tel Aviv nel 1971, Fondo Kalk).
Fu diversa la sorte del tenente napoletano Carlo Orlandi (1888-1970), che all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre del 1943, fu catturato dai tedeschi e destinato come internato militare in uno Stammlager, come testimoniano i documenti e le fotografie raccolte da Gianfranco Moscati. Non vi sono prove dirette di una misura punitiva collegata al suo gesto di salvataggio degli ebrei. Fatto sta che Orlandi anche in questa situazione, dimostrando ancora una volta il suo coraggio, rifiutò di aderire al costituendo esercito della Repubblica Sociale di Mussolini e per questo fu trattenuto nel Reich fino al termine della guerra, subendo come gli altri IMI un trattamento ben peggiore dei prigionieri di guerra delle altre nazioni. Un eroe dimenticato che, come sostiene il professor Rende, meriterebbe di essere riconosciuto “Giusto fra le Nazioni”.

(Pagine Ebraiche, n. 4, 1° aprile 2013, pp. 30-31)

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Storie – Poesia e lager: sulla strada per Leobschütz

di Mario Avagliano

Può la poesia raccontare l'orrore dei lager? Theodor W. Adorno aborriva l’estetizzazione della Shoah e sentenziò: “Dopo Auschwitz scrivere ancora dei poemi è barbaro”. Primo Levi, in una lettera del 1979 confidò a Giancarlo Borri: “a dispetto di Adorno, non solo si possono ancora fare poesie dopo Auschwitz, ma su Auschwitz stesso si possono, e forse si debbono, fare poesie...”.

E infatti in Europa nel dopoguerra ci hanno provato in molti, con versi dolenti e delicati, potenti e disperati: non solo gli italiani Primo Levi, Umberto Saba e Vittorio Sereni, ma anche tanti altri, come Rose Ausländer, Paul Celan, Jean Cayrol, Charlotte Delbo, Robert Desnos, Max Jacob, Jadwiga Leszczynska, Nelly Sachs, Jorge Semprun, Adam Zich. A questo tema è stato dedicato qualche anno fa, nel 2007, un saggio curato da Alberto Cavaglion, intitolato Dal buio del sottosuolo. Poesia e Lager, edito dall’Istituto piemontese per la storia della Resistenza.
Ora giunge in libreria una nuova intensa opera di poesie sui campi di sterminio: Sulla strada per Leobschütz (La Vita Felice, pp. 60), di Daniele Santoro, poeta di origini salernitane, docente e critico letterario a Roma.
“Santoro si è documentato per scrivere, e riporta i testi a cui si è rifatto […] Documentarsi per scrivere versi? Certo, questa è la sfida, la novità, la risposta etica all’insensatezza di tanto egocentrico e fatuo verseggiare di oggi”, scrive Giuseppe Conte nella prefazione. E infatti il pathos ci afferra fin dalla prima pagina, e con Santoro entriamo anche noi dentro al lager e alle sue regole. “Regola prima. Me lo porti al muro / ovviamente già nudo. La divisa / la sistemi da parte col berretto / (servirà per i prossimi arrivati). / Regola due. Lo tieni per l’orecchio / se per il braccio è inutile, se fa resistenza / insomma che non s’agiti, se sbaglio mira / poco mi importa, non faccio differenza”.
Con lui viviamo l’assurdità della condizione di deportato. “voi non sapete un uomo che significhi / sfinito, sfilare nudo a passo militare / il piede congelato nel suo zoccolo di legno”. Il dramma della conta. “sta per cadere, guardalo, barcolla / gli occhi gli si strabuzzano di brutto / il teschio gli si piega a manico di ombrello / crollerà, è inutile, non puoi farci niente”. Lo spettacolo del fuggitivo impiccato. “ancora resta lì, ancora non lo scendono tra noi / non sventola nemmeno più il suo orrore, è immobile / talmente è fatto ghiaccio, è un indice negli occhi / un chiodo, un ago dalla cruna spalancata, un grido”. L’incubo delle selezioni. “sanno oramai il destino che li aspetta / infatti a malincuore lasciano la fila / tremano messi in disparte guardano / noi che facciamo un passo avanti a / chiudere la riga”. E poi le marce, i roghi, i campi della morte.
La raccolta di Santoro comprende circa quaranta poesie che fotografano in bianco e nero il buio della storia dei lager, con versi luminosi ma acuminati, veementi ma maleodoranti, lasciando poco spazio alla speranza (“a liberarci dall’angoscia è giusto una misura di stupore, / una bellezza che dia senso, amico, come quella sera / che puntavamo al cielo gli occhi e ci sorprese / il pieno delle stelle immenso il firmamento”) e travolgendo con la carnalità delle immagini e il cupo senso di oppressione dell’universo concentrazionario.
“Alla fine - come scrive Conte - il lettore apprezzerà l’energia di questo libro. Una energia etica che ribalta il male mentre lo inscena, e ne mostra l’intollerabile, banale disumanità. Esco da questo libro grondante orrore con una percezione vitale più forte. Non è questo il miracolo costante, catartico della poesia?”

