Storie – Scampato a Dachau e ucciso dai titini

di Mario Avagliano

   La violenza delle dittature non ha pietà di nessuno. Quattro giorni fa in Italia si è celebrato il Giorno del Ricordo, per ricordare le foibe e il dramma dell’espulsione dei nostri connazionali dall’Istria e dalla Dalmazia, eventi terminali della lunga contrapposizione tra italiani e slavi che aveva visto prima l’italianizzazione forzata di quei territori e poi l’occupazione da parte delle nostre truppe, con corollario di repressione, eccidi e persecuzioni.
Una delle vicende più paradossali è quella ricordata da Riccardo Ghezzi su «L’Informale»: la storia del meccanico Angelo Adam, ebreo sopravvissuto a Dachau ma ucciso dalle truppe di Tito.
Ebreo, italiano di Fiume, già legionario con Gabriele d'Annunzio, poi antifascista confinato a Ventotene, dopo la caduta del fascismo e l’armistizio Angelo a 45 anni entra nella Resistenza, diventando membro del Cln cittadino.
Catturato dai tedeschi e deportato a Dachau il 2 dicembre 1943, con il numero di matricola 59001, riesce miracolosamente a sopravvivere al lager.
Tornato a Fiume, trova una città occupata dalle truppe di Tito, con un clima di terrore e una comunità ebraica ormai dispersa. In nome dei suoi ideali autonomisti, Adam prova a riannodare il contatto con gli amici partigiani, antifascisti e sindacalisti, tentando di mantenere un filo diretto con il vertice del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia.
All’inizio di dicembre del 1945, gli sgherri di Tito si recano a casa sua e lo prelevano con la forza assieme alla moglie Ernesta Stefancich, per la colpa di essere italiano e autonomista e quindi un potenziale oppositore del partito comunista jugoslavo, come tale da eliminare.
Quando la figlia diciassettenne Zulema chiede alle autorità notizie sui genitori, sparisce nel nulla anche lei. I tre corpi non sono mai stati trovati. Probabilmente sono finiti in una foiba.

(L’Unione Informa e Moked.it del 14 febbraio 2017)

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Storie – Il campo di concentramento di Casoli in Abruzzo

di Mario Avagliano

  La realtà dei campi di concentramento fascisti che furono istituiti in tutta la penisola dopo l’ingresso in guerra dell’Italia nel giugno del 1940 è ancora poco conosciuta.
Uno di questi campi si trovava a Casoli, in provincia di Chieti, in Abruzzo, e fu attivo dal 1940 al 1944, internando ebrei stranieri (fino a maggio del 1942) e successivamente "ex jugoslavi" (considerati sudditi nemici).
Meritoriamente Giuseppe Lorentini, lettore di italiano all'Università tedesca di Bielefeld (Nord Westfalia), ha realizzato di recente un sito, www.campocasoli.org, che è il frutto di un lavoro di tre anni di ricerca studiando, scansionando e rendendo consultabili 3.711 documenti contenuti in 212 fascicoli conservati presso l'Archivio storico del Comune di Casoli, dalla cui amministrazione ha avuto collaborazione e patrocinio.
Il sito propone l’intero fondo archivistico dedicato al campo, conservato nell’Archivio storico del Comune e riordinato nell'anno 2000, che - grazie al notevole numero di documenti - costituisce una fonte interessante per ricostruire quale fosse il modello di amministrazione di un campo di concentramento fascista.
Allo stato attuale della ricerca in Italia, sono pochi, i comuni italiani sede di campi di concentramento o di località di internamento civile durante il fascismo, ad aver conservato i fascicoli personali degli internati.
L’obiettivo del progetto è raccogliere documenti, testimonianze, fotografie e altro materiale in modo da realizzare una documentazione il più completa possibile sul Campo di Concentramento di Casoli.
Nella sezione documenti vi sono alcune foto e si leggono alcune lettere personali degli internati, in molti passi davvero toccanti, e attraverso questo sito è anche possibile dare un volto al nome di diversi ebrei stranieri internati in questo Campo dal 10 luglio 1940, provenienti dal carcere di Trieste.
Dopo l'8 settembre 1943, nove di questi internati ebrei stranieri furono arrestati e deportati nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dove trovarono la morte. Un altro, invece, venne assassinato nel campo di Risiera San Sabba, un altro ancora deportato nel campo di concentramento di Bergen-Belsen e sopravvissuto alla liberazione, avvenuta il 4 marzo 1945. Una foto di gruppo riprodotta nel sito, per molti di loro, rappresenta, forse, l'ultima immagine-testimonianza. Per altri 14 ebrei internati stranieri il Campo di Casoli risulta essere l'ultima località di internamento nota.

