A colloquio con Bentivegna: "Roma occupata scelse la Resistenza"

di Mario Avagliano

  Rosario Bentivegna, detto Sasà, classe 1922, l’anno della marcia su Roma, è da tutti conosciuto come il partigiano travestito da spazzino che il 23 marzo 1944 fece “esplodere una bomba” in via Rasella. Ma la sua vita è stata molto di più. Studente universitario antifascista negli ultimi anni del regime mussoliniano, combatté nel 1944-1945 nella Divisione partigiana Italiana Garibaldi in Jugoslavia e nel dopoguerra fu redattore de “l’Unità”, medico-legale dell’Inca-Cgil nelle vertenze a tutela della prevenzione della salute nei luoghi di lavoro, libero docente in Medicina del Lavoro alla Sapienza, fino all'impegno internazionale a fianco della Resistenza greca durante il “regime dei colonnelli” e alla lunga militanza nel Pci, che lasciò nel 1986.
Bentivegna, in un confronto serrato con la storica Michela Ponzani, ha ripercorso per la prima volta le tappe della sua vicenda umana e politica nel volume Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista (Einaudi, 422 pagine, euro 20), uscito oggi in libreria. Un’autobiografia appassionata, in cui affronta anche i nodi e gli aspetti più intimi e privati.

Da ragazzo lei era un “balilla” entusiasta e pensava che “il Duce ha sempre ragione”, com’era scritto sui muri in tutta Italia. Come è diventato antifascista?
Già quando avevo 13-14 anni ero colpito dalla corruzione e dal clientelismo del regime e dalle differenze sociali esistenti, per cui l’”amante” del portiere era considerata una puttana e l’”amica” del capo della polizia una gran dama. Quando scoppiò la guerra di Spagna, non capivo perché il fascismo, che era lo Stato, appoggiava l’insurrezione di Francisco Franco contro il legittimo Stato spagnolo. Anche la politica antisemita di Mussolini mi risultava incomprensibile. All’epoca frequentavo il liceo Vigilio, che si trovava al Ghetto, e avevo diversi compagni di scuola di religione ebraica, tutti bravi “balilla”. Ricordo che la mia famiglia frequentava  Renato Sacerdoti, allora presidente della Roma e grand commis della borsa romana, poiché mio zio Giulio Burali d’Arezzo era il suo avvocato. Poi, quand’ero liceale, un amico, Luciano Vella, commentando le schifezze della società, mi chiese se ero fascista. Io gli risposi: “Certo. Queste cose il duce non le sa”. In quel momento esatto, la lampadina mi si accese e capii che non ero più fascista. Successivamente approfondii la questione dal punto di vista storico e filosofico e assieme ad altri ragazzi e ragazze, fondammo il GUM, il gruppo di unificazione marxista, d’ispirazione trotskista. Eravamo tutti iscritti al Guf e al dopolavoro fascista. Usavamo il ciclostile del Guf per stampare il nostro bollettino quindicinale con gli scritti di Lenin e di Trotsky, che poi diffondevamo in zona Trionfale.
Settant'anni fa, il 20 settembre 1941, il suo primo arresto, a seguito di una manifestazione antifascista contro la guerra e dell’occupazione dell’Università di Roma. Un episodio ignorato dalla storiografia.
Quella mattina del 23 giugno 1941 la città universitaria di Roma fu invasa da 3-4mila giovani in divisa dei GUF e in camicia nera, fascisti e antifascisti, che protestavano contro la norma che aboliva il congedo militare provvisorio per gli studenti universitari in regola con gli esami e istituiva la loro chiamata alle armi come “volontari universitari”. Ad un certo punto noi studenti antifascisti, con l’aiuto di alcuni operai, lanciammo in mezzo alla folla manifestini e stelle filanti con su scritto  “Abbasso il Duce”, “No alla guerra”, “Viva la Pace”, “Abbasso la Germania”. Gli studenti fascisti, preoccupati dalla nostra iniziativa, si dissociarono e andarono in marcia verso Piazza Venezia per manifestare in favore della guerra, ma la Questura, pensando che fosse un corteo antifascista, pestò e arrestò alcuni di loro. I nostri colleghi fascisti tornarono in Università e noi li aiutammo a rifugiarsi nella cittadella, occupando l’Università e impedendo l’ingresso della polizia. Più tardi la Questura comprese il clamoroso errore e rilasciò gli arrestati. Il giorno dopo i giornali ignorarono la notizia. Nelle settimane successive, però, la polizia fece indagini a tappeto. Anche io fui arrestato il 20 settembre, con l’accusa di “manifestazioni di propaganda sovversiva”, anche se dopo pochi giorni mi rilasciarono con diffida di polizia.
Dopo l’8 settembre del ‘43, lei aderì al Pci ed entrò nella Resistenza, con lo pseudonimo di “Paolo”. I nazifascisti la temevano tanto che le misero una taglia sulla testa di un milione e ottocentocinquantamila lire: una somma gigantesca all’epoca. La rilevanza del movimento resistenziale romano è stata sempre un po’ sottovalutata dagli storici. E’ d’accordo?
Roma ha fatto veramente la resistenza. Purtroppo c’è stata sempre una riserva “leghista” nel valutare quel periodo, di antipatia nei confronti della capitale. Un po’ come è accaduto per la Repubblica romana del 1849. Invece i romani nei nove mesi di occupazione tedesca, tra il settembre del ’43 e il giugno del ’44, sono stati straordinari. Lo stesso Renzo De Felice, che non è certo uno storico di sinistra, ha riconosciuto che, dopo l’8 settembre, Roma è stata “l’unica città in cui si era tentata la resistenza armata contro i tedeschi”, con il coinvolgimento della popolazione, e che “fu la città con il maggior numero di renitenti” alle leve militari e del lavoro. A seguito dell’occupazione tedesca, le porte di tutta Roma si aprirono per nascondere i soldati italiani. Nel mio libro racconto numerosi episodi in cui noi gappisti fummo aiutati dai civili, soprattutto dalle donne. E fu importante anche la partecipazione dei sacerdoti e delle suore. Sono note le vicende di don Morosini e di don Pappagallo, uccisi dai tedeschi, ma nessuno cita mai Monsignor Benigno Migliorini, vescovo di Rieti, il quale scrisse una lettera pubblica di protesta contro i tedeschi e poi ordinò pubblicamente ai suoi diocesani di seppellire le salme dei civili assassinati sulle montagne della Sabina nell’aprile 1944, nonostante la minaccia nazista di condanna a morte per chi avesse osato inumare quelle povere salme.
Quando si parla di Resistenza romana, il riferimento a via Rasella è inevitabile.
Spesso mi viene da pensare che a quell’operazione io non avrei dovuto nemmeno prendere parte, perché quando l’obiettivo fu indicato da Giorgio Amendola, mi trovavo ancora a Centocelle, al comando di una formazione partigiana. Al mio ritorno a Roma, il comandante dei Gap Carlo Salinari propose me per l’azione. Oggi, per una strana ironia della sorte, sono rimasto il solo, tra tutti i compagni che vi parteciparono, a poterla raccontare. Non rinnego affatto quell’atto “di guerra”, anzi ne sono orgoglioso. Ritengo tuttavia che sia un grosso errore storico limitare la Resistenza romana a via Rasella, che non fu un’azione isolata. Dentro Roma occupata si nascondevano circa 18 mila uomini armati pronti a dare battaglia, di tutti gli orientamenti politici, dai comunisti ai monarchici, come il valoroso colonnello Montezemolo. Potrei citare un elenco infinito di attacchi che vennero condotti contro tedeschi o fascisti, di giorno, di sera, di notte, per strada, al cinema, all’osteria, ovunque se ne presentasse l’occasione. Applicammo alla lettera le direttive del Cln e degli Alleati: “Rendere impossibile la vita all’occupatore”.
Chi è oggi Rosario Bentivegna?
Sono ancora comunista perché credo nel superamento dello stato di cose presenti. Ma sono un comunista libertario, contro tutti i tiranni, contro tutti gli integralismi, anche quello dei comunisti. Nel ’56 ho condannato l’invasione in Ungheria e adesso sono contro la sharia, i kamikaze, i talebani. E  fin dal 1948 sono dalla parte d’Israele e ci sto ancora.
L’ex presidente Ciampi ha scritto un libro per dire che l’Italia “non è il Paese” che sognava. In Francia l’ex partigiano Hessel incita i giovani a ribellarsi, in nome degli ideali traditi della Resistenza. E lei?
Sono d’accordo con Ciampi. Soprattutto in riferimento agli ultimi dieci-quindici anni. Così male in questo Paese non mi ci sono mai sentito. Ma io sono contro le ribellioni. Non siamo ai tempi del nazifascismo. La ribellione è un fatto sentimentale. Ci vorrebbe una reazione collettiva di tipo politico, democratico, per restituire la parola al popolo. Ho sempre rifiutato la violenza nella politica. Per questo motivo negli anni Settanta fui minacciato dagli estremisti sia neri che rossi. Ai tempi delle Br, rifiutai la scorta e la Digos mi consigliò di prendere il porto d’armi e di girare con una pistola per difendermi. Ma io lo feci per pochi giorni: quell’affare in tasca mi pesava. Ho sempre pagato di persona la mia coerenza. E ho sempre creduto alla libertà e alla democrazia.
Nel periodo della Resistenza romana lei conobbe Carla Capponi, che poi avrebbe sposato. Nelle sue memorie racconta il primo bacio.
Fu la sera del 7 novembre 1943. Avevamo organizzato un’azione politica per celebrare la Rivoluzione d’Ottobre. Tappezzammo di vernice rossa il centro di Roma, da piazza del Popolo a piazza Venezia, compresa piazza Montecitorio, dove scrivemmo “W il Parlamento” e “Morte al fascismo”. Carla, con grande coraggio e prontezza, con il pennello tracciò una grande falce e martello anche su una camionetta tedesca. Tornandocene verso casa sua, entrammo nel portone e in quella strana atmosfera gioiosa la accompagnai alla porta e fu lì che, soli nella penombra, ci scambiammo il primo bacio.

