Libri, Avagliano “Raccontiamo altro dopoguerra, pesò su formazione Sud”

ROMA (ITALPRESS) – “Il cosiddetto ‘altro dopoguerrà, il periodo vissuto dal Sud e Roma tra il luglio del 1943, quando gli alleati sbarcano in Sicilia, e il maggio del 1945 ha inciso tantissimo nella formazione del meridione perchè ci furono i primi episodi di resistenza”. Lo dice, in un’intervista all’Italpress,
Mario Avagliano, giornalista e storico, coautore, insieme a Marco Palmieri, di “Paisà, sciuscià e segnorine – Il Sud e Roma dallo sbarco degli alleati al 25 aprile”, edizioni “Il Mulino”.
“Vittorio Foa – aggiunge – raccontò che gli stessi settentrionali considerarono con superficialità quel momento e se ne pentì perchè al contrario andava valorizzato. Il Mezzogiorno è stato protagonista di tanti episodi che non sono solo le 4 Giornate di Napoli”. Attraverso diari, lettere, appunti, Avagliano fa un racconto di questi eventi basandosi direttamente sulle testimonianze dei diretti interessati: “Ci sono episodi che riguardano la Puglia, la Campania, gli Abruzzi dove si formarono anche bande partigiane. Una ricostruzione fatta attraverso le parole dei protagonisti”.
“Accanto alle violenze dei tedeschi, ci furono anche le stragi commesse degli alleati soprattutto dopo i primi giorni dello sbarco in Sicilia” ha spiegato lo scrittore aggiungendo: “Si parla anche del rapporto difficile, a tratti negativo, con gli stessi alleati che sono sì portatori di libertà e nuovi costumi ma anche di degrado morale e sociale. Quindi il fenomeno degli sciuscià, delle signorine, cioè le prostitute, insieme a quello dell’avanzata sociale e del progresso della democrazia”. Una lettura non edulcorata, indulgente o macchiettistica, ma cruda della realtà. Avagliano, infatti, sottolinea: “Un volto a due facce dove c’è un’Italia che rinasce”. Senza dimenticare il rinnovato spirito artistico, il fermento grazie agli spettacoli teatrali di Totò e Anna Magnani come ha ricordato l’autore del libro: “Totò e Magnani hanno il coraggio di fare battute e allusioni durante l’occupazione tedesca a Roma. Per questo Totò viene messo all’indice dai tedeschi che vogliono catturarlo insieme a Edoardo e Peppino De Filippo. Vengono avvisati, riescono a fuggire e quando tornano a Roma organizzano un grande spettacolo dove mettono alla berlina Mussolini e Hitler”.
Per Avagliano, gli anni successivi al secondo conflitto mondiale sono fondamentali: “Con il ritorno della democrazia e della libertà in Europa abbiamo avuto un lungo periodo di pace che perdura ancora. E’ il frutto del coraggio, della lotta e del sacrificio di tanti italiani che, o come partigiani o come deportati, riuscirono a costruire mattone dopo mattone la nostra Repubblica”.


(ITALPRESS, 8 novembre 2021).

 

Link al video dell'intervista: https://www.italpress.com/libri-avagliano-raccontiamo-laltro-dopoguerra-a-roma-e-al-sud/

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Totò contro i nazifascisti. La recensione del Corriere della Sera di "Paisà, sciuscià e segnorine"

di Aldo Cazzullo

«Il Mezzogiorno non esisteva per noi. Io, da “nordista”, pensavo che nell’esperienza settentrionale ci fossero dei valori specifici superiori. Era una stupidaggine». Vittorio Foa, uno dei padri della Repubblica, a distanza di anni sintetizzava così il vuoto di memoria delle vicende dell’Italia meridionale già liberata, tra il 1943 e il 1945, mentre al Nord ancora si combatteva la Resistenza. C’è infatti uno spartiacque meno considerato che segna la storia d’Italia nella tragedia fascista e della guerra, cioè lo sbarco degli Alleati in Sicilia, nel luglio del 1943. A partire da quel momento, con la progressiva avanzata degli angloamericani nelle regioni meridionali, fino alla liberazione di Roma nel giugno del 1944, per una parte di italiani inizia quello che è stato definito un “dopoguerra anticipato”. Di cui però si ha poca conoscenza, se non per alcuni eventi come le Quattro giornate di Napoli.

