Storie – “Parole trasparenti” sull’Italia razzista

di Mario Avagliano

In tema di persecuzione degli ebrei, tra i diversi modi per raccogliere l’invito di David Bidussa a dare più spazio alla storia rispetto alla memoria, c’è il ritorno ai documenti. E quali migliore viatico delle lettere e dei diari? Ne costituisce un mirabile esempio il nuovo libro della collana Storie Italiane del Mulino, Parole Trasparenti. Diari e lettere 1939-1945, che racconta la storia appassionante e a tratti tenera di due sposini ebrei, il triestino Ettore Finzi e la parmigiana Adelina Foà, che decidono, nell’Italia dell’aprile 1939, di imbarcarsi a Genova, con la scusa del viaggio di nozze, e di raggiungere la Palestina per sfuggire alle persecuzioni razziali. L’epistolario è stato curato dal figlio Daniele Finzi e ha vinto, nel 2011, la 27esima edizione del Premio dei Diari di Pieve Santo Stefano.

Le vicende che si susseguono da quell’anno fino al 1945 vengono ricostruite attraverso la corrispondenza fra i due coniugi e i brani dei loro diari. Adelina, avvocato in un prestigioso studio legale di Milano, vivrà per un lungo periodo sola a Tel Aviv con due figli piccolissimi, Anna e Daniele, adattandosi ad impieghi modesti per sopravvivere. Suo marito Ettore, chimico industriale, trova lavoro ad Abadan in Persia, alle dipendenze della Anglo Iranian Oil Company.
Tra loro ci sono migliaia e migliaia di chilometri, ma i due giovani per sentirsi più vicini si scrivono ogni giorno raccontandosi la quotidianità, la disperazione per aver lasciato l’Italia “più per lo schifo che sentivo al calcare quel suolo che per un imminente pericolo”, confidandosi la consapevolezza che la maggior parte dei loro amici non ebrei non aveva compreso “cosa volesse significare per l’eternità, per la storia che l’Italia era diventata un paese razzista” e i timori per i parenti rimasti lì ed esposti ai pericoli della guerra e della deportazione.
Ma non è solo la storia di una nostalgia e di un abbandono, è anche la cronaca dal vivo di un nuovo Stato che tra mille difficoltà sta nascendo, in Palestina, dove “in un terra in sommossa, senza un governo suo, senza un futuro certo e prevedibile, senza un sicuro lavoro e con altre mille incertezze, ci si sente molto, ma molto più liberi che in Italia”.
E scrivendo scrivendo, il 2 novembre 1944 Adelina si rende conto di dell’eccezionalità del momento storico e chiede al marito: “Cosa fai delle mie lettere? Se le tieni come faccio io avremo alla fine un diario abbastanza completo di questo periodo della nostra vita”. Ettore le risponde: “Io conservo la tua ultima (…) come tutte le altre. Tu salva anche le mie e così avremo alla fine il nostro libro”.
Il momento più straziante è quello del 3 agosto 1945, quando dal Consolato italiano arriverà la “desolante notizia” della morte dei genitori di Ettore nell’inferno di Auschwitz.
Al termine della guerra, la famiglia Finzi tornerà in Italia. Le infami leggi razziali sono state abrogate, la persecuzione è finita ma tanti amici e parenti non ci sono più. Restano le lettere e diari di Ettore e Adelina, straordinaria testimonianza che “questo è stato”.

(L'Unione Informa, 12 febbraio 2013)

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Quel Fuhrer con una faccia da spot

