Mario Avagliano

Mario Avagliano

Morte dal cielo per gli internati e deportati

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

Tra i crimini perpetrati dai nazisti nel corso della seconda guerra mondiale ce ne è uno che spesso viene dimenticato, ma che è costato la vita a migliaia di uomini e donne, tra lavoratori coatti, deportati civili e internati militari. Durante gli allarmi aerei, i carcerieri nazisti obbligavano i deportati e gli internati a non abbandonare il posto di lavoro, per non interrompere l’attività produttiva, oppure a non uscire dalle baracche dei campi di concentramento, che non recavano le necessarie insegne e segnalazioni per essere riconosciuti dai bombardieri. In questo modo atroce, specie negli ultimi due anni di guerra, persero la vita migliaia di persone. Solo tra gli Internati Militari Italiani, secondo una stima verosimile di Claudio Sommaruga, i bombardamenti aerei causarono circa 2.700 vittime, alle quali devono essere aggiunti migliaia di altri morti, in numero impossibile da definire con esattezza, tra “schiavi”, deportati civili e prigionieri di guerra italiani e di altre nazionalità.

Malgrado cifre così rilevanti, questo tema non è stato ancora esplorato a fondo e con sistematicità in sede di ricerca storica. Nel corso degli ultimi anni, però, il tema della massiccia campagna aerea scatenata dagli angloamericani per piegare la Germania di Hitler, prima e durante l’attacco terrestre, sta tornando al centro dell’attenzione e dell’interesse di studiosi e ricercatori. Tali studi hanno il merito di aver spostato, per la prima volta, il focus dell’analisi e della ricostruzione degli avvenimenti, dagli aspetti più propriamente militari, strategici e tecnici, a quelli relativi all’impatto sulla popolazione civile tedesca e al prezzo da essa pagato in termini di vite umane. Un prezzo senza dubbio elevatissimo, ma nell’ambito del quale non può essere dimenticato quello pagato anche da militari e civili che si trovarono in Germania per effetto della grande deportazione di uomini e donne attuata dai nazisti e che persero la vita in seguito ai comportamenti criminali dei loro carcerieri.

La campagna aerea sulla Germania.

La decisione di sottoporre la Germania ad un intensa campagna di bombardamenti aerei venne presa nel corso dell’incontro tra Churchill e Stalin nell’agosto del 1942. Tale decisione rappresentò un capitolo saliente della lunga polemica relativa all’apertura del cosiddetto “secondo fronte”: in risposta alle continue richieste di uno sbarco angloamericano nel nord Europa da parte di Stalin, infatti, in quell’incontro Churchill rispose con la promessa di uno sbarco in Africa Settentrionale entro la fine dell’anno e, appunto, un massiccio programma di bombardamenti aerei sul suolo tedesco, in vista dello sbarco in Europa rinviato all’anno successivo. Obiettivo dichiarato della campagna aerea fu da un lato di fiaccare la Germania di Hitler dal punto di vista materiale, colpendo infrastrutture, apparati industriali e produttivi, dall’altro di piegare il morale di civili e militari, nella speranza di spingere la popolazione a far mancare il proprio sostegno e consenso al regime nazista.

I primi bombardamenti inglesi di una certa entità sulla Germania risalgono alla primavera del 1940, in un momento particolarmente critico per l’Inghilterra, dopo l’occupazione tedesca della Norvegia e l’invasione della Francia. Churchill del resto era personalmente convinto che una intensa campagna di bombardamenti pesanti sulla Germania potesse rappresentare un contributo decisivo alla vittoria finale contro Hitler anche perché, in assenza di un forte esercito di terra, l’Inghilterra aveva avviato la preparazione alla guerra aerea contro la potenza continentale tedesca fin dalla metà degli anni Trenta. Fino a tutto il 1942, però, per la guerra aerea furono anni interlocutori, perché mancavano ancora quei miglioramenti organizzativi e operativi che sarebbero stati messi in atto più tardi dalla Royal Air Force, ma soprattutto perché la potenza aerea degli Alleati aumentò in maniera esponenziale solo quando gli Usa schierarono in Europa i loro bombardieri, nel corso del 1942. A questo punto la RAF si dedicò prevalentemente al bombardamento notturno delle zone industriali, mentre l’aviazione americana prese in consegna fabbriche, vie di comunicazioni, stazioni ferroviarie e depositi di carburante, colpendo durante il giorno.

