Storie – Il complesso di Sciesopoli e gli 800 bambini sopravvissuti alla Shoah

di Mario Avagliano

Nell’immediato dopoguerra, tra il 1945 e il 1948, a Selvino, graziosa cittadina del bergamasco, in Val Seriana, il complesso architettonico di "Sciesopoli", inaugurato nel 1933 dal regime fascista come colonia montana dei Figli della Lupa e dei Balilla, venne adibito a rifugio e centro di riabilitazione ed educativo per 800 bambini ebrei orfani provenienti da ogni parte d'Europa, sopravvissuti ai campi di sterminio e alla Shoah, che in gran parte poi si trasferirono in Palestina. Ora quel luogo della Memoria è a rischio di distruzione.
Il complesso di Sciesopoli, come ha ricostruito il ricercatore Marco Cavallarin, fu progettato dal celebre architetto razionalista Paolo Vietti-Violi e costruito con le più avanzate tecnologie del tempo, prendendo il nome da un eroe del Risorgimento, il calzolaio milanese Antonio Sciesa, ucciso nel 1840 in una sommossa contro gli austriaci. La colonia venne attrezzata con dormitori, refettori, una piscina, un cinema, un’infermeria, un parco verde di 17.000 metri quadrati e cortili per le adunate. Qui i ragazzi fascisti venivano addestrati ad essere futuri guerrieri del regime.

Caduto il fascismo e finita la guerra, nel settembre del 1945 una delegazione guidata da Raffaele Cantoni, presidente della Comunità Ebraica di Milano, e da Moshe Ze’iri, membro della Brigata Ebraica (poi diventato direttore della Casa), si recò negli uffici di Luigi Gorini, esponente del partito socialista nonché chimico di chiara fama (uno dei pochi docenti che, sotto il regime mussoliniano, aveva rifiutato di prestare il giuramento di fedeltà al fascismo), delegato dal Cln di Milano a controllare i beni requisiti, e ottenne la colonia “Sciesopoli” per i bambini ebrei rimasti orfani e sopravvissuti alla Shoah. Così centinaia di giovani profughi ebrei giunsero a Selvino da ogni parte d’Europa e vi trovarono “un paradiso a lungo sognato, un castello da fiaba e a fatica si rendono conto di essere liberi, rinati a nuova vita”, come ha scritto Aharon Megged nel 1997 nel suo libro Il Viaggio verso la Terra Promessa (edizioni Mazzotta). La popolazione di Selvino, guidata dal sindaco Emilio Grigis, l’ex partigiano “Moca”, li accolse con generosità e, assieme ai volontari della Brigata Ebraica e della comunità ebraica milanese, ridonò loro il sorriso. Qui impararono l’ebraico e ritrovarono la speranza e la voglia di vivere. Nella sala da pranzo del complesso, campeggiava una grande scritta: " I giovani sono il futuro del nostro popolo". E infatti quei bambini furono tra gli oltre 25.000 ebrei sopravvissuti alle persecuzioni naziste e fasciste che, tra la fine del 1945 e il novembre del 1948, partirono clandestinamente dalle coste italiane in direzione della Palestina mandataria dove si stava costruendo il futuro Stato di Israele. Cinque di loro moriranno nella guerra di indipendenza del 1948. Successivamente “Sciesopoli”, fino al 1984, divenne un centro di accoglienza per bambini disagiati. Nel 1983 un gruppo di sessantasei ebrei che erano stati profughi nel complesso fece ritorno a Selvino, accolti dal sindaco Vinicio Grigis e dalla popolazione della cittadina. A seguito di quel viaggio si stabilì il gemellaggio tra il Comune di Selvino e il kibbutz Tze’elim, nel Neghev, dove molti dei “bambini di Selvino” si erano man mano stabiliti a partire dal 1946. Su iniziativa di Marco Cavallarin e di Miriam Bisk, figlia di Lola e Salek Najman, due profughi ebrei che lavorarono come volontari a Sciesopoli, nei giorni scorsi è partita una raccolta di firme per salvare il complesso, che ora è in stato di abbandono, e trasformarlo in un Memoriale dei Bambini di Selvino, che ricordi i giovani sopravvissuti ai lager e onori il generoso popolo selvinese e delle contrade limitrofe e le organizzazioni ebraiche italiane e internazionali che li soccorsero, li assistettero e organizzarono i viaggi in Palestina. La petizione è indirizzata al presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, al presidente della Provincia di Bergamo, Ettore Pirovano, e al sindaco di Selvino, Carmelo Ghilardi. Il comitato promotore, del quale, oltre a Cavallarin e a Miriam Bisk, fanno parte Carlo Spartaco Capogrego, Massimo Castoldi, Grazia Di Veroli, Walker Meghnagi, Valerio Onida, Patrizia Ottolenghi, Giorgio Sacerdoti, Carlo Smuraglia e Dario Venegoni e alcuni ex bambini di Sciesopoli o loro discendenti, propone agli enti di promuovere un progetto capace di preservare quella pagina di storia, come ad esempio un Museo Europeo dell’Aliyah Beth, dell’immigrazione clandestina in Palestina dopo la Shoah. Come far pervenire le adesioni? Ci sono diversi modi, ma la più diretta è scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., indicando nome, cognome, qualifica professionale e/o etico/associativa, città di residenza. Oppure sul sito di avaaz.org (un sito per petizioni) o sulla pagina di Facebook dedicata all’iniziativa.

