L'Italia senza camicia nera. Aldo Cazzullo: la prima ricostruzione completa del dissenso al regime

di Aldo Cazzullo

«Mussolini visita un manicomio. I ricoverati messi in fila applaudono freneticamente. Uno solo non batte le mani. Un uomo della scoria lo interroga: e voi non applaudite? Non sono mica matto, io sono un infermiere». E' una delle tante barzellette che vengono raccontate sotto la dittatura di Benito Mussolini. Un'ironia sotterranea e amara, che circola segretamente tra gli italiani nei primi anni Trenta. Il regime fascista, del resto, dopo aver neutralizzato ogni forma d'opposizione, ha fatto scendere la sua cappa oppressiva sul Paese. La macchina della repressione, con l'occhio vigile della polizia e delle spie, e quella del consenso, con la propaganda, le organizzazioni paramilitari e le adunate oceaniche, funzionano a pieni giri. Non essere allineati è un rischio troppo alto da correre e non sono solo gli oppositori veri e propri a rischiare, ma anche i semplici mormoratori, cioè chi si lascia sfuggire mere imprecazioni o battute di spirito contro Mussolini e il fascismo o sulla situazione in generale.

E' quanto racconta il nuovo libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, intitolato II dissenso al fascismo. Gli italiani che si ribellarono a Mussolini 1925-1943 (il Mulino). Da anni Avagliano e Palmieri portano avanti una loro peculiare ricerca storica, basata su un enorme lavoro sulla corrispondenza e sulle carte private e familiari degli italiani. Questa è la prima ricostruzione completa del dissenso al regime. A conferma del fatto che non tutti gli italiani sono stati fascisti.

Le spedizioni punitive, le ritorsioni, le condanne del Tribunale speciale al carcere e al confino e la vigilanza onnipresente e asfissiante della polizia politica, la famigerata Ovra, riducono al silenzio, all'inattività o alla fuga all'estero buona parte degli oppositori e anche chi semplicemente si lamenta o ironizza sul Duce e l'operato del regime. Le uniche opinioni consentite sono quelle autorizzate, cioè allineate. Ogni ambito della vita pubblica e privata è presidiato. «L'Italia — spiegherà nel 1944 l'antifascista di Albano Umberto Di Fazio — era divenuta per gli italiani un terreno così infido che bisognava bene esaminare davanti a sé prima di avventurarsi a muovere un piede. Si giunse all'assurdo che qualche volta persino tra le pareti domestiche si dubitava». E il periodico satirico «Il becco giallo» da Parigi, nel 1931, in un articolo intitolato Il mito dell'Ovra osserva che «c'è chi vede il fantasma dell'Ovra in ogni ombra; chi abbrividisce ad ogni palpito di tenda; chi suda freddo per lo scricchiolio di un mobile o per il gemito di una porta».

Eppure negli anni della dittatura il dissenso non viene soffocato del tutto. Una minoranza di italiani ha il coraggio di continuare a esprimerlo, pagando un prezzo altissimo in termini di emarginazione e isolamento sociale, controllo poliziesco, violenze e condanne severe. Accanto a figure note come Gramsci, Gobetti, Matteotti, don Minzoni e ai tanti esuli costretti alla fuga all'estero fin dai primi anni del regime, il libro prende in esame anche l'opposizione spontanea, popolare, spesso politicamente inconsapevole e finora poco indagata, che forma un terreno fertile su cui poi attecchirà la partecipazione di molti italiani alla guerra di Liberazione.

Il dissenso trova varie forme, pubbliche e private, eclatanti o sotterranee, esplicite o camuffate, organizzate o spontanee, per continuare ad essere manifestato. Si tratta di spazi residuali e limitati, pericolosissimi da occupare, che però persistono durante tutta la dittatura in modo non omogeneo nel tempo e nelle diverse zone del Paese. Con varie forme di espressione che spaziano dalla semplice indifferenza, alla non adesione intima e privata, fino all'antifascismo militante, con espressioni che vanno dai comportamenti privati alle iniziative individuali, fino all'impegno più organizzato. È il caso del giovane «di 25 anni, scarno, di statura media, colorito roseo, capelli castani con maglietta da ciclista color bigio» che, come riferisce una relazione della polizia, in un mattino della fine del 1927 scende da Albano lungo l'Appia a tutta velocità con la sua bicicletta lanciando manifestini che invitano a lottare contro il fascismo. O quello del fornaio Giuseppe Sciuto, di Catania, non iscritto a nessun partito ma che tra il 1939 e il 1941 scrive ben 118 lettere anonime in stampatello a personalità italiane, gerarchi fascisti e giornalisti italiani e stranieri con frasi come: «Il fascismo tiene gli operai schiavi e sacrificati; il fascismo, banditismo nero, assassino, micidiale e nemico dell'umanità». Decine di agenti vengono impiegati nella caccia all'uomo, anche prendendo il posto dei postini di Catania e sorvegliando le buche delle poste, ma ci vogliono due anni per stanare Sciuto, arrestato il 5 maggio 1941 mentre sta per imbustare altre missive alla cassetta postale.

Spesso si tratta di un «antifascismo da osteria», in quanto i presunti dissidenti pronunciano le loro invettive sotto i fumi dell'alcol, nel corso di litigi o per eccessi di rabbia dovuti alla disperazione e alla miseria, incappando nelle denunce di delatori di passaggio, colleghi, conoscenti o perfino parenti, talora ritrattandole per evitare la condanna o alleviare le pene. Non mancano però filoni di dissenso sociale più profondi e meno estemporanei, che arrivano anche a proteste popolari come cortei davanti alle sedi istituzionali e tumulti e scioperi nelle fabbriche e nelle campagne, soprattutto nei momenti più gravi della crisi economico-sociale, che vedono protagoniste anche tantissime donne: dopo la rivalutazione della lira del 1926-27, nei primi anni Trenta con l'arrivo in Italia degli effetti della Grande Depressione e durante la guerra, specie tra il 1942 e i primi mesi del 1943. 

Esercitare il dissenso sotto il fascismo ha un costo. Tra il 1926 e il 1943 ogni settimana, come ha calcolato Altiero Spinelli, il regime infligge l'ammonizione o la vigilanza speciale a 181 cittadini, ne invia 11 al confino, ne denuncia 24 al Tribunale speciale e ne condanna 6 al carcere con pene fino a trent'anni. La maggior parte degli antifascisti trascorre buona parte della giovinezza tra il carcere e il confino. «Cara Fiorella — osserva sempre Spinelli in una lettera de11942 — ecco oggi, tre giugno, son quindici anni che son prigioniero, il 43% della mia vita totale, o, se si conta la vita effettiva dai 15 anni in su, il 75%. Con un certo senso di orrore sto scrivendo queste cifre. Non credo che ci sia molta gente al mondo che abbia battuto questi record».

