Mario Avagliano

Mario Avagliano

Quando Mussolini incantò Hemingway

di Mario Avagliano
 
Il grande bluff del fascismo e di Benito Mussolini abbagliò non solo milioni di italiani, ma anche buona parte della stampa internazionale (oltre che politici di lungo corso o alle prime armi, da Winston Churchill al giovane John Kennedy). I corrispondenti americani nel Belpaese, dopo la marcia su Roma, per diversi anni fecero a gara a intervistare il dittatore italiano ed espressero la loro ammirazione per il duce dal “famoso cipiglio stampato sul volto”, come lo definì nel 1923 lo scrittore Ernest Hemingway, futuro premio Nobel per la letteratura.
 
Lo stesso Hemingway, che anni più tardi in Spagna si scaglierà con veemenza contro i fascisti di Franco, già nel giugno del 1922, dalle colonne del “Toronto Daily Star”, aveva difeso Mussolini dagli attacchi di violenza politica: “È un uomo grande, dalla faccia scura, con una fronte alta, una bocca lenta nel sorriso e mani grandi, non è il mostro che è stato dipinto, non è come viene descritto, non è un rinnegato socialista, ha avuto molte buone ragioni per lasciare il partito”.
 
E se Hemingway fu tra i primi a capire chi fosse realmente Mussolini e a ritrattare le sue posizioni, stigmatizzandolo come «il più grande bluff d’Europa», ci fu invece chi rimase a lungo ottenebrato dal duce e ne tessé le lodi fino alla vigilia della seconda guerra mondiale, come racconta il saggio di Mauro Canali intitolato “La scoperta dell’Italia” (Marsilio, pp. 480), vincitore del Premio Fiuggi Storia.
 
In effetti il movimento fascista, inventato in Italia (spesso ci si dimentica di questo non invidiabile primato nazionale) e poi esportato all’estero, fenomeno nuovo e sconosciuto alla cultura politica del mondo occidentale, si rivelò agli occhi della stampa estera un enigma difficile da decifrare e narrare. E diversi giornalisti presero lucciole per lanterne, ignorando la soppressione delle libertà imposta dal regime fascista ed arrivando ad attribuire a Mussolini una riforma del capitalismo unita all’umanitarismo sociale, almeno prima che la guerra in Etiopia e le leggi razziste del 1938 rivelassero la vera identità del fascismo.
 
Furono numerose le testate statunitensi, dal Chicago Daily News al Chicago Tribune, dal Public Ledger di Filadelfia al New York Herald Tribune al New York Times, che ospitarono articoli favorevoli al fascismo, come risulta dalla ricerca di Mauro Canali. Anzi l’arrivo al potere del fascismo indusse molte agenzie e giornali ad aprire uffici di corrispondenza a Roma (sottoposti peraltro a sorveglianza dal regime). II duce venne descritto dai giornalisti americani come un dittatore buono, un vero “Man of People”, un uomo di governo abile, spregiudicato e dinamico, conquistando anche corrispondenti di sicura fede democratica, come Walter Lippmann, vincitore poi di due premi Pulitzer e schieratosi negli anni Sessanta contro la guerra in Vietnam; Ida Tarbell, detta la «rossa radicale» per la vicinanza alle posizioni del movimento socialista americano; Anne O’Hare McCormick, che sul supplemento domenicale del New York Times definì il fascismo giusta espressione della rivolta dei giovani «stanchi degli armeggi dei parlamenti»; e perfino la marxista e femminista Louise Bryant, moglie di John Reed, che era stata con lui in Russia nei giorni della Rivoluzione d’Ottobre.
 
Per molti anni Mussolini, si legge nel saggio di Canali, “godette di grande popolarità presso la stampa americana”, che esaltò il decisionismo, l’iperattivismo e la ferrea volontà del giovane dittatore nell’imporre regole a un popolo che in fondo consideravano anarchico, paragonandolo addirittura a Theodore Roosevelt. Le cause dell’abbaglio? Il merito attribuito al duce di aver salvato l’Italia dal “red scare”, il pericolo rosso, e di averla modernizzata, ma anche la scelta del regime fascista dell’intervento statale nell’economia, sul modello del New Deal di Roosevelt, e della risoluzione dei conflitti sociali attraverso il corporativismo.
 
Ma vi fu anche chi non cadde affatto nella trappola verbale di Mussolini, come il romanziere Francis Scott Fitzgerald, che giunto a Roma nel 1924 con la moglie Zelda, parlò subito di Italia come una terra morta e criticò lo pseudodinamismo del duce, definendolo un “tiranno”.
 
(Il Mattino, 22 febbraio 2018)

On the Italian road. Intervista a Mario Avagliano (Prima Comunicazione)

di Daniela Scalise

Novant’anni sono un bel traguardo. Per Anas – l’Azienda nazionale autonoma per le strade da poche settimane integrata nel gruppo Ferrovie dello Stato, presieduta e diretta da Gianni Vittorio Armani – lo sono di sicuro. Al di là dell’ovvia ritualità che accompagna i compleanni con la seconda cifra zero, l’occasione per spiegare (ma anche spiegarsi) la funzione di un’azienda sopravvissuta al secolo breve e con ambizioni moderne sembra essere stata curata con molto impegno.

A pensarci è Mario Avagliano, cinquantaduenne giornalista e storico nato a Cava de’ Tirreni che, con precisione e risolutezza, vuole comunicare la realtà di uno degli elementi costitutivi del nostro Paese, quell’infrastruttura viaria che, come ricorda il claim della nuova campagna istituzionale, da novant’anni unisce l’Italia. Sarà forse perché Avagliano è un appassionato studioso e scrittore di storia, ma dietro a ogni mossa si intravede un pensiero riflessivo che interroga continuamente la cultura, la visione temporale e la funzione sociale della strada, simbolo di incontro e di scontro, luogo in cui scorrono tanto la storia ufficiale quanto le storie quotidiane di tutti noi, viaggiatori per diletto o pendolari per dovere.

