Il dopoguerra anticipato del Sud: quando il popolo scrive la Storia

di Pasquale Chessa

Furono tante le guerre che si combatterono in Italia dopo la caduta del fascismo: fra guerra civile e di liberazione, partigiana o di classe, c'è chi ne ha contate almeno sette, insieme a quella mondiale. Di conseguenza non ci fu un solo dopoguerra. Il primo è "scoppiato" almeno due anni prima del 1945, con lo sbarco degli Alleati in Sicilia. Un'asimmetria tutta italiana che rimanda alla frattura geografica e antropologica fra Nord e Sud, per lungo tempo trascurata dalla storiografia, che ha lasciato tracce indelebili non solo nella storia politica ma anche nella mentalità di tutta la nazione.
 
LA RICERCA
Tracce ancora leggibili, come possiamo constatare seguendo la ricostruzione di Mario Avagliano e Marco Palmieri, frutto di una ricerca del tutto inedita sui modi affatto peculiari messi in atto dall'Italia postfascista per uscire dalla Seconda guerra mondiale. Paisà, sciuscià e segnorine. Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile (Il Mulino) infatti, non è solo un libro di storia ma piuttosto un racconto di storie che si ramificano nel tempo e nello spazio della geografia. Con una polifonia di voci, che promuove le memorie popolari a fonte storiografica, insieme alle testimonianze giornalistiche e letterarie, compresi romanzi e Sofia Loren nel film del 1960 "La Ciociara" di Vittorio De Sica, dal romanzo di Alberto Moravia film, Avagliano e Palmieri riescono a farci entrare nel vissuto della storia colta nel momento in cui si radica nei comportamenti collettivi. Sapiente è l'equilibrio fra la grande storia, dalla caduta del fascismo alla liberazione di Roma, e i suoi riflessi sul sentimento popolare, dalle "segnorine" che si prostituiscono per salvarsi dalla fame, alle rivolte contadine e ai moti del pane.
 
LA DEFINIZIONE
È stato Enzo Forcella, giornalista politico di primo rango del secondo Novecento, molto sensibile al vissuto collettivo del Paese, a coniare l'innovativa definizione di "altro dopoguerra" in un libro del 1976. Fu infatti un periodo eccezionale, una specie di laboratorio storico-politico, spesso funestato da forme feroci di repressione militare come risposta alle inevitabili rivolte popolari. A Canicattì, il 14 luglio, due giorni dopo la strage perpetrata dai tedeschi in ritirata, gli americani fucilarono almeno una ventina di civili arrestati per aver rubato del sapone... Nella Guida del soldato, la Sicilia è descritta come «un buco infernale [...]abitato da gente troppo povera per andarsene o troppo ignorante per sapere che esistono posti migliori».
 
LA TRAGEDIA
Il romanzo di Alberto Moravia, La ciociara, che Vittorio De Sica tradusse in un film toccante magistralmente interpreto da Sofia Loren, trova la sua ispirazione originaria nella tragedia che travolse la Ciociaria invasa dalle truppe marocchine sbarcate a Napoli nel novembre del 1943 con licenza di saccheggio, fino allo stupro. «1 napoletani non sanno più chi odiare» scriveva Leo Longanesi. Eppure quei due anni «vissuti sotto l'occupazione alleata - riconoscono Avagliano e Palmieri - consolidano il mito della potenza americana collocando definitivamente e stabilmente l'Italia del dopoguerra nella sfera americana e occidentale, nel nuovo scenario della guerra fredda contro la sfera sovietica e comunista».
 
(Il Messaggero, 4 dicembre 2021)

 

Il 7 dicembre presentazione a Roma di "Paisà, sciuscià e segnorine"

Martedì 7 dicembre, alle ore 17.00, presso la sede e sul canale Facebook della Biblioteca di storia moderna e contemporanea, in collaborazione con ANPI, INSMLI e IRSIFAR, sarà presentato il volume Paisà, sciuscià e segnorine. Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile di Mario Avagliano e Marco Palmieri. (Il Mulino, 2021). Intervengono: Anna Balzarro, Isabella Insolvibile, Giancarlo Governi,  Gianfranco Pagliarulo. Coordina: Maria Corbi. Saranno presenti gli autori.

È stato chiamato «l'altro dopoguerra» il periodo vissuto dall'Italia meridionale e Roma tra il luglio del 1943, quando gli alleati sbarcano in Sicilia, e il maggio del 1945, quando la guerra finisce. Un lungo periodo, segnato dal procedere lento della linea del fronte verso nord, con combattimenti accaniti, violenze, stragi tedesche e alleate e atti di resistenza, spesso misconosciuti (non solo la battaglia per la difesa di Roma e le Quattro giornate di Napoli). Ma anche un vitale, caotico, difficile ritorno alla pace e alla libertà, con il primo confronto con la democrazia dopo il ventennio fascista. I problemi economici e sociali sono aggravati dall’atteggiamento dei militari alleati, intorno ai quali, come avviene ad esempio a Napoli e a Roma, proliferano fenomeni come segnorine, sciuscià e traffici del mercato nero che portano a un certo decadimento dei costumi morali. Esaurita l’euforia della libertà riconquistata ed emersa la consapevolezza del carattere illusorio dell’aspettativa che l’arrivo degli anglo-americani, simbolizzato dal pane bianco, dalle caramelle e dalle chewing-gum, porti miracolosamente alla fine della miseria, le truppe “salvatrici” nella penisola diventano sempre meno gradite. La presenza degli alleati, il ritorno dei partiti, delle radio, della stampa libera, la voglia di normalità e di divertimento, la rinascita del cinema e del teatro, con Anna Magnani, Totò, i fratelli de Filippo, De Sica e Rossellini, e poi la fame, il banditismo, le marocchinate, la criminalità. Attingendo a lettere, diari, corrispondenza censurata, relazioni delle autorità italiane e alleate, giornali, canzoni, film, il libro compone un racconto corale, curioso e inedito di quell'Italia del dopoguerra.