In quella pagina di storia c’è molto altro, come racconta Paisà, sciuscià e segnorine. Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile (Il Mulino), il nuovo libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri. Scontri violenti, bombardamenti, stragi, rappresaglie, stupri (tra cui le cosiddette marocchinate), rastrellamenti, saccheggi e sfollamenti accompagnano la ritirata tedesca e la liberazione da parte degli Alleati, la cui presenza sul territorio e la convivenza forzata con la popolazione civile non sempre è pacifica e gioiosa.

La fame, le macerie e la disperazione – di cui si è nutrita la fervida stagione del cinema realista, lasciandocene nitida testimonianza in film come Paisà di Roberto Rossellini e Sciuscià di Vittorio De Sica – scandiscono la vita quotidiana. Mancano alloggi e trasporti, il caro-vita è aggravato dalla robusta emissione di am-lire e il mercato nero e la disoccupazione dilagano, mentre molte famiglie soffrono la mancanza dei reduci. «Mi piacerebbe venire a trovarti – si legge in una lettera da Crispiano (Taranto) del 15 settembre – ma come faccio? Non posso uscire perché non ho scarpe. Sono andato a Taranto con le scarpe di mio cugino. Lavoro giorno e notte ma non sono riuscito a comprare un paio di scarpe perché devo aiutare in famiglia». Una disperazione diffusa, che alimenta tensioni sociali, recrudescenze criminali e fenomeni di delinquenza minorile e di prostituzione.

Ma ci sono anche i primi sprazzi di libertà e di democrazia, la ripresa del dibattito politico e sindacale: in tutte le regioni del Sud i partiti dell’epoca pre-fascista e quelli nuovi iniziano a riorganizzarsi, aprendo sezioni nel territorio e tenendo affollati comizi nelle piazze. C’è voglia di tornare alla vita dopo il buio della dittatura e della guerra e un carico di speranze e aspettative – non tutte mantenute e non tutte a buon mercato – connesse all’arrivo degli americani con il loro pane bianco, cibo in scatola, caramelle, chewing-gum, gli occhiali Ray-ban, le jeep, il jazz e i ritmi e i balli sfrenati. Una presenza questa, che col passare dei mesi sarà sempre più ingombrante e accompagnata da degrado morale, sociale e anche economico per il loro ruolo di conquistatori-occupanti. «Quante ragazze – si legge in una lettera segnalata dalla censura militare nella relazione del gennaio 1945 – si stanno sposando con gli americani. Sono tutte donne illuse di andare in America non appena finisce la guerra, ma non pensano che verranno lasciate in abbandono. E poi cosa faranno? Ormai non c’è più la donna italiana ma bensì la madama o la Miss». Ed è anche il Sud della protesta del «non si parte», contro i richiami alla leva, e delle lotte contadine, in qualche caso con la costituzione di effimere repubbliche. 

Mario Avagliano e Marco Palmieri compiono una lunga e meticolosa ricostruzione storica, attraverso una pluralità di fonti coeve (lettere, diari, corrispondenza censurata, relazioni delle autorità italiane e alleate, giornali, canzoni, film). Il nuovo libro della coppia di storici, che con questo metodo ha indagato innumerevoli pagine del periodo a cavallo tra fascismo, guerra e dopoguerra, è un racconto corale in cui le vicende istituzionali e militari – che sono più note – restano sullo sfondo, mentre viene ricostruito dettagliatamente quel clima che Curzio Malaparte in Kaputt esemplifica così nella frase citata nella quarta di copertina del volume: «Tutti fuggivano la disperazione, la miserabile e meravigliosa disperazione della guerra perduta, tutti correvano incontro alla speranza della fame finita, della paura finita, della guerra finita, incontro alla miserabile e meravigliosa speranza della guerra perduta. Tutti fuggivano l’Italia, andavano incontro all’Italia».

