Articoli, Brevi Testi e Pensieri di MArio Avagliano
Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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Mata Hari e le altre: 007 è donna

Nel '900 rovesciato il modello maschile dell'agente segreto oggi nell'intelligence più responsabilità alle figure femminili

di Mario Avagliano 

Il mio nome è Bond... James Bond Ian Fleming, quando ideò la figura del agente segreto britannico 007, non pensò mai che potesse essere di sesso femminile o tanto meno agli ordini di una donna, come accade invece negli ultimi film della fortunata saga cinematografica, in cui Bond è alle dipendenze di M, interpretata sullo schermo dalla brava Judi Dench. E in effetti nello spionaggio l'impiego delle donne per molto tempo è stato limitato da pregiudizi etabù.Tuteal più il gentil sesso veniva utilizzato nel campo della seduzione, per carpire segreti all'inconsapevolevittima di tumoo ricattare l'imprudente partner con la minaccia di uno scandalo familiare o politico. Ma a partire dal Novecento, come ci racconta il bel libro Le dieci donne spia che hanno fatto la storia (Edizioni Il Capricorno) di Domenico Vecchioni, il paradigma si è rovesciato. E in occasione della prima guerra mondiale anche le donne sono entrate di prepotenza nell'affascinante mondo delle spie. Tanto che oggi le figurefemminli esercitano nell'intelligence ruoli di sempre maggiore responsabilità, finoad anivareall'apice con Gina Haspel, da poco nominata capo della Cia.
La donna spia più esaltata e mitizzata dalla storiografia e dal cinema è sicuramente Mata Hari, che iniziò come ballerina e diventò spia sfruttando i contatti che intratteneva nel bel mondo della capitale francese nel cui ambito sfarfallava, scivolando poi sul terreno del doppio gioco tra Francia e Germania. Ma, come ci racconta Vecchioni, la bella olandese Margaretha Geertruida Zelle, alias Mata Hari, alias agente H2t alta 1.75metri, un po' forte di fianchi, bruna di chioma e di carnagione, tanto da fingere di essere nativa dell'isola di Giava, fu in realtà un agente segreto dai risultati abbastanza insignificanti. Le informazioni che riuscì a passare, in effetti, furono poche e del tutto ininfluenti sul corso della prima guerra mondiale.
Destino paradossale il suo: travolta dagli eventi e dai suoi sentimenti, fu giustiziata in Francia dopo essere stata abbandonata da quegli stessi uomini ai quali aveva dato spesso momenti d'intenso piacere. Destino anche cinico: dopo l'esecuzione, il cadavere di Mata Hari non fu reclamato da alcun parente o amico. Così quel corpo che aveva fatto fremere le platee maschili dei teatri parigini e non solo (si era esibita anche alla Scala di Milano), che aveva fatto perdere la testa a presidenti del Consiglio, ministri, generali, intellettuali e uomini facoltosi (compresi l'italiano Giacomo Puccini e il miliardario di origini ebraiche barone Henri de Rothschild), finì messo a disposizione della facoltà di Medicina di Parigi come cavia per le esercitazioni degli studenti. 
Ben altro spessore, il libro di Vecchioni attribuisce alla spia Gertude Bell, che insieme a Lawrence d'Arabia operò in Medio Oriente e contribuì alla «creazione» dell'Iraq. II loro compito era quello di promuovere la rivolta araba contro la dominazione della Turchia, alleata della Germania. I due si capirono, simpatizzarono e si manifestarono stima reciproca. Avevano tante cose in comune. Entrambi erano archeologi di formazione, entrambi avevano studiato Storia a Oxford, entrambi soffrivano del «mal d'Arabia»esubivano fascine il mistero del Medio Oriente. Entrambi poi avevano alle spalle storie personali «complicate>: Lawrence alle prese con la sua omosessualità latente; Gertrude, dal canto suo, prigioniera del ricordo delsuoamoreperduto. Una delle spie più temibili emisteriose fu certamente la tedesca Fräulein Doktor (a cui Alberto Lattuada dedicherà un film nel 1969), al secolo Elsbeth Schragmüller, implacabile istruttrice di spie ad Anversa per conto della Germania pre-nazista. II capitano Georges Ladoux, capo del controspionaggio francese, il suo diretto avversario, colui che aveva messo in trappola Mata Hari, l'aveva soprannom inala Tigresse d'Anvers.
Altre figure mitiche sono la principessa indiana Noor Inayat Kahn, che nella Francia occupata dai nazisti lavorò come operatore radio dei servizi segreti britannici in supporto alla Resistenza e l'affascinante Venere nera Joséphine Baker, che allo scoppio della seconda guerra mondialesi miseal servizio della Francia, la sua patria di adozione. Virginia Hall, la «signora che zoppica», spia perla Gran Bretagna e poi per gli Usa, divenne l'ossessione di Klaus Barbie (il famigerato boia di Lione), che non riusciva a capire come una donna, per di più con una gamba di legno, potesse tenere in scacco i servizi di sicurezza nazisti. Christine Granville, contessa polacca, era invece la spia preferita di Winston Churchill.
Avvicinandosi ai giorni nostri, una delle storie più sorprendenti è quella di Ana Belén Montes, che per ben sedici anni dal suo ufficio nel cuore dell'intelligence statunitense svolse attività di spionaggio perla Cuba di Fidel Castro. Così come colpisce la vicenda della seducente Anna Kushchenko Chapman, conosciuta come Anna la Rossa, spia a New York per conto di Putin, che nel suo ufficio al grattacielo 20 Exchange Place riceveva i suoi clienti per aiutarli nelle loro scelte, mostrandosi all'occorrenza disponibile anche per altri tipi di assistenza. Scoperta e arrestata, è stata rimpatriata in Russia, dov'è ora una vera e propria star dei rotocalchi. Donne tenaci, intelligenti, astute, che hanno ispirato film e romanzi ma che, ci racconta il libro di Vecchioni, a volte anche grazie al loro fascino hanno saputo servire il loro Paese al pari di un James Bond. E nella realtà, non nella finzione cinematografica. 
 
