Storie – Vivà, la figlia di Pietro Nenni che morì ad Auschwitz

di Mario Avagliano

Nel campo di sterminio di Auschwitz non furono deportati soltanto ebrei, ma anche un gruppo di 230 donne prigioniere politiche provenienti dalla Francia, tra cui due italiane: Alice Viterbo, una brava e famosa cantante lirica, che aveva una gamba di legno, e Vittoria Nenni, detta Vivà, figlia del leader socialista Pietro Nenni, che con la famiglia viveva in esilio in Francia dal 1926 dopo la promulgazione delle leggi “fascistissime”.

La drammatica storia di Vittoria Nenni è stata raccontata da Antonio Tedesco nel bel libro Vivà, la figlia di Pietro Nenni dalla Resistenza ad Auschwitz (Bibliotheka Edizion, collana “Bussole” della Fondazione Nenni). Il trasporto delle deportate avvenne il 24 gennaio del 1943. Si trattava di un gruppo assai vario: giovani e anziane; molte avevano lasciato a casa figli piccoli; 119 erano militanti comuniste, 12 golliste, mentre erano resistenti senza colore politico.

Dopo l’invasione tedesca della Francia e la nascita del regime collaborazionista del maresciallo Pétain, che concluse l’armistizio con la Germania il 24 giugno 1940 e si insediò con il nuovo governo nella città di Vichy (Alvernia), situata nella parte del Paese formalmente non occupata dai tedeschi, a partire soprattutto dall’estate del 1941 si era formata a Parigi una fitta rete resistenziale, che produceva volantini, opuscoli e fogli di propaganda antinazista. A questa rete clandestina collaboravano attivamente molte donne, tra cui appunto Vittoria Nenni e tante altre, che trasportavano messaggi, proteggevano i ribelli, li aiutavano a passare la linea di confine, nascondevano gli ebrei e ingannavano i nazisti.

La rete degli “stampatori” e delle “Tecniche del movimento”, guidate dal meccanico comunista Arthur Tintelin, tra la primavera e l’estate del 1942 venne falcidiata da una serie di arresti da parte della polizia francese. Le donne partigiane vennero tradotte nel forte di Romaville. Henri Daubeuf, il marito di Vittoria Nenni, venne fucilato quasi subito sul Monte Valerien l’11 agosto. A Vivà venne offerta la possibilità, rinunciando alla cittadinanza francese e facendo valere quella italiana, di scontare il carcere in Italia. Vivà senza alcuna esitazione rifiutò, per condividere la sorte delle sue compagne francesi.

Dopo pochi mesi di prigionia le donne vennero deportate ad Auschwitz, una destinazione che, scrive Antonio Tedesco, gli storici non sono ancora riusciti a spiegare. In quel campo di sterminio su duecentotrenta donne deportate rimasero in vita solo in quarantanove. Vivà morì il 15 luglio del 1943, racconta Antonio Tedesco, ridotta tutta una piaga, divorata dalla febbre tifoidea, gonfia le gambe per il lavoro nelle mortifere paludi, affidando all’amica Charlotte un ultimo messaggio: «Dite a mio padre che ho avuto coraggio fino all’ultimo e che non rimpiango nulla».

(L'Unione Informa e Moked.it del 16 maggio 2017)

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Storia - La mancata insurrezione di Roma

di Mario Avagliano

 

Perché Roma non si liberò da sola nel giugno del 1944? Si è molto parlato del ruolo del Vaticano nel consentire un passaggio indolore della capitale d'Italia dai tedeschi agli Alleati. Ma non tutto è stato scritto e indagato su questo argomento. Un libro interessante di Franco Maria Fabrocile, intitolato “Il segnale dell’elefante” (edizioni Marlin, pp. 274, euro 14,50), rivela particolari inediti della storia della mancata insurrezione, dall'osservatorio particolare del Partito d’Azione. Il libro sarà presentato domani, mercoledì 24 maggio, alle ore 18.00, presso il Circolo "Giustizia e Libertà" di Roma. In risalto la storia, anzi le storie, che hanno dato origine al Partito d’Azione romano, che raccoglieva la rete di Giustizia e libertà, fatta di ex combattenti e Arditi del Popolo, artigiani, ferrovieri, intellettuali, impiegati, ma anche giovani studenti, come il gruppo di quattordicenni-sedicenni del liceo Orazio, i “caimani” , che fra partite di calcio e nuotate nell’Aniene, dopo l’8 settembre 1943 partecipa a Porta S. Paolo alla difesa della capitale.

