Storie - Il caso Palatucci e il compito della storiografia

di Mario Avagliano

La storia non si fa né con le glorificazioni improvvisate né con i giudizi sommari. La storia richiede una lunga attività di scavo e di ricerca, non solo negli archivi, che tenga conto dei documenti e delle testimonianze disponibili e anche del contesto in cui si svolsero i fatti. Lo dimostra la vicenda del funzionario di polizia irpino Giovanni Palatucci nel periodo della persecuzione degli ebrei, tra il 1938 e il 1944, oggetto di attenzione in queste ultime settimane da parte dei principali quotidiani nazionali.
Palatucci è il classico esempio di come, senza opportuni studi ed approfondimenti, un personaggio possa essere considerato, a seconda dei punti di vista, “santo” o “criminale”. Dal riconoscimento di Giusto tra le Nazioni dello Yad Vashem e il processo di beatificazione da parte della Chiesa cattolica, alle accuse del New York Times di collaborazionismo con i nazisti.
Uno dei primi a sollevare dubbi sul salvataggio da parte di Palatucci di migliaia di ebrei fu, nel 2008, lo studioso Marco Coslovich, nel libro Giovanni Palatucci. Una giusta memoria. Ora a riaprire il dibattito è stata la presa di posizione del Centro Primo Levi di New York, a seguito di uno studio su circa 700 documenti di vari archivi internazionali, tra i quali quello della città di Fiume.

Sul caso Palatucci, inviterei a leggere le interviste di Michele Sarfatti a Panorama e all’Huffington Post e le sue dichiarazioni al Corriere della Sera.
Sarfatti, che ha partecipato alla ricerca del Centro Primo Levi ed è uno storico di grande spessore e serietà scientifica, dopo aver affermato che dai documenti esaminati non sono emerse «evidenze storiografiche del salvataggio di migliaia di ebrei da parte di Giovanni Palatucci» e che il ruolo del funzionario irpino è stato «ingigantito», ricorda però che fu deportato a Dachau per attività antitedesca e spiega che la sua vicenda merita rispetto e ricostruire il suo operato non significa spostarlo «nel campo dei cattivi».
Quanto alle accuse di collaborazionismo con i tedeschi, Sarfatti precisa testualmente: “resto perplesso su una frase della giornalista del NYT, secondo la quale Palatucci avrebbe ‘aiutato i tedeschi a identificare gli ebrei da rastrellare’. Frase che attribuisce ai ‘ricercatori’, senza specificare chi. Ma di questo non esiste prova alcuna”.
Ma il ruolo di salvatore di Palatucci è stato del tutto inventato? Un’affermazione del genere sarebbe scorretta. Nella pratica di riconoscimento dello Yad Vashem ci sono prove che Palatucci soccorse una donna ebrea, Elena Aschkenasy. E, come aggiunge Sarfatti, ci sono in suo favore testimonianze “che in linea generale ritengo fondate, ma devono essere vagliate con attenzione studiando le carte”. Ad esempio quella sul salvataggio dei due coniugi Salvator e Olga Conforty (la figlia Renata Conforty lo ha ricordato sul Corriere della Sera del 23 giugno).
Il problema è che, come osserva Sarfatti, “i riconoscimenti pubblici a Palatucci hanno preceduto la ricerca storica”. Ora lo Yad Vashem ha avviato un processo di riesame del suo caso sulla base della nuova documentazione. E, come propone il direttore del Cdec, anche in Italia si potrebbe nominare un gruppo di lavoro per fare chiarezza sulla vicenda.
Aggiungo che mi trovo d’accordo con Anna Foa sul fatto che, probabilmente, in seguito alle ricerche in corso i numeri andranno ridimensionati e alcuni eventi andranno riletti, ma va tenuto conto che la necessaria segretezza di un’attività di questo tipo non rende semplici le verifiche e comunque anche aiutare o salvare solo alcune persone è un fatto rilevante e meritevole di ricordo, di riconoscimento e di apprezzamento.

