Mario Avagliano

Mario Avagliano

Lo Stato riconosce lo straordinario interesse storico della Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria di Barletta

Dopo oltre trent'anni di ricerca condotti in tutto il mondo dal pianista pugliese Francesco Lotoro presso archivi, biblioteche e collezioni private allo scopo di recuperare l’intero corpus musicale creato in tutti i siti di prigionia, deportazione e cattività civile e militare tra il 1933 (anno dell’apertura del Lager di Dachau) e il 1953 (morte di Stalin e graduale liberazione degli ultimi prigionieri di guerra detenuti nei Gulag sovietici), arriva un importante riconoscimento da parte dello Stato italiano che attesta ufficialmente il valore storico-culturale dell'Archivio e della Biblioteca costituiti dal musicista e oggi consegnate alla Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria di Barletta .
Trattasi di un vasto patrimonio di oltre 8.000 partiture di ogni genere musicale, 12.000 documenti concernenti la produzione musicale nei Campi e 3.000 pubblicazioni sull'argomento che a partire dal 31 marzo scorso, con apposito Decreto della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Puglia, è stato riconosciuto di “interesse storico particolarmente importante” e, pertanto, sottoposto a vincolo ai sensi del Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 e successive modificazioni recante il “Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137”.
Come si legge nelle motivazioni del provvedimento, il riconoscimento si fonda sul fatto che l'Archivio e la Biblioteca assolvono l’obiettivo primario posto sin dalla loro costiuzione “che non è solo quello di conservare ed archiviare” ma, attraverso lo studio dei materiali musicali, di mettere le partiture nelle condizioni di essere eseguite “con lo scopo di favorire la conoscenza, promozione, valorizzazione, diffusione della musica concentrazionaria”.
Per tali motivi, sottolinea il decreto, “essi rappresentano un patrimonio di valore unico ed inestimabile a livello internazionale per la ricostruzione delle vicende inerenti la musica concentrazionaria”; la decisione della Soprintendenza, facente capo al Ministero della Cultura, è stata adottata sulla base di una accurata relazione tecnico-scientifica redatta da tre esperti previo sopralluogo a Barletta nella sede della Fondazione Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, ente no-profit che Lotoro con un ristretto gruppo di soci (tra cui l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) ha costituito nel 2014 e che oggi è promotore del grande progetto di realizzazione di una Cittadella della Musica Concentrazionaria che sorgerà su una vasta area di archeologia industriale appositamente recuperata, a totale finanziamento pubblico.
La Cittadela sarà costituita da Campus, Aule e Aula Magna, Bibliomediateca delle Scienze Musicali, Thesaurus Memoriae Museum, Teatro Nuovi Cantieri, Polo Nazionale della Musica Ebraica, Libreria del Novecento, Guest Room, Centro ricerche del Thesaurus Musicae Concentrationariae, Laboratori di restauro del materiale cartaceo e videofonografico, Cafè Letterario, Ristorante; un patrimonio universale in un bellissimo progetto di riqualificazione dell’area della Distilleria destinato a diventare Hub mondiale della Musica del Novecento.
Il decreto della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Puglia dichiara che “l’Archivio e la Biblioteca dell’Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria [...] per la rilevanza delle fonti documentarie conservate, per le vicende storiche a cui si riferiscono, possono considerarsi facenti parte del patrimonio culturale universale dell’uomo”.
A margine del decreto di tutela, il pianista Lotoro ha dichiarato: “il vincolo posto dalla Soprintendenza è il più importante traguardo raggiunto sinora dalla Fondazione ma è un risultato che tutti possono orgogliosamente affermare di aver raggiunto; la musica concentrazionaria è un Patrimonio del genere umano e ogni step raggiunto da tale ricerca è un passo in avanti di uomini e donne che credono tenacemente in un mondo migliore. Mai come in questi momenti abbiamo bisogno di grandi traguardi artistici, culturali e umani. Siamo a un passo dall’obiettivo finale, la Cittadella. Confidiamo nel sostegno di tutte le Istituzioni”.

Paisà, sciuscià e segnorine

di Andrea Manzella

 

