Mario Avagliano

Mario Avagliano

Quell'Italia del dopoguerra crudele, misera e generosa

Dal 1945 al 1947 il Paese vive tra fame e speranze lo raccontano Avagliano e Palmieri in un libro di storia che si legge come un romanzo. A Napoli il popolino guidato da militanti di Uomo Qualunque e monarchici assale la sede Pci: 18 morti

Le vicende politiche influenzate da alleati e vaticano. I tentativi di rialzare la testa di chi non si rassegnò al crollo del Fascismo

Francesco Romanetti

La guerra è finita. Ma un lungo, terribile e disordinato terremoto percorre l'Italia. I tre anni del dopoguerra - il 1945, il '46 ed il '47 - sono anni intensissimi. Pieni di gioia, di speranza, di illusioni, di violenza, di divisioni, di scontri. L'Italia vestita di stracci ha subito danni per 100 miliardi di lire dell'epoca. Palazzi bombardati, strade distrutte, ponti crollati. Per arrivare a Milano da Roma ci vogliono 32 ore. Manca il pane. I corpi scheletrici e i visi scavati degli italiani sono quelli di «Ladri di biciclette», «Sciuscià», «Il bandito». Scioperi, manifestazioni, occupazioni di terre, costano centinaia di morti. Napoli è una delle città più ferite, dove nel 1945 Michele Galdieri scrive «Munasterio e' Santa Chiara», dove la basilica trecentesca bombardata dagli americani diventa il simbolo delle devastazioni belliche. Nasce la democrazia, si rimuovono le macerie. Si riempiono le balere, si balla il bughi bughi (il boogie-woogie portato dalle truppe americane), mentre vendette e regolamenti di conti faranno contare - soprattutto a Nord - quasi diecimila morti. E la scia di sangue lasciata dalla feroce dittatura nazi-fascista: tra i partigiani ci sono state 45mila vittime; in 5.428 eccidi i nazisti appoggiati dai fascisti di Salò hanno massacrato 23.461 civili inermi.

La cultura, che riflette su tutto questo, si rinnova. Esce Il dolore di Ungaretti. Scrivono Pavese, Calvino, Pasolini, Primo Levi, Moravia, Vittorini, Malaparte. Quella che risorge è un'Italia stupefatta, stordita, ingenua. Crudele, misera e generosa. Le prime cooperative rosse che si formano o rinascono in Emilia ospiteranno, dal 1945 al 1952, 70mila bambini napoletani e meridionali. Per assicuragli almeno un piatto caldo e qualche vestitino. Un'Italia spaccata in due, come dimostrerà il voto del referendum costituente del 1946: monarchica a Napoli e al Sud, repubblicana al Nord. Da una parte c'è De Gasperi, dall'altra Togliatti. Lo scudo crociato, la falce e martello. L'America e l'Unione Sovietica. Ma gli italiani si dividono un po' su tutto: perfino sulla rinata Miss Italia: la prima vincitrice, scelta dalla giuria, è Rossana Martini, il pubblico reclama Silvana Pampanini, occhi verdi e curve mozzafiato. «Viva il compagno Coppi, abbasso Bartali democristiano» (o viceversa), si scrive sui muri. Anche vespisti e lambrettisti appartengono a diverse parrocchie. Proprio come Peppone e don Camillo di Guareschi. Le donne votano per la prima volta. E leggono Bolero, Grand Hotel, Sogno, i primi foto- romanzi. Si ride e si piange. Jacovitti inventa «Battista l'ingenuo fascista».