(L'Unione Informa e Moked.it del 31 dicembre 2013)

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Fedifraghi che fanno Storia

di Mario Avagliano

Cosa avevano in comune Elisabetta I d’Inghilterra, Caterina II di Russia, Niccolò Paganini, Virginia Woolf, Colette, Albert Einstein, Richard Wagner e Giuseppe Stalin? Erano inguaribili fedifraghi, o se volete geniali traditori, strateghi dell’affaire e impareggiabili peccatori. Se fossero vissuti prima di Dante oppure alla sua epoca, il grande poeta li avrebbe condannati in eterno alle pene dell’Inferno, nel secondo cerchio degli incontinenti, tra i lussuriosi travolti dalla bufera ineluttabile della passione.
La storia del mondo e le vicende della politica (come dimostrano i casi di Silvio Berlusconi o del presidente francese François Hollande) non sono fatte solo di battaglie elettorali o sui campi di guerra, ma anche tra le lenzuola. E gli aneddoti sugli amori clandestini dei grandi personaggi servono a svelarne il carattere. Beninteso, sempre se accuratamente documentati. Ed è quello che fa lo scrittore e storico Pino Pelloni nel suo ultimo libro Fedifraghi, edito dalla piccola Iris4editrice di Roma (pp. 136, euro 15,50), raccontando con dovizia di particolari la vita privata di quindici uomini e donne eccezionali, spesso additati come modelli di virtù, la cui vita è stata costellata di meriti e successi, ma anche dei più incredibili tradimenti e di imbarazzanti sotterfugi.

Senza timori riverenziali, facendo propria la massima di Voltaire che la storia “è una burla che i vivi giocano ai morti”, Pino Pelloni, già autore di un licenzioso quanto documentato Risorgimento libertino, si è divertito a regalare ai lettori delle biografie border-line, volutamente irriguardose, osservando dal buco della serratura debolezze e virtù di questi personaggi della letteratura, della musica, della scienza e della politica alle prese con tradimenti, menzogne, liti e deviazioni morali. La scrittrice Virginia Woolf, che nell’adolescenza aveva dovuto subire gli abusi sessuali del fratello “orco” George, di quattordici anni più grande di lei, prima visse felicemente un ménage à trois con la sorelle Vanessa e il di lei sposo Clive, poi convolò a nozze e tradì il marito con una lunga serie di donne, scrittrici, pittrici o aspiranti tali. La futura imperatrice Caterina II di Russia, quand’era ancora giovane sposa di Pietro, fece collezione di amanti aitanti e gagliardi, decorando la sua camera da letto con dipinti che raffiguravano lascive scene erotiche, e fu aiutata nelle sue “imprese” dalla zarina Elisabetta e dal gran cancelliere Bestuev. Il musicista Richard Wagner, sposato con la seducente attrice e cantante Minna Planner, ebbe una tresca amorosa con una signora di Zurigo, Mathilde Wesendoch, moglie di un suo fan. Fuggì con lei a Venezia e Mathilde fu probabilmente la musa ispiratrice del suo capolavoro Tristano e Isotta. Un altro genio della musica, Niccolò Paganini, era un impenitente erotomane, famoso non solo per la grandiosità della sua arte di suonare il violino ma anche per un dono assai generoso della natura, che lo aveva dotato di un virile organo di considerevoli dimensioni. Nel suo periodo presso la corte di Lucca, Paganini fu amante ufficiale della principessa Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone e principessa e consorte del granduca Pasquale Felice Baciocchi, ma la tradì con la sorella Paolina e con la giovanissima contessina Adele. Durante la sua vita irretì donzelle di ogni età ed estrazione, dalla cantante Antonia Bianchi alla tredicenne protestante Angelina Cavanna (la cui seduzione gli causò il carcere) fino alle ragazze di taverna. Josif Stalin, invece, quand’era un giovane dirigente di partito, era attratto dalle minorenni, al limite della pedofilia.
Nella sua vita ebbe due mogli e uno stuolo di amanti, che svezzarono dal punto di vista dell’ars amatoria il rozzo contadino russo (diventato col tempo esperto di preliminari) e con le quali intrecciò relazioni tempestose e infuocate. Lo stesso numero di consorti del grande fisico Albert Einstein, il più grande genio del XX secolo, che però era un po’ misogino e considerava “il matrimonio inventato da un maiale privo d’immaginazione”. Il premio Nobel costrinse la prima moglie Mileva ad accettare le sue tresche amorose, a partire da quella con la bionda e frivola cugina Elsa. Poi, sposata quest’ultima, seguitò a collezionare avventure erotiche con disinibite studentesse tedesche e, dopo il trasferimento in Usa a causa della salita al potere di Hitler, con giovani donne americane. Se il tradimento è un evento fondante della civiltà e della storia, ecco che questo curioso libro ci fornisce una nuova chiave interpretativa per studiare fatti e personaggi del passato, una cifra apparentemente scanzonata e piccante ma sostanzialmente interessante per comprendere l’impeto che dal privato investe le vicende istituzionali, globali, della vita. E in tale approccio, il voyeurismo è solo un effetto secondario, esito aggiunto di una ricerca storica che si fa divertente e provocante. E restituisce a queste “grandi orizzontali” e a questi “farfalloni amorosi”, le due categorie individuate dall’autore, una maschera nuova da giocare sul palcoscenico del teatro del mondo.

