Mario Avagliano

Mario Avagliano

Dal 23 gennaio in libreria "i militari italiani nei lager nazisti" (Il Mulino)

Il nuovo saggio sugli Imi, intitolato I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945), edito da Il Mulino,  in linea con i successivi lavori di Avagliano e Palmieri (sui deportati politici, la persecuzione degli ebrei, gli italiani al fronte e la Repubblica di Salò), ha la caratteristica di raccontare la storia della resistenza senz’armi degli internati non tanto e non solo sulla base dei documenti burocratici già noti alle ricerche esistenti, ma dal basso, cioè attraverso fonti dirette e coeve rintracciate in numerosi archivi pubblici e privati, nazionali e locali, e collezioni private e di famiglia.

In questo libro Avagliano e Palmieri, con il consueto rigore storico che li contraddistingue e un sapiente uso della diaristica e della corrispondenza coeva, per lo più inedita o scarsamente conosciuta, ci conducono per mano in un appassionante viaggio nel mondo degli Imi, che ci fa scoprire aspetti nuovi o poco noti, dal loro bagaglio di umanità alla capacità e al coraggio di resistere a tutte le avversità («una resistenza senz’armi», come recita il sottotitolo), raccontando attraverso le storie individuali la storia collettiva dei 650mila internati militari italiani.

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I prigionieri che dissero no a Salò. «Inutilmente Mussolini insistette»

Nel volume «I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi 1943-1945» (il Mulino) le ricerche di Avagliano e Palmieri sulle lettere e sui diari degli Imi

di Aldo Cazzullo

«Noi non vogliamo restare qui, come qualcuno insinua, per vigliaccheria, quasi imboscati. Siamo tutti ex combattenti, molti decorati, molti volontari. Noi non siamo degli attendisti, come qualcuno ci chiama. Non è per calcolo né per capriccio né per puntiglio, ma solo per coerenza, per un principio di dignità, di onore, di giustizia. Noi siamo uomini, vogliamo essere uomini».

È il 5 aprile del 1944. Sono trascorsi sette mesi dalla sera di settembre in cui la radio ha annunciato l’armistizio e l’esercito italiano si è sfaldato. Per centinaia di migliaia di militari italiani catturati e deportati in Germania è stato un inverno durissimo, di prigionia e lavoro coatto, poiché hanno scelto di non continuare a combattere al fianco degli ex alleati e di non aderire alla Rsi. Uno di loro è il capitano Giuseppe De Toni, nato a Modena, classe 1907, comandante italiano del campo di Hammerstein, che scrive clandestinamente questa lunga e appassionata lettera al fratello Nando, che lo aveva invitato ad optare per uscire dal lager.

 
La copertina de «I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi 1943-1945» (il Mulino, pp. 457, euro 26)
La copertina de «I militari italiani nei lager nazisti.
Una resistenza senz’armi 1943-1945»
(il Mulino, pp. 457, euro 26)

La storia degli oltre seicentomila internati militari deportati nei lager nazisti, gli Imi, che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 rifiutarono di continuare a combattere con la Germania nazista e di aderire alla Repubblica sociale, è una pagina assai rilevante della partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale e della Resistenza, ma è stata a lungo trascurata. Nel 2009 ad aprire la pista a questo percorso fu l’antologia delle lettere e dei diari degli Imi curata da Mario Avagliano e Marco Palmieri. A undici anni di distanza arriva in libreria il nuovo saggio dei due giornalisti e studiosi, I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi 1943-1945 (il Mulino).

In questo libro Avagliano e Palmieri, con il rigore storico che li contraddistingue e un sapiente uso della diaristica e della corrispondenza coeva, per lo più inedita o scarsamente conosciuta, e di altri documenti come i rapporti della censura, le relazioni delle autorità italiane e tedesche, i volantini e i manifesti di propaganda tedesca o della Rsi, conducono il lettore in un appassionante viaggio nel mondo degli Imi, che ci fa scoprire aspetti nuovi o poco noti, dal loro bagaglio di umanità alla capacità e al coraggio di resistere a tutte le avversità, raccontando attraverso le storie individuali la storia collettiva degli internati militari italiani.

