Storie – I “consigli” di Uno Mattina Estate

di Mario Avagliano

Mi segnala un lettore che qualche giorno fa, ad Uno Mattina Estate, su Rai Uno, “un certo Gaetano Cappelli parlando di libri da leggere durante l’estate per i ragazzi ha sconsigliato testi come Se questo è un uomo di Primo Levi, perché ‘pesante’ per i ragazzi… che a suo dire dovrebbero leggere testi più leggeri e simpatici”. Continua il lettore: “Non sono affatto d’accordo con questa persona, personalmente ai tempi della mia adolescenza dai 13 ai 18 proprio durante l’estate mi è sempre piaciuto leggere i classici come i Demoni di Dostoevskij, Nietzsche, il Conte di Montecristo di Dumas, Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati di Primo Levi e la trilogia dell’amico ritrovato di Fred Uhlman, e la trilogia dell’Ussaro sul tetto di Jean Giono e tanti altri romanzi che mi hanno arricchito personalmente tanto. Per questo motivo penso che in Rai non si dovrebbero sparare castronerie pericolose come queste. La coscienza civile di un popolo si forma anche con questo tipo di letture”. Come non sottoscrivere? 

(L’Unione Informa e Moked.it del 28 luglio 2015)

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Storie – Eva Fisher e il francobollo del 16 ottobre 1943

di Mario Avagliano

È scomparsa questa mattina a Roma la grande artista Eva Fischer, nel suo attico a Trastevere, circondata dall'affetto del figlio Alan David Baumann e della compagna di questi Grazia Malagamba. Domani alle 12 si terrà il funerale a Prima Porta. Nel 1993 la Fisher creò e donò alle Poste un disegno in ricordo del 16 ottobre 1943, data della prima deportazione perpetrata a Roma dai nazisti. L’anno dopo le Poste Italiane pregarono Eva di rappresentare, 50 anni dopo, alcuni degli eventi tragici verificatisi in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, dall’eccidio delle Fosse Ardeatine alla strage di Marzabotto. Ne è nata una serie di francobolli davvero straordinaria.

Eva Fischer nacque a Daruvar (nella ex Jugoslavia) nel 1920, da famiglia ungherese. Il padre Leopoldo, rabbino capo ed eccellente talmudista, venne deportato dai nazisti. Furono più di trenta i familiari di Eva scomparsi nei lager.
Dopo l’occupazione italiana della Jugoslavia, attorno al 1941, insieme alla madre e al fratello minore, Eva venne internata nel campo di Vallegrande (Isola di Curzola) sotto amministrazione italiana. Si trasferì poi con i familiari a Spalato e quindi a Bologna, dove nel 1943 si nascosero sotto il falso nome di Venturi. A salvarli fu determinante l'aiuto di alcuni antifascisti: Wanda Varotti, Massimo Massei ed altri ancora del Partito d'Azione.
A guerra finita Eva Fischer scelse Roma come sua città d'adozione ed entrò a far parte del gruppo di artisti di Via Margutta, frequentando Mafai, Guttuso, Campigli, Carlo Levi, Corrado Alvaro e tanti altri.
Intensa fu l'amicizia con De Chirico, Sandro Penna, Giuseppe Berto, Alfonso Gatto e poi con alcuni artisti internazionali, da Dalì a Picasso e Marc Chagall.
Negli anni successivi Eva Fischer espose i suoi quadri in tutto il mondo, da Londra a Parigi, da Madrid a Israele, dove dipinse mirabili tele di Gerusalemme e Hebron (molto note sono le vetrate del Museo israelitico di Roma) fino agli Usa, dove ebbe come collezionisti gli attori Humphrey Bogart ed Henry Fonda.
Proprio l’anno scorso, in occasione del 70° anniversario della Shoah in Ungheria, la Fisher ha tenuto presso l’Accademia d’Ungheria a Roma la mostra “Camminando nella valle dell’ombra…”, che raccoglieva i dipinti sull’Olocausto da lei realizzati tra i1 1946 e il 1989 e che non aveva mai voluto mostrare a nessuno, neppure a suo marito o a suo figlio. «Comprensibile ritegno a mostrare la parte più profonda del suo animo», ha scritto a questo proposito Elio Toaff.

