Per una storia complessiva dell’8 settembre

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

 

Il pomeriggio dell’8 settembre di sessantaquattro anni fa, dalle frequenze di Radio Algeri, il Comandante in capo delle forze anglo-americane nel Mediterraneo, Dwight David Eisenhower, annunciò ufficialmente al mondo intero che l’Italia aveva chiesto ed ottenuto l’armistizio.

La notizia fece rapidamente il giro del mondo perché, sebbene Mussolini fosse già stato deposto il 25 luglio 1943, in seguito al «colpo di stato» che aveva portato alla guida del governo il maresciallo Pietro Badoglio, l’Italia era la prima potenza dell’Asse Roma-Berlino-Tokio a cedere le armi e a capitolare. Per la nostra nazione, però, la resa siglata con gli anglo-americani – non l’8, ma il 3 settembre 1943 a Cassibile in Sicilia – non sancì la fine della guerra, poiché il territorio nazionale continuò ad essere per altri venti mesi teatro di guerra tra eserciti stranieri, nonché di una «guerra civile» tra opposte fazioni di italiani (sulla Resistenza come guerra civile vedi il saggio di Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991).

L’8 settembre, inoltre, anche a causa di una gestione approssimativa da parte dei vertici istituzionali e militari, segnò l’inizio di quello che Elena Aga Rossi ha efficacemente definito lo sbando (Una nazione allo sbando, L’armistizio italiano del settembre 1943, Il Mulino, Bologna 1993). A questa espressione, a ben vedere, se ne potrebbe aggiungere un’altra. L’8 settembre rappresentò infatti anche l’inizio della divisione. Innanzitutto venne diviso il territorio della penisola: l’Italia centro-settentrionale venne di fatto occupata dalla Wehrmacht (che aveva già fatto affluire numerose divisioni dal Brennero prima dell’annuncio), mentre sulle regioni centro-meridionali venne progressivamente esteso il controllo degli anglo-americani. Una parte di italiani si trovò così sotto la RSI e l’occupazione tedesca, un’altra parte sotto il Regno del Sud e l’occupazione (o liberazione) degli Alleati. Nelle zone ancora sottomesse al nazifascismo, migliaia di civili, presunti oppositori, furono deportati nei campi di concentramento tedeschi. Centinaia di migliaia di militari, schierati in patria e all’estero al fianco dei tedeschi d’improvviso non più alleati, vennero rapidamente catturati, disarmati e deportati nei campi di concentramento e di lavoro coatto del Terzo Reich, dove affrontarono una lunga e dura prigionia non come prigionieri di guerra ma come Internati Militari Italiani. Un gran numero di italiani, quindi, venne messo di fronte alla necessità di scegliere – spesso sotto ricatto – se continuare a collaborare con i nazisti ed i fascisti o rifiutare rischiando la vita propria e dei propri cari.

Per questi (ed altri) motivi, l’8 settembre 1943 ha rappresentato e continua a rappresentare una data-simbolo, probabilmente unica, nella storia contemporanea italiana. Una data che come poche altre ha influenzato l’intero dibattito politico-culturale italiano del dopoguerra e che ancora oggi fa sentire i suoi effetti e il suo peso nella memoria di quegli anni e di quegli avvenimenti, nelle nuove e vecchie generazioni. Tanto è vero che, a ragione, si è parlato di «memoria divisa», mentre il panorama storiografico, a distanza di quasi settant’anni, presenta ancora molte lacune e non è stato ancora in grado di scrivere una storia complessiva dell’armistizio e delle sue conseguenze.

Se la ricostruzione degli avvenimenti dal punto di vista diplomatico-politico-istituzionale può dirsi tutto sommato acquisita – con le sue luci e le sue ombre e nonostante alcuni dettagli e retroscena che ancora attendono maggiore chiarezza – grazie agli studi fondamentali, in ordine cronologico, tra gli altri di Zangardi (1943: 25 luglio-8 settembre, Feltrinelli, 1964, Musco (La verità sull’8 settembre, Garzanti, 1965), Toscano (Dal 25 luglio all’8 settembre, Le Monnier, 1966), Aga Rossi (L’inganno reciproco. L’armistizio tra l’Italia e gli angloamericani del settembre 1943, Ministero per i beni e le attività culturali, 1993 e Una nazione allo sbando), De Felice (Mussolini l’alleato, Einaudi, 1996-1998).

