Mario Avagliano

Mario Avagliano

Mio padre prigioniero in un lager

Era uno dei 650 mila soldati che dissero no alla Repubblica di Salò. Ora un saggio ricostruisce la storia degli internati militari in Germania
 
di Luca Bottura
 
Tra il sangue dei vinti e quello dei vincitori, che da qualche anno in Italia pare impopolare, fastidioso, quasi dovessimo vergognarci di aver mondato con l'eroismo di pochi la codardia dei molti che sostennero prima il fascismo e poi, addirittura, il nazismo, sta il sangue dei dimenticati. Appartiene agli italiani che resistettero senza armi, che scelsero la prigionia anziché fare i reggicoda alle Ss, che — nonostante fossero nati e cresciuti nel brodo di coltura della cartapesta autoritaria — non ebbero dubbi. E optarono, tra Salò e la deportazione, per l'opzione meno gravida di variabili.
Lo Stato fantoccio, la fedeltà al Reich, la cosiddetta Repubblica sociale, la parte sbagliata che per molti "italiani brava gente" è ancora quella giusta, onorevole, lasciavano più margini. C'era comunque l'occasione di menar le mani. Di mettere in pratica la ribalderia prepotente che il buffone di Predappio aveva instillato in un paio di generazioni almeno. C'era, anche, la possibilità di prendere la rincorsa per meglio nascondersi in un anfratto della Storia. Per uscirne immemori. Imboscati, millantando lealtà a un'idea. Di morte.
Alcune centinaia di migliaia di italiani, militari, soldati, decisero che fosse preferibile un viaggio verso nessun posto. Uno Stalag sparso nelle campagne della Prussia orientale. Un contesto che differiva dai lager della Shoah per un unico e decisivo particolare: l'assenza di camere a gas. Tecnicamente, Internati Militari Italiani: Imi. Nella realtà, ostaggi senza diritti. Partigiani spuri. Cancellati a lungo dalla storiografia perché non collocabili, nel mondo diviso in due dell'immediato dopoguerra. Costretti a proclamarsi anticomunisti al ritorno in patria, dopo essere stati liberati dall'Armata Rossa, pena un'ulteriore discriminazione. Sospinti in un angolo del ricordo perché poco afferibili a un lato o all'altro della Guerra Fredda. Ammutoliti.
Nel saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, I militari italiani nei lager nazisti, non c'è mio padre, che era uno di loro. Stalag IIl C, Kostrzyn, all'odierno confine tra Polonia e Germania, ottanta chilometri in linea d'aria da Berlino. Ma c'è molto di lui. C'è molto di una banalità del bene, di una "cosa giusta", come dicono nella cultura di oltreoceano, fatta in modo quasi incidentale. Eppure consapevole. Ci sono le lettere, le paure, le passioni, la quotidianità dei prigionieri. C'è un coraggio anti-manzoniano, quello che in certi anfratti dell'esistenza ci si dà eccome, anche se non lo si avrebbe. Ci sono gli errori grammaticali, c'è il racconto casuale di chi si ritrova la caserma accerchiata dai tedeschi e scrive alla fidanzata che andrà tutto bene, che comunque con l'altra era solo amicizia, che pub spiegare, e poi chiude come in un bollettino della vittoria: "Viva il Re, viva Badoglio, abbasso i fascisti".
Ci siamo noi e c'è la nostra storia piccola, ci sono gli occhi di un Paese intero che per vent'anni li aveva girati dall'altra parte. Esistenze che si somigliano e differiscono, ognuna con un rimbalzo di afflizione o speranza. L'ordine del giorno Grandi, le caserme senza ordine alcuno, le squadracce che si riformano e cercano di armarsi assediando soldati senza più un referente, I'S settembre del 1943, colonnelli che vendono i loro uomini ai tedeschi per qualche stella in più da far brillare nel cielo di Salò, l'offerta primigenia aggregarsi direttamente all'esercito di Hitler — e l'altra, quella repubblichina. Il vagone piombato. Il lavoro coatto. La mancia come mercede della schiavitù. Le lettere bugiarde verso casa ("Sto bene") e l'orrore di tutti i giorni. I canali pieni di cadaveri. E, anche, altro incredibile cimelio che possiedo personalmente, le cartoline illustrate l'esterno del campo, un tizio in divisa davanti alla guardiola, la bandiera con la croce uncinata. Saluti dal baratro.
Di molti saggi, per nobilitarli, si dice che sembrano romanzi. Non è quasi mai vero. Questo è uno dei rari casi. Nell'alternarsi dei racconti II libro I militari italiani nei lager nazisti di Mario Avagliano e Marco Palmieri edito da il Mulino (pagg.456, euro 26) mancano i contorni stentorei e, a loro modo, bellissimi, che si ritrovano nelle lettere dei resistenti condannati a morte, o sui muri della prigione di via Tasso, a Roma, scolpiti sul muro con le unghie della disperazione. Non c'è il Disegno percepito che comincia con Hannah Arendt e arriva a Primo Levi. Manca l'Orrore. Ma anche senza le maiuscole, anche soltanto unendo i puntini di ogni singola vita a rischio, si riscrive un percorso di dignità, parente minore ma virtuoso dei racconti che meglio conosciamo. Se il diario di Anne Frank è diventato patrimonio di tanti, è anche perla normalità cogente di un'adolescente che scopriva l'amore. Ed è questo antidoto, il trasporto, il sentimento, il capitolo che meglio racconta la sopravvivenza, quella che Andrea Aloi definì Resistenza Umana, un motore inestinguibile che ci spinge avanti barcollanti. Dentro o fuori da una tragedia.
È un libro bellissimo, necessario. Non tanto e non solo per quel lampo di lucore che irradia sulle vite di chi — con la rotonda eccezione di Giovannino Guareschi e del suo Diario Clandestino e di pochi altri — ha in massima parte lasciato questo mondo in punta di piedi. Fin troppo a lungo misconosciuto, disconosciuto. Degnarlo di uno sguardo postumo, anche a spizzichi e bocconi, apparenta a una parcellare fiducia persino in questo presente piuttosto derelitto. Ché in quei giorni di tarda estate, incredibilmente, l'individualismo nobile fece di noi un popolo.
Troppa gente ogni giorno violenta la parola Patria. Se davvero dovessi intestarmene una — Patria, non Nazione: di quella francamente nulla mi cale — vorrei che fosse la stessa di quei giovani sperduti e spaventati. Anche di quelli che morirono di malattie e stenti. Versando, per noi, il sangue dei miti.
 