Tante le figure che attraversano il saggio, dall’ex ardito Domenico Alari a Max Salvatori, al grande organizzatore Cencio Baldazzi, al sardo di ferro Emilio Lussu e a sua moglie Joice, fino a Carlo Rosselli, Guido Calogero, Ugo La Malfa, Pilo Albertelli, Leo Valiani.

Dopo la decapitazione dei quadri organizzativi azionisti del febbraio-marzo '44, il partito si riorganizza e prepara un piano militare insurrezionale con 1200 armati. Mentre la base, intenzionata a combattere, trova collaborazione orizzontale con partigiani di colore diverso, i rapporti con gli Alleati e con i badogliani sono la quadratura del cerchio: il segnale radio - "elefante" - convenuto con gli americani per lo scoppio dell'insurrezione si perde in un giallo di rapporti interni al partito, destinati a lasciare dopo il 4 giugno ferite non rimarginabili e verità indicibili, mentre la guerra, inesorabile, continua.

(L'Unione Informa e Moked.it del 23 maggio 2017)

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Italia nera, Italia rossa, Italia liberata

di Andrea Rossi

Con “L’Italia di Salò” (Il Mulino, 2017), Mario Avagliano e Marco Palmieri proseguono la loro opera di scavo nel “come eravamo” della nostra nazione, e come nei volumi precedentemente editi, emergono dettagli importanti trascurati in altri studi sul passaggio traumatico dal regime fascista alla democrazia in Italia. Avevamo lasciato in Vincere e vinceremo, un paese stremato e maturo per il collasso istituzionale soprattutto a causa del crollo del fronte interno, ma con ancora fiammate di sincero appoggio al fascismo e alla guerra mussoliniana.

La scomparsa del duce dalla scena politica provoca l’ira sorda dei fascisti, i quali, a differenza di come è stato detto e scritto per decenni, non si nascondono e non si convertono, anzi, in molti casi già iniziano a pensare al “dopo” che ritengono inevitabile, ossia l’arrivo dei tedeschi per il ristabilimento dell’ordine interno e delle alleanze belliche. Se quindi il 25 luglio provoca sgomento e desiderio di vendetta fra le camicie nere e fra i tanti simpatizzanti di Mussolini, l’armistizio dell’8 settembre è il momento in cui, drammaticamente emergono le fratture nel tessuto sociale della nazione, seguendo fratture già “in nuce”: dittatura contro democrazia, onore contro libertà, volontarismo contro l’attendismo; il ritorno di Mussolini, la fondazione di uno stato fascista sotto l’aquila nazista e il proseguimento della guerra saranno poi le condizioni perché questo magma ribollente inizi a percorrere l’inevitabile sentiero della guerra civile.

Da nessuno voluta (almeno a parole) ma da tutti combattuta, la lotta fratricida sarà lo stigma dei seicento giorni di Salò, con gradazioni diverse di partecipazione: dai soldati in grigioverde reclutati con i bandi emessi da Rodolfo Graziani, che per evitarla diserteranno in modo massiccio, spesso verso le formazioni partigiane (ma anche semplicemente per tornare a casa), alle brigate nere che hanno nel loro dna la repressione dell’antifascismo e della resistenza.