Da giornalista, Avagliano ne ha viste molte di redazioni: da quella del Messaggero a quella del Mattino di Padova, dal Giornale di Sicilia all’Informazione di Mario Pendinelli. Presto si è appassionato di storia del Novecento ricavando da quella passione una sfilza di titoli, il primo dei quali – ‘Il partigiano Tevere’ – risvegliò l’interesse di un uomo schivo come Vittorio Foa che, cosa per lui inusuale, ci tenne a scriverne la prefazione. L’ultimo lavoro di Avagliano, firmato insieme a Marco Palmieri, è edito dal Mulino e ha per titolo una data cruciale: ‘1948’. Fu infatti in quell’anno che il nostro Paese scelse di appartenere al campo occidentale, fu in quell’anno che si sfiorò la guerra civile con l’attentato a Togliatti, fu in quell’anno che si assistette alla partecipazione massiccia al voto e soprattutto alla nascita di “un certo modo di fare politica: la contrapposizione di bene e male”, come spiega Avagliano, che ha anche un passato nei palazzi della politica, essendo stato nel comitato referendario di Mario Segni e poi chiamato da Ricardo Franco Levi all’ufficio stampa di Romano Prodi, allora presidente del Consiglio. In quella sede incontra il sottosegretario Enrico Micheli, “gentiluomo di altri tempi e figura centrale del governo, come sempre sono i sottosegretari”, che lo chiama a capo del suo ufficio stampa al ministero dei Lavori pubblici dove ‘incrocia’ il soggetto Anas. Sarà l’allora presidente, Giuseppe D’Angiolino, a portarselo in casa.

E così eccolo alla guida della comunicazione di un gigante delle infrastrutture che gestisce la progettazione e il controllo per le nuove opere stradali, segue gli interventi dalla fattibilità all’appalto per la realizzazione e si occupa anche della verifica post realizzazione.

Prima - Quest’anno Anas festeggia i suoi primi novant’an­ni e il suo ingresso in Ferrovie dello Stato dopo aver ot­tenuto tutti i crismi dell’Antitrust. E dire che fino a ieri strada e ferrovia sono state due parallele che non si incon­travano mai.

Mario Avagliano - È vero, si è trattato spesso di due mondi che non si sono parlati. Eppure pensi che una parte notevole della rete stradale e ferroviaria ha una vicinanza misurabile attorno al chilometro mentre per ben 10mila chilometri di rete la vicinanza si riduce fino a duecento, trecento metri di distanza.

Prima - Si sfiorano ignorandosi.

  1. Avagliano - Il che ha comportato aspetti negativi del­la mobilità, perché ci sono stati dei nodi logistici che, come ripete spesso il nostro Amministratore delegato Gianni Vittorio Armani, non essendo stati pianificati in modo coordinato non hanno i collegamenti stradali adeguati. Tanto per dirne due, pen­so all’aeroporto di Malpensa e alla stazione bellissima di Afragola. Ne consegue che pianificare le opere in modo più coerente è già un vantaggio enorme per il sistema Paese. Aggiungo: la nascita di una grande società che metta a fat­tor comune le varie modalità di trasporto rende possibile all’Italia di avere un player più competitivo a livello inter­nazionale e competere con aziende simili – e spesso più grandi – di Francia, Germania e altre nazioni europee.

Prima - Ci racconti quali sono i problemi reali e più im­minenti che dovrà affrontare questa integrazione.

  1. Avagliano - La mobilità, italiana e mondiale, ha come leitmotiv quello iscritto nel segno della sostenibilità am­bientale e sociale. Come può avvenire tutto questo? Da un lato pianificando i progetti, integrando, con una diversa distribuzione, le modalità di trasporto e dall’altro scommet­tendo sull’innovazione, sulla tecnologia e sul minor impat­to ambientale. Ma anche per la comunicazione l’integrazione può avere effetti molto positivi; infatti la collaborazione e il coordinamento con la Direzione Brand Strategy del Gruppo, guidata da Carlotta Ventura, stanno già stimolando e aiutando il nostro lavoro. Mettere insieme le esperienze, i know how, le competenze, le sperimentazioni tecnologiche significa anche far fare un passo in avanti sostanziale alla mobilità.

Prima - Mi faccia un esempio.

  1. Avagliano - Ad esempio, adottare per le strade le tecnologie che si utilizzano sulle ferrovie e prendendo a modello la Svezia dove vi sono corsie dedicate al trasporto elettrificato delle merci. Ma anche guardare alla frontiera della smart road, strade che dialogano con le autovetture, che possano in futuro favorire la guida autonoma e che nel frattempo incrementino il monitoraggio e il controllo sia del traffico e sia della infrastruttura.

Prima - Non dimentichiamoci che viviamo su un territo­rio dalla storia autenticamente antica. Appena fai una buca corri il ‘rischio’ di incappare in un prestigioso e intoccabile reperto archeologico che blocca tutto. In questi casi che fate?

  1. Avagliano - Fino a ieri l’archeologia era considerata un intralcio ai lavori, mentre in realtà Anas è uno dei prin­cipali archeologi d’Italia perché scava nel territorio e sco­pre straordinari reperti in un momento in cui l’archeologia ha pochissimi fondi e poche possibilità di fare scavi. Il pun­to è allora se considerare il ritrovamento di reperti storici una scocciatura o invece una possibilità per una azienda come Anas di offrire un contributo culturale.

Prima - Se così è, come agite in concreto?

  1. Avagliano - Abbiamo firmato un protocollo con il ministero dei Beni culturali per “arruolare” archeologi nei nostri cantieri che ci aiutino nel caso di scoperte e nella ge­stione delle medesime per trattare questi rinvenimenti nel miglior modo possibile. Dall’altro lato, per non continuare a lasciare questi reperti dimenticati in qualche magazzino, abbiamo dato vita a una collana con la casa editrice Rub­bettino sui ritrovamenti effettuati durante i lavori stradali. Abbiamo anche creato l’associazione Archeolog, una onlus che raccoglie fondi tramite l’art bonus, per poter restaurare questi reperti archeolo­gici.

Prima - Le celebrazioni del novantesimo compleanno sono anche un modo per leggere la storia sociale ed econo­mica.