Il 1943 rappresentò un momento di svolta nella strategia della guerra aerea, perché Churchill e Roosevelt si accordarono per dare priorità alla campagna aerea, in attesa dell’apertura del “secondo fronte” terrestre, ulteriormente rinviata al 1944. Verso la fine del 1943, inoltre, divenne chiaro che finché l’aviazione alleata non avesse sconfitto la Luftwaffe, lo sbarco nel nord della Francia e la successiva avanzata verso il cuore della Germania avrebbe presentato ancora troppi rischi. Così, in seguito all’intensificarsi dell’azione aerea, nel corso del 1944 l’equilibrio tra le due forze aeree cominciò a volgere in favore degli Alleati, quando i tedeschi non riuscirono più a rimpiazzare le perdite con la produzione di nuovi velivoli a causa dei danni che i bombardamenti stessi avevano provocavano all’industria  aeronautica e a quella petrolifera.

Da questo momento in poi la guerra aerea angloamericana funzionò in piena efficienza, concentrandosi pesantemente su tutte le strutture chiave dell’economia tedesca. Nel corso del 1944 venne sganciato sulla Germania la maggior parte del tonnellaggio complessivo di bombe di tutta la guerra. Anche perché, conquistato il dominio dell’aria, i bombardieri inglesi e americani poterono agire pressoché indisturbati e senza incontrare più alcuna resistenza, mentre i caccia e i cacciabombardieri, non più impegnati in compiti di scorta, poterono dedicarsi agli attacchi di precisione contro il sistema dei trasporti a terra. Quando gli angloamericani sbarcarono in Normandia, la Germania poteva contare solo su qualche centinaio di aerei funzionanti, contro gli oltre 12 mila alleati, e il suo potenziale bellico, produttivo e logistico era stato messo a dura prova da mesi e mesi di bombardamenti quotidiani.

Le ricerche recenti

Con i mezzi disponibili all’epoca, la precisione dei bombardamenti aerei era molto approssimativa e fin dai primi “esperimenti”, nelle fasi iniziali della guerra, ci si rese conto che la loro efficacia nel colpire obiettivi precisi era decisamente ridotta, specie di notte quando venivano effettuate la gran parte delle missioni per sfuggire agli sbarramenti e alla reazione della contraerea. Questo motivo indusse gli inglesi a non disdegnare la tattica dei bombardamenti a tappeto, che finirono inevitabilmente per colpire anche le città e i sobborghi urbani a ridosso delle zone industriali e delle grandi vie di comunicazione. Il prezzo pagato dai civili tedeschi fu senza dubbio alto e drammatico, con circa mezzo milione di uomini, donne e bambini rimasti uccisi sotto gli attacchi aerei e la distruzione di intere città.

Sulla campagna aerea degli angloamericani, due ricerche tradotte e pubblicate anche in italiano hanno recentemente riacceso l’attenzione di opinione pubblica e studiosi, sottolineandone e mettendone pienamente a fuoco il suo drammatico impatto sulla popolazione civile. La prima, condotta da Jörg Friedrich (La Germania Bombardata, Mondatori 2004), traccia una dettagliata mappa geografica e cronologica delle azioni dell'aviazione inglese e americana sul territorio tedesco, analizzando le armi impiegate, le strategie attuate, le zone più colpite, la dislocazione dei rifugi, le reazioni della collettività, che cosa si riuscì a salvare e cosa andò distrutto. L’altra è opera di Anthony C. Grayling (Tra le città morte. I bombardamenti sulle città tedesche: una necessità o un crimine?, Longanesi 2006) e offre un quadro altrettanto dettagliato dei luoghi colpiti e delle vittime provocate dalle esplosioni e dagli incendi.