Nel vortice finiranno tutti: uomini e donne, giovanissimi e squadristi del ’22, torturatori e galantuomini, profittatori e persone perbene: come spesso accade, nella resa dei conti conclusiva di una guerra civile, il conto sarà pagato in solido non dai più colpevoli ma quasi sempre dai meno furbi, mentre molti fra i capi riuscirono a passare indenni dalla bufera successiva al 25 aprile 1945. Avagliano e Palmieri indagano con maestria questi “cluster”, e fanno luce sulle motivazioni di alcuni protagonisti, ma soprattutto dei tanti comprimari, tratteggiando una comunità disperata e assieme orgogliosa, spietata e talvolta umanissima, che finì per trovarsi dalla parte sbagliata della storia.

 

(Orientamenti, 1° giugno 2017)

Le "ragioni" dei vinti. La recensione di Avvenire

di Angelo Picariello

La storia dei vinti raccontata da loro stessi, "dal basso", dalle memorie minime dei protagonisti, al momento di arruolarsi, o alla fine di tutto, coi plotoni di esecuzione già schierati. L’Italia di Salò di Mario Avagliano e Marco Palmieri ripercorre le vicende del biennio che divise l’Italia in due, sul piano ideologico e territoriale: dal Gran Consiglio del 24 luglio 1943 che portò alla rimozione, da parte del re, di Benito Mussolini e al suo arresto, fino al 25 aprile 1945, giorno della Liberazione. Passando per l’armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre, ma annunciato la sera dell’8; il blitz tedesco che portò alla liberazione di Mussolini sul Gran Sasso, l’annuncio della nascita della Repubblica Sociale da Radio Monaco, il 18 settembre.

Un vuoto storiografico già colmato dal racconto in chiave "reducistica" di Giorgio Pisanò, dalle ricerche di Renzo De Felice e Aurelio Lepre, dalla narrativa storica di Giorgio Bocca e Gianpaolo Pansa, dai saggi a quattro mani di Indro Montanelli e Mario Cervi. Ma questo nuovo, prolifico, binomio Avagliano-Palmieri si addentra soprattutto nella documentazione privata, nei racconti di vita vissuta sempre necessari a completare il delinearsi di un quadro storico, ma particolarmente determinanti nel definire gli eventi di un regime istituzionale provvisorio che, per forza di cose, ha lasciato poche fonti ufficiali cui poter attingere.

Vicende umane da inserire «nella temperie di una guerra totale che, in nome di contrapposte visioni ideologiche, vide scontrarsi eserciti regolari, formazioni altamente politicizzate, movimenti resistenziali, gruppi etnici, fedi religiose e non risparmiò la popolazione civile». Sullo sfondo le alterne vicende della guerra, ma anche le nuove motivazioni che fornì, appena prima del tracollo definitivo, il celebre discorso di Mussolini al teatro lirico di Milano il 16 dicembre 1944. Nomi famosi finirono dalla parte sbagliata, facendo la scelta che parve loro più coerente, come disse ad esempio l’attore Raimondo Vianello spiegando la sua, o anche solo più conveniente, come affermò candidamente Dario Fo, motivandola semplicemente con l’obiettivo di "portare a casa la pelle". Giornalisti come Enrico Ameri o Livio Zanetti, attori come Walter Chiari, Carlo Dapporto, Giorgio Albertazzi (che si definirà «non fascista» e spiegherà la sua adesione con l’idea di «orgoglio nazionale ») o Enrico Maria Salerno. Divertente il racconto di quest’ultimo che, ricorrendo ai suoi virtuosismi di guitto, tenterà di sfuggire all’arresto fingendosi matto e riempiendo di ingiurie la commissione che lo interrogava.

Tanti giovani si arruolarono convinti che il no alla monarchia asservita alle convenienze dei ceti borghesi traditori fosse la scelta giusta. «È con le lacrime agli occhi – scrive da Bologna ai suoi un giovane entrato nei bersaglieri – ma col cuore fermo che vi comunico la mia decisione. Voi mi avete educato nel culto della nostra cara Patria e mi avete insegnato ad amarla. Roma stessa è in pericolo, perciò tocca a noi giovani indomiti difenderla».