  1. Avagliano - Il nostro tentativo è presentare l’oggetto strada come un vettore non solo del trasporto delle persone e delle merci ma come un luogo scenario della storia italia­na. Quindi tutto il percorso del novantesimo è un tentativo di raccontare quanto le strade siano fondamentali per la nostra vita, nel bene e nel male.

Prima - Che intende quando dice “nel bene e nel male”?

  1. Avagliano - Sulle strade sono fuggite le truppe naziste dopo l’avanzata degli Alleati e le strade sono state teatro delle imprese epiche di Coppi e Bartali e delle MilleMiglia, ma anche testimoni del tragico attentato a Giovanni Falcone, dell’omicidio del magistrato Rosario Livatino… Insomma, la strada è stata e continua a essere scenario, ma anche protagonista della storia italiana, e con il program­ma nel novantesimo cercheremo di raccontare esattamente questo.

Prima - In che modo?

  1. Avagliano - L’8 marzo, alla Triennale di Milano, pre­sentiamo alcune iniziative come ‘Congiunzioni’, un tour a tappe a bordo di un truck che partirà da Trieste ad aprile, attraverserà la penisola e la Sardegna e giungerà a Catania il 17 maggio, giorno in cui, nove decenni fa, venne pubblicato il decre­to di istituzione della Aass, l’azienda autonoma della strada stata­le e nostra antenata. L’obiettivo è quello di ‘congiungere’ la stra­da con altri mondi come quello della cultura, dell’architettura, dell’arte, dell’economia. Sempre in quell’occasione inaugureremo la mostra ‘Mi ricordo la strada’ e presenteremo il volume fotogra­fico realizzato insieme all’Ansa dal titolo ‘La strada racconta’.

Prima - Insomma, volete dare l’immagine della trasformazione delle rotte polverose e piene di sassi in autostrade.

  1. Avagliano - Lei lo sa chi ha inventato l’autostrada?

Prima - Gli americani?

  1. Avagliano - Nient’affatto! È stato un italiano. Un grandis­simo ingegnere, Piero Puricelli, conte di Lomnago, che nel 1924 pensò appunto a una strada solo per automobili senza carri, car­rozze, biciclette e pedoni e con tanto di pedaggio, che ripagasse la messa in opera e la gestione. Il concetto fu copiato da tutti e la parola tradotta alla lettera: highway o motorway in inglese, auto­route in francese, Autobahn in tedesco. Puricelli fu anche colui che propose di creare un’azienda preposta alla cura, alla manu­tenzione e alla gestione di tutta la rete stradale nazionale. Nacque così la Aass che in una decina di anni costruì la rete stradale mo­derna.

Prima - Come verrà organizzato il tour? E con quale missione?

  1. Avagliano - Ogni tappa coinciderà con l’apertura di uno spazio al pubblico, con la presenza di un pullman della Polizia di Stato e un mini villaggio dedicato all’educazione stradale. Ma sarà anche possibile accedere a una serie di contenuti, come il filmato che Rai Storia sta realizzando su Anas, un museo virtuale Anas (MuViAs) sul portale web, realizzato con il Cnr e con il contributo di tanti archivi come quello dell’Aci, delle Ferrovie dello Stato e di altri. A Catania, ultima tappa, stiamo or­ganizzando l’‘Innovations Day’ proprio per ricordare che Anas, en­trata nel gruppo Fs, è proiettata verso il futuro. Si tratterà di una fiera convegno concentrata sulle innovazioni, che non riguardano solo il mondo della strada ma il complesso delle infrastrutture.

Prima - Vedo che vi state muovendo anche sul piano editoriale.

  1. Avagliano - Dopo l’esperienza molto positiva della cam­pagna dell’autostrada del Mediterraneo con il testimonial Giancarlo Giannini e la guida allegata a La Repubblica, abbiamo pensato a una nuova guida – ‘Le strade del cuore’ – sugli itinerari più fascinosi raggiungibili attraverso le strade più paesaggistiche di Anas, dall’Amalfitana allo Stelvio.

Prima - Se capisco bene il raggio di azione della vostra comuni­cazione è vasto e comprende i diversi media: tv, stampa, cinema, fotografia, web.

  1. Avagliano - Oltre al documentario di Rai Storia, dove viene raccontato come, dall’inizio del Novecento a oggi, il nostro Paese si sia modernizzato e industrializzato anche attraverso video sto­rici e interviste a professionisti ed esperti, stiamo realizzando, in collaborazione con Sky Sport, ‘Le strade della passione’, sei pun­tate che andranno in onda sulla piattaforma Sky Sport Hd all’in­terno del magazine ‘Icarus 2.0’ dedicato a chi ama l’out­door. Questo per valorizzare le strade come le vie migliori per seguire la propria passione, il collegamento tra uomo e sport, tra mare e montagna.

Prima - Nel vostro menu leggo che avete intenzione di proseguire anche nell’impegno sul master di giornalismo ‘Connettere l’Italia’, che ha avuto già due appuntamenti: a metà novembre dello scorso anno e il 10 gennaio di questo a Roma.

  1. Avagliano - In collaborazione con il Centro di docu­mentazione giornalistica e con il patrocinio del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti abbiamo infatti organiz­zato ‘Connettere l’Italia’, un corso di specializzazione per i giornalisti. A marzo e a maggio affronteremo temi specifici ma essenziali, come il codice degli appalti e l’iter di appro­vazione di un’infrastruttura e, infine, il futuro della mobili­tà. Vede, io sono giornalista di formazione, e credo che nei giornali ci sia una forte attenzione al mondo della finanza e della Borsa, ma molto meno a quello degli investimenti in­frastrutturali, che pur incidono in maniera rilevante sul Pil e sulla competitività delle imprese e sulla vita dei cittadini.

Prima - Mi dia qualche numero tanto per averne una di­mensione tridimensionale.

  1. Avagliano - Intanto le annuncio una novità impor­tante avvenuta anche grazie all’ingresso in Fs e cioè che abbiamo un contratto di programma che per la prima volta è completamente finanziato.

Prima - Qual è la novità?

  1. Avagliano - Prima, pur avendo un piano quinquen­nale, lo avevamo finanziato solo per un anno, per cui ogni anno dovevi sperare nella conferma con le leggi di bilancio.