Senza volersi addentrare nella questione “militare” riproposta in alcune di queste pagine – se i bombardamenti così massicci e indiscriminati ebbero un ruolo più o meno determinante nel decidere le sorti del conflitto o se una parte di queste vite umane avrebbero potuto esser risparmiate – sta di fatto che anche in questa fase di rinnovato interesse storico, il crimine nel crimine perpetrato dai nazisti contro deportati e internati rischia di passare sotto silenzio. Di tale crimine, del resto, praticamente non c’è traccia alcuna in quei pochi documenti “ufficiali” che oggi sono reperibili negli archivi italiani e tedeschi. Così come è particolarmente improbabile stilare un “bilancio” preciso delle vittime, distinguendo questa “voce” all’interno della tragica contabilità più generale delle vittime della barbarie nazista. Un contributo decisivo allo sforzo di ricostruzione storica, però, lo possono dare senza dubbio le memorie e i diari dell’epoca. In essi, le sirene degli allarmi aerei e le esplosioni vicine e lontane, sono annotazioni praticamente quotidiane. E con esse anche la paura, e la morte: “Una bomba mi è cascata a 50 metri da mè – scrive l’internato militare Giuseppe Marchi nel suo diario, riferendosi al bombardamento di Hagen del 2 dicembre 1944 – 70 dei miei compagni morti e le baracche tutte in fiamme, io sono rimasto coi pantaloni, e pastrano tutta l’altra roba mi era bruciata. Tremavo dalla paura, nel vedere quel macello, una gamba da una parte e un braccio da quell’altra, non ero capace di lasciarmelo passare” (Due veronesi nei lager, Istituto veronese per la storia della resistenza e dell’età contemporanea, Cierre edizioni 2001).

Un crimine nel crimine nazista

Un così alto tributo di vite umane pagato dagli internati e dai deportati civili trova spiegazione innanzitutto nel fatto che i lager dove essi erano rinchiusi non avevano alcuna segnalazione della croce rossa riconoscibile dall’alto e soprattutto erano ubicati a poca distanza dagli impianti industriali, dove i prigionieri venivano impiagati, o dai nodi stradali e ferroviari. I lager, inoltre, non avevano rifugi antiaerei e quando suonavano gli allarmi i prigionieri erano costretti a rimanere chiusi nelle baracche di legno, sotto la minaccia armata dei loro carcerieri. Frequenti furono anche i casi di uccisioni e ferimenti – senza alcuna possibilità di soccorso fino al cessato allarme – di chi non rispettava l’ordine.

I deportati e gli internati avviati al lavoro coatto, invece, spesso erano costretti a rimanere sul posto di lavoro per non interrompere l’attività produttiva anche sotto la minaccia dei bombardamenti. Una volta che i bombardieri avevano sganciato il loro carico esplosivo, invece, questi “schiavi” venivano immediatamente impegnati nello sgombero delle macerie e nelle operazioni di recupero e sepoltura delle vittime, senza alcuna protezione sanitaria. Anche laddove i rifugi esistevano, infine, erano quasi sempre riservati ai tedeschi, mentre gli IMI e i deportati potevano usufruire tutt’al più di piccole fosse con qualche asse di legno che in realtà non fornivano alcun riparo né dalle schegge, né dagli incendi. Per approfondire il tema nella maniera più dettagliata possibile, dunque, una strada importante da seguire è quella della raccolta, dell’analisi, della verifica e dell’incrocio delle informazioni contenute nelle memorie e nei diari dell’epoca, come quelli che stiamo utilizzando per scrivere una storia “dal vivo” e raccontata dai diretti protagonisti, della deportazione civile e dell’internamento militare.

("Rassegna", ANRP, n. 3-4, Anno XXIX, marzo-aprile 2007)

Disegni di prigionia come fonte storica. Gli schizzi e i dipinti di Pierino Saragni, prigioniero in Africa

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

 