Anche la Chiesa fu attraversata da divisioni, a seguito di una precisa strategia perseguita dal fascismo repubblichino, che fin dall’assemblea di Verona del novembre 1943 si propose di «avvicinare cordialmente i sacerdoti», per «indurli a esprimersi pubblicamente con le parole e con la stampa» in favore della Rsi. Sacerdoti risposero positivamente, come don Vittorio Genta che all’inizio del 1944 invia una circolare ai parroci della diocesi di Asti affinché si attivino nel portare sulla «buona strada renitenti e disertori». E che non fu solo una storia di diverse convenienze lo dimostra il racconto minuzioso, in gran parte inedito, delle tante adesioni nelle regioni dal Sud. Sud già liberato dagli Alleati, dove il re aveva cercato riparo e dove il fascismo era da tempo un lontano ricordo.

(Avvenire, 26 maggio 2017 - pag. 13)

L'Italia di Salò, la recensione del Foglio

L’originalità del corposo lavoro di Mario Avagliano e Marco Palmieri non consiste nell’aver dato voce alle ragioni dei vinti, a quanti cioè credettero che la soluzione di Salò, ultima e crepuscolare propaggine del regime fascista che per un ventennio governò l’Italia, bensì nell’aver riportato alla luce i racconti di vita vissuta, alle esperienze personali, a ciò che spinse migliaia di uomini a seguire Mussolini anche in quella fatale esperienza.

E’ un’opera robusta e seria, come dimostra peraltro il denso apparato bibliografico e i riferimenti precisi a date, spazi, avvenimenti. Scrivono gli autori che “nonostante l’indubbio salto di qualità nel panorama degli studi, restava ancora da scandagliare in profondità, ricorrendo alle fonti coeve disponibili e alla memorialistica postuma, scevra da condizionamenti che l’hanno caratterizzata, la storia degli italiani che decisero di aderire e combattere dalla parte sbagliata”. Una storia, cioè, “che nonostante gli inevitabili distinguo individuali e particolari, riportasse alla luce in termini generali il loro carico di motivazioni, contingenti e ideologiche, le ragioni di quelle scelte, la loro evoluzione e i conseguenti comportamenti durante i venti mesi di quell’esperienza”.

Il problema maggiore è stato quello che Avagliano e Palmieri chiamano “il problema politico-culturale” che ha giocato un ruolo non indifferente nell’usare schemi rigidi a proposito di quel periodo della nostra storia, leggendo spesso il tutto in una chiave ideologica che persiste a tutt’oggi. Antifascisti e reduci, insomma, hanno lottato su Salò ben oltre il 1945.

Al di là di questo, il saggio cerca – riuscendoci – di rispondere all’interrogativo che oggi potrebbe porre qualunque ragazzo interessato alle patrie vicende storiche: cosa spinse un suo coetaneo d’allora, tra cui anche molti uomini di cultura, a risalire l’Italia disastrata per mettersi ancora una volta al servizio del Duce, in quello che ormai sembrava un epilogo disperato? Allora ecco che rileggere le lettere private, spulciare nei carteggi famigliari, diventa fondamentale per capire e conoscere le motivazioni ideologiche che portarono quegli italiani ad aderire alla Repubblica sociale. “Tra i volontari ci sono coloro i quali sono portatori di istanze che finiscono per coincidere con quelle del fascismo, ma hanno anche radici e basi che prescindono da esso, come ad esempio un certo modo di intendere l’amor di patria, il senso del dovere e l’attitudine a identificarsi e a obbedire a quella che viene riconosciuta come l’autorità legittima costituita”.