I nazisti vietarono severamente agli Imi di tenere diari. «Premetto — avverte infatti un tenente, Giorgio Marras, alla data del 22 gennaio 1944 — che se mi trovano questo diario mi fucilano». Ma nonostante il pericolo la pratica dei diari è abbastanza diffusa, perché «raccontare — come annota Lino Monchieri il 3 ottobre 1943, subito dopo la cattura — è mio dovere. Qualcuno dovrà pure sapere cosa succedeva qui…», anche se «queste disordinate note — è la consapevolezza del capitano Guido Baglioni, il 12 luglio 1944 — non potranno mai rendere i giorni di disperato tormento, di sconforto, di fame e abbrutimento superati più per miracolo che per forza di volontà».

Il viaggio nella memoria si snoda in quindici tappe, quanti sono i capitoli, accompagnate dalle parole vive dei protagonisti dell’epoca (non solo gli internati ma anche i loro familiari e i loro oppressori). La vicenda degli Imi è analizzata nel suo complesso, dalla reazione all’annuncio dell’armistizio alla cattura da parte dei tedeschi, dal viaggio in tradotta verso i lager alle sofferenze patite nei campi e al lavoro coatto, fino alla liberazione e al ritorno in patria. Un’attenzione particolare è stata rivolta alle motivazioni della scelta di fronte alle offerte di adesione alle SS da parte dei tedeschi e a quelle rivolte ai militari italiani dagli emissari della Rsi dopo il ritorno di Mussolini.

Il libro scandaglia tutti gli aspetti della vita quotidiana degli Imi, caratterizzata dall’ossessione della fame, ma anche dagli sforzi compiuti per difendere la loro dignità di soldati e di uomini nell’inferno dei campi, come la fede religiosa, le iniziative culturali, gli espedienti per ricevere e diffondere informazioni (i giornali parlati e le radio clandestine), il rapporto con la popolazione civile, i contatti con i prigionieri e i deportati di altre nazioni, le storie d’amore e di sesso, che in alcuni casi dopo la liberazione si tradussero in matrimoni e in figli (qualcuno tornò a casa con la moglie o la fidanzata tedesca o polacca).

Vengono approfonditi anche profili nuovi o poco conosciuti, come i campi di punizione, le violenze dei carcerieri, le fughe, la collaborazione con la resistenza locale, i casi di resistenza armata, la deportazione dei carabinieri, la seconda prigionia subita dagli Imi liberati da parte dei russi di Stalin o degli jugoslavi di Tito. Gli ultimi due capitoli riguardano la liberazione, il rientro in patria e la difficile reintegrazione degli ex internati.

La vicenda degli Imi, del resto, è stata per decenni pressoché dimenticata, per diversi motivi: il desiderio del Paese di voltare pagina e non sentir più parlare della guerra e delle responsabilità del fascismo; la loro resistenza in nome di un re e di una dinastia andati via dall’Italia; la scelta del silenzio da parte degli stessi reduci, delusi dal mancato riconoscimento della propria esperienza come contributo alla Resistenza; il fardello di aver combattuto la guerra voluta dal fascismo e la memoria della rovinosa dissoluzione dell’esercito all’indomani dell’armistizio, in un clima di tutti a casa. Basti dire che nel 1950, e fino al 1977, agli Imi venne negata la concessione della qualifica di Volontario della libertà perché «questo ministero (della Difesa) è del parere che sia doveroso mantenere una differenziazione fra i civili che volontariamente presero parte all’attività partigiana (...) e i militari che negando la propria collaborazione ai nazifascisti e subendo l’internamento si attennero semplicemente ai doveri derivanti dal proprio stato», senza il «presupposto della volontaria partecipazione alle ostilità contro i nazifascisti».