(L'Unione Informa, 7 maggio 2013)

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Storie – Mauthausen e la escalera della morte

di Mario Avagliano

E’ stato celebrato nei giorni scorsi il 68° anniversario della liberazione del lager di Mauthausen, con la partecipazione di una folta delegazione italiana, guidata dall’Aned. La liberazione del campo avvenne il 5 maggio 1945, quando le prime camionette americane entrarono nel cortile di Mauthausen e del sottocampo di Gusen (e il giorno dopo del sottocampo di Ebensee), suscitando la gioia dei deportati sopravvissuti.
A Mauthausen, tra l’agosto del 1938 e il maggio del 1945, vennero deportati circa 200 mila uomini, donne, anziani e bambini provenienti da più di quaranta nazioni: oppositori politici, persone perseguitate per motivi religiosi, omosessuali, ebrei, zingari, prigionieri di guerra e anche detenuti comuni. Almeno la metà di essi fu uccisa o morì a causa delle inumane condizioni di vita e di lavoro.

Gli italiani furono deportati nel lager austriaco dal settembre-ottobre del 1943 con una ventina di “trasporti” per un totale di 6.615 (come risulta da Il libro dei deportati a cura di Brunello Mantelli e Nicola Tranfaglia). I sopravvissuti furono il 45%.
Tra i primi prigionieri del campo di Mauthausen vi furono i repubblicani spagnoli, molti dei quali morirono costretti a trasportare grossi blocchi di pietra per costruire le mura del campo su per una scala della morte di 186 ripidi gradini (che poi sarebbe diventata l’incubo di tutti i deportati), e il cui sacrificio fu immortalato in una canzone di Antonio Resines e Antonio Gòmez, La escalera de Mauthausen: “Ogni gradino la fame / ogni gradino il freddo / ogni gradino ci conficca le unghie nella piaga / Ogni gradino la notte / ogni gradino la pietra / ogni gradino si abbassa il peso della schiena / Ogni gradino frustate / ogni gradino carnefice / ogni gradino colpisce e attanaglia la gola / Ogni gradino più lontano / ogni gradino fatica / ogni gradino un sogno perduto di arance / Ogni gradino pericolo / ogni gradino silenzio / ogni gradino avanza la morte e ci ghermisce”.
Il 16 maggio 1945 si tenne sul piazzale dell'appello del lager una grande manifestazione antinazista, al termine della quale gli ex deportati di tutte le nazionalità approvarono un appello noto come il "Giuramento di Mauthausen", nel quale si leggeva fra l’altro: «Nel ricordo del sangue versato da tutti i popoli, nel ricordo dei milioni di fratelli assassinati dal nazifascismo, giuriamo di non abbandonare mai questa strada. Vogliamo erigere il più bel monumento che si possa dedicare ai soldati caduti per la libertà sulle basi sicure della comunità internazionale: il mondo degli uomini liberi! Ci rivolgiamo al mondo intero, gridando: aiutateci in questa opera! Evviva la solidarietà internazionale! Evviva la libertà!». Un impegno valido ancora oggi.

