Storie - I dimenticati dell'8 settembre

di Mario Avagliano

L’8 settembre 1943 non è una data qualsiasi del calendario della memoria dell’Italia. Settant’anni fa l’annuncio dell’armistizio segnò davvero una svolta, aprendo la strada al riscatto di una nazione che aveva conosciuto vent’anni di dittatura fascista, la soppressione delle libertà politiche e civili e le leggi razziali, e si era alleata con la Germania di Adolf Hitler.
Anche in questo anniversario, si è parlato troppo poco della vicenda dei circa 650 mila internati militari italiani che rifiutarono di aderire alle SS tedesche e poi all’esercito della Rsi del redivivo Mussolini, pagando la loro scelta con il campo di concentramento, il lavoro obbligatorio e, a volte, con la morte, a seguito degli stenti, delle malattie, della fame o del comportamento brutale dei carcerieri tedeschi.

Eppure la loro fu una scelta di resistenza, un tentativo di salvare l’Italia, di non farla tornare ad essere “una semplice espressione geografica”, restituendole un ”governo democratico”, come chiarisce uno di loro, il sottotenente friulano degli Alpini Giovanni Malisani, in una pagina del suo diario dell’epoca, che sarà presentato il prossimo 20 settembre a Udine.
Un’altra storia poco conosciuta è quella dei militari italiani prigionieri nei campi degli Alleati che all’indomani dell’armistizio decisero, non senza difficoltà ed ostacoli da parte degli angloamericani, di cooperare alla lotta per la libertà. Così commentava la fine della guerra uno di loro, il calabrese Antonino Corigliano, da un campo di prigionia in India, nel suo taccuino pubblicato dal figlio Gregorio (I diari di mio padre 1938-1946, Luigi Pellegrini Editore): “Le forze del bene hanno trionfato su quelle del male, schiacciando i serpenti che, con le loro spire, tentavano di stritolare le potenze amanti della pace, del lavoro e della libertà. Ed a fianco di questi popoli forti e vittoriosi, ha marciato in 20 mesi di lotta il popolo italiano, togliendo una parte di quel fango che ci era stato gettato, da parte di un regime d’oppressione e di falsità”.

È proprio grazie agli internati militari, ai cooperatori, alle forze armate del ricostituito esercito italiano del Regno del Sud, ai deportati politici e, naturalmente, ai partigiani (tra i quali ci furono tantissimi ebrei), che l’8 settembre non fu la data della vergogna o della morte dell’Italia, bensì della sua rinascita.
Ma l’armistizio, come ha sottolineato giustamente Anna Foa, a seguito dell’occupazione tedesca e della politica razzista della Repubblica Sociale di Mussolini, nelle regioni del centro-nord segnò anche il tragico passaggio dalla persecuzione dei diritti alla persecuzione delle vite degli ebrei. Alla quale collaborarono molti loro connazionali italiani, così come avevano fatto al tempo dell’applicazione delle leggi razziali. Anche questo va ricordato.

(L'Unione Informa e il portale moked.it del 10 settembre 2013)

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Storie – Il buono e il cattivo. Il comandante di Auschwitz e l'ebreo che riuscì a catturarlo

di Mario Avagliano

Il buono e il cattivo. In «Il comandante di Auschwitz» (Newton Compton Editori), Thomas Harding, laureato in antropologia alla Cambridge University, già giornalista e film-maker, ha ricostruito le vite parallele di uno dei più spietati criminali nazisti e dell'ebreo che riuscì a catturarlo.
Da un lato Rudolph Hess (Höss, se si segue la grafia tedesca), classe 1901, volontario alla Grande Guerra ad appena 14 anni, iscrittosi al partito nazista nel 1922, sostenitore dell’antisemitismo e poi divenuto nel 1940 comandante di Auschwitz (dopo un’esperienza a Dachau e a Sachsenhausen), responsabile del massacro di oltre un milione di persone e freddo esecutore della “soluzione finale” voluta da Hitler.
Dall’altro Hanns Alexander, classe 1917, ebreo tedesco, cresciuto a Berlino, rifugiatosi in Gran Bretagna per sfuggire alle persecuzioni delle SS, in seguito arruolatosi nell’esercito inglese, con la matricola 264280, rischiando moltissimo (se catturato dal Reich, sarebbe stato considerato un traditore e quindi giustiziato). Il 12 maggio 1945 il tenente Hanns entrò in contatto con l’orrore della Shoah, entrando nel lager di Bergen-Belsen. Nell’immediato dopoguerra venne reclutato quale investigatore del I War Crimes Investigation Team, detto anche I WCIT, il pool creato per scovare e assicurare alla giustizia internazionale i gerarchi nazisti responsabili delle atrocità dell'Olocausto.
Ma l’ex kommandant di Auschwitz, che si era rifugiato sotto falsa identità in una fattoria di Gottrupel, è una preda difficile da stanare, e Hanns dovrà giocare d’astuzia e agire con determinazione per riuscire a catturarlo.
Un dettaglio interessante: Harding è il pronipote di Alexander, ignaro dell’avventuroso passato del prozio fino al giorno del suo funerale, il 28 dicembre 2006.

