Libri: a Mario Avagliano due premi per “Il partigiano Montezemolo”

(AGI) - Roma, 17 set. - Lo storico e giornalista Mario Avagliano si e' aggiudicato due prestigiosi premi letterari con il suo ultimo libro "Il partigiano Montezemolo" (Dalai editore), una biografia minuziosa e commovente del capo della resistenza militare e monarchica nella Roma del 1943-44, che colma una lacuna nella storiografia sulla Resistenza. Si tratta del Premio "FiuggiStoria 2012", promosso dalla Fondazione Levi-Pelloni, come migliore biografia dell'anno, e del Premio "Gen. Div. Amedeo De Cia", promosso dall'Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, per i saggi di storia militare. Un doppio riconoscimento ad un saggio di grande successo di pubblico e di critica, recensito dai principali quotidiani e media nazionali e giunto in pochi mesi gia' alla seconda edizione.

Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera ha scritto che si tratta di "una biografia che non indulge mai alla retorica o all'agiografia, tenendo ferma la barra di una ricostruzione puntuale e documentata in ogni dettaglio, come e' testimoniato dal ricco apparato di note. Ne viene fuori un libro di storia scritto con il rigore dello specialista e con freschezza narrativa. Insomma, un 'romanzo' non romanzato, che svela un eroe italiano di prima grandezza, che se non fosse stato trucidato alle Fosse Ardeatine, sarebbe stato senza ombra di dubbio un protagonista dell'Italia del dopoguerra". E lo storico Mimmo Franzinelli ha aggiunto che "questa documentatissima biografia rimedia a un'ingiustificata trascuratezza e reinserisce la figura di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo nel circuito storiografico".

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Montezemolo, il partigiano moderato

Per questo saggio lo scrittore salernitano Avagliano sarà premiato con il “Fiuggi storia 2012”.

  di Alfonsina Caputano

  Un personaggio che era considerato dal comandante della Gestapo a Roma Herbert Kappler il più temuto degli avversari e dal capo delle Forze Alleate, il generale Alexander, il militare più ammirato. Ma anche un uomo che amava la sua famiglia ed era animato da un sano sentimento di patriottismo, che fu la bussola che orientò tutte le scelte. Tutto questo era il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, comandante del Fronte militare clandestino e martire delle Fosse Ardeatine. La sua figura sopra le righe, di partigiano con le stellette, è stata delineata dal giornalista e storico Mario Avagliano nel libro “Il partigiano Montezemolo” (Dalai Editore). Il volume oggi varrà all’autore il premio “Fiuggi Storia 2012” nella sezione biografie.

In che modo si è avvicinato alla figura di Montezemolo?
Il primo contatto con Montezemolo, antenato di Luca di Montezemolo, lo ebbi quando studiai la figura del cavese Sabato Martelli Castaldi, medaglia d’oro alle Fosse Ardeatine e suo collaboratore. In quell’occasione raccolsi del materiale, che poi ho approfondito.
Chi era Montezemolo?
Un colonnello di origine piemontese e di nobile lignaggio, che aveva fatto la grande Guerra e combattuto nella guerra civile spagnola. Militare di carriera, monarchico e anticomunista, Montezemolo era ufficiale dello Stato Maggiore dell’Esercito e segretario particolare di Badoglio dopo il 25 luglio 1943.
Quale fu il ruolo che ricoprì dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943?
Comandava il Fronte militare clandestino che avrebbe dovuto coordinare le formazioni partigiane romane con diramazioni in tutta l’Italia occupata dai nazifascisti. Inoltre a lui fu affidata l’organizzazione dei servizi segreti. Due ruoli importanti che ricopriva celandosi dietro l’identità dell’ingegnere Giacomo Cataratto.
Come giunse ad essere fucilato alle Fosse Ardeatine insieme ad altri 334 civili?
Fu catturato il 25 gennaio 1944 e portato nelle carceri di via Tasso dove fu torturato per 58 giorni. Ma dopo l’attentato a via Rasella nel 24 marzo 1944, in cui furono uccisi 33 tedeschi, fu inserito nella lista di coloro che dovevano essere fucilati nella rappresaglia.
Com’era il Montezemolo uomo?
Dalle testimonianze si desume che dovesse essere un uomo dal carattere coraggioso e determinato. Quando morì, a 42 anni, aveva avuto già cinque figli dalla moglie Amalia, la figlia del medico di famiglia e quindi non una nobile, che sposò per amore e che affettuosamente chiamava Juccia.
Perché, secondo lei, di un eroe come Montezemolo non si ha memoria storica?
Perché non rispettava i cliché dei partigiani. Il suo personaggio è stato oscurato dalla storiografia post bellica come è accaduto a molti altri protagonisti della Resistenza di matrice moderata. Con questo saggio spero di aver, almeno in parte, contribuito a farlo conoscere anche alle giovani generazioni.
 