(pubblicato su Il Mattino, 24 luglio 2019)
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Storie – Vivà, la figlia di Pietro Nenni che morì ad Auschwitz

di Mario Avagliano

Nel campo di sterminio di Auschwitz non furono deportati soltanto ebrei, ma anche un gruppo di 230 donne prigioniere politiche provenienti dalla Francia, tra cui due italiane: Alice Viterbo, una brava e famosa cantante lirica, che aveva una gamba di legno, e Vittoria Nenni, detta Vivà, figlia del leader socialista Pietro Nenni, che con la famiglia viveva in esilio in Francia dal 1926 dopo la promulgazione delle leggi “fascistissime”.

La drammatica storia di Vittoria Nenni è stata raccontata da Antonio Tedesco nel bel libro Vivà, la figlia di Pietro Nenni dalla Resistenza ad Auschwitz (Bibliotheka Edizion, collana “Bussole” della Fondazione Nenni). Il trasporto delle deportate avvenne il 24 gennaio del 1943. Si trattava di un gruppo assai vario: giovani e anziane; molte avevano lasciato a casa figli piccoli; 119 erano militanti comuniste, 12 golliste, mentre erano resistenti senza colore politico.

Dopo l’invasione tedesca della Francia e la nascita del regime collaborazionista del maresciallo Pétain, che concluse l’armistizio con la Germania il 24 giugno 1940 e si insediò con il nuovo governo nella città di Vichy (Alvernia), situata nella parte del Paese formalmente non occupata dai tedeschi, a partire soprattutto dall’estate del 1941 si era formata a Parigi una fitta rete resistenziale, che produceva volantini, opuscoli e fogli di propaganda antinazista. A questa rete clandestina collaboravano attivamente molte donne, tra cui appunto Vittoria Nenni e tante altre, che trasportavano messaggi, proteggevano i ribelli, li aiutavano a passare la linea di confine, nascondevano gli ebrei e ingannavano i nazisti.

La rete degli “stampatori” e delle “Tecniche del movimento”, guidate dal meccanico comunista Arthur Tintelin, tra la primavera e l’estate del 1942 venne falcidiata da una serie di arresti da parte della polizia francese. Le donne partigiane vennero tradotte nel forte di Romaville. Henri Daubeuf, il marito di Vittoria Nenni, venne fucilato quasi subito sul Monte Valerien l’11 agosto. A Vivà venne offerta la possibilità, rinunciando alla cittadinanza francese e facendo valere quella italiana, di scontare il carcere in Italia. Vivà senza alcuna esitazione rifiutò, per condividere la sorte delle sue compagne francesi.