E' un dissenso che ha tanti volti e tante forme. Lo esprimono uomini e donne legati ad antiche fedeltà ideali e politiche maturate prima dell'avvento del regime, in famiglia o nelle comunità cittadine o di quartiere. Ci sono anche antifascisti «dormienti», che sono rimasti in Italia e hanno abbandonato l'attività politica attiva, ma di cui è nota la contrarietà al Duce. Così come sono i più vari i luoghi del dissenso: per strada, nelle trattorie, nei bar, sui tram, nei posti di lavoro, nel privato delle proprie case. E lo stesso vale per le sue forme, tra cui quelle cosiddette «povere»: barzellette, filastrocche, caricature, parodie di canzoni o di poesie, insulti e imprecazioni contro Mussolini e i gerarchi, statue parlanti (come nel caso di Roma), scritte murali che spesso compaiono in occasione di date simbolo come il primo maggio, ritocchi sarcastici di cartoline propagandistiche, volantini artigianali, intonazione di canti politici, culto e ricordo degli oppositori morti per mano fascista e funerali sovversivi.

(Corriere della Sera, 9 ottobre 2022)

Quando era il Sud a protestare contro Roma

La caduta del fascismo a fine luglio del 1943 porta anche alla rinascita del pluralismo sindacale, soffocato durante il Ventennio fascista. E infatti il nuovo ministro delle corporazioni Leopoldo Piccardi, in accordo con il capo del governo Badoglio, decide di «commissariare» le organizzazioni sindacali costituite nel passato regime, affidandone la guida ad alcuni esponenti del sindacalismo prefascista, rappresentanti delle maggiori correnti politiche. Il socialista Bruno Buozzi viene nominato a capo dell’organizzazione dei lavoratori dell’industria, il cattolico Achille Grandi a quella dell’agricoltura e il comunista Giuseppe Di Vittorio a quella dei braccianti. All’organizzazione degli industriali viene invece preposto Giovanni Mazzini, che aveva già guidato l’associazione prima dell’avvento della dittatura. Mazzini e Buozzi il 2 settembre 1943 siglano un accordo con il quale vengono ufficialmente ricostituite le commissioni interne nei luoghi di lavoro soppresse dal patto di Palazzo Vidoni del 2 ottobre 1925.

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

L’armistizio dell’8 settembre 1943 e la divisione in due del Paese frenano però la costituzione di un nuovo sindacato democratico unitario. Tuttavia il governo Badoglio estende progressivamente a tutto il Meridione l’ordine di scioglimento dei sindacati fascisti e il diritto di costituire organizzazioni libere da ogni controllo governativo. Già a partire dall’ottobre del 1943 vengono costituite Camere del Lavoro in molte delle province liberate e a novembre al convegno di Napoli, al quale partecipano i rappresentanti dei lavoratori della provincia, viene creato il Segretariato Meridionale della Confederazione Generale del Lavoro (Cgl) e sono fissate le direttive fondamentali del nuovo sindacato. Nel comitato direttivo provvisorio entrano membri del Pci, del Psiup e del Pd’A e segretario generale viene nominato Enrico Russo, vecchio militante comunista, perseguitato dai fascisti, combattente nelle brigate internazionali in Spagna, già segretario della Camera del Lavoro di Napoli e segretario regionale del Pci sino al 1926, ma ora in odore di eresia per le sue posizioni eterodosse (nel partito c’è chi lo accusa di essere trotskista e a lui sono vicini i frazionisti di sinistra della federazione di piazza Montesanto). L’altro dirigente di spicco è Dino Gentili, che rappresenta la corrente azionista.

L’impronta classista del sindacato non è affatto gradita al Pci, che promuove l’indizione a Bari il 29 gennaio 1944, a margine del Congresso dei Comitati di Liberazione, di una riunione dei delegati sindacali del Mezzogiorno nella sede dei post-telegrafonici. Dall’assise emerge la volontà di costituire una nuova Cgl, in opposizione a quella napoletana, con l’aggiunta dell’aggettivo «Italiana» e che rappresenti tutte le forze antifasciste. Nel comitato provvisorio direttivo entrano anche il Pd’A e i liberali, anche se la direzione è costituita da membri di Pci, Psiup e Dc. La carica di segretario viene affidata al socialista Bruno Buozzi e la vice-segreteria al comunista Giovanni Roveda e al democristiano Achille Grandi. Ma nessuno di essi si trova nel territorio liberato ed è in grado, quindi, di assumere la carica, anche se è chiaro l’intento di dimostrare l’importanza e l’autorevolezza della Cgil barese rispetto alla Cgl di Napoli.

I desideri del Pci di formare un sindacato interpartitico vengono peraltro frenati dai rappresentanti di Psiup, Pd’A e Dc che il 5 febbraio 1944 diffondono un comunicato congiunto nel quale si dichiara di non riconoscere il deliberato del Congresso di Bari. La Cgil di Bari non viene sciolta, ma la componente che fa capo al Pci deve rallentare i tempi di formazione di un nuovo sindacato unitario.

Intanto la Cgl convoca a Salerno il suo primo congresso nazionale dal 18 al 20 febbraio 1944. All’assise partecipano trenta Camere del Lavoro, quattro sindacati campani, ventitré federazioni della terra e i delegati delle commissioni di fabbrica per i centri in cui le Camere del Lavoro non funzionano ancora, in rappresentanza di circa 150 mila iscritti. Una delegazione giunge dalla Puglia (Andria) e altri rappresentanti dall’Abruzzo e Molise.

Sono assenti i rappresentanti della Cgil di Bari, che peraltro fanno di tutto per cercare di impedire l’adesione delle altre province. Il Teatro Verdi, dove si tiene la manifestazione, è gremito: vi sono oltre duemila persone. La Cgl dà vita anche a un giornale, «Battaglie sindacali», con Enrico Russo direttore e Libero Villone redattore capo, il cui primo numero esce proprio il 20 febbraio.