(La Città di Salerno, 22 settembre 2012)

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Il partigiano e i misteri del Duce

di Mario Avagliano

  Chi uccise Benito Mussolini e la sua amante Claretta Petacci il 28 aprile del 1945? E quali misteri nasconde la tragica fine del dittatore fascista, il cui corpo venne poi appeso a testa in giù a Piazzale Loreto a Milano, proprio nel luogo dove nell'agosto del '44 erano state esposte in pubblico per sfregio le salme di quindici partigiani? Gli storici non sanno ancora dare una risposta definitiva a questi quesiti. E ieri è morto a 94 anni, nella sua casa a Brescia, uno degli ultimi testimoni di quegli avvenimenti, l'ex partigiano Bruno Giovanni Lonati, nome di battaglia «Giacomo», commissario politico della 101a Brigata Garibaldi.
Nel 1994 Lonati pubblicò il libro "Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta: la verità" (Mursia), in cui si assunse la responsabilità di essere stato l'autore materiale dell'uccisione del dittatore fascista, tre giorni dopo la liberazione di Milano. Un'esecuzione che sarebbe avvenuta poco dopo le ore 11, in una stradina a Bonzanigo di Mezzegra, sul lago di Como, nell'ambito di una missione segreta diretta da un agente segreto inglese, figlio di emigrati italiani in Gran Bretagna, detto «il capitano John», ufficiale dello Special Operations Executive (Soe).
Una testimonianza clamorosa, che smentiva la versione ufficiale circolata per cinquant'anni, in base alla quale ad uccidere Mussolini con una scarica di mitra Sten era stato il partigiano comunista Walter Audisio, il famoso Colonnello Valerio, coadiuvato dai compagni Michele Moretti e Aldo Lampredi, davanti al cancello di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra; azione poi rivendicata dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia con un comunicato emesso il giorno dopo.
Secondo la versione di Lonati, poi definita dagli storici "la pista inglese", lo scopo della missione sarebbe stato il recupero del presunto carteggio tra Winston Churchill e Mussolini, al fine di cancellare le tracce di quel rapporto imbarazzante, attraverso la soppressione di due scomodi testimoni, lo stesso duce e la Petacci, prima che finissero nelle mani degli americani, che avrebbero voluto sottoporre il capo del fascismo ad un processo.
Il memoriale di Lonati afferma che il "carteggio Churchill-Mussolini" non fu trovato e che tuttavia i servizi segreti inglesi avrebbero concordato il silenzio di Lonati e dei due partigiani superstiti per altri cinquant'anni. Per tale motivo il suo libro sarebbe uscito solo allora.
Una ricostruzione dei fatti confermata nel 2002, con nuovi dettagli, dal giornalista Luciano Garibaldi nel saggio "La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci" (Ares), oltre che dall'ex agente segreto americano Peter Tompkins, secondo cui addirittura il futuro segretario del Pci Luigi Longo avrebbe organizzato la finta fucilazione del duce per nascondere la verità. Lo stesso Renzo De Felice, nel libro "Rosso e Nero" (Baldini e Castoldi, 1995), ritenne credibile un intervento inglese per eliminare Mussolini ed evitare una sorta di processo di Norimberga nei confronti del duce.
Il racconto di Lonati, però, era privo di riscontri documentali e presentava diversi punti oscuri, contrastanti con i risultati di altre ricerche storiche. L'orario dell'esecuzione fu davvero le 11 di mattina o le quattro e dieci di pomeriggio come riferisce la versione ufficiale? Come mai il carteggio tra Churchill e Mussolini non è mai venuto fuori? Perché l'altro componente del commando di Lonati, all'epoca ancora vivente, si rifiutò di confermare la sua versione? Va detto che fra l'altro il numero di colpi sparati dichiarato dall'ex partigiano "Giacomo" non corrisponde con i rilievi compiuti sul corpo di Mussolini e che Lonati si sottopose anche all'esame della macchina della verità, con esito negativo.
Di recente lo storico Mimmo Franzinelli ha smontato pezzo per pezzo, con uno studio documentato, la tesi dell'esistenza di un carteggio segreto tra il duce e lo statista britannico ("L'arma segreta del Duce. La vera storia del carteggio Churchill-Mussolini", Rizzoli, 2015). La "pista inglese" si è quindi di fatto indebolita. Resta da capire il motivo che avrebbe spinto un personaggio di rilievo come Lonati a sostenere tale tesi e ad alimentare quella che sembra una grande "bufala" storica.
E infatti l'ex partigiano "Giacomo", nato a Legnano il 3 giugno 1921, non fu un esponente di secondo piano della Resistenza. Fu commissario politico della 101a Brigata Garibaldi e comandante di una divisione partigiana formata da tre brigate operanti nel capoluogo lombardo. Nel dopoguerra Lonati riprese il lavoro alla Franco Tosi e trasferitosi poi a Torino nel 1958, ricopri incarichi di dirigente alla Fiat e negli anni ottanta guidò a Bari un'importante società metalmeccanica. Dopo la pensione si stabilì a Brescia, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita, prima di portare i suoi segreti nella tomba.

