La propaganda e la guerra quando la parola è un'arma

di Mario Avagliano
 
“Arriva la guerra nel paese e quindi ci sono bugie a iosa”, recita un proverbio tedesco di fine Ottocento. Ma se la censura è un artificio di tradizione antica, è durante la Grande Guerra del 1915-1918 che la manipolazione dell’informazione diventa di massa e piega la stampa alle ragioni belliche degli Stati.
L’utilizzo della rivoluzione mediatica al servizio del potere, come strumento di propaganda nei confronti dell’opinione pubblica, è uno dei risvolti più negativi del primo conflitto moderno. Ed è una novità che poi sarà alla base delle strategie di formazione del consenso messe in atto dalle dittature di ogni credo politico, estendendosi ad altri mezzi di comunicazione, come la radio, il cinema e la fotografia.
È il tema centrale dell’interessante saggio “Narrare il conflitto. Propaganda e cultura nella Grande Guerra”, a cura di Stefano Lucchini e Alessandro Santagata (Fondazione Corriere della Sera, pp. 151, euro 14), che aggiunge un ulteriore tassello agli studi sulla propaganda e sulla mobilitazione degli animi.
A inizio secolo il potere politico ed economico del giovane Stato italiano imparano a gestire il nuovo giornalismo di massa e così quando il Paese entra in guerra, la legittimazione del conflitto e il consenso della popolazione rientrano a pieno titolo fra le priorità belliche. “Anche le parole sono in armi”, titola nel 1915 il Corriere della Sera di Luigi Albertini, che in quella fase è il giornale che più di tutti incarna lo sforzo propagandistico e patriottico voluto dal governo e dal Comando Supremo.
Esemplare il caso di Luigi Barzini, all’epoca uno dei giornalisti più famosi al mondo, noto per le sue corrispondenze sulla rivolta dei boxer in Cina e sulla guerra russo-giapponese. Le sue cronache di guerra subiscono i tagli della censura, come lamenta nelle lettera alla moglie, tanto da indurlo a chiedere ad Albertini di farlo tornare a casa. Ma il direttore fa orecchie da mercante e col tempo anche Barzini si adegua, pagando dazio allo stile enfatico e retorico del tempo, mitizzando la guerra in montagna, la vita in trincea e gli assalti degli “eroici fanti”. Tanto che fra le truppe circola la battuta: “Se trovo Barzini gli sparo”.
La stampa rinuncia al suo ruolo principale, quello di vigilanza. “I giornalisti della Grande Guerra – osservano gli autori – scelgono di servire quel potere, rinunciando a una cronaca obiettiva dei fatti in favore di una verità superiore di interesse nazionale”, con la missione di “fabbricare la vittoria” e di influenzare il cosiddetto “fronte interno”. Una tragica scelta di asservimento alla politica che poi ha avuto tristi epigoni durante il fascismo, ma che in certi ambienti è continuata anche nel secondo dopoguerra.
Ma le menzogne, anche quelle di guerra, hanno le gambe corte. E così quando a fine ottobre del 1917 si decide, in ritardo, di tagliare la parte finale del noto bollettino di Cadorna, che attribuiva alle truppe la disfatta di Caporetto, le copie dei giornali con la prima versione non emendata erano già arrivate all’estero e poco dopo si diffusero altre stesure apocrife ciclostilate. E anche le critiche epistolari alla guerra da parte dei soldati a volte infransero il muro della rigidità della censura.
Il volume è arricchito da un incisivo saggio introduttivo di Mario Isnenghi, che traccia un ritratto dell’azione occulta  svolta da scrittori, artisti e filosofi dell’Intervento, da giornali spesso foraggiati da governi stranieri ma anche, nei confronti dei soldati, ad opera degli ufficiali del servizio “P” dell’esercito, dove “P” non va letta solo come “propaganda” ma anche come “psicologia”. Alternando – a seconda delle fasi del conflitto – la disciplina di coercizione e la disciplina di persuasione. Per convincerli dell'utilità di una guerra che in pochi amavano.

(Il Messaggero, 25 ottobre 2015)

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