(L'Unione Informa 26 giugno 2013 e Portale Moked.it)

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Storie – Esperimenti di Web Memo-ria

di Mario Avagliano

Si potrebbe chiamare Web Memo-ria il profluvio di iniziative in rete per ricordare i genocidi e le guerre del Novecento. Un fiorire di progetti che forse nasce anche come risposta alla superficialità e a volte all’ignoranza con cui questi temi spesso vengono trattati su internet. L’ultimo di questi progetti, partito un anno fa, è "Web Memo - European Digitalization of shared memories" e i suoi risultati sono stati presentati oggi a Venezia. L’obiettivo? Raccogliere testimonianze storiche sulla Shoah e sui genocidi del nazifascismo, fare rete tra le scuole europee, trasmettere “quello che è stato” ai giovani, rafforzando così il senso di identità europea. Il principale frutto di questo lavoro è il sito internet www.webmemoproject.eu, diventato vetrina di un nuovo "Centro di Documentazione Europea" e strumento per coinvolgere dodici istituti superiori tra Veneto, Belgio e Baviera in un viaggio interattivo nella memoria.

Il progetto, finanziato dal Programma comunitario Europa per i Cittadini-Azione Memoria Europea Attiva, ha come capofila il Giardino dei Giusti del Comune di Padova e come partner la Regione del Veneto, attraverso la Direzione di Bruxelles, le Acli padovane e alcune delle maggiori comunità ebraiche europee: quelle di Venezia e Padova, insieme allo European Jewish Community Centre di Bruxelles e alla European Janusz Korczak Academy di Monaco di Baviera.
Nel sito sono presenti testimonianze di sopravvissuti alla Shoah ancora in vita, oltre a documenti, fotografie, video e documentari, disponibili anche in inglese oltre che nelle lingue originali. Un nucleo di testimonianze e di carte ora disponibile e direttamente accessibile sulla rete, come ad esempio la circolare datata settembre 1938 con cui il provveditore di Padova esonera ed espelle gli insegnanti ebrei dalle scuole.
Il progetto Web Memo ha anche permesso di formare una rete europea nelle scuole, sviluppatasi tra Venezia, Padova, Bruxelles e Monaco di Baviera. Vi hanno partecipato circa 180 studenti veneti, appartenenti all'I.T.I.S. Primo Levi e al liceo Majorana-Corner di Mirano, al liceo Stefanini di Mestre, e ai licei Tito Livio, Curiel e Amedeo di Savoia Duca d'Aosta di Padova. Circa altrettanti sono stati gli alunni coinvolti nelle scuole di Bruxelles e di Monaco. Un modo intelligente per trasmettere la Web Memo-ria alle nuove generazioni.

(L'Unione Informa e portale Moked.it, 2 luglio 2013)

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L'amore ai tempi della falce e martello. La storia di Nilde Iotti e Palmiro Togliatti nel carteggio inedito

