Pinocchio in camicia nera

di Mario Avagliano
 
   In fondo in fondo c’è un Pinocchio in ogni politico italiano. Come recita la filastrocca di Benito Jacovitti, “fu il pupazzo di Collodi / cucinato in tutti i modi”. La fiaba senza tempo del burattino di legno è stata infatti terreno di conquista da parte della politica made in Italy, che già a partire dalla Grande guerra - a destra come a sinistra – l’ha manipolata a proprio piacimento allo scopo di denigrare l’avversario o di educare pedagogicamente gli elettori.
Così al Pinocchietto delle origini, imbevuto di ideali socialisti e inviso ai preti e al Vaticano, si è alternato il giovanotto vivace in camicia nera o in divisa di Salò, dispensatore indigesto di olio di ricino e di bastonature ai “burattini comunisti” o agli odiati inglesi. Per poi indossare nel dopoguerra le vesti del cattolico scudocrociato (dopo la rivalutazione di Collodi operata dal critico letterario Piero Bargellini) o del comunista modernista Chiodino, con tanto di falce e martello. Sempre con il Gatto e la Volpe e Lucignolo a recitare la parte dei cattivi.
Lo racconta il saggio “Favole e politica. Pinocchio, Cappuccetto Rosso e la guerra fredda” (Il Mulino, pagg. 188, euro 19). Dopo l’analisi di come nacque e si sviluppò la leggenda popolare secondo cui "I comunisti mangiano i bambini", questa volta lo storico Stefano Pivato indaga con arguzia altre iperboli favolistiche nella propaganda politica del Belpaese.
All’inizio del Novecento, l’ingresso delle masse nella politica indusse i partiti ad utilizzare un linguaggio più semplice e persuasivo, facendo ampio uso di metafore e di apologhi. Quale miglior modo di “arrivare” al popolo, compresi gli analfabeti o gli italiani di livello d’istruzione più basso, del raccontare le favole? Non solo nel senso di dir panzane. Ma soprattutto del ricorso a strutture narrative proprie della tradizione fiabesca, mescolando elementi di satira con riferimenti alla zoologia, alla miracolistica e alla fisiognomica. Senza disdegnare incursioni nel mondo del fumetto, come nel caso di Paperino fascista che si reca in Etiopia per far opera di civilizzazione.
Una tendenza che proseguì anche dopo il ventennio mussoliniano, nel clima grigio e pesante della guerra fredda e della minaccia nucleare, che ispirò la rappresentazione degli avversari quali veri e propri “mostri”. Ecco allora il lupo di Cappuccetto rosso, con le fauci spalancate, impersonare di volta in volta il segretario comunista Togliatti o viceversa l’America nell’atto di divorare l’Italietta; il leader sindacale Giuseppe Di Vittorio ritratto con l’anello al naso e due capi di Stato del livello di Truman e Stalin vestire i panni dell’Orco mangiafuoco. O ancora De Gasperi e i ministri democristiani disegnati come voraci topi roditori che affamano gli italiani o le donne dell’Azione cattolica brutte come scimmie e ricoperte di peluria, simbolo dell’antimodernità e della conservazione della Dc.
Personaggi delle fiabe, ma anche leggende metropolitane. Come quella costruita sui cosacchi che, in caso di vittoria dei comunisti, avrebbero abbeverato i loro cavalli nella fontana di San Pietro. O ancora quella legata al campione sportivo “crociato”, il  cattolico Gino Bartali, che nel 1948  grazie all’aiuto divino, vincendo il Tour de France avrebbe salvato a colpi di pedale l’Italia sull’orlo della rivoluzione in seguito all’attentato a Togliatti. Eroe positivo contrapposto al comunista Fausto Coppi e al fascista Fiorenzo Magni.
In questo tipo di racconto presenze divine e ultraterrene si sostituiscono a orchi e fate. Con le rivelazioni della Madonna di Fatima sulla rivoluzione bolscevica e le madonne pellegrine che nell’immediato dopoguerra piangono sangue per l’imminente pericolo rosso. O, sull’altro versante, con la mitizzazione del Paradiso sovietico e di Stalin come “Piccolo Padre”.
Un mondo grottesco in cui “quelle costruzioni fantastiche – come osserva Pivato – si affiancano, quando non si sostituiscono del tutto, all’argomentazione e alla discussione grazie anche alla loro facilità a trasformarsi in vulgata, invettiva e modo di dire”.
Si tratta quindi di racconti che stanno ai gradini più bassi della comunicazione, una vera e propria infantilizzazione del racconto della politica rivolto al mondo adulto. Dando ragione alla celebre opera di Ellen Key, che definì il Novecento il secolo del fanciullo.
Stereotipi e modalità di propaganda politica che peraltro resistono anche nell’era moderna dei social, ancora dominata da giaguari e pitonesse. Un’era in cui, ad esempio, l’ex comico Beppe Grillo non si fa scrupolo di apostrofare con il sempreverde nomignolo di Pinocchio sia il Berlusconi del 2008 che il Renzi di oggi, ricambiato con egual moneta con un’altra citazione dall’immortale favola di Collodi: quella del “grillo parlante”.