Eppure nell’esercito degli Imi si ritrovano numerosi personaggi che raggiungeranno posizioni di spicco nella cultura, nell’economia, nello spettacolo e nella politica del dopoguerra, come Alessandro Natta, Vittorio Emanuele Giuntella, Giovanni Ansaldo, Oreste Del Buono, Mario Rigoni Stern, Tonino Guerra, Luciano Salce e Giovannino Guareschi, la cui foto con la matricola di Imi campeggia nella copertina del libro e che, come raccontano Avagliano e Palmieri, con la sua straordinaria verve fu uno dei protagonisti del «no» alla Rsi e della vita culturale e artistica nei lager. Altri internati saranno genitori di personaggi famosi, come l’ufficiale Ferruccio Guccini, catturato in Grecia, padre del cantautore Francesco; Carmelo Carrisi, padre del cantante Al Bano; Giuseppe Di Pietro, padre del magistrato ed ex ministro Antonio; Giovanni Carlo Rossi, padre di Vasco.

Quello che ora è stato tardivamente riconosciuto, e che dagli scritti coevi degli Imi emerge nitidamente, è che ai militari italiani disarmati e internati si deve il primo rifiuto in massa della guerra e del fascismo, con una «specie di plebiscito — come lo ha definito Vittorio Emanuele Giuntella — da parte di una generazione che non aveva mai partecipato a consultazioni elettorali», ferma restando un’aliquota non trascurabile di aderenti di cui pure bisogna tenere conto. In entrambi i casi la scelta non è necessariamente dettata da motivazioni di natura politico-ideologica, ma nel caso dei non optanti risponde in particolare a sentimenti confusi di stanchezza della guerra, sfiducia verso il regime, fedeltà alla divisa e al giuramento prestato al re, smobilitazione interiore, attendismo o mera imitazione dei compagni e dei superiori. Una scelta che gli internati pagano ad un prezzo altissimo, visto che il censimento in corso da parte dell’Anrp (Albo degli Imi caduti nei Lager nazisti 1943-1945) ha accertato al momento 50.834 caduti. Con questo libro Avagliano e Palmieri sviscerano e riempiono di senso il sacrificio di quei militari italiani, e furono la grande maggioranza, che fino alla fine decisero di dire «no», come Giovannino Guareschi indica nella dedica del volume: «Ingannato, Malmenato, Impacchettato / Internato, Malnutrito, Infamato / Invano Mi Incantarono / Inutilmente Mussolini Insistette».

Intervista a Fabrizio Failla, telecronista sportivo

di Mario Avagliano

 

Telecronista di calcio e di pallanuoto, commentatore, inviato a bordo campo. Fabrizio Failla è ormai da qualche anno uno dei giornalisti di punta di RaiSport e più amati dagli italiani. Non a caso nel 2002 è stato chiamato a condurre la Domenica Sportiva, assieme a Massimo Caputi e a Giacomo Bulgarelli. Failla, originario di Nocera Inferiore, fa parte attualmente del team della Rai che segue la Nazionale di calcio. Dal Portogallo, dove è stato in viaggio al seguito degli azzurri di Trapattoni, parla della crisi delle squadre di calcio e lancia una proposta choc a Cavese, Nocerina e Paganese: “Le divisioni del passato non hanno più senso. Diamo vita alla squadra di Cava e dell’Agro, in modo da creare un polo alternativo al Napoli e alla Salernitana”.

Ci parli delle sue origini.

Sono nato a Firenze, nella città di mio padre Ernesto, che è neuropsichiatria, ma sono vissuto e cresciuto tra Nocera e Salerno. Il mio carattere si è forgiato nel meridione, e se sono una persona felice e sorridente, lo devo alle mie origini salernitane. Ancora oggi i miei migliori amici sono quelli della scuola media e del liceo.

Com’era la Nocera della sua adolescenza?

Era una città devastata dalla camorra. Ricordo che negli anni Ottanta, quando uscivi in piazza, dovevi capire lontano da chi dovevi sistemarti per fumare una sigaretta, in modo da non correre il rischio di essere vittima di una sparatoria. Ho visto molti miei conoscenti finire male o addirittura morire.

Era una città devastata anche dal punto di vista urbanistico?

