Storie - Il Giusto siciliano

di Mario Avagliano
 
Domani a Favara, in provincia di Agrigento, verrà ricordato Calogero Marrone, il deportato politico siciliano morto nel Lager di Dachau e dichiarato nel 2013 "Giusto tra le Nazioni". Il programma prevede alle ore 9, in Piazza della Pace, l’inaugurazione del Giardino della Memoria, con la piantumazione di un albero della vita e la scopertura di un’epigrafe, e alle ore 10, al castello Chiaramonte, un convegno sulla figura di Marrone, con la partecipazione tra gli altri del presidente dell'Istituto Siciliano di studi ebraici Maria Antonietta Ancona, della studiosa Lucia Vincenti, del presidente e del segretario dell'Anpi di Palermo Ottavio Terranova e Angelo Ficarra e di Daniela Marrone, una delle nipoti del Giusto.
 
Antifascista, classe 1889, Marrone era capo dell’Ufficio anagrafe del Comune di Varese e dopo l’8 settembre del 1943 entrò a far parte del gruppo partigiano "5 Giornate del San Martino". In quel periodo Varese, città di frontiera, divenne la meta di numerosi antifascisti ed ebrei, desiderosi di tentare il passaggio nella vicina e neutrale Svizzera, considerata la terra della salvezza. 
Marrone approfittò del suo incarico al Comune per rilasciare documenti d’identità falsi ad ebrei ed antifascisti, permettendo così loro di superare il confine e di salvarsi. Scoperto a causa di una delazione, venne arrestato il 7 gennaio 1944 da ufficiali della Guardia di Frontiera tedesca e, prima di essere deportato nel Reich, venne rinchiuso e torturato nelle carceri di Varese, Como e S. Vittore a Milano e nel campo di  concentramento di Bolzano. Morì nel Lager di Dachau il 15 febbraio del 1945, ufficialmente di tifo.
A Marrone avevano dedicato un libro, nel 2003, Franco Giannantoni e Ibio Paolucci, Un eroe dimenticato (edizioni artirigere). Una curiosità: una delle nipoti del Giusto siciliano, Manuela, è la moglie dell’ex leader della Lega Umberto Bossi.
 
(L'Unione Informa e Moked.it del 17 marzo 2015)
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Storie - I volenterosi carnefici di Mussolini

di Mario Avagliano

Nei due anni tragici di Salò e dell’occupazione tedesca del centro nord dell’Italia, numerosi italiani si prestarono ad essere “volenterosi” carnefici dei loro connazionali ebrei. La retata a Venezia del 5 dicembre 1943, ad esempio, fu condotta da poliziotti, carabinieri e volontari del ricostituito partito fascista. E almeno la metà degli arresti degli ebrei poi deportati ad Auschwitz e in altri Lager fu opera di italiani, senza ordini o diretta partecipazione dei tedeschi.

A ricordarcelo, con un agile e documentato saggio pubblicato da Feltrinelli, è Simon Levis Sullam, professore di Storia Contemporanea presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, in I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945 (pp. 150), il cui titolo rimanda volutamente a quello del saggio di Goldhagen, "I volonterosi carnefici di Hitler", che ha riaperto la questione sulla responsabilità dei tedeschi (e non solo dei nazisti) nella Shoah.

Anche dopo l’armistizio, l’Italia non rimase “al di fuori del cono d’ombra dell’Olocausto” e accanto ai giusti e ai salvatori, vi furono purtroppo tanti persecutori. Nel libro, oltre che delle responsabilità degli apparati dello Stato e degli uomini di partito, ci si occupa fra l’altro del ruolo dei delatori, che non furono solo fascisti convinti ma anche semplici civili, quasi sempre per motivi di soldi. E perfino alcuni ebrei, come il triestino Mauro Grini, che tra Trieste, Venezia, Milano identificò e denunciò un migliaio di ebrei ("anche di più" - si vantava) dietro lauti pagamenti, e la romana Celeste Di Porto.

(L'Unione Informa e Moked.it del 24 febbraio 2015)

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La Wehrmacht ordinava: uccidi e stupra

 di Mario Avagliano

«In Italia, in ogni posto dove arrivavamo, il tenente ci diceva sempre: “Per prima cosa facciamone fuori qualcuno!”. Diceva: “Allora, fatene fuori venti, così avremo un po’ di calma, che non si facciano strane idee!”. (Risate.) Tutti sulla piazza del mercato, poi arrivava uno con il mitra, rrr-rum, e tutti a terra. Così iniziava. Poi diceva: “Benissimo! Porci!”. Aveva una tale rabbia nei confronti degli italiani, da non crederci». A parlare è tale Sommer, caporale scelto della Wehrmacht. È una delle migliaia di conversazioni rubate dai servizi inglesi e americani grazie alle cimici nascoste durante la seconda guerra mondiale all’interno dei campi di prigionia alleati, registrate su vinile e trascritte in oltre 150 mila pagine di verbali, conservati ora negli archivi di stato di Londra e Washington.
Un campione di questa eccezionale documentazione è riprodotto nel saggio “Soldaten. Le intercettazioni dei militari tedeschi prigionieri degli Alleati”, in uscita nei prossimi giorni per i tipi della Garzanti (pp. 464, euro 24,50), curato in tandem dallo storico Sönke Neitzel e dallo psicologo Harald Welzer e già pubblicato in Germania. Per la prima volta due studiosi hanno potuto esaminare cosa pensavano realmente i soldati tedeschi della guerra. Un lavoro di ricerca straordinario.
 