(Il Foglio, 27 maggio 2017)

Mussolini, quell'antico patto con l'Islam

di Mario Avagliano

Il feeling tra il fascismo e l’Islam non è una novità storiografica. Già Stefano Fabei, ad esempio, ne aveva scritto in passato nel saggio «Il fascio, la svastica e la mezzaluna» (Mursia). Un libro appena uscito, «Mussolini e i musulmani. Quando l'Islam era amico dell'Italia» (Mondadori, pp. 150, euro 19), di Giancarlo Mazzuca e Gianmarco Walch, ci aiuta a ripercorrerne le tappe e a comprenderne le motivazioni e la pesante eredità per l’Italia di oggi, con il piglio e la scorrevolezza del «buon giornalismo storico», come scrive Roberto Balzani nella premessa.

Nella ricostruzione fatta da Mazzuca e Walch il rapporto di amorosi sensi tra Benito Mussolini e l’Islam ebbe origine da un misto di ragioni di carattere personale e di politica estera. A propiziarlo, nel 1913, quando Mussolini era ancora direttore dell’«Avanti!» ed era del tutto a digiuno di storia islamica, fu l'affettuosa amicizia che egli intrattenne a Milano con la giornalista Leda Rafanelli, detta l’Odalisca, di fede musulmana, che vestiva spesso una gelabiat (una specie di caffettano), e alla quale il futuro duce, dopo aver chiesto con una gaffe se era buddista, promise di leggere «Nietzsche e il Corano».

Due anni prima, nel 1911, Mussolini era finito in galera assieme ad un altro romagnolo doc, Pietro Nenni, per avere partecipato alla manifestazione di protesta a Forlì contro la guerra agli ottomani sferrata da Giolitti, deciso ad annettersi i territori libici e colonizzare i musulmani. Secondo l’allora compagno Benito, si trattava di mire imperialistiche da parte italiana: un’usurpazione vera e propria nei confronti dei poveri indigeni islamici.

La simpatia per l’Islam mise altre solidi radici nell’Italia fascista degli anni Venti, attraversata da un sentimento di rivalsa verso la «vittoria mutilata» sancita dal trattato di Versailles del 1919, condiviso anche dai paesi arabi, ancora sotto il giogo coloniale franco-inglese.

Più tardi, negli anni Trenta, l’antisionismo spinse Mussolini e gli islamici a trovarsi dalla stessa parte della barricata contro il progetto di spartizione della Palestina, fino a trovare un altro terreno di comunanza ideologica nella promulgazione in Italia delle leggi razziste contro gli ebrei.

In quegli anni il duce guardò all’Islam con sempre maggiore attenzione, imponendo già nel 1934 a Radio Bari di trasmettere programmi in lingua araba e curando i rapporti commerciali con i paesi dell'Islam, tanto che lo Yemen dell'imam Yahyà si trasformò, di fatto, in un protettorato italiano.

Il duce venne ricambiato con fervore dai paesi arabi, nei quali nacquero diversi movimenti (le Falangi libanesi, le Camicie Verdi, il Partito Giovane Egitto, le Camicie azzurre) che seguivano il fascismo con particolare interesse, come alternativa al modello della Gran Bretagna e della Francia e come scorciatoia per nazionalizzare le masse per via autoritaria, evitando i rischi della democrazia occidentale. Non a caso di recente Hamed Abdel-Samad, politologo e storico tedesco nato al Cairo, ha dato alle stampe un saggio dal titolo significativo: «Il fascismo islamico». 

La stessa guerra di conquista dell'Etiopia nel 1936, definita da Indro Montanelli, che vi partecipò, «una bella lunga vacanza dataci dal Grande Babbo in premio di tredici anni di scuola», e ottenuta anche con l’impiego dei gas tossici, venne presentata come la guerra santa contro il Negus Hailé Selassié, nemico dichiarato dei musulmani. Tanto è vero che, ricordano Mazzuca e Walch, il 20 marzo 1937, testimone Italo Balbo, Mussolini fece ingresso a Tripoli su uno splendido cavallo sguainando la famosa Spada dell'Islam, un gioiello in oro massiccio, cesellato da artigiani fiorentini.