Purtroppo sì. Nocera era brutta, involuta, con un’architettura orribile e poco rispondente alle esigenze della gente. E dopo il terremoto, la situazione peggiorò ancora. Come molte altre città del Sud, fu presa d’assalto dai gruppi di malaffare. La commistione tra camorra, appalti pubblici e politica ha prodotto parecchi mostri dalle nostre parti.

Non salva niente di quel periodo?

Il ricordo più forte per me resta quello del terremoto del 1980, e in quella occasione a Nocera, a Salerno, a Cava, toccai con mano cosa significa la solidarietà e quanto la gente del Sud sia diversa da quella del Centro-Nord per la straordinaria capacità di fare comunità e di condividere sofferenze, sacrifici, difficoltà.

Immagino che in una situazione del genere, per un ragazzo di Nocera come lei, il giornalismo e lo sport fossero visti come un’ancora di salvataggio...

Non proprio. Fare il telecronista, o comunque il giornalista sportivo, è stato sempre il mio sogno, fin da quando ero bambino ed ascoltavo con i miei amici le fantastiche radiocronache di Tutto il calcio minuto per minuto.

Quando ha cominciato a fare sul serio?

Prestissimo, ad appena 15 anni, a Radio Nocera Amica, nella sede di via Nuova Olivella, al confine tra Nocera e Pagani.  

A proposito di Pagani, lei ha giocato con qualche successo nella Paganese calcio.

Io sono sempre stato trasversale. Ero di Nocera e giocavo nella Paganese. E qualche anno dopo, ho seguito come giornalista la Salernitana...

In che ruolo giocava?

Ero portiere, come adesso nella Nazionale dei giornalisti, dove mi capita di giocare contro i grandi campioni di cui una volta collezionavo le figurine, da Giancarlo Antognoni a Roberto Bettega.

Le sue prime radiocronache risalgono ai tempi di Radio Erta, l’Emittente RadioTelevisiva dell’Agro.

Avevo appena 17 anni ed era la stagione della Nocerina in serie B. Fu un’esperienza bellissima. Mi sentivo più grande della mia età perché il sabato partivo in trasferta, al seguito della squadra, e tornavo a casa il lunedì. Per i miei compagni del Liceo G.B. Vico ero quasi un eroe visto che conoscevo personalmente i giocatori. Anche i professori chiudevano un occhio sulle mie assenze.

Dopo la maturità, si iscrive a Giurisprudenza e nel frattempo continua ad occuparsi di sport come giornalista.

Non avevo né agganci politici né conoscenze giornalistiche, e quindi ho dovuto fatto tanta gavetta. Ho collaborato con Il Tempo, con l’Unione Sarda, con Superbasket, con radio e tv locali, fino a quando, nel 1985, sono finalmente approdato al Mattino di Salerno e a Telecolore. Tre anni dopo, nel 1988, alla vigilia delle Olimpiadi di Seul, sono stato assunto alla sede di Napoli.

Il passaggio alla Rai avviene nel 1991.

E da allora non mi sono più mosso da lì.

Quali sono le esperienze che ricorda con più emozione?

Nella pallanuoto, il titolo mondiale vinto dal Setterosa a Perth, nel 1998. Nell’atletica il record mondiale di Carl Lewis sui 100 metri, ai mondiali di Tokyo del 1991. Nello sci, la vittoria olimpica di Tomba nel 1992. Nel calcio, il ricordo più indelebile è la finale degli Europei in Olanda, compresa la coda non proprio emozionante del pestaggio ai giornalisti della Rai da parte della polizia olandese.

Qual è il collega con il quale si trova più in sintonia?

Sicuramente Carlo Paris, un giornalista eccezionale, di grande sensibilità umana e che anche professionalmente sa andare al di là dello sport. E’ uno dei pochi che in questo mondo non si fa prendere dal delirio di onnipotenza.

Oggi come oggi il telespettatore da casa è bombardato dagli eventi sportivi. Le piace come si racconta adesso lo sport?