La prigionia dei militari italiani durante la seconda guerra mondiale è un tema quasi del tutto inesplorato ed ignorato dalla storiografia italiana del dopoguerra. Più che di prigionia, meglio sarebbe parlare delle prigionie – numerose e molto diverse tra loro – alle quali sono stati sottoposti centinaia di migliaia di militari italiani tra il 1940 e il 1945 (ed oltre, se consideriamo anche l’attesa per il rimpatrio di molti di loro). Questo discorso, su di un piano più generale, può essere esteso anche al fenomeno dei reduci nel suo complesso (anche in questo caso reduci da numerose e differenti situazioni). Un tema sul quale ha recentemente riacceso una luce di interesse – che per decenni è rimasto confinato nell’esclusiva sfera d’attenzione delle associazioni dei reduci e delle loro riviste e pubblicazioni a diffusione inevitabilmente limitata – il volume di Agostino Bistarelli intitolato «La storia del ritorno. I reduci italiani del secondo dopoguerra». Il libro, pubblicato da Bollati Boringhieri, ha contribuito a colmare una lacuna, considerato che – come ha scritto Claudio Pavone nell’articolo di presentazione dell’opera su Repubblica dello scorso 10 ottobre -  «nonostante le sue imponenti dimensioni (centinaia di migliaia di persone), il fenomeno [dei reduci] abbia trovato poco spazio nella storiografia e presenza molto limitata nella memoria collettiva, al contrario di quanto era avvenuto per i reduci della prima guerra mondiale». Per questi ultimi, infatti, esisteva fin dal 1974 uno studio organico di Giovanni Sabatucci, «I Combattenti del primo dopoguerra» (edito da Laterza).

Anche per le prigionie – a proposito delle quali sta per essere pubblicata una nostra ricerca sugli Internati Militari Italiani – esiste una analoga disparità di trattamento in sede storiografica tra le due guerre mondiali. Se per il conflitto del ’15-’18, infatti, si può far riferimento al volume di Giovanna Procacci «Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra» (Editori Riuniti, 1993), per quello del ’40-’45 non si va oltre qualche buon approfondimento, tra cui «Le diverse prigionie dei militari italiani» di Giorgio Rochat, in appendice a «Le guerre italiane 1935-1943» (Einaudi, 2005).

 

La memoria divisa

Tale carenza di studi e ricerche, naturalmente, non è riconducibile solo ad una mancanza di volontà da parte degli storici. L’approccio storiografico al tema dei reduci e, più nel dettaglio, a quello dei reduci dalle diverse prigionie della seconda guerra mondiale, evidentemente, presenta non poche difficoltà. Innanzitutto, nel dopoguerra c’è stato, e c’è ancora, lo scoglio da superare della cosiddetta «memoria divisa». La mancata esistenza di una memoria univoca e, appunto, «condivisa» delle esperienze vissute tra il 1940 e il 1945 fonda le sue radici proprio nel groviglio di situazioni differenti in cui i militari italiani si sono trovati prima e dopo l’8 settembre: diversi fronti (Francia, Africa Orientale, Nord Africa, Grecia, Jugoslavia, Russia); diverse scelte fatte in seguito all’armistizio (resa e consegna delle armi ai tedeschi, tentativi di resistenza, arruolamento sotto la bandiera dell’alleato del giorno prima, fuga con i «ribelli» in Italia e all’estero); diversi fronti su cui hanno continuato la guerra dopo l’armistizio (partigiani italiani o stranieri, Corpo Italiano di Liberazione, RSI, formazioni tedesche); diverse prigionie (sotto gli Alleati anglo-americani in campi disseminati in varie parti del mondo, sotto i russi, sotto i tedeschi come IMI e lavoratori coatti, sotto i russi e gli jugoslavi dopo aver già vissuto la prigionia nazista); diverse scelte fatte durante la prigionia e l’internamento (adesione o rifiuto alla proposta di arruolarsi nelle SS o con la RSI durante l’internamento, adesione o rifiuto alla proposta rivolta agli ufficiali di lavorare per i tedeschi, cooperazione o non cooperazione con gli Alleati).

Questo complesso e variegato mosaico rappresenta una delle principali eredità che la seconda guerra mondiale ha lasciato al Paese nel periodo della sua ricostruzione, materiale e politica. Con l’aggravante che molti di questi uomini, volenti o nolenti, per convinzione o per obbligo, per senso del dovere o per puro caso, si erano trovati dapprima a combattere la guerra d’aggressione voluta del regime fascista e poi a rinnegarla e contrastarla in vario modo e in varie forme dopo il suo fragoroso fallimento. Tutto ciò fece prevalere, praticamente su tutti, la voglia di voltare pagina e di calare un velo di oblio su vicende personali e collettive nelle quali a posteriori si faticava a riconoscersi.

