Storia nazionale riletta tra Stalin e De Gasperi

di Mario Avagliano

Ancora oggi molte storie generali e libri di testo per studenti universitari continuano a descrivere l’Italia del dopoguerra come «vassalla» di Washington e totalmente subalterna alla politica americana e sottovalutano l’influenza sovietica sui partiti e sugli intellettuali italiani. Ma il leader democristiano Alcide De Gasperi fu davvero un burattino nelle mani del presidente americano Harry Truman, come lo descrivevano i manifesti di propaganda elettorale del Fronte Popolare alle politiche del 1948? E il segretario comunista Palmiro Togliatti cercò realmente una «via italiana» al socialismo?

A fare chiarezza sulla politica estera italiana è il saggio «L' Italia tra le grandi potenze. Dalla seconda guerra mondiale alla guerra fredda», appena uscito per i tipi del Mulino e opera di Elena Aga Rossi, una delle maggiori studiose della politica e dell'intervento degli Alleati in Europa e dell'influenza dell'Unione Sovietica in Italia nei primi anni della guerra fredda.

Sull'una e l'altra tematica Elena Aga Rossi, lavorando in più archivi, non solo italiani ma anche sovietici, americani e inglesi, ha prodotto alcune ricerche originali che hanno in più casi costituito punti di svolta sulla storia politica del nostro paese e ora trovano qui una sistemazione unitaria, che va dai piani alleati per la divisione dell'Europa, sullo sfondo della Campagna d'Italia, fino al ruolo di De Gasperi nella rottura con le sinistre del maggio 1947 e ai rapporti del Pci e del Psi con l'Unione Sovietica.

In realtà, l’appartenenza dell’Italia alla sfera d’influenza occidentale, data per certa durante la guerra dalle conferenze di Jalta e di Teheran, fu poi messa in discussione alla fine del 1947, non soltanto per l’ipotesi di un possibile colpo di mano comunista, ma soprattutto nel caso di una vittoria elettorale dei partiti di sinistra alle politiche del successivo aprile. La stessa Urss progettava una graduale sovietizzazione d’Europa nell’arco di un paio di generazioni, grazie anche alla prevista crisi del capitalismo.

Elena Aga Rossi con i suoi studi ha contribuito a smontare, sulla base di documenti d’archivio, alcuni miti della storia italiana. La svolta di Salerno di Togliatti, ovvero l’improvvisa apertura di credito del Pci al governo Badoglio, che spiazzò gli altri partiti di sinistra, sarebbe stata un’indicazione di Stalin e non una decisione autonoma del segretario comunista. La presunta autonomia del Pci (e anche del Psi di Pietro Nenni) rispetto all’Urss e la ricerca di una via nazionale sarebbe stata solo di facciata ma non di sostanza, come testimoniano la piena adesione dei comunisti italiani al Cominform e la vicenda di Trieste, sulla quale Togliatti si appiattì sulla linea di Stalin e di Tito. L’apertura degli archivi sovietici, avvenuta solo negli anni Novanta, ha consentito di documentare questi rapporti e di vedere per la prima volta «l’altra faccia della luna».

La longa manus dell’Urss si sarebbe manifestata anche con un condizionamento della politica editoriale di quegli anni in Italia, suggerendo alle principali casi editrici, compreso l’Einaudi e Laterza, la pubblicazione di saggi di chiara impronta filocomunista e antiamericana e di contro ostacolando la diffusione di libri di denuncia dell’oppressione sovietica come «Arcipelago Gulag» di Aleksandr Solzenicyn e «Vita e destino» di Vassilij Grossman.

La stessa decisione di De Gasperi di rompere la coalizione con socialisti e comunisti e di varare un governo moderato, non sarebbe il frutto «avvelenato» del suo viaggio in Usa del gennaio 1947 ma una scelta dello statista democristiano dovuta a fattori interni, quali la sconfitta della Dc ai turni elettorali delle amministrative a Roma e altre città e delle regionali in Sicilia e la scarsa affidabilità dei partiti di sinistra, più di lotta che di governo. Una svolta politica sofferta (sul punto la Dc era divisa) e che è stata vista a lungo come la fine delle speranze di cambiamento generate dalla Resistenza e solo di recente è stata inquadrata come determinante per la ricostruzione del Paese in senso democratico.