1. Questa di Avagliano e Palmieri (Paisà, sciuscià e segnorine. Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile, Il Mulino) è una narrazione puntiforme della tempesta perfetta che si abbattè sul Mezzogiorno d’Italia nei venti mesi tra il 1943 e il 1945. Da essa si possono ricavare - intrecciate tra loro nel tempo, ma autonome nella loro sostanza - tre storie: una storia politica, una storia militare, una storia sociale. La storia politica è quella della “King’s Italy” - come la chiamarono gli Alleati - del Regno del Sud (secondo la formula del libro pioneristico di Agostino degli Espinosa, 1946). Comincia, come molte vicende di quel tempo, a Radio Bari, da dove l’11 settembre parlò il Re, fuggito da Roma: «per la salvezza della Capitale e per potere pienamente assolvere i miei doveri di Re, col Governo e con le Autorità militari, mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale». Il territorio “nazionale” era ridotto alle province di Bari, Lecce, Brindisi, Taranto : lasciate formalmente “libere” dagli Alleati. La gran parte dei ministri del governo Badoglio era rimasta a Roma. I superstiti si riunirono in Vaticano, per l’ultimo Consiglio dei ministri : per autosciogliersi. A Brindisi e sparpagliato tra varie località pugliesi, vi era, in sostituzione, un “governo di sottosegretari” (p. 155). Le condizioni operative sono più che precarie. Mancano perfino i dattilografi. Badoglio è costretto a scrivere a mano le comunicazioni ufficiali da consegnare agli Alleati. Eppure non è una “parvenza” di Stato. È il punto simbolico di legittimità a cui guarderanno le poche forze armate che non si sono arrese, i 600 mila prigionieri avviati in Germania, la flotta che amarissimamente si consegna a Malta (dopo la perdita della corazzata “Roma”), ma anche i cadetti dell’Accademia di Marina che fuggono su un mercantile da Venezia per raggiungere fortunosamente Brindisi. È anche il “territorio” statuale in cui sarà possibile che nuovi partiti politici potranno cominciare a pensare a come rinnovare lo Stato. Paradossalmente quella precaria “continuità” dello Stato è la premessa della sua ri-costituzione. Il Congresso di Bari del 28-29 gennaio 1944 è giustamente salutato dalla Gazzetta del Mezzogiorno come il «primo congresso antifascista dell’Europa liberata» (p. 146). Nel discorso di Michele Cifarelli che l’introdusse, come in quello di Benedetto Croce che avviò il dibattito vi è questa consapevolezza “europea”. «All’Italia prima terra d’Europa liberata» - dirà Croce - «gli altri paesi europei guarderanno come il saggio della loro nuova vita». Ma soprattutto nel Congresso si pongono le premesse delle “Costituzioni provvisorie” che - nella dialettica continuità/rinnovamento - si susseguiranno sino al 2 giugno 1946. Senza interruzioni della legalità vigente, si arrivò alla “rivoluzione” dello Stato repubblicano. Queste premesse costituzionali si trovano ancora una volta nella denuncia di Croce a quel Congresso: fino a che il Re rimane «noi sentiamo che il fascismo non è finito, che ci rimane attaccato addosso». Eppure quel Congresso fondativo era stato all’inizio proibito dai “governatori” occupanti. Ma una significativa mobilitazione internazionale, dei laburisti nel Regno Uniti e dei democratici negli Stati Uniti, avevano superato le resistenze dei militari. Questi riusciranno però ad impedirne la radiocronaca. Una registrazione arrivò però ugualmente alla BBC e a Radio Londra. Quel Congresso italiano d’avanguardia fu così conosciuto in tutto il mondo. Dopo il regime del “partito unico” - e ancora nell’ “anello di ferro” in cui era mantenuta quella parte d’Italia (è il lamento di Badoglio a Roosevelt, p. 173) - nasce lo “Stato pluralistico dei partiti”. La prima a riconoscerlo è la Russia sovietica. Dopo un incontro di Badoglio con Vyšinskij, l’URSS è la prima nazione a ristabilire le relazioni diplomatiche con l’Italia, già il 13 marzo 1944. Il primo ambasciatore italiano a Mosca è Pietro Quaroni. Per un suo articolo “non ortodosso” sulla politica etiopica fascista, era stato inviato per punizione in Afghanistan. Nel caos del mondo si trova così ad essere il diplomatico, leale allo Stato monarchico, più vicino al confine russo, lungo il fiume Amur. Due settimane dopo, ritorna Togliatti da Mosca. È il punto preciso del tempo in cui veramente rinasce il Partito comunista italiano fino allora una «galassia di corpuscoli divisi tra loro» (p. 160). Un acutissimo scrittore inviato di guerra, Norman Lewis, annota subito profeticamente: «ci sono tutte le premesse perché il partito diventi il più forte partito comunista al di fuori dell’URSS», proprio perché «annovera un’alta percentuale di intellettuali borghesi». Gli inglesi e gli americani, invece, ci faranno aprire le ambasciate a Londra e Washington solo il 28 settembre, sei mesi dopo dell’URSS (p. 201). Eppure l’Italia è “cobelligerante” dal 13 ottobre 1943. Da quando ha dichiarato la guerra alla Germania. Ma all’apertura sovietica, all’atteggiamento tutto sommato amichevole degli USA, corrisponde una tenace resistenza di Winston Churchill per il mantenimento dell’immobilismo nella situazione italiana. «Sono certo - dirà con il suo consueto realismo - che il Re e Badoglio sarebbero in grado di fare per noi più di qualsiasi governo italiano formato da esuli e avversari del regime fascista». E poi, il 22 febbraio 1944, nel “discorso della caffettiera” andrà oltre: sostenendo che l’unico governo possibile era quello di Badoglio perché «quando occorre tenere in mano una caffettiera bollente è meglio non rompere il manico finché non si è sicuri di averne un altro ugualmente comodo e pratico». La furibonda reazione a queste parole da parte dei partiti italiani - pur repressa nelle intenzioni di sciopero generale - è però tale da attestare che anche il manico della caffettiera di Churchill è divenuto incandescente. Il 24 aprile 1944, infatti, è la «svolta di Salerno». Il Re Vittorio Emanuele ha accettato di ritirarsi appena liberata Roma. Ma intanto è lui, a Ravello, che riceverà nelle sue mani il giuramento del II governo Badoglio: con Croce, Togliatti, Gullo, Aldisio, e perfino il repubblicano conte Sforza. Dopo la liberazione di Roma (con la ritirata tedesca ordinata da Hitler: per preservare il “centro di civiltà più antico del mondo”, p.187) il tempo di Badoglio sarà però anch’esso scaduto. Nasce il governo Bonomi con tutti i partiti antifascisti. Ma il maresciallo esautorato avrà modo di “cantarla” duramente ai “nuovi venuti”: «mentre voi eravate nascosti o chiusi nei conventi, chi ha lavorato, assumendo le più gravi responsabilità, è quel militare che non appartiene a nessun partito». La protesta più rabbiosa è però quella, coerente, di Winston Churchill che in un telegramma a Roosevelt, accusa gli alleati di aver sostituito Badoglio con un «gruppo di anziani e affamati politicanti» (p. 200). La macchina della politica nazionale si era però ormai messa in moto. L’Italia procedeva verso la riunificazione proprio mentre in Sicilia iniziava la gravissima crisi del separatismo. La “questione regionale” si apriva, in un certo senso distorto, non solo in Sicilia: e non sarà veramente risolta fino ai giorni nostri.