(la Repubblica, 10 febbraio 2020)
 

Intervista a Fabrizio Failla, telecronista sportivo

di Mario Avagliano

 

Telecronista di calcio e di pallanuoto, commentatore, inviato a bordo campo. Fabrizio Failla è ormai da qualche anno uno dei giornalisti di punta di RaiSport e più amati dagli italiani. Non a caso nel 2002 è stato chiamato a condurre la Domenica Sportiva, assieme a Massimo Caputi e a Giacomo Bulgarelli. Failla, originario di Nocera Inferiore, fa parte attualmente del team della Rai che segue la Nazionale di calcio. Dal Portogallo, dove è stato in viaggio al seguito degli azzurri di Trapattoni, parla della crisi delle squadre di calcio e lancia una proposta choc a Cavese, Nocerina e Paganese: “Le divisioni del passato non hanno più senso. Diamo vita alla squadra di Cava e dell’Agro, in modo da creare un polo alternativo al Napoli e alla Salernitana”.

Ci parli delle sue origini.

Sono nato a Firenze, nella città di mio padre Ernesto, che è neuropsichiatria, ma sono vissuto e cresciuto tra Nocera e Salerno. Il mio carattere si è forgiato nel meridione, e se sono una persona felice e sorridente, lo devo alle mie origini salernitane. Ancora oggi i miei migliori amici sono quelli della scuola media e del liceo.

Com’era la Nocera della sua adolescenza?

Era una città devastata dalla camorra. Ricordo che negli anni Ottanta, quando uscivi in piazza, dovevi capire lontano da chi dovevi sistemarti per fumare una sigaretta, in modo da non correre il rischio di essere vittima di una sparatoria. Ho visto molti miei conoscenti finire male o addirittura morire.

Era una città devastata anche dal punto di vista urbanistico?

Purtroppo sì. Nocera era brutta, involuta, con un’architettura orribile e poco rispondente alle esigenze della gente. E dopo il terremoto, la situazione peggiorò ancora. Come molte altre città del Sud, fu presa d’assalto dai gruppi di malaffare. La commistione tra camorra, appalti pubblici e politica ha prodotto parecchi mostri dalle nostre parti.

Non salva niente di quel periodo?

Il ricordo più forte per me resta quello del terremoto del 1980, e in quella occasione a Nocera, a Salerno, a Cava, toccai con mano cosa significa la solidarietà e quanto la gente del Sud sia diversa da quella del Centro-Nord per la straordinaria capacità di fare comunità e di condividere sofferenze, sacrifici, difficoltà.

Immagino che in una situazione del genere, per un ragazzo di Nocera come lei, il giornalismo e lo sport fossero visti come un’ancora di salvataggio...

Non proprio. Fare il telecronista, o comunque il giornalista sportivo, è stato sempre il mio sogno, fin da quando ero bambino ed ascoltavo con i miei amici le fantastiche radiocronache di Tutto il calcio minuto per minuto.

Quando ha cominciato a fare sul serio?

Prestissimo, ad appena 15 anni, a Radio Nocera Amica, nella sede di via Nuova Olivella, al confine tra Nocera e Pagani.  

A proposito di Pagani, lei ha giocato con qualche successo nella Paganese calcio.

Io sono sempre stato trasversale. Ero di Nocera e giocavo nella Paganese. E qualche anno dopo, ho seguito come giornalista la Salernitana...

In che ruolo giocava?

Ero portiere, come adesso nella Nazionale dei giornalisti, dove mi capita di giocare contro i grandi campioni di cui una volta collezionavo le figurine, da Giancarlo Antognoni a Roberto Bettega.

Le sue prime radiocronache risalgono ai tempi di Radio Erta, l’Emittente RadioTelevisiva dell’Agro.

Avevo appena 17 anni ed era la stagione della Nocerina in serie B. Fu un’esperienza bellissima. Mi sentivo più grande della mia età perché il sabato partivo in trasferta, al seguito della squadra, e tornavo a casa il lunedì. Per i miei compagni del Liceo G.B. Vico ero quasi un eroe visto che conoscevo personalmente i giocatori. Anche i professori chiudevano un occhio sulle mie assenze.

Dopo la maturità, si iscrive a Giurisprudenza e nel frattempo continua ad occuparsi di sport come giornalista.