Non c’è dubbio, rileva Elena Aga Rossi, che gli Usa (peraltro più teneri e accomodanti verso gli italiani rispetto agli inglesi) esercitarono una pesante influenza, politica ed economica, sull’Italia del dopoguerra, prima con la Commissione alleata di controllo e poi attraverso il Piano Marshall. Ma il nostro Paese era allo stremo delle forze e aveva poche alternative, poiché senza gli aiuti americani non si sarebbe potuta concretizzare la ricostruzione e ogni tentativo di ottenere aiuti da parte dell’Urss non ebbe alcun seguito, anzi i sovietici furono in prima fila nel richiedere all’Italia le riparazioni di guerra. E d’altronde quel piano fu alla base del boom degli anni successivi e consentì all’Italia di entrare nel club delle grandi potenze.

(Il Mattino, 19 ottobre 2019)

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Il libro di Avagliano e Palmieri L’Italia e il complesso passaggio dalla dittatura alla democrazia

di Adam Smulevich

Un’Italia dalle due facce. Da una parte un Paese lanciato verso il futuro, aperto alla sperimentazione e all’innovazione, sull’onda dell’entusiasmo per la ritrovata libertà dopo oltre venti anni di spietata dittatura. Dall’altra macerie ovunque, lutti e lacerazioni, una quotidianità caratterizzata da molte sfide e inciampi.
Proseguendo un felice percorso di ricostruzione storica delle recenti vicende italiane, Mario Avagliano e Marco Palmieri, nel loro nuovo libro Dopoguerra. Gli italiani fra speranze e disillusioni (1945-1947) pubblicato da Il Mulino, portano nuovamente il lettore a confrontarsi con temi che restano vivi, centrali e talvolta distorti nel confronto pubblico e politico. Un triennio, quello preso in esame, che si apre con la fine della dittatura e che ci lascia con il varo del più formidabile presidio democratico, la Costituzione repubblicana. Un percorso tutt’altro che semplice, nel Paese delle molte ferite aperte, delle illusioni e delle disillusioni, che Avagliano e Palmieri delineano attraverso una ricca e varia documentazione. Diari privati, lettere e rapporti di polizia. Ma anche le manifestazioni del costume e della cultura di quel tempo.
“La guerra è finita. Restano però il razionamento del pane, gli abiti e i cappotti rivoltati, le scarpe risuolate, le case senza i servizi essenziali, le strade e le ferrovie dissestate, la borsa nera, la polvere delle macerie e una disperazione che alimenta gravi agitazioni sociali, ma anche la criminalità e il banditismo”. È in quel contesto non certo idilliaco, ma per fortuna sotto la guida di personalità illuminate e concrete, che maturano risposte di segno opposto rispetto al passato mussoliniano. “Appena tre anni dopo – si legge infatti – molto è cambiato. L’Italia è una repubblica, ha una nuova Costituzione e ha scelto per la prima volta nella sua storia il proprio assetto politico-istituzionale attraverso due tornate elettorali a suffragio universale maschile e femminile segnate da una straordinaria partecipazione popolare”. Un triennio che rappresenta quindi “uno snodo cruciale, un’autentica stagione costituente, in tutti i sensi”.
Di grande interesse, tra le altre, le pagine che sono dedicate al ritorno dei sopravvissuti alla Shoah italiani e dell’emigrazione ebraica verso l’allora Palestina mandataria, il futuro Stato di Israele. Spiegano gli autori: “Come per i reduci della guerra, della prigionia e della deportazione politica, anche gli ebrei sopravvissuti alla Shoah al rientro in patria trovano un paese in ginocchio che ha voglia di lasciarsi al più presto alle spalle tutti gli orrori e tutte le responsabilità degli anni della dittatura e della guerra, compreso le leggi razziali del 1938 e la partecipazione di molti italiani alla cattura e alla deportazione dei connazionali ebrei”. L’Italia li accoglie pertanto con “indifferenza, perfino con freddezza”.
Ci sono però anche belle storie da raccontare, come quella che ha per protagonista la città ligure de La Spezia, “la porta di Sion” da cui salparono in tanti in cerca di un futuro diverso. È un trasporto che passa alla storia quello dell’8 maggio 1946 quando di mattina, “dopo sei settimane di proteste e uno sciopero della fame dei rifugiati, anche grazie all’intervento di De Gasperi salpano due navi, Fede e Fenice, con un migliaio di persone a bordo”.
L’Italia resta comunque anche il Paese in cui “più che altrove” si incrociano le vie di fuga delle vittime con quelle dei loro stessi aguzzini, ora sconfitti e braccati”. Il caso esemplare che gli autori citano è quello di Merano e del Sudtirolo, che furono zona di transito “anche per nazisti e collaborazionisti che tentavano di mettersi in salvo in vista della sconfitta finale”. Un altro tema su cui resta molto da scrivere e che questo bel libro, che sarà oggi presentato alle 18 a Roma a Palazzo Ferrajoli, ha il merito di ricordare.

