Vecchie caste antichi scandali

di Mario Avagliano

La corruzione della politica italiana non è una vicenda storica e giudiziaria solo dei giorni nostri o degli anni di Tangentopoli. Gli scandali della casta, che in queste settimane sono sulla bocca di tutti, hanno interessato lo Stato unitario fin dai suoi albori. Alla fine dell’Ottocento fu la stagione del trasformismo a dischiudere le porte alla mala politica, che ebbe uno degli episodi più eclatanti nell’affaire della Banca Romana. Qualche anno più tardi, nel 1910, Gaetano Salvemini rivolgeva un durissimo j’accuse a Giovanni Giolitti, definendolo «Il ministro della mala vita».
Per capire le radici della corruzione della politica in Italia, una lettura utile, oltre che piacevole, è il romanzo «I misteri di Montecitorio» di Ettore Socci, la cui prima edizione risale al 1899 e che è stato ora ristampato da Studio Garamond, con introduzione di Saverio Fossati (176 pp, 12 euro).

Il pisano Ettore Socci, classe 1846, era un valente giornalista e scrittore, ma anche un politico impegnato. Mazziniano convinto, studiò a Firenze e combatté come volontario a fianco di Garibaldi in varie campagne tra il 1866 e il 1871. Diresse due giornali progressisti, Satana e Il grido del popolo. Venne arrestato e assolto più volte per via delle sue idee rivoluzionarie. Nel 1878 si trasferì a Roma, dove divenne amico intimo di Carducci e Cavallotti. Nel 1892 venne eletto deputato per il collegio di Grosseto.Il romanzo di Socci, che uscì a puntate sul giornale La Democrazia da lui stesso fondato, provocando non poco clamore, racconta l’irresistibile ascesa politica dell’avvocato Alfredo Guidi, anch’egli reduce garibaldino, che da giovane professionista di provincia diventa deputato romano.
Irriverente, caustico, spietato, «I misteri di Montecitorio», attraverso le vicende di Guidi, esplora ogni sfaccettatura dell’esperienza politica di un uomo qualunque catapultato dalla al centro della scena pubblica, che arriva nella capitale e scopre la realtà della politica italiana, che è molto diversa da quella che si aspettava. Il voto parlamentare è condizionato dalle lobbies e tutto quello che si decide è sulla base di un tornaconto personale.
E lo stesso ruolo di deputato è ridotto a quello di «una macchinetta semovente e parlante, il cui manubrio è a disposizione di tutti gli amidi di fede. Deve mangiare, bere, vestir panni e camminare come vuole il partito: guai a lui se frequenta certe persone, se bazzica in certi caffè, se parla come gli detta il suo cuore e non come esige la ragione di parte!»
L’avvocato Guidi, dalle prime, timide manovre per vincere la campagna elettorale fino alla vita mondana, le vacanze, l’amante ufficiale Adele, ci mostra quanto il potere riesca a trasformare anche il migliore degli uomini immaginabili nella più bieca e opportunista delle creature. E il suo collega Salvatore, patriota che era stato nelle carceri dei Borbone e aveva contribuito all’Unità d’Italia, rappresenta la goccia di bene che non corregge il lago dell’ipocrisia e dell’affarismo che occupa l’emiciclo di Montecitorio, e viene ridotto alla miseria da uno Stato che preferisce i furbi agli eroi. Cento anni prima degli scandali della Casta, il giornalista-deputato Socci narra in presa diretta corruzione, sotterfugi, miserie umane della classe politica italiana, inventando un genere, il romanzo parlamentare (che poi vedrà protagonisti anche Matilde Serao e Federico De Roberto), e offrendo, per la prima volta in Italia, un quadro umano e sociale che sconvolge per le rispondenze con le cronache odierne.

