Come eravamo nel 1945 e cosa siamo diventati (Gazzetta del Sud)

Un bel saggio di Avagliano e Palmieri

Come eravamo nel 1945 e cosa siamo diventati

L'analisi dell'immediato dopoguerra essenziale per la (ri) costruzione dell'identità nazionale

Piero Orteca

Siamo i rami di un albero contorto dal tempo e da mille tempeste. Un olivo la cui origine si perde nei secoli, deformato ma prepotentemente abbarbicato alla sua terra, in cui scorre ancora una linfa pregna di vita e portatrice di sogni antichi. Questi siamo e questi eravamo nel 1945, alla fine di una guerra devastante. Stanchi, logorati da mille violenze, attoniti davanti alle rovine delle nostre città, eppure ancora speranzosi di poter vivere in un futuro più umano. Ecco, la bellissima analisi di Mario Avagliano e Marco Palmieri ("DopoguerraGli italiani tra speranze e disillusioni (1945-1947)", per i prestigiosi tipi del Mulino) è prima di tutto una riflessione. Anzi una vera e propria rivisitazione di un'epoca che, forse, dimostra come spesso gli italiani siano più bravi a "ricostruire", piuttosto che a "costruire".

La spinta emotiva che nasce dalle ferite e dalle distruzioni, ma anche dalla voglia di risorgere, ci spinge a dare il meglio di noi stessi. Solo nel dolore ci ritroviamo comunità? E questa la domanda che sorge spontanea nel ripercorrere con attenzione le pagine di un libro che parla degli italiani «tra speranze e disillusioni».

La bravura dei due autori, giornalisti e storici, sta nel fatto che "giocano in casa". Hanno già scritto diversi libri che ripercorrono la lunga via crucis della nostra nazione, dal fascismo alla pace dei vinti. Un popolo che ha prima "aderito", poi subito e, infine, si è riscattato con la Resistenza. E' bastato? Fino a un certo punto.

Yalta e la spartizione in sfere d'influenza tra gli alleati occidentali da un lato e i sovietici dall'altro hanno creato un clima di contrapposizione nell'arena internazionale e sul fronte politico interno. I confini geografici, ma soprattutto ideologici, costruiti con lapis e squadretta, hanno reso la trama sociale, economica e "partitica" dell'Italia di allora straordinariamente complessa. E Avagliano e Palmieri sono abilissimi a dipanarla. A ripercorrere, tappa dopo tappa, minuziosamente ma anche utilizzando il grandangolo della storia, un'epoca che segnerà la nostra Italia almeno per un altro mezzo secolo.

E un affresco neorealistico, quasi trasposto dal cinema alla prosa. Dove i "Ladri di biciclette", il "Miracolo a Milano" e gli "Umberto D." desichiani si fondono con l'acuta cronaca quotidiana di un Paese ancora traumatizzato dalla guerra, ma profondamento diverso nei suoi valori fondanti e nei suoi sogni, che si sforza di non far diventare mere illusioni. Giornalismo, ma anche rigorosa ricerca storica e, permettetecelo, anche arte. Quella di raccontare, con una notevole capacità divulgativa, fatti e personaggi senza alcun inquinamento di partigianeria. Solo la crudezza degli eventi e le considerazioni di chi, in un certo senso, prende per mano il lettore offrendogli le chiavi per le sue opzioni interpretative. Con grande onestà intelletuale.

E, poi, la rigorosa "timeline". Il dipanarsi ordinato di storia e storie che non è solo cronologia, ma è molto di più. E l'abilità di tessere la trama del tempo, legando con pazienza e logica il "fil rouge" di un'epoca caratterizzata da una straordinaria complessità e densità di eventi. Ma che proprio per questo va riproposta, passateci la terminologia propria di altre discipline, in maniera quasi entropica. Dove il polverone del caos si deposita velocemente per svelare, non in maniera deterministica, le logiche della storia. Casualità e caso (azzarderebbero gli studiosi della complessità)? No. Tutt'altro.

E un'architettura cronachistica ma anche interpretativa affascinante, quella proposta dal libro. Dalla "Liberazione" al "Ritorno alla vita", da "Paisà e segnorine" ai "Reduci, deportati e sopravissuti". Passando per le "Elezioni amministrative", la "Nascita della Repubblica", la "Pace amara", fino alla "Democrazia difficile", i capitoli scorrono come uno specchio del tempo che fu. Ci ripropongono l'importanza della "memoria" come elemento indispensabile per la costruzione di qualsiasi identità nazionale. Un libro da leggere, senza dubbio. Ma anche un libro da mettere sul comodino e da sfogliare di tanto in tanto. Per capire cosa significhi, oggi, essere italiani.