(L’Unione Informa e Moked.it del 7 luglio 2015)

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Storie – Il «marrano» che finì ad Auschwitz

di Mario Avagliano

Nella prima edizione del 1905 del suo celeberrimo «Dizionario moderno» Alfredo Panzini definitiva «marrano» l’ebreo convertito al cristianesimo, «poco fidato perché in segreto fedele al giudaismo». Un termine usato in senso dispregiativo e che era rivelatore di una certa dose di antisemitismo già presente nella cultura e nella società italiana del primo Novecento.
L’utilizzo in senso dispregiativo fu accentuato alla fine degli anni Trenta, quando diversi ebrei italiani o residenti in Italia, prima e dopo l’approvazione delle leggi razziste di marca fascista, si battezzarono, oppure ancora minorenni furono battezzati dalle famiglie, non certo per solide convinzioni religiose ma nel solo intento di sfuggire alle persecuzioni. Un’illusione, perché l’antisemitismo aveva radici biologiche più che fideistiche o spirituali. E tanti ebrei convertiti finirono ugualmente ad Auschwitz.

Una di queste storie, come scrive Luigi Accattoli nel suo blog, è raccontata da Bruno Bartoloni, vaticanista di lungo corso per il Corriere della Sera, nel libro «Le orecchie del Vaticano» (Mauro Pagliai editore, pp. 252). Figlio di un giornalista italo-argentino (anche lui corrispondente dalla Santa Sede) e di un’ebrea tedesca, Bartoloni narra che il «nonno Fritz divenne un “marrano” insieme a mia nonna Hilde nella speranza di salvarsi. Avevano seguito l’esempio di mia madre Marianne che per potersi sposare con mio padre si era fatta battezzare dal cardinale Eugenio Pacelli (…). Si fecero battezzare ma so per certezza che fu per necessità. Fui battezzato anch’io per la stessa necessità e non certo per mia scelta.
Dopo l’occupazione di Roma da parte dei tedeschi, il nonno Fritz per intercessione del Vaticano si nascose presso i collegi pontifici, nelle vicinanze di Santa Maria Maggiore. Lì fu catturato dalla banda Koch nel corso della retata del dicembre 1943, che portò al fermo di alcuni oppositori politici e di alcuni ebrei, poi deportati dai nazisti in Polonia. Bartoloni riassume così il suo dramma: «Lo sfortunato Fritz Warschauer dovette fuggire da Berlino perché ebreo, si dovette nascondere a Roma perché ebreo, trovò un rifugio perché cattolico ma fu preso come “politico” e morì ad Auschwitz bollato due volte con il duplice marchio di ebreo e di oppositore politico».
Un dramma individuale che ha spinto il nipote a «recuperare con orgoglio il nobile titolo di marrano», facendo coincidere con il 7 luglio 1944 il giorno della sua integrazione «in questa sospetta categoria». Infatti fu proprio in quel giorno, «voglio credere al tramonto», che il nonno materno di Bruno, il tedesco Fritz Warschauer, morì di stenti nel blocco 19 di Auschwitz. «Da quel 7 luglio dunque sono tornato a essere un ebreo, anche se marrano come mio nonno. Recuperare l’identità ebraica mi è sembrato un piccolo contributo di riparazione ideale all’intreccio di violenze e di ingiustizie delle quali mio nonno è stato vittima, compresa la mortificazione di farsi battezzare, spinto dal ricatto di una possibile sopravvivenza».