2. Lo stesso assetto costituzionale del nuovo Stato sarà infatti condizionato dalla storia sociale del Regno del Sud. I moti siciliani che hanno il loro epicentro nella “strage del pane di Palermo” (repressa nel sangue dai militari della divisione Sabauda, comandata dal generale Castellano, lo stesso dell’armistizio di Cassibile); e i moti sardi scoppiati a Sassari (con protagonista il giovanissimo Enrico Berlinguer, imprigionato per cento giorni) (pp. 319-321) sfoceranno alla fine nei due Statuti speciali, anteriori alla Costituzione repubblicana. Nel retroscena siciliano, poi, vi era stata quella che sembra la prima “trattativa Stato-mafia”, condotta proprio dal generale Castellano, che, con i suoi “buoni” rapporti, riuscì ad ottenere l’appoggio dell’“alta mafia” contro il dilagante fenomeno del banditismo (l’ «ora basta!» di don Calogero Vizzini, p. 337). Si “riconosceva” dunque l’egemonia di di un “potere altro”: anche se dai loro rapporti risulta che la mafia fu più un problema per gli Alleati (la cui origine era attribuita agli “interpreti” italo-americani che si erano portati dietro) che non la risorsa che favorì l’invasione militare, di cui a lungo si favoleggiò (p. 329). L’epilogo istituzionale del regionalismo “speciale” rappresenta, almeno da questo angolo visuale, quasi un attestato della singolare esperienza meridionale, segnata da tragedie individuali e collettive, provocate dalle due successive occupazioni militari. Avagliano e Palmieri ne fanno un resoconto minuto, localizzato e spesso personalizzato. Emergono i misfatti tedeschi: con la loro cieca applicazione di una sorta di diritto di guerra in rappresaglie e rastrellamenti di lavoratori coatti per la loro macchina bellica, affamata di uomini. Emergono i misfatti degli Alleati, originati piuttosto da criminalità comune nelle loro fila: ma anche con barbare uccisioni di gruppi di prigionieri di guerra italiani nei primi giorni dell’invasione siciliana e anche -e sopratutto- con quel generale diritto di stupro e di vendetta che i comandanti francesi consentirono alle loro truppe africane. Il dramma delle donne “marocchinate” provocò la protesta ufficiale del pur flebile governo Bonomi. E fu un enorme contributo alla efficacia della propaganda fascista dal Nord.