(Il Messaggero, 7 dicembre 2015)

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L’ora solenne di… invadere l’Etiopia

di Mario Avagliano

“Ore 5, nostre truppe hanno passato confine, nostri aeroplani sorvolano cielo nemico”. Era l’alba del 3 ottobre 1935 quando dall’Eritrea arrivò a Roma questo telegramma: l’Italia fascista aveva appena invaso l’Etiopia, stato libero e indipendente, membro della Società delle Nazioni, ultimo grande paese africano ancora non assoggettato alla dominazione coloniale straniera, senza una formale dichiarazione di guerra. La notizia però non era inattesa. La sera precedente milioni di italiani entusiasti avevano affollato le piazze di tutta la penisola, collegate via radio col balcone di piazza Venezia a Rona, da dove Mussolini aveva annunciato che “un’ora solenne sta per scoccare nella storia della patria” e che quella grande adunata “dimostra al mondo che Italia e fascismo costituiscono una identità perfetta”. Infine aveva detto: “con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni, ora basta”. Ora iniziava la guerra e con essa una sfida aperta alle grandi potenze in nome del revisionismo, che avrebbe ben presto portato l’Europa e il mondo in un nuovo conflitto globale.

Le guerra d’Etiopia durò ufficialmente sette mesi e si concluse ufficialmente sette mesi dopo, quando le truppe guidate da Badoglio entrarono ad Addis Abeba e Mussolini poté proclamare “la riapparizione dell'impero sui colli fatali di Roma”, dopo una serie di spietate battaglie di annientamento delle armate etiopiche, condotte dal più grande e moderno esercito mai visto nella storia dell’espansione coloniale. Nelle fasi più difficili, inoltre, non mancò il ricorso criminale ai gas (l’iprite e il fosgene), oltre ai bombardamenti indiscriminati su truppe e villaggi privi di qualsiasi difesa, alle rappresaglie che non di rado coinvolsero anche i civili e i ai metodi feroci e razzisti adottati nei territori occupati.
Nella memoria successiva, tuttavia, questa spietata guerra, che coinvolse il maggior numero di italiani dopo i due conflitti mondiali, alla ricerca di quel “posto al sole” tanto ambito e mitizzato quanto ritenuto necessario e legittimo da conquistare ad ogni costo, è stata declassato a una sorta di “avventura”, passata alla storia più che altro per i motivetti spensierati che l’accompagnarono (Faccetta nera su tutti) e per la vulgata autoassolutori del colonialismo buono costruttore di case, scuole e ospedali e degli italiani brava gente. A fare piena luce sul quale fu il reale atteggiamento degli italiani, in patria e al fronte, a ottant’anni esatti dall’invasione, arriva ora un’approfondita ricerca su lettere, diari, relazioni dell’Ovra, documenti militari e carte di polizia condotta da Marco Palmieri. Il libro, L’ora solenne. Gli italiani e la guerra d’Etiopia (Baldini&Castoldi, 320 pp., 16 euro), rende conto dello «spirito pubblico» dell’epoca, mettendo a fuoco i diversi tasselli di un variegato mosaico dal quale emerge nitidamente che l’adesione e il consenso furono profondi e trasversali, toccando ogni ambito della società civile.
Le carte analizzate da Palmieri dimostrano che fu un momento di esaltazione collettiva che portò l’adesione al fascismo e il mito personale del duce al punto più alto della sua parabola. I ceti più benestanti furono ammaliati dalla retorica della grandezza nazionale e imperiale, quelli meno abbienti s’illusero per la promessa di terra e lavoro dell’eldorado africano e anche gli ambienti cattolici animati dalla prospettiva di una missione civilizzatrice diedero il loro contributo. Perfino tra gli oppositori, già schiacciati dalla repressione, molti arrivano a ricredersi sull’operato di Mussolini e criticare le sanzioni economiche comminate all’Italia per l’aggressione (Palmieri parla di una crisi d’identità dell’antifascismo, evidente nelle posizioni di personaggi come Benedetto Croce, Luigi Albertini, Vittorio Emanuele Orlando, Sem Benelli). Al coro dei favorevoli si unirono molte voci del mondo intellettuale come Vasco Pratolini, Elio Vittorini, Achille Campanile, i premi Nobel Guglielmo Marconi (che come molti altri scrisse al duce per manifestare la sua intenzione di rendersi utile nell’impegno della patria). Anche le donne ebbero un ruolo nella “mobilitazione civile” – alla quale è dedicato uno specifico capitolo del libro, accanto a quella più propriamente militare – come si evince dalle numerose lettere al dice addirittura con la richiesta di poter andare a combattere al pari degli uomini e dalla massiccia partecipazione alla giornata della fede, quando furono chiamate a donare l’anello nuziale per contribuire all’impresa. In sostanza, come si legge in una delle innumerevoli relazioni fiduciarie utilizzate da Palmieri, “oggi le masse hanno aderito al Fascismo e all’azione del Governo e mai come oggi è stata in loro ferma la volontà di servire il Capo per l’affermazione dei nostri diritti”.
Il libro dunque propone un racconto originale e a più voci sull’illusione pubblica della guerra che più ha infiammato gli italiani sotto il fascismo. Ma anche sulla successiva disillusione, espressa per lo più in privato. S’intravedono, cioè quegli elementi di debolezza e quelle contro-istanze che – spiega Palmieri – “una mobilitazione così pressante e di massa basata su così radicate e diffuse aspettative aveva necessariamente al proprio interno e che essa stessa aveva contribuito ad attivare, dalle quali prenderà le mosse una fase – lunga, lenta e dolorosa e con altre pagine nere ancora da scrivere – di disgregazione”.
Lo evidenzia bene, tra i tanti documenti su cui si basa la ricerca, una nota dei primi anni ’40, in cui un informatore non può fare a meno di constatare “nel 1935, la stessa gente si sarebbe gettata nel fuoco per il Capo e per il fascismo… con entusiasmo, per la fede cieca che avevano nel Capo. Oggi si mugugna apertamente, si fanno discorsi sovversivi, si arriva ad offendere addirittura, senza ritegno, il Fascismo”. Ma la curva discendente sarebbe stata lunga e complessa, e avrebbe riservato ancora  tante pagine dolorose all’Italia e agli italiani.