Si vuol dimenticare il passato, ma le ferite sono troppo recenti. E poi c'è una regina, Maria José, che prima di partire per l'esilio in Portogallo dal Molo Beverello, fa sapere di aver votato per il Partito socialista di Saragat. E c'è un primo presidente della Repubblica, il napoletano Enrico De Nicola, che viene scelto proprio perché monarchico. E un Paese confuso. «Amore mio, qui scoppia il dopoguerra. Speriamo che duri poco», scrive in una lettera la sceneggiatrice Suso Cecchi D'Amico, allora trentenne. A dare conto di quella straordinaria stagione di rinascita è Dopoguerra. Gli italiani fra speranze e disillusioni 1945-1947 (II Mulino, pagg. 496, euro 28), scritto da Mario Avagliano e Marco Palmieri. Un libro di storia, che si legge quasi come un romanzo, perché non ricostruisce soltanto le tormentate vicende politiche di quegli anni - pesantemente influenzate dalle ingerenze alleate e del Vaticano - ma ne restituisce anche il clima morale, desideri e angosce profonde.

Decisivo è l'uso delle fonti: lettere private, diari, relazioni di prefetti, oltre a giornali, riviste, film. Il ricorso alle Risultanze della censura postale (pratica che restò in vigore, in quegli annidi transizione) torna utile agli autori, ma deve anche essere valutato criticamente dal lettore attento: ovvio che da quella fonte emergano prevalenti i giudizi di nostalgici, filo-fascisti, coloro che furono o si ritennero «vinti» e furono propensi a dire male della nascente democrazia. Questione tra le più divisive dell'epoca fu d'altra parte quella dell'epurazione mancata, che contribuì ad alimentare il sentimento frustrante della «Resistenza tradita». Se fu Togliatti, da ministro della Giustizia, ad accollarsi la responsabilità dell'amnistia per i fascisti che non avessero commesso crimini efferati, numerosi e vari furono i tentativi di rialzare la testa da parte di chi non si rassegnò al crollo del fascismo. Dall'organizzazione di gruppi clandestini armati - le cui azioni terroristiche vennero contrastate da partigiani che a loro volta non avevano disarmato - alla formazione di associazioni e partiti, più o meno mascherati. L'Uomo Qualunque, il partito di destra nato per iniziativa del giornalista e commediografo Guglielmo Giannini, di Pozzuoli, si afferma soprattutto nel Sud, superando perfino la Dc a Napoli e a Roma, nelle amministrative del '46. E a Napoli, dopo la vittoria della Repubblica al referendum costituzionale, a guidare il «popolino» nell'assalto alla sede del Pci in via Medina (gridavano «Vulimmo 'o re! Comunisti fetienti! Muorte 'e famme!», racconta la giornalista Maria Antonietta Macciocchi), sono proprio militanti dell'Uomo Qualunque e monarchici. L'assalto costerà 18 morti e oltre 120 feriti. Poi, rapidamente come era sorta, tramonta la meteora dell'Uomo Qualunque: quei voti finiranno per confluire nel corpaccione della Balena Bianca, la Dc, dopo la svolta di De Gasperi contro l'alleanza con i partiti di sinistra.

Affiora una certa amarezza, rispetto a un presente capovolto, nel leggere le storie di quei due milioni di italiani, poveracci e disperati, che cercarono all'estero i mezzi per guadagnarsi il pane. L'emigrazione, valvola di sfogo per la disoccupazione altissima, fu fortemente incoraggiata dai governi italiani dell'epoca. Una parte dell'emigrazione fu anche clandestina. Ne passavano cento al giorno di clandestini italiani, attraverso la frontiera con la Francia. In molti ci lasciarono la pelle. Solo che la fame, la miseria, le ferite della guerra, in quegli anni erano di qua. Da quest'altra parte del confine.

