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Giuliana De Sio - Struscio e brioche tra Cava e la Divina

di Mario Avagliano
 
ROMA - "La mia prima volta sul palcoscenico? Fu nel 1962, al Teatro Verdi di Salerno. Avevo cinque anni…". Quarant’anni dopo, Giuliana De Sio, l’affascinante attrice originaria di Cava dei Tirreni, dalla chioma rossa fluente, ha il volto liscio come all’epoca di quel suo lontano debutto. "Facevo la parte di una gallinella ingenua. I cuochi volevano spennarmi e mettermi nel pentolone. Chi sa… forse il presagio di quello che sarebbe accaduto dopo", racconta seduta sul divano della sua bella casa nel quartiere Prati di Roma. Attraversa un momento felice della sua vita e si abbandona volentieri ai ricordi, sfatando la fama di donna forte e di carattere: "Mi sento anche molto fragile".
 
Lei è nata a Salerno ma ha vissuto a Cava.
Sì, sono cavese. Abitavo all’inizio dei portici, in via Andrea Sorrentino. Avevo il cinema Capitol sotto casa, e mia madre mi ci portava quasi ogni giorno.
Le piaceva il cinema?
Da morire. Da piccola leggevo molto e soprattutto ero onnivora di film. Ci andavo da sola. Vedevo di tutto, dalle pellicole leggere con Albano e Romina Power, a quelle impegnate di Fellini e Bergman. Un film che mi colpì molto fu "Amarcord".
Fu in quella piccola sala di Cava che cominciò a sognare di diventare una star?
Avevo voglia di vivere una vita alternativa, fuori dall’ordinario. In questo io e Teresa eravamo stimolate anche dall’ambiente familiare. Mia madre mi aveva iscritto alla scuola di danza classica di Valeria Lombardi, a Salerno. Mio padre mi portava a teatro a Pompei, a vedere le tragedie greche. Mio zio Gianni era un artistoide, mi parlava di letteratura, mi consigliava libri, spettacoli, film.
A Cava frequentava il liceo classico "Marco Galdi", negli anni successivi alla contestazione. Sua sorella Teresa era una leader del movimento. Lei era più tranquilla?
Molto più tranquilla, almeno politicamente… Quattro anni di differenza erano un salto di generazione.
C’erano ideali forti…
Teresa e il suo gruppo ci credevano davvero. Nella nostra classe si viveva il periodo della contestazione in modo più leggero. Le occupazioni erano un’occasione per far casino.
Il primo amore risale a quel periodo?
Avevo un fidanzatino che si chiamava Silvano. Era un campione di karatè, spaccava le mattonelle a mani nude. Noi eravamo di sinistra, e il karatè era considerato un po’ di destra, ma mi piaceva che fosse così forte…
Lei che tipo era?
Non so perché, nell’immaginario ordinario della gente io incarnavo lo straordinario, nel bene e nel male. Forse perché ero carina, ero un tipo vispo, insofferente a tutto. Una di quelle persone da cui ci aspetta sempre qualcosa, che attraggono e respingono. Una storia che peraltro continua ancora oggi!
Com’era la Cava della sua giovinezza?
Triste. Ero legata ai portici, alla città, ma l’ambiente mi sembrava un po’ bigotto. Non mi divertivo tanto. A parte le tre-quattro amiche del cuore, non mi riconoscevo nel contesto sociale. La struttura sociale era un po’ povera, un po’ asfittica. Non ho ricordi molto lieti.
Sicura?
Beh, una cosa mi è rimasta impressa nella memoria: le passeggiate avanti e indietro sotto i portici. Facevamo lo struscio. Era meraviglioso. A proposito c’è ancora questa usanza tra i giovani?
Sì, c’è ancora. Altri bei ricordi?
Le brioche e i cornetti del bar Liberti, i più buoni che abbia mangiato in vita mia. E poi le soste e le chiacchierate davanti al bar Lyoid, in sella ai motorini. Amavo molto anche la costiera amalfitana: appena le giornate diventavano più calde, per me e il mio Ciao era un luogo di pellegrinaggio. Facevo la spola tra Vietri e Positano anche due volte al giorno. Andavo e venivo sul mio motorino come una pazza…
Chi frequentava?
Avevo tre compagne del cuore: Rita Apicella, Alessandra Agrusta e Patrizia Macario. Con le prime due abbiamo frequentato tutte le scuole insieme, dalla I elementare al III liceo. Con loro c’è un rapporto "fraterno" che dura tuttora, siamo quasi parenti. Ci sentiamo al telefono. A settembre, quando sono stata a Cava per un festival, ci siamo viste. E’ stato bello.
E amici maschi?
Frequentavo Alessandro Ferro, un ragazzo che poi si è suicidato. Era il rampollo di una famiglia di industriali, quelli della Pasta Ferro. Era un tipo alternativo, un hippy, e per questo la sua famiglia lo aveva emarginato. Lo ricordo ancora con commozione.
A Salerno ci andava mai?
Certo. Salerno era più movimentata di Cava. Si andava ai bar al Lungomare Trieste, a fare shopping, al cinema e al teatro. Poi a Salerno io ho anche vissuto, a partire dai 15-16 anni, quando mia madre, che era separata da mio padre, si è risposata.
Nel 1976, a 18 anni, dopo la licenza liceale, lei lascia Cava e Salerno. Cosa si porta dietro delle sue origini, delle sue radici?
Tutto, tutto. Sono, mi sento campana, meridionale, anche se a partire dai 18 anni la mia testa e il mio corpo hanno viaggiato.
Come fu l’impatto con Roma?
Incredibile. Anche se ora mi pento. Il viaggio doveva essere più lungo. Dovevo emigrare, magari in Francia o negli Stati Uniti.
Arriva nella capitale e va subito in tv…
Nel ’77 Gianni Boncompagni mi chiama a interpretare Sibilla Aleramo, una femminista ante litteram, in "Una donna", uno sceneggiato televisivo in 8 puntate sulla Rai che va in onda tutte le domeniche. Ero la protagonista assoluta.
Venti milioni di telespettatori…
Un successo straordinario. Il libro della Aleramo fu ristampato in centinaia di migliaia di copie, con la mia foto sulla copertina. E io, che ero una ragazzina di Cava dei Tirreni, da un giorno all’altro fui conosciuta in tutta l’Italia. Fu l’inizio di un lavoro che non mi avrebbe lasciato più scampo.
Dalla tv al teatro, fino all’incontro nel 1982 con Massimo Troisi, che la vuole al suo fianco in "Scusate il ritardo".
Il 1982-1983 fu un biennio d’oro, che mi liberò dal destino di attrice televisiva e di teatro. Io sognavo il cinema. Dopo il film con Massimo, e nel 1983, "Io, Chiara e lo scuro", con Francesco Nuti, ho girato 30 pellicole.