(Il Messaggero, 2 febbraio 2014)

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Il 4 giugno 1944 e i motivi della mancata insurrezione di Roma

di Mario Avagliano

La notte del 3 giugno 1944, alle 23.15, Radio Londra trasmise la parola in codice "elefante". Era il segnale convenuto per la liberazione della capitale. All’alba del 4 giugno - un’azzurra domenica di tarda primavera - le avanguardie americane entrarono a Roma per la via Appia Nuova e per la via Casilina, mentre i tedeschi lasciarono Ponte Milvio e la periferia settentrionale della città, quasi senza scontri con i partigiani. Tra i pochi a combattere, in quelle ore, fu Ugo Forno, dodicenne studente della scuola media “Settembrini”, che assieme ad altri partigiani impedì ai nazisti di far saltare in aria il ponte ferroviario dell’Aniene e venne colpito a morte. Il 23 aprile scorso il Quirinale gli ha assegnato la medaglia d’oro al merito civile.

Come mai la popolazione di Roma non insorse per cacciare i nazisti e i fascisti?

Oggi la tesi prevalente tra gli storici insiste sull’intervento del Vaticano. “Fu concordata un’uscita pacifica delle truppe tedesche da Roma, con l’importante mediazione del Vaticano e il consenso delle componenti moderate della Resistenza”, sostiene Davide Conti della Fondazione Basso. “Le sinistre – continua Conti - avrebbero voluto un’insurrezione prima dell’arrivo degli Alleati, ma non ne ebbero la forza. A differenza del Nord, infatti, non c’erano le bande partigiane che scendevano ‘dalle montagne’ o invadevano la Pianura Padana, come avvenne a Milano, Torino e Bologna”.

“Le trattative diplomatiche con i tedeschi, condotte da Pio XII durante il periodo dell’occupazione, miravano non solo a salvare le persone ma anche a salvare la città, evitando la battaglia su Roma. Fu l’oggetto dell’incontro a maggio tra il Papa e il generale Rainer Stahel”, afferma Anna Foa, docente di storia moderna all’Università La Sapienza.

Una chiave di lettura che convince anche Alessandro Portelli, docente universitario e autore del libro “L’ordine è già stato eseguito” sulle Fosse Ardeatine: “Le forze monarchiche e la Chiesa operarono in maniera di evitare l’insurrezione, avendo paura che ne traessero vantaggio i comunisti e le sinistre e che ci fossero danni e sofferenze per la città”. E Massimo Rendina, vicepresidente nazionale dell’Anpi, aggiunge: “L’intesa fu promossa dal Vaticano, che garantì ai tedeschi che potevano uscire dalla città senza essere attaccati. Infatti gli scontri armati furono pochissimi”. E il Cln accettò? “Io ritengo che il Cln si pronunciò a favore della non insurrezione, anche non sono state finora trovate documentazioni che lo provino”.

