Morte dal cielo per gli internati e deportati

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

Tra i crimini perpetrati dai nazisti nel corso della seconda guerra mondiale ce ne è uno che spesso viene dimenticato, ma che è costato la vita a migliaia di uomini e donne, tra lavoratori coatti, deportati civili e internati militari. Durante gli allarmi aerei, i carcerieri nazisti obbligavano i deportati e gli internati a non abbandonare il posto di lavoro, per non interrompere l’attività produttiva, oppure a non uscire dalle baracche dei campi di concentramento, che non recavano le necessarie insegne e segnalazioni per essere riconosciuti dai bombardieri. In questo modo atroce, specie negli ultimi due anni di guerra, persero la vita migliaia di persone. Solo tra gli Internati Militari Italiani, secondo una stima verosimile di Claudio Sommaruga, i bombardamenti aerei causarono circa 2.700 vittime, alle quali devono essere aggiunti migliaia di altri morti, in numero impossibile da definire con esattezza, tra “schiavi”, deportati civili e prigionieri di guerra italiani e di altre nazionalità.

Malgrado cifre così rilevanti, questo tema non è stato ancora esplorato a fondo e con sistematicità in sede di ricerca storica. Nel corso degli ultimi anni, però, il tema della massiccia campagna aerea scatenata dagli angloamericani per piegare la Germania di Hitler, prima e durante l’attacco terrestre, sta tornando al centro dell’attenzione e dell’interesse di studiosi e ricercatori. Tali studi hanno il merito di aver spostato, per la prima volta, il focus dell’analisi e della ricostruzione degli avvenimenti, dagli aspetti più propriamente militari, strategici e tecnici, a quelli relativi all’impatto sulla popolazione civile tedesca e al prezzo da essa pagato in termini di vite umane. Un prezzo senza dubbio elevatissimo, ma nell’ambito del quale non può essere dimenticato quello pagato anche da militari e civili che si trovarono in Germania per effetto della grande deportazione di uomini e donne attuata dai nazisti e che persero la vita in seguito ai comportamenti criminali dei loro carcerieri.

La campagna aerea sulla Germania.

La decisione di sottoporre la Germania ad un intensa campagna di bombardamenti aerei venne presa nel corso dell’incontro tra Churchill e Stalin nell’agosto del 1942. Tale decisione rappresentò un capitolo saliente della lunga polemica relativa all’apertura del cosiddetto “secondo fronte”: in risposta alle continue richieste di uno sbarco angloamericano nel nord Europa da parte di Stalin, infatti, in quell’incontro Churchill rispose con la promessa di uno sbarco in Africa Settentrionale entro la fine dell’anno e, appunto, un massiccio programma di bombardamenti aerei sul suolo tedesco, in vista dello sbarco in Europa rinviato all’anno successivo. Obiettivo dichiarato della campagna aerea fu da un lato di fiaccare la Germania di Hitler dal punto di vista materiale, colpendo infrastrutture, apparati industriali e produttivi, dall’altro di piegare il morale di civili e militari, nella speranza di spingere la popolazione a far mancare il proprio sostegno e consenso al regime nazista.

I primi bombardamenti inglesi di una certa entità sulla Germania risalgono alla primavera del 1940, in un momento particolarmente critico per l’Inghilterra, dopo l’occupazione tedesca della Norvegia e l’invasione della Francia. Churchill del resto era personalmente convinto che una intensa campagna di bombardamenti pesanti sulla Germania potesse rappresentare un contributo decisivo alla vittoria finale contro Hitler anche perché, in assenza di un forte esercito di terra, l’Inghilterra aveva avviato la preparazione alla guerra aerea contro la potenza continentale tedesca fin dalla metà degli anni Trenta. Fino a tutto il 1942, però, per la guerra aerea furono anni interlocutori, perché mancavano ancora quei miglioramenti organizzativi e operativi che sarebbero stati messi in atto più tardi dalla Royal Air Force, ma soprattutto perché la potenza aerea degli Alleati aumentò in maniera esponenziale solo quando gli Usa schierarono in Europa i loro bombardieri, nel corso del 1942. A questo punto la RAF si dedicò prevalentemente al bombardamento notturno delle zone industriali, mentre l’aviazione americana prese in consegna fabbriche, vie di comunicazioni, stazioni ferroviarie e depositi di carburante, colpendo durante il giorno.

