Mario Avagliano

Mario Avagliano

Storia degli italiani che a Salò si schierarono dalla parte sbagliata

di Concetto Vecchio

Cosa spinse migliaia di uomini e donne, spesso giovanissimi, ad aderire, a fascismo caduto, alla Repubblica sociale di Salò? Lo fecero per un’estrema convinzione ideale, per patriottismo, per fede nel Duce, certo; ma anche per “proteggere la famiglia”; “per non perdere il posto”; “per evitare l’internamento ideale”, come emerge dal campione di motivazioni riportato da Mario Avagliano e Marco Palmieri in L’Italia di Salò 1943-1945, edito da Il Mulino. Un saggio rigoroso che fa i conti con questi italiani che decisero di combattere dalla parte sbagliata, per mettersi, dopo il Ventennio, e i disastri della guerra, ancora una volta al servizio di Mussolini.

A lungo la Rsi fu un tabù per gli studi storici. Da un lato i reduci diedero vita a una storiografia spesso di parte o apologetica. Nel campo antifascista si negò ogni dignità a coloro i quali, dopo l’8 settembre, militarono nella rifondazione fascista: i fascisti, durante la guerra civile, li avevano etichettati come banditi, fuorilegge e animali. Ma a pesare, nella valutazione del campo antifascista, c’erano le indicibili violenze di cui gli aderenti alla Rsi si macchiarono contro la popolazione civile e i partigiani nel crepuscolo della loro esperienza. Avagliano e Palmieri mettono in fila le impressionanti cifre, tratte dall’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia 1943-45: furono uccisi 23662 civili per un totale di 5626 episodi violenti e criminali. A questa macabra contabilità i militari della Rsi contribuirono nella misura del 20 per cento.

Ora l’approccio degli autori è scientifico e cerca di fornire delle risposte con una prospettiva storica. «Perché molti giovanissimi compirono quella scelta, che tipo di esperienza vissero sotto le armi coloro che combatterono per Salò, cosa sapevano della Resistenza, e come la giudicavano?»: una congerie di motivazioni che Giorgio Bocca definì, con un’espressione icastica, «la pentecoste dei diversi». Quindi questo libro è anche un’indagine sugli italiani. «Ritornato dalla Francia quale fuoriuscito ritenni opportuno – confessa Luigi, classe 1892, di Lumezzane – aderire alla Rsi perché avevo otto figli e mi si disse che solo con l’iscrizione avrei potuto trovare il modo di sostenerli».

(la Repubblica, 19 giugno 2017)

 

Storie – Vivà, la figlia di Pietro Nenni che morì ad Auschwitz

di Mario Avagliano

Nel campo di sterminio di Auschwitz non furono deportati soltanto ebrei, ma anche un gruppo di 230 donne prigioniere politiche provenienti dalla Francia, tra cui due italiane: Alice Viterbo, una brava e famosa cantante lirica, che aveva una gamba di legno, e Vittoria Nenni, detta Vivà, figlia del leader socialista Pietro Nenni, che con la famiglia viveva in esilio in Francia dal 1926 dopo la promulgazione delle leggi “fascistissime”.

La drammatica storia di Vittoria Nenni è stata raccontata da Antonio Tedesco nel bel libro Vivà, la figlia di Pietro Nenni dalla Resistenza ad Auschwitz (Bibliotheka Edizion, collana “Bussole” della Fondazione Nenni). Il trasporto delle deportate avvenne il 24 gennaio del 1943. Si trattava di un gruppo assai vario: giovani e anziane; molte avevano lasciato a casa figli piccoli; 119 erano militanti comuniste, 12 golliste, mentre erano resistenti senza colore politico.

Dopo l’invasione tedesca della Francia e la nascita del regime collaborazionista del maresciallo Pétain, che concluse l’armistizio con la Germania il 24 giugno 1940 e si insediò con il nuovo governo nella città di Vichy (Alvernia), situata nella parte del Paese formalmente non occupata dai tedeschi, a partire soprattutto dall’estate del 1941 si era formata a Parigi una fitta rete resistenziale, che produceva volantini, opuscoli e fogli di propaganda antinazista. A questa rete clandestina collaboravano attivamente molte donne, tra cui appunto Vittoria Nenni e tante altre, che trasportavano messaggi, proteggevano i ribelli, li aiutavano a passare la linea di confine, nascondevano gli ebrei e ingannavano i nazisti.

La rete degli “stampatori” e delle “Tecniche del movimento”, guidate dal meccanico comunista Arthur Tintelin, tra la primavera e l’estate del 1942 venne falcidiata da una serie di arresti da parte della polizia francese. Le donne partigiane vennero tradotte nel forte di Romaville. Henri Daubeuf, il marito di Vittoria Nenni, venne fucilato quasi subito sul Monte Valerien l’11 agosto. A Vivà venne offerta la possibilità, rinunciando alla cittadinanza francese e facendo valere quella italiana, di scontare il carcere in Italia. Vivà senza alcuna esitazione rifiutò, per condividere la sorte delle sue compagne francesi.

Dopo pochi mesi di prigionia le donne vennero deportate ad Auschwitz, una destinazione che, scrive Antonio Tedesco, gli storici non sono ancora riusciti a spiegare. In quel campo di sterminio su duecentotrenta donne deportate rimasero in vita solo in quarantanove. Vivà morì il 15 luglio del 1943, racconta Antonio Tedesco, ridotta tutta una piaga, divorata dalla febbre tifoidea, gonfia le gambe per il lavoro nelle mortifere paludi, affidando all’amica Charlotte un ultimo messaggio: «Dite a mio padre che ho avuto coraggio fino all’ultimo e che non rimpiango nulla».

