Storie - L'arte di Bruno Canova e le leggi razziste

di Mario Avagliano

Si può denunciare l’orrore della Shoah, delle leggi razziste del 1938, dei fascismi e della guerra anche attraverso l’arte. Ne è uno straordinario esempio il grande incisore e pittore Bruno Canova, scomparso lo scorso anno, uno dei più importanti esponenti della Scuola romana e pioniere della riflessione autocritica degli italiani su quel periodo storico.

Canova, che nel 1944-1945 era stato prigioniero in Germania per la sua attività partigiana, tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta dedicò al tema della responsabilità italiana nella persecuzione degli ebrei e alla tragedia della Shoah delle opere d’arte di grande forza evocativa che oggi, grazie agli studi compiuti dagli storici, appaiono davvero lungimiranti.
A questo ciclo di dipinti, quadri e bassorilievi, alcuni dei quali realizzati con la tecnica del collage, è dedicata una mostra nel museo romano del Casino dei Principi di Villa Torlonia, che sarà inaugurata il 14 dicembre fino al 26 gennaio 2014, dal titolo Bruno Canova. La memoria di chi non dimentica (aperta tutti i giorni, dalle ore 9 alle 19). Consiglio vivamente di non perderla.

(L'Unione Informa e Moked.it del 10 dicembre 2013)

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Canova, quelle urla dal buio trasformate in pittura

di Mario Avagliano

L’arte pittorica ha una forza evocativa di denuncia degli orrori della Storia che spesso travalica le altre forme artistiche, comprese la letteratura e il cinema. Guernica di Pablo Picasso resterà per sempre scolpito nella memoria della cultura occidentale come opera di condanna delle bombe sui civili. Una voce modernissima, eppure in questi suoi aspetti ancora misconosciuta, è quella del grande incisore e pittore Bruno Canova, classe 1925, bolognese di nascita e romano d’adozione (amava la periferia della capitale e aveva scelto di vivere a Centocelle), scomparso lo scorso anno. Al suo straordinario ciclo di opere sul fascismo, le leggi razziste del 1938, la Shoah e la seconda guerra mondiale, sarà dedicata una preziosa mostra nel museo romano del Casino dei Principi di Villa Torlonia, che sarà inaugurata il 14 dicembre fino al 26 gennaio 2014, dal titolo Bruno Canova. La memoria di chi non dimentica (aperta tutti i giorni, dalle ore 9 alle 19).

La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Maurizio Calvesi, uno dei massimi storici dell’arte viventi, cade significativamente nel 70° anniversario della Resistenza e nel 75° delle leggi razziali. Essa raccoglie una selezione di disegni, quadri e bassorilievi di Canova, che fu uno degli esponenti più apprezzati della cosiddetta Scuola Romana tra gli anni Sessanta e Settanta, frequentando, tra gli altri, Mario Mafai, Alberto Ziveri, Renato Guttuso, Renzo Vespignani, Ugo Attardi, Pier Paolo Pasolini. Arrestato nel 1944 per avere tentato di organizzare un nucleo partigiano a La Spezia e internato in un campo di lavoro tedesco nei Sudeti, Bruno Canova, dopo essere stato testimone in prima persona degli orrori delle dittature e della guerra, adoperò il linguaggio delle arti visive affinché le generazioni future non corressero il rischio di perderne la memoria. Nel lavoro dell’artista hanno dunque importanza particolare le opere dedicate alle leggi razziste del 1938, alla persecuzione degli ebrei e alla Shoah, di intensa forza espressiva e dolente partecipazione, in cui i simboli non sono fredde evocazioni ma testimonianza drammatica di una sofferta capacità di evocare fatti talmente spaventosi da giungere alla soglia dell’indicibile. Come scrive Calvesi nell’introduzione del catalogo, “questo è evidente soprattutto nelle emozionanti tavole trattate a collage e tecnica mista, grandi anche di misura, come urlate da una voce che viene dal buio mai dimenticato, un buio che sa farsi pittura, straordinariamente efficaci nell'uso non formalistico ma anche documentario del collage: degne assolutamente di costituire il nucleo artistico (insieme a pochissimi altri esempi) di un museo dedicato alla memoria della Shoah e agli orrori della guerra”. A questo scopo sono previsti, durante tutto il periodo di apertura, incontri didattici con gli studenti delle scuole della capitale dedicati alle questioni storiche affrontate dalle opere esposte. Il ciclo di opere presentato nella mostra, raccolto e ordinato dal figlio Lorenzo Canova, docente all’Università del Molise, fu eseguito in prevalenza tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta ed è stato portato avanti dall’artista fino al termine della sua vita, dando vita a un libro del 1972 e a una mostra itinerante in moltissime città italiane. In questi lavori Canova unisce la sua formazione di avanguardia, legata alla grafica di Albe Steiner, Max Huber e alla fotografia di Luigi Veronesi, a una personale rielaborazione del collage futurista e dadaista e alla sua vocazione iconica di disegnatore e pittore. Dopo lunghe ricerche storiche, Canova utilizzò manifesti, ritagli di giornale e documenti originali inseriti nel corpo dell’opera, elementi verbali e visivi, campiture quasi informali, disegni e parti dipinte. Dimostrando di essere non solo un artista innovativo ma un pioniere della denuncia delle responsabilità italiane nella vicenda della persecuzione degli ebrei. Una pagina nera della nostra storia ancora dimenticata, che questa eccezionale mostra ci sbatte in faccia con la forza, i colori e l’energia della pittura e dei documenti.