Dopo pochi mesi di prigionia le donne vennero deportate ad Auschwitz, una destinazione che, scrive Antonio Tedesco, gli storici non sono ancora riusciti a spiegare. In quel campo di sterminio su duecentotrenta donne deportate rimasero in vita solo in quarantanove. Vivà morì il 15 luglio del 1943, racconta Antonio Tedesco, ridotta tutta una piaga, divorata dalla febbre tifoidea, gonfia le gambe per il lavoro nelle mortifere paludi, affidando all’amica Charlotte un ultimo messaggio: «Dite a mio padre che ho avuto coraggio fino all’ultimo e che non rimpiango nulla».

(L'Unione Informa e Moked.it del 16 maggio 2017)

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Novecento, l’altra metà della guerra. Partigiane in armi, vittime di stupri, ostaggi civili: le donne nei conflitti del secolo breve

di Mario Avagliano

   Il Novecento, oltre che il secolo delle guerre, fu anche il secolo delle violenze contro i civili, in particolare le donne, e dello stupro come arma per annientare, annichilire, fiaccare lo spirito del nemico sconfitto. Una strategia bellica che trovò il suo culmine nella seconda guerra mondiale, che fece registrare episodi efferati di violenza sessuale da parte di tutti gli eserciti, non solo quello tedesco. Ma gli anni del conflitto in Italia furono per l’altra metà del cielo anche un’occasione di riscatto, di autodeterminazione, di protagonismo nella vita sociale. Di emancipazione dal tradizionale ruolo di “angeli del focolare” ritagliato per esse dal regime fascista.

Con la maggior parte degli uomini al fronte, prigionieri di guerra, dispersi o deportati, le donne furono chiamate a svolgere lavori prettamente maschili, come condurre i tram nelle città.  E dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’occupazione nazista del centro nord della penisola, molte di esse parteciparono alla guerra di liberazione. Non solo come staffette o attiviste politiche, ma anche imbracciando le armi, come le gappiste comuniste Carla Capponi e Lucia Ottobrini.
La storia in rosa dell’Italia tra il 1940 e il 1945 è stata ricostruita nel bel saggio di Michela Ponzani, Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, “amanti del nemico” (Einaudi, pp. 314, euro 25). Un libro che fin dal titolo spiega il carattere “militare-maschile” della guerra, che vide come prime vittime proprio le donne. Vittime dei bombardamenti alleati. Vittime della fame e dei rastrellamenti. Vittime delle stragi e degli stupri di massa.
Per la sua ricostruzione storica, la Ponzani ha attinto al fondo della trasmissione Rai “La mia guerra”, andata in onda nei primi anni Novanta, depositato presso l’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, oltre che all’Archivio della memoria delle donne di Bologna, all’Archivio segreto del Vaticano e a vari altri archivi pubblici e privati. Si tratta di scritti e di memorie private di donne che rivelano tratti solo parzialmente conosciuti delle vicende di quegli anni ed invitano a fare i conti con il sommerso, il taciuto, le forme di rimozione dei crimini di guerra dal racconto pubblico nazionale.
In questo oblio rientrano gli stupri di massa perpetrati dalle truppe tedesche e dai soldati mongoli della CLXII divisione Turkestan, aggregata ai reparti militari della Wermacht, soprattutto in alcune zone dell’Emilia Romagna come la Val Tidone, la Val Trebbia e la Val Nure. Atti di violenza espressamente autorizzati dai vertici militari tedeschi, perché il vero obiettivo non era tanto “colpire i partigiani ma far comprendere alla popolazione quali conseguenze [avrà] anche per i civili il comportamento dei ribelli” avrebbe comportato.
Lo stupro è un’esperienza che sconvolse le famiglie. Le memorie delle donne sono piene di immagini ricorrenti, come quelle di padri, mariti, fratelli resi impotenti di fronte al sopruso inflitto alle proprie donne, incapaci di riprendersi da una ferita non rimarginabile. Esemplare nella sua drammaticità è il racconto di una donna sfollata tra le colline attorno a Marzabotto, proprio a ridosso della strage del settembre-ottobre 1944. Rimasta sola con i figli e con il marito deportato in Germania, la donna viene stuprata ripetutamente da un gruppo di tedeschi. Quei soldati che hanno abusato di lei la sera prima, tornano presso la sua casa la mattina successiva e, non trovandola, minacciano di fucilare tutti i componenti della famiglia, compresi i figli piccoli, se ella non farà ritorno. Sono proprio i due uomini verso i quali nutre più fiducia, il cognato e il parroco del paese, a convincerla a sottomettersi alla violenza per salvare la vita degli altri.
Un altro capitolo è dedicato alle forme di violenza sessuale messe in atto dai fascisti nelle caserme e nelle camere di tortura della RSI, come strumento di punizione del nemico politico, al pari delle bastonature e delle case distrutte e incendiate.
Le violenze sessuali furono perpetrate anche dagli alleati. Quando nel maggio del ’44 finalmente gli angloamericani liberarono il Frusinate, per la popolazione civile fu l’inizio di nuovi saccheggi, uccisioni, torture e stupri di gruppo, soprattutto ad opera dei Goumiers, i militari marocchini e algerini del corpo di spedizione francese.
I racconti delle donne partigiane proposti da Michela Ponzani ci fanno comprendere, infine, che nella loro scelta di libertà vi fu anche una guerra privata, esistenziale per la propria emancipazione dall’educazione fascista e dalla cultura patriarcale e cattolico-tradizionale. Di qui, nel dopoguerra, il rimpianto per la mancata piena realizzazione dei progetti di parità dei diritti con l’altro sesso. Nonostante il diritto al voto e l’articolo 3 della Costituzione, anche per le donne la resistenza fu una sorta di “rivoluzione rimasta a mezzo”. E quando la vita riprese il suo corso normale, le partigiane, le antifasciste e le ex deportate politiche furono rispedite in cucina dai loro padri, fidanzati e mariti. Il percorso dell’uguaglianza era ancora molto lungo da compiere.