Altrettanto, però, non si può dire di altri aspetti, a cominciare da quello militare. In questo ambito, infatti, i principali studi basati sui documenti custoditi negli archivi delle diverse armi sono rappresentati esclusivamente da pubblicazioni «ufficiali» volute e condotte dagli stessi Uffici Storici: Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943 dello Stato maggiore dell’Esercito (1975), La Marina dall’8 settembre 1943 alla fine del conflitto e La marina, gli armistizi e il trattato di pace della Marina (1971 e 1979), L’aeronautica italiana nella guerra di liberazione. 8 settembre 1943-8 maggio 1945 dell’Aeronautica (1950) e I carabinieri nella Resistenza e nella guerra di Liberazione dei Carabinieri (1978). Questi lavori, ai quali va comunque riconosciuto il merito di aver fatto conoscere fonti militari importanti, non sempre sono però esenti da intenti giustificazionisti e comunque, proprio per via del loro carattere di «relazioni ufficiali», non sono sufficienti a colmare la lacuna lasciata dalla latitanza degli storici sul tema, con poche eccezioni tra cui il lavoro di sintesi e di inquadramento generale L’Armistizio dell’8 settembre 1943, scritto da Giorgio Rochat per il «Dizionario della Resistenza» di Einaudi.

La storia militare dell’8 settembre, del resto, non è facile e richiederebbe una ricerca capillare e approfondita per le quali non sempre esistono le fonti. Si tratta infatti di una vicenda dai mille rivoli e risvolti, che ha un punto di partenza chiaro e certo – la mancanza di direttive e ordini precisi – dal quale discendono però innumerevoli situazioni differenti, da zona a zona, da reparto a reparto e addirittura per singoli militari.

Provando a tracciare un quadro schematico della situazione, la prima differenza va fatta tra le truppe schierate in Italia e quelle all’estero. Per le prime, bisogna distinguere tra Italia meridionale (da dove era più facile trovare riparo dietro le linee alleate o tra la popolazione civile in attesa dell’arrivo degli inglesi e degli americani) e Italia settentrionale (saldamente presidiata dai nazisti e quindi dove la principale alternativa alla cattura e alla deportazione era la fuga sui monti con le nascenti bande partigiane). Tra i militari che inizialmente si diedero alla macchia e diedero vita o ingrossarono le file della Resistenza, in questa prima fase, inoltre, bisogna distinguere tra coloro che condussero la lotta partigiana fino alla fine della guerra e coloro che invece vennero catturati, si consegnarono o riuscirono ad imboscarsi. Da non dimenticare, infine, la scelta di segno opposto di coloro che per convinzione politico-ideologica, per un certo senso del dovere e dell’onore militare, per opportunismo, paura o ricatto accettarono immediatamente di continuare a combattere la guerra al fianco dei tedeschi e sotto la bandiera della neonata RSI.

All’estero la situazione fu ancora più complessa, perché le opportunità di scampare alla cattura e alla deportazione erano quasi azzerate dalla lontananza dalla madrepatria, dal fatto di essere schierati fianco a fianco con i tedeschi, dalla minore disponibilità della popolazione civile ad aiutare forze che fino al giorno prima erano d’occupazione e dalla confusione generata dall’assoluta mancanza di informazioni sulla situazione generale. Le alternative furono allora le seguenti: consegna delle armi e delle posizioni ai tedeschi (per decisione dei comandi sul campo o spontaneamente da parte delle truppe), fuga con i partigiani locali, tentativi di resistenza armata collettiva da parte di interi reparti (finiti però nel sangue come a Cefalonia per via della superiorità di fuoco e di organizzazione dell’ex-alleato).