 

Le fonti scomparse

Il ritardo storiografico ha anche motivazioni legate alla scarsa disponibilità di fonti in tema di prigionia. I documenti «ufficiali» italiani sono per lo più schede di rimpatrio e pratiche per la pensione, ma sono andati dispersi tra mille uffici amministrativi, distrutti, oppure coperti da limiti di privacy. I documenti di parte straniera sono di altrettanta difficile reperibilità o sono stati deliberatamente distrutti, come nel caso dei nazisti responsabili di una gestione sistematicamente criminale dei prigionieri. Salvo qualche Relazione, però, i documenti «burocratici» costituiscono una importante banca dati statistica – di grande importanza per gli storici – ma non forniscono ulteriori informazioni sulle reali esperienze vissute in prigionia. Per indagare questi aspetti, dunque, oltre le testimonianze rese successivamente dai reduci, restano i pochi «effetti personali» che essi riuscirono a far arrivare in patria o a portare con sé dopo la guerra: cartoline, lettere, diari, appunti, fotografie (molto rare) e disegni, che oggi sono per lo più sparse in innumerevoli micro-archivi familiari. A questo genere di fonti ci siamo rivolti per approfondire la storia degli IMI di prossima pubblicazione, nonché delle altre prigionie (chiunque volesse farci consultare copia dei propri documenti può contattarci all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

 

I disegni di Pierino Saragni

Uno spaccato interessante della prigionia in Africa emerge dai numerosi disegni che l’allora soldato Pierino Saragni – nel dopoguerra pittore e autore di vetrate artistiche soprattutto per chiese, nonché cavaliere del lavoro per meriti artistici – realizza negli anni di reclusione sotto gli Alleati, tra l’estate del 1943 e la fine del 1945 (si ringrazia la famiglia, ed in particolare la figlia Marialuisa e la nipote Erica Valle, per averne permesso la pubblicazione). Sebbene gli anglo-americani non abbiano condotto una gestione deliberatamente criminale dei prigionieri, a differenza del sistema concentrazionario nazista verso russi e italiani, anche quella prigionia ha avuto le sue efferatezze, le sue sofferenze fisiche e psicologiche ed il suo prezzo elevato in termini di vite umane. Essa ha riguardato 400.000 uomini catturati dagli inglesi in Africa Orientale e Settentrionale, 40.000 dai francesi in Tunisia e 125.000 dagli americani in Tunisia e Sicilia. Pierino Saragni è uno di questi ultimi (nato a Milano il 1° febbraio 1910, viene chiamato alle armi il 2 settembre 1942 e inviato in Sicilia, prima a Messina poi a Bagheria, con un Battaglione della Guardia Costiera, presso il Comando Difesa Porto; fatto prigioniero nel 1943, viene portato in Tunisia e in Algeria e rimpatrierà solo nell’ottobre del 1945; è morto a Genova il 18 aprile 1988). Naturalmente non tutti vissero lo stesso tipo di esperienza.

I disegni di Saragni mettono innanzitutto in evidenza l’ambiente della prigionia, che si svolge prevalentemente nelle tende da campo (Disegni 1, 2 e 3). Anche se non ci sono le baracche, tipiche ad esempio della prigionia in Germania, «il mio posto letto sotto la tenda» ha le caratteristiche di ogni prigionia: poco spazio a disposizione, la branda tenuta in ordine nei limiti del possibile, un misero bagaglio e pochi oggetti personali salvati al momento della cattura ammassati in un angolo, pochi strumenti di sopravvivenza gelosamente custoditi come la gavetta, il cucchiaio, la borraccia. Altro elemento universale – oltre all’onnipresente reticolato che incornicia la vista di un orizzonte vuoto e squallido – è l’odiosa scritta con la vernice bianca sul retro della giacca (che nel caso di Saragni è «PW», Prisoner Of War), associata ad un numero di matricola («1015», Disegno 1). La matita di Saragni, dunque, ferma sul foglio le caratteristiche più aberranti della prigionia moderna: spersonalizzazione dell’individuo, realizzata attraverso la sua riduzione ad un numero o ad una sigla (evidente nel ritratto di un compagno che, prima del nome, è il «N. 1041»; Disegno 4), e con la condivisione forzata di spazi ristretti con un gran numero di uomini (Disegno 2); abbrutimento fisico e morale, evidente nelle frequenti immagini di uomini che trascorrono la giornata buttati a terra, con lo sguardo perso nel vuoto, vestiti di stracci – pochi o molti a seconda del clima gelido o torrido – che spesso sono il lontano ricordo di una divisa, sempre la stessa, indossata da anni (Disegno 3).