(Blog Mario Avagliano, 4 dicembre 2015)

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Massoneria. Il Museo delle sorprese

di Mario Avagliano

   Odiati. Perseguitati. Temuti. Accusati già a partire dal Settecento di essere i burattinai occulti del potere politico ed economico e gli autori dei più terribili complotti, magari in combutta con i “perfidi giudei”. I papi cattolici li scomunicarono. Il fascismo li bandì dalla società civile, assaltando e distruggendo le loro sedi, anche se diversi gerarchi e uomini di rilievo del regime (da Achille Starace ad Alberto Beneduce) erano massoni. È la storia della massoneria italiana, che nel 2017 compierà tre secoli di vita. Una storia che però vide i massoni anche protagonisti del Risorgimento, primo fra tutti Giuseppe Garibaldi, che quando nel luglio del 1862 sbarcò in Sicilia per allestire la fase decisiva della spedizione che ebbe come motto “Roma o morte”, fece iniziare in loggia il suo stato maggiore, compreso il figlio Menotti.
E non è il solo fiore all’occhiello della massoneria made in Italy. Cosa sarebbe la letteratura italiana senza i “fratelli” Giovanni Pascoli, Vittorio Alfieri, Ugo Foscolo, Salvatore Quasimodo e Giosuè Carducci, al quale si deve anche la fondazione nel 1889 della società Dante Alighieri, che nei programmi massonici doveva promuovere la diffusione della cultura italiana nel mondo? E come dimenticare che fu il “libero muratore” Giuseppe Zanardelli, ministro della Giustizia del governo Crispi (altro influente massone), a varare quello stesso anno la riforma del codice penale, che prevedeva fra l’altro la cancellazione della pena di morte, ripristinata nel 1926 dal regime fascista?
Per saperne di più sulla vicenda controversa della massoneria e quella parallela dell’antimassoneria, a partire dalla primavera del 2013 a Roma, in via S. Nicolò dé Cesarini 3, sarà possibile visitare (anche per le scuole) il primo Museo pubblico massonico italiano, allestito dalla Gran Loggia d’Italia, la maggiore organizzazione nazionale di massoni (520 logge e circa 10 mila affiliati), assieme al Grande Oriente d’Italia. L’iniziativa è stata presentata ieri dal “gran maestro” Luigi Pruneti, dallo storico Aldo Alessandro Mola, uno dei massimi esperti del tema, autore del saggio Massoneria, appena uscito in libreria per i tipi della Giunti (pp. 127, euro 5,90), e da Annalisa Santini, curatrice dell’esposizione. I giornalisti hanno potuto visitare in anteprima il Museo e gli archivi, che custodiscono documenti inediti di particolare interesse storico.
Tra questi, figurano la bolla di scomunica del 1751 di Papa Benedetto XIV, esemplare unico al mondo; il proclama originale del 9 febbraio 1849 della Repubblica Romana e altri documenti del triumvirato; i paramenti di loggia (la sciarpa e il gioiello con squadra e compasso intrecciato di “gran maestro”) di Ernesto Nathan, mitico sindaco di Roma, insieme a riviste originali di inizio ‘900 con articoli e vignette satiriche contro di lui; alcuni ritratti di Giuseppe Mazzini in età giovanile e nel periodo londinese; il testo del Canto di guerra di Goffredo Mameli, inviato da Mazzini a Giuseppe Verdi; lettere di Giovanni Giolitti (1907) per la commemorazione in Campidoglio di Giosuè Carducci; bolle ed editti antimassonici di Napoleone, di vari pontefici, dei Savoia e dei Borbone; lettere autografe di Pietro Nenni, Carlo Rosselli e Filippo Turati, che nel periodo dell’esilio a Parigi ebbero come collaboratore il massone e antifascista Giuseppe Leti.