(L’Unione Informa e portale moked.it del 17 settembre 2013)

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La fabbrica del consenso. Il libro sul falso mito di Mussolini nelle lettere degli italiani

di Mario Avagliano

Nella storia d’Italia non vi è stato un uomo politico così passionalmente e visceralmente amato (ma anche così detestato) come Benito Mussolini. Il duce, come lui stesso si definì, ha segnato un’epoca, tracciando la strada del totalitarismo fascista in Europa e nel mondo, che da Hitler a Franco e ai dittatori sudamericani, tanti emuli avrebbe avuto nel Novecento. Durante il Ventennio, la fabbrica del consenso messa in piedi dal regime si concentrò nell’esaltazione di Mussolini, avvolgendo la sua figura di un alone di divinità e di immortalità (anche grazie ai numerosi attentati a cui era sopravvissuto), oltre che del crisma dell’infallibilità, in coerenza con l’architettura para-religiosa del fascismo.
La penetrazione capillare del mito del duce nelle menti e nel cuore degli italiani è testimoniata dal corpus straordinario (anche nei numeri) di lettere, cartoline, telegrammi a lui diretti che è conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato e che costituisce l’oggetto del libro «Duce! Tu sei un Dio!» (Baldini & Castoldi, pp. 320, euro 16,90) di Alberto Vacca, che ne propone un’accurata e intelligente selezione antologica, suddivisa cronologicamente dal 1932 al 1943 e per temi e suggestioni.