Chi vuole partecipare alla ricerca attraverso la propria testimonianza o contribuire con documenti e altri materiali, può rivolgersi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

(L’Unione Informa e Moked.it del 28 febbraio 2017)

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Storie – Il Museo delle penultime cose

di Mario Avagliano

 Cosa accadrà quando tutti i testimoni della Shoah saranno scomparsi? Quel momento, purtroppo, non è lontano, e Massimiliano Boni, scrittore e consigliere della Corte Costituzionale, nel romanzo «Il Museo delle penultime cose» (66thand2nd, pp. 352) ha provato a raccontarlo, immaginando un’Italia futura - che speriamo non si realizzi mai - scossa da un rigurgito antisemita, in cui al governo viene eletto un certo Cacciani, promotore di un “Piano nazionale della Felicità” (il cui acronimo, Pnf, ricorda quello di partito nazionale fascista), mentre tutt’intorno il clima sociale peggiora e molti ebrei italiani sono costretti a rifugiarsi in Israele.
In questo quadro fosco, Pacifico Lattes, vicedirettore del museo della Shoah di Roma, sito in villa Torlonia, prepara un’importante mostra sugli ultimi superstiti ai campi di concentramento. È arrivato quasi alla fine del suo minuzioso lavoro, quando riceve da un parroco la notizia di un sopravvissuto ancora in vita: tra le mura di una casa di riposo di Tor Sapienza, infatti, c’è Attilio Amati, novantottenne aspro e taciturno custode di un segreto.
Dall’incontro tra Attilio e Pacifico, dapprima scettico nei confronti di un vecchio il cui nome non compare sulle liste dei deportati, inizia una ricerca difficile e ostinata, un confronto serrato che porterà entrambi a riconoscersi nella dolorosa esperienza dell’altro.
Un romanzo che s’interroga sull’importanza dei testimoni e ci interroga sul come preservare la memoria di ciò che è stato e creare anticorpi contro il ritorno all’antisemitismo.

(L’Unione Informa e Moked.it del 28 febbraio 2017)

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Nolte, primo dei revisionisti