«Il Messaggero» dell’epoca, al pari degli altri giornali italiani, titolò: «La spada dell’Islam al fondatore dell’Impero», citando alcuni brani del discorso del duce: «L’Italia Fascista intende assicurare alle popolazioni mussulmane della Libia e dell’Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia all’Islam ed ai mussulmani del mondo intero». Tra i pochi commenti negativi, ci fu quello di Leo Longanesi, che sentenziò: «Sbagliando s'impera».

Balbo, da governatore della Libia, aprì nuove frontiere al mondo arabo e intensificò il dialogo con i musulmani, costruendo la via Balbia, istituendo la Gioventù araba del littorio e facendo ottenere nel 1939 la cittadinanza speciale italiana a tutti i libici islamici della costa, a differenza dei beduini e degli ebrei che restavano cittadini di serie B.

Il feeling tra il regime fascista e i musulmani, raccontano Mazzuca e Walch, proseguì anche negli anni di guerra, con il progetto di costituire in Italia una legione araba fedele alle forze dell’Asse, con la benedizione del Gran Mutfì di Gerusalemme, il quale - dialogando anche con Hitler - ambiva a creare un superstato in grado di riunire Iraq, Siria, Palestina e Transgiordania, contro britannici ed ebrei. Il progetto di una legione araba, accarezzato fin dal 1941, prese corpo nel maggio del 1942, e il primo nucleo, peraltro esiguo, di volontari musulmani giurò di «combattere contro le Forze britanniche e i loro alleati fino alla completa liberazione dei Paesi Arabi del Vicino Oriente». Saranno poi impiegati a partire dal gennaio 1943 in Africa settentrionale, accanto alle truppe italiane.

Qualche anno prima Mussolini, nel settembre del 1936, come risulta da un appunto conservato nella sua segreteria particolare, si era anche dichiarato disponibile a fornire al Gran Mutfì di Gerusalemme, postosi alla testa di un’infiammata rivolta araba, il materiale e il personale necessari per avvelenare l’acquedotto di Tel Aviv, la città in cui si era stabilito il maggior numero degli ebrei arrivati in Palestina. Per fortuna il piano fu poi abbandonato, anche se al Mutfì arrivarono dal governo italiano 138 mila sterline.

(pubblicato in versione più sintetica su "Il Messaggero" del 22 aprile 2017)

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La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò

È disponibile la nuova edizione del libro di Marco Olivieri, La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò (Edizioni Kaplan, Torino, 2013 e 2017), con un nuovo capitolo dedicato al film Le confessioni. Questa prima monografia dedicata al cinema di Roberto Andò illustra la peculiarità di un autore rigoroso che nei suoi film, da Diario senza date (1995) a Viva la libertà (2013) e Le confessioni (2016), ha costruito un percorso coerente e originale mettendo in scena la “memoria degli altri”, un intreccio appassionante di destini individuali e collettivi. Il libro contiene, oltre alle analisi dei singoli film, un’intervista con lo stesso regista, che ripercorre le tappe della sua vita e della sua carriera, e le fotografie di Lia Pasqualino.

Giornalista e dottore di ricerca, Marco Olivieri è il curatore del volume Le confessioni (Skira 2016) e, con Anna Paparcone, è autore del libro Marco Tullio Giordana. Una poetica civile in forma di cinema (Rubbettino 2017).

Scrive Olivieri: “C’è sempre un viaggio in una casa della memoria nel cinema di Roberto Andò. Un viaggio in una città condannata a dimenticare e un bambino che fruga nelle stanze del passato in Diario senza date. Un viaggio in un mondo glorioso e ormai decaduto, con la letteratura unica ancora di salvezza dalle macerie, nel film Il manoscritto del principe. Una visita in una casa abbandonata e lontana, fallito il tentativo di fuggire dai propri misfatti, in Sotto falso nome. Il ritorno alla villa dell’infanzia, tra palme e oleandri e il mare come prospettiva, antico teatro di un evento traumatico, in Viaggio segreto. La ricerca di se stessi, tra le ambiguità del doppio e i labirinti della mente, in Viva la libertà. Nel successivo Le confessioni, un ospite speciale, un estraneo, giunge nel cuore di un’economia e di una politica senz’anima, senza passato e senza futuro, e scompagina i piani prestabiliti. Ridà un senso, come un narratore, al corso del cose. Sono viaggi nella memoria, tra tentazione dell’oblio e svelamento di una verità che può annientare”.