di Mario Avagliano

Estate 1946. Dal color seppia di una rara foto d’epoca si affaccia sorridente la ventiseienne Nilde Iotti, appena eletta deputato dell’Assemblea costituente, seduta su un divano, in mezzo a un gruppo di donne parlamentari dall’aria leggera e festosa. Solo da un anno la legge italiana ha riconosciuto il suffragio femminile e loro sono le prime a entrare come «onorevoli» nell’aula austera di Montecitorio. All’altra estremità del divano, una signora di mezz’età stringe con grazia fra le mani una singolare piccola borsa fiorata. È Rita Montagnana, la mitica «Marisa», moglie di Palmiro Togliatti, segretario del Pci. Quelle due deputate comuniste, così diverse di aspetto e di età, di lì a poco diventeranno rivali. Per la giovane professoressa reggiana, figlia di un ferroviere socialista, laureatasi alla Cattolica e formatasi alla scuola di Dossetti e La Pira, la simpatia travolgente per Togliatti, di 27 anni più vecchio di lei, si trasformerà ben presto in una relazione «gioiosa e terribile». Per «Marisa», invece, la compagna del Migliore nel periodo dell’antifascismo clandestino, si prefigura una storia di abbandono sofferto e penoso, anche per quel loro figlio, Aldo, tormentato da un insopprimibile mal di vivere.
Sono alcune della pagine più belle dell’intrigante libro di Luisa Lama, intitolato Nilde Iotti. Una storia politica al femminile (Donzelli pp. 288, € 30), che - come afferma Livia Turco in una densa introduzione - ci regala la prima vera biografia della ex presidente della Camera, dall’esordio in politica fino al 1979, anno dell’elezione allo scranno più alto di Montecitorio. Una ricostruzione arricchita dalla pubblicazioni di stralci dello straordinario carteggio inedito tra la Iotti e Togliatti (agosto 1946-agosto 1947), ritrovato dalla loro figlia adottiva Marisa Malagoli in un cofanetto di legno intarsiato.
Un incontro segnato dal destino. Luisa Lama racconta quanto fu determinante nella scelta di campo della giovane Nilde, fervente cattolica, in bilico nel suo riformismo tra la Dc, i socialisti e il Pci, l’ascolto nel 1944, attraverso Radio Londra, della «voce gracchiante di Ercoli» (lo pseudonimo di Togliatti) che annunciava la svolta di Salerno. Dopo la collaborazione alla Resistenza, l’esperienza nell’Udi e l’elezione come indipendente nelle liste del Pci a Reggio Emilia, per la Iotti arriva la candidatura alla Costituente.
È quell’estate, il 30 luglio del 1946, che la tormentata relazione tra i due ha inizio. "Galeotta" è una timida, impacciata carezza di Palmiro alla chioma di Nilde mentre scendono lo scalone di Montecitorio, a cui seguono dotte conversazioni sui poemi cavallereschi dell’Ariosto e del Boiardo, qualche incontro clandestino e quindi l’innamoramento. Togliatti avverte una «vertigine davanti a un abisso», Nilde sente «sgomento per questo immenso mistero d’amore che mi dà le vertigini».
La brillante carriera della Iotti prende avvio in quella stagione. Designata dal partito nella Commissione dei 75 alla Costituente (unica donna, insieme a Teresa Noce), affronta in modo combattivo e innovativo il tema della famiglia, ponendo fin dall’inizio la questione della parità tra i sessi al suo interno e nell’educazione dei figli. Paradossalmente la relazione con il “capo” rischia di danneggiarla più che di favorirla. Dirigenti autorevoli come Pietro Secchia accusano il segretario di essere «condizionato» da Nilde e mettono in dubbio con il Cremlino l’affidabilità politica della professoressa reggiana, dati i trascorsi all’Università Cattolica.
Nonostante gli sgarbi di amici e nemici, le allusioni velenose di certa stampa, la consapevolezza di andare controcorrente (all’epoca essere «concubini» costituiva un reato penale), Nilde e Palmiro non rinunciano al loro amore, come testimonia il carteggio. «Mi sento di lottare con le unghie e con i denti per difendere un sentimento che è mio e solo mio», scrive la Iotti. E difende a spada tratta anche il suo impegno politico, vincendo la pressione dei compagni di partito a Reggio, che vorrebbero farla ritirare a vita privata. Nella corrispondenza fra i due, colpisce la passione che anima anche l’apparentemente freddo e razionale Palmiro Togliatti. “Quanto ho fatto verso di te e con te non è mai stata un’intenzione frivola (…) ho seguito un impulso più forte della mia volontà”, scrive il 28 settembre 1946. L’amore di Nilde e per Nilde, entrata nella sua vita “come una striscia di sole in una stanza buia”, lo mette in discussione come uomo, gli fa guardare con occhi diversi la vita, a partire dalle cose quotidiane, come la passeggiata al Pincio a Roma o per le vie di Parigi.
Da quell’estate del 1946 i due sfideranno le convenzioni e il partito (che addirittura farà installare delle microspie per sorvegliarli) e vivranno insieme more uxorio, prima in un abbaino all’ultimo piano di Botteghe Oscure, poi in un villino a via Arbe a Montesacro, in un rapporto affettivo che solo la morte di Togliatti nel 1964 potrà interrompere. Proprio alla sua Nilde, Palmiro consegnerà il suo testamento politico: il Memoriale di Yalta. E solo al corteo funebre di Togliatti, la Iotti potrà uscire finalmente dall’ombra e presentarsi come la first lady. Il partito consentirà a lei e alla figlia Marisa di seguire il feretro dell’uomo tanto amato. Negli anni successivi Nilde mostrerà tutta la sua stoffa di grande italiana, nella politica, nel partito, nelle battaglie civili del divorzio, dell’aborto e del nuovo diritto di famiglia, e infine da presidente di quella Camera dove era sbocciato quell’amore così bruciante e così unico.