Prima - In soldoni?

  1. Avagliano - Il quinquennio finanziato – fra finanzia­mento del contratto di programma, finanziamento della legge di bilancio, investimenti in corso – ammonta a 33 mi­liardi di euro. Un orizzonte di programmazione importante che si tradurrà immediatamente in bandi e cantieri. Già l’anno scorso ci sia­mo impegnati nella progettazione di cantieri e opere crean­do occupazione e migliorando la viabilità. Si sta inoltre verificando un processo inverso al passato: alla fine degli anni novanta e all’inizio del duemila abbiamo assistito a un processo di federalismo stradale, di passaggio delle stra­de da Anas alle regioni. Quando Regioni e Province si sono rese conto che per alcuni itinerari sarebbe stato preferibile avere una società efficiente e strutturata per gestire le complessi­tà, a quel punto ad Anas sono tornate alcune migliaia di chilometri e dai 26mila che abbiamo ora, arriveremo presto ai 30mila. Si tratta di un processo molto importante che vede Anas partner di alcune regioni, come, ad esempio, la Lombardia nella nascita della società Lombardia Mobilità.

Prima - Qual è il rapporto tra voi e le regioni?

  1. Avagliano - In alcune regioni costituiremo società in cui noi siamo il partner tecnico che gestisce le strade, ne cura lo svi­luppo e la manutenzione, mentre la regione è partner istituzionale.

Prima - Il lavoro di comunicazione che lei guida richiede non solo una visione complessa, ma anche una struttura efficiente e ben oleata.

  1. Avagliano - Per quanto possibile, cerchiamo di sfruttare la nostra struttura di comunicazione, secondo gli indirizzi strategici del Gruppo FS. Ma, come è ovvio, non è pen­sabile né sarebbe sensato produrre tutto internamente. Abbiamo quindi aperto una gara per individuare una società che ci facesse da cabina di regia di tutte le attività del novantesimo. Gara che è stata vinta dalla società Alphaomega, che è il nostro consulente per tutte le attività del novantesimo.

Prima - Chi è il vostro responsabile di queste attività?

  1. Avagliano - La project manager del novantesimo è Laura Perna. Possiamo contare anche su gruppi di lavoro che si divi­dono vari aspetti: quelli logistici, gli eventi, le relazioni esterne e comunicazione interna, l’ufficio stampa, diretto da Lorenzo Falciai, l’editoria, il web.

Prima - La vostra campagna istituzionale ha come claim ‘Da 90 anni uniamo l’Italia’. Come è nata questa campagna, da chi è sta­ta lavorata e da chi è gestita?

  1. Avagliano - La società Alphaomega, in qualità di consulen­te, si è occupata di pianificazione e parte creativa. Dal punto di vista iconografico abbiamo scelto di veicolare il novantesimo con un logo che sia un po’ il leitmotiv dell’anniversario, per cui tutti i documenti ufficiali dell’azienda lo riportano perché rimanga nel­la memoria storica.

(Prima Comunicazione, Febbraio 2018)

 

 

 

1948. Gli italiani nell’anno della svolta

1948. Gli italiani nell’anno della svolta

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

Il Mulino pp. 435 con ill. € 25,00

 

Per l’Italia repubblicana le vicende del 1948 hanno sancito la fine della travagliata transizione dal fascismo alla democrazia e l’inizio di una fase politica nuova. Il voto del 18 aprile rappresentò anche una netta scelta di campo nel bipolarismo della guerra fredda, scelta che non fu messa in discussione neppure dalla grave crisi dell’attentato a Togliatti, che in quello stesso anno portò il paese sull’orlo di un’insurrezione e di una nuova guerra civile. Come vissero gli italiani quel passaggio tumultuoso? Quali ideali li animarono? Quali stati d’animo, passioni e condizionamenti ne indirizzarono l’orientamento politico? Diari, lettere, interviste, relazioni delle autorità e di pubblica sicurezza, carte di partito, documenti internazionali, giornali, volantini permettono di ricostruire il quadro complesso dell’Italia dell’epoca, illuminando anche molte questioni che hanno caratterizzato i decenni successivi, fino ai nostri giorni.

«Un tumulto, un’agitazione, un ondeggiare di folle sempre maggiore, da una piazza all’altra, da un comizio all’altro, e blaterare di altoparlanti, e sbocciare di manifesti l’uno sull’altro, e gualdane di attacchini arditi e petulanti come guerrieri d’assalto…»

Paolo Monelli

 

 

Mario Avagliano, giornalista e storico, collabora alle pagine culturali del «Messaggero» e del «Mattino»; tra i suoi libri: «Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945» (Einaudi, 2006) e «Il partigiano Montezemolo» (Baldini & Castoldi, 2012); Marco Palmieri, giornalista e storico, è autore di «L’ora solenne. Gli italiani e la guerra d’Etiopia» (Baldini & Castoldi, 2015). Insieme hanno pubblicato «Gli internati militari italiani» (2009), «Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia» (2010), «Voci dal lager» (2012), tutti editi da Einaudi, oltre a «Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali» (Baldini & Castoldi, 2013) e, per il Mulino, «Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte» (2014) e «L’Italia di Salò» (2016).

1948. Gli italiani nell’anno della svolta. Intervista a Letture.org

Dottor Avagliano, Lei è autore insieme a Marco Palmieri del libro Gli italiani nell’anno della svolta edito dal Mulino: perché possiamo considerare il 1948 un anno di svolta?

Il 1948 è stato un anno cruciale, un autentico spartiacque nella storia politica e sociale italiana. Dopo vent’anni di dittatura fascista, culminati nella disastrosa partecipazione alla seconda guerra mondiale e nella drammatica e feroce guerra civile, l’Italia era un paese materialmente e moralmente devastato, ma con un futuro istituzionale, politico, economico e sociale tutto da costruire davanti a sé. Le laceranti vicende degli anni precedenti, naturalmente, non potevano essere cancellate con un colpo di spugna e in particolare quelle del biennio 1943-45. Il 1° gennaio del 1948 è già un giorno storico, poiché entra in vigore la Costituzione della Repubblica italiana, licenziata a larghissima maggioranza dall’Assemblea Costituente eletta il 2 giugno 1946, contestualmente alla consultazione referendaria che aveva sancito la scelta della forma istituzionale repubblicana rispetto a quella monarchica. È però l’ultimo atto concorde dei partiti protagonisti della Resistenza.