Mario Avagliano
è un giornalista e storico, collabora alle pagine culturali de “Il Messaggero” e de “Il Mattino”. E’ autore di numerosi saggi su fascismo, seconda guerra mondiale, deportazioni e dopoguerra.

Marco Palmieri è giornalista e storico, ha lavorato per diverse testate e ha pubblicato numerosi saggi sulla deportazione, la resistenza e il dopoguerra.

 

Anna Balzarro è direttrice dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza (IRSIFAR) 

Maria Corbi è una giornalista, inviata de La Stampa.

Giancarlo Governi è un autore televisivo, sceneggiatore e scrittore.

Isabella Insolvibile è una storica specializzata nella Resistenza italiana.

Gianfranco Pagliarulo è presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI)                                                            

Patrizia Rusciani è direttrice Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea.



Diretta sul canale FB della Biblioteca
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E nei giorni successivi sul canale youtube della Biblioteca

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In libreria "Paisà, sciuscià e segnorine"

È stato chiamato «l’altro dopoguerra» il periodo vissuto dall’Italia meridionale e Roma tra il luglio del 1943, quando gli alleati sbarcano in Sicilia, e il maggio del 1945, quando la guerra finisce. Un lungo periodo, segnato dal procedere lento della linea del fronte verso nord, con combattimenti accaniti, violenze, atti di resistenza. Ma anche un vitale, caotico, difficile ritorno alla pace e alla libertà. La presenza ingombrante degli alleati, il ritorno dei partiti, delle radio, della stampa libera, la voglia di normalità e di divertimento, e poi la fame, la prostituzione, il banditismo, le marocchinate, la criminalità. Attingendo a lettere, diari, corrispondenza censurata, relazioni delle autorità italiane e alleate, giornali, canzoni, film, il nuovo lavoro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, "Paisà, sciuscià e segnorine. Il sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile", appena uscito in tutte le librerie per i tipi del Mulino, compone un racconto corale, colorato, curioso e in tanti dettagli inedito di quell’Italia che per prima si affacciava al dopoguerra.

"La forza di questo libro è la ricchezza di frammenti di storie individuali che catturano e avvincono, ricostruendo in presa diretta la vita del Mezzogiorno e del Centro Italia dopo la liberazione” (Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 22 ottobre 2021).

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Totò contro i nazifascisti. La recensione del Corriere della Sera di "Paisà, sciuscià e segnorine"

di Aldo Cazzullo

«Il Mezzogiorno non esisteva per noi. Io, da “nordista”, pensavo che nell’esperienza settentrionale ci fossero dei valori specifici superiori. Era una stupidaggine». Vittorio Foa, uno dei padri della Repubblica, a distanza di anni sintetizzava così il vuoto di memoria delle vicende dell’Italia meridionale già liberata, tra il 1943 e il 1945, mentre al Nord ancora si combatteva la Resistenza. C’è infatti uno spartiacque meno considerato che segna la storia d’Italia nella tragedia fascista e della guerra, cioè lo sbarco degli Alleati in Sicilia, nel luglio del 1943. A partire da quel momento, con la progressiva avanzata degli angloamericani nelle regioni meridionali, fino alla liberazione di Roma nel giugno del 1944, per una parte di italiani inizia quello che è stato definito un “dopoguerra anticipato”. Di cui però si ha poca conoscenza, se non per alcuni eventi come le Quattro giornate di Napoli.

In quella pagina di storia c’è molto altro, come racconta Paisà, sciuscià e segnorine. Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile (Il Mulino), il nuovo libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri. Scontri violenti, bombardamenti, stragi, rappresaglie, stupri (tra cui le cosiddette marocchinate), rastrellamenti, saccheggi e sfollamenti accompagnano la ritirata tedesca e la liberazione da parte degli Alleati, la cui presenza sul territorio e la convivenza forzata con la popolazione civile non sempre è pacifica e gioiosa.

La fame, le macerie e la disperazione – di cui si è nutrita la fervida stagione del cinema realista, lasciandocene nitida testimonianza in film come Paisà di Roberto Rossellini e Sciuscià di Vittorio De Sica – scandiscono la vita quotidiana. Mancano alloggi e trasporti, il caro-vita è aggravato dalla robusta emissione di am-lire e il mercato nero e la disoccupazione dilagano, mentre molte famiglie soffrono la mancanza dei reduci. «Mi piacerebbe venire a trovarti – si legge in una lettera da Crispiano (Taranto) del 15 settembre – ma come faccio? Non posso uscire perché non ho scarpe. Sono andato a Taranto con le scarpe di mio cugino. Lavoro giorno e notte ma non sono riuscito a comprare un paio di scarpe perché devo aiutare in famiglia». Una disperazione diffusa, che alimenta tensioni sociali, recrudescenze criminali e fenomeni di delinquenza minorile e di prostituzione.