di Mario Avagliano

Hitler simil-bambino, dipinto dall’estroso artista padovano Maurizio Cattelan in ginocchio e quasi in lacrime nel Ghetto di Varsavia ed esposto al pubblico col titolo “Him” (Lui) proprio nel quartiere della capitale polacca in cui molti ebrei furono uccisi o deportati nei campi di concentramento. Hitler testimonial di uno shampoo venduto in Turchia con lo slogan “per maschi al 100 per cento”. Hitler a cartoni animati, con un’acconciatura color ciliegia o in costume da panda e bracciale con la svastica, che spopola sulle magliette e sui muri di Bangkok, in Thailandia.
E ancora: Hitler miagolante, riprodotto in uno strano incrocio di gatti dal manto bianco, i Kitler, con macchie nere che rimandano ai baffi ed alla pettinatura del dittatore tedesco. Hitler scrittore best-seller in diversi paesi arabi, in funzione anti-Israele, con il suo manifesto razzista Mein Kampf.
C’era una volta il Male assoluto. Oggi Adolf Hitler non è più un tabù. E la sua immagine, il suo profilo, addirittura i suoi slogan deliranti e i suoi simboli minacciosi vengono utilizzati indifferentemente per motivi di marketing, per pubblicizzare prodotti di largo consumo, per ragioni di politica internazionale oppure col pretesto dell’arte, del cinema e della letteratura.
Insomma, Hitler Er Ist Wieder, vale a dire "È tornato", come titola il provocatorio romanzo dello scrittore esordiente Timur Vermes, pubblicato in Germania lo scorso anno con una copertina tutta bianca, ornata solo dalla celebre frangia nera del Führer. Un libro che in pochi mesi è schizzato a sorpresa in cima alle classifiche tedesche, è in via di pubblicazione in inglese, in francese e altre quindici lingue (in Italia per Bompiani) e presto forse sarà anche oggetto di una versione cinematografica.

Vermes ha immaginato un redivivo Hitler che si sveglia a Berlino, nella Germania di Angela Merkel, nell’estate del 2011, dopo un letargo durato 66 anni. Scambiato per un imitatore di mezza età che fa la caricatura del dittatore, partecipa a uno show televisivo di un turco-tedesco e grazie ai suoi tic, alle sue pose e ai suoi monologhi fuoco-e-fiamme, che scatenano grande ilarità nel pubblico, diventa una star della tv e del web. Su YouTube i post dei suoi video, in cui racconta barzellette politically-incorrect (proprio come faceva in privato, nella realtà storica), vengono cliccati da milioni di persone.
Si ride, ma a denti stretti, in quanto nella finzione del romanzo, dopo il trionfo come comico e show-man, Hitler torna alla politica. E la sua ricetta populista, da “eroe” dell’antipolitica (nel suo programma s’impegna, tra le altre cose, a combattere le cacche di cane e l’eccesso di velocità), fa breccia nel cuore dei tedeschi, tra chi è deluso dai partiti, chi ignora la storia e chi fatica a sopravvivere a causa della crisi economica.
La satira su Hitler non è una novità assoluta. Il primo a mettere alla berlina il Führer fu il grande comico ebreo Charlie Chaplin nell’irriverente film Il grande dittatore, uscito nel 1940. «Ridere fa bene, ridere degli aspetti più sinistri della vita e persino della morte», affermò Chaplin.
Tuttavia allora il mondo non conosceva l’orrore della Shoah e dei campi di sterminio. Ecco perché, nonostante la vena ironica dello script, il record di vendite del romanzo di Vermes, che ha superato in classifica gente del calibro di Ken Follet e Paulo Coelho, ha suscitato un acceso dibattito in Germania.
Operazione nostalgia? Il quarantaseienne Timur Vermes nega decisamente. Il suo intento, ha dichiarato alla stampa tedesca, è al contrario quello di spiegare che anche nel mondo di oggi esiste il pericolo di un novello Adolf Hitler, in versione 2.0, che sfrutti in chiave elettorale un mix esplosivo di comicità, internet e populismo.
Secondo il quotidiano Süddeutsche Zeitung, invece, il successo del romanzo Er Ist Wieder si spiega con la «strana ossessione per Hitler» che si è sviluppata negli ultimi tempi in Germania: «Hitler appare regolarmente sulle copertine delle riviste; invade i canali televisivi con una frequenza che ci impedisce di fare zapping senza vederlo alzare il braccio; e nelle riunioni familiari non manca mai una parodia del “Führrerrr” con due dita sotto il naso, garanzia di ilarità. Questa fissazione per Hitler – sulla figura comica o sull’uomo come incarnazione del male – rischia di far passare in secondo piano i fatti storici». Per dirla in altri termini, è come se, consciamente o inconsciamente, parlando in modo eccessivo di Hitler, si volessero oscurare le responsabilità del popolo tedesco, scaricandole tutte sul dittatore.
E a Berlino già si guarda con preoccupazione all’appuntamento del 2015, anno in cui scadranno i diritti di proprietà sul Mein Kampf del Land della Baviera e l’opera di Hitler (la cui diffusione e vendita è vietata dal dopoguerra in Germania) potrà essere pubblicata liberamente. Per evitare un uso improprio e rigurgiti del nazismo, la Baviera ha già incaricato uno storico affermato, Christian Hartmann, consulente del film La caduta, che raccontava gli ultimi giorni del Führer, di predisporre un'edizione critica commentata, mettendo in rilievo le manipolazioni e le menzogne di quel testo. Sarà sufficiente?