(L'Unione Informa, 14 maggio 2013)

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Storie – Eichmann o la banalità del male

di Mario Avagliano

Mezzo secolo fa veniva pubblicato La banalità del male della filosofa tedesca Hannah Arendt, un libro che ha segnato la storia della cultura del Novecento, non senza accese polemiche. In occasione del cinquantenario, arriva in libreria Eichmann o la banalità del male (Giuntina, pagg. 214), che fa il punto sul dibattito suscitato da quell’opera, con un corredo di alcuni preziosi documenti e materiali inediti: l’intervista della Arendt allo storico tedesco Joachim Fest, che venne trasmessa da una radio bavarese nel 1964, con il carteggio inedito tra i due; alcune lettere e documenti della Arendt; la stroncatura del libro da parte del famoso storico e filosofo tedesco Golo Mann (terzo figlio di Thomas Mann); il saggio della scrittrice statunitense Mary McCarthy, che invece concordava con la Arendt (Sellerio ha proposto qualche anno fa l’interessante corrispondenza tra le due amiche); una ricca bibliografia sull’argomento.

Il saggio della Arendt vide la luce a seguito del processo a Gerusalemme del 1961 al criminale di guerra Adolf Eichmann, tenente colonnello e capo della sezione ebraica della Gestapo, che era stato catturato in Argentina nel 1960 dal Mossad e raccoglieva i reportage scritti dalla filosofa per il New Yorker. Il processo si concluse con la condanna a morte di Eichmann, che fu impiccato l’anno dopo. All’epoca fece scandalo il titolo del libro della Arendt e colpì molto anche il ritratto di Eichmann che esso proponeva, come un funzionario del male, un uomo apparentemente “normale” che sognava di far carriera uccidendo il maggior numero possibile di ebrei.
La polemica scoppiò anche attorno al significato simbolico del processo. In Israele molti, a partire dal primo ministro Ben Gurion, volevano che fosse un vero e proprio processo al sistema nazista, mentre la Arendt riteneva che bisognasse giudicare solo gli atti compiuti dal funzionario nazista.
Corrado Stajano, sul “Corriere della Sera”, recensendo il libro della Giuntina, ricorda che Fest in una sua opera (Incontri da vicino e da lontano, Garzanti) spiegò che in realtà la Arendt “non aveva minimamente inteso definire banale lo sterminio, né tantomeno il male in sé. Aveva semmai voluto descrivere quel male, nella sua terribile incarnazione in uno squallido personaggio”.
Nell’intervista inedita questa interpretazione del pensiero della filosofa tedesca viene fuori con nettezza e la Arendt ci chiama a riflettere sul mancato pentimento dei nazisti e sulla caratteristica che accomunava gli assassini di ebrei, privi di qualsiasi movente, e per questo “incomparabilmente più terribili di qualsiasi altro assassino”.

(L'Unione Informa e portale moked.it, 28 maggio 2013)

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Storie – La lunga strada sconosciuta