Ma ci sono anche i primi sprazzi di libertà e di democrazia, la ripresa del dibattito politico e sindacale: in tutte le regioni del Sud i partiti dell’epoca pre-fascista e quelli nuovi iniziano a riorganizzarsi, aprendo sezioni nel territorio e tenendo affollati comizi nelle piazze. C’è voglia di tornare alla vita dopo il buio della dittatura e della guerra e un carico di speranze e aspettative – non tutte mantenute e non tutte a buon mercato – connesse all’arrivo degli americani con il loro pane bianco, cibo in scatola, caramelle, chewing-gum, gli occhiali Ray-ban, le jeep, il jazz e i ritmi e i balli sfrenati. Una presenza questa, che col passare dei mesi sarà sempre più ingombrante e accompagnata da degrado morale, sociale e anche economico per il loro ruolo di conquistatori-occupanti. «Quante ragazze – si legge in una lettera segnalata dalla censura militare nella relazione del gennaio 1945 – si stanno sposando con gli americani. Sono tutte donne illuse di andare in America non appena finisce la guerra, ma non pensano che verranno lasciate in abbandono. E poi cosa faranno? Ormai non c’è più la donna italiana ma bensì la madama o la Miss». Ed è anche il Sud della protesta del «non si parte», contro i richiami alla leva, e delle lotte contadine, in qualche caso con la costituzione di effimere repubbliche. 

Mario Avagliano e Marco Palmieri compiono una lunga e meticolosa ricostruzione storica, attraverso una pluralità di fonti coeve (lettere, diari, corrispondenza censurata, relazioni delle autorità italiane e alleate, giornali, canzoni, film). Il nuovo libro della coppia di storici, che con questo metodo ha indagato innumerevoli pagine del periodo a cavallo tra fascismo, guerra e dopoguerra, è un racconto corale in cui le vicende istituzionali e militari – che sono più note – restano sullo sfondo, mentre viene ricostruito dettagliatamente quel clima che Curzio Malaparte in Kaputt esemplifica così nella frase citata nella quarta di copertina del volume: «Tutti fuggivano la disperazione, la miserabile e meravigliosa disperazione della guerra perduta, tutti correvano incontro alla speranza della fame finita, della paura finita, della guerra finita, incontro alla miserabile e meravigliosa speranza della guerra perduta. Tutti fuggivano l’Italia, andavano incontro all’Italia».

La forza di questo libro è la ricchezza di frammenti di storie individuali che catturano e avvincono, ricostruendo in presa diretta la vita del Mezzogiorno e del Centro Italia dopo la liberazione e dimostrando come al Sud la transizione dal fascismo alla democrazia sia avvenuta in anticipo, anche se con modalità assai differenti rispetto all’Italia settentrionale. Roma e il Sud sotto il controllo degli Alleati sono infatti un laboratorio della democrazia dopo il Ventennio fascista, con un percorso di discontinuità rispetto al passato, con un primo abbozzo di Resistenza, sia attraverso i tanti militari che dopo l’armistizio rifiu­tano di consegnare le armi ai tedeschi e ingaggiano furioso combattimenti contro la Wehrmacht, sia attraverso i vari episodi di resistenza spontanea e popolare o la costituzione di bande partigiane, soprattutto in Campania e in Abruzzo, ribaltando l’opinione comune che la Resistenza sia stata appannaggio solo del Nord dell’Italia.

Sullo sfondo – ma vera protagonista del libro di Avagliano e Palmieri – c’è la popolazione che ha voglia di ricominciare a vivere, di divertirsi, di sperimentare la libertà e così la fine della dittatura e della guerra portano con sé il fiorire dei dibattiti politici e culturali, le radio libere, i nuovi giornali (nascono in questo periodo Radio Bari e Radio Napoli, l’Ansa, la Rai, periodici come «Rinascita», «Noi donne», «Mercurio» e «l’Uomo Qualunque»), le canzoni, la riapertura dei ristoranti e dei teatri, i cinema e i teatri gremiti di spettatori, che convivono con fenomeni come gli sciuscià, le segnorine, il banditismo, le mafie.

Straordinario l’ultimo capitolo del libro che racconta la rinascita della cultura, del cinema, del teatro e dell’informazione nel Mezzogiorno e a Roma. Nella capitale occupata dai tedeschi Totò e Anna Magnani, con un coraggio che rasenta l'incoscienza, non perdono occasione ad ogni replica di strizzare l’occhio al pubblico con allusioni e battute a doppio senso, che si riferiscono alla situazione politica, alla Rsi e ai tedeschi. Ad esempio rappresentando il pastore Aligi ne II figlio di Jorio, una parodia del testo dannunziano scritta da Eduardo Scarpetta, Totò si scatena letteralmente ripetendo in tono implorante alla soubrette «Vieni avanti! Vieni avanti! E vieni avanti!», riferendosi chiaramente agli Americani sbarcati ad Anzio, che non si decidano ad avanzare verso Roma.