(Il Mattino, 12 giugno 2012)

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Storie – Eva Fisher e il francobollo del 16 ottobre 1943

di Mario Avagliano

È scomparsa questa mattina a Roma la grande artista Eva Fischer, nel suo attico a Trastevere, circondata dall'affetto del figlio Alan David Baumann e della compagna di questi Grazia Malagamba. Domani alle 12 si terrà il funerale a Prima Porta. Nel 1993 la Fisher creò e donò alle Poste un disegno in ricordo del 16 ottobre 1943, data della prima deportazione perpetrata a Roma dai nazisti. L’anno dopo le Poste Italiane pregarono Eva di rappresentare, 50 anni dopo, alcuni degli eventi tragici verificatisi in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, dall’eccidio delle Fosse Ardeatine alla strage di Marzabotto. Ne è nata una serie di francobolli davvero straordinaria.

Eva Fischer nacque a Daruvar (nella ex Jugoslavia) nel 1920, da famiglia ungherese. Il padre Leopoldo, rabbino capo ed eccellente talmudista, venne deportato dai nazisti. Furono più di trenta i familiari di Eva scomparsi nei lager.
Dopo l’occupazione italiana della Jugoslavia, attorno al 1941, insieme alla madre e al fratello minore, Eva venne internata nel campo di Vallegrande (Isola di Curzola) sotto amministrazione italiana. Si trasferì poi con i familiari a Spalato e quindi a Bologna, dove nel 1943 si nascosero sotto il falso nome di Venturi. A salvarli fu determinante l'aiuto di alcuni antifascisti: Wanda Varotti, Massimo Massei ed altri ancora del Partito d'Azione.
A guerra finita Eva Fischer scelse Roma come sua città d'adozione ed entrò a far parte del gruppo di artisti di Via Margutta, frequentando Mafai, Guttuso, Campigli, Carlo Levi, Corrado Alvaro e tanti altri.
Intensa fu l'amicizia con De Chirico, Sandro Penna, Giuseppe Berto, Alfonso Gatto e poi con alcuni artisti internazionali, da Dalì a Picasso e Marc Chagall.
Negli anni successivi Eva Fischer espose i suoi quadri in tutto il mondo, da Londra a Parigi, da Madrid a Israele, dove dipinse mirabili tele di Gerusalemme e Hebron (molto note sono le vetrate del Museo israelitico di Roma) fino agli Usa, dove ebbe come collezionisti gli attori Humphrey Bogart ed Henry Fonda.
Proprio l’anno scorso, in occasione del 70° anniversario della Shoah in Ungheria, la Fisher ha tenuto presso l’Accademia d’Ungheria a Roma la mostra “Camminando nella valle dell’ombra…”, che raccoglieva i dipinti sull’Olocausto da lei realizzati tra i1 1946 e il 1989 e che non aveva mai voluto mostrare a nessuno, neppure a suo marito o a suo figlio. «Comprensibile ritegno a mostrare la parte più profonda del suo animo», ha scritto a questo proposito Elio Toaff.