Non avevo né agganci politici né conoscenze giornalistiche, e quindi ho dovuto fatto tanta gavetta. Ho collaborato con Il Tempo, con l’Unione Sarda, con Superbasket, con radio e tv locali, fino a quando, nel 1985, sono finalmente approdato al Mattino di Salerno e a Telecolore. Tre anni dopo, nel 1988, alla vigilia delle Olimpiadi di Seul, sono stato assunto alla sede di Napoli.

Il passaggio alla Rai avviene nel 1991.

E da allora non mi sono più mosso da lì.

Quali sono le esperienze che ricorda con più emozione?

Nella pallanuoto, il titolo mondiale vinto dal Setterosa a Perth, nel 1998. Nell’atletica il record mondiale di Carl Lewis sui 100 metri, ai mondiali di Tokyo del 1991. Nello sci, la vittoria olimpica di Tomba nel 1992. Nel calcio, il ricordo più indelebile è la finale degli Europei in Olanda, compresa la coda non proprio emozionante del pestaggio ai giornalisti della Rai da parte della polizia olandese.

Qual è il collega con il quale si trova più in sintonia?

Sicuramente Carlo Paris, un giornalista eccezionale, di grande sensibilità umana e che anche professionalmente sa andare al di là dello sport. E’ uno dei pochi che in questo mondo non si fa prendere dal delirio di onnipotenza.

Oggi come oggi il telespettatore da casa è bombardato dagli eventi sportivi. Le piace come si racconta adesso lo sport?

Non sempre. A me non piace il cotto e mangiato, e spesso il prodotto che si vede in tv è proprio quello, anche a causa dei ritmi incessanti con cui si lavora. Manca uno sforzo di scavo, di inchiesta, di approfondimento.

Per chi ama lo sport, è inevitabile parlare della crisi del calcio. Come se ne esce?

O passa la linea del “tutti colpevole, nessun colpevole”, oppure il calcio chiude per debiti. Le altre soluzioni, coma quella di far partire le squadre fallite da una categoria inferiore, non mi sembrano praticabili perché magari vanno incontro alle esigenze sociali, ma non rispondono certo al codice civile.

Il decreto salva-calcio escogitato dal Governo non poteva funzionare?

No, perché era ideato solo per salvare la baracca. Era un tipo di soluzione ibrida che avrebbe coperto molte responsabilità. Lo Stato non può prevedere l’assistenza alle squadre di calcio per sempre, “a babbo-morto”. Il calcio ha bisogno di una cura forte. Bisogna sanare sul serio le società, anche a costo di passare attraverso le procedure di fallimento.

Dal suo osservatorio privilegiato, come vede lo stato di salute del Napoli, della Salernitana e delle squadre della provincia.

Gli anni belli del Napoli, della Salernitana, della Cavese e della Nocerina, che veleggiavano tra serie A e serie B, sono finiti, sono ormai alle spalle. Le squadre campane, e più in generale quelle del Sud, versano in una situazione difficile e presentano pesanti problemi economici. Non sono ottimista.

Ha qualche proposta da avanzare?

Mi piacerebbe che si costituisse una squadra di calcio di Cava e dell’Agro, che cioè Nocera, Pagani e Cava unissero le loro forze per dare vita a un polo alternativo al Napoli e alla Salernitana. Le divisioni di un tempo non hanno più senso e, anche dal punto di vista economico, una società del genere sarebbe assai competitiva. Ecco, se questo sogno si realizzasse, sarei disposto anche a dare una mano.

Torna mai a Nocera?

Un po’ meno di una volta, perché purtroppo il Napoli e la Salernitana non sono più in serie A, ma quando sono a Napoli per la pallanuoto, ne approfitto per fare una capatina a Salerno o a Nocera ed andare a trovare gli amici. Poi ho casa al mare ad Ascea Marina e trascorro lì ogni momento libero: è il mio buen retiro, non solo d’estate.

Salerno e Nocera sono cambiate rispetto agli anni Ottanta?

Eccome! Salerno è diventata una città assolutamente deliziosa. La giunta De Luca ha effettuato un restyling intelligente, strutturale, armonioso. Basta vedere i vicoli del Porto o di via dei Mercanti... Il recupero del lungomare e della parte storica, che costituisce la memoria di Salerno, è stato realizzato con gusto estetico e con eleganza.

E Nocera?

E’ cambiata in modo radicale, correggendo fin dove era possibile le brutture del recente passato. Trovo che si è sulla strada giusta anche per quanto riguarda la lotta alla criminalità. La città non è più dominata dalla camorra, e questa è una vittoria di cui tutti noi dobbiamo essere orgogliosi. Apprezzo anche il clima di integrazione razziale che si respira a Nocera come a Salerno, di gran lunga migliore rispetto alle città del Centro-Nord.

Com’è Fabrizio Failla nel privato?

Una persona estroversa, che è felice di vivere perché ha realizzato il sogno di quand’era bambino ma che non si prende mai troppo sul serio. Lo sport occupa gran parte del mio tempo, ma quando posso, ascolto musica o vado al mare. Non amo le tecnologie. Piuttosto che passare ore davanti al computer, preferisco leggermi un bel libro.

L’ultimo libro che ha letto?

L’allenatore, di John Grisham, una storia di amicizia, di amore e di football.

Allora è una fissazione!

Eh, sì. Ho la fissa dello sport, che ci posso fare...