La questione invece è più complessa per Gabriele Ranzato, docente di storia contemporanea all'Università di Pisa, che attribuisce la mancata sollevazione popolare a una pluralità di fattori: “la scarsa predisposizione dei romani alla rivolta; la contrarietà degli Alleati, che volevano il passaggio dei poteri al generale Roberto Bencivenga, in quanto rappresentante di Badoglio; la forza militare dei tedeschi, ancora intatta a differenza dell’aprile 1945; e infine l’intervento del Vaticano”.

Di certo, sulla mancata insurrezione pesò anche “il macroscopico errore di previsione sui tempi della liberazione commesso dagli Alleati a seguito dello sbarco di Anzio del 22 gennaio 1944”, sostiene Mariano Gabriele, già presidente della Società Italiana di Storia Militare. “Dopo lo sbarco gli Alleati ordinarono al fronte militare clandestino di Montezemolo di sollevarsi. Molti militari si esposero e furono arrestati”. E un ulteriore colpo alla Resistenza “fu dato dall’eccidio delle Fosse Ardeatine, che decapitò i vertici della maggior parte dei movimenti”, afferma la storica Elena Aga Rossi. Aggiungendo: “La grande occasione fu quella dell’8 settembre del 1943. Ma il re e i vertici militari non vollero salvare Roma. Si ordinò ai Granatieri di Sardegna di combattere,  avendo però già deciso di trattare con i tedeschi”.

 (Il Messaggero, 4 giugno 2014)

D-Day, il giorno più lungo per l'Europa

di Mario Avagliano

Quasi un bis di quell’alba storica del 6 giugno 1944, illuminata da una pallida luna di fine primavera. Prima della cerimonia ufficiale di ieri con il presidente americano Barack Obama e gli altri capi di stato, il cielo azzurrissimo della Normandia è tornato ad essere “invaso” da uno sciame di paracadutisti, che hanno toccato terra sulle spiagge dorate della costa francese.
E a volare sulla costa, come 70 anni fa, assieme ad altre centinaia di reduci, c’era anche l'ex parà scozzese Jock Hutton, 89 anni, che intervistato dal Daily Telegraph, ha ricordato: "Saltammo da oltre 150 metri e non c'era quindi il tempo per aprire un paracadute di riserva. Se il principale non si fosse aperto, buonanotte!".
Lo sbarco in Normandia, nome in codice Operazione Overlord, segnò la svolta della seconda guerra mondiale, portando alla liberazione dell’Europa dall’incubo nazista.
"La guerra si giocherà sulle spiagge nel giorno più lungo", aveva previsto il feldmaresciallo Erwin Rommel, uno dei più fini strateghi militari tedeschi, non a caso definito la “volpe del deserto”, chiedendo di concentrare diverse divisioni corazzate a difesa della costa. Adolf Hitler, che pure gli aveva affidato il compito di fermare gli alleati sul "bagnasciuga", non volle dargli ascolto. "Vengono a farsi divorare dal Grande Lupo", aveva commentato beffardo.
L’Operazione Overland aveva preso le mosse il 14 gennaio 1943, alla Conferenza di Casablanca in Marocco, dove gli Alleati partorirono l’idea di un piano di liberazione dell'Europa nord-occidentale. Il comando strategico venne affidato al generale statunitense Dwight D. Eisenhower, detto Ike, futuro presidente Usa, e il comando delle truppe di terra al generale inglese Bernard Law Montgomery.
Il 6 giugno 1944 fu davvero il giorno più lungo del conflitto, quello che gli americani chiamarono il D-Day, dove D sta per decision.