di Mario Avagliano

  Il principe della corrente revisionista della storia del Novecento o uno storico coraggioso che ha rotto il muro del conformismo su quel periodo così controverso? Il tedesco Ernst Nolte, scomparso ieri  Berlino all’età di 93 anni, è stato almeno fino a un certo punto sia l’uno sia l’altro, in modo a volte contraddittorio e fuori dai canoni, strizzando però troppo l’occhio al negazionismo nella fase discendente della sua parabola di studioso.
Originario di Witten, nel Nord Reno-Westfalia, nel gennaio 1923, Nolte nasce filosofo, laureandosi a Friburgo e avendo maestri del calibro di Martin Heiddeger e Eugen Fink, con il quale nel 1952 consegue il dottorato con una tesi sull’idealismo tedesco e Marx. Ma ben presto si dedica alla ricerca storica, diventando professore emerito di storia contemporanea all’università di Marburgo e alla Freie Universitat di Berlino.
Il suo primo saggio, intitolato “Il fascismo nella sua epoca” (tradotto in italiano in “I tre volti del fascismo”), esce nel 1963 e viene ben accolto dall'opinione pubblica di matrice progressista, che condivide la riabilitazione della categoria di “fascismo” come concetto storiografico a sé stante rispetto al totalitarismo, nelle tre versioni del “pre-fascismo” dell'Action francaise di Charles Maurras, del fascismo di Mussolini e del “fascismo radicale” di Hitler.
Nei due decenni successivi Nolte approfondisce e radicalizza la sua tesi sulle origini del fascismo, anticipandola a grandi linee il 3 giugno 1986 sul quotidiano “Frankfurter allgemeine zeitung”, con un articolo intitolato “Il passato che non passa” e illustrandola l'anno successivo nel volume “La guerra civile europea 1917-1945”.
Rifiutandosi giustamente di considerare il nazismo come “il male assoluto” e ritenendo necessario analizzarlo come qualsiasi altro fenomeno storico, Nolte sostiene però che il fascismo e il nazismo costituiscono la reazione alla minaccia esistenziale rappresentata dal bolscevismo, proponendo quindi un nesso causale tra le due grandi ideologie totalitarie del Novecento: il comunismo e il nazionalsocialismo.
Per lo storico tedesco, la rivoluzione di ottobre del 1917 è la condizione necessaria per l’affermazione del fascismo, sia nella sua versione italiana, sia in quella “radicale” di  Adolf Hitler. Il successo e il seguito del fascismo si spiegherebbero in quanto esso si oppone come controrivoluzione militante alla rivoluzione bolscevica, che dall'ex impero di Russia minaccia di diffondersi in tutta Europa.
Nella visione di Nolte, il nazismo sarebbe andato a scuola dal bolscevismo, perché ne adotta i metodi e le pratiche brutali. In questo quadro i gulag e lo sterminio di classe di milioni di kulaki da parte di Stalin precederebbero Auschwitz e la Shoah degli ebrei e ne costituirebbero anche, in un certo senso, la premessa indispensabile.
La tesi  di Nolte provoca un acceso dibattito in Germania denominato Historikerstreit , “controversia degli storici”, i quali si dividono in due tronconi. Il principale critico di Nolte è il celebre filosofo tedesco Jurgen Habermas, che lo accusa di “giustificazionismo” nei confronti delle responsabilità della Germania e del popolo tedesco e di relativizzare l’Olocausto.
Da quel momento Ernst Nolte è considerato il capofila del “revisionismo”, subendo spesso attacchi, minacce fisiche (gli viene incendiata un'auto) e contestazioni, come avviene ad esempio nel 2009 a Trieste, dove il Comune lo aveva invitato a tenere una conferenza per il ventennale della caduta del Muro. E quando nel 2000 la fondazione dei cristiano-democratici tedeschi, la Konrad-Adenauer-Stiftung, gli assegna un premio per la letteratura, Angela Merkel, allora a capo del partito, si rifiuta di tenere la laudatio.
I limiti delle tesi di Nolte sono noti. Non convince la ricostruzione delle origini della guerra civile che ha coinvolto l'Europa fino al 1945 e la centralità attribuita alla rivoluzione russa del 1917, senza considerare la crisi del liberalismo, lo stravolgimento provocato dalla Grande Guerra e la precedente incubazione ideologica del nazionalismo, del pensiero antidemocratico e del mito biologista e della razza.
Inoltre Nolte, pur non negando l’Olocausto, derubrica e in qualche modo minimizza l’antisemitismo e il razzismo biologico di Hitler, inquadrando lo sterminio degli ebrei nell’ambito della reazione al bolscevismo. Una tesi resa ancor più discutibile dalle posizioni anti-israeliane dell’autore, che in interviste ed interventi pubblici non aveva esitato a porre in relazione, in modo poco ortodosso, bolscevismo, nazismo e sionismo. Un revisionismo che partendo da basi giuste (la necessità di studiare il nazismo e di non ignorare gli altri stermini e gli altri totalitarismi, a partire dal comunismo sovietico) era però pian piano scivolato verso il negazionismo.
 