Per dare un contributo alla storia militare dell’8 settembre e delle sue conseguenze, in questi ultimi anni abbiamo condotto una ricerca approfondita in tutta Italia sulle lettere e i diari degli Internati Militari Italiani (IMI), ormai conclusa, di prossima pubblicazione nella collana storica della casa editrice Einaudi. Ma non è solo l’aspetto militare dell’armistizio a presentare lacune o autentici buchi neri in sede di ricostruzione storica. Nella storia complessiva dell’armistizio ancora da scrivere, infatti, andrebbero considerati, oltre agli avvenimenti, anche gli stati d’animo, le emozioni, le sensazioni e le convinzioni che da esso maturarono e che furono poi alla base delle diverse «memorie» di quegli avvenimenti che si sono sedimentate nella cultura italiana del dopoguerra.

Ed è per questo che una storia complessiva dell’armistizio, sarebbe il punto di partenza indispensabile e propedeutico ad una storia complessiva italiana, dalla fine della guerra ai giorni nostri.

("Rassegna", ANRP, n. 9/10/11, Anno XXIX, settembre-novembre 2007)

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Disegni di prigionia come fonte storica. Gli schizzi e i dipinti di Pierino Saragni, prigioniero in Africa

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

 

La prigionia dei militari italiani durante la seconda guerra mondiale è un tema quasi del tutto inesplorato ed ignorato dalla storiografia italiana del dopoguerra. Più che di prigionia, meglio sarebbe parlare delle prigionie – numerose e molto diverse tra loro – alle quali sono stati sottoposti centinaia di migliaia di militari italiani tra il 1940 e il 1945 (ed oltre, se consideriamo anche l’attesa per il rimpatrio di molti di loro). Questo discorso, su di un piano più generale, può essere esteso anche al fenomeno dei reduci nel suo complesso (anche in questo caso reduci da numerose e differenti situazioni). Un tema sul quale ha recentemente riacceso una luce di interesse – che per decenni è rimasto confinato nell’esclusiva sfera d’attenzione delle associazioni dei reduci e delle loro riviste e pubblicazioni a diffusione inevitabilmente limitata – il volume di Agostino Bistarelli intitolato «La storia del ritorno. I reduci italiani del secondo dopoguerra». Il libro, pubblicato da Bollati Boringhieri, ha contribuito a colmare una lacuna, considerato che – come ha scritto Claudio Pavone nell’articolo di presentazione dell’opera su Repubblica dello scorso 10 ottobre -  «nonostante le sue imponenti dimensioni (centinaia di migliaia di persone), il fenomeno [dei reduci] abbia trovato poco spazio nella storiografia e presenza molto limitata nella memoria collettiva, al contrario di quanto era avvenuto per i reduci della prima guerra mondiale». Per questi ultimi, infatti, esisteva fin dal 1974 uno studio organico di Giovanni Sabatucci, «I Combattenti del primo dopoguerra» (edito da Laterza).

Anche per le prigionie – a proposito delle quali sta per essere pubblicata una nostra ricerca sugli Internati Militari Italiani – esiste una analoga disparità di trattamento in sede storiografica tra le due guerre mondiali. Se per il conflitto del ’15-’18, infatti, si può far riferimento al volume di Giovanna Procacci «Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra» (Editori Riuniti, 1993), per quello del ’40-’45 non si va oltre qualche buon approfondimento, tra cui «Le diverse prigionie dei militari italiani» di Giorgio Rochat, in appendice a «Le guerre italiane 1935-1943» (Einaudi, 2005).