Il 1943 rappresentò un momento di svolta nella strategia della guerra aerea, perché Churchill e Roosevelt si accordarono per dare priorità alla campagna aerea, in attesa dell’apertura del “secondo fronte” terrestre, ulteriormente rinviata al 1944. Verso la fine del 1943, inoltre, divenne chiaro che finché l’aviazione alleata non avesse sconfitto la Luftwaffe, lo sbarco nel nord della Francia e la successiva avanzata verso il cuore della Germania avrebbe presentato ancora troppi rischi. Così, in seguito all’intensificarsi dell’azione aerea, nel corso del 1944 l’equilibrio tra le due forze aeree cominciò a volgere in favore degli Alleati, quando i tedeschi non riuscirono più a rimpiazzare le perdite con la produzione di nuovi velivoli a causa dei danni che i bombardamenti stessi avevano provocavano all’industria  aeronautica e a quella petrolifera.

Da questo momento in poi la guerra aerea angloamericana funzionò in piena efficienza, concentrandosi pesantemente su tutte le strutture chiave dell’economia tedesca. Nel corso del 1944 venne sganciato sulla Germania la maggior parte del tonnellaggio complessivo di bombe di tutta la guerra. Anche perché, conquistato il dominio dell’aria, i bombardieri inglesi e americani poterono agire pressoché indisturbati e senza incontrare più alcuna resistenza, mentre i caccia e i cacciabombardieri, non più impegnati in compiti di scorta, poterono dedicarsi agli attacchi di precisione contro il sistema dei trasporti a terra. Quando gli angloamericani sbarcarono in Normandia, la Germania poteva contare solo su qualche centinaio di aerei funzionanti, contro gli oltre 12 mila alleati, e il suo potenziale bellico, produttivo e logistico era stato messo a dura prova da mesi e mesi di bombardamenti quotidiani.

Le ricerche recenti

Con i mezzi disponibili all’epoca, la precisione dei bombardamenti aerei era molto approssimativa e fin dai primi “esperimenti”, nelle fasi iniziali della guerra, ci si rese conto che la loro efficacia nel colpire obiettivi precisi era decisamente ridotta, specie di notte quando venivano effettuate la gran parte delle missioni per sfuggire agli sbarramenti e alla reazione della contraerea. Questo motivo indusse gli inglesi a non disdegnare la tattica dei bombardamenti a tappeto, che finirono inevitabilmente per colpire anche le città e i sobborghi urbani a ridosso delle zone industriali e delle grandi vie di comunicazione. Il prezzo pagato dai civili tedeschi fu senza dubbio alto e drammatico, con circa mezzo milione di uomini, donne e bambini rimasti uccisi sotto gli attacchi aerei e la distruzione di intere città.

Sulla campagna aerea degli angloamericani, due ricerche tradotte e pubblicate anche in italiano hanno recentemente riacceso l’attenzione di opinione pubblica e studiosi, sottolineandone e mettendone pienamente a fuoco il suo drammatico impatto sulla popolazione civile. La prima, condotta da Jörg Friedrich (La Germania Bombardata, Mondatori 2004), traccia una dettagliata mappa geografica e cronologica delle azioni dell'aviazione inglese e americana sul territorio tedesco, analizzando le armi impiegate, le strategie attuate, le zone più colpite, la dislocazione dei rifugi, le reazioni della collettività, che cosa si riuscì a salvare e cosa andò distrutto. L’altra è opera di Anthony C. Grayling (Tra le città morte. I bombardamenti sulle città tedesche: una necessità o un crimine?, Longanesi 2006) e offre un quadro altrettanto dettagliato dei luoghi colpiti e delle vittime provocate dalle esplosioni e dagli incendi.

Senza volersi addentrare nella questione “militare” riproposta in alcune di queste pagine – se i bombardamenti così massicci e indiscriminati ebbero un ruolo più o meno determinante nel decidere le sorti del conflitto o se una parte di queste vite umane avrebbero potuto esser risparmiate – sta di fatto che anche in questa fase di rinnovato interesse storico, il crimine nel crimine perpetrato dai nazisti contro deportati e internati rischia di passare sotto silenzio. Di tale crimine, del resto, praticamente non c’è traccia alcuna in quei pochi documenti “ufficiali” che oggi sono reperibili negli archivi italiani e tedeschi. Così come è particolarmente improbabile stilare un “bilancio” preciso delle vittime, distinguendo questa “voce” all’interno della tragica contabilità più generale delle vittime della barbarie nazista. Un contributo decisivo allo sforzo di ricostruzione storica, però, lo possono dare senza dubbio le memorie e i diari dell’epoca. In essi, le sirene degli allarmi aerei e le esplosioni vicine e lontane, sono annotazioni praticamente quotidiane. E con esse anche la paura, e la morte: “Una bomba mi è cascata a 50 metri da mè – scrive l’internato militare Giuseppe Marchi nel suo diario, riferendosi al bombardamento di Hagen del 2 dicembre 1944 – 70 dei miei compagni morti e le baracche tutte in fiamme, io sono rimasto coi pantaloni, e pastrano tutta l’altra roba mi era bruciata. Tremavo dalla paura, nel vedere quel macello, una gamba da una parte e un braccio da quell’altra, non ero capace di lasciarmelo passare” (Due veronesi nei lager, Istituto veronese per la storia della resistenza e dell’età contemporanea, Cierre edizioni 2001).