 

(pubblicato su “La Città” di Salerno nell’aprile 2004)

 

 

Scheda biografica

 

Fabrizio Failla è nato a Firenze l’8 maggio del 1961, ma ha vissuto fino all’età di trent’anni a Nocera Inferiore. Laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Salerno, ha iniziato la sua carriera di giornalista ad appena 15 anni di età, nelle radio locali (Radio Nocera Amica e Radio Erta). Dopo le collaborazioni con Il Tempo, l’Unione Sarda e Superbasket, nel 1985 è entrato nella squadra di cronisti del Mattino di Salerno e di Telecolore. Nel 1988 è stato assunto da il Mattino, presso la sede centrale di Napoli, lavorando allo sport e alla cronaca nera. Nel 1991 è passato alla redazione sportiva della Rai. Da tredici anni segue gli eventi più importanti dello sport mondiale, dalle Olimpiadi ai mondiali di calcio, di sci, di pallanuoto e di atletica leggera. Nel 2002 Failla ha condotto la Domenica Sportiva con Massimo Caputi e Giacomo Bulgarelli. Attualmente è nel team dei giornalisti Rai al seguito della Nazionale italiana di calcio.

 

Intervista a Dante Boninfante, giocatore di pallavolo

di Mario Avagliano

 

Uno dei giocatori italiani di pallavolo più promettenti, è un giovanotto di Battipaglia di 26 anni. Si chiama Dante Boninfante, è alto 1 metro e 88, ha un pizzetto risorgimentale e i capelli lunghi, e gioca nel ruolo di alzatore. Cresciuto nelle giovanili della squadra di pallavolo di Battipaglia che negli anni Novanta colse il traguardo della A1, dal 2002 è nel giro della nazionale di volley, ed ha già vinto uno scudetto, una coppa dei campioni e svariate altre coppe in Italia e in Europa. Quest’anno la sua squadra, la Estense 4 Torri Ferrara, naviga in brutte acque (al momento è penultima in classifica della serie A1), ma lui è sempre tra i migliori per rendimento. Boninfante racconta a la Città la storia della sua carriera. E lancia un allarme: “Dopo gli anni d’oro della A1 e della A2, a Salerno e in provincia il volley rischia di sparire”.

Le sue origini sono di Battipaglia?

Sì, mio padre Antonio era direttore della Cassa Rurale Artigiana di Battipaglia; ora è in pensione. Mia madre Maria Grazia, casalinga, è anche lei di Battipaglia.

Quando ha iniziato a giocare a pallavolo?

Fin dai sette-otto anni di età sono praticamente cresciuto mangiando pane e pallavolo. E i miei primi insegnati, sono stati proprio i miei genitori. Mio padre, infatti, aveva fondato insieme ad un amico una società di pallavolo che arrivò fino alla serie C, rivestendo la carica di presidente e per un periodo anche di allenatore. Poi è stato segretario generale della grande squadra del Battipaglia Volley che è stata in serie A1. Mia madre, oltre a giocare, ha allenato una squadra femminile di pallavolo in serie C e D.

In che momento la pallavolo è diventata una cosa seria per lei?

Prestissimo. A nove anni ho cominciato a giocare nelle giovanili della Paif Italia Battipaglia. Allora era davvero una bella società, molto ben organizzata, un po’ come quelle del Nord. Non a caso raggiunse il traguardo della A1. Ebbene, nel 1991 ero titolare dell’Under 14, e con quella squadra vincemmo il campionato nazionale a Boario Terme. Erano gli anni del boom del volley italiano, grazie alla vittoria ai mondiali. Tutte le squadre di serie A erano a caccia di campioni in erba. Così ricevetti offerte dal Modena, dal Ravenna e dal Treviso. Non ancora quindicenne, feci le valigie e con il mio amico Cosimo Gallotta, che è di Oliveto Citra, mi trasferii in Veneto.

Come mai scelse Treviso?

La Sisley Treviso invitò la mia famiglia e quella di Cosimo a visitare le strutture sociali, il Centro Sportivo, gli alloggi dei giocatori. Ci innamorammo di Treviso e di come era organizzata la società, e così optammo per la Sisley. Non me ne sono mai pentito, e neppure Cosimo, visto che anche lui gioca in A1, a Parma. Mia moglie Marika è di Treviso, e abbiamo  casa lì.

A quattordici anni è dura lasciare i genitori, gli amici, la propria città…

Il primo periodo fu entusiasmante. Un po’ la novità della città, un po’ il fatto di essere lontani da casa e quindi più liberi da vincoli. Poi, però, cominciai a sentire la mancanza dei genitori e degli amici, ad avvertire tutta la difficoltà di dover affrontare da solo i problemi della scuola. Mi mancava l’affetto dei miei, il calore del Sud, anche il mare. Il clima del Nord è freddo: d’inverno - a differenza che a Battipaglia - fare una passeggiata è quasi impossibile, si vive chiusi in casa, e quindi quando veniva l’estate mi godevo due mesi nella mia città.

Tra il 94 e il ‘97 arrivano i primi successi.

Con la Sisley Treviso ho vinto i campionati nazionali Under 16, 18 e 20. Ma in una società così imbottita di campioni, conquistare la prima squadra era complicato. E così, per farmi le ossa, nella stagione 1997-1998 sono stato ceduto in prestito alla Com Cavi Multimedia Napoli, in A1.

L’anno dopo passa alla Caffè Motta Salerno, in A2, sempre con la formula del prestito.

Quella è stata un’esperienza bellissima per me. Giocare titolare in A2, ad appena vent’anni, mi ha fatto crescere molto. Era una squadra giovanissima, ricca di talenti. Per esempio c’era Simeonov, che ora è uno dei più forti attaccanti del campionato. Peccato che la società, che pure era organizzata bene, non avesse molto seguito in città. Così, ahimè, siamo retrocessi. D’altra parte era l’anno della Salernitana in serie A e tutta l’attenzione dei salernitani era rivolta al calcio.