 

La memoria divisa

Tale carenza di studi e ricerche, naturalmente, non è riconducibile solo ad una mancanza di volontà da parte degli storici. L’approccio storiografico al tema dei reduci e, più nel dettaglio, a quello dei reduci dalle diverse prigionie della seconda guerra mondiale, evidentemente, presenta non poche difficoltà. Innanzitutto, nel dopoguerra c’è stato, e c’è ancora, lo scoglio da superare della cosiddetta «memoria divisa». La mancata esistenza di una memoria univoca e, appunto, «condivisa» delle esperienze vissute tra il 1940 e il 1945 fonda le sue radici proprio nel groviglio di situazioni differenti in cui i militari italiani si sono trovati prima e dopo l’8 settembre: diversi fronti (Francia, Africa Orientale, Nord Africa, Grecia, Jugoslavia, Russia); diverse scelte fatte in seguito all’armistizio (resa e consegna delle armi ai tedeschi, tentativi di resistenza, arruolamento sotto la bandiera dell’alleato del giorno prima, fuga con i «ribelli» in Italia e all’estero); diversi fronti su cui hanno continuato la guerra dopo l’armistizio (partigiani italiani o stranieri, Corpo Italiano di Liberazione, RSI, formazioni tedesche); diverse prigionie (sotto gli Alleati anglo-americani in campi disseminati in varie parti del mondo, sotto i russi, sotto i tedeschi come IMI e lavoratori coatti, sotto i russi e gli jugoslavi dopo aver già vissuto la prigionia nazista); diverse scelte fatte durante la prigionia e l’internamento (adesione o rifiuto alla proposta di arruolarsi nelle SS o con la RSI durante l’internamento, adesione o rifiuto alla proposta rivolta agli ufficiali di lavorare per i tedeschi, cooperazione o non cooperazione con gli Alleati).

Questo complesso e variegato mosaico rappresenta una delle principali eredità che la seconda guerra mondiale ha lasciato al Paese nel periodo della sua ricostruzione, materiale e politica. Con l’aggravante che molti di questi uomini, volenti o nolenti, per convinzione o per obbligo, per senso del dovere o per puro caso, si erano trovati dapprima a combattere la guerra d’aggressione voluta del regime fascista e poi a rinnegarla e contrastarla in vario modo e in varie forme dopo il suo fragoroso fallimento. Tutto ciò fece prevalere, praticamente su tutti, la voglia di voltare pagina e di calare un velo di oblio su vicende personali e collettive nelle quali a posteriori si faticava a riconoscersi.

 

Le fonti scomparse

Il ritardo storiografico ha anche motivazioni legate alla scarsa disponibilità di fonti in tema di prigionia. I documenti «ufficiali» italiani sono per lo più schede di rimpatrio e pratiche per la pensione, ma sono andati dispersi tra mille uffici amministrativi, distrutti, oppure coperti da limiti di privacy. I documenti di parte straniera sono di altrettanta difficile reperibilità o sono stati deliberatamente distrutti, come nel caso dei nazisti responsabili di una gestione sistematicamente criminale dei prigionieri. Salvo qualche Relazione, però, i documenti «burocratici» costituiscono una importante banca dati statistica – di grande importanza per gli storici – ma non forniscono ulteriori informazioni sulle reali esperienze vissute in prigionia. Per indagare questi aspetti, dunque, oltre le testimonianze rese successivamente dai reduci, restano i pochi «effetti personali» che essi riuscirono a far arrivare in patria o a portare con sé dopo la guerra: cartoline, lettere, diari, appunti, fotografie (molto rare) e disegni, che oggi sono per lo più sparse in innumerevoli micro-archivi familiari. A questo genere di fonti ci siamo rivolti per approfondire la storia degli IMI di prossima pubblicazione, nonché delle altre prigionie (chiunque volesse farci consultare copia dei propri documenti può contattarci all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

 