Un crimine nel crimine nazista

Un così alto tributo di vite umane pagato dagli internati e dai deportati civili trova spiegazione innanzitutto nel fatto che i lager dove essi erano rinchiusi non avevano alcuna segnalazione della croce rossa riconoscibile dall’alto e soprattutto erano ubicati a poca distanza dagli impianti industriali, dove i prigionieri venivano impiagati, o dai nodi stradali e ferroviari. I lager, inoltre, non avevano rifugi antiaerei e quando suonavano gli allarmi i prigionieri erano costretti a rimanere chiusi nelle baracche di legno, sotto la minaccia armata dei loro carcerieri. Frequenti furono anche i casi di uccisioni e ferimenti – senza alcuna possibilità di soccorso fino al cessato allarme – di chi non rispettava l’ordine.

I deportati e gli internati avviati al lavoro coatto, invece, spesso erano costretti a rimanere sul posto di lavoro per non interrompere l’attività produttiva anche sotto la minaccia dei bombardamenti. Una volta che i bombardieri avevano sganciato il loro carico esplosivo, invece, questi “schiavi” venivano immediatamente impegnati nello sgombero delle macerie e nelle operazioni di recupero e sepoltura delle vittime, senza alcuna protezione sanitaria. Anche laddove i rifugi esistevano, infine, erano quasi sempre riservati ai tedeschi, mentre gli IMI e i deportati potevano usufruire tutt’al più di piccole fosse con qualche asse di legno che in realtà non fornivano alcun riparo né dalle schegge, né dagli incendi. Per approfondire il tema nella maniera più dettagliata possibile, dunque, una strada importante da seguire è quella della raccolta, dell’analisi, della verifica e dell’incrocio delle informazioni contenute nelle memorie e nei diari dell’epoca, come quelli che stiamo utilizzando per scrivere una storia “dal vivo” e raccontata dai diretti protagonisti, della deportazione civile e dell’internamento militare.

("Rassegna", ANRP, n. 3-4, Anno XXIX, marzo-aprile 2007)

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Storie – Il fascista del “Il sangue dei vinti” era un delatore di ebrei

di Mario Avagliano
 
Chi conosce Daniele Biacchessi, giornalista, scrittore, vicecaporedattore di Radio 24, più volte premiato per la sua attività di reporter, sa che è anche un appassionato autore, regista e interprete di opere di teatro civile. Il suo ultimo libro, “Orazione civile per la Resistenza” (Promo Music), è una storia corale della guerra di liberazione, ripercorsa attraverso interviste, narrazioni di episodi e di luoghi della memoria.
Ma Biacchessi è anche un curioso, un cercatore di verità.
Da buon cronista, si era sempre chiesto chi fosse il fascista con le mani dietro la nuca , trascinato per le strade di Milano da alcuni partigiani armati, ritratto nella fotografia sulla copertina del saggio “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa, che a sua volta aveva tratto l’immagine dal libro dell’ex esponente della Repubblica Sociale Giorgio Pisanò, “Storia della guerra civile”.
Nella didascalia del libro di Pansa, in seconda di copertina, si parla genericamente di “fascista ucciso il 28 aprile 1945”.
Biacchessi non si è accontentato. Così è andato negli archivi dell’Istituto di Storia dell’Età Contemporanea (ISEC) di Sesto San Giovanni e si è messo alla ricerca di questa immagine.
Scartabella che scartabella, eureka!, l’ha trovata. Ed ha scoperto che si trattava di Carlo Barzaghi, l’autista di Franco Colombo, il comandante della legione autonoma mobile Ettore Muti di Milano.
Carlo Barzaghi è conosciuto come il boia del Verzeè (del Verziere), scrive Biacchessi, “responsabile di efferati crimini di guerra: la compilazione di numerosi elenchi di ebrei e oppositori poi deportati nei campi di sterminio, la fucilazione di quindici prigionieri politici (10 agosto 1944, Milano, piazzale Loreto) detenuti nel carcere di San Vittore su ordine di Walter Rauff e Theo Saevecke, funzionari della Sicherheitpolizei stanziati all’albergo Regina di Milano”.
Barzaghi non è quindi un fascista qualsiasi, un innocente ucciso nei giorni dell’aprile 1945. E’ un esponente di spicco della Repubblica di Salò e si è macchiato di vari reati.
Eppure c’è chi, anche oggi, alla vigilia della festa della Liberazione, affigge nella capitale manifesti anonimi con un verso tratta dalla canzone “La locomotiva” di Francesco Guccini: “Gli eroi sono tutti giovani e belli”, dedicandoli “Ai ragazzi di Salò”. Guccini non l’ha presa bene: “Hanno tradito il senso della mia canzone”.
A costoro andrebbe ricordata la frase di Italo Calvino: “Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c'erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l'Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c'era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono”.
 