(Il Messaggero, 24 settembre 2011)

Intervista a Renzo Gattegna: «Non è un gesto isolato, l'antisemitismo seme malato dell'Europa»

di Mario Avagliano

“L’antisemitismo è un virus che è duro a morire, anche in Italia. La strage di Tolosa deve farci riflettere”. L’avvocato Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, al termine di una giornata di sdegno, sbigottimento e dolore, non nasconde la sua preoccupazione.

Presidente Gattegna, qual è stata la sua prima reazione alle notizie provenienti da Tolosa?
Di orrore e sgomento. Una strage così non avveniva da molti anni in Europa. Purtroppo non è un caso isolato. Qualche giorno fa è stato scoperto a Milano un signore che stava pianificando un attentato alla sinagoga di via Guastalla. In entrambi i casi le indagini dovranno stabilire se si tratta di iniziative individuali o di organizzazioni terroristiche internazionali. Ovviamente non è un dettaglio trascurabile. A me che sono un ebreo romano, è tornato alla memoria l'attentato alla sinagoga di Roma del 1982, che ebbe ugualmente come obiettivo i bambini. A Tolosa c’è stata la stessa spietatezza verso vittime innocenti.
C'è un ritorno di fiamma dell’antisemitismo in Europa?
L’antisemitismo non è mai del tutto scomparso nel nostro continente. Nei primi anni del dopoguerra sembrava che vi fosse stato un generale rigetto delle teorie razziste di Hitler e di Mussolini, anche per l’orrore del genocidio. E invece quel seme malato continua ad infettare persone e gruppi.
Siete preoccupati?
Guardi, se una strage come quella di Tolosa è potuta accadere con tanta facilità e tanta efferatezza, significa che oramai tutta l’Europa è minacciata da gruppi e da individui che iniziano a colpire e ad uccidere gli appartenenti a minoranze, ma che evidentemente stanno progettando la distruzione della libertà, della democrazia e della pacifica convivenza.
Anche in Italia si moltiplicano i gruppi estremisti d'ispirazione fascista e antisemita. Come se lo spiega?
In Italia le leggi del 1938 volute dal fascismo inocularono un germe nuovo che il nostro Paese non conosceva fino ad allora: il razzismo genetico, rivolto contro il popolo ebraico. Nei secoli precedenti l’antisemitismo aveva radici religiose. Purtroppo il virus delle leggi razziali del 1938 è ancora presente ed è duro a morire. Il razzismo è qualcosa che cova in fondo all'animo di tante persone e che a un certo punto esplode ed esce allo scoperto, soprattutto in periodi difficili e destabilizzanti come quello attuale.
L’antisemitismo si alimenta anche dell’odio verso Israele?
Ahimé la risposta è sì. C’è chi artatamente cerca di sovrapporre antisemitismo e antisionismo e di dipingere gli israeliani di oggi con gli stessi stereotipi del passato. Una parte consistente degli antisemiti ha come obiettivo di porre in discussione la stessa legittimità dello Stato di Israele, basandosi su queste teorie razziste.
Come si fa a vaccinare la nostra società da questo germe? E quanto pesa il negazionismo della Shoah e il mito del fascismo buono?
Molto. L’ignoranza e il negazionismo sono l’humus in cui si sviluppano questi gruppuscoli, che nascono proprio dalla mancanza di cultura, dalla non conoscenza della storia e della filosofia. E quindi è su questo terreno che vanno combattuti, a partire dalle scuole. Ci stiamo allontanando dal periodo della seconda guerra mondiale e della Shoah e le nuove generazioni non hanno una conoscenza diretta di quello che ha potuto significare l'applicazione delle teorie razziste e antisemite, che sono state alla base del genocidio di milioni di ebrei. Siamo in un'epoca più a rischio di quella dei decenni precedenti, anche perché per ragioni anagrafiche i testimoni stanno scomparendo. C’è una collaborazione stretta con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, con il quale abbiamo sottoscritto di recente un protocollo d’intesa per approfondire nell’ambito delle scuole italiane questo periodo storico.
Tornando alla strage di Tolosa, qual è l’auspicio dell’Unione delle comunità ebraiche italiane?
Intanto vorrei esprimere agli ebrei francesi la nostra fraterna vicinanza e condivisione del dolore. Poi ritengo sia urgente fare luce sull’identità e sui programmi di tutti coloro che in Francia come in Italia e nel resto d’Europa, seminando odio e compiendo gravissimi crimini nel totale disprezzo della vita umana, si pongono al di fuori di qualsiasi consenso civile.

(Il Mattino, 20 marzo 2012)

Amato: l'Italia unita dalla sua cultura. Le leggi razziali lacerarono il sentimento nazionale

di Mario Avagliano

L’Unità d’Italia conta centocinquant’anni. Ma restano ancora aperte Tre questioni sul percorso di un’unità difficile, come recita il titolo della prolusione pronunciata da Giuliano Amato, presidente del comitato di celebrazione del 150°, all’Accademia dei Lincei a Roma. “Aldo Moro - afferma Amato - diceva che la politica non può che lasciare sempre un senso di incompiutezza. Questo vale anche per il Risorgimento”.