Tra il 1939 e il 1945 ben diciotto milioni di tedeschi vengono chiamati alle armi nella Wehrmacht. L’interesse di questo saggio è che si tratta di gente comune, non di nazisti convinti arruolatisi nelle SS. Ma il ritratto che emerge da quelle conversazioni è ugualmente agghiacciante. Testimonia l’adesione spontanea alla guerra totale hitleriana di gran parte del popolo tedesco, che rifiutò fino quasi alla fine di credere a una sconfitta del Reich. E dimostra la fondatezza delle tesi di uno storico come Daniel Goldhagen sui “volenterosi carnefici” dell’esercito germanico, non meno violenti dei poliziotti delle SS. Demolendo definitivamente il mito di una Wehrmacht “pulita” e fatta da uomini d’onore, che non partecipò alle stragi di civili e non sapeva nulla della Shoah.
Leggendo i colloqui degli ufficiali e dei soldati tedeschi, che ignorano di essere ascoltati e quindi parlano senza inibizioni, non si può fare a meno di restare turbati, anche a quasi settant’anni di distanza. La brutalità, le torture, gli omicidi, la violenza, come scrivono i due autori, “sono il pane quotidiano di chi parla e di chi ascolta, non sono nulla di eccezionale. I soldati ne parlano per ore, così come discorrono, per esempio, di arerei, bombe, apparecchiature radar, città, paesaggi o donne”.  Parafrasando Hannah Arendt, si potrebbe dire «la normalità del male».
Nei racconti di guerra (di tutti gli eserciti), le storie di fucilazioni, stupri e saccheggi appartengono alla quotidianità: quando se ne parla, non capita quasi mai che si arrivi a un confronto, che ci siano obiezioni di carattere morale o litigi. Ecco cosa dice Heinrich Skrzipek, timoniere dell’U-187: «Lo storpio va soppresso senza dolore. Così si fa. Loro non lo sanno, e comunque non hanno nulla nella vita. Basta però non essere teneri! Non siamo mica femminucce». Anzi, in molte narrazioni gli interlocutori fanno a gara a vantarsi di quella o quell’altra azione brutale.
La violenza sulle donne, ad esempio, è considerata un fatto normale. Parlando con un maresciallo della Luftwaffe degli aspetti turistici della campagna in Russia, un soldato infila un aneddoto terrificante: «belle da morire quelle ragazze. Ci passavamo accanto, le tiravamo dentro il camion, ce le sbattevamo e poi le buttavamo fuori di nuovo. Dovevi vedere come bestemmiavano!». E tra le risate del commilitone, continua a descrivere altri particolari del viaggio.
Anche lo sterminio degli ebrei non è un affare esclusivo delle SS. Dalle conversazioni emerge che molti soldati sono informati nel dettaglio di questi crimini e diverse unità della Wehrmacht partecipano, come esecutori, spettatori, complici, forse ausiliarie, alle fucilazioni di massa di ebrei nelle zone di occupazione. Peraltro la visione biologistica del mondo tipica del nazismo non è rivolta solo agli ebrei e colpisce sia i nemici («Non riesco a considerare i russi delle persone») che gli alleati giapponesi («Le scimmie gialle non sono essere umani, sono ancora bestie») e italiani («sono una razza stupida»).
A parte rare eccezioni (come avviene per i paracadutisti della Folgore), anche i soldati italiani vengono considerati in maniera assai negativa. «Una tragedia», «quegli italiani di merda (…) non fanno nulla», «non hanno nessuna voglia di guerreggiare», «non hanno alcuna fiducia in sé stessi», «se la fanno addosso». Pollice verso per gli ungheresi, considerati uno «schifo», e per gli americani, «vigliacchi e meschini», «rammolliti».
Certo, anche la Wehrmacht non è un blocco monolitico di opinioni e di pensiero. La maggior parte dei tedeschi si dichiara antisemita, ma c’è chi prova indignazione quando gli ebrei vengono fucilati. Alcuni sono antinazisti convinti, ma appoggiano apertamente la politica antiebraica di Hitler. C’è anche chi critica gli eccessi di violenza della Wehrmacht nei confronti dei civili, come il sergente maggiore Barth: «a Barletta hanno chiamato a raccolta la popolazione, dicendo che avrebbero distribuito i viveri, e invece hanno tirato fuori i mitra e hanno sparato, cose del genere hanno fatto. Poi, per strada, strappavano orologi e anelli, come i banditi». Non mancano prese di distanza radicali. Il sottufficiale Czerwenka arriva a dire: «Spesso mi sono vergognato di portare l’uniforme tedesca». Ma sono comunque eccezioni rispetto alla massa, che segue alla lettera, e non di rado ostentando un sottile piacere, i «protocolli del combattere, dell’uccidere e del morire».
 
(Il Mattino, 4 maggio 2012)
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