In modo singolare, lo stesso Mussolini denominò «Sentimenti per il duce» la serie dei fascicoli che raccoglieva questo tipo di corrispondenza. E in effetti il sentimento è la cifra prevalente di queste missive, che rappresentano un termometro attendibile di quel che pensavano milioni di italiani dell’epoca del duce. Gli aggettivi e le definizioni altisonanti accostate al suo nome e alla sua figura si sprecano, a volte con ricchezza espressiva, a volte con l’eccesso di retorica del tempo: «amatissimo», «sommo», «buono, grande, sapiente, intelligente e generoso», «augusto», «magnifico», «Prode», «Giusto», «santo», «benedetto». In percentuale a scrivere di più sono le donne, che, come rileva Vacca, subirono in modo particolare il fascino del duce («ti amo tanto, più di me stessa […] ardo dal desiderio di conoscerti», scrive una diciassettenne). Ma molte lettere sono anche di sacerdoti o monaci, e numerosi bambini e adolescenti, sull’onda del coinvolgimento emotivo delle organizzazioni giovanili di regime, delle sfilate, del mito della romanità e dell’Impero.
I toni delle lettere, lo stile di scrittura (ufficiale o informale), la qualità stessa dei messaggi variano a seconda della personalità del mittente, dell’estrazione sociale e del suo livello di istruzione. Ed è davvero impressionante in questa antologia la ripetitività del concetto di investitura divina del duce – giustamente ripreso nel titolo del libro – da parte dei mittenti delle più varie categorie sociali e classi anagrafiche. Questo è un elemento conosciuto ma spesso sottaciuto dalla storiografia, anche se non sorprendente, visto che lo stesso papa Pio XI, dopo la firma del Concordato del 1929, definì Mussolini «l’uomo della Provvidenza» che era riuscito a ridare «Dio all’Italia e l’Italia a Dio».
È interessante esaminare quali altre rappresentazioni abbia avuto la figura del duce nell’immaginario degli italiani. Vacca ha individuato tre ulteriori importanti categorie: il «Salvatore d’Italia», al quale affidare ciecamente le chiavi del destino della Patria; il «Difensore della civiltà romana e cristiana», «Artefice della Conciliazione fra la Chiesa e lo Stato»; e almeno fino al 1939-1940, l’«Angelo della pace». L’approvazione a Mussolini continuò anche duranti gli anni della guerra mondiale e perfino in quel 1943 che segnò la fine del suo regime. Ancora in aprile un domenicano chiamato in servizio come cappellano militare gli mandava a dire: «Sei il nostro Padre. Noi ti amiamo e siamo pronti a dare la vita per Te. Tu sei la Patria che crede, combatte e vincerà».
Certo, nel corso del Ventennio, i sentimenti degli italiani non furono unanimemente improntati al consenso a Mussolini. L’adesione dell’opinione pubblica al fascismo fu altissima ma non monolitica. Lo stesso Vacca, in un altro saggio, Duce truce, ha analizzato e antologizzato le lettere dei critici del fascismo. Una minoranza di italiani, anche se più consistente di quanto si possa pensare. Peraltro, dopo il primo anno di guerra, a seguito dei rovesci militari sui vari fronti esteri e delle pesanti difficoltà economiche, anche il popolo che aveva mitizzato Mussolini iniziò a interrogarsi su di lui. Ma le menzogne della propaganda dell’epoca sulle sue capacità quasi divine, il suo buonismo, la sua generosità, hanno attraversato il lungo dopoguerra repubblicano e sopravvivono tuttora nel sottostrato di ampie fasce dell’opinione pubblica. Il duce resta quindi una presenza ingombrante, con cui il nostro Paese non ha ancora fatto del tutto i conti. Questo libro contribuisce a svelare le ragioni di fondo della longevità del mito di Mussolini e della sua eredità scomoda e pesante.

(Il Messaggero, 19 settembre 2013)

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Il premio FiuggiStoria 2013 a Claudio Fracassi con “La battaglia di Roma 1943"

Premiati nelle altre sezioni Necci, Santagati e Tangherlini

Verranno consegnati, sabato 28 settembre, in una cerimonia che si terrà nella duecentesca chiesa di Santo Stefano nell’antico Borgo di Anticoli, l’odierna Fiuggi, i riconoscimenti della quarta edizione del Premio Fiuggi-Storia. Il Premio è promosso dalla Fondazione Giuseppe Levi Pelloni e dalla Biblioteca della Shoah-Il Novecento e le sue Storie, in collaborazione con il Comune di Fiuggi, l’Osservatorio sulla Comunicazione Sociale, la Banca Credito Cooperativo di Fiuggi, MediaEventi e Albergatori di Fiuggi. Claudio Fracassi con “La battaglia di Roma 1943. I giorni della passione sotto l’occupazione nazista” edito da Mursia, è il vincitore della seconda edizione del Premio FiuggiStoria per la saggistica. Per la sezione biografie il riconoscimento va ad Alessandra Necci per il libro dedicato alla vita di Nicolas Fouquet, Sovraintendente delle Finanze di Luigi XIV, “Re Sole e lo Scoiattolo” edito da Marsilio. Ad Orazio Andrea Santagati il premio per la sezione romanzo storico per il libro “L’amico del Fuhrer” (Iris4Edizioni).
Il Fiuggi Storia 2013 Opera Prima va al libro “Siria in fuga” di Laura Tangherlini edito da Poiesis. Il FiuggiStoria-LazioMeridionale, sezione voluta dallo storico Piero Melograni e dedicata a don Celestino Ludovici autore di una preziosa “Storia di Anticoli”, ex aequo a Roberto Salvatori per il libro “Guerra e Resistenza a sud di Roma. 8 settembre 1943-5 giugno 1944” edito da Publiesse per conto del Comune di Bellegra e a Loreto Marco D’Emilia per il libro dedicato ad allievi e docenti del Liceo Tulliano di Arpino, “Un’istituzione e i suoi protagonisti, cento biografie rappresentative di una storia secolare”, edito in Arpino nel 2013 dall’Associazione Ex alunni ed amici del Tulliano. Menzione speciale a Francesco Crupi per il libro dedicato alla vita e all’opera dell’architetto Cleto Morelli, uno dei più importanti urbanisti del Novecento, “Cleto Morelli: La forza della coerenza. L’architettura e l’urbanistica di un intellettuale del territorio”. E a Roberto Lughezzani per La lunga strada sconosciuta. Una famiglia ebrea nella morsa del nazifascismo (Marlin Editore). Il trofeo, raffigurante la Menorah di Anticoli, è opera dell’oroscultore Leonardo Rosito.