Presidente Amato, il 7 gennaio a Reggio Emilia hanno preso il via le celebrazioni del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Si è partiti col piede giusto?
E’ una sorta di fortuna che la Repubblica Cisalpina avesse adottato il Tricolore proprio il 7 gennaio del 1796, che cade all’inizio dell’anno e quindi si è prestato in modo mirabile a simboleggiare il senso di una celebrazione, peraltro già iniziata nei mesi scorsi.
Che significò il Risorgimento per l’Italia? Solo il passaggio da un passato di frammentazione e di staterelli a una realtà unitaria o anche un sogno, una speranza di costituzione, di diritti civili, di democrazia liberale?
Fu la realizzazione di un grande sogno, che partiva dal Medioevo. Anzi, per la verità furono più sogni che confluirono nel processo che portò all’unità, anche se alcuni di essi restarono inappagati. Tanto è vero che da allora l’Italia che abbiamo è sempre stata “affiancata” da un’altra Italia, migliore di lei, e la nostra storia è stata considerata una sequenza di occasioni perdute.
A torto o a ragione?
E’ uno dei nodi storiografici che vanno affrontati. Ancorché l’Italia nata dal Risorgimento fosse un po’ bruttina (Carducci scrisse: “brutti i francobolli, brutte anche le divise dei soldati”) e apparve rapidamente come l’Italietta, io penso che fosse l’unica storicamente possibile. Non sono d’accordo con chi ha ritratto Cavour come un politico manovriero, abile solo nei giochi delle tre carte. Anche Cavour ebbe il suo sogno: costruire uno spazio nazionale nel quale rendere possibile la modernizzazione di un Paese arretrato. Questo, seppure a balzelloni, è avvenuto.
La seconda questione è l’incompiutezza del processo unitario tra Nord e Sud d’Italia.
Si tratta di capire se aveva ragione Nitti quando sosteneva che l’unificazione rese arretrato il Mezzogiorno oppure se sia stato il Sud a rovinare l’Italia, come pensano sopra il 48° parallelo. Io penso che l’arretratezza del Mezzogiorno già al tempo dei Borbone sia un fatto storicamente acclarato. Ciò non toglie che l’Italia unificata non abbia cancellato quella arretratezza. Dal 1861 ad oggi sono stati fatti dei passi in avanti (penso alla prima Cassa del Mezzogiorno) e tuttavia, anche se vi sono aree del Sud fortemente sviluppate, se andiamo a guardare ai dati aggregati la questione meridionale appare irrisolta.
Perché?
Le spiegazioni possibili sono tante. Le scelte di politica industriale che furono fatte. Le caratteristiche della classe dirigente del Mezzogiorno e una sua certa inclinazione al clientelismo. Il dramma di una criminalità organizzata che è diventata una multinazionale ma continua ad avere casa al Sud. Purtroppo ci sono più spiegazioni che soluzioni.
A proposito di Nord e Sud, è in discussione anche la ricostruzione storica del processo di unificazione. Nel suo saggio “Terroni” Pino Aprile ha paragonato i piemontesi ai nazisti per la violenza dell’occupazione. E Pierluigi Battista ha invitato lei e il comitato del 150° a recarvi nei luoghi delle stragi compiute dai Savoia, come Pontelandolfo nel Beneventano.
La lotta al brigantaggio finì col coinvolgere anche coloro che briganti non erano e comportò violenze inaccettabili, da conquista coloniale. Gli episodi come quello di Pontelandolfo vanno ricordati: la storia non può essere scritta dai vincitori. Di certo però il Mezzogiorno non è stato conquistato. Il Sud non è entrato in Italia solo grazie alla spedizione dei Mille di Garibaldi, ma è stato protagonista di tutto il processo unitario, dal 1799 al 1861. Le matrici del sentimento nazionale affondano le radici in personaggi meridionali come Francesco Mario Pagano, Vincenzo Cuoco, Rosolino Pilo, Filippo Cordova, Carlo Pisacane. Ad esempio Cuoco e Cordova furono tra i primi a porre la questione della riforma agraria.
Il terzo nodo da lei individuato è quello dell’identità nazionale. Ernesto Galli della Loggia ha parlato di fragilità del sentimento nazionale.
Questo non significa che sia utile metterlo da parte. Diffido da chi attribuisce all’identità nazionale una dimensione storica superata, ottocentesca, in nome di identità più vaste, come fa Alberto Banti. Povero Mazzini, così gli si rende un pessimo servizio! Proprio a lui, che riteneva che la Nazione italiana dovesse essere costruita in funzione di una federazione europea. È un errore anche far coincidere il sentimento nazionale con l’etno-nazionalismo. Vi sono Nazioni che sono state costruite sull’etnia, ma l’Italia non è tra queste. L’identità del nostro Paese regge sulla cultura e sui principî e per questo motivo è in grado di integrare anche chi non appartiene all’etnia italiana. Anzi, sarebbe il caso di rivedere il concetto di una cittadinanza ancorata allo ius sanguinis, che è una contraddizione con la nostra storia e la nostra cultura.
Gian Enrico Rusconi, qualche anno fa, in un celebre saggio si chiedeva se l’Italia ha cessato di essere una nazione. Quanto ha pesato nel rifiuto della Nazione da parte degli italiani e delle classi dirigenti la retorica nazionalista del Ventennio fascista?
Tantissimo. Il nazionalismo aggressivo del fascismo, che negli ultimi anni assunse addirittura carattere etnico, ha rappresentato il vero tradimento del Risorgimento. La partecipazione al secondo conflitto mondiale al fianco di Hitler è considerato il più grave delitto del fascismo, ma a mio avviso non lo è di meno l’emanazione delle leggi razziali, cioè l’aver definito dei nostri connazionali “non italiani”, con capacità giuridica limitata. Ciò ha contribuito fortemente a lacerare il sentimento nazionale.

(Il Messaggero, 12 gennaio 2011)

Via Rasella, intervista a Michela Ponzani: “Cedere al rischio di rappresaglie avrebbe fatto saltare la Resistenza”

di Mario Avagliano

“Sasà è stato per me come un padre”. Michela Ponzani, ricercatrice dell’Istituto Storico Germanico di Roma, è molto provata. Negli ultimi due anni ha lavorato fianco a fianco con Rosario Bentivegna, per scrivere il suo libro di memorie, uscito in novembre e intitolato Senza fare di necessità virtù (Einaudi). Proprio nei giorni scorsi, assieme a Bentivegna, aveva commentato le centinaia di messaggi, molti dei quali polemici, giunti a “Il Messaggero” a seguito dell’intervista all’ex partigiano Mario Fiorentini. Nonostante il dolore, non si sottrae alle domande: “Rosario avrebbe voluto che io rispondessi. Per tutta la vita ha lottato contro le falsità e le manipolazioni, soprattutto riguardo a via Rasella”.

Partiamo dall’accusa ai partigiani di non essersi costituiti per evitare la rappresaglia delle Ardeatine.
Nessun manifesto o comunicato che invitasse i partigiani a consegnarsi venne mai affisso e nessun appello radio venne diffuso. Nell’estate del 1948, interrogato dal giudice del Tribunale militare di Roma, il colonnello delle SS Herbert Kappler ammise che non c’era stato il tempo di affiggere manifesti, visto che il massacro delle Ardeatine fu compiuto in meno di 24 ore dall’azione.
I partigiani avrebbero dovuto comunque essere consapevoli del rischio di rappresaglie?
Questo dilemma si pose a tutto il movimento partigiano europeo. Tuttavia, in quel momento storico, con la guerra in casa, la soluzione non poteva essere quella di cedere alla minaccia delle rappresaglie. Ciò avrebbe significato rinunciare a fare la Resistenza.
Chi eseguì la rappresaglia, era obbligato militarmente?
Anche questo è un falso storico. Nel 1997, al processo contro l’ex capitano delle SS Erich Priebke, la tesi dell’obbligo dei militari di obbedire agli ordini è stata ampiamente smentita. L’art. 47 del codice penale militare di guerra tedesco prevedeva la possibilità di rifiutarsi di compiere un ordine superiore, se contrario alla propria coscienza o religione. E infatti il maggiore Dobbrick, comandante del III battaglione dell’SS Polizei Regimen Bozen attaccato a via Rasella, si rifiutò di partecipare al massacro delle Ardeatine proprio sulla base di questa legge, perché profondamente cattolico.
Perché secondo lei via Rasella è ancora oggi oggetto di tante polemiche?
Contestare via Rasella è un modo per mettere in discussione la Resistenza. È paradossale che proprio la stagione da cui scaturisce la democrazia nel nostro paese, non sia entrata a far parte della memoria collettiva.

(Il Messaggero, 3 aprile 2012)

Intervista a Mario Fiorentini

Via Rasella, parla chi ideò l'agguato: «Non fu attentato ma atto di guerra»

di Mario Avagliano

Via Rasella fu un atto di guerra. Per favore non chiamatelo attentato. Noi eravamo combattenti per la libertà. A 68 anni da quel 23 marzo 1944, parla Mario Fiorentini, il regista dell'azione partigiana che uccise trentatre SS polizei del Battaglione Bozen nel cuore di Roma (nei giorni seguenti il bilancio finale salì a 44, compresi due civili italiani). Se Rosario Bentivegna (nome di battaglia Paolo), travestito da spazzino, accese la miccia dell'ordigno nascosto in un carretto dell'immondizia, fu Mario Fiorentini, intellettuale comunista dai capelli arruffati, figlio dell'ebreo Pacifico, amico di Luchino Visconti, Vittorio Gassman, Lea Padovani, Vasco Pratolini e dei pittori di via Margutta, a ideare l'attacco al Battaglione e a progettarlo in ogni minimo dettaglio, anche se avrebbe voluto realizzarlo in un luogo diverso.