Tuttavia lo spirito costituente di cui il testo è figlio, e che per circa due anni ha animato e appassionato tutte le forze politiche rinate dopo il fascismo, si è ormai esaurito. L’alleanza di governo tra i partiti antifascisti che si è forgiata nella Resistenza e ha contribuito a traghettare il paese verso la libertà e la democrazia, è bruscamente naufragata qualche mese prima, quando il leader democristiano De Gasperi ha estromesso i partiti di sinistra, Pci e Psi, dalla compagine di governo, complice anche il mutato clima internazionale.
Le successive elezioni politiche del 18 aprile 1948, le prime della guerra fredda, insieme al complesso delle vicende che caratterizzano quei mesi, segnano dunque una cesura tra due fasi storiche. Il risultato delle urne consacra la Democrazia Cristiana quale partito centrale del governo per i successivi quarant’anni e definisce il sistema di valori all’interno del quale si svolgeranno di lì in avanti le vicende politiche e socio-economiche dello Stato.

Il 18 aprile 1948, il popolo italiano non è chiamato a scegliere solo fra due coalizioni politiche, ma fra due diversi modelli, due diverse visioni, due ideologie contrapposte e alternative tra loro: Occidente e Oriente, comunismo e democrazia. E vengono raggiunti livelli di tensione e di drammaticità che probabilmente non saranno toccati mai più nella storia successiva repubblicana, la cui evoluzione sarà a lungo condizionata proprio dall’esito e dagli sviluppi del confronto del ’48.
 

Quali vicende accompagnarono la prima campagna elettorale della guerra fredda?
L’8 febbraio 1948, con la pubblicazione del decreto di «convocazione dei comizi» per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, viene fissata la data del 18 aprile per il voto e prende ufficialmente il via una delle più incerte e tese campagne elettorali della storia politica italiana, la prima della guerra fredda. Gli schieramenti contrapposti sono ormai ben definiti: da un lato le forze di sinistra, essenzialmente il Pci e il Psi, riuniti nel Fronte popolare; dall’altro la Dc e i suoi alleati di governo.
Gli italiani che si apprestano ad andare alle urne sono oltre 29 milioni. Il sistema elettorale con il quale si va al voto è proporzionale e, grazie all’introduzione del suffragio universale, sono coinvolti tutti i cittadini maggiorenni (21 anni) di entrambi i sessi. Ne deriva, per i partiti in lizza, la necessità di organizzare una campagna elettorale moderna e di massa, con l’impiego di ingenti risorse, l’utilizzo di svariati mezzi di comunicazione (comizi, manifesti, volantini, lettere, giornali, trasmissioni radiofoniche, produzioni cinematografiche) e la nascita della figura prima sconosciuta del militante, cioè l’attivista del partito impegnato a fare proseliti. La mobilitazione elettorale, inoltre, riguarda tutto il territorio nazionale, dai grandi centri urbani alle campagne più remote. E lo scontro politico assume le sembianze di una radicale e ultimativa scelta di campo, tra opposti inconciliabili – democrazia-comunismo, blocco occidentale-blocco orientale, Usa-Urss, capitalismo-anticapitalismo, cattolicesimo-ateismo – perché, come spiega tra gli altri il dirigente comunista Gian Carlo Pajetta, è «un momento della guerra fredda».

 

Le principali forme di comunicazione e di propaganda sono i comizi, in cui gli oratori tengono accorati e argomentati discorsi sulle proprie ragioni e sui rischi di un’affermazione degli avversari. Ai classici comizi nelle piazze, si aggiungono anche gli incontri con piccoli gruppi di elettori, organizzati o casuali, come i comizi volanti, improvvisati in qualsiasi luogo e momento.

Per affrontarli al meglio, i partiti principali spingono gli attivisti ad imparare a parlare in pubblico, fornendo loro dei manuali o degli schemi tematici per affrontare il contraddittorio con gli avversari. Inoltre si punta molto sulla reiterazione di slogan sintetici, semplici, facili da decodificare e di grande impatto emotivo attraverso altoparlanti fissi e mobili, manifesti, scritte murali e volantini, per far leva sulla sensibilità, l’istinto e la paura (in caso di vittoria degli avversari) più che sulle riflessioni approfondite e per raggiungere un pubblico ampio e trasversale per ceto sociale e livello culturale, analfabeti compresi. Soprattutto al Sud, dove la percentuale di elettori che non sanno leggere e scrivere è più alta, si rivela di grande efficacia il giornale parlato, che permette di diffondere oralmente idee, notizie, programmi e dottrine.

Le foto d’epoca – al netto del sonoro, che s’intuisce – restituiscono un ritratto eloquente: muri tappezzati in ogni dove di manifesti e scritte, piazze gremite di folla che assiste ai comizi con bandiere e cartelli e tutti i punti di ritrovo – dai bar, alle osterie, alle chiese – coinvolti nella lotta. Sui muri, spesso ancora segnati dai bombardamenti, in ogni angolo della penisola, è guerra di manifesti con simboli dei partiti, slogan e vignette satiriche il più delle volte attaccati gli uni sugli altri con la farina di grano al posto della colla sintetica che scarseggia.
D’altra parte l’esito delle urne è incerto. Si arriva al voto con la convinzione diffusa, supportata dai risultati delle precedenti elezioni amministrative in Sicilia, a Roma e a Pescara, che i partiti di sinistra riuniti nel Fronte popolare possano ottenere la maggioranza o comunque un’affermazione talmente decisa da rendere difficile un governo senza di loro, che dall’esecutivo erano stati estromessi nel corso dell’anno precedente dal leader democristiano e presidente del consiglio De Gasperi. Il diffuso disagio sociale ed economico dovuto alla cattiva congiuntura e ai disastri lasciati in eredità dalla guerra sembrano del resto spingere in questa direzione.