Nel ’99 rientra a Treviso, in A1, e in due stagioni vince praticamente tutto.

In due anni vincemmo lo scudetto, la coppa Italia, la supercoppa europea e quella italiana. Ricordo in particolare la stagione 1999-2000. Il titolare nel ruolo di palleggiatore era Nicola Girbic, io ero secondo, ma quell’anno lui ebbe diversi problemi fisici, così io giocai moltissimo e mi tolsi parecchie soddisfazioni. La stagione successiva, invece, fu ingaggiato un grande campione come Fabio Vullo, e gli spazi per me si dimezzarono. Devo dire però che ho imparato tanto da lui, mi è servito per assimilare una grande esperienza visiva.

Nell’estate del 2001 viene acquistato dalla Yahoo Ferrara.

Volevo giocare da titolare e quindi la decisione di andare via da Treviso fu inevitabile. La società ferrarese e l’allenatore Prandi hanno scommesso su di me, e credo sia andata bene. Abbiamo raggiunto la semifinale dei play-off, il ct Anastasi mi ha convocato in nazionale e nel 2002 ho giocato la world league.

Quest’anno ci sono le Olimpiadi. Spera in una convocazione?

Francamente è poco probabile. L’attuale ct Gian Paolo Montali ha deciso di puntare sul gruppo che ha vinto gli europei. Comunque la speranza è l’ultima a morire, in agosto sono stato convocato agli allenamenti della nazionale e quindi non si sa mai…. E poi gli alzatori hanno una vita sportiva assai longeva, che dura quasi fino ai 40 anni di età, quindi ho ancora molte frecce nel mio arco.

Il fatto di militare in una squadra che è penultima in classifica non l’aiuta.

L’anno scorso abbiamo conquistato il 5° posto. Ora la squadra è completamente cambiata, dei “vecchi” siamo rimasti in tre. Speriamo di recuperare strada, il campionato è difficile ma è ancora lungo, e la società di Ferrara è solida.

Chi è il campione a cui si ispira?

Sicuramente Paolo Tofoli. Magari poter fare la sua carriera: ha vinto mondiali ed europei e a 37 anni sta ancora lottando per lo scudetto!

Intanto a settembre è convolato a nozze.

E ora io e Marika siamo in trepidante attesa di un bambino. Nascerà a giugno.

Com’è nel privato Dante Boninfante?

Sono un tipo molto tranquillo, forse anche troppo, e disponibile con tutti. Difetti? Sono un perfezionista e sono anche un po’ permaloso. Ho un cane labrador, adoro il cinema e i videogiochi, mi piace ascoltare i Pearl Jam e gli U2, e i miei piatti preferiti sono la carne alla griglia e le mozzarelle di bufala. Quando capito a Battipaglia, ne prendo sempre alcuni chili per me e per gli amici di Treviso e di Ferrara, che ne vanno matti.

Torna spesso a Battipaglia?

Ci sono stato durante le vacanze di Natale. La mia famiglia è tutta lì, i miei genitori, mio fratello Fabio e mia sorella Carmen, i miei zii, i miei cugini. Ho notato con piacere che negli ultimi anni la città è migliorata, sia sotto il profilo urbanistico sia per la qualità della vita che offre. Anche se, per un giovane, le opportunità di sfondare sono ancora inferiori rispetto al Nord.

Anche nello sport?

Purtroppo sì. E questo vale ancora di più per la pallavolo. La stagione d’oro di Salerno e Battipaglia nella serie A del volley è alle spalle, è finita. In provincia di Salerno la pallavolo continua solo grazie all’impegno e al sacrificio di pochi appassionati, senza sostegni né da parte degli imprenditori né delle istituzioni. Penso al gruppo di miei amici che ha costituito una società a Battipaglia che, partendo dalle promozioni, ora ha raggiunto la serie C. E’ chiaro che nel vuoto assoluto, non possono emergere nuovi talenti. Risultato? Io e Cosimo Gallotta siamo gli unici due salernitani che giocano in A1.

Dopo tanti anni al Nord, si sente ancora salernitano?

Sono orgoglioso di essere salernitano e meridionale. Le origini non si cancellano. La mia educazione e l’attaccamento alla famiglia sono valori importanti per me.

A proposito di Salerno, esprima un giudizio spassionato sui cambiamenti degli ultimi anni.

Salerno è cresciuta in modo straordinario e negli ultimi anni è stata abbellita tantissimo. Per organizzazione e qualità della vita, assomiglia ad alcune città del Nord. L’unico neo è lo stato di abbandono in cui versa la litoranea.

Parliamone.

La fascia costiera da Salerno a Battipaglia potrebbe essere sfruttata molto meglio. Se fosse ripulita e dotata di strutture adeguate, non avrebbe nulla da invidiare alla riviera romagnola e ne trarrebbe vantaggio tutta la città. E’ una zona dal potenziale elevato. Peccato!