Tra i documenti del dopoguerra, ne vengono presentati due davvero straordinari: l’elenco degli iscritti alla loggia degli artisti di Largo Brancaccio (dove è locato l’omonimo teatro), risalente al 21 aprile 1949, nel quale spiccano tra gli altri i nomi del principe Antonio de Curtis, in arte Totò, e degli attori Gino Cervi e Paolo Stoppa, e il giuramento massonico firmato dal fumettista Hugo Pratt, l'autore di Corto Maltese, iniziato alla Gran Loggia d’Italia nel 1976. Pratt descrisse la sua cerimonia di iniziazione in alcune tavole della sua opera Favola di Venezia, che proprio in questi giorni sono esposte al Musée de la Franc – Maçonnerie del Grand Orient de France a Parigi, assieme al suo grembiule e alla spada di venerabile, che era appartenuta al padre Rolando, che negli anni Venti l’aveva sottratta al saccheggio della Gran Loggia di Piazza del Gesù a Roma da parte delle squadre fasciste.
Ci sarà materia di studio anche per gli storici. Infatti Pruneti ha annunciato che, entro il 2003, sarà possibile accedere agli archivi della Gran Loggia, che arrivano fino agli anni Ottanta e sono in fase di restauro e di catalogazione. Tra i documenti più importanti da consultare, vi sono i 42 volumi dei registri matricola originali, rinvenuti di recente e contenenti 20.414 “schede” di affiliati della Serenissima Gran Loggia d’Italia tra il 1916 e il 1925.
Da questi registri, balza evidente la forte compenetrazione tra la massoneria e lo Stato, poiché erano iscritti ufficiali delle diverse armi, anche di grado elevato; magistrati; alti funzionari pubblici; politici; scrittori e giornalisti; imprenditori; banchieri; dirigenti d’industria e degli apparati pubblici; professionisti; docenti e studenti universitari. Tra i nomi più famosi, spiccano Vittorio Valletta, direttore centrale della FIAT di Torino, l’ammiraglio Luigi Mascherpa, poi medaglia d’oro al valor militare, il maresciallo d’Italia Ugo Cavallero, il diplomatico Serafino Mazzolini, poi ministro della Repubblica Sociale di Mussolini, il sindacalista Edmondo Rossoni, il prefetto Angelo Annaratone, uomo di fiducia di Giovanni Giolitti, e lo scrittore Curzio Malaparte.
Nel repertorio vi sono anche diversi nomi “coperti da segreto” che, come spiega il professor Mola, in futuro grazie a meticolose ricerche sarà possibile svelare. Un’operazione di apertura degli archivi che la dirigenza della Gran Loggia d’Italia ha già avviato da tempo e che è culminata con la partecipazione quest’anno al Salone del Libro di Torino con uno stand completamente trasparente, a testimonianza, sostiene Pruneti, “che la massoneria italiana, da considerare cosa ben diversa dalla P2 e organizzazioni simili, non ha nulla da vergognarsi e anzi ha dato un prezioso contributo culturale alla storia italiana”.

(Il Messaggero, 11 luglio 2012)

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Ponza e Ventotene. Gli antifascisti relegati nelle isole gabbia


di Mario Avagliano

   Il ricordo degli anni di confino a Ponza e a Ventotene ricorre nelle autobiografie dei più celebri antifascisti italiani. Tra il 1928 e il 1943 le due isole pontine, a un braccio di mare da Formia e Gaeta, ospitarono il gotha dell'opposizione al regime fascista: da Sandro Pertini a Luigi Longo, da Giuseppe Di Vittorio a Camilla Ravera. E ancora Giorgio Amendola,  Riccardo Bauer, Pietro Secchia, Girolamo Li Causi, sino ad Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni che, proprio qui, nel 1941 scrissero il Manifesto per un'Europa Libera e Unita, meglio conosciuto come “Manifesto di Ventotene”. La Bibbia della futura unità europea.