Per lei tutto ebbe inizio il 16 ottobre 1943, giorno della retata degli ebrei da parte delle SS di Kappler.
Quel giorno ero in via Capo le Case n. 18, nei paraggi di via del Tritone, dove abitavo con la mia famiglia (e dove era stato Mazzini all'epoca della repubblica Romana). Mio padre era ebreo, ma non frequentava la comunità e perciò non era nelle loro liste. Di mattina alla nostra porta bussarono i tedeschi. In realtà cercavano un mio zio. Io ero già nella Resistenza. Li vidi arrivare e feci in tempo a scappare, rifugiandomi in via Margutta, nello studio di Afro e Mirco Basaldella, assieme ai pittori Emilio Vedova e Giulio Turcato. I tedeschi presero i miei genitori e li portarono via; poi mia madre inventò uno stratagemma e riuscirono a fuggire.
Come le venne l'idea di attaccare le SS proprio a via Rasella?
In clandestinità io e i miei compagni di lotta cambiavamo di continuo i nascondigli. Qualche volta dormivo presso una zia che risiedeva dall'altro lato di via del Tritone, vicino a via Rasella. Fu allora che notai il passaggio del Battaglione Bozen in quella strada stretta e in salita. Rividi in quelle divise e in quei passi di marcia nel cuore della città il verde marcio di quelli che erano venuti a prendere i miei genitori. E pensai di agire. Psicologicamente l'ho vissuta così.
È vero che il piano originario era diverso?
Sì, avrebbe dovuto svolgersi in Via delle Quattro Fontane, attaccando i tedeschi appena uscivano da Via Rasella e svoltavano a destra. Fu Carlo Salinari a comunicarmi il cambiamento di programma. Io ero contrario e manifestai il mio disappunto. Non sono mai riuscito a capire da parte di chi venne l'ordine: Giorgio Amendola, della giunta militare nazionale, oppure Cicalini e Molinari della giunta regionale.
L'attacco partigiano di Via Rasella fu un attentato terroristico?
No, fu una battaglia, come ha detto Giorgio Amendola. Non c'è stata solo l'esplosione dell'ordigno nel carretto trasportato da Rosario Bentivegna. Le squadre dei gappisti hanno attaccato i tedeschi da più lati con bombe da mortaio brixia modificate. Dal punto di vista militare è stata un'azione perfetta, senza nessuna perdita per noi. Kappler trovò 32 morti (uno morì poche ore dopo) e frammenti di bombe da mortaio. Per molto tempo pensò di essere stato attaccato con i mortai; andò anche al Quirinale a cercarli. Fu il questore Caruso a dire a Kappler che i mortai non c'entravano nulla: era stato un gruppo di ragazze e di ragazzi a portare l'attacco alla colonna delle SS.
Perché fu scelto il 23 marzo?
Quella data era molto importante per i fascisti perché ricorreva l'anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento
Alessandro Portelli ha scritto che via Rasella fu anche una risposta alle violenze quotidiane degli occupanti nei confronti dei romani.
Roma era usata dai tedeschi come un retrovia del fronte ed era attraversata ogni giorno da convogli militari. Via Rasella è stato l'atto più eclatante di un programma di lotta che avevamo già avviato nell'ottobre del '43 e che ci veniva ordinato dagli Alleati e dal Cln. Gli Alleati erano in serie difficoltà sul fronte di Anzio, stavano per essere rigettati in mare con conseguenze catastrofiche per la guerra. La Special Force inglese e l'OSS statunitense avevano paracadutato degli agenti segreti nella capitale e ci esortavano a colpire duramente i tedeschi. Dovevamo dimostrare che non erano invincibili. In questo quadro vanno considerate le azioni che precedettero via Rasella: l'attacco ai tedeschi alla caserma di Viale Giulio Cesare, al carcere di Regina Coeli, all'albergo Flora, fuori dal cinema Barberini, alla sfilata fascista in via Tomacelli e poi, ancora, in via Crispi, a Villa Borghese, in via Veneto, a piazza dell'Opera. Stavamo preparando anche un assalto al carcere di via Tasso.
L'azione di via Rasella è stata criticata per la sua presunta inutilità militare.
Non sono d'accordo. Dopo via Rasella il comando militare tedesco vietò alle sue truppe di utilizzare la città per i trasporti di uomini e materiali bellici. Questo è un primo risultato di natura militare e strategica rilevante, perché i tedeschi furono costretti ad allargare il loro percorso, esponendosi così ai bombardamenti e alle azioni partigiane lungo le strade consolari. Inoltre l'enfasi che le radio alleate diedero all'attacco di via Rasella, rappresentò una spinta morale per tutti i partigiani che combattevano nell'Italia occupata. Anche negli Stati Uniti il giudizio degli storici è questo, come ho potuto constatare alcuni anni fa in una conferenza su via Rasella all'Università del Connecticut
È vero che voi gappisti sapevate che la vostra azione avrebbe provocato una rappresaglia? E che i tedeschi affissero dei manifesti per invitarvi a consegnarvi?
Niente affatto. Nei sei mesi precedenti noi gappisti avevamo compiuto tanti attacchi dentro Roma, ma i tedeschi e i fascisti li tenevano quasi sempre nascosti, senza reagire, se non con misure come il divieto di circolare con le biciclette o quella dell'anticipazione del coprifuoco. A nessuna delle azioni che avevamo fino ad allora compiuto, era seguita una rappresaglia. La storia dei manifesti, poi, è una falsità assoluta.
Che cosa provò quando seppe dell'eccidio alle Fosse Ardeatine?
Noi non abbiamo avuto subito contezza della gravità del fatto. Il giorno dopo ho incontrato Salinari e Calamandrei e non avevamo ancora notizia della rappresaglia, anzi abbiamo discusso e avevamo progettato altre azioni. L'ho appresa solo il 26. Ricordo che provai uno sconfinato dolore per le vittime ma anche sconcerto, incredulità. Non avrei mai immaginato che i tedeschi avrebbero avuto questa reazione così violenta, né che agissero così in fretta, in meno di venti ore. D'altronde fin da quando abbiamo iniziato a combattere, quella delle rappresaglie era una spada di Damocle sulla nostra testa. Ma l'alternativa qual era? Restare fermi? Sarebbe stato un errore. I tedeschi decisero di abbandonare Roma senza difenderla anche per la paura di un'insurrezione dei comunisti-badogliani. Temevano altre via Rasella.

(il Messaggero 24 marzo 2012)

Intervista a Giuseppe Ippolito, scienziato

di Mario Avagliano

E’ uno dei più grandi specialisti italiani e mondiali di malattie infettive. Il professor Giuseppe Ippolito, salernitano di 51 anni, Direttore del Dipartimento di Epidemiologia dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, è stato tra i primi scienziati a livello internazionale ad occuparsi di Aids. Nella sua brillante carriera professionale ha affrontato in prima linea le maggiori emergenze sanitarie, dal virus Ebola al bioterrorismo, dalla tubercolosi alla Sars, vincendo premi prestigiosi e rappresentando l’Italia in gruppi di lavoro costituiti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, dalla Comunità Europea. Il professor Ippolito è orgoglioso di essere meridionale e di essere “nato in una terra che ha ereditato il meglio della cultura greca”.