(L’Unione Informa e Moked.it del 7 luglio 2015)

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Le dieci maestre del voto

di Mario Avagliano

Nei primi 85 anni di Stato unitario l’Italia è stata una monarchia misogina, nella quale hanno votato esclusivamente gli uomini. La nostra nazione è stata una delle ultime di Europa a concedere il diritto il voto alle donne, che fu esercitato per la prima volta solamente nel 1946. Un ritardo che è stato foriero di pessimi risultati, visto che nel periodo monarchico si sono avvicendati ben 64 governi, si sono registrati lunghi periodi di forte instabilità politica e sociale e l’istituto delle elezioni è stato alla fine abolito dal fascismo.

La storia italiana poteva andare diversamente se si fosse vestita anche di rosa? Difficile rispondere. Fatto sta che per una breve stagione le donne italiane coltivarono la speranza di poter dire la loro sul futuro politico della loro nazione. Infatti il 25 luglio del 1906, quando l’irruente Benito Mussolini era ancora un maestrino socialista di provincia, una sentenza della Corte di appello di Ancona, presieduta dal magistrato ebreo Lodovico Mortara, accordò il diritto di voto a dieci donne marchigiane, tutte maestre, che avevano presentato apposito ricorso.
La loro vicenda, che all’epoca fece scalpore e provocò un acceso dibattito in tutta Italia, è stata ricostruita e raccontata nel libro di Marco Severini, intitolato Dieci donne. Storia delle prime elettrici italiane (liberi libri, pp. 261, euro 15). Grazie al coraggio delle maestre marchigiane, Ancona divenne per qualche settimana il centro del mondo. Maria Montessori le dedicò addirittura un inno poetico.
Si trattò, come scrive lo stesso Severini, di “un evento eccezionale”, in quanto quel pugno di donne andò ad affiancarsi a un corpo elettorale composto da più di 2 milioni e mezzo di maschi. Ma l’illusione dell’emancipazione durò appena lo spazio di dieci mesi (la sentenza Mortara fu annullata dalla Corte di Cassazione) e purtroppo non si concretizzò in partecipazione al voto in quanto, per il ritorno al governo di Giovanni Giolitti, non vi furono elezioni politiche.
E così le dieci donne marchigiane che, con la conquista dell’iscrizione alle liste elettorali, avevano impresso una svolta impensata alla lotta per il suffragio femminile, raccogliendo l’entusiasmo delle numerose associazioni femminili, dei socialisti e dei repubblicani che si battevano da anni per l’emancipazione, tornarono purtroppo nell’anonimato.
Il saggio di Severini ha il merito di riportare alla luce la storia di quelle pioniere del voto alle donne, di cui vengono proposte per la prima volte le biografie, e delle portabandiera dell’emancipazione femminile made in Italy, come Anna Maria Mozzoni e Maria Montessori. Ma è anche un omaggio alla competenza giuridica e all’onestà intellettuale del giurista mantovano Lodovico Mortara, “personalmente contrario, giuridicamente favorevole” al suffragio femminile, e di quei politici maschi, come il repubblicano Roberto Mirabelli, che sulla scia del pensiero di Mazzini, grande fautore del voto alle donne, sostennero in Parlamento, con forza e determinazione, la causa dell’altra metà del cielo. Perché, come disse in aula Mirabelli il 25 febbraio 1907, la donna non fosse più “inchiodata alla croce delle secolari esclusioni”.
Quella battaglia, in quella fase storica perdente, avrebbe avuto sicuramente un esito positivo nella seconda metà degli anni Venti, sulla scia di quanto accaduto in altri Paesi europei. Ma l’avvento del fascismo e la sua concezione della donna come semplice “angelo del focolare” ritardarono di un ventennio la partecipazione femminile alla vita politica. Solo la Resistenza e poi la Costituente sanciranno finalmente la pari dignità delle donne, legittimandole al voto sia in qualità di elettrici che di elette.

