Mario Avagliano

Mario Avagliano

Intervista a Elisabetta Barletta, fumettista

di Mario Avagliano

 

La giovane promessa del fumetto italiano è una salernitana dagli occhi scuri e il viso pulito. Si chiama Elisabetta Barletta, ha 27 anni, ed è la fidanzata del grande fumettaro Bruno Brindisi. Il 7 febbraio le edicole di tutta Italia metteranno in vendita il nuovo albo di John Doe, una sorte di Tom Cruise colpito dall’ingrato destino di essere il braccio destro della morte, che è stato interamente disegnato da lei. Intervistata da la Città, Elisabetta racconta che la sua passione per il disegno è nata sui banchi della scuola materna. E dopo il contratto con la casa editrice romana Eura, che pubblica anche le riviste Lanciostory e Skorpio, giura “di non fermarsi più”.

Lei è nata in Basilicata, ma vive dall’età di otto anni a Salerno.

Sì, mi sento salernitana. Ho frequentato la scuola media Quagliariello di Torrione, praticamente sotto casa, ed anche gli amici più cari sono della zona. Spesso ci incrociamo per strada e sembra che gli anni non siano passati dal momento che  sono stati degli anni molto divertenti per noi, il solo incontrarci ci mette di buon umore! Poi alle superiori ho cambiato zona, il Carmine, al liceo scientifico G. Da Procida, anni abbastanza movimentati (considerando anche l’età critica della crescita!). Qui i ricordi spaziano tra i compagni, i prof, le gite, le occupazioni, i cortei, gli scioperi ed il ritrovo in piazza S.Francesco…

Com'è nata la sua passione per il disegno e per il fumetto?

Ho iniziato a disegnare alla scuola materna, conservo ancora qualcosa che non si discosta molto dai disegni di adesso! Il disegno mi ha sempre accompagnata, ma anche se ho scoperto i fumetti in tenera età, mi ci sono dedicata completamente solo dopo la maturità scientifica.

Quali soggetti o personaggi disegnava da bambina?

Beh, copiavo i personaggi dei fumetti o dei cartoni animati (e questi sono tanti…ancora ricordo le sigle!). Al liceo, invece, mi dedicavo alle caricature dei prof. Ma poi ho smesso il giorno in cui è capitata tra le mani del professore di filosofia! E’ finita che me l’ha chiesta in regalo autografata…

Di quali fumetti era appassionata da adolescente?

Leggevo un po’ di tutto, come adesso: ovviamente John Doe, la rivista Skorpio, alcune testate bonelliane come Dylan Dog, Dampyr, Magico Vento, Napoleone, Gea, poi qualche albo americano (decido in base al disegnatore), la rivista Vertigo, anche qualcosa della Disney come Witch e Monster Allergy. Mi piace collezionare alcune serie cartonate… da bambina il Giornalino ed il Corriere dei Piccoli.

Dopo la maturità si è iscritta alla scuola internazionale di Comics di Roma. Che tipo di esperienza è stata?

L’ho frequentata per tre anni, facendo la pendolare dal ‘95 al ’98.  È stata sicuramente un’esperienza stancante ma molto stimolante. Ho conosciuto molti ragazzi che venivano da tutta Italia. La scuola in questi casi è importante soprattutto perché ti da’ la possibilità di confrontarti con altri ragazzi con la stessa passione.

Come ha vissuto il distacco da Salerno?

Non è stato un vero e proprio distacco, praticamente metà settimana ero a Roma e il resto a Salerno. L’aspetto negativo è stato di non poter vivere a pieno l’ambiente romano e l’allontanamento dai compagni di scuola di Salerno… Però ho molti ricordi legati ai viaggi in treno, facevo parte di un gruppo di pendolari. Era come una classe, ma con persone di età diversa!

Chi sono stati i suoi maestri?

Riguardo la mia formazione non ho dei riferimenti precisi, perché a fasi alterne sono stata affascinata da moltissimi disegnatori. I maestri dai quali ho imparato il metodo di lavoro sono principalmente gli esponenti della “scuola salernitana di fumetto”.

Quando ha esordito nel mondo dei fumetti?