Che cosa ricorda delle riprese di "Scusate il ritardo"?
Ho ricordi allo stesso tempo molto dolorosi e molto allegri. Durante le riprese l’uomo che viveva con me stava morendo. Massimo mi ha aiutata e sostenuta con molta grazia e con molto pudore. Quando il mio uomo morì, litigò anche con la produzione che mi voleva sul set e non voleva farmi andare al funerale.
Cosa le manca di Troisi?
Mi ritengo una privilegiata ad aver lavorato con lui. Professionalmente è uno dei pochi attori il cui talento mi ha messo in difficoltà. Aveva l’anima di artista. E’ sicuramente uno dei grandi attori italiani del secolo. Ma Troisi mi manca anche come spettatrice, per tutti i film che non ha potuto fare e che non abbiamo potuto vedere…
E umanamente?
Massimo mi faceva ridere tanto; era un ridere sano, in modo libero. Era molto spiritoso e molto intelligente. Abbiamo fatto bei viaggi insieme, per promuovere il film, e poi ci siamo frequentati anche dopo. Certe volte, facendo zapping, mi capita sotto gli occhi "Scusate il ritardo", ma non riesco a vederlo, spengo il televisore, perché non c’è più Massimo e perché ricordo il mio dolore personale.
Tra i film che ha interpretato, a quale è legata di più?
"Cattiva" di Carlo Lizzani, che nel 1992 mi ha fatto vincere il David come miglior attrice protagonista. Se c’è un ruolo che in qualche modo mi rappresenta, è quello.
C’è un "no" a un film o a uno spettacolo che rimpiange di aver pronunciato?
Ho un solo rimpianto. Nel ’94 rifiutai di fare "La Regina Margot" di Patrice Chéreau. Mi avrebbe spianato la carriera in Francia…
Ci parli della sua esperienza nella fiction televisiva. Look sempre esagerato, sguardo perfido e linguaggio più che colorito: lei è Annalisa Bottelli, uno dei personaggi più estremi de Il bello delle donne. Si è divertita a interpretare questo ruolo?
Moltissimo. Lo considero un mio successo personale. I telespettatori adorano questo personaggio che sulla carta, invece, dovrebbe essere odioso. La mia sfida era proprio quello di renderlo adorabile.
Che novità ci sono per la terza serie della fiction?
Viene approfondita la vena comica del personaggio. D’altra parte credo che la comicità sia nelle mie corde più profonde di attrice.
Lina Wertmuller ha detto di lei che ha "la splendida faccia di una Minerva incazzata". Si favoleggia spesso del suo temperamento, della sua testardaggine, della sua irrequietezza, anche sentimentale. Solo una leggenda o c’è del vero?
Se è per questo la Wertmuller ha anche scritto su un Dizionario del Cinema che ho un "volto inguaribilmente cinematografico". Non so se è un complimento o meno… A parte gli scherzi, testarda lo sono sempre meno. La Wertmuller mi vede molto battagliera, una specie di guerriera a cavallo. Io invece mi sento anche fragile, a volte infantile.
E ora, proprio con la Wertmuller, parte in tourneé teatrale, di nuovo con "Storia d’amore e d’anarchia", dove canta e balla insieme a Elio delle "Storie Tese".
L’ho fatto da attrice, fingendo di cantare e ballare. La gente ha avuto l’illusione che sono brava. Mi ha aiutato anche il fatto che sono molto intonata.
Vuol fare concorrenza a sua sorella Teresa?
Non ci penso nemmeno.
Come sono i suoi rapporti con Teresa? Vi vedete e sentite spesso?
Sempre. Sempre. Abitiamo a cento metri di distanza.
In settembre è tornata a Cava. La scorsa settimana è stata a Salerno. Quanto sono cambiate Cava e Salerno in trent’anni?
A Cava ho fatto una passeggiata di notte al corso. E’ stata un’emozione forte. Sono i luoghi della mia infanzia. Mi ha fatto male non trovare certe cose, negozi, bar che frequentavo, mentre sono stata contenta di ritrovarne altre. Salerno l’ho vista cambiata fisicamente in meglio: c’è molto più verde, più ordine. Il pubblico teatrale però è ancora timoroso, deve sciogliersi, deve avere in sala un atteggiamento più libero… Manca la cultura della partecipazione allo spettacolo.
Due cavesi, Renata Fusco e Valeria Monetti, stanno tentando la scalata al successo. Che consigli si sente di dare loro?
Di resistere al sistema dello spettacolo, che tende a far disimparare l’arte. Devono restare sempre delle "artigiane".
Da tre anni si occupa dell'organizzazione del Festival di Teatro Caserta. Anche con qualche polemica. L’accusano di aver organizzato un programma troppo di "sinistra"…
Ho chiamato grandi artisti come Paolo Conte, Beppe Grillo, Moni Ovadia e Dario Fo. Caserta deve essere fiera.
A che progetti sta lavorando adesso?
L’anno prossimo sarò per la quinta volta all'Eliseo di Roma con lo spettacolo di Annibale Ruccello Notturno di donna con ospiti, che è diventato un piccolo cult teatrale. E’ il ruolo teatrale più intenso che abbia mai interpretato: faccio la parte di una poveraccia, di una donna-bambina che non vuole crescere. Poi mi piacerebbe anche fare un bel film…
Non è facile. Molte sue colleghe, da Nancy Brilli a Elena Sofia Ricci, lamentano la scarsità di ruoli di protagonista per le donne…
Il problema è che non c’è solo scarsità di ruoli femminili, c’è scarsità di film originali, di idee, di voglia di osare, di coraggio. Il cinema italiano è un luogo asfittico e non molto prolifico. In più, e questo è vero, è anche un cinema al maschile. Però…
Però?
Sono ottimista per il futuro. Quest’anno ho visto tre film italiani di grande qualità che mi fanno sperare: "L’imbalsamatore" di Matteo Garrone, ambientato nel casertano, "L’uomo in più" di Paolo Sorrentino e "Respiro" di Emanuele Crialese. E poi ci sono bravi registi come Gianni Amelio, Muccino, Ferzan Ozpetek.
A proposito di Ferzan Ozpetek, è vero che girerà un film da lui diretto e ambientato a Napoli?
Spero di sì. E’ uno dei registi che preferisco. Ho letto la trama, e mi piace molto. Adesso Ferzan è impegnato in un’altra pellicola. Quando finirà, ne riparleremo. Purché sia distribuito bene nelle sale... L’anno scorso "Ti voglio bene Eugenio", in cui ero protagonista insieme a Giancarlo Giannini, è stato distribuito malissimo.
 