Il congresso conferma come segretario nazionale Enrico Russo, il quale nella sua relazione chiarisce che «Non vi deve essere alcuna tregua sindacale», chiede di combattere il mercato nero, propone aumenti salariali per i lavoratori e l’eliminazione della disoccupazione mediante la consegna delle fabbriche alla gestione diretta operaia, e afferma l’esigenza di una decisa epurazione a ogni livello: «Il 25 luglio non è stato altro che il salvataggio della borghesia. Si è cambiata l’etichetta, ma il fascismo è rimasto, e il proletariato lo ha capito benissimo».

«Con il governo della borghesia – aggiunge Russo – non possiamo venire a nessun accordo […]. Le masse lavoratrici sono decisamente contro il governo Badoglio che, coprendo le responsabilità dei fascisti, rinnova e rafforza il fascismo».

Il congresso vota anche l’unificazione con la Cgil di Bari. Inutile si rivela il tentativo dei rappresentanti del Pci di scalzare dalla direzione Enrico Russo, come rileva l’Oss, ricostruendo in un documento del 27 aprile 1944 i retroscena del Congresso: «Tengono banco Gentili, il PD’A e i comunisti dissidenti di Russo. I socialisti e i comunisti di Napoli non riescono a sconfessare del tutto Salerno e lo definiscono regionale, cercando di dare peso all’altra CGL […] incaricano poi i socialisti presenti a Salerno di votare, nella votazione finale, contro Russo. Ma i socialisti di Salerno passarono l’informazione a Gentili e Russo si salva con 60 voti contro 26».

Nel frattempo anche i democristiani hanno creato una loro organizzazione sindacale; a Salerno, nei giorni 19 e 20 marzo, è nata la Confederazione Italiana del Lavoro (Cil), il cui congresso viene convocato con un manifesto che s’intitola Lavoratori di tutto il mondo; unitevi in Cristo. Viene nominato segretario generale Domenico Colasanto.

Togliatti, dopo il suo arrivo a Napoli, a inizio aprile incontra Russo e tenta un dialogo con la Cgl. Ma i motivi di contrasto prevalgono per la forte impronta classista della Cgl e perché essa avversa con asprezza la svolta di Salerno. Il 16 aprile del 1944, infatti, la Cgl emana un duro comunicato contro l’ipotesi di un nuovo gabinetto Badoglio con la partecipazione dei partiti del Cln in cui sostiene che «nessun governo di collaborazione con elementi responsabili del fascismo può risolvere i problemi della crisi politica ed economica, né soddisfare le aspirazioni delle masse» e «afferma che nessun governo potrà utilmente operare nell’interesse del Paese se non avrà l’appoggio delle masse lavoratrici».

A questo punto lo scontro con il Pci è frontale. Attraverso le colonne de «l’Unità» il partito critica duramente la Cgl, definita settaria e antidemocratica. Il 21 maggio «l’Unità» invita esplicitamente i dirigenti baresi a operare una scissione nel Consiglio Direttivo della Confederazione e afferma che i dirigenti eletti al congresso di Salerno non devono essere riconosciuti, ed è necessario che si tenga al più presto, «sulla base del tesseramento, la libera elezione degli organismi dirigenti» a tutti i livelli dell’organizzazione sindacale.

Alla fine di maggio viene convocato un nuovo congresso a Bari, al quale partecipano i rappresentanti della Cgil di Bari e della Cgl di Napoli, ma che ha carattere interlocutorio, sia per l’approssimarsi della liberazione di Roma sia perché, come spiegherà il socialista Oreste Lizzadri, «si preferì non pregiudicare con deliberazioni impegnative le trattative che, si sapeva, a Roma erano giunte a buon punto fra i partiti di massa».

Infatti a Roma in clandestinità Buozzi, Grandi e Di Vittorio hanno continuato a tessere la tela per la costituzione di un’organizzazione unitaria, in cui siano rappresentati i tre partiti di massa. Il loro impegno sfocia in uno storico accordo, il Patto di Roma, che viene siglato all’indomani della liberazione della capitale, il 9 giugno del 1944, e che sancisce la nascita della Confederazione generale italiana del lavoro unitaria (Cgil), stabilendo tra l’altro il «rispetto reciproco di ogni opinione politica e fede religiosa», la democrazia interna con elezione dal basso delle cariche, l’indipendenza dai partiti e la partecipazione in forma paritetica delle correnti sindacali.

Il Patto viene sottoscritto, oltre che da Di Vittorio e da Grandi, da Emilio Canevari che ha assunto la guida della corrente socialista dopo l’arresto di Buozzi da parte dei tedeschi il 13 aprile 1944 e la sua uccisione il 4 giugno nell’eccidio in località La Storta. La nascita del nuovo sindacato unitario precede lo scioglimento delle vecchie organizzazioni sopravvissute alla caduta del fascismo, che avviene qualche mese dopo, con il decreto legislativo n. 369 del 23 novembre 1944.

La risposta della Cgl di Russo è al fulmicotone, con un ordine del giorno in cui si afferma che «di fronte all’informazione che a Roma si è nominato un organo centrale di una Confederazione Generale Italiana del Lavoro, con tre dirigenti designati da partiti politici, nel riaffermare la necessità che il movimento sindacale rimanga indipendente dai partiti politici e non divenga strumento degli stessi, ma rimanga mezzo attraverso il quale le masse lavoratrici realizzano la difesa dei loro interessi; dichiara di non poter riconoscere alcuna nomina che non sia fatta per espressa volontà delle masse lavoratrici». La Cgl si ripropone di rappresentare essa i lavoratori, anche a Roma e nel resto d’Italia. Per contrastare l’ormai invadente sindacato romano, a giugno la Cgl stipula con la cattolica Cil un’intesa riguardante l’attività sindacale di base e i contratti collettivi.

Ma il piano di Russo & Co. si rivela velleitario. E infatti, mentre Di Vittorio tiene decine di comizi per diffondere l’idea del sindacato unitario, nelle settimane successive la Cgl perde pezzi, con la presa di distanza dei delegati di Bari e la fuoriuscita di vari segretari di Camere del Lavoro. Non resta altra strada che lo scioglimento e la confluenza nella Cgil romana. Con questo obiettivo viene convocato il 27 agosto a Napoli un nuovo congresso, al quale partecipano oltre cento delegati provenienti da tutto il Sud e anche da Roma, dove la Cgl è appoggiata dal Movimento Comunista d’Italia («Bandiera Rossa»). Il congresso approva l’adesione alla Cgil. Russo, dimettendosi da ogni carica, nel discorso di chiusura dichiara: «Per la prima volta nella storia del Movimento Sindacale un organo direttivo è costretto a dissolversi per il prepotere di forze estranee soverchianti […]. Dalla liberazione di Roma ci attendevamo un più vasto respiro di libertà. Ma questo respiro è stato soffocato».