(Il Messaggero, 18 giugno 2014)

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Storie - Il razzista Almirante

di Mario Avagliano

Piccolo ripasso di storia su Giorgio Almirante. Quando nell’agosto del 1938 il siciliano Telesio Interlandi, campione dell’antisemitismo fascista, viene nominato da Mussolini direttore dell’ignobile rivista «La Difesa della razza», chiama alla segreteria di redazione il suo giovane collaboratore al «Tevere» Almirante, nato a Salsomaggiore Terme, rampollo di una nobile famiglia molisana, che poi nel dopoguerra sarebbe diventato segretario del Msi.
Almirante si mette subito in luce. In un articolo sul numero 6 della rivista di quello stesso anno, intitolato Né con 98 né con 998, esplicita così la sua convinzione razzista: «il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l'Italia abbia mai tentato. Chi teme ancor oggi che si tratti di un'imitazione straniera non si accorge di ragionare per assurdo».
Sul numero 3, sotto il titolo Roma antica e i giudei, Almirante aveva già fatto risalire le origini del razzismo fascista al tempo dei romani, sostenendo che in fatto di antigiudaismo gli italiani «non hanno avuto né avranno bisogno di andare a scuola da chicchessia». Polemizzando con Julius Evola, ancora nel ’42, sul numero 13, in un articolo dal titolo “…Ché la diritta via era smarrita… Contro le ‘pecorelle’ dello pseudo-razzismo antibiologico”, sottolineerà che «Il razzismo nostro deve essere quello del sangue […]. Altrimenti, finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei».

Forse sarebbe bene ricordare questi fatti (e quelli successivi di Almirante brigatista nero nella Repubblica di Salò) a chi oggi lo loda e a chi torna a chiedere di intitolargli strade a Roma e altrove.

(L'Unione Informa e Moked.it dell'8 luglio 2014)

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Salotti di piombo, gli amici dei Br

di Mario Avagliano

Fotografie ingiallite degli anni Settanta e Ottanta. Quando mezza Italia, nei giornali, nelle università e nelle fabbriche, flirtava con il terrorismo rosso. “Eravamo clandestini per il potere ma non per le masse”, diceva l’ex brigatista Prospero Gallinari (deceduto il 14 gennaio 2013). E il brigatista romano Germano Maccari, soprannominato Gulliver, autore del primo truce episodio di “gambizzazione”, affermava compiaciuto: «Voi non mi credereste se vi dicessi in quante case di persone che oggi hanno un ruolo molto importante nell'informazione, o comunque un ruolo importante nella società, si faceva a gara per avere a cena uno come me».

Benvenuti, si fa per dire, ne La Zona Grigia, come è intitolato il pamphlet di Massimiliano Griner (chiarelettere, p. 304, euro 16), che – in attesa delle ulteriori rivelazioni che potranno venire fuori dalla desecretazione degli archivi di Stato, promessa dal presidente del Consiglio Matteo Renzi - ci ricorda, con dovizia di dettagli, il fenomeno transgenerazionale di un esercito di italiani che in modo ambiguo aiutò, ospitò oppure tifò per chi aveva scelto l’opzione senza ritorno della lotta armata e della clandestinità.
Donne e uomini che, in quegli anni di piombo, non di rado si erano regalati, per dirla con Miguel Gotor, “il brivido di un sanpietrino, il crepitio di una molotov, la sofferenza di una manganellata o il fragore di una vetrina infranta”. E che pur tuttavia si erano fermati sull’orlo dell’abisso, evitando di impugnare le armi, ma fornendo al partito della sovversione quel retroterra confortevole senza il quale non avrebbe potuto né operare con sanguinaria efficacia né resistere a una repressione progressivamente crescente.