Lei è originario di Sant’Arsenio, nel Vallo di Diano. Come se lo ricorda il suo paese?
Era un paese piccolo, di tremila anime, a 483 metri sul livello del mare, ma evoluto rispetto alle media degli altri paesi del territorio. Un paese aperto, allegro, dove la gente ha sempre cercato di avere una buona qualità della vita.
La medicina è un “vizio” di famiglia...
E’ vero. Mio padre Vincenzo, che vive tuttora a Sant’Arsenio, era farmacista a Teggiano. La farmacia è rimasta in proprietà di famiglia. Il mio bisnonno di parte materna, Federico Costa, era un medico molto apprezzato nella zona. Io non ho fatto in tempo a conoscerlo, ma mia nonna materna aveva una casa-reliquia con tutti i ricordi di questo straordinario personaggio e diceva che era benvoluto dai pazienti. Allora mi colpiva il fatto che usava tenere uno scheletro completo nello studio. Era l’idolo della mia fanciullezza e probabilmente devo anche a lui la passione per la medicina.
Fino a quando è vissuto a Sant’Arsenio?
Mi sono diplomato al Liceo Classico di Sala Consilina a 17 anni e poi mi sono trasferito a Roma, dove mi sono iscritto all’Università, alla Facoltà di Medicina. Fu una decisione sofferta. Ero molto attratto anche da architettura.
Come fu il trapasso dal paesino alla Capitale?
Fu indolore. Ebbi la grande fortuna di essere ospitato a casa di mio zio Renato Coiro, che all’epoca non era sposato e mi fu davvero vicino, non facendomi pesare le difficoltà dell’ambientamento. Debbo a lui anche la sensibilità per l’arte e l’archeologia. Mi portava in giro per musei e gallerie. Era un formidabile “Cicerone”, competente e dotto.
Dalle visite ai Fori Imperiali allo studio dei microrganismi...
Il mio innamoramento per le malattie infettive è iniziato già al secondo anno di università, quando ho sostenuto l’esame di microbiologia. Ricordo che rimasi affascinato dai microrganismi, la cui scoperta aveva costituito una delle tappe più importanti della storia della medicina e dell’umanità. E così iniziai dedicarmi allo studio di esseri microscopici e dei loro effettui sull’individuo e sulla popolazione.
Immagino che non se ne sia pentito.
Mai. Le malattie infettive si sono sempre caratterizzate, fino alla comparsa dell’AIDS, per la caratteristica di avere un’evoluzione rapida e di poter vedere in tempi brevi gli effetti delle cure.
Dopo la laurea lei ha frequentato corsi di specializzazione in Italia e di aggiornamento negli Stati Uniti d’America e in varie parti del mondo.
Mi sono specializzato in Italia, e grazie al sostegno ricevuto dalla mia famiglia, ho potuto aggiornarmi all’estero. Mio padre e mia madre, Maria Coiro, sono persone di rara affettuosità e di grande sensibilità, che mi hanno permesso di viaggiare perché ritenevano che io dovessi avere le migliori occasioni di aggiornamento e e di esperienza. Mio padre ha sempre detto che “ai figli i soldi bisogna darglieli quando ne hanno bisogno...” Gli sono davvero grato!
Dove ha imparato di più?
Nel nostro Paese ci sono grandi professionalità, ma sono sempre rimasto colpito dalla grande disponibilità degli scienziati in America; tutti fanno il meglio per aiutarti, per farti crescere, per farti lavorare nelle condizioni migliori. Trovano sempre il tempo per parlare con te. È facile avvicinare anche il grande scienziato senza difficoltà e senza raccomandazioni. Spero di aver “importato” in Italia questo modello di relazione con gli altri.
Ha avuto qualche maestro?
Ho incontrato nella mia vita professionale persone, prima che uomini di scienza che hanno segnato un momento importante del mio percorso formativo. Stanley Music mi aiutò a comprendere l’importanza di pensare sempre alla finalità pratiche di ogni indagine epidemiologica e di ogni studio sulle malattie infettive. In anni più recenti, ho imparato da John La Montagne, che è stato uno dei più grandi esperti di vaccini al mondo, che bisogna cercare di far parlare la ricerca di base con le applicazioni cliniche.
Nel corso della sua carriera, lei è stato protagonista di molti progetti di ricerca, vincendo anche diversi premi. Qual è il progetto di cui va più fiero?
Il progetto sulle infezioni ospedaliere, che mi fu affidato nel 1983 – quando ero ancora assai giovane – e mi ha permesso di realizzare in Italia lo studio che avevo preparato per una borsa di studio per fare un Master in Epidemiologia delle Infezioni Ospedaliere presso la Virginia University, negli Stati Uniti. È stata una grande sfida professionale e organizzativa mettere assieme 104 centri di rianimazione in tutto il Paese. Ancora oggi è per me motivo di grande soddisfazione.
L’incarico attuale di Direttore Scientifico le consente di fare ancora ricerca?
Questo nuovo lavoro è stato per me un cambiamento epocale nell’organizzazione della vita, ma non ho affatto abbandonato la ricerca. Oggi il mio impegno è quello di promuovere nuove idee di ricerca e cercare di far si che gli altri possano andare avanti nelle migliori condizioni. Le infezioni in ambito sanitario e le patologie infettive emergenti, come la tubercolosi o la Sars sono i temi sui quali sono attualmente più impegnato.
Lei è anche uno dei massimi esperti italiani di Aids.
Posso dire di essere uno dei primi ad essersi occupato di AIDS in Italia e tra coloro che per primi al mondo hanno percepito che questa nuova malattia era qualcosa con cui gli esperti di malattie infettive non si erano mai confrontati. L’Italia ha fatto tanto in tema di AIDS e sono fiero di aver lavorato insieme con il professor Giovanni Battista Rossi, che ha realizzato il Progetto Nazionale Aids, che ha portato l’Italia ad essere la 4^ nazione al mondo per produzione scientifica in questo settore. Sono state importanti per me anche l’esperienza con il professor Dianzani e quella con il professor Guzzanti, poi diventato ministro, che ha costruito il modello italiano di interventi anti-Aids, basato su una rete di malattie infettive sul territorio.
A che punto siamo nella lotta a questa terribile malattia?
Oggi l’Aids non è più una malattia rapidamente mortale ma è una malattia curabile, anche se non ancora guaribile. Ciò è stato possibile grazie al fatto che contemporaneamente tutto il mondo scientifico che lavorava nel mondo delle malattie infettive si è messo a lavorare sul problema. E’ come se si fosse fatto una specie di Piano Marshall per affrontare l’AIDS. Sicuramente il lavoro di più persone contemporaneamente rappresenta l’unica possibilità di affrontare un’emergenza epidemica. E’ il modello di reti virtuali e internazionali di ricerca che poi è servito a combattere la Sars e che in futuro potrà consentirci di elaborare risposte veloci a nuove patologie infettive che dovessero comparire.
Si lamenta spesso la mancanza di fondi per la ricerca. E’ un luogo comune o è tutto vero?
Purtroppo è tutto vero. C’è un sottofinanziamento, sia pubblico che privato, della ricerca in Italia e manca anche un riconoscimento del ruolo strategico della ricerca nello sviluppo. Inoltre, troppo spesso i pochi fondi che sono a disposizione sono assegnati in base a meccanismi clientelari.
Anche lo stato della sanità pubblica non è dei migliori.
La sanità è un diritto del cittadino ed è un bene che deve essere garantito a tutti. Ma i medici, anche se non si può fare di tutt’erba un fascio, hanno grandi responsabilità, sono stati troppo spesso compiacenti con i politici in cambio di qualche favore, fino a demandare loro la completa gestione del sistema. Troppo spesso il primo interesse è stato di poter conciliare il lavoro pubblico con l’attività privata. Non si può essere sempre arlecchini servitori di due padroni.
Anche le strutture sanitarie, però, spesso lasciano a desiderare, specialmente al Sud.
Non c’è dubbio che occorre migliorare le strutture sanitarie, anche per risolvere quella differenza evidente tra Nord e Sud ed evitare la migrazione sanitaria. Ma non bisogna dimenticare che, anche se molti ospedali del Mezzogiorno sono carenti da un punto di vista edilizio e organizzativo, in essi sono presenti professionisti di alto livello che non hanno nulla da invidiare ai colleghi del Nord e che ottengono grandi risultati in condizioni di lavoro difficili. A loro va tutto il rispetto per il lavoro che fanno.
Qual è la sua ricetta per cambiare la sanità?
Non sono in grado di dare ricette, ma sicuramente bisogna puntare sulle persone e sulla loro motivazione. Oggi uno dei grandi problemi della sanità è la scelta clientelare delle persone; spesso il merito viene calpestato e l’assunzione o la progressione di carriera avviene in base a logiche di parentela o di appartenenza a un partito od a un’organizzazione…. Questa è una vera iattura.
Torna mai a Sant’Arsenio?
I miei genitori vivono tra Sant’Arsenio e Teggiano e io scendo giù almeno un paio di volte all’anno. Vengo volentieri, anche perché Sant’Arsenio continua ad essere un paese dall’aria civilizzata. I miei hanno anche casa a Palinuro. Amo molto il mare cilentano e la gente semplice di quei posti.
Qualche amicizia dell’infanzia ha resistito al tempo?
Sono rimasto in contatto con la mia compagna di banco alle elementari, Ilde Coiro. E proprio l’anno scorso ho avuto una rimpatriata con i miei compagni di scuola delle elementari.
Com’è di carattere Giuseppe Ippolito?
Sono orgoglioso di avere un carattere schietto, aperto e anche un po’ ribelle, come il mio bisnonno medico... Le persone che lavorano con me e mi vogliono bene dicono anche che sono un entusiasta ed un trascinatore di persone sui miei programmi.
Si sente ancora meridionale?
Eccome! Parlo, penso e mi arrabbio in dialetto e ho amici con i quali chiacchiero solo in dialetto. Mi sento fermamente meridionale e sono fiero di essere nato in una terra che ha ereditato il meglio della cultura greca. Basti pensare che la classe dirigente dello Stato è meridionale. Guardi i magistrati.
Cosa le manca della sua terra?
La cordialità della gente, la semplicità delle persone, la loro cultura della vita, il senso della famiglia, e anche i sapori antichi della cucina. Il mio piatto preferito è fusilli con il sugo di castrato. Due anni fa, a una festa popolare a Sant’Arsenio, ho assaporato dopo tanti anni il gusto dei fagioli con la bieta... Erano squisiti!