(pubblicato su Gazzetta del Sud, 15 luglio 2019)

L'imprudenza dei socialisti (Corriere della Sera)

L’imprudenza dei socialisti

Nel saggio «Dopoguerra» (il Mulino) di Mario Avagliano e Marco Palmieri le vicende che vanno dalla sconfitta definitiva del nazifascismo all’approvazione della Costituzione

di Paolo Mieli

L’otto maggio 1945 segna la fine della Seconda guerra mondiale. «Ma cosa speravamo? Che il giorno dopo la Liberazione le cose fossero già sistemate a dovere e prendessero il loro corso normale?», si domanda quel giorno in una pagina di diario la partigiana azionista Andreina Zaninetti Libano; «io penso che dovremo vedere qualcosa di peggio ancora… Non si risolve di botto una situazione come la nostra». La stagione bellica appena conclusa è stata anche uno «sconvolgimento morale» scrive Antonio Giolitti in Di guerra e di pace. Diario partigiano (1944-1945) edito da Donzelli; «per costruire la pace occorre anzitutto rieducare gli uomini — in gran parte abbrutiti dalla guerra — alla responsabilità e alla dignità della condizione umana». «È un momento curioso quello che attraversiamo», scrive qualche tempo dopo al marito, Fedele D’Amico, la sceneggiatrice Suso Cecchi: «Sai che impressione ho? Sta per scoppiare il dopoguerra. Finora è stato il limbo. Ora ci avviciniamo. Non potrei spiegare altrimenti questo sgomento indefinibile che ha preso un po’ tutti. Proprio tutti. E che non è né stanchezza, né preludio di violenza. Amore mio qui scoppia il dopoguerra. Speriamo che duri poco». Parole che si possono leggere nel libro Suso a Lele. Lettere (dicembre 1945-marzo 1947), edito da Bompiani.

È il contesto di Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni 1945-1947, il libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri che sta per essere pubblicato dal Mulino. Quello ben descritto da un altro libro, di Keith Lowe, Il continente selvaggio. L’Europa alla fine della Seconda guerra mondiale (Laterza): non la gioia per la ripresa di una vita civile e per l’annunciata ricostruzione, bensì l’incertezza, la paura, le idee confuse. E qualche orrore. Quella che Eduardo De Filippo, nella pièce teatrale Napoli milionaria (1945), anziché come un’alba radiosa, definisce «’a nuttata». Che, dice il protagonista della commedia Gennaro Jovine, «ha da passà». Incuriosisce — a tal proposito — la periodizzazione del saggio di Avagliano e Palmieri, il loro racconto si conclude con l’accurata disamina di dodici mesi considerati fin qui dagli storici come «di passaggio». E invece quell’anno, il 1947, iniziato, a gennaio, con il viaggio di Alcide De Gasperi negli Stati Uniti, conclusosi a dicembre, con il voto sulla Costituzione (nei giorni in cui Vittorio Emanuele III muore esiliato in Egitto) contiene qualcosa che merita attenzione. Grande attenzione.

Il 1947 inizia — oltre che con il viaggio americano di De Gasperi di cui si è detto — con la scissione socialista di Palazzo Barberini (11 gennaio): nascono i socialdemocratici guidati da Giuseppe Saragat. L’indomani, il leader del Psi Pietro Nenni annuncia l’intenzione di aprire la crisi di governo: intende dimettersi da ministro degli Esteri e tornare alla direzione dell’«Avanti!». Quel giorno stesso confida al compagno di partito Giuseppe Romita: «Ormai non c’è che da fare un unico partito dei lavoratori coi comunisti».

Il segretario del Pci, Palmiro Togliatti, è — documentano Avagliano e Palmieri — assai più prudente del leader socialista. Capisce al volo che De Gasperi si servirà della crisi per «riequilibrare» il governo a vantaggio della Dc (Mario Scelba andrà all’Interno e Carlo Sforza agli Esteri) e giudica frettolosa la sollecitazione fusionista del leader socialista. Il 25 febbraio 1947 nasce il terzo governo De Gasperi, l’ultimo con comunisti e socialisti. Durerà poche settimane. Il clima nel Paese è sempre più teso: il 28 marzo a Gioia del Colle, in provincia di Bari, un gruppo di militanti di sinistra reagisce ad un incendio della Camera del lavoro, tentando di linciare il presunto autore e devastando poi le sedi dell’Uomo qualunque, dei monarchici e della Democrazia cristiana. Sul suo diario Giulio Andreotti intuisce l’importanza dell’episodio e si domanda se sarà un’«una tantum» o «l’inizio di un ciclo».