La sera del 2 maggio 1944, Totò, che è appena rientrato a casa con la bicicletta, riceve una telefonata: una voce anonima gli comunica che è in partenza a suo nome un telegramma di convocazione al comando di polizia e che è stato già firmato un mandato di cattura da eseguirsi il giorno dopo per lui, Eduardo e Peppino De Filippo. Totò abbassa il ricevitore ed esce subito di casa, inforca di nuovo la bicicletta e di corsa si reca al Teatro Eliseo, dove i tre fratelli De Filippo stanno recitando nel Berretto a sonagli di Pirandello, per avvertirli che i fascisti hanno preparato una lista di persone da deportare, nella quale ci sono anche i loro nomi.

Quella stessa sera Totò assieme a Diana e alla piccola Liliana va a nascondersi fuori Roma, per ripresentarsi solo dopo l’arrivo degli Alleati nella capitale, dove ripropone con la stessa compagnia, la stessa coprotagonista Anna Magnani e lo stesso regista Michele Galdieri, una nuova rivista, Con un palmo di naso, al Teatro Valle, il 26 giugno 1944. Nello spettacolo un pirotecnico Totò veste i panni di Mussolini e viene sbeffeggiato dalla Magnani (nei panni di Salomè, ovvero dell’intera Italia) sulle note di Ciccio Formaggio, la popolarissima canzone di Nino Taranto. Strepitosa anche la sua caricatura di Hitler, sul tema di Lili Marleen.

Corriere della Sera, 22 ottobre 2021

Candido Manca, lo "stradino" martire delle Ardeatine

Fra i martiri delle Fosse Ardeatine figura anche un dipendente dell’Anas, allora AASS, il sardo Candido Manca. La sua figura è ricordata nel bel libro di Mario Avagliano, “Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945”, pubblicato da Einaudi, una storia della Resistenza, della deportazione e dell’internamento militare attraverso gli scritti dei protagonisti.

Nato a Dolianova (Cagliari) il 31 gennaio 1907, Manca nel '25 si arruolò volontario nei carabinieri. Prestò servizio a Roma, e dopo tre anni di ferma fu congedato. Rimasto nella capitale, ottenne il diploma di ragioniere e fu assunto nell'Azienda Autonoma Statale della Strada (AASS, poi ANAS). Fu richiamato alle armi una prima volta nel '35, per un anno, e di nuovo nel '39 per alcuni mesi e poi nel '40, con il grado di vicebrigadiere, sempre rimanendo in servizio presso la AASS. Nel '43 era brigadiere, nella compagnia squadre reali e presidenziali di Roma. Dopo l'8 settembre, riuscì a sfuggire ai tedeschi che avevano occupato le caserme. Insieme ad altri 30 carabinieri sbandati che aveva raccolto con sé, entrò nella banda "Caruso", che faceva parte del Fronte Militare Clandestino di Montezemolo, svolgendo azioni militari e raccogliendo informazioni utili al movimento partigiano e agli Alleati. Fu catturato dalla Gestapo il 10 dicembre del '43, insieme al tenente dei carabinieri Romeo Rodriguez Pereira e al capitano dei carabinieri Genserico Fontana, mentre si stava recando da un contabile che procurava denaro ai partigiani. Rinchiuso nel carcere di via Tasso, subì più volte la tortura, ma non rivelò i nomi dei compagni. Fu fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del '44. Nel dopoguerra gli fu assegnata la medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Una lapide lo ricorda a via Chiana a Roma.

 

 

«I bisogni dobbiamo farli nella cella stessa in un recipiente chiamato bugliolo»

 

di Candido Manca

 

[Roma, carcere di via Tasso] 3.1.1944

 

Bolò mia cara,

ho ricevuto tutti i pacchi, il penultimo conteneva il Mom, di quest'ultimo fammi il piacere di mandarmene ancora, vedi di trovare i barattoli che credo sia migliore. Vuoi sapere come passo i giorni? Puoi immaginarlo, in una cella di metri quadrati 4 e 25 cm. mezza internata con una finestra munita di inferriata, ramata a vetri, semibuia. Come vitto ci danno due pagnotelle, caffè la mattina e appena un pasto di minestra alle 12. Nella cella siamo in quattro e dormiamo sul pagliericcio con due coperte a testa, i bisogni dobbiamo farli nella cella stessa in un recipiente chiamato "bugliolo"; sono sicuro che la faccenda dell'evacuazione davanti agli altri ti faccia sorridere sapendo quanto io ero suscettibile a tale funzione. Per riuscirci la parola d'ordine è «faccia al muro»... viene aperta la finestra e appena finito si apre lo sportellino della porta, il perché lo puoi immaginare. La salute è ottima, il raffreddore è quasi scomparso. Con la venuta del quarto abbiamo avuto la sorpresa dei pidocchi. Fattolo sapere al comandante questi ci ha fatto fare il bagno e disinfettare i vestiti al vapore. Dirti le peripezie non basterebbe un quaderno, ne abbiamo passato delle belle e delle brutte. Che vuoi fare ci abbiamo riso sopra. Ti avevo detto di mandarmi roba da mangiare di meno perché tesoro mio vedo che la mia permanenza qui sembra che duri e non vorrei dar fondo a quel poco che abbiamo messo da parte (puoi mandarmi della verdura al posto della carne che nutro desiderio). Quanto vi desidero! Dei giorni sono tanto triste per questo motivo. Per tutto il resto tengo alto il morale data la mia innocenza. Hai fatto bene di essere stata da Ciccillo per il primo dell'anno, così ti sei un pò divagata. Quanta tenerezza mi dai quando mi parli dei bambini, sento di adorarli in un modo tale che spesse volte anzi sempre a me e ai miei compagni di cella ci escono le lacrime. Hai fatto male di non aver allestito l'albero di Natale. Perché hai privato gli angioletti nostri di quella contentezza. Ad ogni modo spero che a Mariella per il suo compleanno avrai comprato qualche bel giocattolo e pure a Giancarlo. Come stai in salute? Mi auguro bene. Mandami cento lire specie da dieci e da cinque. Quella somma che avevo addosso è qui in deposito e la daranno quando uscirò oppure alla famiglia se fornita dell'autorizzazione del Comando Tedesco "albergo Flora". Fammi pervenire il libro di italiano "da Dante al Pascoli" che deve essere sulla ghiacciaia, la copertina è color marrone. Comprami un piccolo dizionario italiano-tedesco, bada deve essere tascabile e deve contenere anche come si pronunziano le parole. Stai attenta a fianco della parola tradotta deve esserci anche come deve leggersi. Al porta pranzo ti sei dimenticata di mettere la guarnizione cosa che ha permesso al signor sugo di uscire. Non ti faccio gli auguri per il nuovo anno ti dico soltanto che questo dovrà apportarci la felicità e la salute, altro non chiedo a Iddio. Ti abbraccio e ti bacio caramente assieme ai bambini tuo per sempre