A Ventotene, definita dalla dirigente comunista Camilla Ravera “una ciabatta in mare” e considerata da Spinelli il “luogo dell’elezione”, il 20 maggio scorso è stato aperto al pubblico il Laboratorio Isole della Memoria,  sulla storia dei confinati nelle due isole, con il patrocinio del Comune e della direzione della Riserva Statale. A conferma del rinnovato interesse che sta sollevando questo tema, oggetto di recente di una pregevole ricerca di Camilla Poesio: Il confino fascista. L’arma silenziosa del regime (Laterza, pp. 218, euro 20).
Il Laboratorio di Ventotene, che al momento ospita il plastico della "città confinaria" e diversi pannelli informativi, sarà presto arricchito dalle biografie, testimonianze e immagini dei circa 4.400 confinati politici (2.100 a Ponza e 2.292 a Ventotene) che in quegli anni sbarcarono sulle due isole pontine e vi trascorsero periodi a volte molto lunghi della loro vita, pagando così la loro opposizione al fascismo.
Il prezioso materiale è stato raccolto a partire dal 2008 da Riccardo Navone, libraio e saggista torinese di nascita ma genovese di adozione, presso archivi pubblici e privati (l’Archivio di Stato Centrale di Roma, gli archivi di Stato provinciali, quelli dell’Anpi, dell’Anppia e dell’Aicvas, degli Istituti storici della Resistenza, delle Prefetture, degli istituti storici di partiti e movimenti) e presso le famiglie degli antifascisti.
A Ponza, che assieme a Lipari fu la prima colonia di confino politico istituita dal regime mussoliniano, i primi antifascisti giunsero già nel 1928. Vi transitò, come spiega Navone, la prima generazione di oppositori: quella dei politici dei partiti sciolti dalle leggi speciali fasciste, come Giorgio Amendola, che dedicò a questa esperienza un celebre libro, L’isola,  da cui il regista Carlo Lizzani ricavò uno sceneggiato televisivo. A Ventotene, invece, sbarcò a partire dall’estate del 1932  la seconda generazione di antifascisti, "quella che sognava la rivoluzione che avrebbe cacciato il fascismo".
Al momento dell’arrivo, i confinati ricevevano un libretto rosso sul quale erano indicate le 26 (dure) regole del confino. Sulla carta, era loro proibito non solo di discutere di politica e fare propaganda, ma anche frequentare pubbliche riunioni, tenere relazioni con donne o ubriacarsi. Dopo lo smacco della fuga da Lipari nel 1929 di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Nitti, il regime mise in atto misure tese a impedire ogni possibilità di evasione e di comunicazione con l’esterno, incaricando di farle rispettare non solo le forze di polizia  e i carabinieri, ma anche la milizia fascista. I confinati ritenuti più pericolosi furono fatti pedinare notte e giorno senza interruzione.
Dalla ricerca di Navone, emerge che le due isole ospitarono numerosi antifascisti rimasti sconosciuti al grande pubblico e alla storiografia e che meritano di essere riscoperti. Ragazzi partiti a 18 anni per combattere in Spagna contro Francisco Franco. Personaggi che negli anni successivi saranno comandanti partigiani, romanzieri e imprenditori. Contadini analfabeti diventati nel dopoguerra sindaco della loro città. Donne in lotta contro tutti i pregiudizi. Anarchici che condurranno rivolte popolari in Sicilia e in Toscana. Ma anche gente comune che, magari al bar o all’osteria, aveva raccontato una barzelletta irriverente contro il duce o contro il regime oppure aveva accusato il tal gerarca di rubare o di andare a donne.
La gran massa del popolo dei confinati era composto da gente umile: operai, contadini, maestri elementari, minatori emigrati in Belgio e in Francia, marittimi, camerieri, artigiani, manovali, imbianchini. Pochi erano i laureati inseriti in qualche professione (avvocati, docenti, politici e sindacalisti). Il gruppo più numeroso era quello dei comunisti, seguito dagli anarchici, dai socialisti e dai militanti di Giustizia e Libertà. Dopo la sconfitta della rivoluzione spagnola infoltirono le fila dei confinati i miliziani rimpatriati a forza dalla Francia o dagli altri paesi. C’erano anche stranieri, in particolare jugoslavi e albanesi.
I confinati giungevano a Ponza e a Ventotene a piccoli gruppi, incatenati fra loro. L’impatto con la nuova vita era devastante. Oltre alla promiscuità nei cameroni, si dovettero adattare alla precarietà dei rifornimenti, alle angherie dei militi, alla mancanza di comunicazioni, alla fame e alla noia. Nonostante le privazioni, i confinati organizzarono biblioteche, mense autogestite, attività artigianali, corsi di studio. A Ponza e a Ventotene si formò una parte rilevante della classe politica che avrebbe fatto la Resistenza  e sarebbe stata protagonista della Repubblica. Non mancarono le storie d’amore tra confinati e isolane, alcune delle quali sfociarono in matrimoni.
Una parte dell’archivio sui confinati realizzato da Navone sarà digitalizzato e pubblicato on line su un apposito portale web. Intanto, anche sulla scia dell’entusiasmo e della passione del libraio torinese, a Ventotene è nata una piccola casa editrice chiamata Ultima Spiaggia e diretta dal romano Fabio Masi, che si propone di divulgare queste tematiche e ha già pubblicato un primo interessante volume a cura di Filomena Gargiulo, intitolato Ventotene, isola di confino. Confinati politici e isolani sotto le leggi speciali 1926–1943 (pp. 314, euro 20), che racconta anche vicende inedite.