Di conseguenza, per l’autore, “il cinema, la letteratura, il teatro, la musica, la poesia, l’eros, la psicoanalisi, l’interrogazione filosofica sull’essere, il tormento interiore che nutre l’artista e gli esseri umani. Ė questo il mondo, tra elementi sotterranei e poetiche implicite, che alimenta l’immaginario del regista Roberto Andò”. L’obiettivo è dare il giusto risalto a un cineasta tra i più significativi degli ultimi anni. Nell’analisi dei suoi film, lo sguardo cinematografico sull’essere umano s’interseca con gli echi della storia e della memoria collettiva per sviscerare la realtà in ogni sfumatura, specie se rimossa o dimenticata, inattesa o nascosta.

In occasione della prima edizione, così si era pronunciato Marco Tullio Giordana: “Consiglio di leggere questo libro perché è una bellissima lettura che ti trasmette una grandissima voglia di fare, di capire tutti gli elementi che caratterizzano la poetica di Roberto Andò e i suoi tantissimi riferimenti culturali”. A sua volta, per Mario Calderale, critico di Segnocinema, “La memoria degli altri si discosta dalle monografie consuete sui registi instaurando un rapporto empatico col lettore”.

 

Marco Olivieri

La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò

nuova edizione

Pp. 168, ISBN 978-88-99559-13-7, 32 immagini bn, € 16,00, fotografie all’interno del volume e in copertina di Lia Pasqualino

Link utili: http://www.edizionikaplan.com/;

http://www.edizionikaplan.com/book.php?id=133;

https://marcoolivierigiornalista.wordpress.com/.

 

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Storie – Il Museo delle penultime cose

di Mario Avagliano

 Cosa accadrà quando tutti i testimoni della Shoah saranno scomparsi? Quel momento, purtroppo, non è lontano, e Massimiliano Boni, scrittore e consigliere della Corte Costituzionale, nel romanzo «Il Museo delle penultime cose» (66thand2nd, pp. 352) ha provato a raccontarlo, immaginando un’Italia futura - che speriamo non si realizzi mai - scossa da un rigurgito antisemita, in cui al governo viene eletto un certo Cacciani, promotore di un “Piano nazionale della Felicità” (il cui acronimo, Pnf, ricorda quello di partito nazionale fascista), mentre tutt’intorno il clima sociale peggiora e molti ebrei italiani sono costretti a rifugiarsi in Israele.
In questo quadro fosco, Pacifico Lattes, vicedirettore del museo della Shoah di Roma, sito in villa Torlonia, prepara un’importante mostra sugli ultimi superstiti ai campi di concentramento. È arrivato quasi alla fine del suo minuzioso lavoro, quando riceve da un parroco la notizia di un sopravvissuto ancora in vita: tra le mura di una casa di riposo di Tor Sapienza, infatti, c’è Attilio Amati, novantottenne aspro e taciturno custode di un segreto.
Dall’incontro tra Attilio e Pacifico, dapprima scettico nei confronti di un vecchio il cui nome non compare sulle liste dei deportati, inizia una ricerca difficile e ostinata, un confronto serrato che porterà entrambi a riconoscersi nella dolorosa esperienza dell’altro.
Un romanzo che s’interroga sull’importanza dei testimoni e ci interroga sul come preservare la memoria di ciò che è stato e creare anticorpi contro il ritorno all’antisemitismo.

(L’Unione Informa e Moked.it del 28 febbraio 2017)

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