(Il Mattino, 2 agosto 2013)

Premio Fiuggi 2013, ecco i finalisti

Nella splendida cornice del giardino della casa romana di via delle Belle Arti di donna Giovanna Napolitano Morelli sono stati annunciati i finalisti della quarta edizione del Premio FiuggiStoria. Alla serata hanno preso parte il Comitato di lettura degli Amici del Premio Fiuggi, i soci fondatori della Fondazione Piero Melograni, Antimo Della Valle, Mohamed Ba e Alberto Spelda, i sodali della piazzetta di Capri e numerosi ospiti.

La segretaria del Premio, Vera Manacorda ha dato lettura dei finalisti per le varie sezioni che sono per la saggistica Vittorio Buffa: Io ho visto (NUTRIMENTI); Luciano Canfora: Spie, Urss, Antifascismo. Gramsci 1927-1937 (SALERNO); Philippe Daverio: Il secolo lungo della modernità (RIZZOLI); Filippo Focardi: Il cattivo tedesco e il bravo italiano (LATERZA); Alberto Vacca: Duce sei il mio Dio! (BALDINI E CASTOLDI); Claudio Fracassi: La battaglia di Roma 1943. I giorni della passione sotto l'occupazione nazista (MURSIA); Luciano Garibaldi: Gli eroi di Montecassino, (MONDADORI); Bruno Maida: I bambini e la Shoah (EINAUDI). Per la Sezione biografie: Roberto Favero: Maria Sofia di Savoia una giovinezza sacrificata alla ragion di Stato, (NEOS EDIZIONI); Claudia Fusani: Mille Mariù. Vita di Irene Brin (CASTELVECCHI); Carlo Ghisalberti, Silvio Spaventa, Tra Risorgimento e Stato Unitario, (LA SCUOLA DI PITAGORA); Roberto Lughezzani: La lunga strada sconosciuta. Una famiglia ebrea nella morsa del nazifascismo (MARLIN EDITORE); Ermanno Olmi: L’Apocalisse è un lieto fine (RIZZOLI); Maurizio Viroli: Il Sorriso di Niccolò. Storia di Machiavelli ( LATERZA). Per la sezione Romanzo Storico: Michel Gazo, Il Flagello di Roma, (MONDADORI); Rapahel Jérusalmy: Salvare Mozart (Edizioni E/O); Valeria Montaldi: La prigioniera del silenzio (MONDADORI); Alessandra Necci: Re Sole e lo scoiattolo (MARSILIO); Orazio Santagati: L’amico del Fuhrer (IRIS4EDIZIONI). Per la sezione Opera Prima: Laura Tangherlini: Siriani in Fuga. L'emergenza umanitaria dei profughi siriani in libano o in Giordania. (POESIS); Francesco Crupi: Cleto Morelli. La forza della coerenza (YOUCANPRINT).

I libri selezionati, per questo Premio che nasce dal basso, sono stati segnalati dai vincitori le edizioni precedenti e dal Comitato di lettura. Il 28 settembre, presso la Sala Consiliare del Palazzo di Città di Fiuggi, la premiazione. Il Premio è promosso dalla Fondazione Levi-Pelloni in collaborazione con la Fondazione Piero Melograni, Comune di Fiuggi e Banca di Credito Cooperativo di Fiuggi.

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Quel geroglifico è un gossip. Storia del pettegolezzo

di Mario Avagliano

“E’ assolutamente mostruoso ciò che la gente fa al giorno d’oggi mentre passeggia: dire, alle spalle degli altri, delle cose che sono assolutamente vere”, scriveva Oscar Wilde. Religiosi, storici, filosofi, poeti, corvi, cronisti, diaristi, memorialisti, letterati, politici, scrittori, principesse. Nell’arco dei secoli il gossip ha avuto molti protagonisti, molte facce e molte identità. E la sua funzione non è stata sempre negativa, anzi storicamente è servito a mettere alla berlina gli eccessi del potere politico, economico o religioso. Proprio grazie alle sue caratteristiche, riassunte nella famosa aria rossiniana La calunnia è un venticello: “Piano piano, terra terra / Sotto voce sibilando, / Va scorrendo, va ronzando; / Nelle orecchie della gente / S’introduce destramente, / E le teste ed i cervelli / Fa stordire e fa gonfiar”. La storia del pettegolezzo o, se si preferisce, del rumor, come lo definiscono sociologi, antropologi e psicologi (parola latina diventata rumour in inglese britannico), è quindi la storia di uno dei vizi più antichi e più diffusi del mondo, come ci racconta il documentato saggio di Paolo Pedote, intitolato Gossip dalla Mesopotamia a Dagospia (Odoya, pp. 284, euro 18).