(Il Messaggero, 14 dicembre 2013)

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Storie – Il complesso di Sciesopoli e gli 800 bambini sopravvissuti alla Shoah

di Mario Avagliano

Nell’immediato dopoguerra, tra il 1945 e il 1948, a Selvino, graziosa cittadina del bergamasco, in Val Seriana, il complesso architettonico di "Sciesopoli", inaugurato nel 1933 dal regime fascista come colonia montana dei Figli della Lupa e dei Balilla, venne adibito a rifugio e centro di riabilitazione ed educativo per 800 bambini ebrei orfani provenienti da ogni parte d'Europa, sopravvissuti ai campi di sterminio e alla Shoah, che in gran parte poi si trasferirono in Palestina. Ora quel luogo della Memoria è a rischio di distruzione.
Il complesso di Sciesopoli, come ha ricostruito il ricercatore Marco Cavallarin, fu progettato dal celebre architetto razionalista Paolo Vietti-Violi e costruito con le più avanzate tecnologie del tempo, prendendo il nome da un eroe del Risorgimento, il calzolaio milanese Antonio Sciesa, ucciso nel 1840 in una sommossa contro gli austriaci. La colonia venne attrezzata con dormitori, refettori, una piscina, un cinema, un’infermeria, un parco verde di 17.000 metri quadrati e cortili per le adunate. Qui i ragazzi fascisti venivano addestrati ad essere futuri guerrieri del regime.