(Il Messaggero, 17 novembre 2015)

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"L'Italia s'è ridesta", le pagine di Aldo Cazzullo su Mario Avagliano e il Mezzogiorno

di Aldo Cazzullo

I migliori tra i libri recenti sulla Resistenza, sui militari internati durante la seconda guerra mondiale, sugli ebrei, sul colonnello Montezemolo – il monarchico piemontese divenuto a Roma capo dell’opposizione in armi all’invasore nazista –, li ha scritti uno studioso di Cava dei Tirreni, Mario Avagliano. Il suo primogenito, Alessandro, è cresciuto a Roma. Una volta gli chiesi se si sentisse romano. Lui, che non ha ancora sedici anni, rispose fiero: «Io sono del Sud».

Guardai suo padre, che distolse lo sguardo, per nascondere la commozione. Ricordo quando in un circolo di Cava, dopo che un neoborbonico aveva fatto la sua tirata contro il Nord invasore e persecutore, Mario Avagliano rispose di non sentirsi meno orgoglioso di lui di essere meridionale, ma l’orgoglio non significa prendersela con Garibaldi; significa non rassegnarsi ad abitare case abusive, a lavorare in nero, a dare il voto in cambio di un’elemosina.
Antimeridionali sono i neoborbonici. Termine ormai riduttivo, per definire un movimento assai più vasto, molto attivo sul web, che ha già dato vita a partiti sicilianisti e presto germinerà una Lega del Sud, per la gioia di Borghezio e degli altri leghisti che disprezzano i meridionali e non vedono l’ora di separarsi da loro. Questo movimento si basa su una leggenda di cui gli storici meridionali seri come Rosario Villari ridono – il Regno delle Due Sicilie presentato come il più ricco e avanzato d’Europa –, costruita assemblando fandonie e pezzi di verità, per formulare una tesi consolatoria e per questo affascinante, ma nefasta e controproducente: il Sud è Sud a causa del Nord; la responsabilità dei mali della nostra terra non è nostra, ma di altri italiani. Per cui, non avendo colpe, non ci possiamo fare nulla.
Intendiamoci: è vero che per troppo tempo si è parlato troppo poco della guerra civile che ha insanguinato il Sud dopo il Risorgimento, con atrocità da entrambe le parti. È vero che Napoli prima dell’unificazione era di gran lunga la più grande città italiana, e dopo non lo è più stata. È vero che la politica dell’Italia liberale nei confronti del Sud – spesso condotta da meridionali come Crispi, Di Rudinì, lo stesso Pica – può e dev’essere criticata. Ma ai leghisti del Sud non importa nulla del revisionismo. Altrimenti racconterebbero, accanto all’esecuzione comandata da Nino Bixio, anche il primo e più sanguinoso