 

Come si articolarono l’intervento americano e il Piano Marshall?
Il 5 giugno 1947, in un discorso tenuto in occasione del conferimento delle lauree all’università di Harvard, il segretario di Stato americano George Cattlet Marshall aveva annunciato un colossale piano di aiuti economici per la ricostruzione dell’Europa. La cifra, astronomica per l’epoca, raggiungeva i 12 miliardi di dollari in quattro anni, di cui all’Italia sarebbe toccato circa un miliardo e mezzo di dollari, con cui ricostruire industrie, case, strade, ferrovie, acquedotti e altre infrastrutture distrutte dai bombardamenti. Tuttavia, dopo la rottura con l’Urss, la condizione non scritta ma necessaria per beneficiare delle ingenti risorse americane è la collocazione chiara e stabile del paese nel blocco occidentale guidato dagli Usa, senza rischi di svolte comuniste, a cominciare dal risultato delle elezioni.

L’annuncio del Piano Marshall, dunque, rappresenta un passo ulteriore verso la divisione del mondo in blocchi contrapposti. Il Piano, infatti, se da un lato ha una chiara funzione anti-sovietica, volta a contenere l’espansione della sua sfera d’influenza, dall’altro presuppone la ricostruzione del mondo occidentale sulla base di un modello di capitalismo integrato a guida, immagine e somiglianza di quello americano.

L’influenza americana che gli aiuti materiali contribuiranno ad innescare non sarà solo di natura politica, diplomatica ed economica, ma anche culturale in senso più ampio. Il fascino degli Usa, con la sua conseguente incidenza sulle scelte elettorali degli italiani, infatti, si propaga anche attraverso i miti che si irradiano da oltreoceano, dalle star di Hollywood a quelle della musica, dai romanzi di grande successo come quelli di Hemingway alle immagini scintillanti delle moderne metropoli. Non a caso in un manifesto della Dc si evidenzia che «anche gli attori di Hollywood sono in linea nella lotta contro il comunismo!!», con le foto di Rita Hayworth, Spencer Tracy, Bing Crosby, Clark Gable, Gary Cooper e Tyrone Power.

Miti che si saldano con i racconti dei parenti emigrati negli Stati Uniti e con l’immagine ancora viva negli occhi di molti italiani dei soldati americani che avevano contribuito a riportare la libertà nel paese dopo gli anni della dittatura fascista, distribuendo al loro arrivo pane, tavolette di cioccolata e sigarette, dimostrando di essere una nazione grande, giovane e generosa, che ora si fa carico anche dell’aiuto per la ricostruzione materiale.

Il tema della scelta di campo internazionale e quello ad esso strettamente connesso della possibilità di beneficiare degli aiuti americani per la ricostruzione e il benessere futuro, diventano inevitabilmente elementi centrali della contesa elettorale italiana e chiaramente giocano un ruolo rilevante in favore della Dc.

Per scongiurare l’eventualità di una vittoria comunista alle elezioni italiane gli Usa organizzano una massiccia campagna di propaganda. La principale leva utilizzata, come detto, è quella degli aiuti economici. Tuttavia i tempi tecnici per far affluire concretamente le risorse del Piano Marshall in Italia prima del voto non ci sono. Nel frattempo, quindi, il Governo americano adotta due misure d’emergenza in sostituzione del programma Unrra  terminato in dicembre, che destinano all’Italia oltre 290 milioni di dollari che vengono destinati per lo più all’acquisto di generi di prima necessità che, insieme agli aiuti materiali scaricati dalle navi americane che cominciano ad affluire in numero sempre maggiore nei porti italiani, servono all’ambasciatore Dunn per promuovere attivamente l’immagine degli Usa nelle settimane decisive prima del voto. In vista del 18 aprile, infatti, Dunn si dedica a un febbrile programma di pubbliche relazioni, di cerimonie nei porti dove attraccano le navi cariche di aiuti e di inaugurazioni di case e infrastrutture finanziate con fondi americani, alle quali sono sempre presenti anche esponenti del Governo, della Dc e dei partiti alleati.

Per sfruttare al meglio l’impatto emotivo degli aiuti sull’opinione pubblica italiana il giornalista Drew Pearson aveva già partorito l’idea del Friendship Train, il treno dell’amicizia, vale a dire un convoglio partito da Los Angeles il 7 novembre 1947 e arrivato a New York dopo aver raccolto lungo il tragitto viveri e altri prodotti per un valore di oltre 40 milioni di dollari, che arriva in Italia e attraversa con grande successo la penisola.

La campagna per influenzare il voto in Italia coinvolge anche la popolosa comunità italoamericana. A questo scopo vengono potenziate le trasmissioni radiofoniche di Voice of America per l’Italia, che mettono in evidenza tutte le notizie positive relative agli aiuti e ai buoni rapporti tra Italia e Stati Uniti. Appositi programmi, volti a orientare favorevolmente l’opinione pubblica italiana, vengono fatti registrare da personaggi famosi, come Frank Sinatra, Gary Cooper, il sindaco di New York Vincent Impellitteri e il campione dei pesi medi Rocky Graziano.

Ma la principale leva propagandistica messa in atto per mezzo della comunità italoamericana è quella delle lettere ai familiari in patria, che inizia spontaneamente il 10 novembre 1947, quando George J. Spatuzza, leader dell’influente Order Sons of Italy in America di Chicago, lancia un appello agli italiani residenti negli Usa affinché inviino ai propri connazionali in patria messaggi con l’invito a non votare per i candidati di sinistra. L’iniziativa delle lettere, anche ciclostilate, si diffonde in tutti gli stati dove risiedono italoamericani e conterà un milione di messaggi come: «Svegliatevi, combattete il Comunismo! Esso vi porta alla rovina, mentre l’America vuole soltanto la vostra salvezza. Fate conoscere a tutti la verità». Oppure: «L’ora della grande decisione si avvicina. Il 18 aprile sarà una data fatidica per l’Italia e stabilirà se essa dovrà continuare ad essere una grande nazione, libera, indipendente e arbitra dei suoi futuri destini o dovrà essere soggiogata in catene al carro di Stalin. Non vi fate infinocchiare dalle menzogne dei comunisti […]. I comunisti italiani lottano e tramano solo per la Russia».