Per un paio di anni mi sono dedicata ai concorsi di fumetti, ho realizzato disegni per magliette, adesivi, loghi, striscioni ed illustrazioni per libri di vario genere. L’esordio nei fumetti è recente… circa tre anni fa: ho pubblicato un paio di episodi fantasy per l’Edizioni Orione (una casa editrice di Torino), ed ho inchiostrato il n.1 della serie Laura Melies (edita dalle Edizioni Saviolo di Vercelli).

In che momento la carriera di fumettista è cominciata a diventare per lei una cosa seria?

Lo è sempre stata, nel senso che l’ho deciso e ho lavorato molto per realizzare il sogno. Diciamo che da circa un anno l’impegno è diventato costante e spero di non fermarmi mai!

Qual è il lavoro di cui va più fiera?

Sicuramente è il mio primo albo di John Doe, per una questione affettiva perché rappresenta il primo lavoro importante. Graficamente non posso rispondere perché se sono soddisfatta della mia tavola giornaliera il giorno dopo non lo sono più… ma questo è un male comune a quasi tutti i disegnatori!

Quali sono i personaggi che predilige?

Beh…sicuramente quelli che disegno, oltre John Doe, che è un tipo molto fascinoso dal momento che ha il volto di Tom Cruise, ci sono una serie di personaggi altrettanto importanti nella serie: Morte, Guerra, Fame, Pestilenza (i cavalieri dell’apocalisse per chi non conoscesse la storia), Tempo, ed altri comprimari molto ben caratterizzati.

Qual è l'autore di sceneggiature che preferisce?

Attualmente Brian Azzarello, in coppia col mio disegnatore preferito Eduardo Risso.

Se dovesse scegliere i tre mostri sacri del fumetto italiano...

Questa è facile, però mi allargo: Bruno Brindisi, Andrea Pazienza, Tanino Liberatore, Corrado Mastantuono, Mayo, Pasquale Frisenda… e ce ne sono ancora…

Qual è la sua tecnica di disegno?

E’ abbastanza semplice nel senso che lavoro molto sulle matite che tento di fare il più precise possibili e poi la china è poco più che un ripasso, aggiungo i neri pieni senza sfumature..mi piace molto il contrasto bianco nero netto.

E il suo metodo di lavoro?

Dunque, leggo tutta la sceneggiatura, faccio delle bozze in piccolo delle tavole, cerco materiale fotografico da riviste o internet, faccio gli studi dei personaggi se necessario, disegno la tavola a matita e poi inchiostro.

Conta il fatto di essere una donna nel mondo dei comics? Oppure il sesso non ha importanza?

Considerando che la stragrande maggioranza dei disegnatori sono uomini, il fatto di essere donna può avere dei vantaggi… per esempio gli editori sono meno feroci nel dirti “non va bene”! Nello staff di John Doe attualmente sono l’unica disegnatrice e mi sento un po’ la mascotte del gruppo, ed in effetti i miei colleghi hanno un tono sicuramente più gentile nei miei confronti… Un po’ mi dispiace, perché in fondo resto un maschiaccio!

Si parla di scuola salernitana dei fumetti. Esiste davvero e chi ne sono gli esponenti più interessanti?

Non esiste una scuola, diciamo che esiste un gruppo di disegnatori salernitani (cresciuti assieme confrontandosi) che hanno fatto scuola nel senso che hanno influenzato la nuova generazione di fumettari. Citerei Bruno Brindisi, Luigi Coppola, Roberto De Angelis, Luigi Siniscalchi, Raffaele Della Monica.

A parte lei, ci sono nuovi talenti emergenti?

C’è un giovane salernitano già emerso, Luca Raimondo, che collabora con la Bonelli per la testata Jonathan Steele.

Salerno negli ultimi anni è cambiata molto. In meglio o in peggio?

Di sicuro esteticamente è migliorata, per il resto ho notato più iniziative legate all’arte.

Ha mai disegnato Salerno nelle sue tavole? Ha progetti legati alla città?

No, non mi è mai capitato, ma mi piacerebbe. Perché no?

Si può vivere di fumetti?

Direi di sì, almeno io ci spero!

Oltre ai fumetti, che hobby o passioni coltiva?

Nel tempo libero mi piace viaggiare, andare in giro con gli amici, vado spessissimo al cinema. Ho anche praticato kick boxing, anche se ho dovuto smettere per mancanza di tempo. La mia vera passione sono però i Nativi Americani, leggo il più possibile sull’argomento e ogni tanto realizzo illustrazioni sul tema.