eccidio di Bronte, la caccia all’uomo in cui venne bruciato mezzo paese e furono linciati sedici tra ufficiali, possidenti, civili. Altrimenti non presenterebbero come una guerra del Nord contro il Sud quella che in realtà vide come prime vittime i patrioti meridionali della Guardia nazionale, che venivano massacrati da quella strana alleanza tra briganti in senso tecnico, partigiani dei Borboni e nostalgici del potere temporale del clero: non esattamente un’alleanza per il progresso.
Ma è inutile dilungarsi nella confutazione. Non è la storia che interessa ai leghisti del Sud. Interessa soffiare sul fuoco del rancore verso il Nord che già esisteva e che vent’anni di invettive bossiane hanno rinfocolato, costruire il mito della grandezza perduta, inasprire le divisioni tra italiani. In perfetta sintonia, anzi complicità, con i nordisti, per cui il Nord non è la Germania a causa del Sud. La colpa è sempre degli altri.
In realtà il Sud è stato, ed è, grande. Ma non certo per i Borbone, dinastia di origine straniera, accanita avversaria del liberalismo e delle Costituzioni e sostenitrice dell’Antico Regime: monarchia assoluta, forca, tortura, Inquisizione, censura, ghetti; e molto oro, certo, che però non era dello Stato e tantomeno del popolo, ma del re. Il Sud è stato, ed è, grande per Vico e Croce, per Falcone e Borsellino (e Chinnici, Cassarà, Mattarella, La Torre, Livatino, Siani, Beppe Alfano, Peppino Impastato…), per la letteratura siciliana che è la più importante del Novecento italiano, per il contributo che i meridionali hanno dato con il loro lavoro alla ricostruzione del paese e al boom economico. Il Sud è la nostra identità, è un’Italia elevata all’ennesima potenza, rappresenta i nostri vizi peggiori e le nostre doti migliori, il familismo e la solidarietà, la spregiudicatezza e la lealtà, la violenza e il coraggio.

(da "L'Italia s'è ridesta" di Aldo Cazzullo, Mondadori, pp. 185-187)

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Cava città borbonica? Ma fateci il piacere…

di Mario Avagliano

   L’immagine dei portici di Cava de' Tirreni imbandierati con i vessilli dei Borbone, in occasione della visita del principe Carlo, ha inferto una ferita profonda nel cuore dei cavesi che amano l’Italia e la nostra giovane Repubblica, malandata e incerottata a causa della crisi economica internazionale e degli scandali politici, ma dalla storia gloriosa, costruita col sangue di tanti martiri, uno per tutti il nostro concittadino generale Sabato Martelli Castaldi, ucciso alle Fosse Ardeatine, medaglia d’oro della Resistenza.