Lo sbarco avvenne su un fronte di 60 km, in cinque spiagge diverse. La scelta dei nomi in codice delle spiagge fu affidata ai comandanti alleati. Gli americani scelsero un loro stato (Utah) e una loro città (Omaha) di cui erano originari due sottufficiali. Il generale britannico Montgomery propose due nomi di pesce: goldfish (pesce rosso) e swordfish (pesce spada), poi abbreviati in Gold (oro) e Sword (spada). Il tenente colonnello canadese Dawnay scelse Juno, il nome della moglie.
Fu la più grande operazione militare di tutti i tempi. Gli alleati solo in quel giorno misero in campo 155 mila soldati, con 1.200 navi da guerra, 4.120 mezzi da sbarco, 950 carri armati e 13 mila aerei. A fronteggiarli trovarono 50 mila tedeschi, con 890 aerei, 21 navi, 127 carri armati, che si erano preparati alla battaglia piantando i famosi “asparagi” di Rommel (pali alti e acuminati, conficcati al suolo per sventare l’attacco dall’alto) e scavando bunker e trincee nel cosiddetto Vallo atlantico, il sistema di fortificazioni naziste che dalla Norvegia arrivava fino a Bordeaux.
L'annuncio dello sbarco venne dato alla resistenza francese il girono prima, con una frase in codice trasmessa da Radio Londra, utilizzando i primi versi della poesia "Chanson d'automne" di Paul Verlaine.
L’operazione iniziò in coincidenza con l’arrivo dell’alta marea. Toccò prima ai paracadutisti, con l’obiettivo di conquistare i ponti e altri punti strategici in territorio nemico. Poi fu la volta dei mezzi da sbarco. Sulle spiagge di Sword, Juno, Gold e Utah (dove combatté anche Jerome David Salinger, il futuro autore de Il giovane Holden) gli alleati ebbero vita facile. A Omaha Beach, invece, chiamata poi la “spiaggia dell'inferno”, la resistenza tedesca fu sanguinosa. La Big Red One, la prima divisione dei marines, venne decimata.
Nei 76 giorni successivi di guerra gli alleati persero 70.000 soldati mentre i tedeschi ebbero 200.000 morti e 200.000 prigionieri. Il 26 agosto 1944, dopo due mesi e mezzo di battaglie attraverso la Francia, le forze anglo-americane liberavano Parigi.
Oggi questo tratto di splendida costa, chiamato Côte de Nacre, ovvero di madreperla, conserva le tracce della battaglia, con i buchi lasciati dai bombardamenti e cimiteri e musei di guerra visitati da turisti di tutto il mondo che testimoniano l’orrore che qui si è consumato.
Lo sbarco in Normandia è stato raccontato da Ernest Hemingway, intrepido cronista al seguito delle truppe americane, e fotografato da Robert Capa e ha ispirato film e canzoni: dalla pellicola premio Oscar di Steven Spielberg “Salvate il soldato Ryan” (1998) alla serie tv “Band of brothers” (2001), fino alla hit del gruppo heavy metal britannico Iron Made “The Longest Day” (2006).
Ma pochi sanno che in quei giorni in Normandia c’erano anche diversi italiani, come ha ricostruito qualche anno fa il documentario “D-Day - Lo sbarco in Normandia. Noi italiani c'eravamo” (2009) diretto da Mauro Vittorio Quattrina. Tra di loro c’erano internati militari che scelsero con dignità e coraggio di non aderire alla Repubblica Sociale e furono costretti ai lavori forzati dai tedeschi ma anche italiani che fecero la scelta opposta e si arruolarono nella Wehrmacht e nella Luftwaffe e furono impiegati nelle batterie antiaeree.