(Moked.it, 25 settembre 2019)

L’Italia del “Dopoguerra” ballava sulle macerie ma era divisa su tutto (Il Piccolo di Trieste)

di Paolo Marcolin

Nel libro di Mario Avagliano  e Marco Palmieri edito dal Mulino una ricostruzione degli anni fra la Liberazione e la nascita della Costituzione

“Quando dissi l’ultima battuta di ‘Napoli milionaria’ - raccontò anni dopo Eduardo - scoppiò un applauso furioso, e poi un pianto irrefrenabile, tutti piangevano. Io avevo detto il dolore di tutti”. Quel “ha da passà ‘a nuttata”, divenuto poi proverbiale, ebbe la forza di interpretare lo smarrimento, l’incertezza e la speranza di un intero Paese. L’Italia sferzata dalla violenza, dalla povertà e dal sudiciume che usciva da una lunga e disastrosa guerra, raccontata da Malaparte o dai film del neorealismo rivive nelle pagine di “Dopoguerra” (Il Mulino, Pagg. 495, Euro 28,00).
 
Scritto a quattro mani da Mario Avagliano e Marco Palmieri, entrambi giornalisti e storici, racconta i due anni e mezzo che vanno dalla Liberazione alla nascita della Costituzione, un periodo cruciale, in cui la vita politica, sociale, economica e culturale si trasforma radicalmente. Il volume ha il pregio di essere costruito, oltre che su una vasta bibliografia storica e memorialistica, sulle testimonianze di chi ha vissuto quegli anni. Pescando in decine di fondi d’archivio, come quello diaristico di Pieve di Santo Stefano che conserva oltre 8.000 tra diari, memorie ed epistolari, gli autori fanno rivivere voci di personaggi noti accanto a quelli di sconosciuti. Due esempi: la maestra friulana Blandina Snaidero ricorda che “si ballava sulle macerie fumanti, nelle sagre ci si ubriacava assieme ai soldati stranieri”, mentre Giampaolo Pansa fa sapere che aveva dieci anni quando la mamma gli fece scrivere il cartello per metterlo sulla vetrina del negozio di famiglia: “la signora Giovanna domani chiude il negozio perché va a votare per la prima volta a 43 anni”.
 
Erano anni di contrapposizioni forti, alla Don Camillo e Peppone, ma che facevano intravedere come alla fine della ‘nuttata’ eduardiana si sarebbero schiuse le porte di un futuro migliore. Il vento del nord, il soffio partigiano a poco a poco mutava in bonaccia, ma si faceva strada l’allegria dei naufragi, quelli che erano scampati alla guerra e adesso tra cioccolata e sigarette americane tornavano a divertirsi. Si ballava nelle piazze, nei cortili, nei giardini, davanti ai caffè e tra i tavoli delle osterie, accompagnati da fisarmoniche, dai grammofoni a manovella o, in mancanza di meglio, dai battimani. Si sognava l’amore con i fotoromanzi come Grand Hotel, che finiva anche nelle borsette delle donne di sinistra, si tornava a tifare per il calcio. E a dividersi. Guareschi lo sapeva bene. “Gli italiani sono ugualmente pronti a scannarsi per un centrattacco, per un tenore o per un capopartito”. Ma che il peggio fosse finalmente alle spalle lo condensava una battuta alla Flaiano della sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico: ”Amore mio, è scoppiato il dopoguerra. Speriamo che duri poco”. —
 
(Il Piccolo di Trieste, 3 settembre 2019)

 

Angoscia e speranza. I trenta mesi dopo il 25 aprile (Venerdì di Repubblica)

di Corrado Augias

Mario Avagliano e Marco Palmieri, sperimentati divulgatori di storia, hanno avuto la felice idea di raccontare i circa trenta mesi dal 25 aprile 1945 al 1° gennaio 1948, ovvero dalla data della Liberazione all'entrata in vigore della Costituzione repubblicana: Dopoguerra (Il Mulino). Lasso di tempo quasi irrisorio durante il quale l'Italia cambiò profondamente e per sempre. A guerra finita: "Restano il razionamento del pane, gli abiti e i cappotti rivoltati, le case senza i servizi essenziali, le strade e le ferrovie dissestate, la borsa nera, la polvere delle macerie, una disperazione che alimenta gravi agitazioni sociali".

