Storie – Il progetto del museo a Predappio

di Mario Avagliano

   Oggi alla trasmissione “La Radio ne parla” su RadioRai, insieme ad altri studiosi di storia, ci siamo confrontati sul progetto del comune di Predappio, paese natale di Benito Mussolini, in provincia di Forlì-Cesena, di allestire un’esposizione permanente sul fascismo nell’edificio dell’ex Casa del Fascio.
La realizzazione del museo è stata affidata all'Istituto Parri di Bologna, diretto da Luca Alessandrini, e a un comitato scientifico di cui fanno parte diversi storici, tra cui ad esempio Marcello Flores, anche lui presente in trasmissione.
Su questo tema, come spesso accade in Italia, si è scatenato un dibattito che, come ha detto Carlo Greppi, ha assunto i caratteri del “tribalismo” e del tifo da stadio (vedi referendum).
La nascita di un museo dedicato alla storia del fascismo comporterebbe fare i conti su quella fase storica, cosa che l’Italia ha fatto ancora troppo poco, a differenza ad esempio della Germania. Io credo allora che invece che interrogarsi sul “se” fare il museo, bisognerebbe interrogarsi sul “come” si realizzerà quel progetto.
David Bidussa l’ha definita giustamente una sfida culturale. Uno storico contrario al progetto, Giovanni Sabatucci, intervenendo in trasmissione, ha invece adombrato i rischi che il museo possa inconsapevolmente avere un intento celebrativo.
Se però esso racconterà con immagini, video, parole le violenze squadriste, la soppressione delle libertà, le leggi fascistissime, la persecuzione degli ebrei e le leggi razziste del 1938, le stragi compiute dagli italiani in guerra, la complicità con il nazismo, tale pericolo sarà scongiurato. E anche i nostalgici che ciclicamente si recano a Predappio per celebrare il duce, se ne torneranno a casa con un pugno metaforico allo stomaco.

(L’Unione Informa e Moked.it 1° novembre 2016)

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Farmaci militarmente preziosi così si drogava la Germania nazista

di Mario Avagliano 

  Guerra e droga sono un binomio antico. I vichinghi andavano all’assalto dei nemici sotto l’effetto di funghetti, i guerrieri incas masticando le foglie di coca, i soldati della guerra civile americana dopati con la morfina, mentre durante la Grande Guerra i nostri soldati si davano coraggio bevendo la grappa, per non parlare del conflitto in Vietnam. Un best seller mondiale, Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista, dello scrittore Norman Ohler, già tradotto in 18 lingue e appena uscito in Italia (Rizzoli pp. 383, euro 22), ricostruisce in modo documentato l’uso e l’abuso di metilanfetamine tra i soldati tedeschi durante la seconda guerra mondiale, in particolare il Pervitin, assunto anche dal generale Rommel e dallo stesso Adolf Hitler.
Il Pervitin venne sviluppato dallo scienziato Fritz Hauschild, che era rimasto strabiliato dagli effetti delle benzedrine sugli atleti americani in gara alle Olimpiadi di Berlino nel 1936. Brevettato dagli stabilimenti Temmler nel 1937, divenne in breve tempo di moda nella Germania nazista, che febbrilmente inseguiva il sogno di conquistare il mondo, perché bastava ingurgitare alcune pasticche «rivitalizzanti» per rimanere svegli ed euforici per ore e ore.
Il capo dei medici del Reich, Otto Ranke, lo considerava «un farmaco militarmente prezioso!», poiché consentiva ai soldati di tirare avanti per oltre due giorni senza provare stanchezza e sonno e aveva effetti anche sul sistema inibitorio. E così quando la Germania invase la Polonia, fu lo stesso quartier generale della Wehrmacht a distribuirne dosi massicce ai soldati tedeschi, assieme al rancio quotidiano.
Le pilloline miracolose si rivelarono particolarmente utili nel maggio del 1940, in occasione della conquista del Belgio e del blitzkrieg in Francia, in quanto assumendo una pasticca al giorno e due di notte i panzer nazisti poterono procedere a tutta velocità attraverso le Ardenne, non fermandosi mai per quattro giorni di filato, macinando centinaia di chilometri. Un’impresa che lasciò esterrefatti i francesi e contribuì in modo determinante alla loro disfatta.