Proseguono intanto i lavori dell’Assemblea Costituente. Accanto a quelle ufficiali si svolgono sedute riservatissime (ma documentate) a cui prendono parte «tre professori» della Dc, La Pira, Dossetti e Moro, Lelio Basso per il Psi, e Togliatti in persona. Il quale Togliatti coglie di sorpresa il resto della sinistra (ma anche la Dc) accettando l’inserimento in Costituzione dei Patti Lateranensi. Per tutto il 1947 il segretario del Pci mantiene la porta socchiusa al partito cattolico. Anche se alcuni risultati elettorali sono per lui incoraggianti. Il 20 e 21 aprile si tengono le regionali in Sicilia: la Dc subisce un crollo e scende dal 33,6% al 20,5%; il Blocco del popolo, socialisti e comunisti, si attesta al 30,4%, guadagnando dieci punti rispetto all’anno precedente. Per Nenni è la prova che i due partiti della sinistra devono fondersi. Il 27 aprile, in una riunione della direzione democristiana, De Gasperi riferisce di aver notato che «Saragat e i repubblicani hanno paura dei comunisti». Ma ad aver paura è anche la Dc. Il 1° novembre Paolo Emilio Taviani annoterà sul diario: «Riunione sotto la mia presidenza dei segretari provinciali della Dc dell’Italia settentrionale… Sono tutti convinti — tranne quelli di Vicenza e di Savona — che la vittoria andrà certamente ai socialcomunisti».

Il 1° maggio in Sicilia, a Portella della Ginestra, i banditi di Salvatore Giuliano aprono il fuoco sui partecipanti alla festa dei lavoratori. L’8 maggio i comunisti francesi sono costretti a lasciare il governo. Stessa sorte tocca agli italiani. Andreotti annota però nei suoi taccuini che i fastidi maggiori vengono dal Psi: «De Gasperi non ne può più… Il doppio gioco dei socialisti è tremendo». Il 13 maggio si apre la crisi ed è curioso come i democristiani ancora una volta si sentano provocati e sfidati più dai socialisti che dai comunisti. Togliatti sorprende (positivamente) De Gasperi scrivendogli una lettera per assicurargli la disponibilità del proprio partito ad accettare aiuti economici americani (osteggiati dall’Urss). Il 31 maggio nasce il nuovo governo De Gasperi senza Psi e Pci.

Avagliano e Palmieri notano che la prima reazione del Pci all’estromissione dal governo è «tutto sommato pacata». Il liberale Epicarmo Corbino, non senza una qualche ingenuità, domanda a Togliatti se il Partito comunista ha in cantiere «qualche mossa insurrezionale». Togliatti gli risponde: «Lei non ha capito che cosa è il Pci; la via greca, quella della guerra civile, non rientra tra le nostre ipotesi». E il 1° luglio si presenta alla direzione comunista gloriandosi per «non aver messo in campo parole d’ordine insurrezionali», cosa che «ha accresciuto il prestigio del nostro partito in determinati strati sociali e specialmente tra i ceti medi». Nenni è molto più radicale e parla di «governo nero». È lui il primo a sostenere che De Gasperi, avendo rotto l’unità antifascista, può essere considerato come colui che ha spalancato le porte al nuovo fascismo. Il 31 maggio l’«Avanti!» titola Un governo da rovesciare. Presto anche il Pci si adeguerà a questi toni. Nel secondo congresso nazionale della Cgil (ancora unitaria), a Firenze dal 1° al 7 giugno, «l’atmosfera è così elettrica che durante tutti i lavori gli interventi dei delegati dc sono costellati di fischi e di interruzioni» tanto che a un certo punto Giulio Pastore va al microfono e avverte: «O lasciate che esprimiamo il nostro pensiero, o la corrente cristiana abbandona la sala». E quando uno dei leader cattolici, Luigi Morelli, si augura che la sua corrente diventi maggioritaria «per poter portare ovunque lo spirito del primo operaio, il Cristo di Nazareth», si scatena quella che l’«Osservatore Romano» definisce «una vergognosa gazzarra».

Ma Togliatti frena, frena e frena ancora: «Spera che il governo centrista sia una parentesi temporanea», scrivono Avagliano e Palmieri. Le manifestazioni di piazza si fanno più accese. Ma nel Paese c’è incertezza. Annota il 20 settembre nel proprio diario l’azionista Giorgio Agosti, questore di Torino: «La giornata è trascorsa calma. In piazza San Carlo non più di quindicimila persone. Stanchezza nelle masse e crescente senso di paura e di avversione negli ambienti borghesi. Ho l’impressione che sia stata per le sinistre una giornata nera: troppo simile ad altre del ’20 e del ’21».

Tra il 22 e il 27 settembre si tiene a Szklarska Poreba (in Polonia) una conferenza dei partiti comunisti europei — per dar vita al Cominform, una struttura di coordinamento — nel corso della quale gli italiani vengono più volte accusati di essere stati troppo accomodanti con la Dc e di aver «reagito troppo debolmente» alla cacciata dal governo. È un segnale di Stalin a Togliatti. Il quale si affretta a presentare con Nenni una mozione di sfiducia al governo che viene respinta grazie ai voti dell’Uomo qualunque, i quali vanno provvidenzialmente ad aggiungersi a quelli centristi. Curiosità: la mozione, oltre che da Togliatti e Nenni, è firmata anche da Saragat, non ancora inglobato nella maggioranza degasperiana, nonostante proprio dalla conferenza in Polonia sia bollato come «traditore servo dell’imperialismo». Si vota a Roma per le amministrative, vengono violentemente contestati alcuni comizi del ricostituito partito fascista, il Movimento sociale italiano; viene ucciso — con una dinamica mai ben ricostruita — un ragazzo della Dc, Gervasio Federici. Annota con qualche disappunto il liberale Anton Dante Coda: «Stasera la città è sotto l’impressione dell’assassinio del giovane democristiano Federici, accoltellato da un comunista… è previsto che questo episodio gioverà elettoralmente alla Democrazia cristiana».