Non sempre. A me non piace il cotto e mangiato, e spesso il prodotto che si vede in tv è proprio quello, anche a causa dei ritmi incessanti con cui si lavora. Manca uno sforzo di scavo, di inchiesta, di approfondimento.

Per chi ama lo sport, è inevitabile parlare della crisi del calcio. Come se ne esce?

O passa la linea del “tutti colpevole, nessun colpevole”, oppure il calcio chiude per debiti. Le altre soluzioni, coma quella di far partire le squadre fallite da una categoria inferiore, non mi sembrano praticabili perché magari vanno incontro alle esigenze sociali, ma non rispondono certo al codice civile.

Il decreto salva-calcio escogitato dal Governo non poteva funzionare?

No, perché era ideato solo per salvare la baracca. Era un tipo di soluzione ibrida che avrebbe coperto molte responsabilità. Lo Stato non può prevedere l’assistenza alle squadre di calcio per sempre, “a babbo-morto”. Il calcio ha bisogno di una cura forte. Bisogna sanare sul serio le società, anche a costo di passare attraverso le procedure di fallimento.

Dal suo osservatorio privilegiato, come vede lo stato di salute del Napoli, della Salernitana e delle squadre della provincia.

Gli anni belli del Napoli, della Salernitana, della Cavese e della Nocerina, che veleggiavano tra serie A e serie B, sono finiti, sono ormai alle spalle. Le squadre campane, e più in generale quelle del Sud, versano in una situazione difficile e presentano pesanti problemi economici. Non sono ottimista.

Ha qualche proposta da avanzare?

Mi piacerebbe che si costituisse una squadra di calcio di Cava e dell’Agro, che cioè Nocera, Pagani e Cava unissero le loro forze per dare vita a un polo alternativo al Napoli e alla Salernitana. Le divisioni di un tempo non hanno più senso e, anche dal punto di vista economico, una società del genere sarebbe assai competitiva. Ecco, se questo sogno si realizzasse, sarei disposto anche a dare una mano.

Torna mai a Nocera?

Un po’ meno di una volta, perché purtroppo il Napoli e la Salernitana non sono più in serie A, ma quando sono a Napoli per la pallanuoto, ne approfitto per fare una capatina a Salerno o a Nocera ed andare a trovare gli amici. Poi ho casa al mare ad Ascea Marina e trascorro lì ogni momento libero: è il mio buen retiro, non solo d’estate.

Salerno e Nocera sono cambiate rispetto agli anni Ottanta?

Eccome! Salerno è diventata una città assolutamente deliziosa. La giunta De Luca ha effettuato un restyling intelligente, strutturale, armonioso. Basta vedere i vicoli del Porto o di via dei Mercanti... Il recupero del lungomare e della parte storica, che costituisce la memoria di Salerno, è stato realizzato con gusto estetico e con eleganza.

E Nocera?

E’ cambiata in modo radicale, correggendo fin dove era possibile le brutture del recente passato. Trovo che si è sulla strada giusta anche per quanto riguarda la lotta alla criminalità. La città non è più dominata dalla camorra, e questa è una vittoria di cui tutti noi dobbiamo essere orgogliosi. Apprezzo anche il clima di integrazione razziale che si respira a Nocera come a Salerno, di gran lunga migliore rispetto alle città del Centro-Nord.

Com’è Fabrizio Failla nel privato?

Una persona estroversa, che è felice di vivere perché ha realizzato il sogno di quand’era bambino ma che non si prende mai troppo sul serio. Lo sport occupa gran parte del mio tempo, ma quando posso, ascolto musica o vado al mare. Non amo le tecnologie. Piuttosto che passare ore davanti al computer, preferisco leggermi un bel libro.

L’ultimo libro che ha letto?

L’allenatore, di John Grisham, una storia di amicizia, di amore e di football.

Allora è una fissazione!

Eh, sì. Ho la fissa dello sport, che ci posso fare...