(Il Messaggero del 19 agosto 2016)

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Storie – Il magistrato Bauer che fece arrestare Eichmann

di Mario Avagliano
 
   La cattura di Adolf Eichmann, uno dei principali responsabili della soluzione finale, non fu opera solo del Mossad. Un altro protagonista misconosciuto di quell’arresto clamoroso fu il procuratore generale Fritz Bauer, ebreo tedesco fuggito in Danimarca durante le persecuzioni e tornato in Germania, a Francoforte, dopo la guerra.  Fu lui a scoprire che Eichmann si nascondeva a Buenos Aires.
Lo racconta il film uscito nei giorni scorsi in Italia intitolato “Lo Stato contro Fritz Bauer”, del regista tedesco Lars Kraume, co-sceneggiato dallo scrittore francese Olivier Guez, che si era già occupato della vicenda nel libro “L’impossibile ritorno, storia degli ebrei in Germania dopo il 1945”.
La storia del tenace e coraggioso Bauer, omosessuale dichiarato, che sin dal suo ritorno dall'esilio in Danimarca cercò di portare in tribunale gli autori dei crimini di guerra perpetrati durante il Terzo Reich, è di grande interesse.
Per vincere le resistenze dello Stato tedesco, assai restio negli anni Cinquanta a fare chiarezza sul suo terribile passato, il magistrato fu costretto a contattare il Mossad, il servizio segreto israeliano, venendo imputato così del reato di alto tradimento.
Un assurdo giuridico, perché venne considerato traditore chi aveva fatto catturare un criminale. Il motivo? Non si era arreso alla ragion di Stato, rivolgendosi a un altro Paese, Israele, per avere giustizia.
 
(L’Unione Informa e Moked.it del 10 maggio 2016)

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Eichmann, il boia nazista chiese la grazia a Gerusalemme

di Mario Avagliano
 
   Fino all’ultimo momento il criminale nazista Adolf Eichmann provò a negare le sue responsabilità nella Shoah, affermando di essere stato un «semplice strumento» di Adolf Hitler. È quanto risulta dalla lettera manoscritta dello stesso Eichmann, datata 29 maggio 1962, che oggi, in occasione della Giornata della Memoria, il presidente israeliano Reuven Rivlin ha deciso per la prima volta di rendere pubblica. Una missiva di quattro pagine, indirizzata all'allora presidente d’Israele Yitzhak Ben-Zvi, di cui già si conosceva l’esistenza (ne aveva parlato tra gli altri Hannah Arendt nel suo libro La banalità del male), ma non il contenuto.
Nella lettera Eichmann sosteneva che il tribunale israeliano avesse esagerato il suo ruolo nell'organizzazione della logistica della «soluzione finale», vale a dire nello sterminio degli ebrei. «Bisogna distinguere i responsabili dalle persone che come me sono state semplici strumenti nelle loro mani», scrisse l'ex ufficiale delle SS. «Io non ero un responsabile e non mi sento quindi colpevole» (...) «pertanto non ritengo giusto il giudizio della corte e vi chiedo, signor presidente, di esercitare il vostro diritto a concedermi la grazia, così che la condanna a morte non venga eseguita».
In realtà il funzionario tedesco, classe 1906, era stato uno dei protagonisti della persecuzione degli ebrei in Europa. Già all’età di ventotto anni venne incaricato dalla Gestapo di occuparsi della questione ebraica. Segretario della conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942 che decise la «soluzione finale», curò in prima persona il meticoloso piano dei trasporti ferroviari di deportazione degli ebrei, contribuendo al perfetto funzionamento della macchina di morte nei lager di Auschwitz e della Polonia orientale (Belzec, Sobibor, Treblinka).
Nel 1945 Eichmann, al pari di altri gerarchi nazisti, riuscì a far perdere le proprie tracce, imbarcandosi nel 1950 a Genova per l’Argentina, con un passaporto falso intestato a Ricardo Klement. Il funzionario nazista lavorava in uno stabilimento della Mercedes a Buenos Aires quando venne individuato dagli agenti del Mossad, i servizi segreti israeliani. Rapito l’11 maggio 1960, fu trasportato a bordo di un aereo in Israele, dove venne processato e condannato a morte nel 1961.
La lettera – insieme a quella con cui Ben-Zvi respinse la richiesta di grazia – è stata esposta nella residenza dell’attuale presidente israeliano Reuven Rivlin, nell’ambito di una mostra inaugurata ieri e dedicata al celebre processo del 1961, che riaccese l’attenzione sulla Shoah, mandato in onda in diretta tv mondiale e svoltosi presso il Beit Haam, la Casa del Popolo di Gerusalemme.
Proprio in questi giorni è uscito in numerose sale cinematografiche italiane, come evento speciale per la Giornata della Memoria, The Eichmann Show, film di produzione britannica, diretto da Paul Andrew Williams, che ripercorre tutte le tappe produttive della diretta televisiva delle 121 udienze del processo, narrando fra l’altro, grazie a videocamere nascoste, le reazioni di Eichmann di fronte alle testimonianze dei sopravvissuti.
Eichmann venne impiccato poco prima di mezzanotte del 31 maggio 1962 in una prigione a Ramia. Come prescriveva il verdetto, il suo cadavere venne cremato e le sue ceneri disperse da una motovedetta israeliana nel Mediterraneo, al di fuori delle acque territoriali d’Israele. Il suo processo venne seguito per la rivista New Yorker da Hannah Arendt, che lo descrisse come «un esangue burocrate» che si limitava ad eseguire gli ordini e ad obbedire alle leggi. Una tesi poi messa in discussione da vari studiosi e che è stata di recente demolita da un saggio della filosofa tedesca Bettina Stangneth, intitolato Eichmann prima di Gerusalemme. La vita non verificata di un assassino di massa, che lo ha identificato come un carrierista rampante e ambizioso e un nazista fanatico e cinico, che agì con incondizionato impegno per difendere la purezza del sangue tedesco dalla «contaminazione ebraica».