Come si lavora al fianco di Bruno Brindisi? Il rapporto di coppia è un vantaggio o uno svantaggio?

Molti affermano che non è un bene stare sempre in contatto, soprattutto nel lavoro, ma noi forse rappresentiamo l’eccezione. Dipenderà dal fatto che non lo consideriamo proprio un lavoro, siamo fortunati, facciamo quello che ci piace e ci divertiamo. I nostri tavoli sono divisi dallo stereo che è perennemente acceso, alterniamo ore di silenzio nelle quali siamo concentrati a disegnare a altre in cui cantiamo o ci prendiamo delle pause,per questo siamo attrezzati: tra macchina per il caffè, frigobar, videoregistratore, computer, play station e le visite degli amici…

Una curiosità: come vi siete conosciuti?

Ovviamente per lavoro, ma siamo legati sentimentalmente da poco più di due anni.

Che tipo è Bruno Brindisi, come carattere?

Direi che è proprio un bel tipo! È una persona estremamente interessante, curioso, gli piace informarsi in generale, è un piacere parlare con lui, è stimolante intellettualmente… ma ha anche qualche difettuccio. Ha dei modi brutali nel criticare i disegni, non potrebbe mai insegnare, la pazienza non è una sua dote!

Che sta facendo adesso Elisabetta Barletta? Lavori attuali, progetti...

Attualmente sto lavorando al numero 17 di John Doe, poi mi toccherà il numero 24 e poi altri progetti, che non rivelo per scaramanzia. In più sarò docente a Potenza per un corso di fumetto finanziato dalla provincia in collaborazione con la scuola italiana del fumetto di Napoli.

 

 (pubblicato su "La Città" di Salerno nel gennaio 2004)

 

Scheda biografica

 

Elisabetta Barletta nasce il 30 luglio del 1976  a Policoro ( PZ) , in Basilicata. Vive i primi anni dell’infanzia in Calabria per poi trasferirsi definitivamente a Salerno, nel 1984. Diplomatasi al liceo scientifico “Da Procida”, dal 1995 al 1998 frequenta la Scuola Internazionale di Comics di Roma. Entrata in contatto con alcuni esponenti della Scuola Salernitana di Fumetto, esordisce come fumettista con il n. 8 della prima serie di Ares per Ed. Orione, per cui disegna anche il n. 3 di "Klaus, il principe dei non Morti". Per Edizioni Saviolo inchiostra le matite di Daniele Statella nel n. 1 di "Laura Melies" . Il 7 febbraio uscirà in edicola il suo nuovo albo, il numero nove della serie John Doe, edito dalla casa editrice romana Eura (che pubblica anche le riviste Lanciostory e Skorpio).

 

Intervista a Enrico Pinto, oncologo

di Mario Avagliano

 

“L’istituzione della Facoltà di Medicina a Salerno non è più un sogno. Se il Ministro Moratti sbloccherà i fondi necessari, sarà cosa fatta”. A parlare è il professor Enrico Pinto, originario di Pisciotta, cresciuto e formatosi a Salerno, oncologo di fama internazionale, Direttore del Dipartimento di Chirurgia Generale e Oncologica e dell’Unità operativa di Chirurgia Oncologica del Policlinico di Siena, da sempre sostenitore della necessità di introdurre lo studio della medicina nell’ateneo salernitano. Figlio del senatore repubblicano Biagio Pinto, per cinque legislature parlamentare eletto nel Cilento, il professor Pinto è uno dei massimi esperti europei di cancro gastrico e, anche se vive dalla metà degli anni Sessanta lontano dalla sua città, ha forti legami con la sua terra.

Lei ha vissuto a Salerno fino ai 18 anni di età.

Sì. Ho fatto le medie e il liceo al Tasso e i miei ricordi sono legati a Piazza San Francesco, al lungomare, al Bar Nettuno. Alcuni amici di allora li frequento e li vedo tuttora. Penso a Pasquale Marangone, ordinario di ingegneria a Napoli, oppure a Gianfranco Baldi, già direttore del Banco di Napoli. Salerno negli anni Cinquanta e Sessanta era un po’ più tranquilla di adesso, ma egualmente bella. Io andavo al mare a Mercatello, al Lido Azzurro, oppure agli stabilimenti della zona del Porto.