Attraverso documenti ufficiali e lettere private, testimonianze e diari personali, i due autori ricostruiscono non solo la realtà materiale e politica ma gli stati d'animo: da una parte la disperazione, dall'altra l'attesa di qualcosa che doveva accadere e che infatti accadde. Il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 pose fine all'inetta dinastia sabauda, contemporaneamente si elessero i membri dell'assemblea che avrebbe partorito la costituzione - con le donne ammesse per la prima volta al voto. Il 18 aprile 1948 gli italiani elessero il primo parlamento repubblicano con la Democrazia Cristiana, sostenuta dagli Usa e dal Vaticano, vincitrice nelle urne; minoranza l'alleanza social-comunista del Fronte Popolare. 

Sono mesi in cui il Paese continua a essere spaccato, si consumano vendette politiche e personali, la Sicilia è tentata dal separatismo, le tensioni sociali sono fortissime. Nonostante questo, i due autori rintracciano nel vasto repertorio documentale consultato i segnali che lasciano intravedere gli anni che verranno: la rinascita, il boom, la trasformazione di una società agrario-pastorale in una delle prime potenze industriali del mondo. Finirà anche il boom, alcuni eterni problemi resteranno irrisolti, arriveremo ai nostri giorni - ma questo è un altro libro.

(rubrica "La mia Babele", Venerdì di Repubblica, 9 agosto 2019)

L'Italia post-guerra tra distruzione e voglia di ripartire. Presentazione del libro a Roma

“Sono appassionata di storia e libri come questo dovrebbero essere letti da tutti, perché racconta le radici dell’Italia di oggi”. Così l’avvenente Myriam Melluso, con tanto di fascia di Miss Italia social 2019, ha commentato la sua partecipazione alla presentazione del libro “Dopoguerra” (Il Mulino) di Mario Avagliano e Marco Palmieri, svoltasi mercoledì sera nella suggestiva cornice di Palazzo Ferrajoli, nel cuore di Roma, di fronte a Palazzo Chigi, ad opera dell’Associazione Italide presieduta da Antonella Freno e della Fondazione De Gasperi. Una serata di storia, cultura e musica, condotta da Ruggero Po, con un pubblico foltissimo, lo storico Lucio Villari, testimoni d’eccezione (la democristiana Maria Romana de Gasperi e il comunista Aldo Tortorella), lettura di brani del libro da parte di Sara Ricci (Un posto al sole e Il Paradiso delle signore) e Laura Mazzi (vista nel film Fabrizio D’Andrè - Principe libero), l’intervento di Patrizia Mirigliani, patron di Miss Italia, e brani dell’epoca cantati dal tenore napoletano Giuseppe Gambi. Un viaggio nel clima e nelle atmosfere del dopoguerra, proposte da un libro che, ha detto Tortorella, “si legge tutto d’un fiato”, e ha chiosato Villari, riguarda un periodo straordinario e positivo dell’Italia, in cui si seppe ricominciare dopo la guerra e ricostruire un Paese distrutto.

In questi anni infatti nascono i prototipi delle Vespa e della Ferrari, sperimentati sulle strade devastate dai bombardamenti, i gelati Algida nati da un residuato bellico americano, la prima lavatrice Candy messa a punto grazie agli schizzi inviati da un prigioniero negli Usa, il primo volo di linea dell’Alitalia e c’è tanta voglia di fare festa e di ballare al suono dei nuovi ritmi come il bughi bughi, mentre prende quota un nuovo concorso di bellezza, Miss Italia. Ma ci sono anche macerie ovunque, ponti saltati, case senza servizi, disoccupazione dilagante, inflazione alle stelle, vendette politiche, reduci che faticano a reinserirsi nella società, borsa nera, prostituzione e sciuscià disposti a tutto. Sono i due volti dell’Italia uscita in ginocchio dalla seconda guerra mondiale e dalla guerra civile, che nel triennio 1945-1947 si rimbocca le maniche per voltare pagina, come raccontano Avagliano e Palmieri, in un quadro internazionale in cui già sta prendendo piede la divisione del mondo nei due blocchi contrapposti della guerra fredda. Una ricostruzione, dunque, che non è solo materiale, ma anche morale e spirituale da un lato, politica e istituzionale dall’altro, con le prime elezioni a suffragio universale anche femminile e il tesissimo referendum monarchia-repubblica.

