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Salò, Ritratto di una scelta

di Letizia Magnani

Sui “ragazzi di Salò” in tanti hanno scritto, da Indro Montanelli a Giorgio Bocca. Molti hanno parlato di quella scelta “sbagliata”, che però a 17 anni aveva il sapore dell’estremo. Fra costoro ci sono visi noti dello spettacolo, testimoni del ‘900, da Dario Fo, a Giorgio Albertazzi e Raimondo Vianello. Sono stati “ragazzi di Salò”: uomini di una certa destra, ad eccezione di Dario Fo, ma, da più adulti certamente non fascisti, i quali, però, in quei venti mesi, fra il 12 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 videro in Salò chi una soluzione eroica, chi perfino rivoluzionaria, chi infine una via di salvezza.

E’ quanto raccontano, facendo parlare voci fino ad ora rimaste silenti, Mario Avagliano e Marco Palmieri nel volume, pubblicato dal Mulino, “L’Italia di Salò”. Avagliano e Palmieri non sono primi ad opere storiche di grande intelligenza e capaci, con fonti di prima mano, di raccontare storie già note, con un punto di vista nuovo. In questo caso a parlare sono le lettere, i diari, le testimonianze scritte di quell’Italia malconcia, ardita, “sbagliata” e sconfitta. Forse sconfitta perché “sbagliata”. Da qui le citazioni dello storico Roberto Vivarelli e dello scrittore Carlo Mazzantini, che, nel romanzo “A cercar la bella morte”, racconta la Repubblica Sociale Italiana, quella Salò che Mussolini fonda sotto il protettorato del tedesco.

E se il duce sul Garda stava per lo più a Villa Feltrinelli, a Gargnano, non c’è dubbio che la vera capitale della RSI sia stata Salò “Perché lì c’era la Stefani – spiega oggi Avagliano – e quindi i dispacci della RSI uscivano datati Salò”. La propaganda era fondamentale.

A Salò si ritrovarono “Gli entusiasti, che erano fedeli al duce e al fascismo, chi era più tiepido e vedeva in Salò un’occasione. Fra costoro inseriamo gli opportunisti, i cinici, chi non vide altra strada per sé. Poi c’erano i recalcitranti, che aderirono perché costretti dalla paura dei tedeschi, della pena di morte, dalla costrizione. Infine ci sono gli oppositori e i disertori, ma anche un mondo variegato fatto di banditi, violenti, nazisti”. “Colpisce – prosegue Avagliano – il fatto che vi aderiscano mediamente persone già grandi d’età, o giovanissimi, fra cui molte donne, che in pratica erano nati durante il ventennio”. Per molti, insomma è una sorta di ritorno alle origini, alla Marcia su Roma, alle idealità del fascismo della prima ora, violenza compresa.

Solo così si capisce l’esaltazione della morte come simbolo. C’era certo l’eco del nazismo, ma per i due autori si tratta di qualcosa di più profondo: “Fortissima è la simbologia della morte, in collegamento con l’iconografia del movimento squadrista originario, ma anche a dimostrazione del clima crepuscolare, privo di reali speranze”.

Dalla simbologia ai dati, Avagliano e Palmieri non tralasciano niente, ricordando che sono stati 550 mila i giovani, le donne e gli anziani che aderirono a Salò, in tre fasi distinte: “la prima è quella del rifiuto dell’armistizio immediatamente dopo il suo annuncio, a cui segue l’esodo verso il nord per seguire Mussolini subito dopo il suo rientro in Italia. Infine c’è la riorganizzazione e il reclutamento delle forze armate della Rsi nella forma dell’Esercito nazionale repubblicano, formalmente apolitico, della milizia di partito e delle formazioni autonome al servizio dei tedeschi”.

Il libro insomma ribalta l’immagine dei combattenti di Salò come avventurieri, idealisti o poveri illusi e va invece in profondità, raccontando lati inediti, come il grande seguito di Salò nei giovani del Sud Italia: “L’ambizione per i più era quella di far rinascere il fascismo delle origini, questo anche il motivo per il quale in non pochi aderirono a Salò nel Mezzogiorno, e pur non essendo costretti dall’occupazione, lo fecero convintamente”. Un fenomeno, questo, di cui poco si è parlato e che il libro invece illumina con fonti inedite.

 

(Il Giorno-La Nazione e Il Resto del Carlino, 25 marzo 2017)

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