(L’Unione Informa, 24 aprile 2012)
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Gli ebrei italiani e quel 16 ottobre

di Mario Avagliano

Il 16 ottobre è la vera “giornata della memoria” per gli ebrei italiani. Quel tragico sabato di ottobre del 1943 vennero rastrellati nel Ghetto di Roma 1259 ebrei. Le SS di Kappler li andarono a prelevare casa per casa. Due giorni dopo 1023 di essi furono deportati nel lager di Auschwitz (compreso un bambino nato dopo l’arresto della madre). Solo 17 sopravvissero. Fu la prima e la più imponente retata dei tedeschi in Italia nei confronti degli ebrei, messa in atto con il silenzio (e la complicità) delle autorità italiane della neonata Repubblica Sociale guidata da Benito Mussolini, e segnò l’inizio di una fase ancora più violenta della persecuzione razziale nel nostro Paese.

A distanza di 56 anni, l’Italia non ha ancora fatto i conti con questo lato oscuro della sua storia. La persecuzione degli ebrei del 1938-45 è stata vista e giudicata dai più come un fatto estemporaneo, quasi un corpo estraneo, indotto dall’esterno (Hitler) nelle nostre vicende nazionali.

La verità dei fatti fu ben diversa: a partire delle infauste leggi razziali del 1938 il governo di allora e gli italiani (che, pur nell’ambito della dittatura, espressero un vasto consenso di massa al fascismo e alle sue politiche, anche di discriminazione) intrapresero autonomamente la persecuzione degli ebrei, sia pure nel quadro di un avvicinamento politico-militare oltre che ideologico con la Germania nazista, e la perseguirono con sistematicità, determinazione e - purtroppo - efficacia.

Il prezzo pagato dagli ebrei in Italia fu altissimo. E se la persecuzione delle vite umane tra la fine del 1943 e la primavera del 1945 fa parte della storia più generale della Shoah (secondo gli studi di Liliana Picciotto provocò la morte di almeno 7.241 ebrei, pari a oltre il 22% della popolazione ebraica italiana), la persecuzione dei diritti subita dagli ebrei tra il 1937-38 e il 1943, costituita di umiliazioni, separazione dagli altri, segregazione, perdita di uguaglianza, cacciata dalle scuole e dai posti di lavoro, razzia di beni e proprietà, sofferenze e suicidi, resta una macchia specifica sulla coscienza e sulla storia italiana, su cui troppo spesso e troppo a lungo si è preferito soprassedere.

Il sistema persecutorio italiano fu il più articolato d’Europa dopo quello tedesco e in quegli anni alcune misure furono addirittura più gravose e vessatorie di quelle attuate dai nazisti. L’apparato amministrativo e burocratico statale si impegnò a fondo e con accanimento nell’applicare le leggi razziali. E così migliaia di professori, maestri, studenti, dipendenti pubblici, militari, impiegati privati, professionisti, da un giorno all’altro furono espulsi dalle scuole, dalle università, dagli uffici pubblici, dalle aziende, dalle forze armate, per il semplice fatto di essere ebrei.