(Libero, 27 settembre 2019)

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Mario Avagliano vince il XVIII Premio “Pianeta Azzurro – I Protagonisti” di Fregene con il libro “Dopoguerra”

Con il libro “Dopoguerra. Gli italiani fra speranze e disillusioni (1945-1947)” (Il Mulino), Mario Avagliano si è aggiudicato la statuetta in bronzo della XVIII edizione del “Premio Pianeta Azzurro – I Protagonisti” di Fregene, sezione saggistica, che ha voluto assegnare un riconoscimento anche alla sua carriera di «esploratore» della Storia d’Italia. Un premio che negli anni scorsi è stato vinto da personalità del calibro di Nino Manfredi, Ettore Scola, Emmanuele F. M. Emanuele, Ennio Calabria, Lilli Gruber, Franco Mandelli, Carlo Lizzani, Giovanni Bollea, Annalisa Manduca, Luca Verdone, Igor Man, Milena Vukotic, Giovanni Pieraccini, Gianfranco Jannuzzo, Anna Kanakis e tanti altri. Avagliano in passato si è aggiudicato altri premi importanti con i suoi volumi, dal Fiuggi Storia al Premio Anpi Nazionale.

Ecco la motivazione del Premio:

MARIO AVAGLIANO – SAGGISTA E STORICO

Nella sua attività di saggista e storico, Mario Avagliano ha esplorato, da solo o in coppia con Marco Palmieri, con una sequenza di 14 libri, un periodo del Novecento - i dieci anni che vanno dal 1938 al 1948 - nevralgico, quello in cui l’Italia ha subito le più difficili prove, dalle tragedie della dittatura e della seconda guerra mondiale, con particolare riferimento al fascismo e alla Repubblica sociale Italiana, alla persecuzione razziale degli ebrei, alle vicende dell’armistizio dell’8 settembre 1943, agli internati militari, alla resistenza italiana, alla deportazione degli ebrei, dei politici e dei civili e, successivamente, allarga lo sguardo all’età della ricostruzione morale e materiale.

La sua ultima opera, in tandem con Palmieri, “Dopoguerra – Gli italiani tra speranze e disillusioni” (edito da Il Mulino), è dedicata a un triennio frenetico, straordinario nelle sue luci e ombre, in cui l’Italia impara a liberarsi delle scorie della dittatura e a declinare le parole della libertà e della democrazia.

La Giuria del Premio “Pianeta Azzurro – I Protagonisti” ha apprezzato l’opera di Avagliano nella sua narrazione ampia, documentatissima, di straordinario impatto emotivo, corale, la quale controbilancia l’attuale storytelling banalizzante dei fatti e focalizza i valori che, all’epoca, contribuirono alla resurrezione di un Paese prostrato dai lutti, dalle macerie, dall’impoverimento della popolazione e del tessuto produttivo.

Avagliano, assieme agli altri vincitori hanno ricevuto a Fregene oggi la statuetta in bronzo, creata nell’89 dalla nota scultrice Alba Gonzales, in una partecipata cerimonia svoltasi presso il Centro Internazionale di Scultura Contemporanea, al Lungomare di Ponente 66/A.

La serata è stata condotta dall’attrice Pacifica Artuso. Intermezzi musicali sono stati cantati dalla soprano Silvia Pietrantonio, mentre l’attrice Barbara Amodio ha recitato poesie di Alda Merini e Pietro Metastasio.

“Trent’anni sembrano passati in un soffio – ha affermato la creatrice del Premio, Alba Gonzales – ma l’imprinting iniziale del Premio, ossia di voler insignire personalità di tanti settori della società che rendono il mondo più ricco e culturalmente elevato, che sin dall’inizio volemmo dargli, insieme con mio marito Giuseppe Pietrantonio, resta la stella polare mia e della Giuria che presiedo. Sono particolarmente orgogliosa del ventaglio di vincitori di quest’anno, ‘protagonisti’, com’è nel nome stesso del Premio, ed esempio per le giovani generazioni.”    

Fregene, 14 settembre 2019

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Storia di come eravamo e della variazione sociale nella percezione e gestione del Corpo

E’ da poco uscito per Robin editore http://www.robinedizioni.it/nuovo/estetica-anestetica l’ultimo libro storico di Carla Guidi, “ESTETICA ANESTETICA - Il corpo, l’estetica e l’immaginario nell’Italia del Boom economico e verso gli anni di Piombo”. Un memoriale autobiografico sugli anni dal 1950/55 al 1971/78 pubblicato dopo il suo noto "Operazione balena - Unternehmen Walfisch” (Terza edizione aggiornata - Edilazio, 2013) su Sisto Quaranta ed Augusto Gro, catturati il 17 aprile 1944 nel massiccio rastrellamento nazifascista del quartiere Quadraro.