(L'Unione Informa, 18 dicembre 2012)

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Storie – Sam Pivnik e le storie infinite di Auschwitz

di Mario Avagliano

Auschwitz ha smesso di parlare all'oggi? No, e forse non lo farà mai. E fin quando ci saranno sopravvissuti o parenti prossimi di coloro che sono finiti dentro quell'inferno, continueranno ad emergere storie dalla "notte e nebbia" del passato, infrangendo la direttiva nazista che voleva cancellare dalla faccia della terra ogni traccia del passaggio nei lager di milioni di esseri umani.
Una di queste vicende, mai prima di ora raccontate, è quella di Sam Pivnik, figlio di un sarto ebreo, nato a Bedzin in Polonia, che il 1° settembre 1939, giorno del suo tredicesimo compleanno, quando i nazisti invadono il suo Paese, vede spazzata ogni possibilità di futuro. Da quel momento, si legge in «L’ultimo sopravvissuto» (Newton Compton Editori, 326 pagine), il suo libro di memorie appena uscito in Italia, cessa la sua vita normale: conosce il ghetto, i divieti imposti dai tedeschi, il coprifuoco, gli stenti, il terrore per le strade. A seguito di un rastrellamento, tutta la sua famiglia viene deportata ad Auschwitz-Birkenau. Lui è l’unico, insieme al fratello Nathan, a sfuggire alle camere a gas.
Quando Mengele passa in infermeria a selezionare gli ebrei destinati alla morte, il suo dito punta verso il ragazzo polacco, ma Sam si butta ai suoi piedi, inonda di lacrime i suoi stivali, piange, pregandolo di risparmiarlo o di ucciderlo con un colpo di pistola, invece di mandarlo nelle camere a gas. E incredibilmente Mengele lo lascia in vita.
Sopravvissuto alle crudeltà delle SS e dei Kapo, ai lavori forzati nella miniera Fürstengrube e alla “marcia della morte” nel rigido inverno polacco, Sam è infine il 3 maggio 1945 tra i prigionieri sulla nave Cap Arcona, bombardata dalla Royal Air Force, convinta che fosse carica di soldati nazisti che tentavano di fuggire in Norvegia. Ma ancora una volta, miracolosamente, riesce a salvarsi.
Nel dopoguerra Sam si trasferirà a Londra dagli zii e parteciperà alla guerra d’indipendenza del 1948, come membro del Machal, i Volontari per Israele.
Resta da chiedersi perché ha raccontato la sua storia soltanto ora. “E’ una domanda semplice, ma la risposta non lo è – scrive lui stesso -. Quando sono arrivato a Londra dopo la guerra nessuno voleva più sentire di quello che era successo (…) La coscienza mi chiese di dimenticare, di costruirmi una nuova vita, Quello che voi leggerete una o magari due volte in questo libro è ciò che io rivivo ogni giorno e ogni notte della mia vita. Come ogni altro sopravvissuto all’Olocausto. Non è una lamentela. Non lo faccio per essere compatito. È un fatto. E un altro fatto è che un giorno ho capito che dovevo raccontare questa storia. Ufficialmente e poi stamparla. Perché ogni storia dell’Olocausto dovrebbe essere raccontata”.

(L'Unione Informa, 25 dicembre 2012)

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Storie - Il Giorno della Memoria e l’eccesso di retorica

di Mario Avagliano

Anche quest’anno in tutta Italia la Memoria della Shoah torna protagonista, con un profluvio generoso di pubblicazioni, di convegni e di manifestazioni di vario tipo, nelle scuole, nei teatri, nei centri sociali e nei luoghi istituzionali. E proprio in questi giorni la direzione del museo del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, fa sapere che nel 2012 ha raggiunto la quota record di 1,43 milioni di persone.
La positiva attenzione di queste settimane intorno alle tematiche della Shoah, della deportazione politica e dell’internamento militare (oggetto della legge del 2000 istitutiva del Giorno della Memoria) non può oscurare il duplice timore legato all’andamento di queste celebrazioni.