A tutto questo, però, i prigionieri cercano di resistere organizzando nel campo attività culturali e ricreative come – dove ciò è consentito – partecipando con testi ed illustrazioni ai giornali e ai bollettini diffusi nel campo (Disegno 5). A livello individuale, invece, ciascuno ricorre ai propri espedienti, come nel caso delle vignette autoironici in cui Saragni ritrae un gallo che suona a ritmo «allegro ma non troppo» (Disegno 6) o lo sbigottimento di un malcapitato PW che ha avuto la sventura di dover ricorrere all’infermeria del campo (Disegno 7).

Dai disegni spuntano anche i volti dei carcerieri, e qui le strade dei singoli prigionieri tornano a prendere direzioni diverse. Saragni fa il ritratto dell’«amico algerino» (Disegno 8), che non ha nulla a che vedere, ad esempio, con i freddi tedeschi. Così come lo scenario assume dei connotati diversi quando, finita la guerra, gli ex-prigionieri - sopravvissuti all’immane tragedia – restano a lungo in attesa di poter rientrare in Italia e riabbracciare le loro famiglie: in attesa di quel giorno e del ritorno ad una vita normale, su di un tavolo spunta persino un vaso colorato con dentro una pianta (Disegno 9).

("Rassegna", ANRP, n. 12, Anno XXIX, dicembre 2007)

Storie – Il fascista del “Il sangue dei vinti” era un delatore di ebrei

di Mario Avagliano
 
Chi conosce Daniele Biacchessi, giornalista, scrittore, vicecaporedattore di Radio 24, più volte premiato per la sua attività di reporter, sa che è anche un appassionato autore, regista e interprete di opere di teatro civile. Il suo ultimo libro, “Orazione civile per la Resistenza” (Promo Music), è una storia corale della guerra di liberazione, ripercorsa attraverso interviste, narrazioni di episodi e di luoghi della memoria.
Ma Biacchessi è anche un curioso, un cercatore di verità.
Da buon cronista, si era sempre chiesto chi fosse il fascista con le mani dietro la nuca , trascinato per le strade di Milano da alcuni partigiani armati, ritratto nella fotografia sulla copertina del saggio “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa, che a sua volta aveva tratto l’immagine dal libro dell’ex esponente della Repubblica Sociale Giorgio Pisanò, “Storia della guerra civile”.
Nella didascalia del libro di Pansa, in seconda di copertina, si parla genericamente di “fascista ucciso il 28 aprile 1945”.
Biacchessi non si è accontentato. Così è andato negli archivi dell’Istituto di Storia dell’Età Contemporanea (ISEC) di Sesto San Giovanni e si è messo alla ricerca di questa immagine.
Scartabella che scartabella, eureka!, l’ha trovata. Ed ha scoperto che si trattava di Carlo Barzaghi, l’autista di Franco Colombo, il comandante della legione autonoma mobile Ettore Muti di Milano.
Carlo Barzaghi è conosciuto come il boia del Verzeè (del Verziere), scrive Biacchessi, “responsabile di efferati crimini di guerra: la compilazione di numerosi elenchi di ebrei e oppositori poi deportati nei campi di sterminio, la fucilazione di quindici prigionieri politici (10 agosto 1944, Milano, piazzale Loreto) detenuti nel carcere di San Vittore su ordine di Walter Rauff e Theo Saevecke, funzionari della Sicherheitpolizei stanziati all’albergo Regina di Milano”.
Barzaghi non è quindi un fascista qualsiasi, un innocente ucciso nei giorni dell’aprile 1945. E’ un esponente di spicco della Repubblica di Salò e si è macchiato di vari reati.
Eppure c’è chi, anche oggi, alla vigilia della festa della Liberazione, affigge nella capitale manifesti anonimi con un verso tratta dalla canzone “La locomotiva” di Francesco Guccini: “Gli eroi sono tutti giovani e belli”, dedicandoli “Ai ragazzi di Salò”. Guccini non l’ha presa bene: “Hanno tradito il senso della mia canzone”.
A costoro andrebbe ricordata la frase di Italo Calvino: “Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c'erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l'Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c'era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono”.
 