Un libro scomodo che ha già suscitato polemiche e un acceso dibattito sui social network. Perché racconta, senza reticenze o riverniciature della memoria, la folle stagione del terrorismo rosso, nella quale furono assassinate 232 persone e altre 75 furono invalidate a colpi di pistola. Una stagione che vide protagonisti (e in qualche modo colpevoli) non solo i circa 4.200 terroristi condannati e i circa 20 mila italiani inquisiti, ma una rete assai più vasta di intellettuali, professori, giornalisti, avvocati, magistrati, operai.
Il viaggio di Griner in questo bacino torbido rivela infatti che l’Italia è stato il paese occidentale, tra quelli che hanno conosciuto la lotta armata, che ha dato al terrorismo il numero maggiore di fiancheggiatori. L’autore ne arriva a stimare oltre 600 mila, citando in prefazione una ricerca dell’intelligence americana del 1983. Non a caso il capo delle Brigate rosse Mario Moretti ebbe a dire: “Il numero dei nostri militanti è sempre stato relativo, quello che cresceva era la nostra influenza. Le Br nuotavano in quest’acqua tumultuosa”.
Qualche nome? Griner ne elenca a bizzeffe, alcuni sorprendenti. Si va dal poeta Franco Fortini, che scandiva slogan come “Guerra no! Guerriglia si!”, allo scrittore Erri De Luca, che andava in giro con la pistola (e ora è militante dei No-Tav), al giudice Franco Marrone, che dichiarò nel corso di un'assemblea di Lotta Continua che la giustizia altro non era che uno strumento della borghesia, fino al filosofo Norberto Bobbio, che presentò il libro di Irene Invernizzi Il carcere come scuola di rivoluzione.

Il grande editore Giulio Einaudi dedicò una collana ai bestseller degli intellettuali vicini al mondo del terrorismo, con titoli come L'estremismo, rimedio alla malattia senile del comunismo di Cohn-Bendit, mentre Giangiacomo Feltrinelli propose un testo intitolato Il Sangue dei Leoni, contenente un “elenco meticoloso di tecniche di guerriglia e sabotaggio”.
Il fiancheggiamento è durato anche oltre la stagione del terrorismo, come attesta la vicenda del terrorista e latitante Cesare Battisti. L’appello in suo favore è stato sottoscritto da scrittori come Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Massimo Carlotto e persino un giovanissimo Roberto Saviano (che ritirerà la sua adesione nel 2009) e la sua causa appoggiata da riviste on line come Carmilla e da giornalisti come Gianni Minà.
Certo, l’Italia di quegli anni, osserva Griner, “era squassata da stragi di marca fascista, e lo scontro tra la sinistra extraparlamentare e lo Stato, sempre più repressivo, era durissimo”. Senza dimenticare che, soprattutto dopo il golpe di Pinochet in Cile e l’avanzata del Pci nel 1975 e nel 1976, anche una parte della sinistra parlamentare si sentiva minacciata da un possibile colpo di stato fascista. Ma il contesto storico non assolve chi appoggiò la lotta armata e quei tanti, la maggioranza, che nel “dopoguerra” non hanno fatto né una riflessione sul proprio operato, né un ripensamento o un’ammissione di responsabilità. Un velo che La Zona Grigia contribuisce finalmente a squarciare.

(Il Messaggero, 18 luglio 2014)

 

 

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I cervelli nazisti da Hitler allo Zio Sam

di Mario Avagliano

Chi l’avrebbe mai detto che dietro la mitica navicella spaziale Apollo 11, che il 20 luglio 1969 alle ore 20.18 atterrò sulla Luna, si nascondesse lo zampino di Adolf Hitler! Ebbene sì, perché il progetto del razzo statunitense Saturn V fu elaborato e diretto dal barone nazista Wernher Magnus Maximilian von Braun. Il geniale inventore dei razzi V1 e V2, che colpirono Londra e il Belgio nell’autunno del 1944 e che nelle intenzioni del Füehrer dovevano costituire l’arma segreta della Germania per raggiungere la sospirata Endsieg (la vittoria finale).
La storia di von Braun e del gruppo di scienziati nazisti (fisici, chimici, medici) arruolati da Zio Sam nell’immediato dopoguerra nell’esercito a stelle e strisce è stata ricostruita in un libro da poco uscito con grande clamore negli Stati Uniti, firmato da Annie Jacobsen, reporter del «Los Angeles Times Magazine» e già autrice del bestseller «Area 51», la base super segreta usata come poligono per centinaia di esperimenti nucleari.
Il saggio, uscito in Italia per i tipi della Piemme, s’intitola «Operazione Paperclip» (pp. 588, euro 20), nome in codice della missione dei servizi segreti americani (prima l’Oss e poi la Cia) che si pose l’obiettivo di sottrarre i cervelli tedeschi e i loro segreti scientifici all’Unione Sovietica. Paperclip si traduce in italiano «graffetta», allusione abbastanza scoperta ai dossier degli scienziati, che furono sapientemente ripuliti dai servizi segreti americani.