(Il Mattino, 19 febbraio 2013)

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16-18 marzo 1938: il bombardamento fascista di Barcellona

di Anna Foa

Sono in questi giorni settantacinque anni dal grande bombardamento di Barcellona effettuato dall'aviazione italiana nel corso della guerra civile spagnola: dal 16 al 18 marzo 1938 migliaia di bombe si rovesciarono sulla città, uccidendo un migliaio di persone e scatenando il panico nella popolazione che si diede alla fuga. Lo ricordano in contemporanea il Corriere della Sera di ieri e lo spagnolo La Vanguardia, sottolineando anche come, dopo l'attacco del 1937 su Guernica da parte dell'aviazione nazista, fosse la seconda volta che la guerra contro i civili, tanto tipica del Novecento, si operava dall'alto, attraverso i bombardamenti.

Un tragico preludio a quello che sarebbe successo, prima ad opera dell'aviazione tedesca sull'Inghilterra, poi ad opera dell'aviazione anglo-americana sulle città tedesche, nella successiva guerra mondiale. Tali bombardamenti in effetti non colpivano i civili solo come conseguenza indesiderata ed inevitabile delle operazioni militari, ma li colpivano appositamente per demoralizzare il nemico e spingerlo alla resa. Quanto al bombardamento di Barcellona, fu il primo momento di quell'attiva partecipazione, da parte italiana, allla guerra portata da Hitler all'Europa intera, che avrebbe visto l'Italia di nuovo schierata accanto ai nazisti e che avrebbe visto tanti episodi terribili di guerra contro i civili, dal cielo e dalla terra. I "buoni italiani" però non hanno mai chiesto scusa di quel bombardamento, a differenza della Germania, dove nel 1997 il presidente tedesco si è scusato formalmente per il bombardamento di Guernica. Forse, sarebbe il caso di farlo ora. Meglio tardi che mai.

(L'Unione Informa, 18 marzo 2013)

L'articolo di Dino Messina

Il mito degli Italiani brava gente e il bombardamwento di Barcellona del marzo 1938