Candido

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Raffaele Zicconi, l’Icaro siciliano che sognava la libertà e morì alle Fosse Ardeatine

di Mario Avagliano

«Qui non siamo volgari delinquenti, ma detenuti politici (...) Dopo ben 17 giorni di segregazione cellulare, murato vivo in una stanza, solo, maltrattato in maniera eccessiva, adesso che rivedo la luce sono risuscitato. Le botte, la fame, la mancanza d’aria, mi avevano prodotto un poco di nevrosi cardiaca, dalla quale mi vado rimettendo(…) Ormai sono fermamente convinto che il peggio è passato. Se dopo la condanna vorranno portarmi via da Roma, si vedrà il da farsi».

Febbraio 1944, carcere di Regina Coeli, terzo braccio: quello gestito direttamente dalle SS tedesche. La luce filtra a quadretti tra le sbarre della cella 367, dove Raffaele Zicconi, classe 1911, partigiano del Partito d’Azione, con un mozzicone di matita scrive a casa una lettera clandestina. Lino è siciliano, originario di Sommatino (Caltanissetta), ma risiede da anni a Roma, dove nel ‘41 ha sposato Ester Aragona, nata nel 1916 a Cosenza, nipote dello scienziato Alfonso Splendore, che nel 1908 aveva scoperto la toxoplasmosi all’università di Rio de Janeiro. Ha un figlio piccolo, Renzo, di appena due anni, e un’altra figlia in arrivo (Simonetta), anche se non farà in tempo a saperlo, finendo ucciso dai tedeschi nella strage delle Fosse Ardeatine.

La storia di Zicconi è riemersa dal buio della Storia grazie al nipote Massimo Ciancaglini, che ha amorevolmente raccolto le lettere e i biglietti del nonno da Regina Coeli, conservati negli archivi di famiglia, li ha trascritti e li ha pubblicati su un blog: La Vita e la Resistenza a Roma.

Lino lavora come impiegato alle Poste. Non molto alto, come tutti i maschi di famiglia, è bruno di carnagione, ha baffi ben curati, capelli ondulati scuri impomatati con la brillantina, è elegante nei modi e nell’abbigliamento (nelle missive dal carcere fa cenno più di una volta al suo smoking). Gran fumatore, ha una collezione di bocchini per le sigarette. Personalità forte la sua, a tratti irascibile, ma condita di intelligenza e di romanticismo, come testimoniano le lettere d’amore alla futura moglie Ester scritte tra il ‘39 e il ‘41.

Dopo il matrimonio, è andato a vivere con i suoceri in un grande appartamento al terzo piano di Piazza Ledro 7. Al piano di sotto ha la casa e l’ambulatorio il medico Luigi Pierantoni, detto Gigi, figlio di Amedeo, uno dei fondatori del Pcd’I nel 1921. Gigi è iscritto al Partito d’Azione clandestino, diviene presto suo grande amico e lo introduce negli ambienti antifascisti romani. La polizia fascista vigila e il 25 giugno 1943 spicca un ordine d’arresto a piede libero nei confronti di Lino, con citazione a comparire davanti al Tribunale di guerra di Roma. Le dimissioni forzate di Mussolini, datate esattamente un mese dopo, faranno decadere le accuse.

Dopo l’armistizio con gli Alleati e l’occupazione tedesca di Roma, Zicconi è tra i primi ad entrare nella Resistenza e l’8 ottobre aderisce al Partito d’Azione. Nel frattempo lascia la casa di Piazza Ledro, dove nascondeva in cantina una famiglia di ebrei che gli ha chiesto aiuto. Non vuole mettere a rischio i suoceri e allora prende casa in affitto, trasferendosi lì con la famiglia e i nuovi amici ebrei.