Tale operazione, come ricostruisce la Jacobsen, venne condotta con grande spregiudicatezza e consentì di salvare anche veri e propri criminali di guerra. Le nuove identità degli scienziati venivano allegate ai fascicoli con delle graffette, da cui il nome della missione. Fino agli anni Settanta, furono almeno duemila gli scienziati stipendiati e coccolati dalle istituzioni americane, ricoperti di premi e riconoscimenti.
La ricerca della Jacobsen, attraverso la documentazione inedita di archivi anche tedeschi, interviste e testimonianze, segue le vicende post-guerra di 21 di questi cervelloni tedeschi dal passato non proprio irreprensibile: 8 di loro erano stati stretti collaboratori di Hitler, Himmler o Goering, 15 avevano aderito al partito nazista e 10 facevano parte del corpo delle SS.
Gli anni oscuri delle loro esistenza furono cancellate, con la promessa dell’oblio in cambio dei loro servigi scientifici. I servizi segreti statunitensi erano infatti convinti che tra comunisti e nazisti, fossero i secondi il male minore.
La figura simbolo di questo cinico riciclaggio di cervelli è quella del barone von Braun, nato nel 1912 a Wirsitz in Prussia e seppellito con tutti gli onori ad Alexandria in Virginia nel 1977, da cittadino naturalizzato americano.
Von Braun si era iscritto la partito nazista nel 1937 e tre anni dopo era diventato ufficiale delle SS. Himmler lo promosse tre volte, fino al grado di maggiore. Il brillante scienziato progettò i missili V2 (Vergeltungswaffe 2, o arma di rappresaglia 2), che fecero migliaia di vittime nella capitale britannica. Per produrre i suoi razzi, von Braun non si fece scrupolo di costringere forzatamente migliaia di deportati del lager di Mittelbau-Dora a lavorare in condizioni disumane (e spesso a morire) in fabbriche che erano nascoste nel cuore della montagna per sfuggire ai bombardamenti alleati.
Nella primavera del 1945 von Braun si consegnò assieme alla sua équipe all’esercito americano, entrò nell’organico militare Usa e venne poi assunto definitivamente alla Nasa, l’agenzia governativa creata per contrastare l’egemonia dell’Urss nella corsa allo spazio. Qui l’ex ufficiale delle SS divenne direttore del nuovo Marshall Space Flight Center e progettista del veicolo di lancio Saturn V, il superpropulsore che portò la missione Apollo sulla Luna. Alla sua morte è stato definito «il più grande scienziato dei tecnica missilistica ed aerospaziale della storia».Due altri casi emblematici. Il primo è quello di Otto Ambros, ingegnere chimico, inventore dei gas letali utilizzati dai nazisti, che sperimentò nei laboratori di Auschwitz con cavie umane. Nonostante la sentenza di condanna al processo di Norimberga, Ambros nel 1952 fu liberato e spedito con biglietto di sola andata in Usa a lavorare per l’azienda chimica W.R. Grace e per il dipartimento Usa dell’energia.
Il secondo è quello di Theodor Benzinger, che sotto il Terzo Reich era stato un medico di solida fede nazista, responsabile di un centro sperimentale della Luftwaffe. Alla sua morte, nel 1999, il «New York Times» gli dedicò un appassionato necrologio in cui lo si lodava per l’invenzione del termometro auricolare.
Due dei tanti curriculum whitewashed, ripuliti e resi immacolati, in nome della sicurezza nazionale e della logica spietata della guerra fredda.