La forza di questo libro è la ricchezza di frammenti di storie individuali che catturano e avvincono, ricostruendo in presa diretta la vita del Mezzogiorno e del Centro Italia dopo la liberazione e dimostrando come al Sud la transizione dal fascismo alla democrazia sia avvenuta in anticipo, anche se con modalità assai differenti rispetto all’Italia settentrionale. Roma e il Sud sotto il controllo degli Alleati sono infatti un laboratorio della democrazia dopo il Ventennio fascista, con un percorso di discontinuità rispetto al passato, con un primo abbozzo di Resistenza, sia attraverso i tanti militari che dopo l’armistizio rifiu­tano di consegnare le armi ai tedeschi e ingaggiano furioso combattimenti contro la Wehrmacht, sia attraverso i vari episodi di resistenza spontanea e popolare o la costituzione di bande partigiane, soprattutto in Campania e in Abruzzo, ribaltando l’opinione comune che la Resistenza sia stata appannaggio solo del Nord dell’Italia.

Sullo sfondo – ma vera protagonista del libro di Avagliano e Palmieri – c’è la popolazione che ha voglia di ricominciare a vivere, di divertirsi, di sperimentare la libertà e così la fine della dittatura e della guerra portano con sé il fiorire dei dibattiti politici e culturali, le radio libere, i nuovi giornali (nascono in questo periodo Radio Bari e Radio Napoli, l’Ansa, la Rai, periodici come «Rinascita», «Noi donne», «Mercurio» e «l’Uomo Qualunque»), le canzoni, la riapertura dei ristoranti e dei teatri, i cinema e i teatri gremiti di spettatori, che convivono con fenomeni come gli sciuscià, le segnorine, il banditismo, le mafie.

Straordinario l’ultimo capitolo del libro che racconta la rinascita della cultura, del cinema, del teatro e dell’informazione nel Mezzogiorno e a Roma. Nella capitale occupata dai tedeschi Totò e Anna Magnani, con un coraggio che rasenta l'incoscienza, non perdono occasione ad ogni replica di strizzare l’occhio al pubblico con allusioni e battute a doppio senso, che si riferiscono alla situazione politica, alla Rsi e ai tedeschi. Ad esempio rappresentando il pastore Aligi ne II figlio di Jorio, una parodia del testo dannunziano scritta da Eduardo Scarpetta, Totò si scatena letteralmente ripetendo in tono implorante alla soubrette «Vieni avanti! Vieni avanti! E vieni avanti!», riferendosi chiaramente agli Americani sbarcati ad Anzio, che non si decidano ad avanzare verso Roma.

La sera del 2 maggio 1944, Totò, che è appena rientrato a casa con la bicicletta, riceve una telefonata: una voce anonima gli comunica che è in partenza a suo nome un telegramma di convocazione al comando di polizia e che è stato già firmato un mandato di cattura da eseguirsi il giorno dopo per lui, Eduardo e Peppino De Filippo. Totò abbassa il ricevitore ed esce subito di casa, inforca di nuovo la bicicletta e di corsa si reca al Teatro Eliseo, dove i tre fratelli De Filippo stanno recitando nel Berretto a sonagli di Pirandello, per avvertirli che i fascisti hanno preparato una lista di persone da deportare, nella quale ci sono anche i loro nomi.

Quella stessa sera Totò assieme a Diana e alla piccola Liliana va a nascondersi fuori Roma, per ripresentarsi solo dopo l’arrivo degli Alleati nella capitale, dove ripropone con la stessa compagnia, la stessa coprotagonista Anna Magnani e lo stesso regista Michele Galdieri, una nuova rivista, Con un palmo di naso, al Teatro Valle, il 26 giugno 1944. Nello spettacolo un pirotecnico Totò veste i panni di Mussolini e viene sbeffeggiato dalla Magnani (nei panni di Salomè, ovvero dell’intera Italia) sulle note di Ciccio Formaggio, la popolarissima canzone di Nino Taranto. Strepitosa anche la sua caricatura di Hitler, sul tema di Lili Marleen.