di Mario Avagliano

Tra il 1933 e il 1945 prima la persecuzione nazifascista e poi la seconda guerra mondiale separarono brutalmente molte famiglie di ebrei, costringendo i loro membri a cercare di sopravvivere in vari angoli d’Europa. E’ il caso di Hela Schein e di Otto e Heinz Skall, nonché di Willi Kleinberg e Gusti Mandler (rispettivamente secondo marito di Hela e seconda moglie di Otto), una famiglia ebrea “frammentata” in quegli anni tra Austria, Cecoslovacchia e Italia.
La loro vicenda è stata raccontata, con garbo e sensibilità, da Roberto Lughezzani nel bel libro La lunga strada sconosciuta. Una famiglia ebrea nella morsa del nazifascismo (Marlin editore).
La tragica storia ricalca quella di milioni di ebrei: nell’attesa angosciosa della fine, Willi muore di crepacuore, mentre Hela, deportata in Polonia, sparisce nell’orrore del lager; Otto con la seconda moglie Gusti si suicida a Praga per sfuggire alla deportazione a Theresienstadt.
L’unico sopravvissuto della famiglia è il giovane Heinz, figlio di Hela e di Otto, che ha studiato in Italia e dopo il varo delle leggi razziali finisce nel campo d’internamento di Campagna, e poi a Sala Consilina, in provincia di Salerno.
A Sala Consilina Heinz intreccia una tenera storia d’amore con una giovane insegnante, Rita Cairone, che sposerà dopo la guerra. Egli resterà fino all’ultimo il custode delle memorie familiari, il depositario delle lettere straordinarie che i suoi gli avevano scritto negli ultimi anni di vita. Sono lettere che si leggono con viva commozione e, contro ogni forma di negazionismo, testimoniano la ferocia con cui il nazismo infierì su milioni di esseri umani, di null’altro colpevoli che di essere ebrei.

(L'Unione Informa, 11 giugno 2013 e portale Moked.it)

Roberto Lughezzani "La lunga strada sconosciuta"
Una famiglia ebrea nella morsa del nazifascismo
Presentazione di Elena Skall

Ft. 12,2 x 20
pp. 228€ 16,00
ISBN 978-88-6043-079-3

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Storie – Esperimenti di Web Memo-ria

di Mario Avagliano

Si potrebbe chiamare Web Memo-ria il profluvio di iniziative in rete per ricordare i genocidi e le guerre del Novecento. Un fiorire di progetti che forse nasce anche come risposta alla superficialità e a volte all’ignoranza con cui questi temi spesso vengono trattati su internet. L’ultimo di questi progetti, partito un anno fa, è "Web Memo - European Digitalization of shared memories" e i suoi risultati sono stati presentati oggi a Venezia. L’obiettivo? Raccogliere testimonianze storiche sulla Shoah e sui genocidi del nazifascismo, fare rete tra le scuole europee, trasmettere “quello che è stato” ai giovani, rafforzando così il senso di identità europea. Il principale frutto di questo lavoro è il sito internet www.webmemoproject.eu, diventato vetrina di un nuovo "Centro di Documentazione Europea" e strumento per coinvolgere dodici istituti superiori tra Veneto, Belgio e Baviera in un viaggio interattivo nella memoria.

Il progetto, finanziato dal Programma comunitario Europa per i Cittadini-Azione Memoria Europea Attiva, ha come capofila il Giardino dei Giusti del Comune di Padova e come partner la Regione del Veneto, attraverso la Direzione di Bruxelles, le Acli padovane e alcune delle maggiori comunità ebraiche europee: quelle di Venezia e Padova, insieme allo European Jewish Community Centre di Bruxelles e alla European Janusz Korczak Academy di Monaco di Baviera.
Nel sito sono presenti testimonianze di sopravvissuti alla Shoah ancora in vita, oltre a documenti, fotografie, video e documentari, disponibili anche in inglese oltre che nelle lingue originali. Un nucleo di testimonianze e di carte ora disponibile e direttamente accessibile sulla rete, come ad esempio la circolare datata settembre 1938 con cui il provveditore di Padova esonera ed espelle gli insegnanti ebrei dalle scuole.
Il progetto Web Memo ha anche permesso di formare una rete europea nelle scuole, sviluppatasi tra Venezia, Padova, Bruxelles e Monaco di Baviera. Vi hanno partecipato circa 180 studenti veneti, appartenenti all'I.T.I.S. Primo Levi e al liceo Majorana-Corner di Mirano, al liceo Stefanini di Mestre, e ai licei Tito Livio, Curiel e Amedeo di Savoia Duca d'Aosta di Padova. Circa altrettanti sono stati gli alunni coinvolti nelle scuole di Bruxelles e di Monaco. Un modo intelligente per trasmettere la Web Memo-ria alle nuove generazioni.

(L'Unione Informa e portale Moked.it, 2 luglio 2013)

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