            Questo nuovo libro segue sempre una traccia autobiografica (anche per suscitare l’empatia da parte del pubblico dei lettori) ma è denso di riferimenti fin troppo espliciti ad avvenimenti politici, sociali, artistici e culturali, fino alla cronaca giornaliera di fatti epocali che hanno segnato un complesso periodo della nostra storia.

Il titolo è già un programma d’intenti e prende spunto da una famosa frase di G. Carlo Argan, scritta in occasione della 32° Biennale di Venezia che nel 1964 consacrò, davanti al grande pubblico, l’arte americana e l’avvenuta invasione culturale della Pop Art - “L’uomo massa è stupido e avido … non soffre, non gode … tutto ciò che può desiderare, è un tubo di dentifricio più grosso, enorme o un peperone più rosso, rossissimo. Così le cose gli crescono intorno, mentre l’umano si fa sempre più piccolo e finalmente scompare senza dolore, in anestesia totale: perché due cose sono inesorabilmente vietate nell’inferno terrestre, la memoria del passato e l’attesa del futuro.”

L’autrice non ha dimenticato di inserire inoltre frequenti feedback su memorie resistenziali, già nel dopoguerra mandate sistematicamente sullo sfondo da un presente euforico e consumistico, clima non a caso focalizzato (nel 1967) da Guy Debord ne La società dello spettacolo. Un personaggio forse dimenticato che, insieme al sociologo Marshall McLuhan, aveva denunciato che proprio la spettacolarità anestetizzante sarebbe diventata “il cattivo sogno della società incatenata”.  

L’immagine di copertina di Valter Sambucini, assai evocativa, insieme al contenuto del libro, propone una memorialistica a rappresentare soprattutto la gioventù dal dopoguerra, dagli anni del boom economico fino agli anni di piombo, resiliente e, nonostante tutto, affamata della vita, ma sottoposta alla mortificazione estetizzata di un periodo storico-sociale in cui iniziava la vera guerra commerciale ed il bombardamento dell’immaginario collettivo con nuovi accattivanti prodotti, anche addirittura stupefacenti; l’invasione delle plastiche con la distruzione sistematica dell’ambiente, l’ambiguità della diffusione Pop Art e dei media commerciali.

La narrazione passa sistematicamente tra avvenimenti epocali, attraverso una realtà stratificata che copre molti segreti: dagli anni ‘50/’60 il sesso e la procreazione, insieme alla terribile verità sulla recente guerra che l’Italia contadina aveva perso, insieme alla propria dignità. Abbandonata all’interno di un’agonia lunghissima, infine si accorge come l’occultamento riguardasse i servizi segreti, i Colpi di Stato, gli uomini di Mussolini ancora al potere e mai processati, il vero scopo degli attentati e l’uccisione di personaggi divenuti scomodi.

Una complessità, presa in esame, che non trascura l’analisi delle letture dell’epoca, i tascabili per tutti e i fumetti per adulti, i programmi televisivi, l’emigrazione italiana all’estero e contemporaneamente l’abbandono del Sud, la costruzione di cattedrali nel deserto ed opere interrotte, iniziate a puro scopo elettorale, i disastri ambientali, le alluvioni, i terremoti come emergenze sempre più ricorrenti a causa dell’antropizzazione dei territori e dei fiumi. Ferite perpetue ma anche sciagure causate da errori dovuti a superficialità umane se non avidità e connivenze (come avvenne per la tragedia del Vajont) … tutto intessuto di riferimenti e notizie che arrivano dal mondo come da quella Sicilia problematica dove Danilo Dolci aveva fatto il primo sciopero alla rovescia e dove aveva inaugurato la prima Radio libera.