(Il Mattino, 21 luglio 2014)

 

 

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Storie - Musiche dai lager

di Mario Avagliano

Le Monde gli ha dedicato un’intera pagina, intitolata «Le juif de Barletta» (l'ebreo di Barletta). Il ministero della cultura francese, nel dicembre 2013, lo ha insignito del titolo di cavaliere dell’Ordine des Art set Lettres. Eppure Francesco Lotoro, il barbuto pianista pugliese, classe 1964, che in ventitre anni di viaggi per il mondo ha recuperato migliaia e migliaia di partiture, documenti, diari e manoscritti provenienti dai lager e dai campi di concentramento, in Italia è misconosciuto e nessuno finanzia le sue ricerche.

Con sua moglie Grazia Tiritiello ha fondato l’Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, che raccoglie le opere musicali scritte nei campi di concentramento d’Europa, Africa settentrionale e coloniale, Asia, Oceania, Usa e Canada dal 1933 al 1945.

Anche nei lager nazisti vi furono casi di orchestre formate dai deportati. Famoso il caso di Terezin, dove l’attività musicale era diffusa. Il violinista Karel Fröhlich a Theresienstadt, nel maggio 1944, suonò Sarasate e Paganini pur sapendo di avere di fronte un pubblico composto da deportati che il giorno dopo sarebbero stati trasferiti ad Auschwitz e annotò nel suo quaderno: «per quelli che sopravviveranno, tutto questo avrà un senso».
E perfino ad Auschwitz la violinista Alma Rosè, nipote di Gustav Mahler, diresse un’orchestra di sessanta strumentiste, voluta da Hoss, maggiore delle SS, che aveva il compito di accompagnare le detenute al lavoro, "accogliere" ogni nuovo arrivo di deportati, e suonare per gli ufficiali SS ogni qualvolta lo richiedessero. Ne ha parlato una delle sopravvissute, la pianista e cantante Fania Fenélon, nel suo diario "Ad Auschwitz c' era un' orchestra", scritto dopo la sua liberazione, nel quale scrive che suonare e cantare una musica "è la cosa migliore ad Auschwitz-Birkenau in quanto procura oblio e divora il tempo, ma è anche la peggiore perché ha un pubblico di assassini".

Lotoro è un vero e proprio cacciatore di musiche, scritte su quaderni o fogli di fortuna, ricordate a voce dai sopravvissuti o anche «incise» a carbonella su carta igienica, come la composizione di Rudolf Karel, prigioniero della resistenza polacca. Ad oggi sono più di 4 mila le opere da lui trovate e trascritte su pentagramma, grazie ad indagini presso memoriali, musei, archivi, biblioteche, librerie specializzate in Italia, Israele, Germania, Austria, Polonia, Repubblica Ceca e alla collaborazione con i principali musicisti di riferimento di questa produzione musicale (Joza Karas e Bret Werb negli Usa, David Bloch in Israele, Robert Kolben e Gabriele Knapp in Germania, la recentemente scomparsa Blanka Cervinkova in Repubblica Ceca).

L’obiettivo di Lotoro è riuscire a pubblicare entro il 2015 i dieci volumi dell’Enciclopedia Thesaurus Musicae Concentrationariae (Kz Music), enciclopedia in quattro lingue contenente centinaia di partiture scritte nei lager corredate di introduzione storica, analisi critica delle opere e CD. Un’impresa titanica, che meriterebbe un’attenzione da parte delle istituzioni italiane.