 

(pubblicato su “La Città” di Salerno nell’aprile 2004)

 

 

Scheda biografica

 

Fabrizio Failla è nato a Firenze l’8 maggio del 1961, ma ha vissuto fino all’età di trent’anni a Nocera Inferiore. Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Salerno, ha iniziato la sua carriera di giornalista ad appena 15 anni di età, nelle radio locali (Radio Nocera Amica e Radio Erta). Dopo le collaborazioni con Il Tempo, l’Unione Sarda e Superbasket, nel 1985 è entrato nella squadra di cronisti del Mattino di Salerno e di Telecolore. Nel 1988 è stato assunto da il Mattino, presso la sede centrale di Napoli, lavorando allo sport e alla cronaca nera. Nel 1991 è passato alla redazione sportiva della Rai. Da tredici anni segue gli eventi più importanti dello sport mondiale, dalle Olimpiadi ai mondiali di calcio, di sci, di pallanuoto e di atletica leggera. Nel 2002 Failla ha condotto la Domenica Sportiva con Massimo Caputi e Giacomo Bulgarelli. Attualmente è nel team dei giornalisti Rai al seguito della Nazionale italiana di calcio.

 

Intervista a Dante Boninfante, giocatore di pallavolo

di Mario Avagliano

 

Uno dei giocatori italiani di pallavolo più promettenti, è un giovanotto di Battipaglia di 26 anni. Si chiama Dante Boninfante, è alto 1 metro e 88, ha un pizzetto risorgimentale e i capelli lunghi, e gioca nel ruolo di alzatore. Cresciuto nelle giovanili della squadra di pallavolo di Battipaglia che negli anni Novanta colse il traguardo della A1, dal 2002 è nel giro della nazionale di volley, ed ha già vinto uno scudetto, una coppa dei campioni e svariate altre coppe in Italia e in Europa. Quest’anno la sua squadra, la Estense 4 Torri Ferrara, naviga in brutte acque (al momento è penultima in classifica della serie A1), ma lui è sempre tra i migliori per rendimento. Boninfante racconta a la Città la storia della sua carriera. E lancia un allarme: “Dopo gli anni d’oro della A1 e della A2, a Salerno e in provincia il volley rischia di sparire”.

Le sue origini sono di Battipaglia?

Sì, mio padre Antonio era direttore della Cassa Rurale Artigiana di Battipaglia; ora è in pensione. Mia madre Maria Grazia, casalinga, è anche lei di Battipaglia.

Quando ha iniziato a giocare a pallavolo?

Fin dai sette-otto anni di età sono praticamente cresciuto mangiando pane e pallavolo. E i miei primi insegnati, sono stati proprio i miei genitori. Mio padre, infatti, aveva fondato insieme ad un amico una società di pallavolo che arrivò fino alla serie C, rivestendo la carica di presidente e per un periodo anche di allenatore. Poi è stato segretario generale della grande squadra del Battipaglia Volley che è stata in serie A1. Mia madre, oltre a giocare, ha allenato una squadra femminile di pallavolo in serie C e D.

In che momento la pallavolo è diventata una cosa seria per lei?

Prestissimo. A nove anni ho cominciato a giocare nelle giovanili della Paif Italia Battipaglia. Allora era davvero una bella società, molto ben organizzata, un po’ come quelle del Nord. Non a caso raggiunse il traguardo della A1. Ebbene, nel 1991 ero titolare dell’Under 14, e con quella squadra vincemmo il campionato nazionale a Boario Terme. Erano gli anni del boom del volley italiano, grazie alla vittoria ai mondiali. Tutte le squadre di serie A erano a caccia di campioni in erba. Così ricevetti offerte dal Modena, dal Ravenna e dal Treviso. Non ancora quindicenne, feci le valigie e con il mio amico Cosimo Gallotta, che è di Oliveto Citra, mi trasferii in Veneto.

Come mai scelse Treviso?

La Sisley Treviso invitò la mia famiglia e quella di Cosimo a visitare le strutture sociali, il Centro Sportivo, gli alloggi dei giocatori. Ci innamorammo di Treviso e di come era organizzata la società, e così optammo per la Sisley. Non me ne sono mai pentito, e neppure Cosimo, visto che anche lui gioca in A1, a Parma. Mia moglie Marika è di Treviso, e abbiamo  casa lì.