3. La storia militare di quegli anni è indistricabile da questa scia di profondo perturbamento sociale, così come dagli sforzi di ricostruzione politica. Quando alle 18.15 del 18 agosto 1943 Badoglio ed un redivivo Vittorio Emanuele Orlando si rivolgono da Radio Roma ai “fratelli siciliani” invasi, dalle loro parole traspare già la rassegnazione all’inevitabile-sconfitta. L’evacuazione dell’isola è avvenuta perfettamente il giorno prima: è stato uno stupefacente capolavoro militare tedesco. Nello stretto di Messina, grazie a un efficacissimo fuoco antiaereo dalle due sponde, si sono ritirati in Calabria più di centomila uomini (60mila italiani, 40mila tedeschi) e migliaia di tonnellate di materiale bellico. Ma i tedeschi già apprestano le loro successive linee difensive nella Penisola: l’ “ordine” militare contro il disordine dell’impotenza . Tuttavia, quando Badoglio e il Re si ritroveranno nel “ridotto” delle quattro province pugliesi, il loro primo sforzo è quello di riorganizzare un primo nucleo militare che attestasse - nell’unico modo concreto consentito in quelle condizioni - una continuità simbolica dello Stato monarchico. Già il 24 settembre (mentre il Re proclama da Radio Bari la lotta contro «l’inumano nemico della nostra razza e della nostra civiltà»: parole surreali in quanto riservate ad un alleato di appena 16 giorni prima) si costituisce una unità motorizzata di 5 mila uomini (p. 346). È l’inizio della “cobelligeranza”: accolta con estrema freddezza dagli Alleati (nonostante gli sforzi ripetuti di Badoglio, che scrive ad Eisenhower: «abbiamo chiesto l’armistizio perché deboli ma non siamo dei poltroni» ed arriverà ad offrire le sue dimissioni nel caso che l’ostacolo al riarmo fosse stata la sua persona, p. 354). Il “battesimo del fuoco” sarà a Montelungo il 26 novembre: una piccola vittoria, dal grande significato, pagato a carissimo prezzo, 82 caduti e 160 dispersi. È a Scapoli, paesino del Molise, che le unità militari del Regno del Sud, assumeranno il nome di Corpo italiano di liberazione. Gli Alleati faranno tornare dalla onorevole prigionia in Tunisia il maresciallo Messe, non compromesso dunque con il disastro della dissoluzione militare dopo l’armistizio. Sarà il nuovo capo di Stato maggiore. Alla fine del conflitto il Corpo - che opererà sul versante adriatico con i polacchi del generale Anders - avrà 200 mila uomini e conterà 8100 caduti (p. 356). Accanto alla ricostituzione di una entità militare “regolare”, il Regno del Sud vedrà tentativi di volontariato, in un certo senso politico: tentativi nettamente stroncati dagli Alleati. Sarà Benedetto Croce a redigere e firmare, già l’11 ottobre 1943, un “manifesto per la chiamata di volontari” (p. 349). Ci sarà anche, più tardi, nel luglio 1944, un appello di Togliatti. In realtà i volontari, nonostante tutto, affluiscono in buon numero in un campo allestito a Cesano. Non troveranno né equipaggiamento né inquadramento. Rabbia e ribellione accoglieranno, invece, soprattutto in Sicilia, i bandi militari di leva del governo Badoglio. «Non vogliamo andare contro i nostri fratelli del Nord»: il movimento “Non si parte” vedrà uniti separatisti e neofascisti. A Comiso questo eterogeneo connubio fonda addirittura una sedicente repubblica indipendente. Durerà una settimana: sotto minaccia militare la “repubblica” si arrende. Trecento rivoltosi saranno confinati. Ad essi Mussolini conferirà la medaglia d’argento della sua Repubblica sociale. In via più generale, il libro sottolinea che l’attenzione riservata ai “clandestini” neo-fascisti operanti dietro le linee alleate, era già risuonata nel famoso ultimo discorso di Mussolini al Lirico di Milano: troveremo al Sud «più fascismo di quanto ne abbiamo lasciato». A questa "resistenza" fascista aveva dato un formidabile contributo ideale la distruzione del secolare monastero di Montecassino: avvenuto - per inesistenti necessità belliche degli Alleati - nonostante che i loro Monuments Officers fossero già operanti per tentare di preservare il nostro patrimonio artistico dalle offese di guerra. Dopo quella devastazione che provocò fortissima emozione nel mondo cattolico degli stessi Paesi alleati, la Repubblica Sociale Italiana emetterà una serie di francobolli con i danni arrecati dai bombardamenti a vari nostri monumenti, con la scritta hostium rabies diruit. Eventi e fermenti della tragedia nazionale, poco conosciuti: la storia del Sud sarà oscurata dagli eventi fondativi della Resistenza al Nord e della resa tedesca. Quasi a segnare funestamente l’inizio e la fine della guerra al Sud, ci saranno due catastrofi che colpiranno il porto di Bari, la prima “capitale” di quel Regno. Il bombardamento aereo tedesco del 2 dicembre 1943: considerato il maggior successo della Luftwaffe in tutta la guerra (venti grandi navi affondate e fra esse la nave alleata esplosa con un suo carico di iprite, coperto da disumano “segreto militare” che condusse alla morte “sconosciuta” centinaia di lavoratori portuali: mille vittime italiane, mille le alleate). E lo scoppio del piroscafo Henderson saltato in aria provocando quasi 400 vittime, ancora nella luttuosa prima linea i lavoratori portuali baresi: era il 9 aprile del 1945. Erano passati 19 mesi dall’8 settembre; mancavano 16 giorni al 25 aprile.