Corriere della Sera, 22 ottobre 2021

Il libro di Avagliano e Palmieri L’Italia e il complesso passaggio dalla dittatura alla democrazia

di Adam Smulevich

Un’Italia dalle due facce. Da una parte un Paese lanciato verso il futuro, aperto alla sperimentazione e all’innovazione, sull’onda dell’entusiasmo per la ritrovata libertà dopo oltre venti anni di spietata dittatura. Dall’altra macerie ovunque, lutti e lacerazioni, una quotidianità caratterizzata da molte sfide e inciampi.
Proseguendo un felice percorso di ricostruzione storica delle recenti vicende italiane, Mario Avagliano e Marco Palmieri, nel loro nuovo libro Dopoguerra. Gli italiani fra speranze e disillusioni (1945-1947) pubblicato da Il Mulino, portano nuovamente il lettore a confrontarsi con temi che restano vivi, centrali e talvolta distorti nel confronto pubblico e politico. Un triennio, quello preso in esame, che si apre con la fine della dittatura e che ci lascia con il varo del più formidabile presidio democratico, la Costituzione repubblicana. Un percorso tutt’altro che semplice, nel Paese delle molte ferite aperte, delle illusioni e delle disillusioni, che Avagliano e Palmieri delineano attraverso una ricca e varia documentazione. Diari privati, lettere e rapporti di polizia. Ma anche le manifestazioni del costume e della cultura di quel tempo.
“La guerra è finita. Restano però il razionamento del pane, gli abiti e i cappotti rivoltati, le scarpe risuolate, le case senza i servizi essenziali, le strade e le ferrovie dissestate, la borsa nera, la polvere delle macerie e una disperazione che alimenta gravi agitazioni sociali, ma anche la criminalità e il banditismo”. È in quel contesto non certo idilliaco, ma per fortuna sotto la guida di personalità illuminate e concrete, che maturano risposte di segno opposto rispetto al passato mussoliniano. “Appena tre anni dopo – si legge infatti – molto è cambiato. L’Italia è una repubblica, ha una nuova Costituzione e ha scelto per la prima volta nella sua storia il proprio assetto politico-istituzionale attraverso due tornate elettorali a suffragio universale maschile e femminile segnate da una straordinaria partecipazione popolare”. Un triennio che rappresenta quindi “uno snodo cruciale, un’autentica stagione costituente, in tutti i sensi”.
Di grande interesse, tra le altre, le pagine che sono dedicate al ritorno dei sopravvissuti alla Shoah italiani e dell’emigrazione ebraica verso l’allora Palestina mandataria, il futuro Stato di Israele. Spiegano gli autori: “Come per i reduci della guerra, della prigionia e della deportazione politica, anche gli ebrei sopravvissuti alla Shoah al rientro in patria trovano un paese in ginocchio che ha voglia di lasciarsi al più presto alle spalle tutti gli orrori e tutte le responsabilità degli anni della dittatura e della guerra, compreso le leggi razziali del 1938 e la partecipazione di molti italiani alla cattura e alla deportazione dei connazionali ebrei”. L’Italia li accoglie pertanto con “indifferenza, perfino con freddezza”.
Ci sono però anche belle storie da raccontare, come quella che ha per protagonista la città ligure de La Spezia, “la porta di Sion” da cui salparono in tanti in cerca di un futuro diverso. È un trasporto che passa alla storia quello dell’8 maggio 1946 quando di mattina, “dopo sei settimane di proteste e uno sciopero della fame dei rifugiati, anche grazie all’intervento di De Gasperi salpano due navi, Fede e Fenice, con un migliaio di persone a bordo”.
L’Italia resta comunque anche il Paese in cui “più che altrove” si incrociano le vie di fuga delle vittime con quelle dei loro stessi aguzzini, ora sconfitti e braccati”. Il caso esemplare che gli autori citano è quello di Merano e del Sudtirolo, che furono zona di transito “anche per nazisti e collaborazionisti che tentavano di mettersi in salvo in vista della sconfitta finale”. Un altro tema su cui resta molto da scrivere e che questo bel libro, che sarà oggi presentato alle 18 a Roma a Palazzo Ferrajoli, ha il merito di ricordare.