(L'Unione Informa e Moked.it del 22 luglio 2014)

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Storia Stragi naziste la Germania riapre le indagini su Stazzema

di Mario Avagliano

Sarà fatta finalmente giustizia sulla strage nazifascista di Sant’Anna di Stazzema? Forse. Qualche spiraglio almeno si apre. A settant'anni esatti da quei tragici fatti, la Procura federale di Karlsruhe, in Germania, ha deciso la riapertura delle indagini sull'eccidio, annullando una decisione precedente della Procura generale di Stoccarda. Ma ora bisognerà attendere l’esito del processo, che non è affatto scontato, visto i precedenti. "E' una buona notizia, ma ora bisogna far presto. Siamo tutti troppo vecchi", ha commentato Enrico Pieri, uno dei superstiti della strage (nella quale vennero uccisi i suoi genitori e le sue due sorelle) e presidente dell'associazione fra i familiari dei martiri, che due anni fa ha avuto il merito di proporre testardamente ricorso alla decisione della magistratura di Stoccarda di archiviare il caso.
Quella mattina del 12 agosto del 1944, in Versilia, quattro compagnie delle SS tedesche salirono a Sant’Anna di Stazzema, accompagnati da collaborazionisti fascisti italiani, e circondarono il paese. Gli uomini si rifugiarono nei boschi, temendo di essere deportati, mentre donne, anziani e bambini rimasero nelle case. Fu un terribile massacro. In circa tre ore le SS trucidarono brutalmente 560 persone, compreso il sacerdote don Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente, e gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. La vittima più giovane, Anna Pardini, aveva appena 20 giorni.
Quella strage è rimasta finora impunita. Nel 1948 sfuggì al carcere il generale Max Simon, comandante della XVI Panzergrenadierdivision SS, prima condannato a morte per fucilazione (pena commutata nell’ergastolo), e poi graziato. Il maggiore Walter Reder, nel processo celebrato nel 1951 a Bologna, per l’eccidio fu assolto per “insufficienza di prove”.
Da allora, la strage di Sant’Anna di Stazzema è caduta in una sorta di oblio della memoria. Fino a quando, nel maggio del 1994, il casuale rinvenimento di 695 fascicoli relativi alle stragi nazifasciste, conservati a Palazzo Cesi, in un armadio nei sotterranei della Procura Militare di Roma (il cosiddetto armadio della vergogna), riaccese i riflettori sull’eccidio.
Nel 1996, anche grazie alle richieste del Comune di Stazzema e del Comitato per le Onoranze ai Martiri di Sant’Anna, la Procura Militare di La Spezia riaprì le indagini. E a dare un contributo decisivo all’identificazione dei responsabili, fu la ricerca della giornalista Cristiane Kohl negli archivi militari tedeschi, in collaborazione con lo storico Carlo Gentile, pubblicata sul quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung.
Il processo ai responsabili dell’eccidio di Sant’Anna si concluse il 22 giugno 2005. Il Tribunale Militare di La Spezia dichiarò colpevoli tutti i dieci imputati, ex ufficiali delle SS, condannandoli alla pena dell’ergastolo e al risarcimento dei danni. Le sentenze furono confermate dalla Cassazione, ma mai eseguite. Il primo ottobre del 2012, infatti, la procura di Stoccarda decise di non chiedere l'imputazione degli otto ex SS all'epoca ancora in vita per l'impossibilità di provare, nonostante le indagini svolte, le loro responsabilità individuali e l'aggravante della premeditazione.
Ora sono tre gli ex ufficiali delle SS ancora in vita, ma la decisione della corte federale di Karlsruhe apre la possibilità di una incriminazione per il solo Gerhard Sommer, 93enne capo di una delle compagnie delle SS che si resero protagoniste dell'eccidio, poiché gli altri due sono stati ritenuti "incapaci di stare in giudizio". Sarà la volta buona?