Che nei cieli e per le strade di Barcellona tra il 16 e il 18 marzo 1938 fosse avvenuto qualcosa di terribile gli italiani lo appresero subito attraverso le corrispondenze del “Corriere della sera”, il più diffuso giornale italiano, dal 1925 controllato dal regime. Già il 18 marzo il quotidiano milanese titolava: «Il popolo di Barcellona chiede la resa», il 20 avvertiva: «Barcellona abbandonata da centinaia di migliaia di abitanti — scene di terrore e di rivolta». E il 21: «Barcellona stremata». I corrispondenti come lo scrittore Guido Piovene o l’inviato Mario Massai sottolinearono la gravità dell’impatto che i bombardamenti dell’aviazione italiana avevano avuto sul corso della guerra ma si guardarono bene dal denunciare, come fece il Times di Londra, che almeno seicento abitanti in tre giorni avevano perso la vita (in realtà circa il doppio), tantissimi bambini, per lo più residenti nei quartieri popolari. Fu subito chiaro, insomma, che la strage non era stata causale ma voluta, per un preciso ordine arrivato all’improvviso da Benito Mussolini in persona. Tutto scritto, tutto documentato dalle cronache dell’epoca, nelle pagine del diario del ministro degli Esteri italiano e genero del Duce, Galeazzo Ciano, nei libri scritti dagli storici italiani, da Giorgio Rochat (“Le guerre italiane 1935-1943″) a Lucio Ceva, “Spagne 1936-1939″.
Eppure ben poco della verità sull’orrore scatenato dai bombardieri italiani decollati dalle Baleari con l’ordine preciso di colpire e seminare terrore è giunto alla nostra opinione pubblica. Per prendere coscienza delle responsabilità italiane nel primo “civil bombing” di una grande città europea forse occorrerebbe un atto pubblico simile a quello compiuto dal presidente tedesco Roman Herzog che nel 1997, nel sessantesimo anniversario di Guernica (26 aprile 1937), chiese scusa alla gente spagnola. Guernica-Barcellona un paragone azzardato? Nient’affatto. Altri se ne potrebbero fare. Per esempio con Durango, la cittadina della Vizcaya che il 31 marzo 1937 venne attaccata da squadriglie italiane che distrussero case e uccisero 289 persone. Barcellona tuttavia resta una pietra miliare del terrore e forse è venuto il momento, dopo aver analizzato per circa un ventennio gli effetti che la «guerra ai civili» ha avuto sul suolo italiano (dai rastrellamenti nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 ai bombardamenti dell’aviazione Alleata), che gli storici facessero uno sforzo pari in direzione diversa. Raccontarci, cioè, dall’Etiopia ai Balcani, dalla Grecia alla Spagna la guerra vista dalla parte delle vittime, con gli italiani nelle vesti di aggressori. Non che manchino studi di questo tipo, da Angelo del Boca in poi, ma si sente soprattutto in ambito divulgativo, una reticenza lontana. Quella che deriva dall’auto rappresentazione di «italiani brava gente», ma anche da una mancata Norimberga successiva al fascismo e, non ultimo, dal fatto di essere entrati nella Seconda guerra mondiale con una casacca e nell’esserne usciti con un’altra.
Il bombardamento di Barcellona, così come tutti gli altri atti di terrore dall’aria durante l’aggressione alla Repubblica spagnola, è il frutto ideologico, militare e politico di una storia tutta italiana. Il punto di vista militare e ideologico risale a Giulio Dohuet, che ben prima del britannico Hugh Trenchard, cioè negli anni Venti, con un’opera ancora oggi citata in tutti i manuali di strategia militare, “Il dominio dell’aria”, anticipò il concetto del «civil bombing»: «Immaginiamoci una grande città che, in pochi minuti, veda la sua parte centrale, per un raggio di 250 metri all’incirca, colpita da una massa di proiettili dal peso complessivo di una ventina di tonnellate…». Sembra la profezia di quanto sarebbe avvenuto a Barcellona dove i bombardieri Savoia Marchetti 79 in un paio di giorni sganciarono circa 44 tonnellate di esplosivi.
E a un’azione dimostrativa che seminasse terrore, come ha raccontato anche Edoardo Grassia, pensava Mussolini quando pochi minuti prima di pronunciare alla Camera il suo discorso in reazione all’Anschluss dell’Austria da parte delle truppe di Hitler, diede l’ordine al Capo di Stato Maggiore della Regia aeronautica di «iniziare azione violenta su Barcellona con martellamento diluito nel tempo». Nessuna consultazione con altri organismi militari, nemmeno con Franco. Fu una decisione di Mussolini per seminare terrore. E nelle intenzioni anche una cinica operazione mediatica per recuperare terreno rispetto all’iniziativa di Hitler e magari rimediare alla figuraccia ancora non dimenticata della disfatta di Guadalajara. La riprova delle intenzioni di Mussolini si ha nel diario di Galeazzo Ciano, quando annota la reazione del duce alle proteste di parte britannica: «Quando l’ho informato del passo di Perth (ambasciatore inglese a Roma, ndr), non se ne è molto preoccupato, anzi si è dichiarato lieto del fatto che gli italiani riescano a destare orrore per la loro aggressività anziché compiacimento come mandolinisti».
A Mussolini il progetto di trasformazione antropologica del popolo italiano non riuscì ma il fascismo portò «la brava gente» a macchiarsi di crimini di cui dobbiamo chiedere scusa.

(Corriere della Sera, 17 marzo 2013)

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La Grande Guerra digitale

di Mario Avagliano

Finora la storia della prima guerra mondiale del 1914-1918, che solo sul fronte italiano provocò oltre 700 mila vittime e più di un milione tra mutilati e feriti, era stata raccontata attraverso saggi storici, libri cult come Addio alle armi di Ernest Hemingway, oppure film come Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick o La Grande Guerra di Mario Monicelli. In vista del centenario del 2014, l’Europa ha pensato di raccogliere le storie personali dei reduci, andando a rovistare nei cassetti e nei bauli dei familiari di chi visse quell’esperienza, alla ricerca di lettere, diari, disegni, ritagli di giornali, cimeli risalenti a quel periodo cruciale.