Il 17 ottobre di quello stesso 1947 si riunisce il comitato federale del Pci di Genova. Avagliano e Palmieri ne citano i verbali. Prende la parola il segretario, Secondo Pessi, e afferma: «Occorre anche un’azione extraparlamentare, occorre uno spirito di mobilitazione, di attacco e non lasciarci conquistare dal feticismo della legalità; la nostra lotta non vuol dire lotta pacifica, ma può anche dire lotta violenta, lotta armata». Dai verbali si desume che altri sono ancora più espliciti: «I compagni che hanno sempre parlato di mitra saranno i primi ad andare in cantina, riprendere le armi qualora la situazione dovesse diventare maggiormente tesa» (Bugliani); «Io mi spingo anche più in là, non solo è necessario per me far paura agli avversari, ma anche farne pulizia in modo concreto e attivo» (Fioravanti).

Il 7 novembre, la direzione del Psi torna alla carica e approva un ordine del giorno in cui si accusa il governo De Gasperi di «mettere in pericolo la democrazia e le istituzioni repubblicane»; di conseguenza propone «un raggruppamento di tutte le forze democratiche per la lotta della sinistra contro la destra». Togliatti «nutre qualche riserva», ma poi accetta la proposta con una singolare motivazione: i socialisti, se lasciati soli, non resisterebbero alla tentazione «di fare dell’anticomunismo».

Il 9 novembre a Mediglia, nella campagna milanese, vengono esplosi colpi di arma da fuoco contro giovani comunisti che rientrano da una festa danzante. L’11 novembre alcuni manifestanti di sinistra circondano la cascina del qualunquista Giorgio Magenes, che reagisce uccidendo l’operaio Luigi Gaiot. Magenes viene linciato. A seguito di questo episodio il 28 novembre viene comunicato un «avvicendamento» prefettizio: Ettore Troilo, ex comandante partigiano, è sostituito da Vincenzo Ciotola che non ha uguali referenze. Un gruppo di attivisti comunisti occupa la prefettura. Giancarlo Pajetta, segretario regionale del Pci, gioisce per l’accaduto e se ne gloria. Ma Togliatti — innervosito dall’iniziativa — lo esorta a far uscire i manifestanti dalla sede prefettizia.

Il 12 dicembre a Milano attivisti della Volante rossa sequestrano l’ingegner Italo Tofanello, dirigente delle Acciaierie Falck, denudandolo e portandolo in piazza Duomo, dove viene rilasciato in mutande con un biglietto firmato «un gruppo di bravi ragazzi». Il 16 dicembre viene lanciata una bomba a mano contro la casa di Andrea Gastaldi, ex segretario del Pnf a Torino. «Episodi che poi negli anni Settanta verranno imitati dalle Brigate rosse», sottolineano Avagliano e Palmieri. Il 15 dicembre Saragat entra con il suo partito a far parte del governo De Gasperi. Il distacco di Saragat dai socialisti ormai è totale, forse anche perché in quel 1947 il partito di Nenni era stato, per così dire, più «comunista» dello stesso Pci.

Bibliografia

Tra le testimonianze dirette sulle vicende della lotta partigiana e quelle immediatamente successive, un documento senza dubbio importante è il diario del futuro ministro Antonio Giolitti (all’epoca dirigente comunista) Di guerra e di pace, a cura di Rosa Giolitti e Mariuccia Salvati (Donzelli, 2015). Molto interessante anche l’epistolario Suso a Lele (Bompiani, 2016), che raccoglie le lettere scritte da Suso Cecchi D’Amico a suo marito Fedele D’Amico (detto Lele) tra il dicembre del 1945 e il marzo del 1947. Da segnalare sul piano storiografico: Keith Lowe Il continente selvaggio (traduzione di Michele Sampaolo, Laterza, 2013); Tony Judt, Dopoguerra (traduzione di Aldo Piccato, Mondadori, 2007; Laterza, 2017).