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Storie – La dimenticanza del Miur sui Triangoli rossi

di Mario Avagliano

Segnala Tiziana Valpiana, vicepresidente nazionale dell’Aned, che ancora una volta lo Stato si è dimenticato dei deportati politici, che nei lager venivano contrassegnati con un triangolo rosso. Lo attesta una comunicazione inviata in questi giorni dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca alle scuole e relativa ad un corso di aggiornamento "Storia e didattica della Shoah" organizzato dalla Rete Universitaria per il Giorno della Memoria e rivolto a insegnanti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, in cui si citano solo “le vittime della Shoah, i militari italiani internati per via del loro rifiuto di aderire alla milizia nazi-fascista e, infine, qualsiasi persona discriminata su base etnica, razziale, religiosa o sessuale".
Com’è noto, la Legge istitutiva del Giorno della Memoria del 20 luglio 2000, n. 211, all’articolo 2 recita testualmente: “In occasione del Giorno della Memoria di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”. All’epoca alcuni parlamentari, tra cui la stessa Valpiana, s’impegnarono per far includere nella memoria anche i deportati politici e gli internati militari. Altri emendamenti che intendevano nominare anche gli zingari, gli omosessuali, i testimoni di Geova e altre categorie purtroppo non furono approvati, anche se è evidente che lo spirito della legge è quello di ricordare la tragedia della deportazione e dello sterminio nella sua globalità.
E’ ovvio che un corso di aggiornamento rivolto agli insegnanti, che si tiene sotto l’egida del Ministero, non possa, anzi non debba ignorare la deportazione politica e con essa l’antifascismo e la Resistenza. In verità questa dimenticanza non è una grande novità. Il silenzio delle istituzioni sulle vicende della deportazione politica e dell’internamento militare è durato decenni.
L’occasione del 70° anniversario della resistenza e del 75° delle leggi razziali è propizia per proporre a chi di dovere che d’ora in poi la formazione degli insegnanti su questo tema, prendendo spunto da un acuto saggio di Claudio Vercelli, punti ad analizzare il tema complessivo delle “deportazioni” e dell’universo concentrazionario nazista, nel quale finirono, con diverse gradazioni di trattamento e di condizioni, ebrei, zingari, omosessuali, Testimoni di Geova, politici, militari, malati di mente, resistenti, handicappati, renitenti alla leva, disertori. La stessa Valpiana sottolinea che non si tratta di fare “una graduatoria fra gli orrori”. Tuttavia anche la memoria della Shoah sarebbe monca se non si studiasse il sistema che la generò, che tendeva ad isolare e perseguitare tutte le diversità, tutti coloro che “deviavano” in qualche modo da quel modello di società “ariana” e dal pensiero unico imposto dal nazismo e dal fascismo.

(L'Unione Informa e portale Moked.it, 15 ottobre 2013)

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Il pallone di pezza. Accadde a Buccino il 16 settembre 1943

Tra sorriso e commozione, Il pallone di pezza è la messa in scena di un evento rimasto per decenni confinato nella memoria familiare di una piccola cittadina salernitana, Buccino, e in quell’enorme archivio di ricordi che è la seconda guerra mondiale. Ma è un evento che appartiene alla storia di tutti, non solo della comunità buccinese. Prodotto da Assoteatro, Il pallone di pezza, in programma a Roma, presso l'UTS – Upter Teatro Studio (via Portuense), il 19 ottobre alle ore 21 e il 20 ottobre alle ore 18, è scritto e interpretato da Claudio Lardo.
E’ il 16 settembre del 1943. Gli uomini sono al fronte, anziani donne e bambini sono a casa, in un luogo che sembra protetto dalle montagne che lo circondano e dalla pianura che lo separa dalle rotte del conflitto. Come ogni giorno, nella piazza del paese, i più piccoli si danno appuntamento per un rito che appartiene alla normalità della vita quotidiana: la partita di pallone.
Si gioca con un pallone di pezza, con scarpe che non sono quelle dei calciatori, sul fondo di pietra della piazza che non è propriamente un manto erboso, ma è come se lo fosse.