Ma la responsabilità dell’Italia non riguarda solo le leggi razziali e la persecuzioni dei diritti. L’Ordine di Polizia della RSI numero 5, emanato il 30 novembre 1943 e trasmesso il giorno seguente alla radio, annunciò che tutti gli ebrei – «a qualunque nazionalità appartengano» - sarebbero stati arrestati e inviati ai campi di concentramento, fatta eccezione per quelli gravemente malati o di età superiore ai settant’anni. Di conseguenza, la maggior parte degli ebrei che poi trovarono la morte nei lager nazisti, come ha rilevato Michele Sarfatti, fu arrestata dalle autorità italiane e consegnata ai tedeschi. Alcune prefetture e comandi – ha scritto Renzo De Felice – ci misero «uno zelo veramente incredibile, fatto al tempo stesso di fanatismo, di sete di violenza, di rapacità». Tutto l’apparato burocratico italiano fu coinvolto. La «caccia» durò fino alla fine: il 25 aprile 1945, un gruppo di militi fascisti in fuga verso la Francia, si fermò a Cuneo per prelevare sei ebrei stranieri e ucciderli, gettando i loro corpi sotto un ponte. Come dimenticare questo capitolo della nostra storia?

 

(E Polis, 17 ottobre  2009)

 

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Gli internati militari italiani: dai Balcani, in Germania e nell’Urss

Quale fu il destino dei militari italiani catturati dai tedeschi nei Balcani? E' il tema del libro Gli internati militari italiani: dai Balcani, in Germania e nell’Urss. 1943-1945, di Maria Teresa Giusti (Rodorigo Editore, 2019). Il volume ripercorre le vicende degli italiani prigionieri nei Balcani tra il 1943 e i primi anni del dopoguerra e il destino degli Internati militari italiani (IMI), catturati dai tedeschi subito dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943. Questi ultimi erano i soldati e gli ufficiali appartenenti alle 35 divisioni stanziate in Albania, Grecia e Jugoslavia che dopo l'armistizio si erano arresi ai tedeschi e per la maggior parte si erano rifiutati di continuare la guerra al fianco della Germania e della neonata Repubblica sociale.

La massa dei prigionieri, cosiddetti “non optanti”, fu deportata dai Balcani nei campi di prigionia in Germania e nei territori occupati, tra cui la Bielorussia. Per indagare su quest’ultimo caso, la Giusti, oltreché dei documenti raccolti negli archivi italiani, russi e britannici, il volume si avvale della documentazione inedita bielorussa, consegnata nel 2009 dal governo di Minsk a quello italiano. Si tratta di due cartelle, parte in lingua russa parte in lingua tedesca, dove sulla base di testimonianze raccolte da agenti dell’Nkvd, si ricostruisce il trattamento subito dagli IMI nei campi di prigionia del Reich.

L’altro aspetto assai interessante, trattato nel volume e rimasto a lungo ai margini della ricostruzione storica, è quello relativo alle migliaia di IMI che, “liberati” dall’Armata rossa nel 1944, invece di essere rimpatriati furono deportati nei lager sovietici.

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Radio Radicale: la presentazione del libro "Dopoguerra" a Roma del 18 luglio 2019

Presentazione del libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri "Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni (1945-1947)"

A cura di Bretema e Valentina Pietrosanti

Evento organizzato in collaborazione con Casa della Memoria e della Biblioteche di Roma.

Registrazione video del dibattito dal titolo "Presentazione del libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri "Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni (1945-1947)"", registrato a Roma giovedì 18 luglio 2019 alle ore 18:15.

Dibattito organizzato da Associazione Nazionale Partigiani Italiani e Fondazione Pietro Nenni.

Sono intervenuti: Carlo Fiordaliso (vice Presidente della Fondazione Nanni), Ugo Intini (giornalista, esponente storico del Partito Socialista Italiano), Simona Colarizi (ordinario di
Storia Contemporanea presso l'Università degli Studi La Sapienza di Roma), Fabrizio De Santis (presidente dell'ANPI provinciale di Roma), Mario Avagliano (scrittore, saggista, autore del libro).

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Antifascismo, Brigate Rosse, Comunismo, Ebrei, Fascismo, Guerra, Istituzioni, Italia, Libro, Nazismo, Nenni, Pertini, Politica, Resistenza, Storia.

La registrazione video di questo dibattito ha una durata di 1 ora e 25 minuti.