Poi d’estate si trasferiva con la sua famiglia a Pisciotta...

La maggior parte della stagione estiva la passavamo tra Pisciotta e Palinuro. Quando ero ragazzo, Palinuro era un paese bellissimo. E’ cambiato in peggio.

Perché?

La fortuna e la rovina di Palinuro è stato il Club Méditerranée. E’ stata la fortuna di Palinuro perché l’ha lanciata economicamente. E’ stata la sua rovina perché ha distrutto molte sue bellezze. I francesi hanno fatto razzia dei reperti archeologici delle navi greche e romane antiche che erano sepolte nella baia. Ricordo per esempio com’era una volta la Grotta delle Ossa, una specie di montagna di ossa scalfite e disegnate dal mare. Ebbene, ora ne resta soltanto il nome. Le ossa sono state portate via dai turisti come souvenir. Anche dal punto di vista paesaggistico sono stati fatti danni rilevanti. La costa si è salvata, ma verso l’interno l’ambiente è stato in parte devastato, anche per colpa della costruzione della strada che porta da Palinuro a Camerota, che pure fu voluta da mio padre.

Anche Pisciotta è cambiata rispetto ai tempi della sua infanzia?

No, Pisciotta non è cambiata granché. Ha conservato la sua immagine, anche perché storicamente il pisciottano è geloso delle sue cose, non ha mai venduto niente.

Prima ha accennato a suo padre, il senatore Biagio Pinto. Com’era dal punto di vista umano?  

Apparentemente era assai burbero, in realtà era generoso, buono, benvoluto da tutti. Grazie a lui, ho avuto la fortuna di conoscere personaggi straordinari. Ricordo le serate romane con il ghota del giornalismo italiano, da Giovanni Spadolini ad Alberto Ronchey, che finivano immancabilmente con una cena da Fortunato al Pantheon. Ricordo le lunghe passeggiate con Spadolini, che amava raccontare barzellette e pretendeva che uno ridesse anche se non erano molto spiritose. Ricordo il rigore intellettuale e morale di un politico come Ugo La Malfa.

Che tipo di politico era suo padre?

Un politico vicino alla gente. Pensi che alla fine della sua carriera politica, dopo 5 legislature e venti anni da parlamentare, donò la casa dove sono nato al Comune di Pisciotta. E’ il Palazzo Marchesale, il più bello di Pisciotta: tutti lo conoscono come il Castello e dalle sue finestre si vede Palinuro e il golfo di Policastro. Peccato che sia un po’ abbandonato. Speriamo che il Comune mantenga le sue promesse e lo metta a disposizione dei cittadini, come voleva mio padre.

Condivideva le idee politiche di suo padre?

Sì, ero anche io repubblicano e laico. Tra l’altro devo a mio padre anche la scelta di fare medicina. Io volevo iscrivermi a giurisprudenza e magari diventare notaio. Fu lui a consigliarmi la facoltà di medicina e l’università di Siena.

Soffrì il distacco da Salerno?

All’inizio sì. Studiavo per tornare a casa. Poi pian piano Siena mi ha conquistato, anche perché ho conosciuto mia moglie Donata, che è senese.

Chi è stato il suo maestro?

Il caso ha voluto che fosse un salernitano, il professor Bernardino Rocco, originario di Tortorella, nell’entroterra di Sapri, a sua volta allievo del grande professor Gallone. Devo a lui la mia carriera universitaria, e devo ad un altro grosso docente, Piero Tosi, attuale presidente della Conferenza dei rettori, la nomina a professore ordinario e la direzione del Dipartimento di Chirurgia e dell’unità complessa di Chirurgia Oncologica di Siena.

Lei è anche impegnato sul fronte della ricerca.

Assieme al professor Corrado Cordiano di Verona, abbiamo costituito nel 1998 il Gruppo Italiano Ricerca Cancro Gastrico. Siena è una zona endemica per il cancro gastrico, così come Ferrara e Forlì. La ricerca genetica ci sta dando grosse soddisfazioni. Abbiamo creato una banca dati genetica tra le più importanti del mondo, che ci ha consentito di collaborare a progetti di ricerca internazionali di straordinaria rilevanza scientifica, come quello del professor Caldas dell’Università di Cambridge sulle mutazioni genetiche.

Molti suoi colleghi sostengono che in Italia si investe troppo poco in ricerca scientifica.