La creazione di un portale internet dedicato da parte di Europeana, il grande archivio digitale europeo, e i collection day, gli appuntamenti di raccolta dei materiali, che hanno toccato, a partire dal 2011, Germania, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Slovenia, Danimarca, Lussemburgo, Irlanda, Cipro e, per quanto riguarda l’Italia, Trento (il 16 marzo scorso), hanno consentito di collezionare già 56 mila reperti della Grande Guerra, digitalizzati e pubblicati on line. Lettere d’amore dal fronte, bracciali realizzati in trincea con le pallottole dei nemici, divise di soldati, armi, immagini dei campi di prigionia, consultabili anche su pc, tablet e smartphone.
Ora il progetto Europeana 1914-1918, che in l’Italia vede impegnati l’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il Museo Centrale del Risorgimento e la Fondazione Museo storico del Trentino, sbarca a Roma. Tutte le persone in possesso di materiali della prima guerra mondiale potranno partecipare il 15 maggio alla giornata di raccolta presso la Biblioteca Nazionale centrale (viale Castro Pretorio, 105), dalle ore 10 alle 18. Un team di esperti sarà a disposizione per la digitalizzazione dei reperti e la registrazione dei racconti. Coloro che non possono prendere parte al collection day, potranno registrarsi sul sito www.europeana1914-1918.eu e caricare direttamente il materiale nell’archivio on line.
“L’Italia - commenta Rossella Caffo, direttore dell'ICCU - attribuisce un’importanza strategica a questo progetto. I materiali raccolti nel nostro Paese saranno pubblicati anche sul sito www.14-18.it, il portale italiano della Grande Guerra”.
La volontà è quella di riunire “virtualmente” su questo portale i documenti e le testimonianze relative all’Italia. E nonostante sia passato un secolo da quegli eventi, la ricerca già comincia a dare sorprendenti frutti, come gli spartiti musicali composti nel Cellelager dai militari italiani catturati dagli austriaci dopo la disfatta di Caporetto, messi a disposizione da Alessandra Ghidoli, nipote del sottotenente e violinista Alceo Rosini; le prime fotografie dei campi di prigionia italiani, ad Avezzano e in Sardegna; e l’immagine straordinaria e inedita della proclamazione della dichiarazione di guerra dell’Italia, il 24 maggio 1915, in una piazza del Quirinale gremita di folla.

(Il Messaggero, 8 maggio 2013)

 