(Moked.it, 25 settembre 2019)

L’Italia del “Dopoguerra” ballava sulle macerie ma era divisa su tutto (Il Piccolo di Trieste)

di Paolo Marcolin

Nel libro di Mario Avagliano  e Marco Palmieri edito dal Mulino una ricostruzione degli anni fra la Liberazione e la nascita della Costituzione

“Quando dissi l’ultima battuta di ‘Napoli milionaria’ - raccontò anni dopo Eduardo - scoppiò un applauso furioso, e poi un pianto irrefrenabile, tutti piangevano. Io avevo detto il dolore di tutti”. Quel “ha da passà ‘a nuttata”, divenuto poi proverbiale, ebbe la forza di interpretare lo smarrimento, l’incertezza e la speranza di un intero Paese. L’Italia sferzata dalla violenza, dalla povertà e dal sudiciume che usciva da una lunga e disastrosa guerra, raccontata da Malaparte o dai film del neorealismo rivive nelle pagine di “Dopoguerra” (Il Mulino, Pagg. 495, Euro 28,00).
 
Scritto a quattro mani da Mario Avagliano e Marco Palmieri, entrambi giornalisti e storici, racconta i due anni e mezzo che vanno dalla Liberazione alla nascita della Costituzione, un periodo cruciale, in cui la vita politica, sociale, economica e culturale si trasforma radicalmente. Il volume ha il pregio di essere costruito, oltre che su una vasta bibliografia storica e memorialistica, sulle testimonianze di chi ha vissuto quegli anni. Pescando in decine di fondi d’archivio, come quello diaristico di Pieve di Santo Stefano che conserva oltre 8.000 tra diari, memorie ed epistolari, gli autori fanno rivivere voci di personaggi noti accanto a quelli di sconosciuti. Due esempi: la maestra friulana Blandina Snaidero ricorda che “si ballava sulle macerie fumanti, nelle sagre ci si ubriacava assieme ai soldati stranieri”, mentre Giampaolo Pansa fa sapere che aveva dieci anni quando la mamma gli fece scrivere il cartello per metterlo sulla vetrina del negozio di famiglia: “la signora Giovanna domani chiude il negozio perché va a votare per la prima volta a 43 anni”.
 
Erano anni di contrapposizioni forti, alla Don Camillo e Peppone, ma che facevano intravedere come alla fine della ‘nuttata’ eduardiana si sarebbero schiuse le porte di un futuro migliore. Il vento del nord, il soffio partigiano a poco a poco mutava in bonaccia, ma si faceva strada l’allegria dei naufragi, quelli che erano scampati alla guerra e adesso tra cioccolata e sigarette americane tornavano a divertirsi. Si ballava nelle piazze, nei cortili, nei giardini, davanti ai caffè e tra i tavoli delle osterie, accompagnati da fisarmoniche, dai grammofoni a manovella o, in mancanza di meglio, dai battimani. Si sognava l’amore con i fotoromanzi come Grand Hotel, che finiva anche nelle borsette delle donne di sinistra, si tornava a tifare per il calcio. E a dividersi. Guareschi lo sapeva bene. “Gli italiani sono ugualmente pronti a scannarsi per un centrattacco, per un tenore o per un capopartito”. Ma che il peggio fosse finalmente alle spalle lo condensava una battuta alla Flaiano della sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico: ”Amore mio, è scoppiato il dopoguerra. Speriamo che duri poco”. —
 
(Il Piccolo di Trieste, 3 settembre 2019)

 

Miss Italia nel libro "Dopoguerra"

Alla presentazione a Palazzo Ferrajoli a Roma sono intervenute la patron Mirigliani e Miss Social 2019