(pubblicato su www.corriere.it, 24 giugno 2019)

Dopoguerra. Gli italiani fra speranze e disillusioni (1945-1947)

Mario Avagliano
Marco Palmieri
Dopoguerra. Gli italiani fra speranze e disillusioni (1945-1947)

«Biblioteca storica»

«Amore mio qui scoppia il dopoguerra» (Suso Cecchi d’Amico, 1945)

Il volume

I tre anni che vanno dalla fine della guerra all’entrata in vigore della Costituzione repubblicana per gli italiani sono un periodo pieno di felicità e di violenza, in cui la comunità nazionale ricompone i suoi frantumi, si congeda dalla guerra civile e dal fascismo e costruisce faticosamente il suo futuro. Sono i giorni delle vendette e della resa dei conti, dei prigionieri e dei deportati che tornano a casa, delle grandi adunate politiche della rinata democrazia, ma anche di una gioiosa febbre di divertimento, di voglia di ballare, di fretta di ricostruire e costruire, con un’energia vitale che già prepara il boom degli anni a venire. Gli autori interrogano diari privati e memorie, lettere, rapporti della polizia, stampa e cinegiornali, film e canzoni, corrispondenze e conversazioni intercettate, per comporre un ricco e appassionante ritratto dal basso di come gli italiani vissero qui primi fervidi anni della repubblica.

 

Gli autori

Mario Avagliano, giornalista e storico, collabora alle pagine culturali del «Messaggero» e del «Mattino». Tra i suoi libri più recenti: Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945 (Einaudi, 2006) e Il partigiano Montezemolo (Baldini & Castoldi, 2012). Marco Palmieri, giornalista e storico, ha pubblicato L’ora solenne. Gli italiani e la guerra d’Etiopia (Baldini & Castoldi, 2015). Insieme hanno pubblicato numerosi volumi, tra cui, con il Mulino, Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte (2014), L’Italia di Salò (2016), 1948. Gli italiani nell’anno della svolta (2018, Premio Fiuggi Storia).

Libri. Hitler, ecco gli ultimi scritti del leader nazista - Così Hitler costruiva menzogne

di Mario Avagliano

  Adolf Hitler è morto da settant’anni, ma mai come oggi si registra tanto interesse attorno alla sua figura. È di pochi giorni fa la notizia, non proprio tranquillizzante, che diverse scuole italiane hanno adottato come libro di testo il suo delirante manifesto politico e ideologico, il Mein Kampf, con conseguente coda polemica da parte dell’Unione delle Comunità Ebraiche. Nel frattempo in libreria arrivano nuovi saggi su Hitler, che svelano nuovi dettagli del suo pensiero e della sua vita.
Ultima tra le pubblicazioni del Führer è la nuova edizione delle sue ultime riflessioni, pubblicata da Rizzoli col titolo Il mio testamento politico (pp. 162, euro 13), arricchita da una prefazione del politologo Giorgio Galli, il maggior studioso italiano dei rapporti tra nazionalsocialismo e cultura esoterica.
Si tratta degli appunti affidati da Hitler, in una serie di conversazioni a tavola, al suo segretario personale Martin Bormann nel bunker della Cancelleria, in una Berlino distrutta dai bombardamenti e assediata dai sovietici, tra il febbraio e l’aprile del 1945. Poche settimane dopo Hitler avrebbe nominato Bormann suo esecutore testamentario e suo successore come capo del partito. Hitler fa un bilancio della sua vita e s’interroga sui motivi della guerra e sul perché l'ha persa. Dove aveva sbagliato?
Il suo testamento, pubblicato negli anni Cinquanta e poi divenuto praticamente introvabile per decenni (in Italia venne edito solo nel '61), getta nuova luce sulle motivazioni che guidarono le scelte di Hitler. Si tratta dell’«ultima finestra che doveva aprirsi su quella buia stanza, così infetta, laida e stregata, e ciononostante così satura di autentica anche se terribile forza esplosiva, ch’era la sua mente», come scrive Trevor-Roper nell’introduzione.
Il Fũhrer afferma di essere stato «l’ultima speranza dell’Europa» contro il pericolo della Russia e contro «il veleno mortale dell’ebraismo» e sostiene che in realtà non voleva la guerra, che gli sarebbe stata imposta dagli Alleati, rifiutando le richieste della Germania, e dagli odiati ebrei che volevano dominare il mondo. Ciò non toglie che egli continuasse a paragonarsi a Napoleone, che, come lui, era stato costretto a fare la guerra anche se voleva la pace.
Quanto a Mussolini, il dittatore nazista afferma di riporre in lui personalmente «assoluta fiducia», ma di averlo tenuto all’oscuro di alcune sue iniziative militari a causa di Ciano «il quale, naturalmente, non aveva segreti per le belle donne che gli svolazzavano intorno come farfalle».