4. Per molti ragazzini del Regno del Sud il segno che la guerra fosse veramente finita e l’Italia riunificata, fu quando la Mondadori riprese, come se nulla fosse successo, il loro abbonamento a “Topolino” (anche se erano stati nel frattempo compensati dagli splendidi settimanali nati a Roma: “Il Vittorioso”, con i geniali fumetti di Jacovitti, e “L’Intrepido”). Già Fausto Coppi, reduce della prigionia, su una bicicletta regalatagli da un falegname di Somma Vesuviana, aveva fatto in tre giorni gli 800 chilometri che lo separavano da Napoli alla sua casa di Castellania. Riprendeva il campionato di calcio: ancora in due gironi con un turno finale unificato che vide le squadre del Nord largamente dominanti. A Napoli due creazioni artistiche erano state come il sigillo filosofico di una grande tragedia: Napoli milionaria di Eduardo de Filippo («Ha da passa’ a’ nuttata») e Simmo ‘e Napule paisà di Peppino Fiorelli («chi ha avuto, ha avuto, ha avuto /chi ha dato, ha dato, ha dato…scurdammoce ‘o passato»). Sembrava che con quelle parole di speranza e di pacificazione, il Sud volesse dare all’Italia intera il segnale di una Ricostruzione morale e materiale che cominciasse proprio lì, da Roma in giù. In fondo, le tante, dettagliate notizie contenute in questo libro ricordano che la politica, nella sua forma più alta, era rinata proprio lì. A Bari, prima, a Napoli e Salerno poi, una nuova concezione dell’Italia aveva preso forma. Erano tutti lì: da Benedetto Croce ad Aldo Moro, da Carlo Azeglio Ciampi a Michele Cifarelli, da Alcide De Gasperi a Palmiro Togliatti, da Tommaso Fiore a Corrado Alvaro, alla vivacissima Alba de Cespedes. Perfino la prima effervescenza dell’endemico populismo italiano era apparsa lì : con il grande successo dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini. Ma c’era stato anche Giuseppe Di Vittorio, che con le lotte contadine, aveva offerto il primo esempio di un “sindacalismo” radicale e nazionale. Con responsabilità e pazienza, che oggi appaiono leggendarie, si erano gradualmente escogitate soluzioni istituzionali, che avrebbero assicurato la transizione legale dallo Stato monarchico a quello repubblicano. Nel Regno del Sud si era formato-come si è visto- il Corpo italiano di liberazione: l’unico punto di riferimento di quadri militari dopo l’armistizio che conferiva una qualche concretezza alla “cobelligeranza” contro il nazifascismo. Il mantenimento in vita di una certa idea di Patria. Radio Bari («qui parla Radio Bari, libera voce del governo d’Italia») e la Gazzetta del Mezzogiorno (l’unico giornale d’Italia a non sospendere le pubblicazioni neppure per un solo giorno in tutti gli anni di guerra, p. 379) furono le voci che attestarono che non tutto lo Stato era scomparso nella voragine delle invasioni. E che uno Stato c’era, con la sua legittimazione, di fronte alla Repubblica Sociale che sembrava attestare solo una reviviscenza del fascismo. Poi ci fu il “vento del Nord” che portò la grande ansia di rinnovamento di un Resistenza italiana connessa a quella europea. Certo, il Sud non fu dimenticato: anche se passarono 5 anni prima della creazione della Cassa per il Mezzogiorno di De Gasperi e Pasquale Saraceno (1950). Ma, anche dopo aver letto il libro di Avagliano e Palmieri, con il suo caleidoscopio di multiformi vicende, si ha la sensazione che poco o nulla fu fatto per mantenere al Meridione del Paese il ruolo “protagonista” con cui aveva affrontato le vicende belliche in cui fu tanto duramente coinvolto. E che avevano fatto constatare, con la vista lunga di Ugo La Malfa, proprio mentre la “politica” si spostava a Roma: «la guerra passata con violenza estrema ha disarticolato completamente un territorio povero, in alcune zone poverissimo» (p. 209). Certo, tante cose sono mutate da quei giorni lontani: ma di quel “protagonismo” non più ritrovato è forse un simbolo La Gazzetta del Mezzogiorno. Non aveva mai chiuso negli anni più bui. Ha chiuso il 1° agosto 2021.

(Rivista Giuridica del Mezzogiorno, 20 dicembre 2021)

La sfida vinta dell’Università di Salerno: visione progetto e storia della Facoltà di Medicina

Diciassette anni fa, il 18 ottobre 2005, con la firma in calce dell’allora ministra Letizia Moratti allo specifico Accordo di programma nasceva la Facoltà di Medicina dell’Università di Salerno. L’ateneo completava con l’aggiunta di un importante e strategico segmento la sua offerta formativa. Si trattò di un traguardo rilevante raggiunto con impegno congiunto della comunità accademica e delle istituzioni del territorio, consapevoli del valore della presenza di quella decisiva infrastruttura di formazione e ricerca.

La vicenda è ricostruita nel volume “La sfida vinta dell’Università di Salerno: visione progetto e storia della Facoltà di Medicina” (Editoriale Scientifica, pag. 327, euro 28,00) scritto dall’ex rettore Raimondo Pasquino, protagonista di quella “impresa” culturale, e dal giornalista Mariano Ragusa.

Strutturato su più piani narrativi, il libro raccoglie testi redatti da Pasquino ed una lunga conversazione dello stesso ex rettore con Mariano Ragusa. La pubblicazione si arricchisce, tra gli altri, con gli interventi di Giorgio Donsì, predecessore di Pasquino che avviò il progetto, Carmine Vecchione, direttore del Dipartimento di Medicina, e le testimonianze di tre dei primi laureati oggi professionisti medici affermati nei relativi campi di lavoro.

Completano la pubblicazione tutti i documenti istituzionali che scandiscono il percorso istitutivo della Facoltà e una ricca sezione fotografica.

Senza retorica celebrativa, il volume si concentra sui fatti per raccontare la complessità, le difficoltà e gli ostacoli che il progetto-Medicina ha incontrato sulla propria strada. Strada complessa per un ateneo del Mezzogiorno che aveva scelto l’autonoma istituzione della Facoltà e non quale derivato di processi di “gemmazione” da altre importanti università.

Da questo punto di vista le pagine del libro offrono anche una utile e per certi aspetti inedita ricostruzione delle dinamiche interne al sistema universitario nazionale e nei rapporti di quest’ultimo con il mondo delle istituzioni politiche.

 “Nella realizzazione della Facoltà di Medicina – precisa Pasquino - siamo stati mossi da una visione del ruolo che una Università deve avere nella formazione e nella ricerca e del suo stringente rapporto con il contesto nel quale è chiamata ad operare. Visione significa chiarezza dei fini e loro traduzione nella concretezza di un progetto e di un chiaro metodo attuativo. Il presupposto è stato quello di una coerente progettualità e non dell’esaudimento di generiche richieste ed aspettative da parte della politica o di interessi personali e di gruppo”.