(La Città di Salerno, 20 febbraio 2005)

Scheda biografica

Giuseppe Ippolito è nato a Sant’Arsenio (Salerno) il 13 ottobre del 1954. Si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Roma nel 1978, con votazione 110/110 e lode. Si è specializzato in Malattie Infettive (1981) e in Dermatologia e Venereologia (1984) all’Università di Roma Lavora dal 1980 presso l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, del quale - dal 1998 - è Direttore Scientifico. Coordina di due programmi europei. Grazie anche alla sua azione, l’Istituto è titolare al momento di 10 contratti di ricerca europei ed ha costituito una società mista pubblico privato, per lo sviluppo di tecnologie diagnostiche innovative, con una società americana di biotecnologie. Nel 1998 gli è stato assegnato il premio Charles C. Shepard Science Award dei Centers for Disease Control per lo studio “A case-control of HIV seroconversion after percutaneous exposure”. Ha avuto numerosi incarichi in commissioni e comitati del Ministero della sanità, tra cui la Commissione Nazionale per la lotta contro l'AIDS, in gruppi di lavoro costituiti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, dalla Comunità Europea, dell’Health Canada, della U.S. National Foundation for Infectious Diseases. Ha pubblicato oltre 350 lavori originali editi a stampa, di cui oltre 200 indicizzati, tra cui 24 libri e 27 capitoli di libri, 87 rassegne e 44 altre pubblicazioni.

Intervista a Fernando Salsano, critico letterario

di Mario Avagliano

All’invidiabile età di 90 anni, il professor Fernando Salsano, cavese purosangue, è uno dei dantisti più autorevoli a livello italiano ed europeo. Critico letterario della terza pagina dell’Osservatore Romano, il giornale del Vaticano, ha collaborato con le principali riviste letterarie del nostro Paese, dalla Nuova Antologia alla Fiera Letteraria, e ha scritto centinaia di voci della prestigiosa Enciclopedia Dantesca della Treccani. Nel suo studio di Roma, Salsano ci racconta il suo “grande amore” per Cava, mostrandoci sul desktop del computer l’immagine innevata di Monte Finestra e polemizzando con l’attuale primo cittadino metelliano Alfredo Messina per aver intitolato la piazza principale della città allo scomparso sindaco Eugenio Abbro.

Professore, lei ha attraversato nella sua vita tutto il secolo scorso. Come ricorda la Cava della prima metà del Novecento?
Era una città tranquilla, culturalmente vivace e anche ricca di fascino, tanto è vero che d’estate era frequentata da numerosi villeggianti. Io vengo da una famiglia storica di Cava. Il mio trisavolo Domenico fu medico pluripremiato alla corte di Napoli; suo figlio Luigi fu tra l’altro cacciatore di briganti: il mio bisavolo Alfonso fondò la storica Farmacia del Leone.
Com’è stata la sua adolescenza?
Un po’ triste: studio e lavoro. Frequentai il liceo classico alla Badia, dove non fui il primo della classe. Al primo anno mio padre mi dava 2 lire per il camioncino che portava gli studenti alla Badia. Per intascare i soldi, mi recavo a scuola a piedi. Quando mio padre venne a saperlo, mi disse: “Visto che puoi andare alla Badia a piedi, non è necessario che ti dia soldi”. Da allora sono diventato un gran camminatore. Posso ricordare anche che, per fronteggiare le ristrettezze economiche, suonavo il violino nelle orchestre da ballo e al cinema muto, a Cava e a Nocera Superiore, insieme al mio amico Guido Pellegrino.
Cava e il fascismo. Che cosa cambiò nel tessuto sociale della città con l’avvento di Mussolini?
Poco. Io ero ragazzo e ho vissuto il passaggio dalla democrazia al fascismo essenzialmente come un cambio di vessilli e di gagliardetti. Prima del fascismo ero esploratore cattolico, sotto la direzione del compianto professor Mario Violante. Poi sono diventato avanguardista e infine, all’Università, sono entrato nei GUF. Ho anche partecipato ai Littoriali nazionali della Cultura a Firenze. Ricordo che vinsi il premio provinciale della narrativa con un lavoro intitolato “Due capitoli per un romanzo”. Sono rimasti due capitoli, perché romanzi non ne ho mai scritti.
Lei frequentava anche il Circolo Sociale, il club della nobiltà cavese.
Sì, anche perché a me e a mia moglie Gemma piaceva molto ballare. Frequentavo il Circolo Sociale e il Tennis Club. Sono stato anche vicepresidente del Circolo. I miei amici di allora sono tutti scomparsi, da Fernando e Salvatore De Ciccio a Ennio Grimaldi.
Com’è nata la sua passione per la letteratura?
La passione è nata sui banchi di scuola. Dopo la maturità, all’Università di Napoli, ho avuto la fortuna di avere un maestro come il professor Giuseppe Toffanin, uno dei più grandi critici letterari italiani, con il quale mi sono laureato in lettere nel 1936. Sono stato un suo discepolo. Frequentavo casa sua.
Fino a quando nel 1940 è scoppiata la guerra...
E io sono partito per il fronte. Cinque anni di vita militare senza vocazione, in Fanteria. Pensare che avevo appena vinto il concorso per insegnare al liceo classico! Dopo la Scuola Ufficiali a Salerno, fui destinato a Pistoia, con il grado di tenente. Con il mio reggimento, l’83° Fanteria, ho partecipato all’occupazione dell’Albania, a Durazzo e ad Elbassan. Nel ’42, poi, sono stato inviato di stanza sulla costa siciliana e mi sono salvato miracolosamente dalla cattura da parte degli Alleati.
Dove si trovava nei giorni successivi all’8 settembre del ’43, quando ci fu lo sbarco degli americani a Salerno?
Ero in congedo a Cava. Non fu un periodo facile. Ci furono violenti combattimenti tra tedeschi e angloamericani. Io mi rifugiai in campagna, a casa di mio zio Alfonso, sulla Serra. Fu molto triste vedere la mia città dilaniata dalle bombe. Ricordo che non si trovava cibo e passavamo le giornate ad andare in giro alla ricerca di qualcosa da mangiare. Dopo la ritirata dei tedeschi, ho lavorato con gli Alleati. Fui ingaggiato dagli americani per la raccolta dei proiettili di artiglieria inesplosi. Era un lavoro pericoloso. Caricavamo i proiettili su un carretto tirato da un cavallo.
Poi riprese a insegnare.
Quando riaprirono le scuole, tornai ad insegnare al Liceo Classico di Nocera Inferiore. Scendevo a Nocera in bicicletta perché non c’erano autobus. Sono stato lì fino al 1949, quando ho ottenuto il trasferimento a Roma.
Come mai si è trasferito nella capitale?
Per due ordini di motivi. Primo, perché pensavo che a Roma avrei potuto coltivare meglio lo studio critico della letteratura italiana, confrontandomi con i migliori intelletti di questa disciplina. Secondo, perché volevo dare ai miei figli l’occasione di una formazione di alto livello. Mio figlio Felice ha frequentato la scuola dei gesuiti e ora è un apprezzato immunologo e insegna all’Università La Sapienza. Mia figlia Paola è stata alla scuola francese e nel corso della sua carriera ha insegnato francese e inglese nei principali istituti superiori di Roma.
Com’è stato l’impatto con Roma?
E’ stato felice anche se faticoso, perché - per poter sostenermi - fui costretto a contrarre pesanti debiti. Devo dire che non mi sono mai pentito di questa scelta. Ho insegnato italiano e latino in due istituti storici di Roma, il Liceo Pilo Albertelli e il Liceo Righi, e soprattutto ho potuto dedicarmi ai miei studi, stringendo amicizia con importanti studiosi.
Il suo primo libro?
Un libro sulla poesia di Teofilo Folengo, uscito nel 1953, che riprendeva la mia tesi universitaria, che era stata pubblicata sul Giornale storico della Letteratura Italiana, la rivista più importante di letteratura in Italia, e si basava su un manoscritto del Folengo che avevo scoperto nell’archivio della Badia di Cava.
L’incontro con Dante?
Dante è venuto in seguito. Nel ’59 presi la libera docenza ed entrai in contatto con il professor Bosco e il professor Petrocchi, i quali mi chiamarono a collaborare all’Enciclopedia Dantesca della Treccani e a scrivere molte voci di questa opera. In un certo senso, fui costretto a studiare Dante. E mi appassionai.
La sua prima conferenza letteraria?
Fu a Piazza Firenze, presso la Società Dante Alighieri. Forse un segno del destino. Relazionai sul Convivio di Dante. Fu il mio battesimo dantesco.
Che cosa rappresenta Dante per lei?
Per me Dante viene subito dopo il Padreterno. Ho una profonda ammirazione per lui. E’ un grandissimo poeta, ma è tale in quanto è un grande cristiano. Io penso che la Divina Commedia sia un libro da profeta, una battaglia con le armi della poesia per il rinnovamento del cristianesimo subito dopo San Francesco.
Come è approdato all’Osservatore Romano?
Nel periodo in cui ho insegnato all’Università di Cassino, ero collega di Mario Agnes. Quando nel 1985 Agnes è divenne direttore dell’Osservatore Romano, mi chiamò e mi chiese a bruciapelo se ero “cristiano”. Di fronte alla mia risposta positiva, mi domandò se volevo andare a lavorare con lui. Da allora collaboro ininterrottamente con il giornale del Vaticano.
Da quel particolare osservatorio, come ha giudicato il pontificato di Giovanni Paolo II?
Ho avuto grande ammirazione per il Papa straniero, venuto dalla cattolica Polonia, e per la sua capacità di dialogare con le altre religioni e con ogni parte del mondo. Detto questo, credo che si debba ricordare il problema dei problemi: oggi le condizioni del cristianesimo sono drammatiche. Siamo cristiani più per modo di dire che nella realtà. Essere cristiani è molto difficile. Questo è il problema essenziale, primario, per la Chiesa.
Che cosa ne pensa del nuovo Papa Ratzinger?
Si tratta di un prelato di alta statura. Il fatto che ami molto la musica e suoni il piano, ha secondo me molta importanza per capire l’uomo. Ma come Padre e Maestro del Cattolicesimo bisogna attenderlo all’azione specifica. Ho comunque una devota fiducia.
Lei vive a Roma da 56 anni. E’ ancora legato a Cava?
Eccome! Sono stato proprio di recente a Cava. Insieme a Padre Attilio Mellone e ad Agnello Baldi, sono stato fondatore della Lectura Dantis metelliana, che ho diretto per molti anni e di cui sono tuttora direttore onorario. Sono contento che ora la presidenza sia stata assunta da un giovane colto e perbene come Marco Galdi.
Come le sembra la Cava di oggi?
Non credo che vi siano grandi cambiamenti rispetto al passato. Resta una città che, economicamente, si fonda sul commercio, specialmente dei tessuti. Piuttosto, ho avuto il dispiacere di constatare una gaffe dell’Amministrazione comunale, che ha cambiato il nome della piazza storica di Cava, Piazza Roma, in Piazza Abbro. Questo confronto Roma-Abbro mi ha dato fastidio. Abbro è stato un professionista rispettabile, ma, rispetto alla storia cavese, di modesta statura. Se proprio si voleva – ma non se ne vedono ragioni – intitolare la piazza principale della città a qualcuno, nella storia recente di Cava c’erano ben altri protagonisti.