(L'Unione Informa, 3 maggio 2013)

L'amore ai tempi della falce e martello. La storia di Nilde Iotti e Palmiro Togliatti nel carteggio inedito

di Mario Avagliano

Estate 1946. Dal color seppia di una rara foto d’epoca si affaccia sorridente la ventiseienne Nilde Iotti, appena eletta deputato dell’Assemblea costituente, seduta su un divano, in mezzo a un gruppo di donne parlamentari dall’aria leggera e festosa. Solo da un anno la legge italiana ha riconosciuto il suffragio femminile e loro sono le prime a entrare come «onorevoli» nell’aula austera di Montecitorio. All’altra estremità del divano, una signora di mezz’età stringe con grazia fra le mani una singolare piccola borsa fiorata. È Rita Montagnana, la mitica «Marisa», moglie di Palmiro Togliatti, segretario del Pci. Quelle due deputate comuniste, così diverse di aspetto e di età, di lì a poco diventeranno rivali. Per la giovane professoressa reggiana, figlia di un ferroviere socialista, laureatasi alla Cattolica e formatasi alla scuola di Dossetti e La Pira, la simpatia travolgente per Togliatti, di 27 anni più vecchio di lei, si trasformerà ben presto in una relazione «gioiosa e terribile». Per «Marisa», invece, la compagna del Migliore nel periodo dell’antifascismo clandestino, si prefigura una storia di abbandono sofferto e penoso, anche per quel loro figlio, Aldo, tormentato da un insopprimibile mal di vivere.
Sono alcune della pagine più belle dell’intrigante libro di Luisa Lama, intitolato Nilde Iotti. Una storia politica al femminile (Donzelli pp. 288, € 30), che - come afferma Livia Turco in una densa introduzione - ci regala la prima vera biografia della ex presidente della Camera, dall’esordio in politica fino al 1979, anno dell’elezione allo scranno più alto di Montecitorio. Una ricostruzione arricchita dalla pubblicazioni di stralci dello straordinario carteggio inedito tra la Iotti e Togliatti (agosto 1946-agosto 1947), ritrovato dalla loro figlia adottiva Marisa Malagoli in un cofanetto di legno intarsiato.
Un incontro segnato dal destino. Luisa Lama racconta quanto fu determinante nella scelta di campo della giovane Nilde, fervente cattolica, in bilico nel suo riformismo tra la Dc, i socialisti e il Pci, l’ascolto nel 1944, attraverso Radio Londra, della «voce gracchiante di Ercoli» (lo pseudonimo di Togliatti) che annunciava la svolta di Salerno. Dopo la collaborazione alla Resistenza, l’esperienza nell’Udi e l’elezione come indipendente nelle liste del Pci a Reggio Emilia, per la Iotti arriva la candidatura alla Costituente.
È quell’estate, il 30 luglio del 1946, che la tormentata relazione tra i due ha inizio. "Galeotta" è una timida, impacciata carezza di Palmiro alla chioma di Nilde mentre scendono lo scalone di Montecitorio, a cui seguono dotte conversazioni sui poemi cavallereschi dell’Ariosto e del Boiardo, qualche incontro clandestino e quindi l’innamoramento. Togliatti avverte una «vertigine davanti a un abisso», Nilde sente «sgomento per questo immenso mistero d’amore che mi dà le vertigini».
La brillante carriera della Iotti prende avvio in quella stagione. Designata dal partito nella Commissione dei 75 alla Costituente (unica donna, insieme a Teresa Noce), affronta in modo combattivo e innovativo il tema della famiglia, ponendo fin dall’inizio la questione della parità tra i sessi al suo interno e nell’educazione dei figli. Paradossalmente la relazione con il “capo” rischia di danneggiarla più che di favorirla. Dirigenti autorevoli come Pietro Secchia accusano il segretario di essere «condizionato» da Nilde e mettono in dubbio con il Cremlino l’affidabilità politica della professoressa reggiana, dati i trascorsi all’Università Cattolica.
Nonostante gli sgarbi di amici e nemici, le allusioni velenose di certa stampa, la consapevolezza di andare controcorrente (all’epoca essere «concubini» costituiva un reato penale), Nilde e Palmiro non rinunciano al loro amore, come testimonia il carteggio. «Mi sento di lottare con le unghie e con i denti per difendere un sentimento che è mio e solo mio», scrive la Iotti. E difende a spada tratta anche il suo impegno politico, vincendo la pressione dei compagni di partito a Reggio, che vorrebbero farla ritirare a vita privata. Nella corrispondenza fra i due, colpisce la passione che anima anche l’apparentemente freddo e razionale Palmiro Togliatti. “Quanto ho fatto verso di te e con te non è mai stata un’intenzione frivola (…) ho seguito un impulso più forte della mia volontà”, scrive il 28 settembre 1946. L’amore di Nilde e per Nilde, entrata nella sua vita “come una striscia di sole in una stanza buia”, lo mette in discussione come uomo, gli fa guardare con occhi diversi la vita, a partire dalle cose quotidiane, come la passeggiata al Pincio a Roma o per le vie di Parigi.
Da quell’estate del 1946 i due sfideranno le convenzioni e il partito (che addirittura farà installare delle microspie per sorvegliarli) e vivranno insieme more uxorio, prima in un abbaino all’ultimo piano di Botteghe Oscure, poi in un villino a via Arbe a Montesacro, in un rapporto affettivo che solo la morte di Togliatti nel 1964 potrà interrompere. Proprio alla sua Nilde, Palmiro consegnerà il suo testamento politico: il Memoriale di Yalta. E solo al corteo funebre di Togliatti, la Iotti potrà uscire finalmente dall’ombra e presentarsi come la first lady. Il partito consentirà a lei e alla figlia Marisa di seguire il feretro dell’uomo tanto amato. Negli anni successivi Nilde mostrerà tutta la sua stoffa di grande italiana, nella politica, nel partito, nelle battaglie civili del divorzio, dell’aborto e del nuovo diritto di famiglia, e infine da presidente di quella Camera dove era sbocciato quell’amore così bruciante e così unico.