 (La Città di Salerno, 1 dicembre 2002)
 
 
Scheda biografica
 
Giuliana De Sio nasce a Salerno il 2 aprile del 1957, sotto il segno dell’Ariete, ma trascorre la sua infanzia e la sua adolescenza a Cava dei Tirreni. Debutta in tv grazie allo sceneggiato intitolato Una donna, per la regia di Gianni Boncompagni. Seguono Mani sporche di Elio Petri e Edda Gabler di Maurizio Ponzi. Nel suo curriculum convivono teatro, cinema e televisione, a testimonianza di una versatilità di scelte e talento. Al cinema possiamo ricordarla in Il malato immaginario (1979) di Tonino Cervi, accanto ad Alberto Sordi; Scusate il ritardo (1982) di Massimo Troisi; Io Chiara e lo scuro (1983) di Francesco Nuti; Cento giorni a Palermo (1983) di Giuseppe Ferrara; Speriamo che sia femmina (1985) di Mario Monicelli; Cattiva (1991) di Carlo Lizzani; La vera vita di Antonio H (1994) di Enzo Monteleone; Con rabbia e con amore (1995) di Alfredo Angeli; Ti voglio bene Eugenio (2002) di Francisco J. Fernandez Rodriguez. A teatro ultimamente ha trionfato con una tournée di due anni in Notturno di donna con ospiti, testo di Ruccello diretto da E. La Manna, e con Storia d’amore e d’anarchia, di Lina Wertmuller. In televisione è tra le protagoniste della serie fiction Il bello delle donne.
 

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