(Il Mattino, 30 luglio 2012)

Il partigiano e i misteri del Duce

di Mario Avagliano

  Chi uccise Benito Mussolini e la sua amante Claretta Petacci il 28 aprile del 1945? E quali misteri nasconde la tragica fine del dittatore fascista, il cui corpo venne poi appeso a testa in giù a Piazzale Loreto a Milano, proprio nel luogo dove nell'agosto del '44 erano state esposte in pubblico per sfregio le salme di quindici partigiani? Gli storici non sanno ancora dare una risposta definitiva a questi quesiti. E ieri è morto a 94 anni, nella sua casa a Brescia, uno degli ultimi testimoni di quegli avvenimenti, l'ex partigiano Bruno Giovanni Lonati, nome di battaglia «Giacomo», commissario politico della 101a Brigata Garibaldi.
Nel 1994 Lonati pubblicò il libro "Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta: la verità" (Mursia), in cui si assunse la responsabilità di essere stato l'autore materiale dell'uccisione del dittatore fascista, tre giorni dopo la liberazione di Milano. Un'esecuzione che sarebbe avvenuta poco dopo le ore 11, in una stradina a Bonzanigo di Mezzegra, sul lago di Como, nell'ambito di una missione segreta diretta da un agente segreto inglese, figlio di emigrati italiani in Gran Bretagna, detto «il capitano John», ufficiale dello Special Operations Executive (Soe).
Una testimonianza clamorosa, che smentiva la versione ufficiale circolata per cinquant'anni, in base alla quale ad uccidere Mussolini con una scarica di mitra Sten era stato il partigiano comunista Walter Audisio, il famoso Colonnello Valerio, coadiuvato dai compagni Michele Moretti e Aldo Lampredi, davanti al cancello di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra; azione poi rivendicata dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia con un comunicato emesso il giorno dopo.
Secondo la versione di Lonati, poi definita dagli storici "la pista inglese", lo scopo della missione sarebbe stato il recupero del presunto carteggio tra Winston Churchill e Mussolini, al fine di cancellare le tracce di quel rapporto imbarazzante, attraverso la soppressione di due scomodi testimoni, lo stesso duce e la Petacci, prima che finissero nelle mani degli americani, che avrebbero voluto sottoporre il capo del fascismo ad un processo.
Il memoriale di Lonati afferma che il "carteggio Churchill-Mussolini" non fu trovato e che tuttavia i servizi segreti inglesi avrebbero concordato il silenzio di Lonati e dei due partigiani superstiti per altri cinquant'anni. Per tale motivo il suo libro sarebbe uscito solo allora.
Una ricostruzione dei fatti confermata nel 2002, con nuovi dettagli, dal giornalista Luciano Garibaldi nel saggio "La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci" (Ares), oltre che dall'ex agente segreto americano Peter Tompkins, secondo cui addirittura il futuro segretario del Pci Luigi Longo avrebbe organizzato la finta fucilazione del duce per nascondere la verità. Lo stesso Renzo De Felice, nel libro "Rosso e Nero" (Baldini e Castoldi, 1995), ritenne credibile un intervento inglese per eliminare Mussolini ed evitare una sorta di processo di Norimberga nei confronti del duce.
Il racconto di Lonati, però, era privo di riscontri documentali e presentava diversi punti oscuri, contrastanti con i risultati di altre ricerche storiche. L'orario dell'esecuzione fu davvero le 11 di mattina o le quattro e dieci di pomeriggio come riferisce la versione ufficiale? Come mai il carteggio tra Churchill e Mussolini non è mai venuto fuori? Perché l'altro componente del commando di Lonati, all'epoca ancora vivente, si rifiutò di confermare la sua versione? Va detto che fra l'altro il numero di colpi sparati dichiarato dall'ex partigiano "Giacomo" non corrisponde con i rilievi compiuti sul corpo di Mussolini e che Lonati si sottopose anche all'esame della macchina della verità, con esito negativo.
Di recente lo storico Mimmo Franzinelli ha smontato pezzo per pezzo, con uno studio documentato, la tesi dell'esistenza di un carteggio segreto tra il duce e lo statista britannico ("L'arma segreta del Duce. La vera storia del carteggio Churchill-Mussolini", Rizzoli, 2015). La "pista inglese" si è quindi di fatto indebolita. Resta da capire il motivo che avrebbe spinto un personaggio di rilievo come Lonati a sostenere tale tesi e ad alimentare quella che sembra una grande "bufala" storica.
E infatti l'ex partigiano "Giacomo", nato a Legnano il 3 giugno 1921, non fu un esponente di secondo piano della Resistenza. Fu commissario politico della 101a Brigata Garibaldi e comandante di una divisione partigiana formata da tre brigate operanti nel capoluogo lombardo. Nel dopoguerra Lonati riprese il lavoro alla Franco Tosi e trasferitosi poi a Torino nel 1958, ricopri incarichi di dirigente alla Fiat e negli anni ottanta guidò a Bari un'importante società metalmeccanica. Dopo la pensione si stabilì a Brescia, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita, prima di portare i suoi segreti nella tomba.