Nel frattempo anche la Cil si è sciolta, superando le resistenze interne che hanno reso necessario un viaggio a Napoli di Achille Grandi. Ma in ambito cattolico resta l’esigenza di avere un luogo autonomo di discussione dei problemi del lavoro, tanto è vero che in un convegno tenuto tra il 26 e il 28 agosto del 1944 nel convento di Santa Maria sopra Minerva i dirigenti dell’Azione Cattolica e i sindacalisti della Dc firmatari del Patto di Roma decidono di dar vita alle Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani (Acli) «per integrare e affiancare l’opera dei sindacati unitari di categoria». A testimonianza del preciso legame tra la nuova organizzazione e la corrente cattolica presente nella Cgil, Grandi ne viene nominato presidente e Giulio Pastore segretario.

Il 15 settembre del 1944 a Roma si svolge il Convegno delle organizzazioni sindacali dell’Italia liberata, alla presenza della delegazione sindacale anglo-americana e del segretario della Federazione Sindacale Mondiale, Walter Schevenels, che danno l’imprimatur al nuovo sindacato.

Il primo Congresso della Cgil unitaria si tiene invece a Napoli dal 28 gennaio al 1° febbraio 1945, con la partecipazione dei delegati delle dodici regioni fino ad allora liberate (Sicilia, Calabria, Basilicata, Campania, Puglia, Abruzzo, Sardegna, Lazio, Umbria, Marche, Toscana, Romagna).

È l’occasione per ratificare il Patto di Roma e per confermare la segreteria generale, composta da Di Vittorio, Grandi e Oreste Lizzadri (che ha preso il posto di Canevari). Recita la risoluzione finale: «Il Congresso dichiara che l’unità sindacale, superate trionfalmente le prime prove, è considerata da tutti i lavoratori italiani come la più importante conquista da essi realizzata. Il proletariato italiano difenderà col più grande vigore questa sua conquista contro tutti coloro che tentassero, con arti subdole e con attacchi diretti, di infrangerla o d’incrinarla».

I carabinieri in un rapporto del 6 febbraio informano che «i congressisti hanno votato un ordine del giorno nel quale, tra l’altro, si afferma la necessità 1) dell’unità sindacale, 2) di immediati provvedimenti a favore dei lavoratori, 3) della soppressione dei contratti fascisti, 4) della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, 5) della parità di trattamento degli operai in tutta Italia, 6) della nazionalizzazione dei monopoli economici», osservando che «Con le decisioni prese la Cgil mirerebbe al potenziamento delle masse per poter influire sulla direttive politiche del governo, tanto più che gli iscritti […] dei partiti estremisti sono in maggioranza».

Nel rapporto successivo del 9 marzo aggiungono: «Il partito comunista cerca di ingrossare le sue file prevalentemente attraverso l’appoggio della Confederazione generale del Lavoro e l’inquadramento delle organizzazioni sindacali sotto l’egida del partito».

Intanto anche il mondo imprenditoriale si organizza con la nascita il 18 gennaio 1945 dell’Unione degli Industriali della provincia di Napoli e della Camera di Commercio, che riprende la sua denominazione originaria dopo essere stata trasformata in epoca fascista in Consiglio provinciale delle Corporazioni e viene guidata prima da un commissario e poi da Epimenio Corbino. Riprende così la dialettica tra rappresentanti delle imprese e dei lavoratori, ancora prima della liberazione del Nord dell’Italia.

("Patria Indipendente", n. 103, marzo 2021)

 

Fonti bibliografiche e archivistiche

Alosco, Alle radici del sindacalismo. La ricostruzione della CGL nell’Italia liberata. 1943-1944, Milano, SugarCo, 1979

Archivio centrale dello Stato, Governo del Sud, Arma Carabinieri Reali dell’Italia liberata, fasc. 3/16.

Bianconi, 1943: la CGL sconosciuta. La lotta degli esponenti politici per la gestione dei sindacati operai 1943-1946, Centro Studi Libertari Di Sciullo, Chieti, 2013

Romeo, 28 gennaio-1° febbraio 1945, nell’Italia divisa in due il Congresso della Cgil delle zone liberate, in LaCgilnelNovecento.blogspot.com, 2 febbraio 2017

 

  • Pubblicato in Articoli

Il 7 dicembre presentazione a Roma di "Paisà, sciuscià e segnorine"

Martedì 7 dicembre, alle ore 17.00, presso la sede e sul canale Facebook della Biblioteca di storia moderna e contemporanea, in collaborazione con ANPI, INSMLI e IRSIFAR, sarà presentato il volume Paisà, sciuscià e segnorine. Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile di Mario Avagliano e Marco Palmieri. (Il Mulino, 2021). Intervengono: Anna Balzarro, Isabella Insolvibile, Giancarlo Governi,  Gianfranco Pagliarulo. Coordina: Maria Corbi. Saranno presenti gli autori.

È stato chiamato «l'altro dopoguerra» il periodo vissuto dall'Italia meridionale e Roma tra il luglio del 1943, quando gli alleati sbarcano in Sicilia, e il maggio del 1945, quando la guerra finisce. Un lungo periodo, segnato dal procedere lento della linea del fronte verso nord, con combattimenti accaniti, violenze, stragi tedesche e alleate e atti di resistenza, spesso misconosciuti (non solo la battaglia per la difesa di Roma e le Quattro giornate di Napoli). Ma anche un vitale, caotico, difficile ritorno alla pace e alla libertà, con il primo confronto con la democrazia dopo il ventennio fascista. I problemi economici e sociali sono aggravati dall’atteggiamento dei militari alleati, intorno ai quali, come avviene ad esempio a Napoli e a Roma, proliferano fenomeni come segnorine, sciuscià e traffici del mercato nero che portano a un certo decadimento dei costumi morali. Esaurita l’euforia della libertà riconquistata ed emersa la consapevolezza del carattere illusorio dell’aspettativa che l’arrivo degli anglo-americani, simbolizzato dal pane bianco, dalle caramelle e dalle chewing-gum, porti miracolosamente alla fine della miseria, le truppe “salvatrici” nella penisola diventano sempre meno gradite. La presenza degli alleati, il ritorno dei partiti, delle radio, della stampa libera, la voglia di normalità e di divertimento, la rinascita del cinema e del teatro, con Anna Magnani, Totò, i fratelli de Filippo, De Sica e Rossellini, e poi la fame, il banditismo, le marocchinate, la criminalità. Attingendo a lettere, diari, corrispondenza censurata, relazioni delle autorità italiane e alleate, giornali, canzoni, film, il libro compone un racconto corale, curioso e inedito di quell'Italia del dopoguerra.