La Grande Guerra. Storie dal cuore d’Italia

di Mario Avagliano

Anche la Grande Guerra ha avuto il suo selfie. Lo scatto è datato 12 luglio del 1916, quando in una Trento ancora austriaca, il boia si fece ritrarre sorridente, circondato da sei o sette militari e civili, mentre esibiva in pubblico il corpo di Cesare Battisti, condannato a morte per “alto tradimento” in un processo farsa, in quanto colpevole di essersi comportato da italiano fra gli austriaci. Otto minuti di agonia, ucciso mediante strangolamento nella Fossa della Cervara, sul retro del Castello del Buonconsiglio, stringendo lentamente la corda attorno al suo collo.
Josef Lang, l’aguzzino coi baffi e il cappello a bombetta venuto apposta da Vienna per la macabra esecuzione, dovette compiere due volte l’atto, perché la prima il cappio si spezzò. Ma il previdente boia aveva portato una seconda corda in valigia. Terminato il suo lavoro, si prestò volentieri ad un autoscatto che avrebbe danneggiato l’immagine dell’Austria agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Annotò, caustico, lo scrittore austriaco Karl Kraus: “Non solo abbiamo impiccato, ma ci siamo messi anche in posa”.
Oggi l’imponente mausoleo dedicato al martirio di Battisti, opera dell’architetto veronese Ettore Fagiuoli, che si ispirò alla tomba parigina di Napoleone a Les Invalides, è semi-abbandonato. Mancano le indicazioni stradali e l’erba attorno al monumento è alta.
È una delle tredici storie raccontate da Federico Guiglia nel libro “Dov’è la vittoria”, una sorta di diario di viaggio nel tempo tra i monumenti della Grande Guerra, che copre tutta l’Italia, da Bolzano a Giardini Naxos, ed esce in occasione del centenario dell’inizio del conflitto per il nostro Paese (24 maggio 1915).
Uno dei monumenti più suggestivi è il Sacrario Militare di Fogliano Redipuglia, in provincia di Gorizia, il memoriale più grande d’Italia e tra i maggiori al mondo, dove riposano le spoglie di centomila giovani vittime della prima guerra mondiale, di cui quarantamila identificati e gli altri ignoti. Una curiosità sul nome: non c’entra né il re né la Puglia, è un termine che deriva dallo sloveno e significa “terra di mezzo”.
“Impossibile restare insensibili nel leggere così tanti nomi in fila uno dopo l’altro, sotto la scritta ‘presente’, grande e ripetuta una, due, decine di volte”, annota Guiglia. Centomila storie di solitudine che toccano nord, centro e sud d’Italia, senza distinzioni.
Visto dall’alto il sacrario, dove è salito anche Papa Francesco rivolgendo il suo appello al “mai più guerra”, evoca la tastiera di un pianoforte. Fu voluto da Benito Mussolini e dal suo regime, progettato dall’architetto Giovanni Greppi e dallo scultore Giannino Castiglioni e inaugurato il 18 settembre 1938.
Tra i tanti soldati sepolti, l’unica donna è una crocerossina, Margherita Kaiser Parodi Orlando, medaglia di bronzo al valor militare. È nella prima fila e ha una croce che ne sovrasta l’identità sulla lapide. Mentre bombardavano, Margherita non abbandonò l’ospedale mobile in cui operava. Fece valere il coraggio della carità. Morì a ventun anni per febbre spagnola nell’immediato dopoguerra.
Qui giace anche la salma di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, comandante della Terza Armata. “Il duca invitto”, era stato ribattezzato per non aver perso una battaglia. Morì nel 1931 e chiese l’onore d’essere seppellito a Redipuglia tra i soldati noti e ignoti. “Sarò con essi – scrisse nel suo testamento – vigile e sicura scolta alle frontiere d’Italia, al cospetto di quel Carso che vide epiche gesta ed innumeri sacrifici, vicino a quel mare che accolse le salme dei marinai d’Italia”.
Tra i tanti monumenti, non poteva mancare il Vittoriano di Piazza Venezia, conosciuto anche come l’Altare della Patria, una delle più grandi opere dell’Ottocento, progettata dal grande architetto Giuseppe Sacconi e costruita per il primo re d’Italia, Vittorio Emanuele II. Un cantiere dalla durata lunghissima: la prima pietra fu posta nel 1885, l’ultima cinquant’anni dopo, nel 1935. Nel frattempo, nel 1921, presso il monumento era stata sepolta la salma del Milite ignoto.
Negli anni Settanta l’Altare della Patria fu oggetto di una violenta polemica, di carattere ideologico, e venne appellato in vari modi pur di ridicolizzarlo: “macchina per scrivere”, “torta nuziale”, “panettone”. Disconoscendone il valore architettonico e artistico e considerandolo, a torto, un simbolo del fascismo invece che del Risorgimento.
Fu il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi a riscoprirlo e a far riaprire al pubblico il Vittoriano il 20 settembre 2000, anniversario di Porta PIa. Veniva così riconsegnato ai romani un grande monumento coi suoi 17 mila metri quadrati di superficie e 81 metri d’altezza. Con le sue statue e sculture, le sue decorazioni, i suoi musei. E i valori incisi sul marmo: l’unità della nazione che equivale alla libertà dei cittadini. “Una piccola città di memorie civili – chiosa Guiglia – dentro la grande Città eterna, un perfetto crocevia di Roma, che vuol dire amor all’incontrario”.

(Il Messaggero, 24 maggio 2015)

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Storie – Germania 1945: sconfitta o liberata?

di Mario Avagliano

Il settantesimo anniversario del crollo del Terzo Reich, caduto l’8 e il 9 maggio scorso, ripropone un interrogativo storico sul giudizio del popolo tedesco su quel momento: si sentirono sconfitti o liberati?
A riflettere su questo tema, è stato Gerhard Hirschfeld, professore allo Historisches Institut dell’Università di Stoccarda, uno dei massimi storici tedeschi contemporanei, in una lezione tenuta al Festival “È storia” a Gorizia qualche giorno fa.
Secondo Hirschfeld , nella Germania del 1945 inizialmente per la maggioranza dei tedeschi la fine del Terzo Reich non fu vissuta come una liberazione ma come una tragica sconfitta. “Anche molte persone per bene, uomini e donne, considerarono la fine del regime di Hitler una catastrofe, una rovina”, ha affermato lo storico.
Simili furono i sentimenti di milioni di soldati tedeschi. Come testimoniano molti appunti e diari dell’epoca, “non pochi cittadini si sentirono prigionieri di un’atmosfera da fine del mondo. Altri si abbandonarono all’autocommiserazione ed al pianto”.
Non per tutti fu così. Diversa fu la reazione degli oppositori e delle vittime del nazismo, per i quali il tramonto della dittatura rappresentò l’agognata liberazione: i perseguitati, gli esiliati, i prigionieri politici e ovviamente i sopravvissuti dei lager, ebrei e non ebrei, nonché i milioni di stranieri prigionieri di guerra o costretti al lavoro coatto in Germania.
Ma i tedeschi oppositori del nazismo “erano solo una minoranza”, osserva Hirschfeld. La maggior parte dei tedeschi aveva condiviso la strategia di superiorità della Germania perseguita da Hitler, con una “fede quasi religiosa” nella sua onnipotenza. Avrebbero impiegato molto tempo per capire che quella sconfitta era in realtà una liberazione e conteneva in sé “il germoglio della speranza in un futuro migliore”, come disse in un celebre discorso del 1985 il presidente della Repubblica Federale Richard von Weizsäcker.