E’ vero, ci sono pochi fondi. Ma quel che è ancora più grave, è che questi fondi sono spesi male, senza alcun controllo. E’ necessaria e urgente una riforma in materia che faccia chiarezza sulla destinazione dei fondi e che regolamenti i controlli sulla ricerca.

A proposito di ricerca, Veronesi afferma che la vittoria dell’astensione al referendum sulla procreazione rischia di bloccare le sperimentazioni relative agli embrioni.

Io ritengo che la ricerca non si possa indirizzare o bloccare con un referendum. Non ci può riuscire neppure la Chiesa. Non vorrei però che in Italia si faccia la stessa fine del nucleare, e cioè che mentre noi siamo fermi e vietiamo la ricerca sugli embrioni, gli altri Paesi vadano avanti nei loro progetti.

Da oncologo affermato a livello internazionale, qual è il suo giudizio sui medici professionisti salernitani?

Conosco tanti professionisti salernitani bravissimi che lavorano fuori Salerno. I problemi della sanità salernitana non sono dovuti alla scarsa competenza dei medici ma alla carenza delle strutture e alla mancanza della facoltà universitaria di Medicina.

Nonostante la Schola Medica Salernitana...

La Schola Medica Salernitana oramai è diventata un ritornello. Bisogna passare dalle parole ai fatti. L’istituzione della facoltà di Medicina potrebbe dare una mano seria alla sanità a Salerno. Pensi che solo in Provincia di Salerno si spendono oltre 250 miliardi di vecchie lire per cure fatte fuori dalla regione.

Della facoltà di Medicina a Salerno se ne parla ormai da decenni.

Conosco bene la storia e ho seguito da vicino le vicissitudini di questa proposta. In passato erano i politici e l’ordine dei medici ad opporsi, ma negli anni recenti bisogna ammettere che è stato lo stesso vertice universitario salernitano ad impedire l’istituzione della facoltà, per questioni di interesse baronale. Ora però le cose sono cambiate. L’attuale rettore Pasquino mi sembra ben intenzionato. Ne abbiamo parlato a lungo. Sono stati attuati tutti i passaggi burocratici previsti dalla legge, compresa la delibera del senato accademico. Anche la Regione Campania è favorevole. Il pallino è nelle mani della Moratti, alla quale sono stati già richiesti i fondi aggiuntivi per attivare la facoltà.

E se la Moratti sblocca i fondi, che succede?

Salerno potrà tornare ad essere un centro nazionale e internazionale di medicina, come nell’antichità, e anche i cittadini salernitani ne trarranno benefici. Spero che il mio sogno si realizzi. Mi piacerebbe chiudere la carriera nella mia città...

 

(pubblicata su La Città di Salerno, giugno 2005)

 

 

Scheda biografica

 

Il professor Enrico Pinto è nato a Pisciotta il 31 maggio del 1945 ed è cresciuto a Salerno, dove ha frequentato le scuole elementari, medie e superiori. Si è laureato in Medicina preso l’Università degli studi di Siena. Nel 1970 è stato nominato Assistente Universitario Incaricato, presso la cattedra di Igiene, Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Siena, e nel 1972 Assistente Universitario Ordinario, presso la cattedra di Patologia Speciale Chirurgica e Propedeutica Clinica. Nel 1980 è stato incaricato Professore Associato di "Chirurgia Traumato­logica della Strada" presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia e nel 1993 Professore Associato di Chirurgia II. Nel 2004 è stato nominato Professore Ordinario presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia. Impegnato fin dal 1988 sul fronte della ricerca scientifica sul cancro, nel 1998 ha fondato il Gruppo Italiano Ricerca Cancro Gastrico, che ha nove protocolli di studio in corso. Attualmente è Direttore del Dipartimento di Chirurgia Generale e Oncologica e dell’Unità operativa di Chirurgia Oncologica del Policlinico di Siena. E’ autore di ben 255 pubblicazioni su riviste italiane ed internazionali.

