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Che '48!

Settant'anni fa il voto che segnò la storia dell'Italia Una campagna elettorale in cui vennero evocati Dio, i "Diavoli" sovietici, Garibaldi. Uno scontro epocale che rivive in un volume documentato e avvincente

di FRANCESCO GHIDETTI

 

IL 18 APRILE è una domenica di sole in Italia. Alle urne si recano 27 milioni di italiani, cioè il 92 per cento degli aventi diritto. Il 97,8 per cento delle schede risulterà valida. L’anno è il 1948. Un anno terribilmente bello, terribilmente angoscioso. Decisivo. Inizia infatti l’‘educazione sentimentale’ del nostro Paese, uscito solo tre anni prima, da una devastante guerra voluta dal fascismo. Un’educazione alla pratica democratica difficile, dura, eppur carica di speranze. Il sole di quel 18 aprile arriva dopo una campagna elettorale senza esclusione di colpi. Pochi mesi prima, il 5 giugno 1947, il segretario di Stato statunitense George Cattlet Marshall era stato molto chiaro, seppur in modo sottinteso, in un discorso ad Harvard: volete, cari amici europei, ricostruire il vostro Continente? Vuoi te, Italia, un miliardo di dollari con cui rifare case, industrie, strade, acquedotti, ferrovie e tutto ciò che i bombardamenti hanno distrutto? Vuoi te, Europa, 12 miliardi di dollari in quattro anni? Bene, ma la condizione è che i socialisti e, soprattutto, i comunisti siano sconfitti. Meglio: non vadano al governo dei vostri Paesi. Ed è a questo punto che si mette in moto, rombando potentemente, la macchina della delegittimazione reciproca in una logica di contrapposizione tra Occidente e comunismo reale. Una partita che, di fatto, apre la storia della cosiddetta Prima Repubblica (soffocata dalle inchieste di Mani Pulite nel 1992-94) e che ci viene raccontata, con indiscutibile abilità, da Mario Avagliano e Marco Palmieri in un poderoso volume del Mulino: 1948. Gli italiani nell’anno della svolta. Non fatevi impressionare dalla mole del libro (435 pagine): in realtà i due Autori, con scrittura chiara ed essenziale tale da consigliarne la lettura a un pubblico più ampio degli appassionati del genere, riescono a raccontare quello spartiacque decisivo in modo molto ‘narrativo’. Anche perché – e qui sta la forza del saggio – l’uso delle fonti è sapientemente dosato. Ne risulta un appassionante viaggio tra i mille campanili della penisola protagonisti di quello scontro epocale tra Dc e alleati e socialcomunisti riuniti sotto la sigla del Fronte democratico popolare.

ESEMPI? Tantissimi. Come quei dirigenti del Pci di Bologna che, dopo il voto, analizzano i motivi della sconfitta: la posizione del Fdp in tema di rapporti con la religione non è stata «sufficientemente compresa» e in ogni caso «le elezioni non si sono svolte in un clima di libertà» per «l’intervento straniero», «la minaccia di affamamento » e «l’intervento totalitario del clero». Oppure, i terrorizzanti scenari ipotizzati all’elettorato sui pericoli di una vittoria comunista. Il parroco di Claut (in Friuli Venezia Giulia) invita «i cittadini a salvarlo, poiché, diceva, se vincono i comunisti lui sarebbe stato impiccato, la Chiesa adibita ad altro uso e la religione distrutta» mentre «i bambini sarebbero stati inviati in Siberia» e «il sangue sarebbe scorso a torrenti per le strade». Oppure, la minaccia divina. Come quella lanciata da un parroco di Campo San Martino (Padova) che «a più riprese ha predicato dal pulpito che Iddio avrebbe mandato tutte le calamità immaginabili nelle case di coloro che avessero votato per il Fronte. Le calamità sarebbero sopraggiunte nelle case anche se uno solo dei membri della famiglia avesse votato contro la Dc». C’era poi un’altra tecnica, molto utilizzata. Oggi le chiameremmo fake news. Un fantomatico Filiberto S., militante di sinistra, in una (falsa) lettera segreta, spiega le vere finalità dei comunisti per le elezioni del 18 aprile: «Estirpare la idea di Dio, la dottrina di Cristo, la influenza della Chiesa sulle masse, il potere dei preti»; «liquidare, una volta per sempre, la morale borghese, la famiglia cristiana, la indissolubilità del matrimonio», rivendicando «la libera iniziativa dell’amore ». Nemmeno a dire che tutti «i padroni privati saranno cacciati. Tutto verrà confiscato a favore dello Stato». E i socialcomunisti? Come spesso nella sua storia, la sinistra non ne azzeccherà molte. In parte perché Stalin aveva ormai deciso che l’Italia sarebbe stata ‘occidentale’; in parte perché gli strumenti di propaganda erano oggettivamente deboli e sbagliati. Basti, a tal proposito, un’intemerata di Pietro Nenni che gli Autori, giustamente, sottolineano nell’Introduzione. Infatti, il giorno dell’entrata in vigore della Costituzione, il primo gennaio 1948, il leader socialista scrive sull’Avanti! (organo ufficiale del partito) che bisogna «adeguare il 1948 al 1848», anno rivoluzionario per eccellenza. Il modo di dire «è successo un Quarantotto» era ancora assai diffusa a quei tempi, ma certamente non serviva a rassicurare la pubblica opinione. Gli esempi potrebbero essere altri mille. Impossibile anche solo elencarli tutti. Segnaliamo al lettore la parte relativa all’attentato a Palmiro Togliatti – quando il segretario del Pci fu colpito da Antonio Pallante, fanatico anticomunista – dove l’Italia rischiò davvero la guerra civile non fosse stato per la freddezza della classe dirigente della sinistra e la fermezza del governo. E quella, più leggera, sulla celebre rivalità Coppi-Bartali. Il primo comunista, il secondo democristiano. A entrambi fu chiesto di candidarsi. Entrambi fecero finta di pensarci, salvo poi esprimere un (finto) rincrescimento che impediva loro di accettare. Oppure, la constatazione – a esempio con le riflessioni di Giuseppe Dossetti – di quanto la partita, con la vittoria della Dc e dei suoi alleati, non fosse affatto conclusa: «Non ci si può illudere – scriveva un mese dopo il trionfo democristiano – che il 18 aprile sia stato il giorno della assunzione pienamente consapevole di una responsabilità». Parole sagge. Come, a guardare all’oggi saggio (ma la riflessione è solo del recensore), in fin dei conti, fu il cittadino italiano nella Prima Repubblica. Laddove c’erano i partiti. Politici. Strutturati, radicati sul territorio e supremi mediatori tra italiani e istituzioni. E dove la finanza e l’economia non la facevano da padroni.

Ps: da non perdere, per nessun motivo, il paragrafo sull’uso politico dell’immagine di Garibaldi. Il cui viso era il logo del Fronte popolare.

 

Il libro

  1. Gli italiani nell’anno della svolta, di Mario Avagliano e Marco Palmieri

IL MULINO PAGG. 435 - € 25

 

Gli autori

Mario Avagliano è storico e saggista. Nel 2014 è stato nominato componente del Comitato d’onore scientifico e culturale della Fondazione del Museo della Shoah di Roma. Marco Palmieri è giornalista pubblicista e storico. Con Avagliano ha scritto “L’Italia di Salò”.

(Quotidiano Nazionale, Il Piacere della Lettura, 11 febbraio 2018)

 

 

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