(L'Unione Informa e Moked.it, 26 maggio 2015)

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Quei massacri ordinati dai Borbone

di Mario Avagliano

Il patriota Luigi Settembrini così descriveva nel 1847 il Regno delle Due Sicilie: «nel paese che è detto giardino d’Europa, la gente muore di vera fame e in istato peggiore delle bestie, sola legge è il capriccio». E Carlo Pisacane, in una lettera a Giuseppe Fanelli, uno dei pugliesi dei Mille, affermò che anche il Sud aveva dei doveri tremendi perché “ha sul collo una di quelle tirannidi che degradano chi le sopporta”.

Gianni Oliva nel suo recente saggio Napoli e la Sicilia: un regno che è stato grande (Mondadori), ha invece sostenuto che dal 1734 al 1861 il Mezzogiorno visse un grande fervore intellettuale e di rinnovamento sociale, non negando però che il regime borbonico si distinse per la sua opera di repressione dei patrioti.
Ma chi furono davvero i Borbone? Sovrani illuminati, mecenati del progresso, costruttori di un Mezzogiorno moderno e avanzato, oppure regnanti dispotici e illiberali, pronti a sopprimere ogni anelito o aspirazione alla democrazia e alle riforme, anche ricorrendo a mercenari e banditi?
Un nuovo lavoro di Antonella Orefice, Termoli e Casacalenda nel 1799. Stragi dimenticate (Arte Tipografica Editrice, pp. 101, euro 12), appena pubblicato, fornisce nuovi elementi a chi propende per la seconda tesi, proponendo la ristampa anastatica di due manoscritti dell’epoca che parlano delle stragi avvenute nel febbraio di quell’anno in due città del Molise che, durante i mesi della nascente Repubblica Napoletana, furono devastate dalle orde sanfediste del cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria, al quale i Borbone, per tentare di arginare il fenomeno rivoluzionario, avevano affidato il duro compito della repressione.
L’esercito del cardinale, sbarcato il 7 febbraio in Calabria, si macchiò di efferati delitti nella sua avanzata verso Napoli (che occupò nel mese di giugno). Gli omicidi in primo piano in questo libro sono quelli dei fratelli Brigida, due giovani patrioti che furono trucidati, assieme ad altri compagni, a Termoli, e quello di Domenico De Gennaro, un giudice di Casacalenda che aveva sostenuto le idee repubblicane.
Le storie sono narrate nei dettagli: la strage di Termoli, da un testimone oculare dei fatti, Teodosio Campolieti, e quella di Casacalenda, da padre Giuseppe La Macchia, il parroco del paese, che fu anche protagonista dei fatti.
Gli elementi che accomunano i due memoriali sono essenzialmente tre: i patrioti vittime di tradimenti ed inganni, la devastazione dei luoghi, e la pietas cristiana invocata sia per i vincitori che per i vinti, nel memoriale su Termoli, dalla madre dei fratelli Brigida, ed in quello su Casacalenda, dal sacerdote La Macchia.
Si tratta, insomma, di due testimonianze forti delle atrocità commesse in Calabria, Puglia, Molise e Basilicata dall'esercito dei sanfedisti, costituito da mercenari albanesi, contadini del luogo ed avanzi di galera liberati per l'occasione dal cardinale Ruffo con la promessa di un lauto bottino di guerra.
Altamura, ad esempio, venne sottoposta ad assedio e a causa dell’intenso cannoneggiamento, dovette soccombere. Non vennero risparmiati vecchi, donne e bambini; alcuni conventi di suore furono profanati e la città venne data alle fiamme e saccheggiata dalle truppe sanfediste. Le stesse stragi si ripeterono ad Andria e a Trani e Gravina venne saccheggiata e data in premio ai mercenari.
Altre stragi o fucilazioni sommarie si registrarono nei decenni successivi. Un caso esemplare: nel Cilento, definito dalla polizia borbonica la “culla del ribellismo meridionale”, nel 1829 i fratelli Patrizio, Domenico e Donato Capozzoli, tutti e tre patrioti, catturati, furono fucilati a Palinuro e le loro teste mozze portate in giro nei paesi vicini per servire da monito alle popolazioni.
Il libro della Orefice segue quello precedente, Il Pantheon dei Martiri del 1799, e i manoscritti proposti nel libro provengono dallo stesso fondo archivistico di Mariano D'Ayala, con annessa trascrizione e note introduttive della Orefice, dello storico fiorentino Luigi Pruneti e dell'avvocato Mario Zarrelli.
I fratelli Brigida e Il giudice Domenico De Gennaro sono tre dei tanti patrioti oscuri e sconosciuti del Mezzogiorno che tra la fine del Settecento e la seconda metà dell’Ottocento animarono le lotte riformiste contro i Borbone e il Risorgimento italiano. Spiega la Orefice: “La mia vuole essere una risposta a chi, negli ultimi tempi, sta tentando un revisionismo storico sul Risorgimento, santificando i briganti e considerando traditori del regno i nostri martiri del 1799. Dai memoriali traspare la vera natura di quanti combatterono per il Borbone, perché lo fecero e da quanto vero "amore per la terra" furono mossi. Come sempre ho lasciato parlare i documenti, quelli veri, quelli scomodi”.