A Palazzo Ferrajoli a Roma, tra le letture dell’attrice Sara Ricci e le canzoni dell’epoca interpretate dal tenore Giuseppe Gambi, è scoppiato il "Dopoguerra". Alla presentazione del saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri "Dopoguerra. Gli italiani tra speranze e disillusioni 1943-1945", edito dal Mulino, infatti, si è data voce agli anni della ricostruzione in un modo insolito e vivace, che ha catturato l'attenzione dei presenti fin dal primo intervento. Nel corso dell'appuntamento moderato dallo storico conduttore Ruggero Po, non sono mancati i contributi degli illustri relatori Lucio Villari e Aldo Tortorella, la testimonianza in video di Maria Romana De Gasperi, figlia del grande statista. Ma anche della presidente di Miss Italia Patrizia Mirigliani, (nel testo si parla della nascita del concorso), che ha spiegato: "Miss Italia è il simbolo di un'Italia che torna a credere nella bellezza e a offrire un'opportunità alle donne di fare carriera"; e, infine, di Miss Social 2019, la calabrese Myriam Melluso, che ha ricordato "l'importanza della conoscenza e di nutrire attraverso di essa i propri talenti".  

Il libro, vivace e tutto fa leggere, è una storia fatta di storie, una testimonianza collettiva dei primi anni che succedono al Secondo Conflitto bellico, quando gli italiani sono uniti e l'obiettivo è solo uno: ripartire. Pagina dopo pagina, si ricordano allora i prototipi delle Vespa e della Ferrari sperimentati sulle strade devastate dai bombardamenti, i gelati Algida nati da un residuato bellico americano, la prima lavatrice Candy messa a punto grazie agli schizzi inviati da un prigioniero negli Usa, il primo volo di linea dell’Alitalia e tanta voglia di fare festa e di ballare al suono dei nuovi ritmi come il bughi bughi. Ma anche macerie ovunque, ponti saltati, case senza servizi, disoccupazione dilagante, inflazione alle stelle, vendette politiche, reduci che faticano a reinserirsi nella società, borsa nera, prostituzione e sciuscià disposti a tutto. 

Ancora: il libro di Avagliano e Palmieri racconta di come lungo le strade si riaccendono le luci dei lampioni oscurate da anni di coprifuoco, le feste da ballo che spopolano ovunque, il boogie-woogie italianizzato in bughi bughi, il campionato di calcio che riparte con il Grande Torino, Coppi e Bartali che riprendono a sfidarsi al Giro d’Italia eccitando gli animi dei tifosi, la nascita del concorso Miss Italia, le riviste teatrali di Macario, i fotoromanzi di riviste come «Grand Hotel» e i cinema che tornano a riempirsi di pubblico, più per le pellicole comiche di Totò e le commedie spensierate d’oltreoceano che per i capolavori neorealisti che ammaliano la critica internazionale ma non tirano al botteghino, le donne che si recano per la prima volta alle urne, gli epigoni di don Camillo e di Peppone che animano il dibattito politico nel Paese nel mutato quadro internazionale. Questo libro, dunque, è un ritratto dell’Italia di quel primo dopoguerra, “feroce e drammatico, ma al tempo stesso scoppiettante e mirabolante”, attraverso innumerevoli storie emblematiche che bene lo raccontano.

(dal sito Missitalia.it)

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Angoscia e speranza. I trenta mesi dopo il 25 aprile (Venerdì di Repubblica)

di Corrado Augias

Mario Avagliano e Marco Palmieri, sperimentati divulgatori di storia, hanno avuto la felice idea di raccontare i circa trenta mesi dal 25 aprile 1945 al 1° gennaio 1948, ovvero dalla data della Liberazione all'entrata in vigore della Costituzione repubblicana: Dopoguerra (Il Mulino). Lasso di tempo quasi irrisorio durante il quale l'Italia cambiò profondamente e per sempre. A guerra finita: "Restano il razionamento del pane, gli abiti e i cappotti rivoltati, le case senza i servizi essenziali, le strade e le ferrovie dissestate, la borsa nera, la polvere delle macerie, una disperazione che alimenta gravi agitazioni sociali".