I disegni di Pierino Saragni

Uno spaccato interessante della prigionia in Africa emerge dai numerosi disegni che l’allora soldato Pierino Saragni – nel dopoguerra pittore e autore di vetrate artistiche soprattutto per chiese, nonché cavaliere del lavoro per meriti artistici – realizza negli anni di reclusione sotto gli Alleati, tra l’estate del 1943 e la fine del 1945 (si ringrazia la famiglia, ed in particolare la figlia Marialuisa e la nipote Erica Valle, per averne permesso la pubblicazione). Sebbene gli anglo-americani non abbiano condotto una gestione deliberatamente criminale dei prigionieri, a differenza del sistema concentrazionario nazista verso russi e italiani, anche quella prigionia ha avuto le sue efferatezze, le sue sofferenze fisiche e psicologiche ed il suo prezzo elevato in termini di vite umane. Essa ha riguardato 400.000 uomini catturati dagli inglesi in Africa Orientale e Settentrionale, 40.000 dai francesi in Tunisia e 125.000 dagli americani in Tunisia e Sicilia. Pierino Saragni è uno di questi ultimi (nato a Milano il 1° febbraio 1910, viene chiamato alle armi il 2 settembre 1942 e inviato in Sicilia, prima a Messina poi a Bagheria, con un Battaglione della Guardia Costiera, presso il Comando Difesa Porto; fatto prigioniero nel 1943, viene portato in Tunisia e in Algeria e rimpatrierà solo nell’ottobre del 1945; è morto a Genova il 18 aprile 1988). Naturalmente non tutti vissero lo stesso tipo di esperienza.

I disegni di Saragni mettono innanzitutto in evidenza l’ambiente della prigionia, che si svolge prevalentemente nelle tende da campo (Disegni 1, 2 e 3). Anche se non ci sono le baracche, tipiche ad esempio della prigionia in Germania, «il mio posto letto sotto la tenda» ha le caratteristiche di ogni prigionia: poco spazio a disposizione, la branda tenuta in ordine nei limiti del possibile, un misero bagaglio e pochi oggetti personali salvati al momento della cattura ammassati in un angolo, pochi strumenti di sopravvivenza gelosamente custoditi come la gavetta, il cucchiaio, la borraccia. Altro elemento universale – oltre all’onnipresente reticolato che incornicia la vista di un orizzonte vuoto e squallido – è l’odiosa scritta con la vernice bianca sul retro della giacca (che nel caso di Saragni è «PW», Prisoner Of War), associata ad un numero di matricola («1015», Disegno 1). La matita di Saragni, dunque, ferma sul foglio le caratteristiche più aberranti della prigionia moderna: spersonalizzazione dell’individuo, realizzata attraverso la sua riduzione ad un numero o ad una sigla (evidente nel ritratto di un compagno che, prima del nome, è il «N. 1041»; Disegno 4), e con la condivisione forzata di spazi ristretti con un gran numero di uomini (Disegno 2); abbrutimento fisico e morale, evidente nelle frequenti immagini di uomini che trascorrono la giornata buttati a terra, con lo sguardo perso nel vuoto, vestiti di stracci – pochi o molti a seconda del clima gelido o torrido – che spesso sono il lontano ricordo di una divisa, sempre la stessa, indossata da anni (Disegno 3).

A tutto questo, però, i prigionieri cercano di resistere organizzando nel campo attività culturali e ricreative come – dove ciò è consentito – partecipando con testi ed illustrazioni ai giornali e ai bollettini diffusi nel campo (Disegno 5). A livello individuale, invece, ciascuno ricorre ai propri espedienti, come nel caso delle vignette autoironici in cui Saragni ritrae un gallo che suona a ritmo «allegro ma non troppo» (Disegno 6) o lo sbigottimento di un malcapitato PW che ha avuto la sventura di dover ricorrere all’infermeria del campo (Disegno 7).

Dai disegni spuntano anche i volti dei carcerieri, e qui le strade dei singoli prigionieri tornano a prendere direzioni diverse. Saragni fa il ritratto dell’«amico algerino» (Disegno 8), che non ha nulla a che vedere, ad esempio, con i freddi tedeschi. Così come lo scenario assume dei connotati diversi quando, finita la guerra, gli ex-prigionieri - sopravvissuti all’immane tragedia – restano a lungo in attesa di poter rientrare in Italia e riabbracciare le loro famiglie: in attesa di quel giorno e del ritorno ad una vita normale, su di un tavolo spunta persino un vaso colorato con dentro una pianta (Disegno 9).