Il 7 febbraio 1944, alla vigilia di un’azione di sabotaggio della sua squadra ad alcuni pali postelegrafonici,  viene tradito da un sedicente compagno di nome “Albertini”, che consegna lui e l’amico Pierantoni nelle mani delle SS. «A fine guerra Albertini fu processato – racconta il nipote Massimo – ma uscì indenne dal processo». Portato a via Tasso, il carcere diretto da Herbert Kappler, Lino viene picchiato e rinchiuso in cella d’isolamento, al buio e senz’aria, ma non rivela i nomi dei compagni.

Il 24 febbraio, dopo diciassette terribili giorni di prigionia e di torture in via Tasso («mi hanno ormai collaudato come incassatore di primo ordine anzi fuori classe», ironizza lui stesso), è trasferito a Regina Coeli, dove il trattamento e il vitto sono di gran lunga  migliori. «Io sto bene e mi vado rimettendo – manda a dire ai suoi -. Questa mattina il mio amico mi ha dato un poco di zucchero, e mi sono fatto due uova frullate. Mi sembrava un sogno , dopo tutte le sofferenze ed i patimenti inenarrabili nel vero senso della parola, che ho dovuto sopportare nella triste tomba di lassù. Qui ho aria, luce, compagnia di veri amici che mi hanno sempre sorretto, e che godono nel vedere che le mie sembianze umane tornano a rifiorire sul mio volto. Qui sì tutti per uno ed uno per tutti. Mi hanno dato da mangiare, da fumare, e mi hanno assistito sul piccolo disturbo che mi affligge, ricordo questo di lassù». E in un altro biglietto clandestino aggiunge:  «Dalle porte si chiacchiera con le altre celle. Io sto di fronte a Gigi, e siamo in continuo contatto. Nella cella ci stiamo creando tante piccole comodità, e si va avanti discretamente».

Lino ha trovato la strada per corrispondere clandestinamente con casa senza il vaglio della censura e di poter ricevere pacchi e cibo, attraverso le figlie di un altro detenuto politico («la nostra vera colonna di sostenimento e sostentamento»), probabilmente in contatto con qualcuno dell’amministrazione carceraria. «Percorrete sempre quella [strada] – ammonisce la famiglia -, perché così anche quando uscirà il padre, se io sarò ancora qui, mi porteranno tutti i giorni tutto ciò che volete. Sono loro che pensano già ad una quindicina di persone, e sono ben felici di esservi utili. Ester pensi come poter fare per farle una gentilezza che dimostri la nostra riconoscenza. Se voi consegnate il pacco invece direttamente qui, mi arriva anche con due giorni di ritardo ed in questo caso non azzardatevi a mettere biglietti, se vi preme la mia incolumità, e di farmi ricevere il pacco».

A Regina Coeli le condizioni di salute di Zicconi migliorano, anche grazie all’affetto dei compagni («qui si è tutti per uno e il cameratismo è veramente bello. Sia per il fatto del fumo che per il fatto del mangiare»), ma la lontananza dalla famiglia gli pesa. Molto. «Vorrei notizie un poco più estese di tutti – scrive -, e di Ester, che ho un vago timore che non stia troppo bene (la moglie avverte forti fitte allo stomaco, ancora non lo sa, è incinta ndr). Vi penso tutti ardentemente , ma come potete immaginare , ho lo spasimo di poter riabbracciare pupetto». E in un’altra missiva esprime tutto il suo desiderio di essere ancora con loro: «Mia piccola cara, troppe cose ci sono da indovinare nel tuo letterone che ho tanto gradito. Mi dici di aver ripreso l’ufficio, sei stata dunque male? Cosa ti è successo? Mi devi parlare esplicitamente. Scrivi come se parlassimo. Ho ancora bisogno di vivere in casa. Come hai ricevuto il colpo? Cosa hai fatto quando non sono rientrato? In casa come ti sei sistemata? Con chi stavi? Cosa ha fatto Renzuccio? E ora come fai? Ti prego non mi lasciare all’oscuro, isolato. Se tu mi parli di tutto ciò io ti risponderò, parleremo, e io non sarò più lontano da casa».

Le sue parole d’amore per la moglie commuovono: «Piccola stellina mia, bé cosa vuoi? Oggi penso troppo alle stelle e mi sono ricordato che nel firmamento tu brilli sempre più fulgida. La tua lettera di ieri mi ha tolto dall’ansia e dall’incubo della mia solitudine». Così come l’affetto per il figlio: «Ho solo qui il conforto(veramente immenso) delle vostre fotografie. Mi riguardo continuamente Renzuccio nostro, e mi convinco sempre di più che fra tutte le nostre disgrazie, i nostri dolori, le nostre sofferenze, Iddio ci ha voluto dare la prova lampante che non si è dimenticato di noi, facendoci avere quanto di meglio potevamo aspettarci nei riguardi di pupetto. Cerca di non farlo guastare, insegnali ad essere sempre buono e docile com’è. Fagli leggere le mie lettere, convincilo insomma che paparino suo è sempre vicino. Distrailo molto, perché è tanto sensibile, e sono sicuro che anche lui soffre della mia lontananza. È l’unico tesoro veramente di valore che abbiamo. Conserviamolo senza farlo rovinare. Ricordati che non deve essere allevato con le botte. Non voglio assolutamente. Che nessuno me lo tocchi».