Attraverso documenti ufficiali e lettere private, testimonianze e diari personali, i due autori ricostruiscono non solo la realtà materiale e politica ma gli stati d'animo: da una parte la disperazione, dall'altra l'attesa di qualcosa che doveva accadere e che infatti accadde. Il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 pose fine all'inetta dinastia sabauda, contemporaneamente si elessero i membri dell'assemblea che avrebbe partorito la costituzione - con le donne ammesse per la prima volta al voto. Il 18 aprile 1948 gli italiani elessero il primo parlamento repubblicano con la Democrazia Cristiana, sostenuta dagli Usa e dal Vaticano, vincitrice nelle urne; minoranza l'alleanza social-comunista del Fronte Popolare. 

Sono mesi in cui il Paese continua a essere spaccato, si consumano vendette politiche e personali, la Sicilia è tentata dal separatismo, le tensioni sociali sono fortissime. Nonostante questo, i due autori rintracciano nel vasto repertorio documentale consultato i segnali che lasciano intravedere gli anni che verranno: la rinascita, il boom, la trasformazione di una società agrario-pastorale in una delle prime potenze industriali del mondo. Finirà anche il boom, alcuni eterni problemi resteranno irrisolti, arriveremo ai nostri giorni - ma questo è un altro libro.

(rubrica "La mia Babele", Venerdì di Repubblica, 9 agosto 2019)

L'Italia post-guerra tra distruzione e voglia di ripartire. Presentazione del libro a Roma

“Sono appassionata di storia e libri come questo dovrebbero essere letti da tutti, perché racconta le radici dell’Italia di oggi”. Così l’avvenente Myriam Melluso, con tanto di fascia di Miss Italia social 2019, ha commentato la sua partecipazione alla presentazione del libro “Dopoguerra” (Il Mulino) di Mario Avagliano e Marco Palmieri, svoltasi mercoledì sera nella suggestiva cornice di Palazzo Ferrajoli, nel cuore di Roma, di fronte a Palazzo Chigi, ad opera dell’Associazione Italide presieduta da Antonella Freno e della Fondazione De Gasperi. Una serata di storia, cultura e musica, condotta da Ruggero Po, con un pubblico foltissimo, lo storico Lucio Villari, testimoni d’eccezione (la democristiana Maria Romana de Gasperi e il comunista Aldo Tortorella), lettura di brani del libro da parte di Sara Ricci (Un posto al sole e Il Paradiso delle signore) e Laura Mazzi (vista nel film Fabrizio D’Andrè - Principe libero), l’intervento di Patrizia Mirigliani, patron di Miss Italia, e brani dell’epoca cantati dal tenore napoletano Giuseppe Gambi. Un viaggio nel clima e nelle atmosfere del dopoguerra, proposte da un libro che, ha detto Tortorella, “si legge tutto d’un fiato”, e ha chiosato Villari, riguarda un periodo straordinario e positivo dell’Italia, in cui si seppe ricominciare dopo la guerra e ricostruire un Paese distrutto.

In questi anni infatti nascono i prototipi delle Vespa e della Ferrari, sperimentati sulle strade devastate dai bombardamenti, i gelati Algida nati da un residuato bellico americano, la prima lavatrice Candy messa a punto grazie agli schizzi inviati da un prigioniero negli Usa, il primo volo di linea dell’Alitalia e c’è tanta voglia di fare festa e di ballare al suono dei nuovi ritmi come il bughi bughi, mentre prende quota un nuovo concorso di bellezza, Miss Italia. Ma ci sono anche macerie ovunque, ponti saltati, case senza servizi, disoccupazione dilagante, inflazione alle stelle, vendette politiche, reduci che faticano a reinserirsi nella società, borsa nera, prostituzione e sciuscià disposti a tutto. Sono i due volti dell’Italia uscita in ginocchio dalla seconda guerra mondiale e dalla guerra civile, che nel triennio 1945-1947 si rimbocca le maniche per voltare pagina, come raccontano Avagliano e Palmieri, in un quadro internazionale in cui già sta prendendo piede la divisione del mondo nei due blocchi contrapposti della guerra fredda. Una ricostruzione, dunque, che non è solo materiale, ma anche morale e spirituale da un lato, politica e istituzionale dall’altro, con le prime elezioni a suffragio universale anche femminile e il tesissimo referendum monarchia-repubblica.