A quattordici anni è dura lasciare i genitori, gli amici, la propria città…

Il primo periodo fu entusiasmante. Un po’ la novità della città, un po’ il fatto di essere lontani da casa e quindi più liberi da vincoli. Poi, però, cominciai a sentire la mancanza dei genitori e degli amici, ad avvertire tutta la difficoltà di dover affrontare da solo i problemi della scuola. Mi mancava l’affetto dei miei, il calore del Sud, anche il mare. Il clima del Nord è freddo: d’inverno - a differenza che a Battipaglia - fare una passeggiata è quasi impossibile, si vive chiusi in casa, e quindi quando veniva l’estate mi godevo due mesi nella mia città.

Tra il 94 e il ‘97 arrivano i primi successi.

Con la Sisley Treviso ho vinto i campionati nazionali Under 16, 18 e 20. Ma in una società così imbottita di campioni, conquistare la prima squadra era complicato. E così, per farmi le ossa, nella stagione 1997-1998 sono stato ceduto in prestito alla Com Cavi Multimedia Napoli, in A1.

L’anno dopo passa alla Caffè Motta Salerno, in A2, sempre con la formula del prestito.

Quella è stata un’esperienza bellissima per me. Giocare titolare in A2, ad appena vent’anni, mi ha fatto crescere molto. Era una squadra giovanissima, ricca di talenti. Per esempio c’era Simeonov, che ora è uno dei più forti attaccanti del campionato. Peccato che la società, che pure era organizzata bene, non avesse molto seguito in città. Così, ahimè, siamo retrocessi. D’altra parte era l’anno della Salernitana in serie A e tutta l’attenzione dei salernitani era rivolta al calcio.

Nel ’99 rientra a Treviso, in A1, e in due stagioni vince praticamente tutto.

In due anni vincemmo lo scudetto, la coppa Italia, la supercoppa europea e quella italiana. Ricordo in particolare la stagione 1999-2000. Il titolare nel ruolo di palleggiatore era Nicola Girbic, io ero secondo, ma quell’anno lui ebbe diversi problemi fisici, così io giocai moltissimo e mi tolsi parecchie soddisfazioni. La stagione successiva, invece, fu ingaggiato un grande campione come Fabio Vullo, e gli spazi per me si dimezzarono. Devo dire però che ho imparato tanto da lui, mi è servito per assimilare una grande esperienza visiva.

Nell’estate del 2001 viene acquistato dalla Yahoo Ferrara.

Volevo giocare da titolare e quindi la decisione di andare via da Treviso fu inevitabile. La società ferrarese e l’allenatore Prandi hanno scommesso su di me, e credo sia andata bene. Abbiamo raggiunto la semifinale dei play-off, il ct Anastasi mi ha convocato in nazionale e nel 2002 ho giocato la world league.

Quest’anno ci sono le Olimpiadi. Spera in una convocazione?

Francamente è poco probabile. L’attuale ct Gian Paolo Montali ha deciso di puntare sul gruppo che ha vinto gli europei. Comunque la speranza è l’ultima a morire, in agosto sono stato convocato agli allenamenti della nazionale e quindi non si sa mai…. E poi gli alzatori hanno una vita sportiva assai longeva, che dura quasi fino ai 40 anni di età, quindi ho ancora molte frecce nel mio arco.

Il fatto di militare in una squadra che è penultima in classifica non l’aiuta.

L’anno scorso abbiamo conquistato il 5° posto. Ora la squadra è completamente cambiata, dei “vecchi” siamo rimasti in tre. Speriamo di recuperare strada, il campionato è difficile ma è ancora lungo, e la società di Ferrara è solida.

Chi è il campione a cui si ispira?

Sicuramente Paolo Tofoli. Magari poter fare la sua carriera: ha vinto mondiali ed europei e a 37 anni sta ancora lottando per lo scudetto!

Intanto a settembre è convolato a nozze.

E ora io e Marika siamo in trepidante attesa di un bambino. Nascerà a giugno.