(Il Mattino, 14 giugno 2013)

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Storie – I contadini del Gargano convertiti all’ebraismo

di Mario Avagliano

Il primo ad occuparsi della curiosa e insolita conversione all’ebraismo di un gruppo di famiglie di un piccolo paesino dell’Italia meridionale, San Nicandro Garganico, fu la rivista inglese Time, che nel settembre 1947 dedicò alla storia un reportage. Protagonista del cammino di fede, in piena era fascista (seconda metà degli anni Trenta), era stato un signore di nome Donato Manduzio, classe 1885, reduce della Grande Guerra. Un’epifania religiosa dal carattere del tutto autonomo, avvenuta a seguito del dono di un Bibbia da parte di un compaesano emigrato che si era convertito ai pentecostali.

La vicenda di Manduzio e dei circa ottanta aspiranti ebrei di San Nicandro che nel dopoguerra, dopo aver avuto il riconoscimento definitivo da parte dell’ebraismo italiano, presero la via dell’emigrazione verso il nuovo Stato di Israele, è stata raccontata nel libro Gli ebrei di San Nicandro di John A. Davis (Giuntina), da poco uscito in libreria.
Uno dei punti più interessanti del volume è l’esame del contesto in cui matura la conversione, che è quello di una comunità rurale e contadina del Mezzogiorno, i cui membri erano quasi tutti analfabeti e dalle condizioni di vita alquanto precarie. In questo ambiente povero e genuino, l’ebraismo viene visto come una possibilità di redenzione e di cambiamento.
Un aspetto paradossale è la tempistica della conversione: la richiesta della micro-comunità di San Nicandro giunge infatti a Remo Cantoni e agli leader dell’epoca dell’ebraismo italiano tra il 1937 e il 1938, proprio alla vigilia delle leggi razziali. E proprio a causa dell’entrata in vigore dei provvedimenti razzisti, alla fine resta inevasa.
La “pratica” viene riaperta dopo l’arrivo in Puglia nel gennaio 1944 della Brigata ebraica e l’incontro di Manduzio e dei suoi seguaci con Enzo Sereni che, come scrive Davis, «ebbe un effetto incredibile» su di loro: «Le sue parole sulla vita nella terra promessa e il suo incitamento all’emigrazione furono risolutive per la scelta della piccola comunità».
Nel 1946 i maschi sannicandresi furono circoncisi dal chirurgo Ascarelli e, nonostante la morte di Manduzio, nel 1948 iniziò l’emigrazione in Erez Israel. La famiglia Cerrone fu la prima, quell’estate, a lasciare la Puglia e a stabilirsi in un kibbutz in Israele. Un altro consistente gruppo di sannicandresi s’imbarcò sulla nave israeliana Galilee a Bari il 21 novembre 1949. Una storia straordinaria che meritava di essere ricostruita.

(L'Unione Informa e portale Moked.it 18 giugno 2013)

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