Il primo timore è l’eccesso di retorica. Le vicende di quel tempo sono così crude e cariche di per sé di drammaticità, che occorrono misura e pudore nel raccontarle, evitando aggettivi inutili. Invece spesso educatori, associazioni, politici, studiosi rischiano, in buona fede o per ignoranza culturale, di appesantire le iniziative con un surplus di generica enfasi e di ripetitivi luoghi comuni (ne costituiscono un classico esempio le frasi “per non dimenticare” e “perché non si ripeta più”, ormai usurate dal troppo abuso). Con l’effetto opposto a quello voluto: collocare la persecuzione e la deportazione in una sfera “altra”, quasi irreale, allontanando adulti e ragazzi dalla comprensione di quanto accaduto.
Il secondo timore è quello evidenziato, con la consueta lucidità, da David Bidussa: l’eccesso di memoria. Inteso non come eccesso di testimonianze (anzi, purtroppo, piangiamo tutti la perdita nell’ultimo anno di molti importanti Testimoni), ma come esagerazione dell’utilizzo della dimensione del racconto a scapito dell’esame dei documenti e dell’approfondimento e dell’analisi dei fatti storici. Giustamente Bidussa avverte che “Non occorre più memoria. Occorre più storia”. È faticoso lo sforzo di contestualizzare e di interpretare il passato, interrogando i documenti e le stesse testimonianze. Ma è l’unica strada per non seppellirlo sotto un rumore apparentemente utile, ma nella sostanza caotico e assordante.

(L'Unione Informa, 22 gennaio 2013)

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Leggere per ricordare testimonianze e nuovi saggi sulla Shoah

di Mario Avagliano

Auschwitz e la Shoah smetteranno mai di parlare alle nostre coscienze? La ferita è ancora troppo aperta nella carne viva del mondo occidentale, tra rigurgiti di antisemitismo e albe dorate di marca neonazista. Per questo il mondo della cultura e la storiografia continuano ad occuparsene e ogni gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, nelle librerie arrivano decine di saggi e di testimonianze sull'argomento.
È difficile per la quota crescente di lettori interessati orientarsi nel mare magnum delle pubblicazioni. Ecco una guida.

Il negazionismo
In Italia e nel mondo il negazionismo della Shoah ha ricevuto nuova linfa dall’antisemitismo di marca islamista e dall’universo magmatico di Internet. Per lo storico Claudio Vercelli, che a Faurisson ed eredi dedica il saggio Il negazionismo. Storia di una menzogna (Laterza, pp. 224, euro 20), fino agli Settanta i negazionisti erano una presenza marginale, legata all’estrema destra radicale Ora però la loro visibilità è notevolmente aumentata ed è cresciuta la rete di coloro che sostengono le camere a gas e i forni crematori non sono mai esistiti. Un’analisi indispensabile per comprendere i rischi che corre la memoria collettiva della Shoah.

La Shoah dei bambini
La storia della persecuzione antiebraica attuata dal fascismo tra il 1938 e il 1945 ci è ormai ben nota, ma raramente ci si è soffermati a riflettere su cosa abbiano significato quei tragici sette anni per i bambini ebrei, allontanati da scuola, testimoni impotenti della progressiva emarginazione sociale e lavorativa dei genitori, quando non della distruzione e dell'eliminazione fisica della propria famiglia. Lo ha fatto Bruno Maida in La Shoah dei bambini. La persecuzione dell'infanzia ebraica in Italia (Einaudi, pp. 346, euro 29). I primi provvedimenti razziali del regime fascista riguardarono proprio i bambini ebrei, vittime tra le vittime. Maida, utilizzando sapientemente due registri, quello narrativo e quello storiografico, ne ripercorre le vicende, attento a cogliere non solo lo sguardo che l'infanzia ebbe di fronte al turbinio dei fatti, ma la portata politica di una ferita impossibile da sanare.