Mario Avagliano
è un giornalista e storico, collabora alle pagine culturali de “Il Messaggero” e de “Il Mattino”. E’ autore di numerosi saggi su fascismo, seconda guerra mondiale, deportazioni e dopoguerra.

Marco Palmieri è giornalista e storico, ha lavorato per diverse testate e ha pubblicato numerosi saggi sulla deportazione, la resistenza e il dopoguerra.

 

Anna Balzarro è direttrice dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza (IRSIFAR) 

Maria Corbi è una giornalista, inviata de La Stampa.

Giancarlo Governi è un autore televisivo, sceneggiatore e scrittore.

Isabella Insolvibile è una storica specializzata nella Resistenza italiana.

Gianfranco Pagliarulo è presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI)                                                            

Patrizia Rusciani è direttrice Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea.



Diretta sul canale FB della Biblioteca
https://www.facebook.com/BSMCstoriamoderna

E nei giorni successivi sul canale youtube della Biblioteca

www.youtube.com/channel/UCfXpacBHyoMTCWStx0Mj3yQ

  • Pubblicato in News

Libri, Avagliano “Raccontiamo altro dopoguerra, pesò su formazione Sud”

ROMA (ITALPRESS) – “Il cosiddetto ‘altro dopoguerrà, il periodo vissuto dal Sud e Roma tra il luglio del 1943, quando gli alleati sbarcano in Sicilia, e il maggio del 1945 ha inciso tantissimo nella formazione del meridione perchè ci furono i primi episodi di resistenza”. Lo dice, in un’intervista all’Italpress,
Mario Avagliano, giornalista e storico, coautore, insieme a Marco Palmieri, di “Paisà, sciuscià e segnorine – Il Sud e Roma dallo sbarco degli alleati al 25 aprile”, edizioni “Il Mulino”.
“Vittorio Foa – aggiunge – raccontò che gli stessi settentrionali considerarono con superficialità quel momento e se ne pentì perchè al contrario andava valorizzato. Il Mezzogiorno è stato protagonista di tanti episodi che non sono solo le 4 Giornate di Napoli”. Attraverso diari, lettere, appunti, Avagliano fa un racconto di questi eventi basandosi direttamente sulle testimonianze dei diretti interessati: “Ci sono episodi che riguardano la Puglia, la Campania, gli Abruzzi dove si formarono anche bande partigiane. Una ricostruzione fatta attraverso le parole dei protagonisti”.
“Accanto alle violenze dei tedeschi, ci furono anche le stragi commesse degli alleati soprattutto dopo i primi giorni dello sbarco in Sicilia” ha spiegato lo scrittore aggiungendo: “Si parla anche del rapporto difficile, a tratti negativo, con gli stessi alleati che sono sì portatori di libertà e nuovi costumi ma anche di degrado morale e sociale. Quindi il fenomeno degli sciuscià, delle signorine, cioè le prostitute, insieme a quello dell’avanzata sociale e del progresso della democrazia”. Una lettura non edulcorata, indulgente o macchiettistica, ma cruda della realtà. Avagliano, infatti, sottolinea: “Un volto a due facce dove c’è un’Italia che rinasce”. Senza dimenticare il rinnovato spirito artistico, il fermento grazie agli spettacoli teatrali di Totò e Anna Magnani come ha ricordato l’autore del libro: “Totò e Magnani hanno il coraggio di fare battute e allusioni durante l’occupazione tedesca a Roma. Per questo Totò viene messo all’indice dai tedeschi che vogliono catturarlo insieme a Edoardo e Peppino De Filippo. Vengono avvisati, riescono a fuggire e quando tornano a Roma organizzano un grande spettacolo dove mettono alla berlina Mussolini e Hitler”.
Per Avagliano, gli anni successivi al secondo conflitto mondiale sono fondamentali: “Con il ritorno della democrazia e della libertà in Europa abbiamo avuto un lungo periodo di pace che perdura ancora. E’ il frutto del coraggio, della lotta e del sacrificio di tanti italiani che, o come partigiani o come deportati, riuscirono a costruire mattone dopo mattone la nostra Repubblica”.


(ITALPRESS, 8 novembre 2021).

 

Link al video dell'intervista: https://www.italpress.com/libri-avagliano-raccontiamo-laltro-dopoguerra-a-roma-e-al-sud/

  • Pubblicato in News

In libreria "Paisà, sciuscià e segnorine"

È stato chiamato «l’altro dopoguerra» il periodo vissuto dall’Italia meridionale e Roma tra il luglio del 1943, quando gli alleati sbarcano in Sicilia, e il maggio del 1945, quando la guerra finisce. Un lungo periodo, segnato dal procedere lento della linea del fronte verso nord, con combattimenti accaniti, violenze, atti di resistenza. Ma anche un vitale, caotico, difficile ritorno alla pace e alla libertà. La presenza ingombrante degli alleati, il ritorno dei partiti, delle radio, della stampa libera, la voglia di normalità e di divertimento, e poi la fame, la prostituzione, il banditismo, le marocchinate, la criminalità. Attingendo a lettere, diari, corrispondenza censurata, relazioni delle autorità italiane e alleate, giornali, canzoni, film, il nuovo lavoro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, "Paisà, sciuscià e segnorine. Il sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile", appena uscito in tutte le librerie per i tipi del Mulino, compone un racconto corale, colorato, curioso e in tanti dettagli inedito di quell’Italia che per prima si affacciava al dopoguerra.

"La forza di questo libro è la ricchezza di frammenti di storie individuali che catturano e avvincono, ricostruendo in presa diretta la vita del Mezzogiorno e del Centro Italia dopo la liberazione” (Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 22 ottobre 2021).

  • Pubblicato in Articoli

Totò contro i nazifascisti. La recensione del Corriere della Sera di "Paisà, sciuscià e segnorine"

di Aldo Cazzullo

«Il Mezzogiorno non esisteva per noi. Io, da “nordista”, pensavo che nell’esperienza settentrionale ci fossero dei valori specifici superiori. Era una stupidaggine». Vittorio Foa, uno dei padri della Repubblica, a distanza di anni sintetizzava così il vuoto di memoria delle vicende dell’Italia meridionale già liberata, tra il 1943 e il 1945, mentre al Nord ancora si combatteva la Resistenza. C’è infatti uno spartiacque meno considerato che segna la storia d’Italia nella tragedia fascista e della guerra, cioè lo sbarco degli Alleati in Sicilia, nel luglio del 1943. A partire da quel momento, con la progressiva avanzata degli angloamericani nelle regioni meridionali, fino alla liberazione di Roma nel giugno del 1944, per una parte di italiani inizia quello che è stato definito un “dopoguerra anticipato”. Di cui però si ha poca conoscenza, se non per alcuni eventi come le Quattro giornate di Napoli.