Sorprende e amareggia non poco che il sindaco Marco Galdi abbia dato il via libera e anzi abbia partecipato in prima persona (con la fascia tricolore!!!!) a uno “spettacolo” del genere, che ha chiamato a raccolta i neoborbonici da tutto il Mezzogiorno, con un corteo d’onore, il present’armi, grida entusiaste di «Viva il Re», la Fanfara dei Civici Pompieri di Napoli in Alta Uniforme Borbonica scortati dai Real Tiragliatori “Milites luci”, la consegna simbolica al principe delle chiavi del Santuario di S. Francesco e addirittura l’esecuzione dell’Inno al Re.
Non a caso il Movimento Neoborbonico, ha esaltato la «storica visita» sul suo sito, sottolineando la «continuità dei rapporti tra la dinastia borbonica e la "fedelissima Cava"», mentre sul web e sui social network i nostalgici dei Borbone festeggiavano a loro volta l’avvenimento.
Siamo tornati indietro di centocinquant’anni, in barba alle celebrazioni dell’Unità d’Italia nella nostra città, culminate il 17 marzo 2011 con l’alzabandiera in Piazza Abbro, la Santa Messa alla Cattedrale, il corteo della banda musicale per le vie del centro e la convocazione di una seduta straordinaria del consiglio comunale.
Non era lo stesso sindaco Galdi ad aver promosso quelle celebrazioni? E non era la stessa Chiesa cavese ad avervi partecipato, con l’appuntamento solenne della Santa Messa?
Se da allora qualcosa è mutato e il sindaco si è convertito improvvisamente al Movimento Neoborbonico, ne tragga le conseguenze.
La storia patria non si può cancellare.
Come dimenticare che alcuni dei maggiori teorici del sogno di un'Italia unita e tanti uomini d'azione che lottarono per la causa italiana furono meridionali? Basti citare i napoletani Vincenzo Cuoco, Luigi Settembrini, Alessandro Poerio e Carlo Pisacane, il calabrese Benedetto Musolino, i siciliani Rosolino Pilo, Francesco Crispi e Michele Amari, il pugliese Giuseppe Fanelli.
Questo sogno era allora un progetto di modernità. Significava richiesta di costituzione, di autogoverno, di giustizia e di diritti civili. Ecco perché i patrioti meridionali, molti dei quali aderivano alla Carboneria, nei decenni precedenti si erano rivoltati più volte contro i Borbone, anche nel salernitano (vi furono scontri tra i carbonari e le forze dell'ordine pure a Cava) e tanti di loro marcirono nelle carceri borboniche.
Quando nel 1849 Roma si sollevò, proclamando la Repubblica, da Napoli partirono moltissimi patrioti campani per aiutare i rivoluzionari romani.
Anche tra i Mille di Garibaldi vi fu una notevole presenza di meridionali, circa cento, principalmente siciliani, campani (tra cui nove della provincia di Salerno) e calabresi. Nel corso della spedizione tanti altri meridionali si arruolarono nelle file dei garibaldini e ovunque il Generale fu accolto da una folla festante. Le donne di Cava lo attesero lungo il corso e vollero baciarlo sulle guance. In quei giorni, come ha ricordato opportunamente Massimo Buchicchio, il garibaldino frate francescano Giovanni Pantaleo, siciliano, di passaggio a Cava con il Generale, non mancò di visitare il nostro santuario di S. Francesco.
Nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale Brindisi e Salerno furono capitali d'Italia, i napoletani si ribellarono ai tedeschi per la libertà del Paese e migliaia di meridionali entrarono nella Resistenza, combattendo sulle montagne o nelle città del Centro Nord e finendo spesso davanti a un plotone di esecuzione o nei campi di concentramento per contrastare il nazifascismo.
Non c'è dubbio che nel processo unitario vi furono delle pagine nere, come l'assedio di Gaeta, le deportazioni dei meridionali ed alcuni violenti eccidi di cui si macchiò l'esercito sabaudo, a partire dalla strage di Pontelandolfo, nel Beneventano, del 14 agosto 1861. Dopo l'Unità, il processo di pacificazione e di omologazione venne condotto in modo maldestro e disomogeneo sotto il profilo economico e fiscale e nella realizzazione dei servizi e dei trasporti (diverso è il giudizio per quanto riguarda l'aspetto culturale e dell'istruzione), e i governi succedutisi alla guida del Paese fecero davvero poco per risolvere la cosiddetta questione meridionale, a parte l'esperienza della prima Cassa del Mezzogiorno.
Ma il destino del Meridione è nelle nostre mani. La rinascita delle popolazioni meridionali richiede uno Stato più efficiente, più moderno e più equo, e Regioni, amministrazioni locali, cittadini del Sud capaci di rimboccarsi le maniche, mettendo a frutto l'incredibile patrimonio di cultura, di storia e di bellezze naturali, artistiche ed archeologiche lasciatoci in eredità dai nostri padri.
Dobbiamo essere orgogliosi di essere cavesi e meridionali. Ma consapevoli che le scorciatoie di un revisionismo storico a senso unico e le nostalgie politiche di un partito del Sud o neoborbonico non ci porterebbero lontano, rischiando di minare pericolosamente la vita culturale, sociale ed economica del nostro Paese.