Caduto il fascismo e finita la guerra, nel settembre del 1945 una delegazione guidata da Raffaele Cantoni, presidente della Comunità Ebraica di Milano, e da Moshe Ze’iri, membro della Brigata Ebraica (poi diventato direttore della Casa), si recò negli uffici di Luigi Gorini, esponente del partito socialista nonché chimico di chiara fama (uno dei pochi docenti che, sotto il regime mussoliniano, aveva rifiutato di prestare il giuramento di fedeltà al fascismo), delegato dal Cln di Milano a controllare i beni requisiti, e ottenne la colonia “Sciesopoli” per i bambini ebrei rimasti orfani e sopravvissuti alla Shoah. Così centinaia di giovani profughi ebrei giunsero a Selvino da ogni parte d’Europa e vi trovarono “un paradiso a lungo sognato, un castello da fiaba e a fatica si rendono conto di essere liberi, rinati a nuova vita”, come ha scritto Aharon Megged nel 1997 nel suo libro Il Viaggio verso la Terra Promessa (edizioni Mazzotta). La popolazione di Selvino, guidata dal sindaco Emilio Grigis, l’ex partigiano “Moca”, li accolse con generosità e, assieme ai volontari della Brigata Ebraica e della comunità ebraica milanese, ridonò loro il sorriso. Qui impararono l’ebraico e ritrovarono la speranza e la voglia di vivere. Nella sala da pranzo del complesso, campeggiava una grande scritta: " I giovani sono il futuro del nostro popolo". E infatti quei bambini furono tra gli oltre 25.000 ebrei sopravvissuti alle persecuzioni naziste e fasciste che, tra la fine del 1945 e il novembre del 1948, partirono clandestinamente dalle coste italiane in direzione della Palestina mandataria dove si stava costruendo il futuro Stato di Israele. Cinque di loro moriranno nella guerra di indipendenza del 1948. Successivamente “Sciesopoli”, fino al 1984, divenne un centro di accoglienza per bambini disagiati. Nel 1983 un gruppo di sessantasei ebrei che erano stati profughi nel complesso fece ritorno a Selvino, accolti dal sindaco Vinicio Grigis e dalla popolazione della cittadina. A seguito di quel viaggio si stabilì il gemellaggio tra il Comune di Selvino e il kibbutz Tze’elim, nel Neghev, dove molti dei “bambini di Selvino” si erano man mano stabiliti a partire dal 1946. Su iniziativa di Marco Cavallarin e di Miriam Bisk, figlia di Lola e Salek Najman, due profughi ebrei che lavorarono come volontari a Sciesopoli, nei giorni scorsi è partita una raccolta di firme per salvare il complesso, che ora è in stato di abbandono, e trasformarlo in un Memoriale dei Bambini di Selvino, che ricordi i giovani sopravvissuti ai lager e onori il generoso popolo selvinese e delle contrade limitrofe e le organizzazioni ebraiche italiane e internazionali che li soccorsero, li assistettero e organizzarono i viaggi in Palestina. La petizione è indirizzata al presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, al presidente della Provincia di Bergamo, Ettore Pirovano, e al sindaco di Selvino, Carmelo Ghilardi. Il comitato promotore, del quale, oltre a Cavallarin e a Miriam Bisk, fanno parte Carlo Spartaco Capogrego, Massimo Castoldi, Grazia Di Veroli, Walker Meghnagi, Valerio Onida, Patrizia Ottolenghi, Giorgio Sacerdoti, Carlo Smuraglia e Dario Venegoni e alcuni ex bambini di Sciesopoli o loro discendenti, propone agli enti di promuovere un progetto capace di preservare quella pagina di storia, come ad esempio un Museo Europeo dell’Aliyah Beth, dell’immigrazione clandestina in Palestina dopo la Shoah. Come far pervenire le adesioni? Ci sono diversi modi, ma la più diretta è scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., indicando nome, cognome, qualifica professionale e/o etico/associativa, città di residenza. Oppure sul sito di avaaz.org (un sito per petizioni) o sulla pagina di Facebook dedicata all’iniziativa.

(L'Unione Informa e Moked.it del 31 dicembre 2013)

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Storie – Zi’ Mario Limentani, il testimone di Mauthausen

di Mario Avagliano

Lo chiamano ancora oggi «il Veneziano», anche se vive ininterrottamente a Roma dai primi anni Trenta, a parte la drammatica parentesi dei due anni di deportazione. Mario Limentani, detto Zi’ Mario, a 90 anni di età è uno dei pochi sopravvissuti di quei circa 1.700 ebrei della comunità più popolosa d’Italia che, durante i nove mesi di occupazione tedesca della capitale, tra il settembre del 1943 e il giugno del 1944, vennero estirpati a forza dalle loro case e tradotti nell’inferno dei Lager del Reich. La sua storia, per tanti aspetti unica ed esemplare, è stata per la prima volta raccontata in modo organico e completo nel libro intitolato “La scala della morte. Mario Limentani da Venezia a Roma, via Mauthausen” (Marlin editore), scritto da Grazia Di Veroli, che con delicatezza e rispetto della sfera privata dell’interlocutore, ha sapientemente collazionato i suoi ricordi di oggi con le interviste rilasciate dallo stesso Limentani negli ultimi venti anni, a partire da quelle al Cdec e alla Shoah Foundation di Spielberg. Il saggio sarà presentato dal Centro di Cultura Ebraica, l’Aned di Roma e la Libreria Ebraica “Kiryat Sefer” giovedì 9 gennaio 2014, alle 20.30, presso il Museo Ebraico di Roma (via Catalana/Largo 16 ottobre). Intervengono, oltre al sottoscritto, Anna Foa e Marcello Pezzetti. Saranno presenti l’autrice e Mario Limentani.