In quella pagina di storia c’è molto altro, come racconta Paisà, sciuscià e segnorine. Il Sud e Roma dallo sbarco in Sicilia al 25 aprile (Il Mulino), il nuovo libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri. Scontri violenti, bombardamenti, stragi, rappresaglie, stupri (tra cui le cosiddette marocchinate), rastrellamenti, saccheggi e sfollamenti accompagnano la ritirata tedesca e la liberazione da parte degli Alleati, la cui presenza sul territorio e la convivenza forzata con la popolazione civile non sempre è pacifica e gioiosa.

La fame, le macerie e la disperazione – di cui si è nutrita la fervida stagione del cinema realista, lasciandocene nitida testimonianza in film come Paisà di Roberto Rossellini e Sciuscià di Vittorio De Sica – scandiscono la vita quotidiana. Mancano alloggi e trasporti, il caro-vita è aggravato dalla robusta emissione di am-lire e il mercato nero e la disoccupazione dilagano, mentre molte famiglie soffrono la mancanza dei reduci. «Mi piacerebbe venire a trovarti – si legge in una lettera da Crispiano (Taranto) del 15 settembre – ma come faccio? Non posso uscire perché non ho scarpe. Sono andato a Taranto con le scarpe di mio cugino. Lavoro giorno e notte ma non sono riuscito a comprare un paio di scarpe perché devo aiutare in famiglia». Una disperazione diffusa, che alimenta tensioni sociali, recrudescenze criminali e fenomeni di delinquenza minorile e di prostituzione.

Ma ci sono anche i primi sprazzi di libertà e di democrazia, la ripresa del dibattito politico e sindacale: in tutte le regioni del Sud i partiti dell’epoca pre-fascista e quelli nuovi iniziano a riorganizzarsi, aprendo sezioni nel territorio e tenendo affollati comizi nelle piazze. C’è voglia di tornare alla vita dopo il buio della dittatura e della guerra e un carico di speranze e aspettative – non tutte mantenute e non tutte a buon mercato – connesse all’arrivo degli americani con il loro pane bianco, cibo in scatola, caramelle, chewing-gum, gli occhiali Ray-ban, le jeep, il jazz e i ritmi e i balli sfrenati. Una presenza questa, che col passare dei mesi sarà sempre più ingombrante e accompagnata da degrado morale, sociale e anche economico per il loro ruolo di conquistatori-occupanti. «Quante ragazze – si legge in una lettera segnalata dalla censura militare nella relazione del gennaio 1945 – si stanno sposando con gli americani. Sono tutte donne illuse di andare in America non appena finisce la guerra, ma non pensano che verranno lasciate in abbandono. E poi cosa faranno? Ormai non c’è più la donna italiana ma bensì la madama o la Miss». Ed è anche il Sud della protesta del «non si parte», contro i richiami alla leva, e delle lotte contadine, in qualche caso con la costituzione di effimere repubbliche. 

Mario Avagliano e Marco Palmieri compiono una lunga e meticolosa ricostruzione storica, attraverso una pluralità di fonti coeve (lettere, diari, corrispondenza censurata, relazioni delle autorità italiane e alleate, giornali, canzoni, film). Il nuovo libro della coppia di storici, che con questo metodo ha indagato innumerevoli pagine del periodo a cavallo tra fascismo, guerra e dopoguerra, è un racconto corale in cui le vicende istituzionali e militari – che sono più note – restano sullo sfondo, mentre viene ricostruito dettagliatamente quel clima che Curzio Malaparte in Kaputt esemplifica così nella frase citata nella quarta di copertina del volume: «Tutti fuggivano la disperazione, la miserabile e meravigliosa disperazione della guerra perduta, tutti correvano incontro alla speranza della fame finita, della paura finita, della guerra finita, incontro alla miserabile e meravigliosa speranza della guerra perduta. Tutti fuggivano l’Italia, andavano incontro all’Italia».

La forza di questo libro è la ricchezza di frammenti di storie individuali che catturano e avvincono, ricostruendo in presa diretta la vita del Mezzogiorno e del Centro Italia dopo la liberazione e dimostrando come al Sud la transizione dal fascismo alla democrazia sia avvenuta in anticipo, anche se con modalità assai differenti rispetto all’Italia settentrionale. Roma e il Sud sotto il controllo degli Alleati sono infatti un laboratorio della democrazia dopo il Ventennio fascista, con un percorso di discontinuità rispetto al passato, con un primo abbozzo di Resistenza, sia attraverso i tanti militari che dopo l’armistizio rifiu­tano di consegnare le armi ai tedeschi e ingaggiano furioso combattimenti contro la Wehrmacht, sia attraverso i vari episodi di resistenza spontanea e popolare o la costituzione di bande partigiane, soprattutto in Campania e in Abruzzo, ribaltando l’opinione comune che la Resistenza sia stata appannaggio solo del Nord dell’Italia.

Sullo sfondo – ma vera protagonista del libro di Avagliano e Palmieri – c’è la popolazione che ha voglia di ricominciare a vivere, di divertirsi, di sperimentare la libertà e così la fine della dittatura e della guerra portano con sé il fiorire dei dibattiti politici e culturali, le radio libere, i nuovi giornali (nascono in questo periodo Radio Bari e Radio Napoli, l’Ansa, la Rai, periodici come «Rinascita», «Noi donne», «Mercurio» e «l’Uomo Qualunque»), le canzoni, la riapertura dei ristoranti e dei teatri, i cinema e i teatri gremiti di spettatori, che convivono con fenomeni come gli sciuscià, le segnorine, il banditismo, le mafie.