Gli ultimi testimoni
Pare incredibile, ma a circa settant’anni di distanza, dall’inferno di Auschwitz continuano ad emergere testimonianze dalla "notte e nebbia" del passato, infrangendo la direttiva nazista che voleva cancellare dalla faccia della terra ogni traccia del passaggio nei lager di milioni di esseri umani.
Una vicenda mai prima di ora raccontata è quella di Sam Pivnik (L’ultimo sopravvissuto, Newton Compton, pp. 326, euro 9,90), figlio di un sarto ebreo, nato a Bedzin in Polonia, il quale il 1° settembre 1939, giorno del suo tredicesimo compleanno, quando i nazisti invadono il suo Paese, vede spazzata ogni possibilità di futuro e deportato con la famiglia ad Auschwitz, è l’unico, insieme al fratello Nathan, a sfuggire alle camere a gas.
Non si conosceva neppure la storia di Millie Werber (La sposa di Auschwitz, Newton Compton, pp. 288, euro 9,90), scritta a quattro mani con Eve Keller. Millie ha quattordici anni quando i nazisti invadono la Polonia e la sua città, Radom, viene trasformata in un ghetto, mentre la fabbrica locale diventa un campo di concentramento. Qui la ragazza conosce Heniek, ebreo costretto a collaborare con le SS. I due si scambiano le fedi e una promessa d’amore eterno. Il loro matrimonio, però, dura ben poco: Heniek viene tradito da un altro ebreo e fucilato dai nazisti. A Millie non resta che farsi forza e lottare a ogni costo per sopravvivere e per affrontare l’orrore di Auschwitz. Anni dopo, per la Werber arriverà il momento di rifarsi una vita in America accanto a un altro uomo, il secondo marito, Jack. Eppure il ricordo di Heniek – il primo, grande amore – l’accompagnerà per sempre, proprio come l’anello che lui le aveva donato nel ghetto di Radom.

I documenti della persecuzione
Le lettere e i diari del periodo della persecuzione sono tra gli scritti più interessanti per penetrare nel vivo del dramma degli ebrei.
Parole Trasparenti. Diari e lettere 1939-1945 (Il Mulino, pp. 352, euro 25), a cura di Daniele Finzi, racconta la storia sorprendente, intensa e a tratti tenera, di due giovani sposi ebrei, Adele Foà ed Ettore Finzi, che decidono, nell’Italia del 1939, di lasciare il loro paese raggiungendo la Palestina per sfuggire alle persecuzioni razziali. Le vicende che si susseguono da quell’anno fino al 1945 vengono ricostruite attraverso un fitto epistolario.
La lunga strada sconosciuta (Marlin, pp. 228, euro 16) di Roberto Lughezzani ricostruisce la vicenda di una famiglia ebrea che la persecuzione nazifascista e la seconda guerra mondiale separano brutalmente, costringendo i suoi membri a vivere in tre angoli diversi d’Europa: Austria, Cecoslovacchia e Italia. Alla caccia all’uomo scatenata dai tedeschi sopravviverà solo il giovane Heinz, che resterà fino all’ultimo il custode delle memorie familiari, il depositario delle lettere straordinarie che i suoi gli avevano scritto negli ultimi anni di vita. Messaggi che si leggono con viva commozione e, contro ogni forma di negazionismo, testimoniano la ferocia con cui il nazismo infierì su milioni di esseri umani, di null’altro colpevoli che di essere ebrei.

(Il Messaggero, 25 gennaio 2013)

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Giorno della Memoria 2013, la collana "Filo Spinato" propone due nuovi libri sulla persecuzione degli ebrei

Per il Giorno della Memoria, la collana "Filo Spinato" diretta da Mario Avagliano e Marco Palmieri, propone due libri dedicati alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei in Italia e in Europa: La lunga strada sconosciuta. Una famiglia ebrea nella morsa nazista di Roberto Lughezzani (Marlin Editore, pp. 228, euro 16) e Le donne ebree in Sicilia al tempo della Shoah. Dalle leggi razziali alla liberazione (1938-1943) di Lucia Vincenti (Marlin Editore, pp. 108, euro 12).