Il suo animo nobile e generoso emerge anche da altri particolari. Come quando, nonostante il vitto del carcere sia scarso, non vuole che la famiglia (e l’amatissima zia, suo «angelo custode») si privi di qualcosa per lui: «Quando mi mandate da mangiare – avverte la cugina Mimmina - attenetevi esclusivamente alla mia tessera. Non fate sacrifici finanziari, dillo anche a zia. (…) Non era il caso di privarti di tutta la marmellata. Non voglio affatto che facciate sacrifici».

Nei momenti di sconforto, Zicconi si aggrappa agli ideali politici: «In certo qual modo – confessa alla cugina Mimmina - mi sento anche orgoglioso di questa avventura dato che non sono un volgare delinquente ma un novello Cesare Battisti, per quanto lui sia andato oltre il punto al quale mi fermerò io. E a proposito di Cesare gli sto facendo concorrenza anche per il pizzetto che cresce rigoglioso e mi da’ campo alla gioia immensa di passeggiare per le celle, fronte corrugata, sguardo linceo e terribile». Oppure lo aiuta la sua tenace fede religiosa: «Questo per Ester – si legge in un biglietto -. Importantissimo e delicatissimo. Mi stacchi dal muro dove l’avevo attaccato dietro il seggiolone della mia scrivania, il quadro della Madonna al quale tengo moltissimo . Lo spolveri bene dietro e davanti, e me lo riponga bene dopo averci tolta la cornice della quale non mi interessa nulla. Mi raccomando… Madonna che voi pregherete per me e per la mia liberazione. Datemi conferma per la mia tranquillità». In un’altra lettera chiede invece di fargli recapitare il libro che ha nello studio: “La vita di Cristo”.

Fuori la guerra continua. E a Roma si susseguono le fucilazioni di partigiani da parte dei fascisti e delle SS. Lino teme il peggio: «La causa ci sarà, e molto probabilmente, anzi sicuramente, ci dovrebbe essere la condanna. Il mio fervido augurio è che questa sia magari di 30 anni. E spero fermamente che sia così soltanto. Ad ogni modo abbiate fiducia e sappiatemi attendere con pazienza e rassegnazione, pregando per la mia salvezza». Tuttavia sa che da un momento all’altro la sua vita potrebbe finire. E allora invia alla moglie Ester una lettera-testamento, nella quale le chiede perdono per aver osato troppo:

«Mia piccola Madonna,

è con la stessa disperazione del moribondo che si attacca alla vita , che io mi stringo a te. Come un naufrago si aggrappa rabbiosamente all’unico relitto di nave che potrà salvarlo da morte, io così disperatamente mi aggrappo a te per salvarmi. A te così cara, a te così buona, che con il tuo amore, con la tua passione sai ancora darmi la gioia e lo scopo di vivere. Sono anche io quasi un naufrago della vita, di questa insulsa, di questa stupida, di questa miserabile vita, che dopo aver maledetto, benedico. Amore mio non puoi ancora capire il mio stato d’animo, e i tremendi periodi di burrasca che sono costretto ad attraversare. Non hai ancora idea delle lotte tremende che da solo, completamente da solo, devo combattere. Tutta la mia bella filosofia è caduta stupidamente di fronte alla dura realtà. Tutta la mia spensieratezza s’è infranta nell’urto contro la vera vita. La vita di tutti, la vita che non ho mai voluto immaginare, che non ho mai conosciuta. Quest’ira repressa che è in me, questo spirito di ribellione impotente,non è se non il frutto di chi ha tutto perduto. Chi è abituato a vincere, credo non potrà mai assoggettarsi alla vita del vinto. Il mio orgoglio sconfinato, il mio spirito indipendente, il mio isolamento completo su tutto ciò che mi riguarda, la mia frenesia di agire solo per assaporare la soddisfazione unicamente mia dello scopo raggiunto, mi ha portato al punto di essere mal giudicato, di non essere compreso, di apparire forse anche pazzo. Imbevuto di teorie individualistiche assolute, mi sono buttato a corpo morto in un esperimento che mi affascinava. Raggiungere il superuomo creato da me, in me stesso. Ed in questo mi sono talmente immedesimato da condurre la mia lotta sorda inebriandomi di ogni mia piccola conquista. Ciò mi ha completamente astratto dalla realtà, nella quale sono caduto così bruscamente, dopo anni di studio,da infrangere ogni più piccola illusione senza più poter distruggere la mia maniera di vivere, inadatta alla nuova posizione che dovevo occupare nella vita. Icaro, lo stesso che aveva aspirato ad altezze troppo elevate, ha trovato la morte sul suo insulso tentativo. E io nel mio sogno dorato ho dimenticato di valutare in giusta misura quelle che avevo considerato inezie trascurabili; e ho trovato la morte dello spirito. (…)

Ho voluto raggiungere cose più grandi di me, ma sotto il loro peso sono rimasto schiacciato. Per non confessare la mia sconfitta, ho fatto cose assurde, che mi hanno fatto perdere anche l’ultimo sogno di grandezza e di supremazia, finché mi sono trovato in terra, nelle stesse condizioni di una belva chiusa in trappola, che nella sua irrequietezza ruggendo si lancia impotente contro le sbarre della gabbia. (…)».