Nel libro-intervista, che esce significativamente nel 70° anniversario della deportazione da Roma del 4 gennaio 1944 (ricordato domenica scorsa dall’Aned a Regina Coeli), scorrono le immagini dell’infanzia di Limentani, originario di Venezia ma trasferitosi nella capitale giovanissimo - par di sentirlo, nella sua classica parlata in romanesco verace impastata di inflessioni venete - fino all’impatto scioccante con le leggi razziste del 1938. E poi la guerra, la fame, i bombardamenti, la caduta del fascismo, l’occupazione tedesca, la raccolta dell’oro e la tragica alba del 16 ottobre del 1943, con la retata degli ebrei in tutta Roma, durante la quale i Limentani si nascondono in uno scantinato e si sottraggono alla cattura da parte delle SS di Herbert Kappler. Purtroppo il ventenne Mario Limentani, come centinaia di altri ebrei romani, finirà comunque tra le grinfie dei nazisti, qualche settimana dopo, a fine dicembre del 1943, nei pressi della Stazione Termini, forse a causa di una delazione della celebre spia ebrea Celeste Di Porto, detta la Pantera Nera. E ad arrestarlo e a consegnarlo ai tedeschi saranno alcuni fascisti, a testimonianza di quanto pesò il collaborazionismo italiano nella vicenda della Shoah. Incarcerato a Regina Coeli, il 4 gennaio del 1944 Mario viene condotto al binario n. 1 della Stazione Tiburtina e caricato su un vagone piombato in partenza per il Reich, assieme a circa 300 deportati. I suoi compagni di viaggio sono in maggioranza politici, dai nipoti di Badoglio, Pietro e Luigi Valenzano, al gruppo dei comunisti, tra i quali spicca la figura di Filippo D’Agostino, uno dei fondatori del partito comunista d’Italia. Ma vi sono anche una decina di ebrei. All’arrivo a Mauthausen, a Limentani, che pure viene registrato come ebreo, viene cucita sulla tuta a righe «una stella fatta con due triangoli: uno rosso con IT nero perché ero italiano e m’avevano portato con i politici e uno giallo perché ero ebreo». Quasi ad attestare il destino in parte comune che toccava a chi si era opposto al nazifascismo e a chi era perseguitato per il solo fatto di essere ebreo. La particolarità dell’esperienza di Limentani (come quella degli altri del suo gruppo) trae origine proprio da qui. Egli infatti, a differenza della maggior parte degli ebrei italiani, non viene deportato ad Auschwitz, ma a Mauthausen, uno dei Lager simbolo della deportazione politica, più avanti trasferito nel sottocampo di Melk, poi di nuovo a Mauthausen e infine nell’altro sottocampo di Ebensee. Nell’immaginario collettivo, quando si pensa alla Shoah, soprattutto per quanto riguarda gli ebrei italiani, il pensiero va subito al Lager di Auschwitz, dove furono deportati oltre 6mila di loro (su un totale di poco più di 6.800). Forse anche per questo motivo le vicende dei circa 800 ebrei che furono deportati in altri Lager, hanno avuto – ingiustamente – un’attenzione minore da parte della storiografia e dell’opinione pubblica. Il racconto dei due anni nei Lager nazisti è commovente, ma – come è nello stile asciutto e privo di retorica di Limentani – non indulge mai al pietismo e non insiste sui dettagli più crudi, mantenendo sempre un certo pudore e lasciando confinato ciò che è indicibile nella sfera dell’inesprimibile. Tra le pagine più toccanti delle memorie di Limentani, raccolte e verificate dalla Di Veroli, ci sono quelle sulla famosa «scala della morte» di Mauthausen, dalla quale prende il titolo questo libro: i 186 gradini, ripidi e scivolosi, che portano alla cava e che i deportati sono costretti a salire e scendere più volte al giorno, con un pesante carico di massi di granito.Molti di loro muoiono su quella scala, privi di forze, rotolando sui gradini oppure facendo un tragico volo nel burrone sul quale la scala si protende. Limentani sarà uno dei pochi ebrei romani a sopravvivere alla soluzione finale e a tornare a casa. E nel dopoguerra, diventerà una delle colonne portanti dell’Aned capitolino e uno dei principali testimoni italiani della deportazione razziale e politica.