 

Dopoguerra, la recensione di Mangialibri

di Erminio Fischetti

Sono le undici del mattino di giovedì 26 aprile 1945: le strade di Milano sono ancora scosse dagli echi delle ultime sparatorie e dal frastuono dei mezzi militari in fuga. Alcuni furgoncini corrono e da essi vengono lanciate delle copie di un giornale fresco di stampa. La testata è “Il Nuovo Corriere”, ma in realtà non si tratta d’altro che del “Corriere della sera”, che per l’occasione, segnando la fine di un’epoca, ha cambiato nome. Inoltre, in questo modo il quotidiano prende definitivamente le distanze da un passato che al pari di altri giornali ha visto la storica testata, fondata nel 1876, pesantemente assoggettata al fascismo. Nei mesi precedenti tra i partiti aderenti al Comitato di liberazione nazionale (Cln) circola l’idea di chiudere addirittura il quotidiano di via Solferino al momento della Liberazione, ma poi, nel corso di una riunione alla quale prende parte anche il capo militare della Resistenza Ferruccio Parri, in passato redattore del giornale in questione, viene deciso di consentire l’uscita di almeno un numero, con una nuova testata e una redazione di giornalisti non compromessi in alcun modo con i tedeschi e il passato regime. L’incarico di direttore viene affidato a Mario Borsa, che il regime ha messo addirittura in galera e in campo di concentramento, mentre Gaetano Afeltra, altro dei cui sentimenti antifascisti nessuno dubita, viene affidato il compito di curare il collegamento fra il Cln e le due cellule, fatte per lo più di maestranze e tipografi, antifasciste attive nel giornale…

Mario Avagliano, giornalista, saggista, storico, membro dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza e di molte altre associazioni, ha all’attivo un buon numero di pubblicazioni di rilievo, per lo più focalizzate sulla storia del Novecento e della dittatura mussoliniana. Questo è l’ottavo libro, dopo Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-45, Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-45, Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici italiani 1943-1945, Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali, Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943, L’Italia di Salò. 1943-1945 e 1948Gli italiani nell’anno della svolta, che scrive con Marco Palmieri, anch’egli giornalista e saggista: il tema, come denota il titolo, sono in questo caso gli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, raccontati con lucida chiarezza ed estrema dovizia di particolari, sottolineata da un massiccio apparato di note. L’Italia è sconfitta, umiliata e distrutta; gli italiani hanno voglia di pace, pane, lavoro, ricostruzione, cambiamento; la monarchia che ha avallato il fascismo e poi è scappata a gambe levate viene battuta al referendum (memorabile la scena a tal riguardo con protagonisti Lea Massari e Alberto Sordi in Una vita difficile di Dino Risi del 1961); nasce la Repubblica; si scrive, anche grazie alle donne, che finalmente hanno potuto votare ed essere elette, la Costituzione; i primi governi a trazione democristiana portano il paese sotto l’egida degli USA, nonostante il PCI sia la più grande compagine comunista d’occidente; arrivano i soldi del piano Marshall; i liberatori ex partigiani cominciano a litigare (e i parlamentari italiani non hanno più smesso…), mentre al cinema – la tv ancora non c’è – escono pellicole come Roma città aperta, Giorni di gloria, Abbasso la miseria!, La vita ricomincia, Paisà, Sciuscià, Mio figlio professore, Il sole sorge ancora e L’onorevole Angelina, espressioni di un mood e una Weltanschauung che sono alla base dell’immaginario collettivo delle generazioni successive.

(Mangialibri)

Candido Manca, lo "stradino" martire delle Ardeatine

Fra i martiri delle Fosse Ardeatine figura anche un dipendente dell’Anas, allora AASS, il sardo Candido Manca. La sua figura è ricordata nel bel libro di Mario Avagliano, “Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945”, pubblicato da Einaudi, una storia della Resistenza, della deportazione e dell’internamento militare attraverso gli scritti dei protagonisti.