(pubblicato su Il Mattino, 22 luglio 2019)

 

Mata Hari e le altre: 007 è donna

Nel '900 rovesciato il modello maschile dell'agente segreto oggi nell'intelligence più responsabilità alle figure femminili

di Mario Avagliano 

Il mio nome è Bond... James Bond Ian Fleming, quando ideò la figura del agente segreto britannico 007, non pensò mai che potesse essere di sesso femminile o tanto meno agli ordini di una donna, come accade invece negli ultimi film della fortunata saga cinematografica, in cui Bond è alle dipendenze di M, interpretata sullo schermo dalla brava Judi Dench. E in effetti nello spionaggio l'impiego delle donne per molto tempo è stato limitato da pregiudizi etabù.Tuteal più il gentil sesso veniva utilizzato nel campo della seduzione, per carpire segreti all'inconsapevolevittima di tumoo ricattare l'imprudente partner con la minaccia di uno scandalo familiare o politico. Ma a partire dal Novecento, come ci racconta il bel libro Le dieci donne spia che hanno fatto la storia (Edizioni Il Capricorno) di Domenico Vecchioni, il paradigma si è rovesciato. E in occasione della prima guerra mondiale anche le donne sono entrate di prepotenza nell'affascinante mondo delle spie. Tanto che oggi le figurefemminli esercitano nell'intelligence ruoli di sempre maggiore responsabilità, finoad anivareall'apice con Gina Haspel, da poco nominata capo della Cia.
La donna spia più esaltata e mitizzata dalla storiografia e dal cinema è sicuramente Mata Hari, che iniziò come ballerina e diventò spia sfruttando i contatti che intratteneva nel bel mondo della capitale francese nel cui ambito sfarfallava, scivolando poi sul terreno del doppio gioco tra Francia e Germania. Ma, come ci racconta Vecchioni, la bella olandese Margaretha Geertruida Zelle, alias Mata Hari, alias agente H2t alta 1.75metri, un po' forte di fianchi, bruna di chioma e di carnagione, tanto da fingere di essere nativa dell'isola di Giava, fu in realtà un agente segreto dai risultati abbastanza insignificanti. Le informazioni che riuscì a passare, in effetti, furono poche e del tutto ininfluenti sul corso della prima guerra mondiale.
Destino paradossale il suo: travolta dagli eventi e dai suoi sentimenti, fu giustiziata in Francia dopo essere stata abbandonata da quegli stessi uomini ai quali aveva dato spesso momenti d'intenso piacere. Destino anche cinico: dopo l'esecuzione, il cadavere di Mata Hari non fu reclamato da alcun parente o amico. Così quel corpo che aveva fatto fremere le platee maschili dei teatri parigini e non solo (si era esibita anche alla Scala di Milano), che aveva fatto perdere la testa a presidenti del Consiglio, ministri, generali, intellettuali e uomini facoltosi (compresi l'italiano Giacomo Puccini e il miliardario di origini ebraiche barone Henri de Rothschild), finì messo a disposizione della facoltà di Medicina di Parigi come cavia per le esercitazioni degli studenti. 
Ben altro spessore, il libro di Vecchioni attribuisce alla spia Gertude Bell, che insieme a Lawrence d'Arabia operò in Medio Oriente e contribuì alla «creazione» dell'Iraq. II loro compito era quello di promuovere la rivolta araba contro la dominazione della Turchia, alleata della Germania. I due si capirono, simpatizzarono e si manifestarono stima reciproca. Avevano tante cose in comune. Entrambi erano archeologi di formazione, entrambi avevano studiato Storia a Oxford, entrambi soffrivano del «mal d'Arabia»esubivano fascine il mistero del Medio Oriente. Entrambi poi avevano alle spalle storie personali «complicate>: Lawrence alle prese con la sua omosessualità latente; Gertrude, dal canto suo, prigioniera del ricordo delsuoamoreperduto. Una delle spie più temibili emisteriose fu certamente la tedesca Fräulein Doktor (a cui Alberto Lattuada dedicherà un film nel 1969), al secolo Elsbeth Schragmüller, implacabile istruttrice di spie ad Anversa per conto della Germania pre-nazista. II capitano Georges Ladoux, capo del controspionaggio francese, il suo diretto avversario, colui che aveva messo in trappola Mata Hari, l'aveva soprannom inala Tigresse d'Anvers.
Altre figure mitiche sono la principessa indiana Noor Inayat Kahn, che nella Francia occupata dai nazisti lavorò come operatore radio dei servizi segreti britannici in supporto alla Resistenza e l'affascinante Venere nera Joséphine Baker, che allo scoppio della seconda guerra mondialesi miseal servizio della Francia, la sua patria di adozione. Virginia Hall, la «signora che zoppica», spia perla Gran Bretagna e poi per gli Usa, divenne l'ossessione di Klaus Barbie (il famigerato boia di Lione), che non riusciva a capire come una donna, per di più con una gamba di legno, potesse tenere in scacco i servizi di sicurezza nazisti. Christine Granville, contessa polacca, era invece la spia preferita di Winston Churchill.
Avvicinandosi ai giorni nostri, una delle storie più sorprendenti è quella di Ana Belén Montes, che per ben sedici anni dal suo ufficio nel cuore dell'intelligence statunitense svolse attività di spionaggio perla Cuba di Fidel Castro. Così come colpisce la vicenda della seducente Anna Kushchenko Chapman, conosciuta come Anna la Rossa, spia a New York per conto di Putin, che nel suo ufficio al grattacielo 20 Exchange Place riceveva i suoi clienti per aiutarli nelle loro scelte, mostrandosi all'occorrenza disponibile anche per altri tipi di assistenza. Scoperta e arrestata, è stata rimpatriata in Russia, dov'è ora una vera e propria star dei rotocalchi. Donne tenaci, intelligenti, astute, che hanno ispirato film e romanzi ma che, ci racconta il libro di Vecchioni, a volte anche grazie al loro fascino hanno saputo servire il loro Paese al pari di un James Bond. E nella realtà, non nella finzione cinematografica. 
 