(CavaNotizie.it, ottobre 2012)

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Storie – La marcia su Roma e il mito del buon fascismo

di Mario Avagliano

   Che strano Paese senza memoria è il nostro. Due giorni fa, il 28 ottobre, si sono tenute in varie parti d’Italia (da Perugia alla Lombardia, passando per Predappio) manifestazioni celebrative dei novant’anni della sciagurata marcia su Roma del 1922, che aprì la strada al ventennio fascista e alla soppressione delle libertà civili. Ad Affile, nel Lazio, è stato innalzato con i finanziamenti della Regione un mausoleo a Rodolfo Graziani, ministro della guerra di quella Repubblica Sociale che combatté contro partigiani e alleati e diede la caccia agli ebrei. Un uomo che fu processato e condannato per collaborazionismo con i nazisti e fu incluso dall’Onu nell’elenco dei criminali di guerra per l’uso dei gas tossici in Etiopia.

A Roma i gruppi di estrema destra hanno organizzato al Campidoglio convegni su personaggi della Repubblica Sociale e blitz nei licei al grido di “Viva il duce!”.  A Castellafiume, in provincia dell’Aquila, è stata dedicata una strada a Cornelio Di Marzio, «scrittore e poeta» si legge nella targa, che omette però di ricordare che costui nel 1920 fondò i primi fasci nella Marsica, fu il segretario politico del fascio di Avezzano e della federazione fascista marsicana e poi divenne segretario generale dei Fasci all'estero e membro del Gran Consiglio del Fascismo, della direzione del PNF e console della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Negli istituti superiori di tutta Italia proliferano i gruppi che si richiamano, apertamente o velatamente, al neofascismo, con tanto di profili su Facebook che vantano migliaia di contatti. Appena qualche mese fa a Giulino di Mezzegra, in provincia di Como, dove Benito Mussolini e Claretta Petacci vennero fucilati 67 anni fa, l’Unione nazionale combattenti della Repubblica sociale italiana ha organizzato un corteo che si è recato alla casa dove il duce e la sua amante avevano trascorso l’ultima notte, per affiggervi una lapide. Solo folklore? Di fronte a tanti segnali convergenti, è difficile non essere preoccupati. La sensazione è che la discutibile opera di riscrittura politica della storia nazionale avviata negli anni Novanta, tesa a rivalutare il fascismo e Salò, a ridimensionare le responsabilità italiane nella persecuzione degli ebrei e a denigrare la Resistenza e la Costituzione repubblicana, abbia prodotto gravissimi danni culturali nel comune sentire, ai quali non sarà facile rimediare. E la crisi economica internazionale fa il resto, dando fiato agli estremismi.

(L'Unione Informa, 30 ottobre 2012)

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Il 9 novembre al Museo Storico della Guardia di Finanza presentazione "Il partigiano Montezemolo"

  Domani 9 novembre, presso il Museo Storico della Guardia di Finanza a Roma (Piazza Mariano Armellini 20), alle ore 17.30, sarà presentato il libro “Il partigiano Montezemolo” (Dalai editore) di Mario Avagliano, storico dell’Irsifar, giornalista e vicepresidente dell’Anpi Roma, giunto in poche settimane alla seconda edizione e vincitore del Premio Fiuggi Storia 2012 e del Premio “Gen. De Cia” sui libri di storia militare. Una biografia minuziosa e commovente del capo della resistenza militare dell’Italia occupata, che agiva nella Roma del 1943-44 e morì alle Fosse Ardeatine.

Intervengono Felice Cipriani, giornalista e saggista, e il capitano Gerardo Severino, direttore del Museo Storico della Guardia di Finanza. Sarà presente l’autore, Mario Avagliano.