Straordinario l’ultimo capitolo del libro che racconta la rinascita della cultura, del cinema, del teatro e dell’informazione nel Mezzogiorno e a Roma. Nella capitale occupata dai tedeschi Totò e Anna Magnani, con un coraggio che rasenta l'incoscienza, non perdono occasione ad ogni replica di strizzare l’occhio al pubblico con allusioni e battute a doppio senso, che si riferiscono alla situazione politica, alla Rsi e ai tedeschi. Ad esempio rappresentando il pastore Aligi ne II figlio di Jorio, una parodia del testo dannunziano scritta da Eduardo Scarpetta, Totò si scatena letteralmente ripetendo in tono implorante alla soubrette «Vieni avanti! Vieni avanti! E vieni avanti!», riferendosi chiaramente agli Americani sbarcati ad Anzio, che non si decidano ad avanzare verso Roma.

La sera del 2 maggio 1944, Totò, che è appena rientrato a casa con la bicicletta, riceve una telefonata: una voce anonima gli comunica che è in partenza a suo nome un telegramma di convocazione al comando di polizia e che è stato già firmato un mandato di cattura da eseguirsi il giorno dopo per lui, Eduardo e Peppino De Filippo. Totò abbassa il ricevitore ed esce subito di casa, inforca di nuovo la bicicletta e di corsa si reca al Teatro Eliseo, dove i tre fratelli De Filippo stanno recitando nel Berretto a sonagli di Pirandello, per avvertirli che i fascisti hanno preparato una lista di persone da deportare, nella quale ci sono anche i loro nomi.

Quella stessa sera Totò assieme a Diana e alla piccola Liliana va a nascondersi fuori Roma, per ripresentarsi solo dopo l’arrivo degli Alleati nella capitale, dove ripropone con la stessa compagnia, la stessa coprotagonista Anna Magnani e lo stesso regista Michele Galdieri, una nuova rivista, Con un palmo di naso, al Teatro Valle, il 26 giugno 1944. Nello spettacolo un pirotecnico Totò veste i panni di Mussolini e viene sbeffeggiato dalla Magnani (nei panni di Salomè, ovvero dell’intera Italia) sulle note di Ciccio Formaggio, la popolarissima canzone di Nino Taranto. Strepitosa anche la sua caricatura di Hitler, sul tema di Lili Marleen.

Corriere della Sera, 22 ottobre 2021

Il grande rifiuto. Militari italiani deportati nei lager nazisti. Intervista a Mario Avagliano

di Annamaria Iantaffi

Quando hanno fatto ritorno a casa, qualcuno li ha accusati di essere dei vigliacchi, altri degli attendisti; eppure tutti erano ex combattenti, molti volontari, qualcuno decorato. Erano gli Internati Militari Italiani, soldati dell’esercito che, dopo l’8 settembre del 1943, non cedettero né alle lusinghe della Repubblica di Salò, né vollero continuare a combattere accanto al vecchio alleato tedesco.
Dopo l’armistizio, rotte le fila, l’esercito italiano era allo sbando e i militari dovevano decidere del loro destino. Alcuni si sono dati alla macchia e alla Resistenza, altri invece non sono sfuggiti alle retate naziste e sono stati deportati, spesso con l’inganno, nei lager costruiti tra Austria, Polonia, Germania e Balcani. I loro diari, le loro lettere, sottratti agli sguardi degli aguzzini e nascosti per decenni, sono tornati alla luce grazie al lavoro di raccolta di Mario Avagliano e Marco Palmieri, giornalisti e studiosi di storia, che hanno dato vita al volume “I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945)”. Il volume, pubblicato a gennaio per il Mulino, ha raggiunto la seconda edizione e verrà presentato da Avagliano sabato 22 febbraio alle 18.00, nella libreria Mondadori di Monterotondo.

Mario, scrivi spesso del periodo storico che comprende le due guerre mondiali, perché?

Ritengo che questo periodo storico abbia ancora molti lati che non sono stati analizzati in profondità. Purtroppo l’Italia, a differenza della Germania, ha fatto poco i conti con la sua storia e alcune pagine sono state ignorate o prese in considerazione in modo riduttivo. Marco Palmieri ed io pensiamo che occorra raccontare la storia dal lato di chi l’ha vissuta, analizzando sentimenti, passioni motivazioni che hanno animato i protagonisti di qualsiasi parte: quelli della Resistenza, la popolazione civile, quelli del Fascismo e così via.

E qual è la storia dal punto di vista dei Militari Internati Italiani?

In questo libro tentiamo di toccare un capitolo fondamentale della Guerra di Liberazione della Resistenza, che tale non è stato considerato per tanto tempo. Il sottotitolo del libro è “Una resistenza senz’armi” perché i 650mila che dissero no all’adesione alle SS italiane, e poi alla Repubblica Sociale, sono protagonisti di una vera e propria Resistenza. Questi uomini avrebbero potuto essere impiegati sul campo e la campagna di liberazione dell’Italia sarebbe probabilmente durata molto di più; magari l’Italia sarebbe stata smembrata in due, come la Germania, se non avesse riscattato le sue azioni precedenti, sul tavolo della pace sarebbe stata trattata magari diversamente. Il loro apporto è stato fondamentale per i destini nazionali.

Perché questi militari hanno deciso di non aderire alla Repubblica di Salò?

Le motivazioni al “no” sono state diverse. Qualcuno cominciava ad acquisire una consapevolezza antifascista – pensiamo che questa generazione aveva conosciuto sui banchi di scuola solo l’ideologia fascista: come i ragazzi di oggi sono nativi digitali, loro erano nativi fascisti. Affrancarsi non era semplice, la consapevolezza poi maturava con la prigionia, infatti uno di loro, Alessandro Natta, che diventerà segretario del PCI, parlerà dei lager come di una “scuola di Democrazia”. In altri il “no” era dovuto alla stanchezza della guerra: di fronte alla richiesta di tornare a combattere con i Tedeschi, che nel frattempo
avevano avuto modo di farsi conoscere per la loro crudeltà anche verso le popolazioni occupate, gli Italiani si rifiutarono. Tanto più che i Tedeschi, soprattutto nei Balcani, nella cattura ingannarono i soldati italiani dicendo loro che se consegnavano le armi, li avrebbero riportati in Italia, mentre fecero proseguire i treni verso l’Austria, lasciando i nostri militari inermi contro sentinelle armate.

Che tipo di campi erano quelli verso cui erano diretti gli IMI?