("Rassegna", ANRP, n. 12, Anno XXIX, dicembre 2007)

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Mata Hari e le altre: 007 è donna

Nel '900 rovesciato il modello maschile dell'agente segreto oggi nell'intelligence più responsabilità alle figure femminili

di Mario Avagliano 

Il mio nome è Bond... James Bond Ian Fleming, quando ideò la figura del agente segreto britannico 007, non pensò mai che potesse essere di sesso femminile o tanto meno agli ordini di una donna, come accade invece negli ultimi film della fortunata saga cinematografica, in cui Bond è alle dipendenze di M, interpretata sullo schermo dalla brava Judi Dench. E in effetti nello spionaggio l'impiego delle donne per molto tempo è stato limitato da pregiudizi etabù.Tuteal più il gentil sesso veniva utilizzato nel campo della seduzione, per carpire segreti all'inconsapevolevittima di tumoo ricattare l'imprudente partner con la minaccia di uno scandalo familiare o politico. Ma a partire dal Novecento, come ci racconta il bel libro Le dieci donne spia che hanno fatto la storia (Edizioni Il Capricorno) di Domenico Vecchioni, il paradigma si è rovesciato. E in occasione della prima guerra mondiale anche le donne sono entrate di prepotenza nell'affascinante mondo delle spie. Tanto che oggi le figurefemminli esercitano nell'intelligence ruoli di sempre maggiore responsabilità, finoad anivareall'apice con Gina Haspel, da poco nominata capo della Cia.
La donna spia più esaltata e mitizzata dalla storiografia e dal cinema è sicuramente Mata Hari, che iniziò come ballerina e diventò spia sfruttando i contatti che intratteneva nel bel mondo della capitale francese nel cui ambito sfarfallava, scivolando poi sul terreno del doppio gioco tra Francia e Germania. Ma, come ci racconta Vecchioni, la bella olandese Margaretha Geertruida Zelle, alias Mata Hari, alias agente H2t alta 1.75metri, un po' forte di fianchi, bruna di chioma e di carnagione, tanto da fingere di essere nativa dell'isola di Giava, fu in realtà un agente segreto dai risultati abbastanza insignificanti. Le informazioni che riuscì a passare, in effetti, furono poche e del tutto ininfluenti sul corso della prima guerra mondiale.
Destino paradossale il suo: travolta dagli eventi e dai suoi sentimenti, fu giustiziata in Francia dopo essere stata abbandonata da quegli stessi uomini ai quali aveva dato spesso momenti d'intenso piacere. Destino anche cinico: dopo l'esecuzione, il cadavere di Mata Hari non fu reclamato da alcun parente o amico. Così quel corpo che aveva fatto fremere le platee maschili dei teatri parigini e non solo (si era esibita anche alla Scala di Milano), che aveva fatto perdere la testa a presidenti del Consiglio, ministri, generali, intellettuali e uomini facoltosi (compresi l'italiano Giacomo Puccini e il miliardario di origini ebraiche barone Henri de Rothschild), finì messo a disposizione della facoltà di Medicina di Parigi come cavia per le esercitazioni degli studenti. 
Ben altro spessore, il libro di Vecchioni attribuisce alla spia Gertude Bell, che insieme a Lawrence d'Arabia operò in Medio Oriente e contribuì alla «creazione» dell'Iraq. II loro compito era quello di promuovere la rivolta araba contro la dominazione della Turchia, alleata della Germania. I due si capirono, simpatizzarono e si manifestarono stima reciproca. Avevano tante cose in comune. Entrambi erano archeologi di formazione, entrambi avevano studiato Storia a Oxford, entrambi soffrivano del «mal d'Arabia»esubivano fascine il mistero del Medio Oriente. Entrambi poi avevano alle spalle storie personali «complicate>: Lawrence alle prese con la sua omosessualità latente; Gertrude, dal canto suo, prigioniera del ricordo delsuoamoreperduto. Una delle spie più temibili emisteriose fu certamente la tedesca Fräulein Doktor (a cui Alberto Lattuada dedicherà un film nel 1969), al secolo Elsbeth Schragmüller, implacabile istruttrice di spie ad Anversa per conto della Germania pre-nazista. II capitano Georges Ladoux, capo del controspionaggio francese, il suo diretto avversario, colui che aveva messo in trappola Mata Hari, l'aveva soprannom inala Tigresse d'Anvers.
Altre figure mitiche sono la principessa indiana Noor Inayat Kahn, che nella Francia occupata dai nazisti lavorò come operatore radio dei servizi segreti britannici in supporto alla Resistenza e l'affascinante Venere nera Joséphine Baker, che allo scoppio della seconda guerra mondialesi miseal servizio della Francia, la sua patria di adozione. Virginia Hall, la «signora che zoppica», spia perla Gran Bretagna e poi per gli Usa, divenne l'ossessione di Klaus Barbie (il famigerato boia di Lione), che non riusciva a capire come una donna, per di più con una gamba di legno, potesse tenere in scacco i servizi di sicurezza nazisti. Christine Granville, contessa polacca, era invece la spia preferita di Winston Churchill.
Avvicinandosi ai giorni nostri, una delle storie più sorprendenti è quella di Ana Belén Montes, che per ben sedici anni dal suo ufficio nel cuore dell'intelligence statunitense svolse attività di spionaggio perla Cuba di Fidel Castro. Così come colpisce la vicenda della seducente Anna Kushchenko Chapman, conosciuta come Anna la Rossa, spia a New York per conto di Putin, che nel suo ufficio al grattacielo 20 Exchange Place riceveva i suoi clienti per aiutarli nelle loro scelte, mostrandosi all'occorrenza disponibile anche per altri tipi di assistenza. Scoperta e arrestata, è stata rimpatriata in Russia, dov'è ora una vera e propria star dei rotocalchi. Donne tenaci, intelligenti, astute, che hanno ispirato film e romanzi ma che, ci racconta il libro di Vecchioni, a volte anche grazie al loro fascino hanno saputo servire il loro Paese al pari di un James Bond. E nella realtà, non nella finzione cinematografica. 
 