Il contenuto è disponibile anche nella sola versione audio.

https://www.radioradicale.it/scheda/579813/presentazione-del-libro-di-mario-avagliano-e-marco-palmieri-dopoguerra-gli-italiani

 

(pubblicato su www.radioradicale.it, 18 luglio 2019)

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Gli italiani del dopoguerra tra speranze e delusioni (Il Tempo)

Gli italiani del dopoguerra tra speranze e delusioni

Nel saggio di Avagliano e Palmieri gli anni difficili e la rinascita. Dalle burrascose vicende politiche alla Costituzione repubblicana

Chiara Proietti

«E' un momento curioso quello che attraversiamo» scrive nella primavera del 1945 la sceneggiatrice Suso Cecchi D'Amico al marito, «sta per scoppiare il dopoguerra ..) Non potrei spiegare altrimenti questo sgomento indefinibile che ha preso un po' tutti. Proprio tutti».

Il 25 aprile del 1945 la guerra non è ancora finita, ma avviene una svolta decisiva per la libertà. La liberazione del Nord dall'occupazione nazifascista e l'arrivo delle truppe alleate segnano per l'Italia un punto ben preciso. «Ma cosa speravamo dunque tutti? Che il giorno dopo la Liberazione le cose fossero già sistemate a dovere?" annota in quei giorni nel suo diario la partigiana Andreina Zanelli Libano. L'Italia è un paese stremato, inquieto e travagliato, in cui le persone hanno perso i propri punti di riferimento e devono adeguarsi a un nuovo contesto sociale e politico, nazionale e internazionale. Nei tre anni che vanno dalla fine della guerra all'entrata in vigore della Costituzione repubblicana la comunità nazionale ricompone i suoi frantumi, si congeda dalla guerra civile e dal fascismo e ricostruisce faticosamente il suo futuro. Sono i giorni delle vendette e della resa dei conti, dei prigionieri e dei deportati che tornano a casa, delle grandi adunate politiche nella rinata democrazia, ma anche di una gioiosa febbre di divertimento e di fretta di ricostruire. Per la prima volta tutti gli aspetti politici, economici, sociali di questo intenso periodo della storia d'Italia sono stati indagati, con una visione d'insieme, da due specialisti del ramo, Mario Avagliano e Marco Palmieri, nel nuovo saggio Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni 1945-1947 appena pubblicato da il Mulino. Gli autori interrogano diari privati e memorie, lettere, relazioni dei prefetti e delle forze di polizia, articoli di stampa, cinegiornali, film e canzoni, corrispondenze e conversazioni intercettate, per comporre un ricco e appassionante ritratto di come gli italiani vissero quei primi anni successivi alla Liberazione: il ritorno dei reduci e il loro difficile reinserimento nella vita civile; il ritorno dei deportati politici e degli ebrei; i partigiani chiamati a deporre le armi; i fascisti veterani o giovanissimi di Salò impegnati a rifarsi una vita o a costruirsi uno spazio politico nel nuovo scenario; il dramma di molte donne e bambini; i criminali e i banditi.

Non solo, il periodo 1945-1947 è un'autentica stagione costituente. Tre anni dopo molto è cambiato: l'Italia è una Repubblica, ha una nuova Costituzione e ha scelto per la prima volta nella sua storia il proprio assetto politico-istituzionale attraverso due tornate elettorali a suffragio universale maschile e femminile, segnate da una straordinaria partecipazione popolare: il 2 giugno 1946 il referendum sancisce la vittoria della repubblica sulla monarchia; viene eletta l'Assemblea costituente chiamata a scrivere la nuova carta costituzionale che entra in vigore il 1 gennaio 1948; il 18 aprile 1948 viene eletto il primo Parlamento della neonata Repubblica. Gli autori raccontano i segnali di una società che tenta di ritornare alla normalità: lungo le strade si riaccendono le luci dei lampioni oscurate da anni di coprifuoco, si organizzano feste da ballo, spopolano i nuovi ritmi americani come il boogie-woogie, riparte il campionato di calcio, Coppi e Bartali riprendono a sfidarsi al Giro d'Italia e i cinema tornano a riempirsi di pubblico. Vecchie e nuove aziende, intanto, cominciano a trasformare l'economia e la società: la Piaggio mette su strada la Vespa nei pressi di Biella dove si era trasferita per sfuggire ai bombardamenti, la Candy crea la prima lavatrice italiana, l'Algida nasce grazie a una macchina per gelati residuato bellico americano e tra Torino e Roma decolla il primo volo di linea della compagnia di bandiera Alitalia. Questo libro è un ritratto di quell'Italia, di un periodo carico di speranze, di brio, di illusioni, di sacrifici e di impegno collettivo, ma anche di violenze, di angosce, di inquietudini e di disil *** lusioni. Una società che ha l'eco della guerra alle spalle ma vuole fortemente rinascere, che Eduardo De Filippo ben rappresenta nella pièce teatrale Napoli Milionaria! del 1945, attraverso la certezza del protagonista, Gennario 'ovine, reduce dalla prigionia, che « 'a guerra nun è fernuta».