(Il Mattino, 2 agosto 2013)

Le origini ebraiche di Eva Braun, l'ultimo segreto nascosto nel dna

di Mario Avagliano

Ve lo immaginate Adolf Hitler, il dittatore nazista che mandò a morte milioni di ebrei nei campi di sterminio o in stragi efferate compiute in mezza Europa, legato a vita ad un’ebrea? Sembra fantastoria, ma potrebbe essere andata davvero così. Eva Braun, l'"arianissima" compagna e poi moglie del Führer, dagli occhi azzurri e i capelli biondi da valchiria, sarebbe in realtà di origine ebraica. A rivelarlo, le analisi del suo Dna, effettuate per un documentario che verrà diffuso mercoledì dalla rete britannica Channel 4. Se la notizia fosse confermata (in questi casi è doveroso essere cauti), sarebbe davvero un caso paradossale di nemesi storica, di vendetta postuma della Storia.

L’incredibile scoperta, ha anticipato la tv inglese, è seguita al ritrovamento di una spazzola da capelli della Braun a Berghof, il buen retiro bavarese di Hitler, dove lei trascorse gran parte della seconda guerra mondiale. La spezzaola venne trovat dal capitano della Settima Armata amricana Paul Baeer, alla sua morte il figlio diede i capelli ad un raccoglitore di reliquie che poi li ha rivenduti ora per duemila dollari. Su quei capelli i ricercatori hanno identificato una sequenza specifica di dna «fortemente associata» agli ebrei askenaziti, che rappresentano l'80% circa della popolazione ebraica. In Germania numerosi ebrei askenaziti si erano convertiti al cattolicesimo nell'Ottocento. "Non avrei mai creduto di ritrovarmi davanti a un risultato così straordinario", ha commentato Mark Evans, presentatore della trasmissione televisiva “the dead famous dna”.

Per confermare senza ombra di dubbi l'ipotesi, si attende però di paragonare il dna della Braun a quello delle due sue discendenti ancora vive, che fino ad oggi hanno rifiutato di sottoporsi al test. Fräulein Eva Braun era originaria di Monaco, dove vide la luce il 6 febbraio 1912 nella Isabellastraße 45, secondogenita delle tre figlie dell’insegnante Friedrich Braun e di Franziska Kronberger (le sorelle si chiamavano Ilse e Margarete). Cattolica, da adolescente era piuttosto grassa e fu una studentessa pigra, capricciosa e ribelle. L’unica materia in cui eccelleva era lo sport, in particolare sci e pattinaggio. Divorava le riviste di cinema e i romanzi rosa e sognava una carriera nello spettacolo come ballerina o attrice. L'incontro con Hitler, che nel suo libello Mein Kampf aveva scritto tra le altre cose che “gli ebrei sono indubbiamente una razza, ma non sono umani”, avvenne quando Eva aveva 17 anni ed ebbe come teatro l’atelier di Heinrich Hoffmann, fotografo ufficiale del partito nazionalsocialista, dove nel settembre 1929 era stata assunta come commessa e apprendista fotografa. Appena dopo un mese, Adolf nota la bella ragazzotta dalle splendide gambe ed inizia il corteggiamento, con regali, baciamani e complimenti galanti. 