(Il Mattino, 7 giugno 2014)

Vecchie caste antichi scandali

di Mario Avagliano

La corruzione della politica italiana non è una vicenda storica e giudiziaria solo dei giorni nostri o degli anni di Tangentopoli. Gli scandali della casta, che in queste settimane sono sulla bocca di tutti, hanno interessato lo Stato unitario fin dai suoi albori. Alla fine dell’Ottocento fu la stagione del trasformismo a dischiudere le porte alla mala politica, che ebbe uno degli episodi più eclatanti nell’affaire della Banca Romana. Qualche anno più tardi, nel 1910, Gaetano Salvemini rivolgeva un durissimo j’accuse a Giovanni Giolitti, definendolo «Il ministro della mala vita».
Per capire le radici della corruzione della politica in Italia, una lettura utile, oltre che piacevole, è il romanzo «I misteri di Montecitorio» di Ettore Socci, la cui prima edizione risale al 1899 e che è stato ora ristampato da Studio Garamond, con introduzione di Saverio Fossati (176 pp, 12 euro).

Il pisano Ettore Socci, classe 1846, era un valente giornalista e scrittore, ma anche un politico impegnato. Mazziniano convinto, studiò a Firenze e combatté come volontario a fianco di Garibaldi in varie campagne tra il 1866 e il 1871. Diresse due giornali progressisti, Satana e Il grido del popolo. Venne arrestato e assolto più volte per via delle sue idee rivoluzionarie. Nel 1878 si trasferì a Roma, dove divenne amico intimo di Carducci e Cavallotti. Nel 1892 venne eletto deputato per il collegio di Grosseto.Il romanzo di Socci, che uscì a puntate sul giornale La Democrazia da lui stesso fondato, provocando non poco clamore, racconta l’irresistibile ascesa politica dell’avvocato Alfredo Guidi, anch’egli reduce garibaldino, che da giovane professionista di provincia diventa deputato romano.
Irriverente, caustico, spietato, «I misteri di Montecitorio», attraverso le vicende di Guidi, esplora ogni sfaccettatura dell’esperienza politica di un uomo qualunque catapultato dalla al centro della scena pubblica, che arriva nella capitale e scopre la realtà della politica italiana, che è molto diversa da quella che si aspettava. Il voto parlamentare è condizionato dalle lobbies e tutto quello che si decide è sulla base di un tornaconto personale.
E lo stesso ruolo di deputato è ridotto a quello di «una macchinetta semovente e parlante, il cui manubrio è a disposizione di tutti gli amidi di fede. Deve mangiare, bere, vestir panni e camminare come vuole il partito: guai a lui se frequenta certe persone, se bazzica in certi caffè, se parla come gli detta il suo cuore e non come esige la ragione di parte!»
L’avvocato Guidi, dalle prime, timide manovre per vincere la campagna elettorale fino alla vita mondana, le vacanze, l’amante ufficiale Adele, ci mostra quanto il potere riesca a trasformare anche il migliore degli uomini immaginabili nella più bieca e opportunista delle creature. E il suo collega Salvatore, patriota che era stato nelle carceri dei Borbone e aveva contribuito all’Unità d’Italia, rappresenta la goccia di bene che non corregge il lago dell’ipocrisia e dell’affarismo che occupa l’emiciclo di Montecitorio, e viene ridotto alla miseria da uno Stato che preferisce i furbi agli eroi. Cento anni prima degli scandali della Casta, il giornalista-deputato Socci narra in presa diretta corruzione, sotterfugi, miserie umane della classe politica italiana, inventando un genere, il romanzo parlamentare (che poi vedrà protagonisti anche Matilde Serao e Federico De Roberto), e offrendo, per la prima volta in Italia, un quadro umano e sociale che sconvolge per le rispondenze con le cronache odierne.

(Il Messaggero, 18 giugno 2014)

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Storie - Il razzista Almirante

di Mario Avagliano

Piccolo ripasso di storia su Giorgio Almirante. Quando nell’agosto del 1938 il siciliano Telesio Interlandi, campione dell’antisemitismo fascista, viene nominato da Mussolini direttore dell’ignobile rivista «La Difesa della razza», chiama alla segreteria di redazione il suo giovane collaboratore al «Tevere» Almirante, nato a Salsomaggiore Terme, rampollo di una nobile famiglia molisana, che poi nel dopoguerra sarebbe diventato segretario del Msi.
Almirante si mette subito in luce. In un articolo sul numero 6 della rivista di quello stesso anno, intitolato Né con 98 né con 998, esplicita così la sua convinzione razzista: «il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l'Italia abbia mai tentato. Chi teme ancor oggi che si tratti di un'imitazione straniera non si accorge di ragionare per assurdo».
Sul numero 3, sotto il titolo Roma antica e i giudei, Almirante aveva già fatto risalire le origini del razzismo fascista al tempo dei romani, sostenendo che in fatto di antigiudaismo gli italiani «non hanno avuto né avranno bisogno di andare a scuola da chicchessia». Polemizzando con Julius Evola, ancora nel ’42, sul numero 13, in un articolo dal titolo “…Ché la diritta via era smarrita… Contro le ‘pecorelle’ dello pseudo-razzismo antibiologico”, sottolineerà che «Il razzismo nostro deve essere quello del sangue […]. Altrimenti, finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei».

Forse sarebbe bene ricordare questi fatti (e quelli successivi di Almirante brigatista nero nella Repubblica di Salò) a chi oggi lo loda e a chi torna a chiedere di intitolargli strade a Roma e altrove.

(L'Unione Informa e Moked.it dell'8 luglio 2014)

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Salotti di piombo, gli amici dei Br

di Mario Avagliano

Fotografie ingiallite degli anni Settanta e Ottanta. Quando mezza Italia, nei giornali, nelle università e nelle fabbriche, flirtava con il terrorismo rosso. “Eravamo clandestini per il potere ma non per le masse”, diceva l’ex brigatista Prospero Gallinari (deceduto il 14 gennaio 2013). E il brigatista romano Germano Maccari, soprannominato Gulliver, autore del primo truce episodio di “gambizzazione”, affermava compiaciuto: «Voi non mi credereste se vi dicessi in quante case di persone che oggi hanno un ruolo molto importante nell'informazione, o comunque un ruolo importante nella società, si faceva a gara per avere a cena uno come me».