Quali conseguenze produsse il risultato delle elezioni del 18 aprile?
Il risultato delle urne consegna il paese alla Dc, che ottiene un irripetibile 48% dei voti, raccogliendo molti consensi anche a destra,, e ai suoi alleati centristi e riformisti, col concorso rilevante di fattori esterni: la mobilitazione capillare della Chiesa cattolica e delle sue emanazioni, come l’Azione cattolica e i Comitati civici di Luigi Gedda, che determinano una massiccia «sovrapposizione tra aspetti religiosi e quelli politici» e uno straordinario «coinvolgimento del sacro», testimoniato anche dal moltiplicarsi di apparizioni, statue lacrimanti e miracoli vari che, se non possano essere pensati come una strategia ecclesiastica prestabilita, sono senza dubbio l’effetto di una campagna elettorale fortemente ideologizzata, che arriva ad assumere le sembianze dell’atavica lotta tra il bene e il male; il supporto americano, basato sull’influenza culturale dei suoi miti e modelli, e soprattutto sull’elargizione di ingenti aiuti materiali con l’implicita minaccia di farli venir meno e di escludere il paese dai benefici del piano Marshall in caso di vittoria delle sinistre; l’impatto emotivo delle notizie internazionali, come il colpo di stato comunista in Cecoslovacchia e la promessa anglo-franco-statunitense di restituire Trieste all’Italia.

La «nuova Lepanto», come è stato definito il risultato elettorale del 1948, assumerà nei decenni successivi un valore periodizzante, avviando una nuova e lunga fase politica basata sulla definizione dei rapporti di forza tra i partiti ex alleati nella fase dell’unità resistenziale, e in particolare tra la Dc e il Pci, oltre che del sistema di valori all’interno del quale da quel momento in poi si sarebbero svolte le vicende politiche, sociali ed economiche nazionali. La Dc, uscita vittoriosa da quello scontro, saprà infatti consolidarsi e gettare le basi per una duratura permanenza in posizione egemone nella democrazia italiana, che sarà poi chiamata ad affrontare anche momenti drammatici come gli anni di piombo e il terrorismo.

Al tempo stesso, però, il sistema che si delinea in quell’anno cruciale è minato al suo interno anche da alcuni germi già nati e proliferati, in modi e forme diverse, ai tempi del fascismo, come l’affermazione della politica-mestiere, la sovrapposizione fra interessi dello Stato e del partito, e in seno al partito dei privati, l’appartenenza politica come benemerenza in grado di garantire accesso a opportunità e privilegi, l’esistenza di una burocrazia parallela sovrapposta o in certi casi coincidente con quella degli enti dello Stato ma facente capo al partito stesso, la concezione del partito come dispensatore di favori e di vantaggi materiali.

«La Dc – come è stato osservato – introiettava abilmente una parte del paese che intendeva la nuova congiuntura della guerra fredda come l’occasione perfetta per congelare la situazione senza pericolose innovazioni: una sorta di iniziale “partito dell’immobilismo”». Un quadro, questo, che ne ridisegna il ruolo all’interno di un blocco conservatore e anticomunista di cui è la forza egemone, imprigionandola in una sorta di gabbia – molto remunerativa però sul piano elettorale – che se da un lato le consente di perpetuare la guida e il controllo della vita politica italiana, «per altro verso ne frenava le spinte riformatrici pur presenti al suo interno».

Quanto al fronte opposto, i partiti di sinistra, specie il Pci che Togliatti tenta di affermare come «partito nuovo», sono a loro volta ingabbiati nella difficoltà di rendere compatibile l’eredità del leninismo, profondamente radicata nel movimento operario, e il rigido ruolo guida del comunismo internazionale assunto dall’Urss, con la realtà e le specificità della democrazia italiana, inserita nel blocco occidentale al di qua della cortina di ferro. Di contro in molti italiani che si riconoscono nei partiti di sinistra si manifesta la delusione per gli esiti della Resistenza, che cominciano ad apparire palesemente limitati e riduttivi rispetto alle speranze nutrite a quel tempo, per l’impossibilità di portare a compimento quella che era stata immaginata come una rivoluzione democratica e per non aver tenuto fede a quei presupposti di rinnovamento, anche sociale, che in essa sembravano ben iscritti.

In un paese prigioniero della guerra fredda, che impedisce di fatto una fisiologica alternanza tra gli schieramenti, nasce così quella che è stata definita una «democrazia bloccata», che Aldo Moro nel 1973 etichetterà anche come «difficile», spaccata in due, e che tale rimarrà per circa mezzo secolo, ad eccezione di una breve parentesi caratterizzata dal tentato ritorno alla collaborazione emergenziale riportando il Pci nell’area delle responsabilità di governo, per contrastare le strategie eversive e il terrorismo negli anni di piombo, attraverso un «compromesso storico» che però fallirà anche a causa del rapimento e dell’assassinio dello stesso Moro da parte delle Brigate Rosse.

Quali risvolti aveva l’attentato a Togliatti?
Dopo la lunga fase elettorale e la formazione del nuovo Governo, il primo a guida democristiana legittimato dal voto popolare, il confronto politico italiano rimane aspro. Uno dei principali motivi di scontro è l’avvio del Piano Marshall. Il 28 giugno, infatti, il Governo ratifica l’Accordo di cooperazione economica tra Italia e Stati Uniti d’America senza ricorrere al parere delle Camere, suscitando l’ira delle sinistre. Il dibattito parlamentare divampa nei giorni seguenti, tra il 9 e il 10 luglio, quando alla Camera dei deputati va in discussione l’approvazione della ratifica dell’accordo. In quell’occasione Nenni attacca il Governo spiegando che Dottrina Truman e Piano Marshall sono «due aspetti di una stessa politica», «in funzione anticomunista», mentre Togliatti sostiene che il Piano Marshall, legando l’Italia alla politica estera degli Usa, porta il paese sulla strada delle guerra. Ma la ratifica passa a grande maggioranza, con 297 voti a favore e 96 contrari.