(L'Unione Informa e Moked.it del 7 gennaio 2014)

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Storie - Sul processo Eichmann

di Mario Avagliano

 Mezzo secolo fa, nel 1961, a Gerusalemme si celebrò lo storico processo ad Adolf Eichmann, catturato in Argentina dai servizi segreti israeliani. Il processo a Eichmann fu il primo procedimento giudiziario per crimini nazisti celebrato in Israele e il primo ad essere trasmesso integralmente in televisione, con il coinvolgimento di mass media di tutto il mondo.

Lo Stato d'Israele, nato nel 1948, volle celebrare il processo davanti a una Corte di giustizia ordinaria, per dimostrare a tutte le Nazioni cosa fosse stata la Shoah. Fu quindi un processo storico, che segnò un discrimine fondamentale nella ricostruzione della storia della persecuzione degli ebrei. Eppure, nonostante la sua importanza, il processo ancora oggi è assai poco conosciuto nelle sue mille storie e testimonianze, molte delle quali relative all’Italia.

È merito di una piccola casa editrice di Fidenza, la Mattioli 1885, aver avviato un prezioso progetto editoriale, che ha ricevuto anche il patrocinio dell’Ucei, volto a pubblicare tutti gli atti e le testimonianze del Processo Eichmann: 13mila cartelle in varie lingue, principalmente in ebraico, che per la prima volta sono state tradotte e organizzate in una pubblicazione, curata da Livio Crescenzi.

Vista la vastità del materiale, i documenti sono stati suddivisi in tre volumi tematici: uno dedicato agli italiani, uno ai bambini e uno alle parole di Eichmann stesso, con un dvd che raccoglie tutti i filmati del processo. Nel primo volume, intitolato Cinquanta chili d’oro (Mattioli 1885, pp. 230), sono raccolte le storie degli ebrei italiani e dei nazisti che operarono in Italia, attraverso le deposizioni dei testimoni raccolte da oscuri cancellieri nelle aule dei tribunali. Tra i tanti materiali e documenti proposti nel libro, si segnala in modo particolare la lunga deposizione di Herbert Kappler, resa nel carcere di Gaeta, dalla quale emerge con evidenza il ruolo fondamentale avuto dalle forze dell’ordine della Rsi negli arresti degli ebrei dopo la retata del 16 ottobre 1943. In appendice, vengono pubblicate due deposizioni rese da Primo Levi, l'una nel 1960 (relativa al processo Eichmann) e l'altra nel 1971 (relativa al processo contro Friedrich Bosshammer).

Un libro utilissimo per capire la macchina della persecuzione nazista, il collaborazionismo fascista e anche la storia italiana di quegli anni.

 (L'Unione Informa e Moked.it del 4 marzo 2014)

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Storie – Negazionismo & web: la sfida per gli storici

di Mario Avagliano

Gli storici s’interrogano sul negazionismo. Il 10 e l’11 aprile si svolgerà a Roma il convegno “Shoah e negazionismo nel Web: una sfida per gli storici”, promosso dalla Sissco, dall’Università degli studi di Roma Tre e dal Dipartimento di Filosofia comunicazione e spettacolo dell’ateneo romano. Un convegno voluto dalla Sissco, come ha spiegato il presidente Agostino Giovagnoli, per “raccogliere la sollecitazione a portare sul terreno delle iniziative culturali e didattiche il contrasto del negazionismo”.

 Il convegno metterà a fuoco soprattutto il nesso con il web, che è oggi terreno aperto ad influenze diverse e contraddittorie, con due seminari, uno sul tema “La storia, le memorie e la didattica nel Web, presieduto da Michele Sarfatti, e l’altro su “L'universo digitale del negazionismo”, presieduto da Renato Moro. E’ prevista una tavola rotonda finale, “Contro il negazionismo: Una legge utile o dannosa?”, presieduta da Tommaso Detti, in cui saranno discussi utilità e limiti degli strumenti legislativi di lotta contro il negazionismo, anche con la partecipazione di esponenti di diverse forze politiche. Un momento importante di confronto per la storiografia italiana. 