 

(pubblicato su “La Città” di Salerno nel febbraio 2004)

 

 

 

 

Scheda biografica

 

Dante Boninfante nasce a Battipaglia (Sa) il 7 marzo del 1977. E’ alto 1.88 cm ed ha un peso forma di 90 chili. Ha iniziato a giocare pallavolo nelle giovanili della Battipaglia, come palleggiatore. Nel ’94 è stato ingaggiato dalla Sisley Treviso, dove ha fatto tutta la trafila delle giovanili, vincendo i campionati nazionali Under 16, Under 18 e Under 20. Ha debuttato in serie A1 nella stagione 1996-1997, nelle file della Sisley Treviso. L’anno dopo è andato in prestito alla Com Cavi Multimedia Napoli, sempre in A1. Nel 1998-1999 ha giocato come titolare nel Caffè Motta Salerno, in serie A2. Nel 1999 è rientrato alla Sisley Treviso e in due anni ha vinto una Supercoppa Europea (1999), una Coppa dei Campioni (2000), una Coppa Italia (2000), una Supercoppa Italiana (2000) e il suo primo Scudetto (2001). Dalla stagione 2001-2002 gioca come palleggiatore titolare a Ferrara, in serie A1. Con la squadra di Ferrara ha vinto una Supercoppa Italiana (2001) e l’anno scorso ha partecipato ai play-off. E’ entrato nel giro della nazionale A nel 2002. Con la nazionale B ha vinto la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo 2001.

Intervista a Bianca Pucciarelli Menna (Tomaso Binga), artista e poetessa

di Mario Avagliano

 

Una delle voci più interessanti dell'arte visuale e della poesia performativa e sonora internazionale è una donna salernitana che, curiosamente, ha un nome d’arte maschile: Tomaso Binga. Binga nel senso di Bianca, e Tomaso come l’adorato Filippo Marinetti. Si tratta di Bianca Pucciarelli Menna, moglie del critico d’arte Filiberto Menna. Animatrice dal 1974 dello spazio poliartistico "Lavatoio contumaciale", che ha avuto il merito, tra gli altri, di lanciare l’allora semisconosciuto Roberto Benigni, nel corso della sua lunga carriera Bianca Menna ha realizzato centinaia di quadri, video-poesie e audio-poesie, di chiara derivazione futurista e surrealista. Ha tra i suoi estimatori il grande semiologo e scrittore Umberto Eco e ha partecipato a decine di mostre e festival da Parigi a New York, da Madrid a Sydney, da Vienna a Rio de Janeiro, promuovendo iniziative di intersezione tra poeti e pittori. Intervistata da la Città, racconta i suoi anni salernitani e parla con affetto del marito Filiberto e del suocero Alfonso Menna, storico sindaco di Salerno.

La sua famiglia è salernitana?

Sì, mio padre Nicola Pucciarelli era ragioniere al Comune di Salerno, ed era un artista mancato. Mia madre Maria Bucciano era casalinga, e aveva una grande passione per la botanica. Erano genitori molto aperti e generosi.

Fu suo padre ad iniziarla al mondo dell’arte?

Mio padre da giovane era emigrato in America, dove era diventato un apprezzato decoratore di vetrate liberty. Tornò in Italia per sposare mia madre, ma proprio allora furono chiuse le frontiere. Così, per mantenere la famiglia, fu costretto a trovare un altro lavoro. Fu lui ad insegnarmi i primi rudimenti del disegno e soprattutto mi fece leggere i libri di Filippo Tomaso Marinetti, per il quale subii una vera e propria attrazione fatale che dura tuttora.

Com’era la Salerno della sua infanzia?

I miei ricordi d’infanzia sono legati a una Salerno che non c’è più, alla strada dove abitavo, via Pio XI, che all’epoca era una delle più belle della città, con le sue villette in stile liberty, i giardini, i fiori, gli alberi, il ruscelletto Rastafio. Poi negli anni Sessanta le villette furono abbattute e furono sostituite da casermoni. Ricordo che d’estate facevamo i bagni allo stabilimento I Elisa, dietro al Porto. Qualche volta andavamo in carrozza, e questo per noi ragazzi era un avvenimento eccezionale.

Poi la giovane Bianca approdò sui banchi del Liceo…

Al Tasso. Sono stati anni molto divertenti. Organizzavamo festicciole in casa, uscivamo insieme. Salerno allora era una città accogliente, amichevole, anche abbastanza aperta.

E dopo la maturità, che accadde nella sua vita?

Mio padre mi convinse a prendere anche la licenza magistrale e così andai ad insegnare prima a Roma, poi in alcune scuole elementari della provincia di Salerno (a Petito, a Montesano), e infine di nuovo nella capitale.

Dove conobbe Filiberto Menna…

Per la verità ci conoscevamo già. Lui da ragazzo bazzicava dalle mie parti, perché aveva degli amici cari che abitavano nel mio palazzo. Però, è vero, l’occasione di rivederci si presentò proprio a Roma. Ci incontrammo per caso a Piazza di Spagna. All’inizio eravamo soltanto amici, poi dopo qualche anno ci fidanzammo e nel 1959 convolammo a nozze.

Che tipo era Filiberto Menna?

Allora Filiberto non era ancora un critico d’arte. Era laureato in medicina, ma non esercitava la professione e lavorava presso l’Alto Commissariato della Sanità a Roma. Rimasi colpita dalla sua grande cultura letteraria, filosofica e artistica. Andavamo in giro per mostre, per musei. Era una persona coltissima, ma anche molto semplice, ironica, giocosa. Il nostro rapporto si sviluppò proprio su questo versante, visto che anche io - caratterialmente - amo il gioco. L’altra cosa che mi piaceva di lui, era la dolcezza, l’affettuosità, sia con me che con la sua famiglia, in particolare con la madre.

E con il padre Alfonso, che allora era sindaco di Salerno, che rapporti aveva?