(Il Messaggero, 6 agosto 2014)

Storie - "La guerra che non ho combattuto"

di Mario Avagliano

Come si stava dalla parte di chi è perseguitato durante una guerra violenta come quella del 1939-1945? Ce lo racconta il diario di Giulio Supino, “Diario della guerra che non ho combattuto. Un italiano ebreo tra persecuzione e Resistenza”, appena uscito per i tipi di Aska Edizioni, a cura di Michele Sarfatti, che firma anche la prefazione.
Supino, professore di Idraulica espulso dall’Università nel 1938 perché ebreo, appuntò su alcuni taccuini nel 1939-1940 e nel 1943-1945 (per il periodo intermedio sono conservati fogli sparsi) le sue impressioni sulla vita di quegli anni a Bologna, le vicende belliche, la persecuzione antiebraica, l'inizio del suo impegno antifascista, e poi la Resistenza nelle fila del Partito d'Azione, la partecipazione alla vita sociale, lo studio, la rete amicale, la vita clandestina con la famiglia a Firenze nel 1943-1944, e l'impegno nella ricostruzione, fino al rientro a Bologna appena liberata.
Annotazioni che riflettono lo stato d’animo di chi è perseguitato, come quando nell’agosto del 1939, ripensando alla campagna di stampa che parla di “ebrei guerrafondai”, Supino di fronte all’opportunità che la consorte Camilla torni da Londra in Italia, scrive: “io non mi sento di affidare moglie e figlia a questi f.(ascisti)”.

Dal diario emerge il comportamento indifferente e spesso complice di gran parte della popolazione italiana (con delle eccezioni, per fortuna) sia di fronte all’applicazione delle leggi razziste del ’38 e sia, a seguito dell’armistizio del settembre ‘43, di fronte alla persecuzione delle vite messa in atto dai tedeschi con l’aiuto dei fascisti di Salò. Quando si scatena la caccia agli ebrei, l’impiegato della questura Vincenzo Attanasio, col quale è in contatto per conto della Resistenza, gli confessa: “Non avete idea della cattiveria umana. Valanga di lettere anonime. Spie ebree”.

L'inusuale "non" contenuto nel titolo rimarca il suo non aver combattuto nell'esercito italiano, perché ebreo, e non aver partecipato militarmente alla Liberazione di Firenze, perché ferito. Ma come scrive Sarfatti nella prefazione, in realtà Supino, che era reduce della Grande Guerra, combatté “varie guerre: quella per difendere e conservare la dignità propria e dei famigliari calpestata dall’antisemitismo di Stato, nonché la sua specifica dignità di studioso preparato e appassionato; quella per riaffermare i valori della democrazia; quella per la giustizia e la libertà reclamate dal PdA; quella per salvare la vita del suo nucleo famigliare, dei parenti prossimi, di altri ebrei braccati”.
Cronache di guerra e di persecuzione. Rare e quindi preziose. Da leggere con attenzione, con un occhio al presente, alla nostra Europa dove purtroppo sembra soffiare di nuovo un vento antisemita.

(L'Unione Informa e Moked.it del 12 agosto 2014)

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Storie - Il Memoriale di Berlino sul progetto T4 e i disabili

di Mario Avagliano

Il genocidio nazista iniziò dai disabili. Furono essi le prime cavie delle tecniche di annientamento, sterilizzazione e eutanasia sviluppate poi dalla Germania di Hitler nella Shoah. "Quelle dei disabili – affermò il Führer – erano vite indegne di essere vissute” .
Oggi a Berlino apre il Memoriale dedicato alle vittime del programma T4 del nazismo, che prevedeva l’eliminazione sistematica (l’eutanasia di massa) delle persone affette da problemi congeniti e da malformazioni fisiche e causò la morte di decine di migliaia di innocenti.
Il primo passo della Germania nazista fu quello di assassinare centinaia di bambini disabili mentali e fisici con l’uso di farmaci . Successivamente, con l’avvio del Progetto T4, il genocidio fu esteso agli adulti, nei centri di sterminio di Brandeburg, Sonnenstein, Grafeneck, Hartheim, Bernburg e Hadamar, tutti dotati di camera a gas e crematorio.
Il nuovo luogo commemorativo a Berlino sarà costituito da un lungo muro di vetro azzurro, disegnato dagli architetti Ursula Wilms e Heinz Hallman e dall’artista Nikoalus Koliusis.

(L'Unione Informa e Moked.it del 2 settembre 2014)

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