La tesi dell’antropologo Robin Dunbar, che ha studiato alcuni insediamenti di ominidi di 250 mila anni fa, è che l’uomo ha sempre favorito e promosso il pettegolezzo, fin dalla notte dei tempi. Facendo un rapido excursus storico, troviamo infatti forme primordiali di gossip nelle caverne e nei geroglifici, ma anche nella Bibbia (se ne parla per la prima volta verso la fine della Genesi, in un racconto legato alla discendenza di Giacobbe) e nel Nuovo Testamento, nel quale la maldicenza viene utilizzata contro Gesù di Nazareth dai suoi nemici.
I romani furono maestri del gossip. Celebri le frasi erotiche ritrovate sulle mura di Pompei, del tipo “Votate per Isidoro all’edilizia. Lecca la fica in modo strepitoso”. La letteratura latina utilizzò fin dall’inizio le voci di corridoio per intrecciare l’elemento politico (d’accusa e di critica) con quello poetico, deridendo le grandi cariche imperiali. Ne costituiscono un esempio mirabile i carmina triumphalia, che i legionari improvvisavano durante le cerimonie di vittoria. Come quelli piccanti che i soldati cantarono durante il trionfo di Giulio Cesare sui Galli, per sottolineare la sua relazione omosessuale con Nicomede IV Filopatore, l’ultimo re di Bitinia: “Cesare ha sottomesso le Gallie, Nicomede ha sottomesso Cesare. Ecco, ora trionfa Cesare, che sottomise le Gallie, ora trionfa. Nicomede che ha sottomesso Cesare, non riporta nessun trionfo”.
Il primo grande scrittore di gossip della storia è stato Gaio Svetonio Tranquillo, che nei suoi libri ha tramandato le storie segrete di dodici imperatori romani, raccontando del rapporto incestuoso di Caligola con la sorella Drusilla; delle strategie d’amore della regina Cleopatra, dalla voce suadente e dall’aspetto seducente, amante di Giulio Cesare e di Marco Antonio; delle avventure notturne di Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, che appena poteva scappava verso le periferie della città e, sotto il nome d’arte di Licisca, si prostituiva con marinai e gladiatori.
Il pettegolezzo, racconta il saggio di Pedote, ha poi attraversato il Medioevo, svelando le nefandezze dei papi libertini (vedi il capitolo sulla Sacre e segrete stanze), per vestirsi dopo l’anno Mille da cantastorie, menestrello e giullare. Alla nascita della letteratura italiana, si è insinuato nella Divina Commedia di Dante e nella novella boccaccesca, ed è diventato la prova schiacciante nei processi dell’Inquisizione. Pettegoli sono stati grandi personaggi del Cinquecento come Niccolo Machiavelli, Francesco Guicciardini e Pietro Aretino, e principesse alla corte settecentesca di Luigi XIV.
Dopo l’invenzione della stampa periodica, il gossip ha fatto il suo ingresso nel giornalismo. Nell’Ottocento nascono le grandi riviste di costume come l’inossidabile Vanity Fair, e nel Novecento lo star system hollywoodiano inventa i columnists, che tengono in pugno le carriere dei divi più famosi. I pettegolezzi tornano in auge durante le dittature e la Guerra Fredda, ancora una volta per mezzo della delazione. Nel dopoguerra, con la dolce vita ecco arrivare il paparazzo; poi, con la rivoluzione sessuale e un rinnovato “comune senso del pudore”, il gossip diventa protagonista assoluto di riviste che si sfidano a colpi di esclusive milionarie.
Gli anni Novanta ci lasciano con il primo sexgate della storia, l’affaire Clinton-Lewinsky, e con il Grande Fratello, una trasmissione che è l’emblema del pettegolezzo. Oggi viviamo in un’era dai ruoli invertiti: in cui spesso sono i vip che inseguono il gossip, per sopravvivere. E il pettegolezzo è protagonista dell’informazione televisiva, della stampa di alto e basso livello e dei reality show. Si parla di gossip persino quando ci riferiamo a documenti segreti e alle indiscrezioni di Wikileaks e Vatileaks. Si fa gossip in politica, nel mondo della finanza e del business. E, nell’era della “multimedialità”, si fa gossip in modo ossessivo su internet, dai social network a you tube. Ma non è più l’epoca di Gaio Svetonio, di Dante, delle pasquinate o, per andare a tempi più recenti, dei Fellini, dei Flaiano o dei Pasolini. Non c’è più critica, in senso hegeliano. Come osserva Paolo Pedote, “ci sono solo i protagonisti di un potere che si alimenta attraverso l’arroganza dell’esserci a tutti i costi”. Il gossip è diventato “la cornice di un fermo/vuoto immagine che caratterizza la nostra contemporaneità”.