La lunga strada sconosciuta

Il libro racconta la vicenda di Hela Schein e di Otto e Heinz Skall, nonché di Willi Kleinberg e Gusti Mandler (rispettivamente secondo marito di Hela e seconda moglie di Otto). Una famiglia ebrea che la persecuzione nazifascista e la seconda guerra mondiale separano brutalmente, costringendo i suoi membri a vivere in tre angoli diversi d’Europa: Austria, Cecoslovacchia e Italia. La loro tragica storia, ricostruita con sensibilità da Roberto Lughezzani, ricalca quella di milioni di ebrei: nell’attesa angosciosa della fine, Willi muore di crepacuore, mentre Hela, deportata in Polonia, sparisce nell’orrore del lager; Otto con la seconda moglie Gusti si suicida a Praga per sfuggire alla deportazione a Theresienstadt; Heinz, che ha studiato in Italia, dopo il varo delle leggi razziali finisce nel campo d’internamento di Campagna, e poi a Sala Consilina, in provincia di Salerno. A Campagna diventa amico del vescovo Giuseppe Maria Palatucci, zio dell’eroico Giovanni Palatucci e suo prezioso collaboratore nell’opera di soccorso degli ebrei, mentre a Sala Consilina intreccia una tenera storia d’amore con una giovane insegnante, Rita Cairone, che sposerà dopo la guerra. Heinz resterà fino all’ultimo il custode delle memorie familiari, il depositario delle lettere straordinarie che i suoi gli avevano scritto negli ultimi anni di vita. Sono lettere che si leggono con viva commozione e, contro ogni forma di negazionismo, testimoniano la ferocia con cui il nazismo infierì su milioni di esseri umani, di null’altro colpevoli che di essere ebrei.

Roberto Lughezzani, nato nel 1946 a San Martino Buon Albergo (VR) e laureato in lettere antiche, ha insegnato in un liceo di Verona. In particolare si è occupato di divulgazione della storia della Resistenza veronese, svolgendo le sue ricerche con interviste anche filmate. Da alcuni anni raccoglie le testimonianze, gli scritti e i diari di internati militari italiani nei lager nazisti.

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Le donne ebree in Sicilia al tempo della shoah

Cosa cambiò nella vita delle donne ebree o sposate con ebrei al tempo del fascismo in Sicilia, in particolare dopo il varo delle leggi razziali del 1938? Attraverso testimonianze e interviste, questo libro ricostruisce gli stati d’animo e la reazione delle donne perseguitate, all’interno della vicenda più complessa che riguarda gli ebrei presenti nell’isola durante il Ventennio. La loro fu una storia di coraggio, di amore e di resistenza. Appartenevano per lo più alla classe borghese medio-alta; erano donne colte, che frequentavano i salotti bene delle città. Alcune di esse erano impegnate in attività lavorative, altre avevano preferito occuparsi esclusivamente della gestione familiare. Erano medici, imprenditrici, scrittrici, maestre di danza, madri, casalinghe. Tutte indistintamente da un giorno all’altro si trovarono a subire gravi limitazioni nei loro diritti civili, in un crescendo di tragedie ed angosce, che ebbe termine con l’arrivo degli Alleati nel luglio 1943. Per tre ebree siciliane, che si trovavano nell’Italia del centro-nord, il destino fu quello della deportazione nei lager. E nessuna di loro tornò a raccontare l’orrore che aveva vissuto. trama che si snoda tra passato e presente, dal 1677 ai nostri giorni, con al centro una creatura che decide di raccontarsi attraverso quello che i suoi occhi e quelli di chi l’ha amata, odiata o ne ha subìto il fascino diabolico, hanno visto. Un viaggio lungo quattro libri, che riporterà Raistan a casa… Forse. Gli altri tre capitoli della sua storia sono: RVH. La caduta; RVH. La vendetta; RVH. Morte e Vita.