Il padre era assai rigido, era severo con tutti, forse anche per l’abitudine che aveva al comando, ma amava moltissimo Filiberto e lui lo ricambiava. Tutto ciò, nonostante che tra di loro vi fossero profonde diversità di opinione, sia politiche che artistiche.

Lei ha conosciuto Alfonso Menna nel privato. Un giudizio spassionato?

Era un uomo dell’Ottocento, e quindi un po’ all’antica, per esempio aborriva i pantaloni e le minigonne alle donne. Però aveva grandi qualità. Lui viveva per Salerno, era il suo  primo pensiero. Aiutava tutti, era vicino a tutti, e infatti era votato sia da quelli di destra che da quelli di sinistra. E poi era un uomo onestissimo. Negli ultimi anni della sua esistenza, viveva solo con la sua pensione, non aveva un centesimo in banca.

C’è anche chi ha criticato il suo modo di amministrare.

Avrà fatto anche lui degli errori, ma ha sempre dimostrato nei fatti un fortissimo impegno per la sua città. Ricordo che una volta chiese a Filiberto di fare una passeggiata al porto. Era agosto, l’orologio segnava quasi la mezzanotte. Quando lo accompagnammo lì, ci rendemmo conto che in realtà non voleva fare una passeggiata, ma voleva controllare se gli operai erano al lavoro. Ecco, Alfonso Menna era fatto così…

Proprio in quegli anni suo marito Filiberto passava dalla medicina all’arte…

Frequentando le gallerie e le mostre, Filiberto si appassionò di più all’arte che al suo lavoro. Dopo aver conseguito la Libera Docenza in Storia dell’arte Moderna e Contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma, nel 1960 cominciò a scrivere come critico d’arte sul Mattino e poi su “Paese Sera” dove, caso abbastanza raro nei quotidiani italiani, curò una pagina interamente dedicata all’arte. Intorno al 1965-1966 fu chiamato a tenere lezioni all’Università di Salerno, alla Facoltà di Magistero. Poi nel ’72 fu nominato professore straordinario e nel ’75 professore ordinario.

Gli anni Settanta furono un periodo straordinario per Salerno. Achille Bonito Oliva sostiene che “l’attuale rinascimento salernitano è dovuto a una classe politica che si è formata in quel clima culturale, animato da Filiberto Menna”.

Non so dire se la sua analisi è giusta, certo è che Salerno negli anni Settanta era una città ricca di fermenti e la sua Università aveva un corpo docente eccezionale, grazie alla presenza di intellettuali come Edoardo Sanguineti, Giacomo Marramao, Gabriele De Rosa, lo stesso Achille Bonito Oliva, Pino Cantillo, Angelo Trimarco, Rino Mele. L’arte e la letteratura d’avanguardia erano di casa a Salerno, e lo dimostrava il pubblico che affollava le mostre, le rassegne teatrali e cinematografiche organizzate da mio marito Filiberto, da Bartolucci e da altri ancora.

A proposito di Bonito Oliva, vi frequentate ancora?

Achille ha mangiato e dormito a casa nostra. Per me e Filiberto è stato quasi un figlio e ha ricambiato sempre il nostro affetto. E’ una personalità di alto livello della critica d’arte italiana, veramente geniale.

Un altro dei “discepoli” di Filiberto Menna è stato Angelo Trimarco.

Angelo è un altro grosso personaggio. Pensi che aveva una tale stima nei confronti di Filiberto, che penso sia l’unico dei suoi allievi prediletti che non è mai riuscito a dargli del “tu”. Credo che abbia dato molto e continui a dare molto alla cultura salernitana.

In quegli stessi anni, a Roma, precisamente nel 1970, lei iniziava la sua carriera artistica, con lo pseudonimo di Tomaso Binga. Come mai scelse un nome d’arte maschile?

Eravamo nel 1970, negli anni del femminismo. Scelsi questo nome un po’ per gioco, un po’ perché volevo ribellarmi al privilegio maschile nel campo dell'arte. L'artista non è un uomo o una donna ma una persona. Una mia dichiarazione di poetica, esplicativa del mio lavoro di quegli anni, così declamava: "Non sono un uomo/Non sono una poetessa/Scrivo ma non so leggere/Il mio corpo è anche il corpo della parola". Ed ancora: "Contro il costume che attribuisce un significato maschile al lavoro dell'artista, io sono una cartuccia e va…sparata ! Ricordo che urlavo i miei versi attraverso un megafono.

Qual è stato il suo percorso artistico?

Ho iniziato a lavorare sulla visualità della scrittura, con una sorta di scrittura iconica. Installavo nei vuoti sagomati dei contenitori di polistirolo una serie di figure come presenze sceniche ammiccanti. La mia è stata una ricerca continua sulla pratica dell'arte come scrittura. E infatti ho attraversato l’arte figurativa e il teatro, fino a trovare nella poesia viva e nella performance il luogo d'espressione naturale della mia creatività. Nella poesia sonora, infatti, la parola scritta trova una carica nuova, si arricchisce dell'energia corporea e così la parola orale stabilisce un tramite energetico più diretto ed immediato tra il testo ed il fruitore.

In che cosa consistono le sue performance?

Gli ingredienti delle mie poesie performative sono il grottesco, il dissacrante, il non sense, il luogo comune, la filastrocca popolare, ma anche il sonoro più stereotipato del mondo tecnologico. Quando mi esibisco, mi trasformo, divento aggressiva, ironica, graffiante.

Lei è anche un’instancabile organizzatrice di eventi culturali, con la sua Associazione Lavatoio Contumaciale.