Gli strascichi dello scontro proseguono anche fuori dal Parlamento. Il 13 luglio, sul giornale del Psli «L’Umanità», in un articolo sopra le righe intitolato Paranoia, a firma del direttore Carlo Andreoni, si leggono queste parole: «prima che i comunisti possano consumare per intero il loro tradimento, prima che armate straniere possano giungere sul nostro suolo per conferire ad essi il miserabile potere “Quisling” al quale aspirano, il Governo della Repubblica e la maggioranza degli italiani avranno il coraggio, l’energia e la decisione sufficienti per inchiodare al muro del loro tradimento Togliatti ed i suoi complici, e per inchiodarveli non metaforicamente». E, in effetti, dalle metafore c’è chi passa ai fatti: mercoledì 14 luglio il leader comunista Palmiro Togliatti viene gravemente ferito in un attentato all’uscita dalla Camera.

Non appena la notizia dell’attentato viene diffusa dal giornale radio delle 13 sul paese cala una cappa di tensione. Lo sciopero e le manifestazioni iniziano spontaneamente, senza attendere alcun ordine dai vertici di partito e sindacali. Ma la geografia della protesta mette subito in evidenza un quadro non uniforme, con la spaccatura tra zone industriali e agricole, tra città e campagne e, con le dovute eccezioni, tra nord e sud della penisola.

La partecipazione dei lavoratori alla protesta, specie nelle regioni settentrionali dove è maggiore la presenza comunista, raggiunge tassi elevati. L’intensità della protesta, peraltro, si spinge ben oltre le stesse aspettative e intenzioni del Pci, assumendo i connotati di una potenziale insurrezione popolare anche se lo stesso Pietro Secchia, leader dell’ala rivoluzionaria del partito, subito dopo l’attentato, esprime dubbi su un’eventuale azione di forza.

Lo sciopero e le occupazioni delle fabbriche portano anche a disordini e violenti incidenti, specie nelle grandi città del nord, dando la netta sensazione di essere di fronte ad un principio di insurrezione e al rischio di una guerra civile. Sensazione rafforzata dal fatto che in molte zone d’Italia alle manifestazioni partecipano ex partigiani spesso armati, da Torino alla cintura milanese, e poi a Genova, La Spezia, in Bassa Polesine, in provincia di Vicenza, a Schio, Venezia, Piacenza, Massa, Siena, Livorno, Grosseto, in val di Chiana, a Pescara. In tutta la penisola scoppiano manifestazioni di violenza, che «in qualche località, assumono vero e proprio carattere insurrezionale», come osserva un rapporto dei Carabinieri: scioperi spontanei, occupazioni di fabbriche, manifestazioni e cortei che spesso sfociano in violenti scontri con le forze dell’ordine, assalti alle prefetture, alle questure, alle sedi dei partiti di governo e di destra, blocchi stradali e interruzioni ferroviarie.

Solo la responsabilità della classe dirigente del Pci (Togliatti in primis) e della Cgil di Di Vittorio impediscono guai peggiori.

Il bilancio finale degli incidenti è incerto. Il ministro Scelba dirà alla stampa e al Senato nei giorni successivi che ci sono stati 16 morti, di cui 9 appartenenti alle forze dell’ordine, 204 feriti, di cui 120 agenti, che da successivi controlli saliranno complessivamente a 500. L’immagine di un paese intero in rivolta, così com’è passata alla storia, non è però del tutto veritiera o comunque non è l’unica possibile. C’è anche quella che Walter Tobagi chiama una «seconda Italia», che non scende in piazza. Anche dalle relazioni post-sciopero delle federazioni del Pci emerge il dissenso espresso dai ceti medi e dai partiti più moderati in quelle ore. Vi sono poi zone d’Italia, soprattutto al Mezzogiorno, dove l’adesione allo sciopero è parziale o addirittura nulla.

Le conseguenze di questa sollevazione sono di vario tipo. Innanzitutto la fine dello sciopero e dell’ondata di proteste e incidenti coincide con l’inizio di una dura fase repressiva, sotto la regia del ministro Scelba. Alla fine, secondo le stime del ministero dell’Interno, si conteranno 5.113 arrestati e denunciati (rispettivamente 681 e 4.432), anche se nei mesi successivi circolano cifre più altre, fino a quasi 7.000.

Lo sciopero del 14-16 luglio, al di là dei risultati contingenti, ha poi una decisa valenza politica poiché rende palese che nonostante la sconfitta elettorale del 18 aprile le forze di sinistra, e in particolare il Pci, possono comunque contare su un forte seguito popolare. Tra i comunisti, però, resta aperta la questione della mancata insurrezione. Le velleità insurrezionali, infatti, hanno trovato nuova linfa proprio nel buon esito dello sciopero generale e nella prova di forza che esso ha rappresentato in termini di adesioni e partecipazione. Concluso lo sciopero e rientrata l’emergenza seguita all’attentato a Togliatti, nelle settimane e nei mesi seguenti in una parte della dirigenza e della base comunista continua quindi a sedimentare la delusione per la sospensione dello sciopero e per il suo mancato sbocco insurrezionale. Si registrano perfino casi di abbandono del partito. Il dibattito interno fa emergere lo scontro tra le due principali correnti del Pci: quella moderata, rappresentata da Togliatti, Amendola e Di Vittorio, che insiste più sugli «errori» degli scioperanti che su quelli del partito, e quella operaista e rivoluzionaria, che fa capo a Secchia, critica l’insufficienza direzionale del partito più che la sollevazione spontanea dei militanti.

Infine lo sciopero segna, anche formalmente, la fine dell’unità sindacale sancita dal patto di Roma del 9 giugno 1944, che era già andata in crisi di pari passo con il tramonto del paradigma consociativo. Poche settimane dopo, tra il 16 e il 18 ottobre, la scissione è cosa fatta: la corrente sindacale democristiana crea la Libera Confederazione italiana del lavoro. Giulio Pastore è eletto segretario. La nuova formazione sindacale si richiama alle istanze della scuola sociale cristiana e nel 1950 confluirà nella Cisl, la Confederazione italiana sindacato lavoratori.

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