Nell’immaginazione dei ragazzi, i padri sono sugli spalti a guardarli anche se non ci sono spalti e i padri sono in guerra. Un aereo sorvola il paese. Non è la prima volta che accade. A pilotarlo è un tedesco, un italiano, un inglese, un americano? Nel rimescolamento di alleanze seguito all’armistizio non si sa chi è nemico e chi è amico, ma i bambini sono abituati a salutare ogni aereo che passa, non conoscono le insegne militari e nemmeno si pongono il problema di chi ci sia a bordo. La partita, appena iniziata, si interromperà di colpo, con un risultato che non premierà nessuna delle due formazioni, sette contro sette. Non c’è un vincitore, non c’è uno sconfitto. Non è neppure pareggio. Perderanno tutte e due le squadre.L’episodio dei bambini di Buccino è stato rimosso per decenni, fino a quando nel 2004 Enzo Landolfi pubblica Vite in gioco, un libro di racconti dedicati a persone, avvenimenti, imprese, che esaltano lo sport come valore assoluto. Il primo dei racconti di Landolfi è dedicato ai bambini che giocavano con un pallone di pezza nella piazza di Buccino, suo paese natale, il 16 settembre 1943.
Claudio Lardo racconta la storia di quella partita in uno spettacolo che recupera l’evento e le testimonianze, ne ricompone la trama, ne ricostruisce il contesto, storico affettivo e materiale, restituendo a quei nomi e a quelle vite la dignità di protagonisti.
Scritto da Claudio Lardo con Enzo Landolfi e la collaborazione di Giampiero Moncada, per la regia di Vito Cesaro, Il pallone di pezza è stato messo in scena per la prima volta a 70 anni esatti dall’episodio, proprio a Buccino, il 14 settembre, nella chiesa di Sant’Antonio, nel quattrocentesco convento agostiniano edificato sulle mura dell’antica Volcei. Per un giorno l’abside della chiesa è divenuta la scena di uno spettacolo che tratta di un sentimento autentico, la pietas, che non vuol dire accettazione passiva del destino ma rispetto per chi viene oscurato e dimenticato dalla storia.

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Coniugi Aldrovandi e Mazzanti nominati Giusti tra le Nazioni