E poi la potenza catartica della battuta finale, in quell'attesa dell'alba e di rinascita: «S'ha da aspettà, Ama'. Ha da passa' a'nuttata». Quando disse l'ultima battuta, ha ricordato Eduardo, ci fu un lungo silenzio ancora per otto o dieci secondi, «poi scoppiò un applauso furioso, anche un pianto irrefrenabile», tutti avevano in mano un fazzoletto, «tutti piangevano. Io avevo detto il dolore di tutti».

(pubblicato su Il Tempo, 1 luglio 2019)

 

Genio e impresa: così l'Italia vinse il Dopoguerra (Libero)

IL SECONDO RINASCIMENTO

Genio e impresa: così l'Italia vinse il Dopoguerra

II Paese, nonostante fame e povertà, fu fucina di innovazione e bellezza: fu inventata la Vespa, l'Alitalia e pure la schedina

Gianluca Veneziani

E dopo aver perso la guerra vincemmo il Dopoguerra. Quando scoppiò, il Dopoguerra, le paure di ciò che sarebbe stato il futuro non erano inferiori a quando era scoppiato il conflitto. Ma nonostante le distruzioni fisiche e spirituali (buona parte del tessuto stradale era inutilizzabile, si faticava a trovare pane e ad avere riscaldamento, nel Paese dilagavano microcriminali e "segnorine", cioè prostitute), nonostante la doppia occupazione (prima quella nazista, poi quella dei liberatori Alleati con le relative "marocchinate"), gli italiani dimostrarono una straordinaria resilienza, quasi una capacità di sospendere il recente passato e di ravvivare il loro genio creativo in risposta alla devastazione.

Di solito siamo abituati a pensare a quegli anni, ossia al biennio 1945-47, come al periodo segnato dai postumi della guerra civile, dalla Resa dei conti e dal sangue dei vinti, o in alternativa come a una fase di cambiamento solo a livello politico e istituzionale con il referendum monarchia-repubblica, l'assemblea costituente e la campagna elettorale che avrebbe portato l'Italia nel blocco atlantico. Il nuovo libro di Mario Avagliano e Marco Palmierl intitolato Dopoguerra (Il Mulino, pp. 496, euro 28) ci consente invece di guardare a quel periodo come al momento cruciale della Ricostituzione materiale, morale, intellettuale del Paese, un passa :,zio non più interlocutorio tra un passato tragico e un futuro segnato dal boom economico, ma un biennio decisivo che mise le basi per un secondo Rinascimento italiano. Questa resurrezione, improvvisa, vitale, collettiva, non avvenne ovviamente ex nihilo ma si avvalse di molti fermenti creativi che già erano stati in azione durante il Ventennio e che ora, giunti a maturazione, poterono rimettersi al servizio del Paese, dopo la pausa forzosa imposta dalla guerra.

LE IDEE

Sono davvero straordinari la quantità di intelligenze, menti geniali e imprenditoriali che operarono in quegli anni e il numero di invenzioni, aziende, manifestazioni che esse riuscirono a mettere a punto, trasformando il nostro Paese in fucina di bellezza, innovazione, perfino divertimento. Agli italiani, assillati dalla fame e dalla povertà, erano rimaste le idee, e di quelle fecero la propria ricchezza. Contribuendo a rimettere in piedi e in ballo l'Italia.

Fu nel 1946 che la Pian o incaricò l'ingegnere Corradino d'Ascanio, già costruttore di elicotteri negli anni Trenta, di realizzare un nuovo modello di scooter che abbinasse design e comfort Ne venne fuori la Vespa, chiamata cosi perché, quando Enrico Piaggio sentì il rumore del suo motore, esclamò: «Sembra una vespa». Fu una fortuna perché in origine avrebbe dovuto chiamarsi MP5... E che dire della Scuderia Ferrari, già nata nel 1929 come reparto corse dell'Alfa Romeo, ma che solo nel Dopoguerra Enzo Ferrari rese a pieno operativa, creando la prima automobile denominata 125 Sporte riprendendosi il simbolo del cavallino rampante. Oltre a mettersi in moto, gli italiani in quegli anni presero il volo: nel 1946 venne creata l'Aero linee italiane internazionali che poi, dietro proposta di un impiegato di un ufficio postale, venne ribattezzata Alitalia per esigenza di sintesi nei telegrammi. E, a proposito di mobilità, è doveroso citare la nascita nel 1947, lungo le autostrade, della prima stazione di servizio, un modello di ristorazione che sarebbe stato presto imitato all'estero.