L’altro saggio da poco arrivato in libreria è Il libro proibito di Hitler. Storia del Mein Kampf (Rizzoli, pp. 356, euro 22), opera del giornalista e storico tedesco Sven Felix Kellerhoff, che ha ricostruito la genesi dell'opera di Hitler, vera e propria bibbia del nazismo, il suo percorso editoriale e la fortuna che ebbe da parte dei lettori (ne furono stampate 12 milioni di copie), fino al divieto di pubblicazione nel dopoguerra da parte della Baviera, caduto solo di recente, con il via libera a un’edizione ufficiale commentata.
Hitler concepisce la sua opera nel 1924, mentre è rinchiuso nel carcere di Landsberg, per alto tradimento dopo il putsch fallito. In cella sente l’esigenza di mettere nero su bianco la sua visione del mondo e della Germania.
La ricerca di Kellerhoff stabilisce sulla base di documenti (5 pagine originali del volume e ben 18 scalette ritrovate nel 2006 e provenienti dalla macchina da scrivere personale del futuro dittatore) che il libro sarebbe stato scritto integralmente da Hitler e anzi in gran parte da lui battuto direttamente a macchina, su una Meteor da viaggio. Rudolf Hess collaborò solo alla correzione delle bozze, con la collaborazione della futura moglie Ilse Pröhl.
Interessante anche la ricostruzione delle fonti del Mein Kampf, raramente citate da Hitler: dall'Ebreo internazionale di Henry Ford ai saggi dell'esperto di eugenetica svedese Herman Lundborg e del teorico razzista tedesco Hans F.K. Günther. Anche la teoria dello «spazio vitale» non fu opera del futuro Fũhrer che la copiò dalle idee di uno dei professori di Rudolf Hess: Karl Haushofer.
Non mancano le bugie costruite ad arte da Hitler. Ad esempio le informazioni autobiografiche non sono affidabili: il padre non era un oppositore della monarchia austroungarica, ma un funzionario doganale ripetutamente promosso per i suoi servigi e la sua lealtà.

Quanto all'antisemitismo di Hitler, che rappresenta il fulcro della Weltanschauung nazista, questi nel suo libro lo fa risalire già alla sua giovinezza a Vienna. Una tesi che, rileva Kellerhoff, contrasta con la sua vicenda biografica e con i suoi buoni rapporti con famiglie ebree del luogo, come gli Jahonda. Anzi, probabilmente fu il suo tenente ebreo Hugo Gutmann ad adoperarsi per fargli assegnare la Croce di ferro di prima classe il 4 agosto del 1918. Secondo lo storico tedesco la conversione ideologica di Hitler sarebbe avvenuta dopo la guerra. Un’altra bugia del futuro Führer del Terzo Reich.

(Il Messaggero, 29 dicembre 2016)

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Storie – La difficile giustizia sui crimini di guerra

 di Mario Avagliano

   Al termine del secondo conflitto mondiale, l’individuazione dei responsabili dei gravi crimini commessi durante l’occupazione tedesca in Italia contro le popolazioni civili rimase circoscritta a pochi casi eclatanti. Anche per ragioni di politica internazionale (l’incipiente guerra fredda e la necessità di “tutelare” l’avamposto della Germania dell’Ovest dall’espansione sovietica), ben presto gli Alleati abbandonarono il progetto di fare giustizia delle stragi compiute dai tedeschi durante la campagna d’Italia, e gli italiani, a parte poche condanne (Kappler per le Fosse Ardeatine, Reder per Marzabotto e altri eccidi), ben presto posero fine a quella stagione processuale.

La caccia ai criminali nazisti -  come racconta l’interessante  libro “La difficile di giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-2013” (Viella editore), scritto a quattro mani da uno dei protagonisti della nuova stagione, il procuratore Marco De Paolis, pubblico ministero nei processi per le stragi di Sant’Anna di Stazzema, Civitella Val di Chiana, Monte Sole-Marzabotto e per l’eccidio di Cefalonia, e  dallo storico Paolo Pezzino - riprese il suo corso solo molti anni dopo, nel 1994,  a seguito della scoperta del cosiddetto “armadio della vergogna”, come fu definito da Franco Giustolisi. Si trattava di una stanza murata a Palazzo Cesi, a Roma, sede della Procura generale militare, in cui erano conservati centinaia di fascicoli giudiziari sui crimini di guerra commessi sulla popolazione italiana tra il 1943 e il 1945, illegalmente archiviati dal procuratore generale militare nel 1960.

Un saggio ricco di dati e di informazioni, che fa il punto e il bilancio sui risultati dei nuovi processi sulle stragi nazifasciste, svoltisi tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. Processi che, come scrive De Paolis, anche se tardivi e a volte parziali, “si presentano a noi come una specie di ‘porta della verità’, attraverso la quale, anche mediante la ricostruzione e l’accertamento dei fatti nella loro materialità e nell’individualità delle singole condotte, si afferma l’ingiustizia del fatto, la sua illiceità e la responsabilità penale di chi quel crimine ha commesso; e così si giunge alla verità”. Da ciò discende l’attualità dei processi e “l’importanza di continuare ad adempiere al proprio dovere giudiziario, che è quello di perseguire e punire questi crimini finché sia in vita anche solo uno dei criminali che ne sono stati responsabili”.