(Pubblicato in una versione più breve su Il Messaggero, 4 agosto 2013)

Lo strano patto tra Stalin, Hitler e Mussolini

di Mario Avagliano

Nell’agosto del 1939, quando fu siglato iI Trattato Molotov-Ribbentrop tra Terzo Reich e Urss, i giornali britannici pubblicarono irriverenti vignette che raffiguravano Adolf Hitler e Josif Stalin che si salutavano sul cadavere della Polonia, dandosi della “feccia della terra” e del “sanguinario oppressore dei lavoratori”, oppure si scambiavano una stretta di mano con la sinistra, mentre con la destra, dietro la schiena, impugnavano una pistola. Quando il 22 giugno 1941 le colonne corazzate tedesche irruppero in territorio sovietico, sembrò che il sarcasmo inglese avesse colto nel segno. E per oltre cinquant’anni una consolidata tradizione storiografica ha ribadito che quel trattato fu un accordo provvisorio attraverso il quale il Cremlino guadagnò il tempo sufficiente per prepararsi a sconfiggere il Moloch nazista. È andata proprio così? Un documentato saggio di Eugenio Di Rienzo e Emilio Gin, intitolato Le Potenze dell’Asse e l’Unione Sovietica. 1939-1945 (Rubbettino, pp. 514, € 17), avanza una tesi alternativa. Unione Sovietica e Germania, mentre si combattevano epicamente, sbandierando due visioni ideologiche opposte del mondo, trattavano sottobanco per formare una “Coalizione planetaria” destinata a comprendere anche Italia e Giappone e a distruggere il predominio mondiale anglo-sassone.
I due storici, facendo ricorso alle corrispondenze diplomatiche giapponesi, ai documenti di guerra dei National Archives di Washington, ai verbali del War Cabinet britannico, e spulciando i diari dei diplomatici italiani Luca Pietromarchi e Attilio Tamaro, ricostruiscono il lavorio dietro le quinte dell’Urss e delle forze dell’Asse, compresa l’Italia, teso a creare un blocco euroasiatico centrato sull'alleanza fra il nazionalsocialismo e il bolscevismo contro il nemico comune: la società capitalistico-borghese e l’odiato Occidente. L’idea accarezzata da Hitler, Stalin e Mussolini era quella di un’intesa politica invulnerabile sul piano militare, in grado di avere ragione della Gran Bretagna, con tutti i suoi Dominions, e degli Stati Uniti, con i Paesi dell’America Latina. D’altronde la Russia e il Reich, come aveva comunicato Ribbentrop a Molotov già nell’agosto del 1939, riportando testualmente una dichiarazione di Hitler, dovevano prepararsi per tempo a porre le basi di «una difesa emisferica contro l’aggressione americana che si sarebbe sicuramente materializzata tra 1970 e 1980».
Fu la polveriera balcanica a provocare la dissoluzione del blocco nazi-bolscevico e in particolare la disponibilità di Mosca a siglare il Trattato di amicizia e non aggressione con Belgrado, nell’aprile del 1941, alla quale Berlino rispose con l’immediata invasione della Jugoslavia. Nonostante la guerra, i rapporti sotterranei e clandestini tra Urss e forze dell’Asse proseguirono, soprattutto grazie alla mediazione del Giappone che aveva firmato, il 13 aprile 1941, un trattato di non aggressione con la Russia. Anche Palazzo Venezia e Palazzo Chigi svolsero un ruolo incisivo, dinamico e tutt’altro che marginale, iniziato subito dopo la fortunata contro-offensiva russa dell’inverno del 1941, per arrivare ad una pace di compromesso tra il colosso comunista e l’Europa sottomessa al Nuovo Ordine nazista.
Dopo aver assunto l’interim degli Esteri, il Duce scriverà tra il marzo e aprile 1943 due lunghe lettere a Hitler per spingerlo a «chiudere il capitolo russo». E sul tema tornerà ancora nei colloqui di Klessheim (7-10 aprile 1943), poi in quelli di Feltre (19 luglio), e, infine, nel mattino del 25 luglio, poco prima di essere arrestato, incontrandosi con l’ambasciatore giapponese a Roma. Mussolini insisteva sulla necessità di stipulare una tregua d’armi con Stalin e sapeva che, nonostante le apparenze, Hitler non era del tutto sordo alle sue richieste e che importanti gerarchi nazisti (Göring e Goebbels) erano favorevoli ad accettare quella soluzione. E il Cremlino non si sottraeva a quelle suggestioni. Insomma, il libro di Di Rienzo e Gin ci rivela che la «Grande Alleanza» antinazista era meno solida di quanto comunemente si creda (esattamente come non lo era l’Asse Roma-Berlino-Tokio) e che Stalin, sull’altare della realpolitik, prese in considerazione l’ipotesi di mollare Gran Bretagna e Usa al loro destino. Tutti questi sforzi fallirono. La “pace di Mussolini” non ebbe luogo e per fortuna non nacque l’Euroasia nazista-fascista-bolscevica immaginata dai leader dell’epoca. Il vecchio continente era però destinato ancora a soffrire e a dividersi. La fine del secondo conflitto mondiale portò alla “pace di Stalin” che, sui campi di battaglia e al tavolo della diplomazia, riuscì nel disegno di restituire alla Russia la statura imperiale dell’età zarista, provocando la lunga «guerra fredda», destinata a terminare solo nel novembre del 1989.