Lucia Vincenti è nata a Palermo. Laureata in Scienze politiche, da oltre un quindicennio conduce ricerche relative alla storia contemporanea siciliana durante il fascismo. Le sue pubblicazioni sull’argomento sono: Comunità ebraica palermitana in “Rassegna Siciliana di Storia e Cultura” (1998); Storia degli Ebrei a Palermo durante il fascismo (1998); Ieri e oggi, la Sicilia e l’ebraismo. Un mancato ritorno, in “Nuove Effemeridi” (2001); Persecuzioni antisemite in Sicilia durante il fascismo. Oblio di un recente passato, nel catalogo della mostra “Ebrei e Sicilia” (2003); Non mi vedrai più. Persecuzione, internamento e deportazione dei siciliani nei lager (1938-1945) (2004); Il silenzio e le urla. Vittime siciliane del fascismo (2007). Ha rivestito numerosi incarichi e dal gennaio 2003 fa parte del comitato scientifico dell’Istituto Mediterraneo di Studi Universitari, Parco Culturale Raul Wallenberg, Dipartimento di Studi Ebraici. Nel novembre 2000 è stata nominata membro del Comitato Scientifico della Mostra “Ebrei e Sicilia”. Ha tenuto decine di convegni, seminari e incontri presso le scuole e le istituzioni siciliane.

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La collana “Filo Spinato”

Marlin vara una nuova collana, unica in Italia, che raccoglie memorie, diari e lettere riguardanti esperienze di guerra, di prigionia e di deportazione.
Accompagnati dalla riproduzione di documenti e immagini inedite, i volumi in progetto contribuiranno a ricostruire periodi drammatici e importanti della storia italiana ed internazionale, dall’inizio del ’900 ai nostri giorni, rivissuti attraverso le parole di chi ne fu artefice e vittima. La collana è diretta da due specialisti, Mario Avagliano e Marco Palmieri, che analizzano e inquadrano i testi prescelti nel contesto storico da cui sono scaturiti, per consentire al lettore di approfondirne la comprensione e la conoscenza.
Gli altri volumi finora pubblicati sono: Ho scelto il lager di Aldo Lucchini, Gli zoccoli di Steinbruck di Pompilio Trinchieri, Una gavetta piena di fame di Luigi Salvatori.

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Olocausto, la necessità della memoria

di Mario Avagliano

Quando il 1° ottobre scorso è morto Shlomo Venezia, uno degli ultimi ebrei italiani tornati vivi dall’inferno di Auschwitz, i followers neonazisti del sito web Stormfront hanno commentato l’evento con una lista di discussione intitolata "Morto il falsario olo-sopravvissuto Shlomo Venezia".
Un piccolo manipolo di folli? Almeno in apparenza, sembrerebbe di sì. Il tema della Shoah non è mai stato così popolare come oggi. Appena la settimana scorsa la direzione del museo di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, ha fatto sapere che nel 2012 i visitatori hanno raggiunto la quota record di 1,42 milioni. E questo mese, per il Giorno della Memoria, è in uscita o in programma un profluvio di saggi, memorie, convegni, film, trasmissioni televisive, spettacoli teatrali e musicali.
Eppure il negazionismo, la corrente di pensiero che mette in discussione l’esistenza dei campi di sterminio e delle camere a gas, ha prepotentemente rialzato la testa. In Italia e nel mondo. Utilizzando la potenza invasiva del web, la forza d’urto della galassia di estrema destra e dei gruppuscoli della sinistra radicale e i toni accesi della propaganda anti-Israele di parte del mondo arabo islamico.
Un ritorno di fiamma preoccupante, come segnala il libro appena uscito di Claudio Vercelli, esperto di deportazione, dal titolo Il negazionismo. Storia di una menzogna (Laterza, pp. 224, euro 20), che ne ripercorre le vicende dal dopoguerra ad oggi, descrivendone i protagonisti e gli ideologi e soffermandosi sul pericolo attuale.