Il libro non rinuncia a rivolgere anche uno sguardo al futuro ed evidenzia la consapevolezza degli ulteriori passi da compiere soprattutto in direzione del livello delle eccellenze richiesto dalla complessità nella quale oggi si muovono ricerca scientifica, formazione delle professionalità mediche e politiche di cura.

Quando era il Sud a protestare contro Roma

La caduta del fascismo a fine luglio del 1943 porta anche alla rinascita del pluralismo sindacale, soffocato durante il Ventennio fascista. E infatti il nuovo ministro delle corporazioni Leopoldo Piccardi, in accordo con il capo del governo Badoglio, decide di «commissariare» le organizzazioni sindacali costituite nel passato regime, affidandone la guida ad alcuni esponenti del sindacalismo prefascista, rappresentanti delle maggiori correnti politiche. Il socialista Bruno Buozzi viene nominato a capo dell’organizzazione dei lavoratori dell’industria, il cattolico Achille Grandi a quella dell’agricoltura e il comunista Giuseppe Di Vittorio a quella dei braccianti. All’organizzazione degli industriali viene invece preposto Giovanni Mazzini, che aveva già guidato l’associazione prima dell’avvento della dittatura. Mazzini e Buozzi il 2 settembre 1943 siglano un accordo con il quale vengono ufficialmente ricostituite le commissioni interne nei luoghi di lavoro soppresse dal patto di Palazzo Vidoni del 2 ottobre 1925.

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

L’armistizio dell’8 settembre 1943 e la divisione in due del Paese frenano però la costituzione di un nuovo sindacato democratico unitario. Tuttavia il governo Badoglio estende progressivamente a tutto il Meridione l’ordine di scioglimento dei sindacati fascisti e il diritto di costituire organizzazioni libere da ogni controllo governativo. Già a partire dall’ottobre del 1943 vengono costituite Camere del Lavoro in molte delle province liberate e a novembre al convegno di Napoli, al quale partecipano i rappresentanti dei lavoratori della provincia, viene creato il Segretariato Meridionale della Confederazione Generale del Lavoro (Cgl) e sono fissate le direttive fondamentali del nuovo sindacato. Nel comitato direttivo provvisorio entrano membri del Pci, del Psiup e del Pd’A e segretario generale viene nominato Enrico Russo, vecchio militante comunista, perseguitato dai fascisti, combattente nelle brigate internazionali in Spagna, già segretario della Camera del Lavoro di Napoli e segretario regionale del Pci sino al 1926, ma ora in odore di eresia per le sue posizioni eterodosse (nel partito c’è chi lo accusa di essere trotskista e a lui sono vicini i frazionisti di sinistra della federazione di piazza Montesanto). L’altro dirigente di spicco è Dino Gentili, che rappresenta la corrente azionista.

L’impronta classista del sindacato non è affatto gradita al Pci, che promuove l’indizione a Bari il 29 gennaio 1944, a margine del Congresso dei Comitati di Liberazione, di una riunione dei delegati sindacali del Mezzogiorno nella sede dei post-telegrafonici. Dall’assise emerge la volontà di costituire una nuova Cgl, in opposizione a quella napoletana, con l’aggiunta dell’aggettivo «Italiana» e che rappresenti tutte le forze antifasciste. Nel comitato provvisorio direttivo entrano anche il Pd’A e i liberali, anche se la direzione è costituita da membri di Pci, Psiup e Dc. La carica di segretario viene affidata al socialista Bruno Buozzi e la vice-segreteria al comunista Giovanni Roveda e al democristiano Achille Grandi. Ma nessuno di essi si trova nel territorio liberato ed è in grado, quindi, di assumere la carica, anche se è chiaro l’intento di dimostrare l’importanza e l’autorevolezza della Cgil barese rispetto alla Cgl di Napoli.

I desideri del Pci di formare un sindacato interpartitico vengono peraltro frenati dai rappresentanti di Psiup, Pd’A e Dc che il 5 febbraio 1944 diffondono un comunicato congiunto nel quale si dichiara di non riconoscere il deliberato del Congresso di Bari. La Cgil di Bari non viene sciolta, ma la componente che fa capo al Pci deve rallentare i tempi di formazione di un nuovo sindacato unitario.

Intanto la Cgl convoca a Salerno il suo primo congresso nazionale dal 18 al 20 febbraio 1944. All’assise partecipano trenta Camere del Lavoro, quattro sindacati campani, ventitré federazioni della terra e i delegati delle commissioni di fabbrica per i centri in cui le Camere del Lavoro non funzionano ancora, in rappresentanza di circa 150 mila iscritti. Una delegazione giunge dalla Puglia (Andria) e altri rappresentanti dall’Abruzzo e Molise.

Sono assenti i rappresentanti della Cgil di Bari, che peraltro fanno di tutto per cercare di impedire l’adesione delle altre province. Il Teatro Verdi, dove si tiene la manifestazione, è gremito: vi sono oltre duemila persone. La Cgl dà vita anche a un giornale, «Battaglie sindacali», con Enrico Russo direttore e Libero Villone redattore capo, il cui primo numero esce proprio il 20 febbraio.

Il congresso conferma come segretario nazionale Enrico Russo, il quale nella sua relazione chiarisce che «Non vi deve essere alcuna tregua sindacale», chiede di combattere il mercato nero, propone aumenti salariali per i lavoratori e l’eliminazione della disoccupazione mediante la consegna delle fabbriche alla gestione diretta operaia, e afferma l’esigenza di una decisa epurazione a ogni livello: «Il 25 luglio non è stato altro che il salvataggio della borghesia. Si è cambiata l’etichetta, ma il fascismo è rimasto, e il proletariato lo ha capito benissimo».