Storie – Stati Uniti 1938, una nuova terra promessa

di Mario Avagliano

Nelle pieghe della memoria, per molti versi sbiadita, delle leggi razziali in Italia, è conservata una vicenda individuale e collettiva: l’emigrazione forzata di circa duemila ebrei italiani negli Stati Uniti. Professori universitari, medici, avvocati, scienziati, giornalisti, artisti ma anche gente comune, costretti dai provvedimenti persecutori ad abbandonare la patria che li aveva disconosciuti come cittadini e a rifarsi una vita al di là dell’Oceano Atlantico, spesso ottenendo prestigiosi riconoscimenti. Dai premi Nobel Salvador Luria e Franco Modigliani all’architetto Giorgio Cavaglieri, dall’artista Leo Castelli al musicista Mario Castelnuovo Tedesco, dal cardiologo Massimo Calabresi al fisico Emilio Segrè e ai manager Giorgio Padovani, Giorgino Funaro ed Enrico Pavia. Il loro dramma è stata ricostruito nel libro America nuova terra promessa. Storie di ebrei italiani in fuga dal fascismo (Francesco Brioschi editore, pp. 192) di Gianna Pontecorboli, giornalista italiana che vive a New York e collabora con il Centro Primo Levi.
Attraverso le interviste ai testimoni e ai loro parenti, la Pontecorboli racconta la corsa ad ostacoli per ottenere il visto per l’America (impresa non facile, anche per l’opposizione di un potente funzionario americano, Breckinridge Long, ex ambasciatore a Roma e ammiratore di Mussolini), l’impatto con il nuovo continente, che non sempre li accetta bene, il legame indissolubile con l’Italia, l’adesione di molti di loro alla causa dell’antifascismo (ad esempio nell’ambito della Mazzini Society), il contributo dato alla Liberazione del nostro paese e al processo di ricostruzione ma anche la decisione della maggior parte di quegli italiani traditi di restare negli Stati Uniti, la nazione che aveva dato loro la possibilità di una vita dignitosa e senza persecuzioni. Una pagina di storia importante anche per comprendere, come scrive Furio Colombo nell’introduzione, le responsabilità dell’Italia e degli italiani non ebrei, senza indulgere, come si continua a fare, nell’auto-assoluzione. Tanto più in vista del 75° anniversario delle leggi razziali del novembre 2013.