Occorre distinguere: gli ufficiali furono destinati ai campi di prigionia, mentre sottufficiali e truppe furono inviati in campi in cui risiedevano solo di notte e il giorno erano lavoratori coatti, anche per 10-12 ore al giorno. Hitler adoperò una definizione ad hoc per considerarli diversi dagli altri prigionieri di guerra, chiamandoli internati militari italiani, Italienische Militär-Internierte (Imi), innanzitutto per una vendetta politica, perché la Germania era alleata con la Repubblica Sociale e occorreva giustificare nell’opinione pubblica il fatto che centinaia di migliaia di Italiani fossero trattenuti dai Tedeschi.
Poi per convenienza, perché lo sfruttamento degli IMI li sottraeva alla Convenzione Internazionale di Ginevra e gli negava l’assistenza della Croce Rossa Internazionale, di cui godevano i prigionieri inglesi americani francesi. Gli IMI, che non avevano neanche l’aiuto del loro governo, mangiavano la sbobba dei Tedeschi, fatta di acqua mista a verdura e terriccio, decisamente insufficiente per i bisogni alimentari, infatti morirono in circa 50.000.

Perché la storia degli IMI fino ad ora è stata ben poco nota?

Quando l’Italia si è schierata nel campo occidentale, per accreditarsi ha disegnato una storia solo parziale di quello che era accaduto prima, ha valorizzato la Resistenza armata e ha disegnato il Fascismo come fosse stato solo una storia passeggera, mentre aveva avuto con consenso del tutto maggioritario. Gli internati sono stati oscurati perché erano complicati da spiegare al consesso internazionale. Poi la Resistenza, a posteriori, è stata raccontata come appannaggio della sinistra, mentre molti dei militari internati hanno resistito in memoria del re e, non avendo padrini politici, sono stati dimenticati.

Eppure tra loro c’erano personaggi che poi sarebbero diventati famosi… 

A causa del loro sacrificio disconosciuto, molti di loro si chiusero nel silenzio: molti dei famigliari che ci hanno fornito diari e lettere hanno scoperto che il padre era un internato militare solo dopo la sua morte. C’era ad esempio l’attore Gianrico Tedeschi, il poeta Tonino Guerra, gli scrittori Oreste del Buono, Mario Rigoni Stern e Giovannino Guareschi, il padre di Peppone e Don Camillo, che appare sulla copertina del libro. E poi c’erano padri di persone che sarebbero poi diventate famose come Ferruccio Guccini, padre di Francesco, Carmelo Carrisi, padre di Al Bano, e Giuseppe Di Pietro, padre del magistrato. Inaspettatamente, anche Vasco Rossi era figlio di un IMI… Carlo Rossi fu salvato da un suo compagno di prigionia di Dortmund che si chiamava Vasco, per questo dette il suo nome al figlio, che ha saputo per intero la storia del padre solo due settimane fa, quando la madre ha ritirato per conto di Carlo la Medaglia d’Onore. I parenti degli IMI, infatti, solo negli ultimi anni hanno ricevuto il riconoscimento dell’operato dei loro padri. Meglio tardi che mai…

Vuoi citare un documento particolarmente toccante, tra quelli che hai esaminato?

L’intento dei Tedeschi era sempre la disumanizzazione del deportato; gli strumenti erano pratiche come l’identificazione con il cartello con il numero di matricola, le docce bollenti, l’esposizione la freddo durante gli appelli che duravano ore. I diari erano proibiti e, se trovati nelle perquisizioni improvvise tedesche, potevano comportare la fucilazione. Molti diari iniziano nei giorni dell’8 settembre: alla notizia dell’armistizio, i nostri connazionali ebbero l’urgenza della scrittura e proseguirono per evadere mentalmente o per lasciare traccia, terminando solo con la liberazione o il ritorno a casa. Uno dei capitoli più interessanti dei diari sono forse le storie d’amore o di sesso vissute dai sottufficiali della truppa che, costretti al lavoro coatto nelle città, nei campi o nelle fabbriche, avevano avuto occasione di conoscere donne tedesche o polacche, che spesso sono venute via con loro al ritorno in Italia tra il 1945-6.

(Il Tiburno, 18 febbraio 2020)

  • Pubblicato in News

I militari italiani nei lager nazisti. Una Resistenza senz'armi 1943-1945

La vicenda dei circa 650.000 militari che dopo l’armistizio dell’8 settembre rifiutarono di continuare la guerra al fianco dei nazisti e di aderire alla neonata Repubblica Sociale Italiana è ancora largamente sconosciuta agli italiani.

Il valore di questo rifiuto in massa come autentico atto della Resistenza, italiana ed europea, emerge con forza dal nuovo saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, intitolato I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945), edito da Il Mulino.

In linea con i precedenti lavori di Avagliano e Palmieri (sui deportati politici, la persecuzione degli ebrei, gli italiani al fronte e la Repubblica di Salò), questo libro ha la caratteristica di raccontare la storia della resistenza senz’armi degli internati non tanto e non solo sulla base dei documenti burocratici già noti alle ricerche esistenti, ma dal basso, cioè attraverso fonti dirette e coeve rintracciate in numerosi archivi pubblici e privati, nazionali e locali, e collezioni private e di famiglia.

“Avagliano e Palmieri – come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera -, con il consueto rigore storico che li contraddistingue e un sapiente uso della diaristica e della corrispondenza coeva, per lo più inedita o scarsamente conosciuta, ci conducono per mano in un appassionante viaggio nel mondo degli Imi, che ci fa scoprire aspetti nuovi o poco noti, dal loro bagaglio di umanità alla capacità e al coraggio di resistere a tutte le avversità, raccontando attraverso le storie individuali la storia collettiva dei 650mila internati militari italiani”.

Un percorso che si snoda in quindici tappe, quanti sono i capitoli, accompagnate dalle parole vive dei protagonisti dell’epoca (non solo gli internati ma anche i loro familiari e i loro oppressori), dalla tragedia dell’8 settembre alla scelta se aderire o meno, dalla prigionia nei lager al lavoro coatto, fino al ritorno in Italia e al lungo silenzio dei reduci, approfondendo anche le motivazioni degli optanti che, come rilevano giustamente i due autori, costituirono una minoranza «non trascurabile». E soprattutto sviscerando e riempiendo di senso il sacrificio di quei militari italiani, e furono la grande maggioranza, che invece fino alla fine decisero di dire «no», come Giovannino Guareschi indica nella dedica di questo volume: «Ingannato, Malmenato, Impacchettato / Internato, Malnutrito, Infamato / Invano Mi Incantarono / Inutilmente Mussolini Insistette».

Le fonti dirette e coeve consentono di ripercorrere giorno per giorno, passo dopo passo, questo lungo viaggio attraverso il fascismo morente di Salò. “Finalmente l’Italia ha un libro completo su tutta la storia degli Imi”, ha commentato la storica Elena Aga Rossi”.

Sottoscrivi questo feed RSS