(L’Unione Informa, 24 aprile 2012)
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Gli ebrei italiani e quel 16 ottobre

di Mario Avagliano

Il 16 ottobre è la vera “giornata della memoria” per gli ebrei italiani. Quel tragico sabato di ottobre del 1943 vennero rastrellati nel Ghetto di Roma 1259 ebrei. Le SS di Kappler li andarono a prelevare casa per casa. Due giorni dopo 1023 di essi furono deportati nel lager di Auschwitz (compreso un bambino nato dopo l’arresto della madre). Solo 17 sopravvissero. Fu la prima e la più imponente retata dei tedeschi in Italia nei confronti degli ebrei, messa in atto con il silenzio (e la complicità) delle autorità italiane della neonata Repubblica Sociale guidata da Benito Mussolini, e segnò l’inizio di una fase ancora più violenta della persecuzione razziale nel nostro Paese.

A distanza di 56 anni, l’Italia non ha ancora fatto i conti con questo lato oscuro della sua storia. La persecuzione degli ebrei del 1938-45 è stata vista e giudicata dai più come un fatto estemporaneo, quasi un corpo estraneo, indotto dall’esterno (Hitler) nelle nostre vicende nazionali.

La verità dei fatti fu ben diversa: a partire delle infauste leggi razziali del 1938 il governo di allora e gli italiani (che, pur nell’ambito della dittatura, espressero un vasto consenso di massa al fascismo e alle sue politiche, anche di discriminazione) intrapresero autonomamente la persecuzione degli ebrei, sia pure nel quadro di un avvicinamento politico-militare oltre che ideologico con la Germania nazista, e la perseguirono con sistematicità, determinazione e - purtroppo - efficacia.

Il prezzo pagato dagli ebrei in Italia fu altissimo. E se la persecuzione delle vite umane tra la fine del 1943 e la primavera del 1945 fa parte della storia più generale della Shoah (secondo gli studi di Liliana Picciotto provocò la morte di almeno 7.241 ebrei, pari a oltre il 22% della popolazione ebraica italiana), la persecuzione dei diritti subita dagli ebrei tra il 1937-38 e il 1943, costituita di umiliazioni, separazione dagli altri, segregazione, perdita di uguaglianza, cacciata dalle scuole e dai posti di lavoro, razzia di beni e proprietà, sofferenze e suicidi, resta una macchia specifica sulla coscienza e sulla storia italiana, su cui troppo spesso e troppo a lungo si è preferito soprassedere.

Il sistema persecutorio italiano fu il più articolato d’Europa dopo quello tedesco e in quegli anni alcune misure furono addirittura più gravose e vessatorie di quelle attuate dai nazisti. L’apparato amministrativo e burocratico statale si impegnò a fondo e con accanimento nell’applicare le leggi razziali. E così migliaia di professori, maestri, studenti, dipendenti pubblici, militari, impiegati privati, professionisti, da un giorno all’altro furono espulsi dalle scuole, dalle università, dagli uffici pubblici, dalle aziende, dalle forze armate, per il semplice fatto di essere ebrei.

Ma la responsabilità dell’Italia non riguarda solo le leggi razziali e la persecuzioni dei diritti. L’Ordine di Polizia della RSI numero 5, emanato il 30 novembre 1943 e trasmesso il giorno seguente alla radio, annunciò che tutti gli ebrei – «a qualunque nazionalità appartengano» - sarebbero stati arrestati e inviati ai campi di concentramento, fatta eccezione per quelli gravemente malati o di età superiore ai settant’anni. Di conseguenza, la maggior parte degli ebrei che poi trovarono la morte nei lager nazisti, come ha rilevato Michele Sarfatti, fu arrestata dalle autorità italiane e consegnata ai tedeschi. Alcune prefetture e comandi – ha scritto Renzo De Felice – ci misero «uno zelo veramente incredibile, fatto al tempo stesso di fanatismo, di sete di violenza, di rapacità». Tutto l’apparato burocratico italiano fu coinvolto. La «caccia» durò fino alla fine: il 25 aprile 1945, un gruppo di militi fascisti in fuga verso la Francia, si fermò a Cuneo per prelevare sei ebrei stranieri e ucciderli, gettando i loro corpi sotto un ponte. Come dimenticare questo capitolo della nostra storia?

 

(E Polis, 17 ottobre  2009)

 

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