(L'Unione Informa e Moked.it del 16 maggio 2017)

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Storia - La mancata insurrezione di Roma

di Mario Avagliano

 

Perché Roma non si liberò da sola nel giugno del 1944? Si è molto parlato del ruolo del Vaticano nel consentire un passaggio indolore della capitale d'Italia dai tedeschi agli Alleati. Ma non tutto è stato scritto e indagato su questo argomento. Un libro interessante di Franco Maria Fabrocile, intitolato “Il segnale dell’elefante” (edizioni Marlin, pp. 274, euro 14,50), rivela particolari inediti della storia della mancata insurrezione, dall'osservatorio particolare del Partito d’Azione. Il libro sarà presentato domani, mercoledì 24 maggio, alle ore 18.00, presso il Circolo "Giustizia e Libertà" di Roma. In risalto la storia, anzi le storie, che hanno dato origine al Partito d’Azione romano, che raccoglieva la rete di Giustizia e libertà, fatta di ex combattenti e Arditi del Popolo, artigiani, ferrovieri, intellettuali, impiegati, ma anche giovani studenti, come il gruppo di quattordicenni-sedicenni del liceo Orazio, i “caimani” , che fra partite di calcio e nuotate nell’Aniene, dopo l’8 settembre 1943 partecipa a Porta S. Paolo alla difesa della capitale.

Tante le figure che attraversano il saggio, dall’ex ardito Domenico Alari a Max Salvatori, al grande organizzatore Cencio Baldazzi, al sardo di ferro Emilio Lussu e a sua moglie Joice, fino a Carlo Rosselli, Guido Calogero, Ugo La Malfa, Pilo Albertelli, Leo Valiani.

Dopo la decapitazione dei quadri organizzativi azionisti del febbraio-marzo '44, il partito si riorganizza e prepara un piano militare insurrezionale con 1200 armati. Mentre la base, intenzionata a combattere, trova collaborazione orizzontale con partigiani di colore diverso, i rapporti con gli Alleati e con i badogliani sono la quadratura del cerchio: il segnale radio - "elefante" - convenuto con gli americani per lo scoppio dell'insurrezione si perde in un giallo di rapporti interni al partito, destinati a lasciare dopo il 4 giugno ferite non rimarginabili e verità indicibili, mentre la guerra, inesorabile, continua.

(L'Unione Informa e Moked.it del 23 maggio 2017)

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Italia nera, Italia rossa, Italia liberata

di Andrea Rossi

Con “L’Italia di Salò” (Il Mulino, 2017), Mario Avagliano e Marco Palmieri proseguono la loro opera di scavo nel “come eravamo” della nostra nazione, e come nei volumi precedentemente editi, emergono dettagli importanti trascurati in altri studi sul passaggio traumatico dal regime fascista alla democrazia in Italia. Avevamo lasciato in Vincere e vinceremo, un paese stremato e maturo per il collasso istituzionale soprattutto a causa del crollo del fronte interno, ma con ancora fiammate di sincero appoggio al fascismo e alla guerra mussoliniana.

La scomparsa del duce dalla scena politica provoca l’ira sorda dei fascisti, i quali, a differenza di come è stato detto e scritto per decenni, non si nascondono e non si convertono, anzi, in molti casi già iniziano a pensare al “dopo” che ritengono inevitabile, ossia l’arrivo dei tedeschi per il ristabilimento dell’ordine interno e delle alleanze belliche. Se quindi il 25 luglio provoca sgomento e desiderio di vendetta fra le camicie nere e fra i tanti simpatizzanti di Mussolini, l’armistizio dell’8 settembre è il momento in cui, drammaticamente emergono le fratture nel tessuto sociale della nazione, seguendo fratture già “in nuce”: dittatura contro democrazia, onore contro libertà, volontarismo contro l’attendismo; il ritorno di Mussolini, la fondazione di uno stato fascista sotto l’aquila nazista e il proseguimento della guerra saranno poi le condizioni perché questo magma ribollente inizi a percorrere l’inevitabile sentiero della guerra civile.

Da nessuno voluta (almeno a parole) ma da tutti combattuta, la lotta fratricida sarà lo stigma dei seicento giorni di Salò, con gradazioni diverse di partecipazione: dai soldati in grigioverde reclutati con i bandi emessi da Rodolfo Graziani, che per evitarla diserteranno in modo massiccio, spesso verso le formazioni partigiane (ma anche semplicemente per tornare a casa), alle brigate nere che hanno nel loro dna la repressione dell’antifascismo e della resistenza.

Nel vortice finiranno tutti: uomini e donne, giovanissimi e squadristi del ’22, torturatori e galantuomini, profittatori e persone perbene: come spesso accade, nella resa dei conti conclusiva di una guerra civile, il conto sarà pagato in solido non dai più colpevoli ma quasi sempre dai meno furbi, mentre molti fra i capi riuscirono a passare indenni dalla bufera successiva al 25 aprile 1945. Avagliano e Palmieri indagano con maestria questi “cluster”, e fanno luce sulle motivazioni di alcuni protagonisti, ma soprattutto dei tanti comprimari, tratteggiando una comunità disperata e assieme orgogliosa, spietata e talvolta umanissima, che finì per trovarsi dalla parte sbagliata della storia.

 

(Orientamenti, 1° giugno 2017)

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