IL LIBRO

Un mese dopo la liberazione di Roma, il generale Alexander, capo delle Forze Alleate in Italia, inviò una lettera privata alla marchesa Amalia di Montezemolo, moglie del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo esprimendole profonda ammirazione e gratitudine per l’opera del marito.
Chi era questo colonnello di origine piemontese e di nobile lignaggio (imparentato con Luca Cordero di Montezemolo), ufficiale dello Stato Maggiore dell’Esercito, segretario particolare di Badoglio dopo il 25 luglio 1943, e quale ruolo svolse il Fronte Militare Clandestino di Roma (FMCR) da lui guidato nella guerra contro i tedeschi?
La vicenda del partigiano con le stellette Montezemolo, militare di carriera, monarchico convinto, anticomunista ma in ottimi rapporti con Giorgio Amendola, costituisce un esempio significativo sotto diversi aspetti di come la storiografia abbia per troppo tempo oscurato o sottovalutato personaggi e movimenti della Resistenza di matrice moderata.
Colmando tale lacuna, il saggio di Mario Avagliano Il partigiano Montezemolo (Dalai editore), giunto in poche settimane alla seconda edizione e vincitore del Premio Fiuggi Storia 2012 e del Premio “Gen. De Cia” sui libri di storia militare, ricostruisce la vita di questo valoroso ufficiale attraverso un certosino lavoro di ricerca negli archivi dello Stato Maggiore dell'Esercito, l’intervista di vari testimoni dell'epoca, l’analisi di centinaia di documenti, saggi e libri di memoria, molti dei quali inediti o rari e introvabili, e la consultazione degli archivi familiari, dal cardinale Andrea Montezemolo alla marchesa Adriana Montezemolo fino al primogenito Manfredi e ai nipoti Carlo, Saverio e Ludovica Ripa di Meana.
Ripercorrendo le tappe della vita di Montezemolo – dalla Grande Guerra alla Guerra di Spagna, al suo ruolo nel secondo conflitto e nel colpo di stato che destituì Mussolini e poi come capo della resistenza militare in Italia e a Roma, fino alla tragica morte alle Fosse Ardeatine – il libro contempera l’efficace ritratto storico del Paese con la commovente storia familiare di un padre, marito e militare, descrivendo con efficacia l’abbaglio di una generazione di italiani per il fascismo e il loro riscatto durante la Resistenza.
Il Fronte Militare Clandestino di Montezemolo agì anche in Toscana e nella Maremma, con il Raggruppamento Monte Amiata.
La biografia è corredata da alcuni documenti e da un apparato iconografico di fotografie del personaggio e dei familiari. La prefazione è a cura di Mimmo Franzinelli.
Il saggio di Avagliano ha un andamento narrativo ed è anche piacevolissimo da leggere. Come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, Il partigiano Montezemolo è: “Un romanzo ‘ non romanzato’, che svela un eroe italiano di prima grandezza”.

Mario Avagliano, giornalista e storico, è membro dell'Istituto Romano per la Storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza (Irsifar), della Società Italiana per gli Studi di Storia Contemporanea (Sissco) e del comitato scientifico dell’Istituto “Galante Oliva”, e direttore del Centro Studi della Resistenza dell'Anpi di Roma-Lazio. Collabora alle pagine culturali de «Il Messaggero» e de «Il Mattino». Ha pubblicato tra l’altro: Muoio innocente. Lettere dei caduti della Resistenza romana (Mursia, 1999); Generazione ribelle. Diari e lettere 1943-1945 (Einaudi, 2006); Gli internati militari italiani (Einaudi, 2009); Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia (Einaudi, 2011), Voci dal lager (Einaudi, 2012).

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Forte Bravetta. La fabbrica di morte

di Mario Avagliano

  Dopo la presa di Porta Pia, il giovane Regno d’Italia si preoccupò di allestire una linea di difesa militare dal Tirreno all’Adriatico. Il progetto definitivo approvato dal Parlamento nel 1878 prevedeva che Forte Bravetta, sulla via Aurelia, fosse una delle quindici fortezze di tipo prussiano poste a difesa di Roma capitale. All’epoca nulla lasciava prevedere che quella lugubre e massiccia costruzione, con il portone di ferro e un terrapieno alto 15 metri, sarebbe diventata un monumento a cielo aperto della Resistenza romana e dell’opposizione al fascismo e al nazismo, al pari di Regina Coeli, via Tasso e le Fosse Ardeatine.