«Con il governo della borghesia – aggiunge Russo – non possiamo venire a nessun accordo […]. Le masse lavoratrici sono decisamente contro il governo Badoglio che, coprendo le responsabilità dei fascisti, rinnova e rafforza il fascismo».

Il congresso vota anche l’unificazione con la Cgil di Bari. Inutile si rivela il tentativo dei rappresentanti del Pci di scalzare dalla direzione Enrico Russo, come rileva l’Oss, ricostruendo in un documento del 27 aprile 1944 i retroscena del Congresso: «Tengono banco Gentili, il PD’A e i comunisti dissidenti di Russo. I socialisti e i comunisti di Napoli non riescono a sconfessare del tutto Salerno e lo definiscono regionale, cercando di dare peso all’altra CGL […] incaricano poi i socialisti presenti a Salerno di votare, nella votazione finale, contro Russo. Ma i socialisti di Salerno passarono l’informazione a Gentili e Russo si salva con 60 voti contro 26».

Nel frattempo anche i democristiani hanno creato una loro organizzazione sindacale; a Salerno, nei giorni 19 e 20 marzo, è nata la Confederazione Italiana del Lavoro (Cil), il cui congresso viene convocato con un manifesto che s’intitola Lavoratori di tutto il mondo; unitevi in Cristo. Viene nominato segretario generale Domenico Colasanto.

Togliatti, dopo il suo arrivo a Napoli, a inizio aprile incontra Russo e tenta un dialogo con la Cgl. Ma i motivi di contrasto prevalgono per la forte impronta classista della Cgl e perché essa avversa con asprezza la svolta di Salerno. Il 16 aprile del 1944, infatti, la Cgl emana un duro comunicato contro l’ipotesi di un nuovo gabinetto Badoglio con la partecipazione dei partiti del Cln in cui sostiene che «nessun governo di collaborazione con elementi responsabili del fascismo può risolvere i problemi della crisi politica ed economica, né soddisfare le aspirazioni delle masse» e «afferma che nessun governo potrà utilmente operare nell’interesse del Paese se non avrà l’appoggio delle masse lavoratrici».

A questo punto lo scontro con il Pci è frontale. Attraverso le colonne de «l’Unità» il partito critica duramente la Cgl, definita settaria e antidemocratica. Il 21 maggio «l’Unità» invita esplicitamente i dirigenti baresi a operare una scissione nel Consiglio Direttivo della Confederazione e afferma che i dirigenti eletti al congresso di Salerno non devono essere riconosciuti, ed è necessario che si tenga al più presto, «sulla base del tesseramento, la libera elezione degli organismi dirigenti» a tutti i livelli dell’organizzazione sindacale.

Alla fine di maggio viene convocato un nuovo congresso a Bari, al quale partecipano i rappresentanti della Cgil di Bari e della Cgl di Napoli, ma che ha carattere interlocutorio, sia per l’approssimarsi della liberazione di Roma sia perché, come spiegherà il socialista Oreste Lizzadri, «si preferì non pregiudicare con deliberazioni impegnative le trattative che, si sapeva, a Roma erano giunte a buon punto fra i partiti di massa».

Infatti a Roma in clandestinità Buozzi, Grandi e Di Vittorio hanno continuato a tessere la tela per la costituzione di un’organizzazione unitaria, in cui siano rappresentati i tre partiti di massa. Il loro impegno sfocia in uno storico accordo, il Patto di Roma, che viene siglato all’indomani della liberazione della capitale, il 9 giugno del 1944, e che sancisce la nascita della Confederazione generale italiana del lavoro unitaria (Cgil), stabilendo tra l’altro il «rispetto reciproco di ogni opinione politica e fede religiosa», la democrazia interna con elezione dal basso delle cariche, l’indipendenza dai partiti e la partecipazione in forma paritetica delle correnti sindacali.

Il Patto viene sottoscritto, oltre che da Di Vittorio e da Grandi, da Emilio Canevari che ha assunto la guida della corrente socialista dopo l’arresto di Buozzi da parte dei tedeschi il 13 aprile 1944 e la sua uccisione il 4 giugno nell’eccidio in località La Storta. La nascita del nuovo sindacato unitario precede lo scioglimento delle vecchie organizzazioni sopravvissute alla caduta del fascismo, che avviene qualche mese dopo, con il decreto legislativo n. 369 del 23 novembre 1944.

La risposta della Cgl di Russo è al fulmicotone, con un ordine del giorno in cui si afferma che «di fronte all’informazione che a Roma si è nominato un organo centrale di una Confederazione Generale Italiana del Lavoro, con tre dirigenti designati da partiti politici, nel riaffermare la necessità che il movimento sindacale rimanga indipendente dai partiti politici e non divenga strumento degli stessi, ma rimanga mezzo attraverso il quale le masse lavoratrici realizzano la difesa dei loro interessi; dichiara di non poter riconoscere alcuna nomina che non sia fatta per espressa volontà delle masse lavoratrici». La Cgl si ripropone di rappresentare essa i lavoratori, anche a Roma e nel resto d’Italia. Per contrastare l’ormai invadente sindacato romano, a giugno la Cgl stipula con la cattolica Cil un’intesa riguardante l’attività sindacale di base e i contratti collettivi.