(Il Messaggero e Il Mattino, 28 gennaio 2016)

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Storie – Il “non luogo a procedere” sulla Risiera di San Sabba

di Mario Avagliano

  “Tutta la Storia umana è un raschiamento della coscienza e soprattutto della coscienza di ciò che sparisce”. Lo si legge nello straordinario romanzo di Claudio Magris “Non luogo a procedere”, appena uscito per i tipi della Garzanti (pagg. 362, euro 20), dedicato in larga parte alla vicenda, per molti aspetti ancora misconosciuta, della Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio in Italia.

Qui, in una vecchia fabbrica alla periferia di Trieste, durante l’occupazione nazista fu attivo un forno crematorio dove furono gasati con il Zyklon B migliaia di partigiani italiani e jugoslavi, ebrei e antifascisti. Una “prova generale dell’inferno”.
Tra i misteri della Risiera di San Sabba, c’è quella della figura del professore triestino senza nome (ispirato a un uomo realmente esistito, Diego de Henriquez), che colleziona ossessivamente reperti della guerra e che, fra l’altro, ricopiò su preziosi taccuini le scritte dei deportati sulle pareti della Risiera e sui muri delle celle, che poi furono cancellate da qualcuno con una mano di calce. Scritte in dialetto, in italiano e in sloveno, che oltre a costituire testimonianze delle ultime ore dei prigionieri, potevano svelare i nomi delle spie che li avevano denunciati e fatti condannare a morte.
Alla morte del professore, bruciato – come accadde nella realtà -  in uno strano incendio che distrugge  anche buona parte del suo tesoro di reperti bellici, la sua assistente Luisa, figlia di un’ebrea e di un americano nero, porta avanti il suo progetto di fondare un  Museo della Guerra.
Nel romanzo di Magris, che squarcia il cono d’ombra di quegli anni a Trieste, troviamo carnefici, delatori, collaboratori del nazismo e indifferenti, ma anche resistenti ed eroi. Figure inventate e figure vere, come il podestà Enrico Paolo Salem, il vescovo Santin e don Edoardo Marzani, torturato a San Sabba, scampato alla morte, che diede il segnale dell’insurrezione facendo suonare tutte le campane della città.
Un grande libro, coinvolgente ed emozionante, che con l’arma potente dell’alta letteratura riapre la riflessione sulla Risiera di San Sabba e sulla rete fitta dei colpevoli e dei complici della persecuzione, su cui nel dopoguerra calò un vergognoso silenzio. Un caso di giustizia mancata e un buco nero della Memoria ancora da indagare.