La relazione, per qualche anno platonica e comunque altalenante, venne tenuta all'oscuro dei genitori di Eva. Hitler, nel frattempo, frequentava anche altre donne, come la bellissima nipote Angelica Maria Raubal, Geli per gli amici, che poi si ucciderà con un colpo di pistola al cuore. E d’altra parte il padre di Eva, Fritz Braun, considerava il futuro genero “un tipo senza arte né parte, un imbecille che vorrebbe riformare il mondo”, e non sapeva delle passeggiate dei due all’Englische Garten, il più bel giardino di Monaco, o delle gite a Stanberg, sul lago, a bordo di una scintillante Mercedes nera da 22 mila marchi, dono della Daimler-Benz, né dei concerti di opera alla Staatsoper o dei pranzi all’Osteria Bavaria.Solo all’inizio del 1932, un anno prima dell'ascesa al potere di Hitler, la bionda assistente fotografa diventò ufficialmente l’amante del leader nazista. Una relazione tormentata. Hitler non aveva un'alta opinione di lei e d'altra parte il suo successo in politica gli procurava uno stuolo di ammiratrici e occasioni a go go. Tanto che Eva, forse proprio per gelosia, il 1° novembre tentò di suicidarsi sparandosi un colpo in gola. Ripeterà il tentativo nel maggio 1935, ingerendo una extra dose di sonnifero, ma sarà salvata in tempo dalla sorella Ilse. Proprio quell’anno il Führer l’inserirà nello staff della sua segreteria e le regalerà una villetta a Monaco, arredata fra l’altro con gli acquerelli dello stesso Hitler, pittore fallito, bocciato in gioventù all’Accademia delle Belle Arti. Eva non aveva il carattere e la sensualità di Claretta Petacci, l’amante numero uno del duce italiano Benito Mussolini. Era un tipo scialbo, carina ma non esuberante, amava i viaggi e il cinema ma non si occupava di politica.

Insomma, corrispondeva perfettamente all’ideale di Hitler, a cui le donne che pensavano con la loro testa davano sui nervi (“Gli uomini molto intelligenti - confessò - devono prendersi una donna primitiva e stupida”). Le voleva belle e sciocche, silenziose e adoranti. Forse fu proprio questo il segreto della durata della sua relazione con Hitler, al fianco del quale rimase durante tutta la tragica avventura bellica scatenata dalla Germania e sino agli ultimi giorni nel bunker di Berlino. In quella città alla deriva, distrutta dai bombardamenti, con i russi dentro le mura, alle due del mattino di domenica 29 aprile 1945 la bionda bavarese, forse di origine ebraica, coronò il suo sogno d’amore, sposando Hitler nel bunker sotto la Cancelleria e diventando così la signora Eva Hitler. Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, i due novelli sposi si suicidarono e i loro corpi, cosparsi di benzina da Erich Kempka, l’autista del Führer, vennero bruciati. Una fine per certi versi simile a quella di Claretta Petacci, il cui corpo fu esposto nel Piazzale Loreto a Milano assieme a quello del duce (anche lui, peraltro, aveva avuto un’amante ebrea: Margherita Sarfatti). Entrambe, Eva e Claretta, poterono dire del loro uomo: “Il mio destino è il suo”. 

(Il Messaggero e Il Mattino del 6 aprile 2014)

Donne e uomini della Resistenza italiana: 2.878 biografie, regione per regione

Migliaia di ritratti delle donne e degli uomini dell’antifascismo, della Resistenza e della Guerra di Liberazione sul sito dell'Anpi nazionale. La più importante rassegna di biografie di antifascisti (2.878 al momento) esistente in rete, realizzata grazie al lavoro, alla passione e alle ricerche di Fernando Strambaci, giornalista, che a suo tempo fu giovanissimo sappista. 
Nella galleria, che ovviamente è una raccolta parziale, che viene incrementata periodicamente, sono comunque comprese tutte le Medaglie d’oro al valor militare della guerra di Liberazione, diciannove delle quali sono state conferite a donne. E' possibile effettuare la ricerca anche regione per regione.
"Queste biografie - si legge nel sito dell'Anpi - sono un omaggio a tutti coloro che in ogni tempo e in ogni condizione seppero mettere i valori della libertà e della democrazia al di sopra di ogni cosa, persino della incolumità propria e dei propri cari".
 
 
Il dabase dell'Anpi Roma (antifascisti e partigiani italiani, partigiani romani) -  a cura di Mario Avagliano
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