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Nel cuore della «zona grigia». Fascisti o partigiani per caso

di Renato Besana

«Noi fascisti repubblicani siamo in pochi, italiani, ma siamo gente di fede, decisa a tutto osare, poiché probabilmente più nulla avremo da perdere, tutto da riconquistare, nessun diritto allora, solo dedizione e doveri»: così si legge in un volantino anonimo, rinvenuto nel bagno dell’allora Teatro Nuovo, a Roma, nell’ottobre 1944, quattro mesi dopo l’ingresso delle forze alleate in città. È, questa, una delle testimonianze raccolte da Mario Avagliano e Marco Palmieri ne L’Italia di Salò (il Mulino, pp. 490, euro 28), volume che sarà presentato oggi a Roma alle 17.30, presso la Biblioteca di storia moderna e contemporanea (via M. Caetani 32), da Mauro Canali e Michela Ponzani.

Ciascuno dei due autori si era già occupato, in libri precedenti, delle tragiche vicende che si dipanarono dal ’43 al ’45; in questo, hanno inteso indagare la realtà umana di coloro che aderirono alla Rsi. «Non c’è dubbio che nella ricostruzione storica del periodo», scrivono nella nota introduttiva, «abbia pesato anche un problema politico-culturale relativo al corretto recupero della sua memoria, basato sull’analisi ampia e approfondita delle fonti, fuori dagli schemi rigidi e dalle letture ideologiche che hanno caratterizzato il lungo dopoguerra».

Intendiamoci: Avagliano e Palmieri non mostrano simpatia alcuna per chi militò dalla «parte sbagliata», ma cercano d’indagarne le ragioni, attingendo di volta in volta anche a lettere, memoriali, rapporti di polizia. Ne esce un quadro di straordinaria vivezza, soprattutto perché affidato alle parole dei protagonisti, a volte sconosciuti, a volte approdati alla notorietà a guerra finita, da Fo ad Albertazzi, da Livio Zanetti a Enrico Maria Salerno, da Giuseppe Berto a Enrico Ameri, da Pio Filippani Ronconi ad Alberto Burri, e l’elenco potrebbe continuare. Al ritorno di Mussolini, nell’autunno ’43, i fascisti convinti si contrappongono agli antifascisti di vecchia data che si mobilitano per organizzare la Resistenza. Tra le due minoranze, sia pur cospicue, «c’è un’ampia zona grigia, caratterizzata da una magmatica incertezza che porta a fare l’una o l’altra scelta, o prima l’una per poi passare all’altra, sulla base di fattori e circostanze contingenti».

Fascisti e partigiani per caso: il testo ne dà ampio conto, citando vicende personali, spesso minute, che restituiscono la somma confusione di quegli anni. Una scelta drammatica tocca ai militari italiani internati dai tedeschi dopo l’armistizio o già prigionieri degli Alleati. Ai primi, soprattutto agli ufficiali, fu proposto di costituire i quadri del nuovo esercito repubblicano. Alcuni accettarono convintamente, altri soltanto dopo il primo, durissimo inverno di detenzione; la maggioranza rifiutò. I Pow, i Prisoners of war rinchiusi in campi sparsi per il mondo - i peggiori furono quelli dei francesi - ricevettero la richiesta di cooperare come manodopera a favore degli Alleati. In molti decidono per il no, sopportandone le conseguenze. Anche qui, la rievocazione si avvale di lettere e testimonianze rese da chi visse quelle vicende.

Avagliano e Palmieri dedicano poi un capitolo a un fenomeno poco indagato: la resistenza nera nelle regioni occupate dagli anglo-americani. Si tratta per lo più di gruppi, come quello di «Onore», attivo a Roma, che nella clandestinità continuano a dirsi fascisti, svolgendo attività di propaganda. Lungo il filo delle pagine si dipana il racconto degli avvenimenti che precipitano verso la resa. L’Enr, l’Esercito nazionale repubblicano del maresciallo Graziani, è male equipaggiato e malvisto dai tedeschi, che preferirebbero impiegare gli italiani nel lavoro coatto. Nell’estate ’44, Pavolini istituisce le Brigate nere; come lui stesso annota, sono organizzate sul modello delle formazioni partigiane, allo scopo di combatterle: alla guerra contro gli Alleati si aggiunge la terribile guerra civile.

La linea del fronte sale, le diserzioni nelle file della Rsi aumentano, ma fino agli ultimi giorni non mancano i giovanissimi che si arruolano. Che aria tiri lo spiega bene una lettera spedita da Belluno a un soldato fascista: «Quando finirà la guerra sarà bene che non torni subito a casa, non per gli inglesi né per gli americani, ma per gli italiani stessi, specie per quelli del tuo paese, che ti faranno la pelle». Avagliano e Palmieri chiudono il libro con gli avvenimenti che seguono il 25 aprile. Ecco l’ultima resistenza degli irriducibili, ecco i rinchiusi nel campo di Coltano, dove confluiranno i militi repubblicani caduti in mano alleata, ecco le lettere dei fascisti condannati a morte. Dove finisce L’Italia di Salò, comincia Il sangue dei vinti di Gianpaolo Pansa.

(Libero, 18 aprile 2017, pag. 25)

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