Nel testo non si trascurano viceversa i primi attentati alla salute fisica e mentale, mentre l’Italia del Boom naufragava collettivamente negli zuccheri, negli antibiotici a pioggia, nelle sofisticazioni alimentari che salirono alla cronaca pesantemente già nel 1959, mentre il Ministero della Sanità era stato appena creato e la legge per disciplinare il Commercio (con requisiti fiscali, sanitari e penali) verrà varata solo nel 1971. Una complessità che il libro riporta, al cui interno si ricorda, per chi l’avesse dimenticato, l’amministrazione etica del Sindaco Giorgio la Pira, noto per aver salvato le fonderie del Pignone attraverso la sua amicizia con Mattei ed aver tentato la rocambolesca ventura di voler contrattare la fine della guerra, tra USA e Vietnam. Una lezione morale che diventerà rivoluzionaria nelle azioni ed opere dei numerosi preti dissidenti toscani, tra i quali don Milani della scuola di Barbiana e don Mazzi della Comunità dell’Isolotto, attraverso e nonostante la politica dei partiti storici in un clima di Guerra fredda, scioperi e manifestazioni di piazza, due falliti Colpi di Stato, fino ad arrivare alle trasformazioni ideologiche ed alle soglie degli Anni di piombo.

Punto centrale del libro, lo si ribadisce, il dilagare del movimento rivoluzionario dei giovani in tutto il mondo, raggiungendo un apice drammatico nel 1968, nell’episodio più sanguinoso il 2 ottobre a Città del Messico nella Plaza de las Tres Culturas, direttamente dalla testimonianza di Oriana Fallaci (inviata dell’Europeo), mentre si trovava in un letto d’ospedale, gravemente ferita … Fatti poi seguiti dalle Olimpiadi con il noto episodio del gesto dei Black Power, messo in atto dai velocisti afroamericani Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo sul podio dei vincitori.

Ma in questo arco temporale preso in esame, è soprattutto ribadita la variazione sociale nella percezione e gestione del Corpo, in una progressiva emancipazione: il corpo sessuato, il corpo procreativo delle donne, il corpo nelle Arti visive, in un simbolico tendenzialmente terapeutico posto in opposizione all’anestesia consumistica ed ipnotica dell’Immaginario. Questo corpo, emancipato in un nuovo protagonismo, però sprofondava immediatamente nel suo stesso Mito, (anche attraverso gli eroi trasgressivi dell’immaginario musicale, filmico, e le contaminazioni dilaganti della pubblicità) nell’illusione di un’eterna giovinezza. Non più e non solo leggendaria antagonista del tempo, ma ipotetica perpetuazione di uno status giovanilistico trasgressivo, edonistico e senza memoria, al quale (con i progressi delle tecniche appunto) ogni generazione avrebbe potuto finalmente accedere. Così questo corpo liberato, veniva immediatamente contagiato dall’aggressività invadente delle multinazionali dell'estetica, della chirurgia e della farmacologia.

Cinquecento pagine sono molte, ma molti sono anche gli avvenimenti narrati, impossibile farne un riassunto in poche righe. E’ un libro quindi da leggere con calma, un capitolo alla volta. Anche se scritto con poesia e scorrevolezza, molti lettori hanno confermato di essersi sentiti sopraffatti dalla densità degli accadimenti e delle trasformazioni che piano piano ci hanno reso quello che siamo adesso.

Il libro è uscito nel 2018, quando non poche sono state le manifestazioni commemorative del 50° Anniversario del ’68, più o meno nostalgiche o asfittiche celebrazioni di un’utopia considerata ormai obsoleta e spenta. Ed ecco che proprio oggi (anche in Italia) i giovani sono tornati a farsi sentire in tutto il mondo, sentendosi forti delle loro ragioni: Giovani, giovanissimi rispetto ai sessantottini, ma soprattutto critici rispetto alle seduzioni della rete che usano ormai come strumento di aggregazione e collegamento. I corpi pensanti adesso sono presenti per le strade e le piazze sempre più spesso, concreti e pacifici, ma arrabbiati e determinati, mentre la loro utopia è diventata una richiesta ineludibile. Molti giornali ne parlano in questi termini, compreso Avvenire del 27/09/2019 dove Mauro Magatti scrive questo significativo titolo Non si sogna mai da soli con riferimento alla frase della giovane Greta all’assemblea dell’ONU.

Vorrei citare a conclusione Norma Rangeri sul Manifesto del 28/09/2019.

  • (…) Questo movimento, con la sua carica di utopia rigenerante, mette al centro della scena niente di meno che il cambiamento di un modello di sviluppo non più sopportabile per i catastrofici risultati, naturali e sociali. La battaglia in difesa della Terra presuppone nuovi modelli produttivi, nuovi comportamenti individuali e collettivi, nuovi protagonisti sociali, nuovi obiettivi .e prima lo capiamo meglio sarà.