Fu lo storico francese Henry Rousso nel 1987 a suggerire di utilizzare tale termine anziché revisionismo, perché spiega in modo più compiuto che si tratta di un progetto politico e non di un procedimento scientifico. Il negazionismo si fonda su tre assunti: la negazione del progetto hitleriano di sterminare gli ebrei, la negazione dell’esistenza delle camere a gas o del loro utilizzo omicida e il drastico taglio del numero degli ebrei uccisi nei lager, attribuendone la morte a malattie o a eventi bellici.
I primi negazionisti furono gli stessi nazisti, come ha osservato Donatella Di Cesare nel pamphlet Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo (Il Melangolo, pp. 127, euro 8), in quanto prima della capitolazione distrussero o cercarono di cancellare le prove della Shoah.
Per alcuni decenni, afferma Vercelli, il fenomeno restò confinato all’interno di ristrette cerchie politiche, finché a dargli risalto mediatico mondiale fu negli anni Settanta-Ottanta un altro francese, Robert Faurisson, che con una intervista che all’epoca fece non poco scandalo, dichiarò che “le camere a gas non sono mai esistite”, accusando di falso il Diario di Anna Frank.
Da qualche anno l’argomento non è appannaggio solo di una nicchia di cultori della materia, ma di un pubblico molto più ampio, che utilizza la Rete e i social network, ha come icona l’inglese David Irving e si avvale perfino di una pseudo-accademia negli Stati Uniti, l’Institute for Historical Review.
Oggi è nel mare agitato di Internet - dove si confonde il vero, il verosimile e il falso - che navigano le tesi dei negazionisti, i quali si atteggiano a difensori della libertà di espressione e sostengono che la Shoah è stata una gigantesca truffa ordita dai sionisti per legittimare Israele.
Il negazionismo trova nuova linfa anche grazie al favorevole clima politico, con i rigurgiti di antisemitismo che affollano il mondo arabo e toccano la vecchia Europa, il moltiplicarsi dei movimenti neofascisti, i gruppi musicali nazi-rock e il successo elettorale dei partiti di estrema destra in Ungheria, Grecia e Francia. La polemica anti-Israele e pro-Palestina riesce a mettere d’accordo perfino frange radicali di destra e sinistra, con l’accusa agli ebrei di utilizzare la Shoah per capitalizzare politicamente quella tragedia.
Non a caso uno dei portabandiera politici del negazionismo è il presidente iraniano Ahmadinejad, che nel dicembre 2006 organizzò a Teheran una conferenza intitolata significativamente "Rivedere l'Olocausto: una questione globale". D’altra parte, già nel 1939 il Terzo Reich aveva sponsorizzato la traduzione in arabo del Mein Kampf di Hitler e dei falsi Protocolli dei Savi di Sion (la vicenda è ricostruita in Propaganda nazista nel mondo arabo di Jeffrey Herf, editore Altana, pp. 464, euro 19).
Come si combatte il negazionismo? La maggioranza degli storici, anche italiani, sulla scorta dell’insegnamento di Pierre Vidal-Naquet, ritiene che ogni confronto pubblico con i negazionisti sia inopportuno. Spiega Vercelli: “Non può esserci confronto tra ipotesi storiografiche differenti, ma solo opposizione tra realtà e menzogna”.
Altra cosa è la risposta in termini di ricerca storica e scientifica, che non significa però un eccesso di memoria o di retorica. Nei giorni scorsi l’intellettuale David Bidussa, sul portale di Pagine Ebraiche, ha lucidamente messo in guardia da questo rischio, affermando che “occorre più storia, non più memoria”.
È aperto il dibattito, poi, sull’utilità o meno, per ridurre gli spazi del negazionismo, di introdurre in Italia un apposito reato, come fanno già altri 18 Stati (dalla Germania alla Spagna) e come previsto dal Consiglio europeo. Il 16 ottobre scorso è stato depositato in Parlamento un disegno di legge al riguardo, promosso dalla senatrice pd Silvana Amati e sottoscritto da 97 senatori dei principali partiti. Se ne riparlerà dopo le elezioni.

(Il Mattino, 27 gennaio 2013)

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