Ma il piano di Russo & Co. si rivela velleitario. E infatti, mentre Di Vittorio tiene decine di comizi per diffondere l’idea del sindacato unitario, nelle settimane successive la Cgl perde pezzi, con la presa di distanza dei delegati di Bari e la fuoriuscita di vari segretari di Camere del Lavoro. Non resta altra strada che lo scioglimento e la confluenza nella Cgil romana. Con questo obiettivo viene convocato il 27 agosto a Napoli un nuovo congresso, al quale partecipano oltre cento delegati provenienti da tutto il Sud e anche da Roma, dove la Cgl è appoggiata dal Movimento Comunista d’Italia («Bandiera Rossa»). Il congresso approva l’adesione alla Cgil. Russo, dimettendosi da ogni carica, nel discorso di chiusura dichiara: «Per la prima volta nella storia del Movimento Sindacale un organo direttivo è costretto a dissolversi per il prepotere di forze estranee soverchianti […]. Dalla liberazione di Roma ci attendevamo un più vasto respiro di libertà. Ma questo respiro è stato soffocato».

Nel frattempo anche la Cil si è sciolta, superando le resistenze interne che hanno reso necessario un viaggio a Napoli di Achille Grandi. Ma in ambito cattolico resta l’esigenza di avere un luogo autonomo di discussione dei problemi del lavoro, tanto è vero che in un convegno tenuto tra il 26 e il 28 agosto del 1944 nel convento di Santa Maria sopra Minerva i dirigenti dell’Azione Cattolica e i sindacalisti della Dc firmatari del Patto di Roma decidono di dar vita alle Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani (Acli) «per integrare e affiancare l’opera dei sindacati unitari di categoria». A testimonianza del preciso legame tra la nuova organizzazione e la corrente cattolica presente nella Cgil, Grandi ne viene nominato presidente e Giulio Pastore segretario.

Il 15 settembre del 1944 a Roma si svolge il Convegno delle organizzazioni sindacali dell’Italia liberata, alla presenza della delegazione sindacale anglo-americana e del segretario della Federazione Sindacale Mondiale, Walter Schevenels, che danno l’imprimatur al nuovo sindacato.

Il primo Congresso della Cgil unitaria si tiene invece a Napoli dal 28 gennaio al 1° febbraio 1945, con la partecipazione dei delegati delle dodici regioni fino ad allora liberate (Sicilia, Calabria, Basilicata, Campania, Puglia, Abruzzo, Sardegna, Lazio, Umbria, Marche, Toscana, Romagna).

È l’occasione per ratificare il Patto di Roma e per confermare la segreteria generale, composta da Di Vittorio, Grandi e Oreste Lizzadri (che ha preso il posto di Canevari). Recita la risoluzione finale: «Il Congresso dichiara che l’unità sindacale, superate trionfalmente le prime prove, è considerata da tutti i lavoratori italiani come la più importante conquista da essi realizzata. Il proletariato italiano difenderà col più grande vigore questa sua conquista contro tutti coloro che tentassero, con arti subdole e con attacchi diretti, di infrangerla o d’incrinarla».

I carabinieri in un rapporto del 6 febbraio informano che «i congressisti hanno votato un ordine del giorno nel quale, tra l’altro, si afferma la necessità 1) dell’unità sindacale, 2) di immediati provvedimenti a favore dei lavoratori, 3) della soppressione dei contratti fascisti, 4) della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, 5) della parità di trattamento degli operai in tutta Italia, 6) della nazionalizzazione dei monopoli economici», osservando che «Con le decisioni prese la Cgil mirerebbe al potenziamento delle masse per poter influire sulla direttive politiche del governo, tanto più che gli iscritti […] dei partiti estremisti sono in maggioranza».

Nel rapporto successivo del 9 marzo aggiungono: «Il partito comunista cerca di ingrossare le sue file prevalentemente attraverso l’appoggio della Confederazione generale del Lavoro e l’inquadramento delle organizzazioni sindacali sotto l’egida del partito».

Intanto anche il mondo imprenditoriale si organizza con la nascita il 18 gennaio 1945 dell’Unione degli Industriali della provincia di Napoli e della Camera di Commercio, che riprende la sua denominazione originaria dopo essere stata trasformata in epoca fascista in Consiglio provinciale delle Corporazioni e viene guidata prima da un commissario e poi da Epimenio Corbino. Riprende così la dialettica tra rappresentanti delle imprese e dei lavoratori, ancora prima della liberazione del Nord dell’Italia.

("Patria Indipendente", n. 103, marzo 2021)

 

Fonti bibliografiche e archivistiche

Alosco, Alle radici del sindacalismo. La ricostruzione della CGL nell’Italia liberata. 1943-1944, Milano, SugarCo, 1979

Archivio centrale dello Stato, Governo del Sud, Arma Carabinieri Reali dell’Italia liberata, fasc. 3/16.

Bianconi, 1943: la CGL sconosciuta. La lotta degli esponenti politici per la gestione dei sindacati operai 1943-1946, Centro Studi Libertari Di Sciullo, Chieti, 2013

Romeo, 28 gennaio-1° febbraio 1945, nell’Italia divisa in due il Congresso della Cgil delle zone liberate, in LaCgilnelNovecento.blogspot.com, 2 febbraio 2017

 

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