Benvenuti, si fa per dire, ne La Zona Grigia, come è intitolato il pamphlet di Massimiliano Griner (chiarelettere, p. 304, euro 16), che – in attesa delle ulteriori rivelazioni che potranno venire fuori dalla desecretazione degli archivi di Stato, promessa dal presidente del Consiglio Matteo Renzi - ci ricorda, con dovizia di dettagli, il fenomeno transgenerazionale di un esercito di italiani che in modo ambiguo aiutò, ospitò oppure tifò per chi aveva scelto l’opzione senza ritorno della lotta armata e della clandestinità.
Donne e uomini che, in quegli anni di piombo, non di rado si erano regalati, per dirla con Miguel Gotor, “il brivido di un sanpietrino, il crepitio di una molotov, la sofferenza di una manganellata o il fragore di una vetrina infranta”. E che pur tuttavia si erano fermati sull’orlo dell’abisso, evitando di impugnare le armi, ma fornendo al partito della sovversione quel retroterra confortevole senza il quale non avrebbe potuto né operare con sanguinaria efficacia né resistere a una repressione progressivamente crescente.

Un libro scomodo che ha già suscitato polemiche e un acceso dibattito sui social network. Perché racconta, senza reticenze o riverniciature della memoria, la folle stagione del terrorismo rosso, nella quale furono assassinate 232 persone e altre 75 furono invalidate a colpi di pistola. Una stagione che vide protagonisti (e in qualche modo colpevoli) non solo i circa 4.200 terroristi condannati e i circa 20 mila italiani inquisiti, ma una rete assai più vasta di intellettuali, professori, giornalisti, avvocati, magistrati, operai.
Il viaggio di Griner in questo bacino torbido rivela infatti che l’Italia è stato il paese occidentale, tra quelli che hanno conosciuto la lotta armata, che ha dato al terrorismo il numero maggiore di fiancheggiatori. L’autore ne arriva a stimare oltre 600 mila, citando in prefazione una ricerca dell’intelligence americana del 1983. Non a caso il capo delle Brigate rosse Mario Moretti ebbe a dire: “Il numero dei nostri militanti è sempre stato relativo, quello che cresceva era la nostra influenza. Le Br nuotavano in quest’acqua tumultuosa”.
Qualche nome? Griner ne elenca a bizzeffe, alcuni sorprendenti. Si va dal poeta Franco Fortini, che scandiva slogan come “Guerra no! Guerriglia si!”, allo scrittore Erri De Luca, che andava in giro con la pistola (e ora è militante dei No-Tav), al giudice Franco Marrone, che dichiarò nel corso di un'assemblea di Lotta Continua che la giustizia altro non era che uno strumento della borghesia, fino al filosofo Norberto Bobbio, che presentò il libro di Irene Invernizzi Il carcere come scuola di rivoluzione.

Il grande editore Giulio Einaudi dedicò una collana ai bestseller degli intellettuali vicini al mondo del terrorismo, con titoli come L'estremismo, rimedio alla malattia senile del comunismo di Cohn-Bendit, mentre Giangiacomo Feltrinelli propose un testo intitolato Il Sangue dei Leoni, contenente un “elenco meticoloso di tecniche di guerriglia e sabotaggio”.
Il fiancheggiamento è durato anche oltre la stagione del terrorismo, come attesta la vicenda del terrorista e latitante Cesare Battisti. L’appello in suo favore è stato sottoscritto da scrittori come Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Massimo Carlotto e persino un giovanissimo Roberto Saviano (che ritirerà la sua adesione nel 2009) e la sua causa appoggiata da riviste on line come Carmilla e da giornalisti come Gianni Minà.
Certo, l’Italia di quegli anni, osserva Griner, “era squassata da stragi di marca fascista, e lo scontro tra la sinistra extraparlamentare e lo Stato, sempre più repressivo, era durissimo”. Senza dimenticare che, soprattutto dopo il golpe di Pinochet in Cile e l’avanzata del Pci nel 1975 e nel 1976, anche una parte della sinistra parlamentare si sentiva minacciata da un possibile colpo di stato fascista. Ma il contesto storico non assolve chi appoggiò la lotta armata e quei tanti, la maggioranza, che nel “dopoguerra” non hanno fatto né una riflessione sul proprio operato, né un ripensamento o un’ammissione di responsabilità. Un velo che La Zona Grigia contribuisce finalmente a squarciare.