di Rossella Tercatin

Celebrare la semplicità di gesti straordinari, e la naturalezza di scelte coraggiose. Tanti sorrisi e tanta commozione a Milano nella sala Jarach del Tempio centrale, per la solenne cerimonia di consegna della Medaglia di Giusti tra le Nazioni ai coniugi Giulia e Antonio Aldrovandi e Rachele e Armando Mazzanti che negli anni bui dell’occupazione nazista rischiarono la propria vita per salvare la famiglia Weisz, avvisandola dei pericoli, e impegnandosi per dare un rifugio ai due bambini, Piero e Liana, di otto e cinque anni, che per un anno abitarono insieme alla famiglia Aldrovandi in un paesino sul Lago D’Orta, fatti passare come figli di un fratello residente in una città già occupata dagli Alleati.
Oggi la loro generosità è stata ufficialmente riconosciuta dallo Yad Vashem di Gerusalemme, e le medaglie affidate ai figli di Giulia e Antonio, Giuseppina e Sandro, all’epoca due ragazzini di 14 e 11 anni, che con i piccoli Weisz svilupparono un’amicizia profonda che dura ancora oggi, e a uno dei nipoti di Rachele e Armando, Davide, alla presenza di tanti altri parenti e amici delle due famiglie di tre diverse generazioni. Alla cerimonia hanno preso parte il presidente della Comunità di Milano Walker Meghnagu e il rabbino capo Alfonso Arbib, il giornalista Gad Lerner e l’addetta dell’Ambasciata d’Israele Sara Gilad, oltre ai due protagonisti della storia, i salvati, Liana e Piero, che hanno condiviso con il pubblico i ricordi “di quell’anno strano in cui noi bambini di città, ci ritrovammo a vivere in campagna, circondati da creature strane come i conigli, con una famiglia che non era la nostra, eppure ci ha fatto sempre sentire come a casa” ha sottolineato Piero.
“Non esiste un riconoscimento nel mondo in cui viviamo all’altezza di quello che hanno fatto i signori Aldrovandi e Mazzanti. Salvare bambini, vite umane. Non per ricevere una ricompensa, ma solo per fare la cosa giusta da fare. È qualcosa di straordinario” ha dichiarato Meghnagi. “Nessuna epoca e nessuna società è immune dal rischio che per colpa dell’indifferenza accadano nuove ingiustizie. Penso a quello che è successo nei nostri mari, ma anche alla notizia di una ragazzina di 15 anni di etnia Rom prelevata dal pullman della sua gita scolastica per essere espulsa insieme alla famiglia – ha ricordato Gad Lerner – Credo che riconoscere oggi i Giusti tra le Nazioni serva anche a questo”. “Fare qualcosa di contrario alla legge, per obbedire a un imperativo morale superiore non è affatto facile – ha evidenziato rav Arbib – Non solo perché allora il prezzo che si rischiava di pagare era la vita, ma anche perché voleva dire non solo pensare controcorrente, ma anche scegliere di agire, senza farsi bloccare da dubbi o tormenti. Per questo dobbiamo essere infinitamente grati a persone come i coniugi Aldrovandi e Mazzanti”.
A consegnare le medaglie per l’ambasciata d’Israele è stata Sara Gilad. Tutto intorno i figli, nipoti e pronipoti di quegli eroi della quotidianità, capaci di compiere qualcosa di straordinario nel modo più normale possibile. Nuove generazioni pronte a prendere l’impegno di continuare a ricordare e trasmettere il messaggio di giustizia. Per non dimenticare e per mantenere vivi non solo la memoria, ma soprattutto il significato delle gesta dei propri nonni.

(L'Unione Informa, 17 ottobre 2013)

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Diario proibito. L'Aquila anni Quaranta e la RSI