(L'Unione Informa e Moked.it dell'11 marzo 2014)

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Storie – Piero Terracina, foto di una vita

di Mario Avagliano

Uno dei Testimoni più straordinari della Shoah italiana è il romano Piero Terracina. Fino al 7 marzo 2014 è in corso al Goethe-Institut di Roma una mostra a lui dedicata, con foto del tedesco Georg Pöhlein e una audio-documentario intitolato “Perché Piero Terracina ha rotto il suo silenzio” a cura di Andrea Pomplun e dello stesso Georg Pöhlein.

Piero Terracina, classe 1928, subì, come tutti gli ebrei italiani, l’infamia delle leggi razziste. Il 15 novembre del 1938, quando entrò in classe e si diresse verso il suo banco, si sentì addosso gli occhi di tutti i suoi compagni. L'insegnante lo bloccò e gli disse: "Esci, che tu non puoi stare qui". Dopo l’armistizio, Piero Terracina sfuggì alla retata del 16 ottobre 1943. Arrestato il 7 aprile 1944, fu deportato, assieme agli otto componenti della sua famiglia, ad Auschwitz, da dove solo lui tornò vivo. Terracina, come altri deportati, si chiuse in un lungo silenzio ed iniziò a parlare della sua vicenda solo a partire dal 1992. 

I ritratti del fotografo tedesco Georg Pöhlein ci raccontano il personaggio Piero Terracina, con la sua passione e la sua umanità. L'audio documentario di Andrea Pomplun è invece dedicato alla storia della cattura, della deportazione e della morte della famiglia di Piero Terracina ad Auschwitz. La mostra è arricchita da altre testimonianze: le lettere dei ragazzi delle scuole in cui Terracina è stato ospite, i ricordi di Walter Veltroni, di Riccardo Di Segni e le riflessioni di chi ha curato la mostra e collaborato con Terracina. 

(L'Unione Informa e Moked.it del 18 febbraio 2014)

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Storie – Far conoscere Auschwitz

di Mario Avagliano

Nel primo dopoguerra Auschwitz non era ancora assurta a simbolo della Shoah italiana (ed europea) ed era quasi del tutto sconosciuta agli occhi dell’opinione pubblica. Tutt’al più era un nome tra i tanti della galassia concentrazionaria nazista. Uno dei primi in Italia a condurre ricerche per far conoscere cosa fosse accaduto agli ebrei nel cuore dell’Europa durante la seconda guerra mondiale e che fine avevano fatto gli ebrei deportati dal nostro Paese, fu Massimo Adolfo Vitale, un personaggio che meriterebbe maggiore notorietà a livello nazionale e che, fra l’altro, fu tra i fondatori del Cdec a Milano. Vitale, dopo ventotto anni vissuti in Africa come funzionario governativo del Ministero delle Colonie italiane e poi dell’Africa italiana e il licenziamento nel 1939 in seguito alle leggi razziali, nel maggio 1945 era stato nominato presidente del Comitato Ricerche dei Deportati Ebrei di Roma. In questa veste condusse un’instancabile attività di ricerca, oggetto dell’interessante libro di Costantino Di Sante, Auschwitz prima di Auschwitz. Massimo Adolfo Vitale e le prime ricerche sulla shoah italiana (ombre corte, 190 pp.).

 Il saggio è arricchito da vari preziosi documenti, tra cui spicca quello redatto dallo stesso Vitale sulla storia del campo di Auschwitz, uno dei primi in assoluto. Egli, dopo aver assistito a Varsavia, tra il marzo e l'aprile del 1947, al processo al comandante del campo Rudolf Höss, come osservatore italiano per conto dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane e del Ministero di Grazia e Giustizia, stilò un dettagliato resoconto del suo viaggio in Polonia. La relazione di Vitale, la ricerca di notizie sui deportati italiani, la raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti (pubblicate nel libro di Di Sante), tra cui anche quella di Primo Levi, e le battaglie che condurrà contro l'antisemitismo rappresentano ancora oggi un esempio e un antidoto contro il negazionismo, perché, come egli non si stancava di ripetere, "bisogna non dimenticare". Una battaglia per la verità storica condotta sempre in modo rigoroso, sulla base di prove e documenti. Nella convinzione che, come scriverà Georges Bensoussan in L’eredità di Auschwitz, “la nostra arma non è la memoria, che costruisce, demolisce, dimentica o edulcora, ma solo la Storia”. 

(L'Unione Informa e Moked.it del 25 febbraio 2014)

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