(Il Messaggero, 18 luglio 2014)

 

 

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I cervelli nazisti da Hitler allo Zio Sam

di Mario Avagliano

Chi l’avrebbe mai detto che dietro la mitica navicella spaziale Apollo 11, che il 20 luglio 1969 alle ore 20.18 atterrò sulla Luna, si nascondesse lo zampino di Adolf Hitler! Ebbene sì, perché il progetto del razzo statunitense Saturn V fu elaborato e diretto dal barone nazista Wernher Magnus Maximilian von Braun. Il geniale inventore dei razzi V1 e V2, che colpirono Londra e il Belgio nell’autunno del 1944 e che nelle intenzioni del Füehrer dovevano costituire l’arma segreta della Germania per raggiungere la sospirata Endsieg (la vittoria finale).
La storia di von Braun e del gruppo di scienziati nazisti (fisici, chimici, medici) arruolati da Zio Sam nell’immediato dopoguerra nell’esercito a stelle e strisce è stata ricostruita in un libro da poco uscito con grande clamore negli Stati Uniti, firmato da Annie Jacobsen, reporter del «Los Angeles Times Magazine» e già autrice del bestseller «Area 51», la base super segreta usata come poligono per centinaia di esperimenti nucleari.
Il saggio, uscito in Italia per i tipi della Piemme, s’intitola «Operazione Paperclip» (pp. 588, euro 20), nome in codice della missione dei servizi segreti americani (prima l’Oss e poi la Cia) che si pose l’obiettivo di sottrarre i cervelli tedeschi e i loro segreti scientifici all’Unione Sovietica. Paperclip si traduce in italiano «graffetta», allusione abbastanza scoperta ai dossier degli scienziati, che furono sapientemente ripuliti dai servizi segreti americani.

Tale operazione, come ricostruisce la Jacobsen, venne condotta con grande spregiudicatezza e consentì di salvare anche veri e propri criminali di guerra. Le nuove identità degli scienziati venivano allegate ai fascicoli con delle graffette, da cui il nome della missione. Fino agli anni Settanta, furono almeno duemila gli scienziati stipendiati e coccolati dalle istituzioni americane, ricoperti di premi e riconoscimenti.
La ricerca della Jacobsen, attraverso la documentazione inedita di archivi anche tedeschi, interviste e testimonianze, segue le vicende post-guerra di 21 di questi cervelloni tedeschi dal passato non proprio irreprensibile: 8 di loro erano stati stretti collaboratori di Hitler, Himmler o Goering, 15 avevano aderito al partito nazista e 10 facevano parte del corpo delle SS.
Gli anni oscuri delle loro esistenza furono cancellate, con la promessa dell’oblio in cambio dei loro servigi scientifici. I servizi segreti statunitensi erano infatti convinti che tra comunisti e nazisti, fossero i secondi il male minore.
La figura simbolo di questo cinico riciclaggio di cervelli è quella del barone von Braun, nato nel 1912 a Wirsitz in Prussia e seppellito con tutti gli onori ad Alexandria in Virginia nel 1977, da cittadino naturalizzato americano.
Von Braun si era iscritto la partito nazista nel 1937 e tre anni dopo era diventato ufficiale delle SS. Himmler lo promosse tre volte, fino al grado di maggiore. Il brillante scienziato progettò i missili V2 (Vergeltungswaffe 2, o arma di rappresaglia 2), che fecero migliaia di vittime nella capitale britannica. Per produrre i suoi razzi, von Braun non si fece scrupolo di costringere forzatamente migliaia di deportati del lager di Mittelbau-Dora a lavorare in condizioni disumane (e spesso a morire) in fabbriche che erano nascoste nel cuore della montagna per sfuggire ai bombardamenti alleati.
Nella primavera del 1945 von Braun si consegnò assieme alla sua équipe all’esercito americano, entrò nell’organico militare Usa e venne poi assunto definitivamente alla Nasa, l’agenzia governativa creata per contrastare l’egemonia dell’Urss nella corsa allo spazio. Qui l’ex ufficiale delle SS divenne direttore del nuovo Marshall Space Flight Center e progettista del veicolo di lancio Saturn V, il superpropulsore che portò la missione Apollo sulla Luna. Alla sua morte è stato definito «il più grande scienziato dei tecnica missilistica ed aerospaziale della storia».Due altri casi emblematici. Il primo è quello di Otto Ambros, ingegnere chimico, inventore dei gas letali utilizzati dai nazisti, che sperimentò nei laboratori di Auschwitz con cavie umane. Nonostante la sentenza di condanna al processo di Norimberga, Ambros nel 1952 fu liberato e spedito con biglietto di sola andata in Usa a lavorare per l’azienda chimica W.R. Grace e per il dipartimento Usa dell’energia.
Il secondo è quello di Theodor Benzinger, che sotto il Terzo Reich era stato un medico di solida fede nazista, responsabile di un centro sperimentale della Luftwaffe. Alla sua morte, nel 1999, il «New York Times» gli dedicò un appassionato necrologio in cui lo si lodava per l’invenzione del termometro auricolare.
Due dei tanti curriculum whitewashed, ripuliti e resi immacolati, in nome della sicurezza nazionale e della logica spietata della guerra fredda.

(Il Mattino, 21 luglio 2014)

 

 

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