(L'Unione Informa e Moked.it del 22 novembre 2016) 

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Storie – Carabinieri per la libertà

di Mario Avagliano

   Non solo Salvo D’Acquisto. Seimila carabinieri furono deportati nei lager nazisti e 2700 morirono dopo l’otto settembre 1943 per opporsi al nazifascismo e aiutare ex prigionieri alleati, renitenti alla leva, ebrei. Sono le vicende di cui parla il libro “Carabinieri per la libertà. L’Arma nella Resistenza: una storia mai raccontata” (Mondadori, pp. 168), del giornalista del Corriere della Sera Andrea Galli.
I carabinieri furono protagonisti delle quattro giornate di Napoli in occasione delle quali perfino i colleghi già pensionati si rimisero l’uniforme.
Per la difesa di Roma dopo l’armistizio si mobilitarono anche gli allievi della Scuola dei Carabinieri, comandati dal capitano Orlando De Tommaso, che morì combattendo alla Magliana il 9 settembre 1943.
Ancora nella Capitale, la rete clandestina del generale Filippo Caruso, collegata al Fronte Militari guidato dal colonnello Giuseppe Montezemolo, riuscì a condurre un’opera di resistenza e sabotaggio che si snodò in tutta l’Italia centrale.
Tra i più coraggiosi, c’erano il tenente colonnello Giovanni Frignani e il capitano Raffaele Aversa, protagonisti il 25 luglio dell’arresto di Mussolini, e poi arrestati e uccisi alle Fosse Ardeatine.
Tra le Marche e l’Abruzzo, il capitano Ettore Bianco e il tenente Carlo Canger organizzarono bande armate reclutando volontari di ogni estrazione.
A Milano era attiva la “banda Gerolamo”, dal nome di battaglia del maggiore Ettore Giovannini.
E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Uomini come il carabiniere Martino Giovanni Manzo, che il 12 settembre 1943 a Napoli resisté fino all’ultimo proiettile e rimasto inerme, catturato, fu poi ucciso con ben tredici commilitoni a Teverola. Di lui Galli scrive, citando i ricordi di una nipote: «Prima di entrare nell’Arma era stato contadino. Aveva un unico codice di comportamento: lavorare duro perché altrimenti sarebbe morto di fame. L’impegno che mise nei campi fu lo stesso con cui indossò la divisa da carabiniere. Non voleva cambiare il mondo, soltanto fare il proprio dovere».
 
(L’Unione Informa e Moked.it del 13 dicembre 2016)

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Farmaci militarmente preziosi così si drogava la Germania nazista

di Mario Avagliano 

  Guerra e droga sono un binomio antico. I vichinghi andavano all’assalto dei nemici sotto l’effetto di funghetti, i guerrieri incas masticando le foglie di coca, i soldati della guerra civile americana dopati con la morfina, mentre durante la Grande Guerra i nostri soldati si davano coraggio bevendo la grappa, per non parlare del conflitto in Vietnam. Un best seller mondiale, Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista, dello scrittore Norman Ohler, già tradotto in 18 lingue e appena uscito in Italia (Rizzoli pp. 383, euro 22), ricostruisce in modo documentato l’uso e l’abuso di metilanfetamine tra i soldati tedeschi durante la seconda guerra mondiale, in particolare il Pervitin, assunto anche dal generale Rommel e dallo stesso Adolf Hitler.
Il Pervitin venne sviluppato dallo scienziato Fritz Hauschild, che era rimasto strabiliato dagli effetti delle benzedrine sugli atleti americani in gara alle Olimpiadi di Berlino nel 1936. Brevettato dagli stabilimenti Temmler nel 1937, divenne in breve tempo di moda nella Germania nazista, che febbrilmente inseguiva il sogno di conquistare il mondo, perché bastava ingurgitare alcune pasticche «rivitalizzanti» per rimanere svegli ed euforici per ore e ore.
Il capo dei medici del Reich, Otto Ranke, lo considerava «un farmaco militarmente prezioso!», poiché consentiva ai soldati di tirare avanti per oltre due giorni senza provare stanchezza e sonno e aveva effetti anche sul sistema inibitorio. E così quando la Germania invase la Polonia, fu lo stesso quartier generale della Wehrmacht a distribuirne dosi massicce ai soldati tedeschi, assieme al rancio quotidiano.
Le pilloline miracolose si rivelarono particolarmente utili nel maggio del 1940, in occasione della conquista del Belgio e del blitzkrieg in Francia, in quanto assumendo una pasticca al giorno e due di notte i panzer nazisti poterono procedere a tutta velocità attraverso le Ardenne, non fermandosi mai per quattro giorni di filato, macinando centinaia di chilometri. Un’impresa che lasciò esterrefatti i francesi e contribuì in modo determinante alla loro disfatta.