(L'Unione Informa e portale Moked.it, 6 agosto 2013)

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Il narciso Curzio Malaparte, camaleonte dalle mille vite

di Mario Avagliano

Aveva fatto costruire una villa a Capri su un irto promontorio roccioso a picco sul mare e l’aveva battezzata «Casa come me». Qui nel 1944 Curzio Malaparte spesso incontrava Palmiro Togliatti oppure venivano a trovarlo alcuni giovani comunisti di Napoli, come Giorgio Napolitano, Eugenio Reale, Velio Spano. Ma a giugno, liberata Roma, Mario Alicata impose l’alt alla frequentazione, a causa dei trascorsi fascisti dello scrittore. È uno degli episodi inediti della vita del grande autore di Kaputt, di Tecnica del colpo di Stato e de La pelle raccontati nella monumentale biografia di Maurizio Serra, Malaparte. Vite e leggende, edita l’anno scorso in Francia e pubblicata ora anche in Italia per i tipi della Marsilio (592 pagine, euro 25). Un aneddoto rivelato proprio da Giorgio Napolitano, nel colloquio con Serra che chiude il volume.
Forte di testimonianze di prima mano e di una vasta documentazione d’archivio, tra cui i rapporti della polizia francese e alcune lettere di Henry Miller e di Céline, Maurizio Serra, ambasciatore italiano all'Unesco, ma anche storico della cultura, ne traccia un profilo esaustivo, in cui lo scrittore toscano, originario di Prato, appare da un lato un intellettuale «di respiro autenticamente internazionale», d’altro canto un «Narciso intriso della tragicità del mondo», un dandy gelido, anzi quasi «minerale», per il quale l’Io è il solo faro nella notte, e conta più di ogni cosa. Più delle donne e più della politica. Nazionalista e cosmopolita, pacifista e bellicista, élitario e populista, scrittore politico dalla nitida scrittura e romanziere dall’immaginazione barocca, arcitaliano e antitaliano, talvolta un po’ ciarlatano (scrisse e riscrisse più volte la sua autobiografia, farcendola di menzogne), Kurt Erich Suckert, divenuto dopo il 1925 Curzio Malaparte, non finisce di sconcertarci per la sua modernità e per le sue continue sfide a ogni convenzione. Ma Malaparte è anche un camaleonte dalle mille vite. E come altrimenti definire un intellettuale che fu interventista combattente nella Grande Guerra, sostenne con entusiasmo il fascismo rivoluzionario totalitario, ma al tempo stesso era amico di Piero Gobetti. Uno che diresse a soli 30 anni La Stampa, dalla quale fu cacciato perché ebbe una relazione con Virginia Agnelli, testimoniò in favore degli assassini di Matteotti, lodò Mussolini e i suoi gerarchi finché furono al potere, per poi denigrarli e presentarsi come un perseguitato dal regime dopo la caduta del fascismo, dichiarando a Togliatti nel 1944 che il comunismo era stato «motivo dominante di tutta la mia attività intellettuale». Né le giravolte politiche di Malaparte cessarono allora. Dopo il 1946 divenne anticomunista, denunciò il «fascismo degli antifascisti» e fu accanito supporter di Alcide De Gasperi alle elezioni del 1948. Concludendo la sua esistenza terrena nel 1957, esaltando Mao e il comunismo cinese, accettando la tessera del Pci, e in punto di morte forse convertendosi (come sostenne padre Lombardi) alla Chiesa cattolica. Malaparte disse, e la frase fa da sottotitolo al saggio di Serra, «Perderò a Austerlitz e vincerò a Waterloo». E in effetti, dopo la sua riscoperta in Francia, dove l’anno scorso gli sono stati dedicati appassionati convegni e il saggio di Serra ha vinto il Prix Casanova e il Prix Goncourt de la Biographie, ora lo scrittore toscano vive il suo momento di rinnovata gloria anche in Italia. Perché, come afferma Serra, esistono «molte ragioni, tutte legittime, per non amare Malaparte, uomo, scrittore e personaggio. Ma nessuna per negargli un posto di primo piano tra gli interpreti più singolari di un ventesimo secolo le cui inquietudini si prolungano nel nostro», profetizzando in anticipo la decadenza dell’Europa.

(Blog Mario Avagliano, 15 dicembre 2012, @ diritti riservati)

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