E infatti l’«incognito domani», come lo definisce lo stesso Lino in un’altra lettera alla sorella Anna, gli riserva sorprese amare. Il 24 marzo 1944, il giorno dopo l’attacco dei Gap comunisti a Via Rasella, per rappresaglia le SS assassinano barbaramente 335 detenuti politici ed ebrei alle Fosse Ardeatine, prelevandoli da via Tasso e da Regina Coeli. Tra questi, c’è anche Raffaele Zicconi, l’elegante partigiano siciliano che amava la libertà come Cesare Battisti e inseguiva il sogno di Icaro.

("Patria Indipendente", n. 7, luglio 2011)

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Storia - La mancata insurrezione di Roma

di Mario Avagliano

 

Perché Roma non si liberò da sola nel giugno del 1944? Si è molto parlato del ruolo del Vaticano nel consentire un passaggio indolore della capitale d'Italia dai tedeschi agli Alleati. Ma non tutto è stato scritto e indagato su questo argomento. Un libro interessante di Franco Maria Fabrocile, intitolato “Il segnale dell’elefante” (edizioni Marlin, pp. 274, euro 14,50), rivela particolari inediti della storia della mancata insurrezione, dall'osservatorio particolare del Partito d’Azione. Il libro sarà presentato domani, mercoledì 24 maggio, alle ore 18.00, presso il Circolo "Giustizia e Libertà" di Roma. In risalto la storia, anzi le storie, che hanno dato origine al Partito d’Azione romano, che raccoglieva la rete di Giustizia e libertà, fatta di ex combattenti e Arditi del Popolo, artigiani, ferrovieri, intellettuali, impiegati, ma anche giovani studenti, come il gruppo di quattordicenni-sedicenni del liceo Orazio, i “caimani” , che fra partite di calcio e nuotate nell’Aniene, dopo l’8 settembre 1943 partecipa a Porta S. Paolo alla difesa della capitale.

Tante le figure che attraversano il saggio, dall’ex ardito Domenico Alari a Max Salvatori, al grande organizzatore Cencio Baldazzi, al sardo di ferro Emilio Lussu e a sua moglie Joice, fino a Carlo Rosselli, Guido Calogero, Ugo La Malfa, Pilo Albertelli, Leo Valiani.

Dopo la decapitazione dei quadri organizzativi azionisti del febbraio-marzo '44, il partito si riorganizza e prepara un piano militare insurrezionale con 1200 armati. Mentre la base, intenzionata a combattere, trova collaborazione orizzontale con partigiani di colore diverso, i rapporti con gli Alleati e con i badogliani sono la quadratura del cerchio: il segnale radio - "elefante" - convenuto con gli americani per lo scoppio dell'insurrezione si perde in un giallo di rapporti interni al partito, destinati a lasciare dopo il 4 giugno ferite non rimarginabili e verità indicibili, mentre la guerra, inesorabile, continua.

(L'Unione Informa e Moked.it del 23 maggio 2017)

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Storie - Il Montezemolo partigiano

di Mario Avagliano

   Il 23 settembre del 1943 i tedeschi circondavano il Ministero della Guerra, sede del comando di Roma Città Aperta, arrestando il conte Guido Calvi di Bergolo, genero del re e a capo della struttura, e altri ufficiali, e deportandoli in Germania. L'unico a sfuggire al blitz nazista era il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, che - indossati abiti civili - se la svignava attraverso i sotterranei del Ministero, sbucando in via Nazionale e dandosi alla macchia.
Iniziava cosi l'attività resistenziale di Montezemolo, di cui ho parlato ieri a Firenze, nella bella sede del Consiglio regionale della Toscana. Beppo, così era chiamato in famiglia, reduce di tre guerre (i due conflitti mondiali e la guerra di Spagna), disilluso dal fascismo come milioni di italiani, invece di nascondersi, diede vita al Fronte militare clandestino, che raccoglieva migliaia di militari, carabinieri e civili (tra cui don Pietro Pappagallo), collaborava strettamente con il Cln ed era collegato con Brindisi e il governo Badoglio.
Il Fronte compì atti di sabotaggio, rifornì di armi ed esplosivi le bande partigiane, sottrasse migliaia di militari dalle chiamate di Salò, svolse un'intensa attività di intelligence al servizio degli Alleati e produsse anche documenti falsi come carte di identità e certificati di battesimo che servirono a diverse famiglie di ebrei per sfuggire alla caccia all'uomo scatenata da nazisti e fascisti. Un'organizzazione capillare e importante, con  gruppi collegati in tutta l'Italia occupata.
Dopo lo sbarco alleato ad Anzio, in vista dell'insurrezione, i gruppi clandestini intensificarono le riunioni e gli incontri. Tedeschi e fascisti ne approfittarono per catturare molti esponenti della Resistenza, anche attraverso l'opera di delatori. Come avvenne per Montezemolo, considerato da Kappler il suo "più temibile nemico", che venne imprigionato nel carcere di via Tasso e barbaramente torturato.
Verrà ucciso dai tedeschi il 24 marzo del 1944 alle Fosse Ardeatine assieme ad altri 334 italiani, di cui circa 70 ebrei, gridando "Viva l'Italia! Viva il re!". Gli sarà assegnata la medaglia d'oro alla memoria. La sua vicenda straordinaria e il suo eroismo verranno a lungo dimenticati, in quanto esponente di quella resistenza moderata, monarchica, militare per troppo tempo negletta e che solo dal presidente Ciampi in poi si è finalmente iniziato a studiare e a riscoprire.

(L’Unione Informa e Moked.it del 27 settembre 2016)

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