Com’è nel privato Dante Boninfante?

Sono un tipo molto tranquillo, forse anche troppo, e disponibile con tutti. Difetti? Sono un perfezionista e sono anche un po’ permaloso. Ho un cane labrador, adoro il cinema e i videogiochi, mi piace ascoltare i Pearl Jam e gli U2, e i miei piatti preferiti sono la carne alla griglia e le mozzarelle di bufala. Quando capito a Battipaglia, ne prendo sempre alcuni chili per me e per gli amici di Treviso e di Ferrara, che ne vanno matti.

Torna spesso a Battipaglia?

Ci sono stato durante le vacanze di Natale. La mia famiglia è tutta lì, i miei genitori, mio fratello Fabio e mia sorella Carmen, i miei zii, i miei cugini. Ho notato con piacere che negli ultimi anni la città è migliorata, sia sotto il profilo urbanistico sia per la qualità della vita che offre. Anche se, per un giovane, le opportunità di sfondare sono ancora inferiori rispetto al Nord.

Anche nello sport?

Purtroppo sì. E questo vale ancora di più per la pallavolo. La stagione d’oro di Salerno e Battipaglia nella serie A del volley è alle spalle, è finita. In provincia di Salerno la pallavolo continua solo grazie all’impegno e al sacrificio di pochi appassionati, senza sostegni né da parte degli imprenditori né delle istituzioni. Penso al gruppo di miei amici che ha costituito una società a Battipaglia che, partendo dalle promozioni, ora ha raggiunto la serie C. E’ chiaro che nel vuoto assoluto, non possono emergere nuovi talenti. Risultato? Io e Cosimo Gallotta siamo gli unici due salernitani che giocano in A1.

Dopo tanti anni al Nord, si sente ancora salernitano?

Sono orgoglioso di essere salernitano e meridionale. Le origini non si cancellano. La mia educazione e l’attaccamento alla famiglia sono valori importanti per me.

A proposito di Salerno, esprima un giudizio spassionato sui cambiamenti degli ultimi anni.

Salerno è cresciuta in modo straordinario e negli ultimi anni è stata abbellita tantissimo. Per organizzazione e qualità della vita, assomiglia ad alcune città del Nord. L’unico neo è lo stato di abbandono in cui versa la litoranea.

Parliamone.

La fascia costiera da Salerno a Battipaglia potrebbe essere sfruttata molto meglio. Se fosse ripulita e dotata di strutture adeguate, non avrebbe nulla da invidiare alla riviera romagnola e ne trarrebbe vantaggio tutta la città. E’ una zona dal potenziale elevato. Peccato!

 

(pubblicato su “La Città” di Salerno nel febbraio 2004)

 

 

 

 

Scheda biografica

 

Dante Boninfante nasce a Battipaglia (Sa) il 7 marzo del 1977. E’ alto 1.88 cm ed ha un peso forma di 90 chili. Ha iniziato a giocare pallavolo nelle giovanili della Battipaglia, come palleggiatore. Nel ’94 è stato ingaggiato dalla Sisley Treviso, dove ha fatto tutta la trafila delle giovanili, vincendo i campionati nazionali Under 16, Under 18 e Under 20. Ha debuttato in serie A1 nella stagione 1996-1997, nelle file della Sisley Treviso. L’anno dopo è andato in prestito alla Com Cavi Multimedia Napoli, sempre in A1. Nel 1998-1999 ha giocato come titolare nel Caffè Motta Salerno, in serie A2. Nel 1999 è rientrato alla Sisley Treviso e in due anni ha vinto una Supercoppa Europea (1999), una Coppa dei Campioni (2000), una Coppa Italia (2000), una Supercoppa Italiana (2000) e il suo primo Scudetto (2001). Dalla stagione 2001-2002 gioca come palleggiatore titolare a Ferrara, in serie A1. Con la squadra di Ferrara ha vinto una Supercoppa Italiana (2001) e l’anno scorso ha partecipato ai play-off. E’ entrato nel giro della nazionale A nel 2002. Con la nazionale B ha vinto la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo 2001.

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