(Il Messaggero, 17 novembre 2015)

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Storie – La marcia su Roma e il mito del buon fascismo

di Mario Avagliano

   Che strano Paese senza memoria è il nostro. Due giorni fa, il 28 ottobre, si sono tenute in varie parti d’Italia (da Perugia alla Lombardia, passando per Predappio) manifestazioni celebrative dei novant’anni della sciagurata marcia su Roma del 1922, che aprì la strada al ventennio fascista e alla soppressione delle libertà civili. Ad Affile, nel Lazio, è stato innalzato con i finanziamenti della Regione un mausoleo a Rodolfo Graziani, ministro della guerra di quella Repubblica Sociale che combatté contro partigiani e alleati e diede la caccia agli ebrei. Un uomo che fu processato e condannato per collaborazionismo con i nazisti e fu incluso dall’Onu nell’elenco dei criminali di guerra per l’uso dei gas tossici in Etiopia.

A Roma i gruppi di estrema destra hanno organizzato al Campidoglio convegni su personaggi della Repubblica Sociale e blitz nei licei al grido di “Viva il duce!”.  A Castellafiume, in provincia dell’Aquila, è stata dedicata una strada a Cornelio Di Marzio, «scrittore e poeta» si legge nella targa, che omette però di ricordare che costui nel 1920 fondò i primi fasci nella Marsica, fu il segretario politico del fascio di Avezzano e della federazione fascista marsicana e poi divenne segretario generale dei Fasci all'estero e membro del Gran Consiglio del Fascismo, della direzione del PNF e console della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Negli istituti superiori di tutta Italia proliferano i gruppi che si richiamano, apertamente o velatamente, al neofascismo, con tanto di profili su Facebook che vantano migliaia di contatti. Appena qualche mese fa a Giulino di Mezzegra, in provincia di Como, dove Benito Mussolini e Claretta Petacci vennero fucilati 67 anni fa, l’Unione nazionale combattenti della Repubblica sociale italiana ha organizzato un corteo che si è recato alla casa dove il duce e la sua amante avevano trascorso l’ultima notte, per affiggervi una lapide. Solo folklore? Di fronte a tanti segnali convergenti, è difficile non essere preoccupati. La sensazione è che la discutibile opera di riscrittura politica della storia nazionale avviata negli anni Novanta, tesa a rivalutare il fascismo e Salò, a ridimensionare le responsabilità italiane nella persecuzione degli ebrei e a denigrare la Resistenza e la Costituzione repubblicana, abbia prodotto gravissimi danni culturali nel comune sentire, ai quali non sarà facile rimediare. E la crisi economica internazionale fa il resto, dando fiato agli estremismi.

(L'Unione Informa, 30 ottobre 2012)

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L'ebraismo ufficiale e gli ex fascisti