Il saggio di Ohler, pubblicato in Germania con il titolo “Der totale Rausch”, ovvero “La totale euforia”, e basato su documenti degli archivi tedeschi e americani, dimostra che gli psicofarmaci furono uno dei fattori di costruzione del mito della macchina da guerra del Terzo Reich, accanto all’ideologia nazista e alla disciplina del popolo tedesco. Il Pervitin era largamente diffuso tra i tedeschi, nonostante che, ufficialmente, le droghe fossero state bandite dal nazismo. Lo prendevano sportivi, cantanti, studenti sotto esame e massaie e venne sperimentato anche da scrittori del calibro di Heinrich Böll, Gottfried Benn, Klaus Mann e Walter Benjamin.
Ogni giorno in Germania si producevano 833 mila compresse e nel 1944, quando le sorti della guerra erano segnate, la Wehrmacht ne ordinò quattro milioni di confezioni.  Altre droghe furono sviluppate dai medici nazisti, che le sperimentarono sui prigionieri dei lager, come in quello di Sachsenhausen.
Il primo a farne uso era il «paziente A» Adolf Hitler che, come emerge dalla lettura delle carte del suo medico personale Theodor Morell, da quasi vegetariano e non fumatore, col tempo divenne sempre più dipendente dalle metilanfetamine e, non contento, passò poi al consumo dell’Eukodal, un derivato dell’oppio più potente dell’eroina (nel periodo di Salò, Morell somministrò psicofarmaci anche a Mussolini, definito il «paziente D»).  
Ohler calcola che tra il 1941 e il 1945, Hitler fece almeno 800 iniezioni di sostanze chimiche, inghiottendo più di 1.100 farmaci in forma di pillola.
Grazie all’Eukodal, il Führer appariva sempre fresco e allegro, trasmettendo fiducia ai suoi uomini. Morrell rivelò che gliene iniettò una dose anche il giorno del famoso convegno di Feltre del 19 luglio 1943, quando il Führer invasato e sovraeccitato parlò per tre ore di fila e mise verbalmente kappaò Mussolini che voleva sfilarsi dalla guerra.
Dopo il fallito attentato del luglio 1944 che gli provocò danni permanenti al timpano, Hitler iniziò anche a sniffare cocaina e nella primavera del 1945, rinchiuso nel bunker di Berlino, finì la sua vita come un tossico, con la bava alla bocca e il tremore alle mani, soffrendo di allucinazioni e con le vene rovinate dai buchi.

(Il Messaggero, 29 novembre 2016)

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Chiude il museo, all'asta i mezzi dello sbarco in Normandia

di Mario Avagliano 

   Tra i danni collaterali del terrorismo dell'Isis non c'è solo la distruzione di siti archeologici di inestimabile valore come quello di Palmira in Siria ma anche la memoria della seconda guerra mondiale. E infatti, proprio a causa del calo di visitatori e di turisti indotto dai recenti attentati in Francia, il prossimo 18 settembre chiuderà i battenti il «Museo dei Carri Armati» in Normandia, nato per ricordare il glorioso sbarco degli Alleati sulle spiagge francesi il 6 giugno del 1944, passato alla storia come il D-Day. La collezione dei carri armati utilizzati quel giorno, ma anche le jeep, le moto, le armi, le uniformi dei combattenti che liberarono l'Europa da nazisti e fascisti, in tutto 130 lotti, saranno battuti all'asta curata dalla casa parigina Artcurial.

Tra gli oggetti più pregiati in vendita c'è il carro armato M4 “Sherman” del 1944, valutato tra i 250 mila e i 450 mila euro, il cingolato americano forse più famoso della Seconda Guerra mondiale, di cui al mondo esistono pochissimi esemplari.  Per una Jeep Willys MB, una 4x4 che era in grado di tagliare il filo spinato delle trincee tedesche bastano invece 15-25mila euro, come per la moto Harley Davidson WLA del 1943, mentre il bulldozer Caterpillar D-8 costa tra i 4-6mila euro. Decisamente più economici i manichini dei carristi e piloti della marina americana, con indosso le uniformi originali, valutati 200 euro. 

Il museo era stato aperto appena tre anni fa a Catz, un paesino di poco più di cento anime vicino alla spiaggia di Utah, in occasione del settantesimo anniversario dello sbarco, grazie all’iniziativa di Patrick Nerrant e dei figli Stephane e Olivier, che dagli anni ‘80 cominciarono a collezionare veicoli della Seconda Guerra Mondiale insieme a migliaia di oggetti, restaurando una ventina di carri armati dell'epoca.

Negli ultimi mesi però il "Normandy Tank Museum” ha registrato un calo del 30% dei visitatori, imputato dal fondatore agli attacchi terroristici che negli ultimi due anni hanno colpito la Francia. Impossibile andare avanti, anche perché i costi di gestione e di manutenzione sono elevatissimi. Si tratta infatti di una struttura di 3000 metri quadrati con quaranta tra carri armati, camion, moto e aerei, migliaia di oggetti militari, manichini con uniformi, con pista di decollo, officina per le riparazioni e cinque ettari di terreno per dimostrazioni dinamiche. Fra le attività proposte anche tour sui cingolati e sorvoli delle spiagge del D-Day. Restano ancora pochi giorni per visitarlo. Un'ultima occasione per immergersi nella memoria di quella battaglia decisiva per la libertà del Vecchio Continente.

(Il Messaggero del 27 agosto 2016)

 

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