(pubblicato su Il Mattino, 24 luglio 2019)
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Radio Radicale: la presentazione del libro "Dopoguerra" a Roma del 18 luglio 2019

Presentazione del libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri "Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni (1945-1947)"

A cura di Bretema e Valentina Pietrosanti

Evento organizzato in collaborazione con Casa della Memoria e della Biblioteche di Roma.

Registrazione video del dibattito dal titolo "Presentazione del libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri "Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni (1945-1947)"", registrato a Roma giovedì 18 luglio 2019 alle ore 18:15.

Dibattito organizzato da Associazione Nazionale Partigiani Italiani e Fondazione Pietro Nenni.

Sono intervenuti: Carlo Fiordaliso (vice Presidente della Fondazione Nanni), Ugo Intini (giornalista, esponente storico del Partito Socialista Italiano), Simona Colarizi (ordinario di
Storia Contemporanea presso l'Università degli Studi La Sapienza di Roma), Fabrizio De Santis (presidente dell'ANPI provinciale di Roma), Mario Avagliano (scrittore, saggista, autore del libro).

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Antifascismo, Brigate Rosse, Comunismo, Ebrei, Fascismo, Guerra, Istituzioni, Italia, Libro, Nazismo, Nenni, Pertini, Politica, Resistenza, Storia.

La registrazione video di questo dibattito ha una durata di 1 ora e 25 minuti.