Sono ormai trenta anni che organizziamo spettacoli a Roma. L’associazione nacque infatti nel 1974. Ricordo che ero alla ricerca di una sede e mi imbattei in un locale con una bella targa di ferro smaltato. I caratteri azzurri, su fondo bianco, lo qualificavano come “Lavatoio Contumaciale”. Lavatoio a distanza, quindi, dove venivano lavati e bolliti i panni delle malattie infettive. Mi sembrò doveroso, giusto ed emblematico chiamare la l’associazione con quel nome, per lavare e bollire idee infette o passatiste, a marinettiana memoria. Da allora da noi è passato tutto il teatro d’avanguardia. Anche Roberto Benigni.

Benigni?

Allora era gli inizi. Lo vedemmo in un locale, ci colpì e allora lo invitammo ad esibirsi al Lavatoio. Chi veniva da noi, non era pagato. Fu una serata fulminante. Ma Roberto era talmente messo male, che organizzammo una colletta tra i presenti. Ricordo che racimolammo 30 mila lire e lui fu felice di aver preso questa cifra inaspettata e uscì tutto sorridente dalla sala.

Siete rimasti in contatto?

Per un periodo ci siamo anche frequentati. E pensare che quando lo vidi la prima volta, mi fece l’impressione del folle del paese. Era abbastanza sconcertante per i gesti e per le cose che diceva!

Filiberto Menna è morto nel 1988. Come ha vissuto questo dolore?

Mi è mancato moltissimo. Per fortuna, nonostante la mia apparente fragilità, ho una grande forza interiore. Non ho voluto abbandonare le cose che facevamo insieme, ho mantenuto fede a tutto ciò che ci accomunava. E così l’arte mi ha aiutato a continuare. Così come mi è stato di conforto anche l’appoggio del padre di Filiberto.

Lei è stata accanto ad Alfonso Menna anche negli ultimi anni.

All’inizio il nostro rapporto era formale, a causa della grande soggezione che provavo nei suoi confronti. Poi, vivendoci assieme, è diventato di grande affetto. Dopo la morte di Filiberto e la successiva scomparsa della moglie, passavo quasi tutte le vacanze con lui, anche al suo paese natale, a Domicella, in Irpinia.

Nel 1989 ha fondato a Salerno la Fondazione Filiberto Menna, che ha iniziato la sua attività nel 1994 e celebra quest’anno dieci anni di vita.

Le difficoltà furono enormi, nonostante la disponibilità del Comune. La burocrazia, i problemi di trovare una sede, i fondi… Stavo per rinunciare, tanto mi ero scoraggiata. Devo dire che se non fosse stato per il padre di Filiberto, forse mi sarei arresa.

Che iniziative avete in programma nel 2004?

La Fondazione ha partecipato alla realizzazione della mostra Global Warhol, promossa dal Comune di Salerno e curata da Achille Bonito Oliva, occupandosi del coordinamento e della cura delle attività e dei servizi didattici che hanno preparato l'evento e che lo accompagneranno nel corso dei prossimi mesi.

 

(pubblicata su “La Città” di Salerno nel gennaio 2004)

 

 

 

Scheda biografica

 

Bianca Pucciarelli Menna è nata a Salerno “nel secolo scorso”, come ama dire lei. Vive e lavora a Roma. Ha insegnato presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone e si occupa da quasi trent’anni di scrittura verbo-visiva e di poesia-sonora. Performer ed organizzatrice culturale, collabora con il MUSIS dell’Università “La Sapienza” di Roma, dal 1992 è vicepresidente della "Fondazione Filiberto Menna" di Salerno e dal 1974 dirige l’Associazione Culturale "Lavatoio Contumaciale" di Roma.

Ha iniziato la sua attività nel 1970, nell’ambito della poesia visiva, assumendo il nome d’arte di Tomaso Binga, per sottolineare in modo ironico e provocatorio il privilegio maschile nel campo dell’arte. Ha partecipato alla Biennale di Venezia (1978); XVI Biennale di San Paolo di Brasile (1981); XI Quadriennale di Roma (1986); III Festival di Polipoesia di Barcellona (1995); Festival Internazionale d’Art Vivant “Polisonnerys” di Lione (2000); 49° Biennale di Venezia (2001). E’ presente nei Musei Civici di Termoli; Marsala; Mantova; Paestum; Museo Pecci, Prato; GCAM, Spoleto; Biblioteche Com.li di Firenze; Torino; Fiuggi; Alessandria; Cassino; Aprilia; Latina; Archivi: Menna/Binga, Roma; CDRAV Roma; Bologna; Milano; Firenze; Parigi.

La sua sperimentazione è stata rivolta anche all’area di ricerca della poesia sonora. Membro del gruppo "Baobab", ha partecipato con performances a molte manifestazioni e anche a letture in cui ha utilizzato i testi scritti, elaborati appositamente per la lettura a voce, come base per l’intervento poetico.

È autrice di: E non uscire di casa, Macerata 1977; Abecedario, Roma 1977; Poesia S.P.A., Roma 1981; Il Corriere delle Signore, Udine 1981; Storie di fuoco, Roma 1984;  Sono stanca a più non posso, Roma 1987;  IN dovina cos’È, Alatri 1987;  Rimerotiche, Roma 1992; vorrei ESSERE un VIGILE urbano, Pescara s.d.; AUTORI - tratto a scatto...!!, Roma 2000; Come Cometa, poesia in contumacia di T. Binga e Vito Riviello, Roma 2003.

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