(Libero, 27 settembre 2019)

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Mario Avagliano vince il XVIII Premio “Pianeta Azzurro – I Protagonisti” di Fregene con il libro “Dopoguerra”

Con il libro “Dopoguerra. Gli italiani fra speranze e disillusioni (1945-1947)” (Il Mulino), Mario Avagliano si è aggiudicato la statuetta in bronzo della XVIII edizione del “Premio Pianeta Azzurro – I Protagonisti” di Fregene, sezione saggistica, che ha voluto assegnare un riconoscimento anche alla sua carriera di «esploratore» della Storia d’Italia. Un premio che negli anni scorsi è stato vinto da personalità del calibro di Nino Manfredi, Ettore Scola, Emmanuele F. M. Emanuele, Ennio Calabria, Lilli Gruber, Franco Mandelli, Carlo Lizzani, Giovanni Bollea, Annalisa Manduca, Luca Verdone, Igor Man, Milena Vukotic, Giovanni Pieraccini, Gianfranco Jannuzzo, Anna Kanakis e tanti altri. Avagliano in passato si è aggiudicato altri premi importanti con i suoi volumi, dal Fiuggi Storia al Premio Anpi Nazionale.

Ecco la motivazione del Premio:

MARIO AVAGLIANO – SAGGISTA E STORICO

Nella sua attività di saggista e storico, Mario Avagliano ha esplorato, da solo o in coppia con Marco Palmieri, con una sequenza di 14 libri, un periodo del Novecento - i dieci anni che vanno dal 1938 al 1948 - nevralgico, quello in cui l’Italia ha subito le più difficili prove, dalle tragedie della dittatura e della seconda guerra mondiale, con particolare riferimento al fascismo e alla Repubblica sociale Italiana, alla persecuzione razziale degli ebrei, alle vicende dell’armistizio dell’8 settembre 1943, agli internati militari, alla resistenza italiana, alla deportazione degli ebrei, dei politici e dei civili e, successivamente, allarga lo sguardo all’età della ricostruzione morale e materiale.

La sua ultima opera, in tandem con Palmieri, “Dopoguerra – Gli italiani tra speranze e disillusioni” (edito da Il Mulino), è dedicata a un triennio frenetico, straordinario nelle sue luci e ombre, in cui l’Italia impara a liberarsi delle scorie della dittatura e a declinare le parole della libertà e della democrazia.

La Giuria del Premio “Pianeta Azzurro – I Protagonisti” ha apprezzato l’opera di Avagliano nella sua narrazione ampia, documentatissima, di straordinario impatto emotivo, corale, la quale controbilancia l’attuale storytelling banalizzante dei fatti e focalizza i valori che, all’epoca, contribuirono alla resurrezione di un Paese prostrato dai lutti, dalle macerie, dall’impoverimento della popolazione e del tessuto produttivo.

Avagliano, assieme agli altri vincitori hanno ricevuto a Fregene oggi la statuetta in bronzo, creata nell’89 dalla nota scultrice Alba Gonzales, in una partecipata cerimonia svoltasi presso il Centro Internazionale di Scultura Contemporanea, al Lungomare di Ponente 66/A.

La serata è stata condotta dall’attrice Pacifica Artuso. Intermezzi musicali sono stati cantati dalla soprano Silvia Pietrantonio, mentre l’attrice Barbara Amodio ha recitato poesie di Alda Merini e Pietro Metastasio.

“Trent’anni sembrano passati in un soffio – ha affermato la creatrice del Premio, Alba Gonzales – ma l’imprinting iniziale del Premio, ossia di voler insignire personalità di tanti settori della società che rendono il mondo più ricco e culturalmente elevato, che sin dall’inizio volemmo dargli, insieme con mio marito Giuseppe Pietrantonio, resta la stella polare mia e della Giuria che presiedo. Sono particolarmente orgogliosa del ventaglio di vincitori di quest’anno, ‘protagonisti’, com’è nel nome stesso del Premio, ed esempio per le giovani generazioni.”    

Fregene, 14 settembre 2019

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