 

In questa prospettiva il libro di Carla Guidi si pone come monito e memoria di fatti umani, di sogni e speranze disattese, un invito alla riflessione su come eravamo e da dove siamo venuti. Corroborante invito anche al ripiegamento su se stessi degli ormai anziani sessantottini, ma per sollecitarli a dare di nuovo il loro contributo alla luce dei cambiamenti epocali che ci hanno portato sulla soglia del baratro ambientale e sociale.

Non a caso Estetica anestetica riporta, in intestazione, parte di un articolo su Repubblica (24 marzo 2013) di Carlo Freccero e Daniela Strumia dal titolo significativo - Il consumismo è morto, benvenuti a Gomorra – che a sua volta cita il film Matrix e i situazionisti –

  • Conoscere la verità non significa necessariamente schierarsi dalla parte giusta. Marx come ispiratore di rivolta ha avuto un compito tutto sommato più facile di Debord. Marx aveva come oggetto di studio la prima rivoluzione industriale e la sua analisi era intrisa di sudore, sfruttamento e dolore. Il consumismo invece non viene percepito come sofferenza, ma come godimento condiviso, redistribuzione del benessere. Se quindi Marx ha buon gioco a connotare di significati negativi il concetto di alienazione, Debord, che è una sorta di Marx del consumismo, prova maggiori difficoltà a farci odiare la contemplazione, che è l’anello di congiunzione tra alienazione e spettacolo [...]
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Il Dopoguerra, un laboratorio tra compromessi e idee geniali (Il Messaggero)

di Pasquale Chessa

«E' scoppiato il dopoguerra»: la battuta, a orecchio attribuita a Flaiano, è invece di Suso Cecchi D'Amico la sceneggiatrice di Ladri di biciclette, che descrive al marito musicologo l'aria del tempo alla fine del 1945: «Finora è stato un limbo». Dietro c'è l'inferno di Mussolini, della Guerra Mondiale, della Guerra Civile, ancora in atto con la "resa dei conti", «la più feroce e sincera di tutte le guerre» secondo il latinista comunista Concetto Marchesi. Non sarà facile per la nuova Italia, temprata dalla Resistenza, dopo vent'anni di dittatura, costruire la sua nuova identità senza il fascismo. Seguendo «gli italiani fra speranze e disillusioni» (così dice il sottotitolo del libro) ci spiegano come ci siamo riusciti, Mario Avagliano e Marco Palmieri, capaci di rintracciare nella cronaca politica e culturale, nelle mode e nei costumi i passaggi cruciali della grande storia.
 
LA VIA
Si capisce meglio, per esempio, la "Via italiana al socialismo", che consente a Togliatti di rimandare a un futuro mitico il tempo della rivoluzione, leggendo un articolo dell'Unità del 23 giugno 1945 che comincia così: «Si balli pro Tizio, pro Sempronio l'essenziale è che si balli (...) stretti possibilmente a una bella e formosetta fanciulla». Non è incauto sostenere che da lì comincia la legittimazione democratica e popolare del Pci, in sintonia con quel compromesso storico originario con la Dc su cui si fonda la nostra Costituzione. Sebbene nella parola Dopoguerra (idea titolo di Avagliano e Palmieri) sia contenuto il concetto di guerra, è dal suo superamento che nasce l'altra storia: «L'immagine del Paese che si rimette in moto alla fine della guerra non è solo metaforica».
 
L'IDEA
Affonda nell'industria bellica l'idea della Vespa progettata per Enrico Piaggio da un ingegnere aeronautico che odiava le moto, e perciò inventò lo «scooter». Seguendo la stessa ispirazione Enzo Ferrari reinventa l'automobile da corsa. Ma anche l'Algida nata nel 1946 sfrutta un residuato americano per fare gelati. Una storia fondata sui fatti: peccato che nell'indice dei nomi manchi Renzo De Felice. C'è in questo Dopoguerra una teoria implicita del processo storico come una serie contigua e distinta di vasi comunicanti: nel 1946 la nascita di Miss Italia sta bene insieme al referendum fra monarchia e repubblica, prima volta delle donne alle urne; Bartali e Coppi fanno pendant con Peppone e Don Camillo; la nascita del Piccolo teatro a Milano non stona con la traumatica uscita dal governo del Pci nel 1947. Aveva ragione il protagonista di Napoli milionaria di Eduardo De Filippo: «Ha da passa 'a nuttata». La nottata è passata. Si dirà: ma l'Italia non è poi venuta tanto bene? Vabbè, nessuno è perfetto.
 
(Il Messaggero, 11 agosto 2019)
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