RESILIENZA

L'Italia del Dopoguerra era anche un Paese ludico che, in coincidenza della ripresa del campionato di calcio, inventò la schedina: stavolta il merito fu del giornalista Massimo Della Pergola, cosh etto tuttavia già due anni dopo a cedere i diritti del concorso e a darsi all'ippica (ripiegò infatti sulla gestione del Totip). Ed era un'Italia che aveva voglia di godersi i piccoli piaceri e di farsi aiutare dalla tecnologia. In quel Paese attecchì l'Algida peri gelati e fu possibile la rivoluzione della Candy che importò da noi la lavatrice, alimentando non solo simbolicamente il sogno di un Paese più pulito. Quella stessa Italia comprese che le brutture della guerra potevano essere superate solo se si coltivava il senso del Bello: nacque cosi nel 1946 il concorso di Miss Italia e l'anno seguente venne inaugurato il Premio Strega con le eccellenze letterarie del Belpaese. Una combinazione tra impegno ed evasione testimoniata dalla contemporanea esplosione delle sale da ballo e dalla crescita esponenziale dei quotidiani, il cui numero quasi raddoppiò rispetto al decennio precedente.

Ciò che colpisce, oltre alle tante idee, è lo spirito generale che caratterizzò quegli anni, sintetizzabile nell'espressione «ballare sopra le macerie». Mai ci fu tanta voglia di vita come in quel periodo in cui la gente si sentiva scampata alla morte, mai ci fu tanta voglia di evadere e dimenticare il passato (pur essendo gli anni più vicini alla guerra, furono anche gli anni in cui il popolo fu più riottoso a parlarne e sentirne parlare), mai ci fu tanta sete di futuro come capacità di guardare al destino delle generazioni suc *** cessive (fatto notevole se si pensa che allora molti italiani faticavano a sfamarsi).

Dovremmo quindi stupirci della resilienza di chi visse quel biennio. E forse, più che la Resistenza, imparare a celebrare l'epopea della Resurrezione post-bellica.

(pubblicato su Libero, 5 luglio 2019)

Dopoguerra, gli italiani tra speranze e paure (Quotidiano del Sud)

IL LIBRO

Dopoguerra, gli italiani tra speranze e paure

Ripercorrono i tre anni che vanno dalla fine della guerra all'entrata in vigore della Costituzione repubblicana Mario Avagliano e Marco Palmieri. Nasce così "Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni", il Mulino edizioni. E' la stagione in cui la comunità nazionale si congeda dalla guerra civile e dal fascismo e costruisce faticosamente il suo futuro. Felicità e violenza si mescolano: sono i giorni del ritorno alla pace e alla libertà, delle vendette e della resa dei conti, dei prigionieri e dei deportati che tornano a casa, delle grandi adunate politiche nella rinata democrazia, ma c'è anche una gioiosa febbre di divertimento, la voglia di ballare, la fretta di ricostruire. Una energia vitale che già prepara il boom degli anni a venire. Rico Dopoguerra, gli italiani tra speranze e paure minciano i campionati i calcio, arrivano i supereroi americani, Coppi e Bartali si sfidano al Giro d'Italia.

Gli autori scelgono di partire da diari privati e memorie, lettere, rapporti dei prefetti e della polizia, stampa, film e canzoni, conversazioni intercettate per comporre un ritratto dal basso degli italiani nel momento della repubblica nascente. "Un periodo - si legge nell'introduzione - che dalle parole e dalle azioni dei protagonisti appare carico di speranze, di brio, di illusioni, di sacrifici e di impegno collettivo. Ma anche di vio- lenze, di angosce, di inquietudine e di disillusioni, che si esprimono ad esempio nella certezza di Gennaro Jovine, reduce di prigionia, protagonista della piece teatrale di Eduardo De Filippo "Napoli milionaria" del 1945, rappresentata per la prima volta al teatro San Carlo di Napoli che 'a guerra nun 'fernuta"

(pubblicato su Il Quotidiano del Sud, 13 luglio 2019)

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