(La Città di Salerno, 24 aprile 2005)

Scheda biografica

Il professor Fernando Salsano è nato a Cava de’ Tirreni il 29 gennaio del 1915. Laureato in Lettere e Filosofia nell’Università di Napoli nel 1936, dal 1940 ha insegnato Italiano e Latino nei Licei statali, di cui è stato preside dal 1965. Libero docente di Lingua e Letteratura Italiana dal 1959, ha insegnato nelle Università di Cassino, Padova, Salerno fino al 1985. Inviato quale consulente pedagogico delle scuole in lingua italiana dell'ex Zona B sotto amministrazione iugoslava, ha risieduto presso il Consolato d’Italia a Capodistria, negli anni 1964-66. Negli studi letterari esordì a vent’anni con un Sonetto inedito di Teofilo Folengo, autografo, scoperto tra le carte folenghiane dell’Archivio della Badia benedettina di Cava de’ Tirreni, e pubblicato in “Giornale Storico della Letteratura Italiana” (1936). Il medesimo periodico pubblicò la sua tesi di laurea (1936), L’Agiomachia di Teofilo Folengo. Nell’Archivio cavense ritrovò, negli anni successivi, un autografo di G.B.Marino, contenente l’abbozzo inedito, ricco di varianti, di tre canti epici per una Anversa liberata, e due odi inedite per i Capelli di S. Maria Maddalena, editi a Bologna, nel 1956. Ha sviluppato l’esordio filologico nell’attività esegetica e critica, orientata prevalentemente sull’Opera e il tempo di Dante. Ha tenuto per la Società Dantesca di Firenze, la Casa di Dante di Roma e varie città d’Italia più di quaranta lecturae della Divina Commedia. Ha redatto centinaia di ‘voci’ dell’Enciclopedia Dantesca. Ha collaborato ai più autorevoli periodici di cultura (tra cui, per periodi di molti anni, “La Fiera Letteraria” e “Nuova Antologia”); dal 1985 è critico letterario dell’ “Osservatore Romano”. Ha vinto tre premi nazionali di poesia. Nel 1994 è stato insignito del Premio Cavesi nel mondo, quale “autorevole erede della cultura umanistica cavense”. La sua bibliografia contiene più di 500 voci. Opere principali: La poesia di Teofilo Folengo, 1953; La coda di Minosse e altri saggi danteschi, 1968; La poesia di Dante, 1970; Tradizione e modernità nell’Ottocento, 1970; Lettura della Divina Commedia: interpretazioni lessicali e personaggi, voll.2, 1971; Poeti e prosatori italiani intorno alla prima guerra mondiale, 1972; La lirica italiana da Guittone al Petrarca, 1977; Personaggi della Divina Commedia, 1984; Lettere ai nipoti e altre poesie, 1986; Lecturae Dantis, 2003.

Intervista ad Julian Oliver Mazzariello, musicista

di Mario Avagliano

C’è anche un salernitano tra i vincitori dell’ultimo Festival di Sanremo. Si tratta di Julian Oliver Mazzariello, londinese di nascita, figlio di un batterista cavese emigrato a Londra all’epoca dei Beatles, negli anni Sessanta. Trapiantato a Cava de’ Tirreni all’età di 17 anni, Julian è uno dei talenti più fulgidi del jazz made in Italy e ha vinto il Sanremo sezione Gruppi, con la band “Nicky Nicolai e Stefano Di Battista Jazz Quartet”, giunta al festival senza essere conosciuta dal grande pubblico ed assurta poi al ruolo di autentica rivelazione. Pianista dalla tecnica elegante e raffinata, discepolo di Lucio Dalla, la critica gli attribuisce un tocco “dall'aroma classico” e apprezza molto i suoi assoli, definiti “vagamente jarrettiani”.