Nato a Dolianova (Cagliari) il 31 gennaio 1907, Manca nel '25 si arruolò volontario nei carabinieri. Prestò servizio a Roma, e dopo tre anni di ferma fu congedato. Rimasto nella capitale, ottenne il diploma di ragioniere e fu assunto nell'Azienda Autonoma Statale della Strada (AASS, poi ANAS). Fu richiamato alle armi una prima volta nel '35, per un anno, e di nuovo nel '39 per alcuni mesi e poi nel '40, con il grado di vicebrigadiere, sempre rimanendo in servizio presso la AASS. Nel '43 era brigadiere, nella compagnia squadre reali e presidenziali di Roma. Dopo l'8 settembre, riuscì a sfuggire ai tedeschi che avevano occupato le caserme. Insieme ad altri 30 carabinieri sbandati che aveva raccolto con sé, entrò nella banda "Caruso", che faceva parte del Fronte Militare Clandestino di Montezemolo, svolgendo azioni militari e raccogliendo informazioni utili al movimento partigiano e agli Alleati. Fu catturato dalla Gestapo il 10 dicembre del '43, insieme al tenente dei carabinieri Romeo Rodriguez Pereira e al capitano dei carabinieri Genserico Fontana, mentre si stava recando da un contabile che procurava denaro ai partigiani. Rinchiuso nel carcere di via Tasso, subì più volte la tortura, ma non rivelò i nomi dei compagni. Fu fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del '44. Nel dopoguerra gli fu assegnata la medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Una lapide lo ricorda a via Chiana a Roma.

 

 

«I bisogni dobbiamo farli nella cella stessa in un recipiente chiamato bugliolo»

 

di Candido Manca

 

[Roma, carcere di via Tasso] 3.1.1944

 

Bolò mia cara,

ho ricevuto tutti i pacchi, il penultimo conteneva il Mom, di quest'ultimo fammi il piacere di mandarmene ancora, vedi di trovare i barattoli che credo sia migliore. Vuoi sapere come passo i giorni? Puoi immaginarlo, in una cella di metri quadrati 4 e 25 cm. mezza internata con una finestra munita di inferriata, ramata a vetri, semibuia. Come vitto ci danno due pagnotelle, caffè la mattina e appena un pasto di minestra alle 12. Nella cella siamo in quattro e dormiamo sul pagliericcio con due coperte a testa, i bisogni dobbiamo farli nella cella stessa in un recipiente chiamato "bugliolo"; sono sicuro che la faccenda dell'evacuazione davanti agli altri ti faccia sorridere sapendo quanto io ero suscettibile a tale funzione. Per riuscirci la parola d'ordine è «faccia al muro»... viene aperta la finestra e appena finito si apre lo sportellino della porta, il perché lo puoi immaginare. La salute è ottima, il raffreddore è quasi scomparso. Con la venuta del quarto abbiamo avuto la sorpresa dei pidocchi. Fattolo sapere al comandante questi ci ha fatto fare il bagno e disinfettare i vestiti al vapore. Dirti le peripezie non basterebbe un quaderno, ne abbiamo passato delle belle e delle brutte. Che vuoi fare ci abbiamo riso sopra. Ti avevo detto di mandarmi roba da mangiare di meno perché tesoro mio vedo che la mia permanenza qui sembra che duri e non vorrei dar fondo a quel poco che abbiamo messo da parte (puoi mandarmi della verdura al posto della carne che nutro desiderio). Quanto vi desidero! Dei giorni sono tanto triste per questo motivo. Per tutto il resto tengo alto il morale data la mia innocenza. Hai fatto bene di essere stata da Ciccillo per il primo dell'anno, così ti sei un pò divagata. Quanta tenerezza mi dai quando mi parli dei bambini, sento di adorarli in un modo tale che spesse volte anzi sempre a me e ai miei compagni di cella ci escono le lacrime. Hai fatto male di non aver allestito l'albero di Natale. Perché hai privato gli angioletti nostri di quella contentezza. Ad ogni modo spero che a Mariella per il suo compleanno avrai comprato qualche bel giocattolo e pure a Giancarlo. Come stai in salute? Mi auguro bene. Mandami cento lire specie da dieci e da cinque. Quella somma che avevo addosso è qui in deposito e la daranno quando uscirò oppure alla famiglia se fornita dell'autorizzazione del Comando Tedesco "albergo Flora". Fammi pervenire il libro di italiano "da Dante al Pascoli" che deve essere sulla ghiacciaia, la copertina è color marrone. Comprami un piccolo dizionario italiano-tedesco, bada deve essere tascabile e deve contenere anche come si pronunziano le parole. Stai attenta a fianco della parola tradotta deve esserci anche come deve leggersi. Al porta pranzo ti sei dimenticata di mettere la guarnizione cosa che ha permesso al signor sugo di uscire. Non ti faccio gli auguri per il nuovo anno ti dico soltanto che questo dovrà apportarci la felicità e la salute, altro non chiedo a Iddio. Ti abbraccio e ti bacio caramente assieme ai bambini tuo per sempre

Candido

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