(pubblicato su Il Mattino, 24 luglio 2019)

Presentazione del libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri

Presentazione del libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri "Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni (1945-1947)"

A cura di Bretema e Valentina Pietrosanti

Evento organizzato in collaborazione con Casa della Memoria e della Biblioteche di Roma.

Registrazione video del dibattito dal titolo "Presentazione del libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri "Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni (1945-1947)"", registrato a Roma giovedì 18 luglio 2019 alle ore 18:15.

Dibattito organizzato da Associazione Nazionale Partigiani Italiani e Fondazione Pietro Nenni.

Sono intervenuti: Carlo Fiordaliso (vice Presidente della Fondazione Nanni), Ugo Intini (giornalista, esponente storico del Partito Socialista Italiano), Simona Colarizi (ordinario di
Storia Contemporanea presso l'Università degli Studi La Sapienza di Roma), Fabrizio De Santis (presidente dell'ANPI provinciale di Roma), Mario Avagliano (scrittore, saggista, autore del libro).

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Antifascismo, Brigate Rosse, Comunismo, Ebrei, Fascismo, Guerra, Istituzioni, Italia, Libro, Nazismo, Nenni, Pertini, Politica, Resistenza, Storia.

La registrazione video di questo dibatto ha una durata di 1 ora e 25 minuti.

Il contenuto è disponibile anche nella sola versione audio.

https://www.radioradicale.it/scheda/579813/presentazione-del-libro-di-mario-avagliano-e-marco-palmieri-dopoguerra-gli-italiani

 

(pubblicato su www.radioradicale.it, 18 luglio 2019)

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Dopoguerra. Gli italiani fra speranze e disillusione

Gli anni della transizione italiana tra la seconda guerra mondiale e la nuova Costituzione

RADIO TRE - 12/07/2019
FAHRENHEIT - 15.00 - Durata: 00.19.21

Conduttore: LIPPERINI LOREDANA

Ricordato il Saggio "Dopoguerra. Gli italiani fra speranze e disillusione (1945-1947)" di Marco Palmieri e Mario Avagliano edito da Il Mulino

Ospite: Mario Avagliano (Storico)

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