(L’Unione Informa e Moked.it, 1° dicembre 2015)

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Storie – Zamboni e il tentativo di salvare gli ebrei di Grecia

di Mario Avagliano

    I Palatucci e i Perlasca non furono casi isolati. Un altro funzionario italiano si attivò con le armi della burocrazia e con profondo senso di umanità per salvare gli ebrei in quegli anni tragici: il console a Salonicco Guelfo Zamboni, che nel '92 fu riconosciuto come Giusto delle nazioni dallo Yad Vashem. E non agì da solo: gli incaricati dell’ambasciata italiana a Berlino gli diedero man forte.

La vicenda di Zamboni era già in parte conosciuta. Di recente, però, come rivelato dal Corriere della Sera, la storica Sara Berger, ricercatrice del Museo della Shoah in via di costituzione a Roma, ha rintracciato nell'Archivio politico degli Affari esteri tedeschi di Berlino il carteggio tra il governo fascista e l’alleato tedesco sulla deportazione da Salonicco di 75 ebrei italiani (o presunti tali, molti di loro erano stati fatti passare come tali dallo stesso Zamboni, allo scopo di sottrarli ai nazisti), che nella tarda primavera del ’43, poco prima della caduta di Mussolini, fece scoppiare un vero e proprio caso diplomatico.
Tutto partì da una nota dell’ambasciata italiana a Berlino del 14 maggio 1943, ispirata dallo stesso Zamboni: «La Regia Ambasciata è stata incaricata di voler pregare il Ministero degli Affari Esteri del Reich affinché vengano annullati i provvedimenti erroneamente adottati e si provveda di conseguenza al ritorno alle rispettive residenze degli ebrei in questione che risultano deportati, al rintraccio degli smarriti, ed alla liberazione di quelli già internati in campi di concentramento».
Che cosa era successo? Adolf Eichmann, Obersturmbannführer delle SS che da marzo aveva organizzato la deportazione ad Auschwitz e Treblinka di 55 mila ebrei greci, per «errore» aveva arrestato a Salonicco anche alcuni ebrei italiani.
Il regime fascista, su pressione di Zamboni, chiede che siano rimandati indietro, «in quanto il governo italiano si sente obbligato a proteggerli per motivi morali, patriottici o per interessi nazionali», informa la Regia ambasciata il 15 giugno 1943.
Nella lista dei 75 ebrei rivendicati dall'Italia figura Doudoun Levi Venezia, la nonna di Shlomo Venezia, autore del libro Sonderkommando, uno degli ultimi sopravvissuti delle squadre di prigionieri costrette a lavorare tra forni e camere a gas di Birkenau per portare via i cadaveri. Dettaglio importante: lo storico Marcello Pezzetti fa notare che nella lettera del 14 maggio 1943 si legge che «è stata deportata in Polonia». Ovvero: «Il governo italiano sa di Auschwitz».
Purtroppo ormai è tardi. L'ambasciata italiana insiste e Eberhard von Thadden, del ministero degli Esteri tedesco, scrive il 19 giugno ad Eichmann, chiedendogli di «rintracciare» e «mettere a disposizione degli italiani» le persone della lista. Ma la signora Venezia, partita a marzo, è stata uccisa all'arrivo.
Zamboni comunque riuscì a salvare circa 350 ebrei dalle deportazioni, ricorrendo allo stratagemma della nazionalità italiana provvisoria.

(L’Unione Informa, 12 giugno 2012)

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