Lei è nato in Inghilterra ma è cavese d’adozione.
Mio padre Fernando era originario di Cava. Era un batterista, suonava in un gruppo rock che si chiamava Caravan Band e nacque negli anni Sessanta sulla scia dei Beatles e dei Rolling Stones. A diciotto anni si trasferì a Londra e lì si sposò con mia madre Anne, che è assistente sociale. Io sono cresciuto in Inghilterra.
La musica è una passione di famiglia.
Sì. Da piccolo sognavo di diventare batterista come mio padre. Ma ero costretto a suonare il pianoforte perché nel quartiere dove vivevamo le villette erano una attaccata all’altra e i vicini si sarebbero lamentati! Comunque la batteria è uno strumento che ancora oggi mi piace.
A che età ha iniziato?
I miei genitori acquistarono il primo pianoforte quando avevo 6 anni. Io ho cominciato a prendere lezioni l’anno dopo.
A tredici anni già vinceva i primi premi.
Nel 1991 ho vinto un concorso per le giovani promesse organizzato dal giornale Daily Telegraph, insieme ad un mio amico nero, Jose Hathaway, batterista. Abbiamo partecipato anche ad una gara televisiva, arrivando in finale e classificandoci secondi.
Come mai nel 1995 si è trasferito a Cava?
Cava mi è sempre piaciuta, fin da quando ero bambino e ci venivo ogni estate in vacanza. Ai miei occhi era come il mondo dei sogni, per il clima mite, il paesaggio verde, la gente allegra. Mi piaceva il modo di fare delle persone, l’approccio leggero alla vita. In Inghilterra tutto è più triste e pesante. Così a 17 anni di età, quando ho deciso di dare una svolta alla mia vita, visto che mio padre era tornato a Cava, l’ho seguito, contro il volere di mia madre. Ero sicuro che c’erano certe cose nel mio carattere che venendo qui potevano uscire fuori.
E a Cava e a Salerno è entrato nel giro dei musicisti jazz...
E’ stato grazie a Pietro Vitale, grande amico di mio padre. Quando ero piccolo, ci veniva a trovare in Inghilterra. Mi ha visto nascere. Attraverso Pietro, già quando avevo 13-14 anni ho conosciuto i fratelli Deidda, Jerry Popolo, Giovanni Amato, Ciro Caravano dei Neri per Caso, Daniele Scannapieco e tanti altri. Poi, quando mi sono trasferito a Cava, mi hanno adottato, ho cominciato a suonare con loro e sono diventati tutti miei amici.
Allora la scuola salernitana del jazz esiste davvero, non è un fatto mitico.
A me sembra di sì. Le mie prime esperienze le ho fatte a Salerno. E’ qui che sono cresciuto musicalmente. Non è un caso che spesso ci ritroviamo a fare cose insieme, come è accaduto anche a Sanremo, dove io e Amedeo Ariamo abbiamo suonato nella band “Nicky Nicolai e Stefano Di Battista Jazz Quartet”.
Un personaggio che ha contato molto nella sua crescita professionale è Gegè Telesforo.
E’ vero. Gegè è per me una specie di fratello maggiore. L’ho conosciuto quando avevo appena 18 anni, in un bar salernitano che si chiama Cerco Piteco. Era venuto a bere una birra con Dario Deidda e quando mi ha ascoltato suonare, si è avvicinato e si è messo a cantare. Io ero da poco in Italia e non sapevo neppure chi era. Il giorno dopo mi ha chiamato e mi ha chiesto se volevo entrare nel suo gruppo. Ho anche inciso un disco con lui. Gegè è un grande cultore di musica, di jazz e di funky. Con lui mi diverto tanto a suonare.
E’ stato proprio Gegè Telesforo a presentarle Stefano Di Battista.
Eravamo anche questa volta a Salerno. Ricordo che andammo nel solito bar e improvvisammo una jam-session: io, Gegè, Stefano e Daniele Scannapieco. Fu una serata speciale.
Tra i suoi maestri c’è anche un certo Lucio Dalla.
Lucio l’ho conosciuto tre estati fa. Stefano Di Battista aveva organizzato un concerto al Testaccio Villane al quale parteciparono Lucio Dalla, Alex Britti e Max Gazzè, in veste di musicisti e non come cantanti, assieme a me e a Dario e Sandro Deidda. Lucio Dalla si mostrò subito assai entusiasta di me e così mi invitò a suonare nel suo disco, intitolato “Lucio” e a partecipare alla sua tournée.
Una bella esperienza?
Un’esperienza eccezionale. Lucio è una persona meravigliosa. Se Gegè è un fratello maggiore, lui è come un secondo padre per me. Gli voglio molto bene. Ogni volta che lo vedo, imparo qualcosa. Apprezzo in particolare la sua serenità, la sua capacità di dare il massimo ma con un approccio rilassato. Io invece vivo sempre in tensione.
Nella band di Lucio Dalla cantava anche Nicky Nicolai.
Un anno fa, dopo la tournée di Lucio, lei e Stefano Di Battista mi hanno chiesto se volevo suonare con loro e con Amedeo Ariano. E così lo scorso febbraio mi sono ritrovato al festival di Sanremo...
Come ha vissuto il clima del Festival?
Con grande emozione. Soprattutto la prima e l’ultima serata. Ricordo che al debutto nel camerino ero tanto teso che non riuscivo neppure a infilarmi la giacca... Tra l’altro era la prima volta che suonavo con un direttore d’orchestra, il bravissimo Peppe Vessicchio.
Vi aspettavate di vincere la sezione gruppi e di avere tanto successo?
Ho sempre avuto una grande fiducia in Stefano Di Battista. Oltre ad essere un eccellente musicista, è una persona davvero intelligente, che sa quello che sta facendo. Credo che abbiamo dimostrato che anche certo tipo di musica, con sonorità acustiche se non jazz, può arrivare al grande pubblico.
Che programmi ha per i prossimi mesi?
Intanto continuo l’esperienza con Nicky Nicolai e Stefano Di Battista. Oggi siamo a Domenica In e il 1° aprile ci esibiremo in Slovenia. A maggio inizieremo un tour.
E poi?
Mi piacerebbe fare qualcosa con Dario Deidda e con il mio amico batterista di Londra.
Dario Deidda è un po’ il capofila dei musicisti salernitani di jazz.
Dario è pazzesco, è enorme. Suona il piano, la tromba, la batteria, e come li suona!
Che cosa rappresenta nella sua vita la musica e chi sono i suoi modelli?
Il mio idolo in assoluto è Miles Davis. E’ il primo musicista che ho ascoltato ed è quello che tuttora mi emoziona di più. Quanto alla musica, per me è un mezzo di comunicazione straordinario, più della parola. Mi affascina il potere della musica di scatenare emozioni, di far piangere, di far ridere...
Anche se lei ormai vive in giro per l’Italia, continua ad avere la dimora a Cava. Come mai?
Mi sto affezionando sempre di più a Cava. Più mi capita di stare fuori, e più ci torno volentieri. E poi qui ho la maggior parte degli amici più cari.
Per esempio?
Cito uno per tutti: Mimmo, il titolare del bar San Franzao. Quando sono a Cava, spesso vado a trovarlo, mi siedo al pianoforte e comincio a suonare. E’ la dimensione che prediligo di più. In quelle occasioni, ti metti davvero alla prova, più che in un concerto. Se musicalmente riesci ad accendere l’emozione, quelli che vengono a prendere il caffè rimangono, altrimenti vanno via.

(La Città di Salerno, 27 marzo 2005)

Scheda biografica

Julian Oliver Mazzariello è nato a Londra, in Inghilterra, il 31 ottobre 1978, da madre inglese e padre musicista cavese doc, trasferitosi a Londra alla fine degli anni ’60. Vissuto in Inghilterra per 17 anni, Mazzariello ha vinto da giovanissimo un prestigioso Festival nazionale di giovani promesse. Trasferitosi in Italia nel gennaio del 1996, vive a Cava de’ Tirreni. E’ subito diventato uno dei protagonisti del panorama jazzistico salernitano, collaborando con i fratelli Deidda, Giovanni Amato, Daniele Scannapieco, Aldo Vigorito, Giampiero Virtuoso, Amedeo Ariano. E’ giunto alla fama nazionale con la partecipazione al nuovo disco di Lucio Dalla e alla tournée del cantautore bolognese denominata “Ascoltare per credere”. Alla 55ª edizione del Festival di Sanremo 2005, con il Gruppo “Nicky Nicolai e Stefano Di Battista Jazz Quartet”, ha trionfato con il brano “Che mistero è l’amore” nella categoria “Gruppi”, piazzandosi al 4° posto nella classifica finale, alle spalle del vincitore assoluto Francesco Renga (Uomini), di Toto Cutugno ed Annalisa Minetti (Classic) e di Antonella Ruggiero (Donne).

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