di Dario Calimani

  Già mi stavo preoccupando per una mia certa monomaniacalità. Pensavo che il ritorno del fascismo sotto mentite spoglie di varia foggia fosse una mia fissazione allucinatoria. Ora vedo che altri, con competenza e sensibilità, affrontano il delicato argomento. Eppure fino a qualche tempo fa abbiamo rispolverato senza troppi riecheggiamenti lo spauracchio vergognoso di certo collateralismo tipo ‘La nostra bandiera’, di quegli ebrei che in altri tempi hanno levato in alto il vessillo del fascismo e l’hanno fatta sventolare con orgoglio, mentre altri ebrei ingoiavano olio di ricino e prendevano mazzate sulla schiena.
Ma questi nuovi fascisti sono grandi amici di Israele, si è detto, magari pur rimanendo nel loro intimo viscerali antisemiti. La storia, come spesso accade, non ci ha insegnato molto. Ci siamo entusiasmati alle conversione democratica degli ex-fascisti, li abbiamo accompagnati ammiccanti, abbiamo sparso fiori al loro passaggio. E il nuovo fascismo di chi è figlio, dunque? E l’ebraismo italiano ufficiale, se non la società civile, vorrà prima o poi occuparsi con meno contingenza dell’argomento aprendo un dibattito ampio e approfondito? Ci vuole coraggio, naturalmente, e, si sa, si rischia di perdere qualche amico, ma ne va della nostra salute e della salute della nostra democrazia.

(L'Unione Informa, 30 ottobre 2012)

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Storie – Il 17 novembre, le leggi razziste e i baroni di razza

di Mario Avagliano 

  Il 17 novembre del 2013 ricorre il 75° anniversario dell’emanazione del regio decreto legge sulle leggi razziali (meglio sarebbe dire leggi razziste). Un appuntamento importante per riflettere e approfondire, anche dal punto di vista storiografico, la prima fase della persecuzione degli ebrei in Italia, quella che Michele Sarfatti ha definito la persecuzione dei diritti, un po’ messa in ombra dalla tragicità della fase successiva della Shoah.
Io credo che il 27 gennaio costituisca una data-simbolo insostituibile del calendario internazionale della Memoria. Non vi è dubbio però che quella giornata riguardi in particolare le immani responsabilità della Germania nella vicenda delle deportazioni, non solo di tipo razzista, ma anche politico e militare. E per evidenti motivi, a partire dall’altissimo numero delle vittime, nelle scuole, sui giornali, nei convegni si parla quasi esclusivamente dell’esperienza dei lager.

Il dramma universale di Auschwitz, in qualche modo, oscura il 1938. E a noi italiani, bisogna ammetterlo, in fondo questa lettura storica non dispiace, perché ci consente di autoassolverci e, come diceva Vittorio Foa, di scaricare sui tedeschi il peso storico che portiamo sulle nostre coscienze e di soffermarci sui Giusti e sugli episodi, che pure ci sono stati, di salvataggio degli ebrei.
D’altra parte l’incredibile fretta con cui, dopo la liberazione, in un clima imbevuto di logiche di amnistia collettiva, ci si precipitò ad archiviare quanto accaduto tra il 1938 e il 1943, ha impedito una vera presa di coscienza del passato e ha coperto, omettendoli, i nomi e i cognomi dei responsabili. Che non furono solo Benito Mussolini e i gerarchi fascisti.
Un bel libro appena uscito, Baroni di razza di Barbara Raggi (Editori Riuniti, 216 pagine), spiega, come recita il sottotitolo, «come l’Università del dopoguerra ha riabilitato gli esecutori delle leggi razziali». Per sei anni intellettuali, docenti universitari, magistrati, avvocati e funzionari di basso e di alto livello prestarono la propria opera al servizio della propaganda antisemita e della persecuzione. Rimasero tutti (o quasi) al loro posto. L’epurazione annunciata dal nuovo Stato democratico non ci fu e l’apparato burocratico, culturale, amministrativo del fascismo “subentrò” a se stesso, in una sostanziale continuità.
I baroni del potere culturale, scientifico, professionale e universitario, che avevano fatto il bello e il cattivo tempo durante il Ventennio mussoliniano, scansarono senza colpo ferire le dure sentenze della Storia. E a questo gioco, rivela lo studio di Barbara Raggi, si prestarono anche figure luminose dell’antifascismo, come Guido Calogero, che ad esempio scrisse una lettera già nel 1944 per difendere Antonio Pagliaro, insigne linguista e glottologo, che aveva fatto parte del Consiglio superiore della demografia e della razza e aveva “lavorato” per dare un’inclinazione storica e culturale al razzismo fascista. Grazie a Calogero anche Pagliaro venne degnamente riabilitato nel 1946 e concluse serenamente la sua carriera col rango di professore emerito.
I francesi, com’è noto, hanno  istituito una giornata nazionale del ricordo il 16 luglio, data in cui nel 1942 fu attuato il cosiddetto Rastrellamento del Velodromo d'inverno e le milizie francesi arrestarono 13.152 ebrei, gran parte dei quali furono deportati e morirono ad Auschwitz. A titolo personale, avanzo una proposta. Perché non fare lo stesso anche in Italia, magari in coincidenza dell’anniversario del 2013, istituendo un giorno della memoria delle responsabilità nazionali proprio il 17 novembre, data di emanazione delle leggi razziali del 1938?

(L'Unione Informa, 13 novembre 2012)

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