di Mario Avagliano

Quando mi è stato proposto di scrivere la prefazione per il romanzo storico di Mario Fratti, Diario Proibito. L'Aquila anni Quaranta (grauseditore), ambientato all’epoca della Repubblica Sociale e del primo dopoguerra, ho provato molta curiosità. Cosa spingeva un drammaturgo di fama mondiale, che vive dal 1963 a New York, vincitore di ben sette “Tony Award” (l’Oscar del teatro), autore di decine di opere, spesso a fondo sociale, rappresentate in tutti i teatri del mondo (tra i quali il musical Nine, liberamente ispirato al film 8½ di Federico Fellini, che ha superato la cifra record di duemila repliche), a ripescare dai cassetti un testo scritto negli anni Cinquanta? Pagina dopo pagina, ho capito che Fratti, al pari di quanto fatto in alcune sue opere teatrali (da Tangentopoli a Mafia), in questo suo primo (e per ora unico) testo narrativo, con il suo stile crudo, privo di pudicizia, che spesso colpisce duro alla testa come una sassata, fatto di dialoghi serrati e di frasi secche come fucilate, aveva un intento di denuncia. Sotto tiro c’è l’Italia di ieri e di oggi. L’Italia complice di Mussolini e del nazismo, delle sue violenze e delle sue bestialità. L’Italia che non ha mai epurato i fascisti, anzi li ha riciclati nei posti di comando. L’Italia che tuttora stenta a fare i conti con il Ventennio e con Salò, propagandando il mito di un fascismo buono.
Siamo nel dopoguerra inoltrato. Il protagonista del romanzo è un giovane adulto, impiegatuccio senza infamia e senza gloria, che vivacchia in quel di Venezia, affittuario di una camera nell’appartamento di due donne sole, ossessionato in modo quasi compulsivo dal sesso, solitario o a pagamento. La febbre lo costringe a restare a casa e mentre mette in ordine una vecchia valigia dei documenti, spunta fuori un quaderno dalla copertina scura: il suo diario proibito e dimenticato. Fogli di quando, imberbe sedicenne, aveva aderito a Salò, anche per lo sfizio di vestire la divisa lucida da soldato e uscire armato con una scintillante pistola nella fondina. Fogli vecchi che puzzano, in ogni senso, non solo all’olfatto, e che se qualcuno li avesse trovati nel ’45, avrebbero provato che chi li aveva vergati era un ufficiale “nero”. La scelta dell’io narrante e della sua identificazione nell’adolescente fascista (al quale Fratti arriva addirittura ad attribuire la sua età dell’epoca e il suo nome, Mario) a primo acchito è spiazzante e imbarazza chi legge. L’autore, abruzzese di nascita, come ha spiegato nell’introduzione, utilizza per costruire la sua storia molti ricordi autobiografici ma in realtà già da ragazzo era tutt’altro che seguace di Mussolini. Era animato da vividi sentimenti antifascisti e i suoi amici del cuore erano i partigiani che poi vennero chiamati i “Nove Martiri di L’Aquila”, anche se lui non trovò il coraggio di seguirli in montagna. Tuttavia, man mano che il romanzo va avanti, l’identificazione tra l’autore e il ragazzo di Salò (poi adulto) protagonista della storia mostra tutta la sua potenza evocativa. All’imbarazzo iniziale del lettore, subentra la vergogna. È come guardarsi allo specchio e non piacersi, anzi provare disprezzo per se stessi. È come guardare allo specchio, da italiani, una pagina di storia che abbiamo voluto dimenticare (e che qualcuno addirittura vuole equiparare alla Resistenza), e che invece Fratti ci costringe a rimestare. Inchiodandoci, senza possibilità di scampo, alla lettura di torture, vessazioni, violenze di ogni tipo che subiscono gli oppositori politici, le donne, tutti coloro che finiscono nelle grinfie del Comando di Presidio fascista guidato da un maggiore che per il suo sadismo e il suo opportunismo ricorda da vicino gli aguzzini della banda Koch. Il panorama del collaborazionismo fascista dipinto da Fratti è putrido e fosco. Le pagine del romanzo sono affollate da puttane, delatori, spie, approfittatori, antisemiti o gente che è pronta a mutare atteggiamento verso i fascisti o i ribelli a seconda dell’andamento della guerra. Un panorama che fa ribrezzo, ma di cui vi sono numerose testimonianze storiche. D’altronde Fratti, proprio all’epoca della stesura del romanzo, si era documentato sulle violenze fasciste ai partigiani, per scrivere il radiodramma “Il nastro”, vincitore del premio Rai ma mai trasmesso alla radio. Certo, va detto che non fu sempre così: la Repubblica Sociale non fu solo un covo di violenti, sadici o opportunisti. Ci fu chi, pur nell’errore della scelta, mantenne un contegno dignitoso e aderì alla Rsi in buona fede oppure facendosi gabbare dalla propaganda fascista e nazista che, come è descritto bene nel romanzo, fece di tutto per alimentare l’odio verso gli Alleati. Sullo sfondo, e neppure tanto sullo sfondo delle pagine di Fratti, emerge anche un’altra Italia, quella dei partigiani animati da amor di patria che resistono fieri alle torture e di chi si oppone con coraggio alla barbarie nazista e fascista. Italiani che, in qualche modo, colpiscono anche il ragazzo di Salò, che a volte simpatizza con loro ma, fino alla fine, mai trova la forza di emanciparsi dall’influenza magnetica e dal condizionamento psicologico del maggiore. Il romanzo si conclude con un pugno nello stomaco, nel pieno degli anni Cinquanta. L’ex ragazzo di Salò, ora impiegatuccio, torna al lavoro dopo la malattia e rivela l’identità del suo capo: il maggiore fascista, diventato ricco imprenditore, che forse ha goduto dell’amnistia Togliatti e nell’Italia che si avvia verso il miracolo economico finanzia in parti uguali Msi e Dc, frequentando i comitati civici anticomunisti e le sacrestie. Il commento amaro finale è: “Qualcosa mi lega ancora a lui. Quello che ho taciuto”. Il silenzio della Storia. Un silenzio che dura ancora oggi. E che lega irrimediabilmente l’Italia fascista a quella del ventunesimo secolo.

(Prefazione al libro di Mario Fratti)

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