La storia di questo triste edificio, che ospitò le fucilazioni eseguite a Roma dal 1932 al 1945, è stata ricostruita da Augusto Pompeo nel saggio Forte Bravetta. Una fabbrica di morte dal fascismo al primo dopoguerra (Odradek, pp. 300, euro 23).
Nel 1926 il regime fascista, allo scopo di ridurre al silenzio ogni forma di opposizione, istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato e reintrodusse la pena capitale, abolita quasi quarant’anni prima dal codice Zanardelli. Fino all'8 settembre 1943 il «Tribunale di Mussolini» colpì, in prevalenza, presunti attentatori al capo del governo, agenti al servizio di potenze straniere, «slavofili», partigiani appartenenti a formazioni jugoslave operanti in Venezia Giulia e anche alcuni rapinatori e «borsari neri».
I condannati erano rinchiusi nel carcere di Regina Coeli dove, come scrive Giuseppe Kiraz alla cugina, «di notte si dorme poco» e si stava in compagnia di «centinaia, migliaia di cimici, piccole, grosse, bianche e rosce di tutte le varietà». Di lì venivano condotti al forte e fucilati alla schiena come traditori, come voleva il codice penale fascista. Le prime condanne ad essere eseguite riguardarono due antifascisti fuoriusciti all’estero, l’industriale Domenico Bovone e l’anarchico Angelo Pellegrino Sbardellotto, rientrati in Italia per uccidere Mussolini e liberare il Paese dalla dittatura.
Dopo l’armistizio le sentenze di morte furono emanate dalle autorità tedesche di occupazione e riguardarono, in prevalenza, oppositori e combattenti della Resistenza romana, arrestati spesso da militi della Repubblica sociale e su delazione di italiani. Le ultime fucilazioni, invece, furono eseguite dopo la liberazione di Roma e decretate da tribunali italiani e alleati costituiti per punire chi aveva collaborato con i tedeschi e i fascisti repubblicani.
Augusto Pompeo, utilizzando documenti d'archivio, resoconti della polizia, relazioni dei questori, lettere dei condannati a morte e dei loro congiunti e testimonianze di persone che vissero quegli eventi, ha recuperato le biografie dei caduti e ripercorso le vicende di quel periodo.
Le scariche di fucileria colpirono uomini assai diversi fra di loro. Alcuni provenivano dalla Venezia Giulia o dall’allora regno di Jugoslavia. Altri, pur nati in Italia, avevano trascorso parte della loro vita lontano dalla penisola per sfuggire alle persecuzioni politiche. Altri si trovarono, spesso non più giovani, a fare la «scelta di campo» nella «Città aperta» di Roma dopo essersi opposti alla dittatura fascista. Altri ancora furono fucilati per aver commesso delitti comuni o per aver collaborato con fascisti e nazisti.
Strazianti sono le ultime lettere dei partigiani condannati. «Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita», è il messaggio del comunista Pietro Benedetti. «Me ne vado cosciente di avere sempre fatto il mio dovere di uomo», mandò a dire Antonio Lalli al figlio Luigi. «Come sai non ho fatto nulla che possa disonorarti, perciò puoi sempre andare a fronte alta», scrisse nella sua ultima lettera alla moglie Salvatore Petronari.
Una delle figure più luminose dei resistenti fucilati a Forte Bravetta è quella di don Giuseppe Morosini, collaboratore del Fronte militare clandestino di Giuseppe Montezemolo ed ispiratore (assieme a don Pietro Pappagallo) della figura del sacerdote del film Roma città aperta di Roberto Rossellini. Don Morosini si prodigava per aiutare oppositori e ricercati a nascondersi e celebrava messa per i partigiani nelle caverne e nei nascondigli di Monte Mario.
L’auspicio è che ora, anche grazie a questo libro, il sito di Forte Bravetta, abbandonato a se stesso, venga recuperato all’uso pubblico e divenga davvero, come propone Augusto Pompeo, “il luogo della memoria, oltre che dell’antifascismo e della Resistenza, anche dell’abolizione di un istituto arcaico e barbaro come la pena di morte da parte della neonata Repubblica italiana”.

(Il Messaggero, 4 dicembre 2012)

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