Il contenuto è disponibile anche nella sola versione audio.

https://www.radioradicale.it/scheda/579813/presentazione-del-libro-di-mario-avagliano-e-marco-palmieri-dopoguerra-gli-italiani

 

(pubblicato su www.radioradicale.it, 18 luglio 2019)

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Gli italiani del dopoguerra tra speranze e delusioni (Il Tempo)

Gli italiani del dopoguerra tra speranze e delusioni

Nel saggio di Avagliano e Palmieri gli anni difficili e la rinascita. Dalle burrascose vicende politiche alla Costituzione repubblicana

Chiara Proietti

«E' un momento curioso quello che attraversiamo» scrive nella primavera del 1945 la sceneggiatrice Suso Cecchi D'Amico al marito, «sta per scoppiare il dopoguerra ..) Non potrei spiegare altrimenti questo sgomento indefinibile che ha preso un po' tutti. Proprio tutti».

Il 25 aprile del 1945 la guerra non è ancora finita, ma avviene una svolta decisiva per la libertà. La liberazione del Nord dall'occupazione nazifascista e l'arrivo delle truppe alleate segnano per l'Italia un punto ben preciso. «Ma cosa speravamo dunque tutti? Che il giorno dopo la Liberazione le cose fossero già sistemate a dovere?" annota in quei giorni nel suo diario la partigiana Andreina Zanelli Libano. L'Italia è un paese stremato, inquieto e travagliato, in cui le persone hanno perso i propri punti di riferimento e devono adeguarsi a un nuovo contesto sociale e politico, nazionale e internazionale. Nei tre anni che vanno dalla fine della guerra all'entrata in vigore della Costituzione repubblicana la comunità nazionale ricompone i suoi frantumi, si congeda dalla guerra civile e dal fascismo e ricostruisce faticosamente il suo futuro. Sono i giorni delle vendette e della resa dei conti, dei prigionieri e dei deportati che tornano a casa, delle grandi adunate politiche nella rinata democrazia, ma anche di una gioiosa febbre di divertimento e di fretta di ricostruire. Per la prima volta tutti gli aspetti politici, economici, sociali di questo intenso periodo della storia d'Italia sono stati indagati, con una visione d'insieme, da due specialisti del ramo, Mario Avagliano e Marco Palmieri, nel nuovo saggio Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni 1945-1947 appena pubblicato da il Mulino. Gli autori interrogano diari privati e memorie, lettere, relazioni dei prefetti e delle forze di polizia, articoli di stampa, cinegiornali, film e canzoni, corrispondenze e conversazioni intercettate, per comporre un ricco e appassionante ritratto di come gli italiani vissero quei primi anni successivi alla Liberazione: il ritorno dei reduci e il loro difficile reinserimento nella vita civile; il ritorno dei deportati politici e degli ebrei; i partigiani chiamati a deporre le armi; i fascisti veterani o giovanissimi di Salò impegnati a rifarsi una vita o a costruirsi uno spazio politico nel nuovo scenario; il dramma di molte donne e bambini; i criminali e i banditi.

Non solo, il periodo 1945-1947 è un'autentica stagione costituente. Tre anni dopo molto è cambiato: l'Italia è una Repubblica, ha una nuova Costituzione e ha scelto per la prima volta nella sua storia il proprio assetto politico-istituzionale attraverso due tornate elettorali a suffragio universale maschile e femminile, segnate da una straordinaria partecipazione popolare: il 2 giugno 1946 il referendum sancisce la vittoria della repubblica sulla monarchia; viene eletta l'Assemblea costituente chiamata a scrivere la nuova carta costituzionale che entra in vigore il 1 gennaio 1948; il 18 aprile 1948 viene eletto il primo Parlamento della neonata Repubblica. Gli autori raccontano i segnali di una società che tenta di ritornare alla normalità: lungo le strade si riaccendono le luci dei lampioni oscurate da anni di coprifuoco, si organizzano feste da ballo, spopolano i nuovi ritmi americani come il boogie-woogie, riparte il campionato di calcio, Coppi e Bartali riprendono a sfidarsi al Giro d'Italia e i cinema tornano a riempirsi di pubblico. Vecchie e nuove aziende, intanto, cominciano a trasforma