Il saggio di Ohler, pubblicato in Germania con il titolo “Der totale Rausch”, ovvero “La totale euforia”, e basato su documenti degli archivi tedeschi e americani, dimostra che gli psicofarmaci furono uno dei fattori di costruzione del mito della macchina da guerra del Terzo Reich, accanto all’ideologia nazista e alla disciplina del popolo tedesco. Il Pervitin era largamente diffuso tra i tedeschi, nonostante che, ufficialmente, le droghe fossero state bandite dal nazismo. Lo prendevano sportivi, cantanti, studenti sotto esame e massaie e venne sperimentato anche da scrittori del calibro di Heinrich Böll, Gottfried Benn, Klaus Mann e Walter Benjamin.
Ogni giorno in Germania si producevano 833 mila compresse e nel 1944, quando le sorti della guerra erano segnate, la Wehrmacht ne ordinò quattro milioni di confezioni.  Altre droghe furono sviluppate dai medici nazisti, che le sperimentarono sui prigionieri dei lager, come in quello di Sachsenhausen.
Il primo a farne uso era il «paziente A» Adolf Hitler che, come emerge dalla lettura delle carte del suo medico personale Theodor Morell, da quasi vegetariano e non fumatore, col tempo divenne sempre più dipendente dalle metilanfetamine e, non contento, passò poi al consumo dell’Eukodal, un derivato dell’oppio più potente dell’eroina (nel periodo di Salò, Morell somministrò psicofarmaci anche a Mussolini, definito il «paziente D»).  
Ohler calcola che tra il 1941 e il 1945, Hitler fece almeno 800 iniezioni di sostanze chimiche, inghiottendo più di 1.100 farmaci in forma di pillola.
Grazie all’Eukodal, il Führer appariva sempre fresco e allegro, trasmettendo fiducia ai suoi uomini. Morrell rivelò che gliene iniettò una dose anche il giorno del famoso convegno di Feltre del 19 luglio 1943, quando il Führer invasato e sovraeccitato parlò per tre ore di fila e mise verbalmente kappaò Mussolini che voleva sfilarsi dalla guerra.
Dopo il fallito attentato del luglio 1944 che gli provocò danni permanenti al timpano, Hitler iniziò anche a sniffare cocaina e nella primavera del 1945, rinchiuso nel bunker di Berlino, finì la sua vita come un tossico, con la bava alla bocca e il tremore alle mani, soffrendo di allucinazioni e con le vene rovinate dai buchi.

(Il Messaggero, 29 novembre 2016)

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Intervista a Ágnes Heller: “Basta con i muri. Occorre rispetto nell’Europa divisa”


di Mario Avagliano

  “L’Europa è ammalata di bonapartismo. Ogni volta che si trova in crisi, come quella attuale dell’ondata migratoria, ricasca nella tentazione dell’uomo forte. Così si spiega il successo dei partiti populisti in molti Paesi europei”. Ágnes Heller, filosofa ungherese allieva di Lukács, pochi giorni fa a Trieste per il festival èStoria, è preoccupata. E indica la strada “americana” dell’integrazione per uscire dal tunnel e far ritrovare all’Unione Europea l’anima perduta.

Qual è l’identità dell’Europa oggi?
Un’identità europea chiara e ben delineata oggi non esiste. Nel corso dei secoli abbiamo avuto una serie di identità europee, ad esempio quella cristiana. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e soprattutto dopo la caduta dell’Unione Sovietica, l’Unione Europea, non l’Europa nella sua interezza, perché non si può includere in questo discorso la Russia di Putin, sta tentando di far propria la tradizione liberaldemocratica, centrata sul primato della legge e sulla divisione dei poteri. E sarebbe una cosa bella! Però sarebbe anche auspicabile che i leader europei avessero coscienza del passato storico del continente e la smettessero di far riferimento a presunti valori europei. Ogni volta che lo fanno, io mi arrabbio molto e mi domando quali siano questi valori europei, perché in realtà nel XX secolo l’Europa ha ucciso centinaia di milioni di persone con due guerre mondiali, due stati totalitari, Auschwitz e i Gulag, innumerevoli dittature.
Uno dei grandi problemi dell’Europa moderna è l’emergenza migratoria. L’arrivo di tanti migranti rischia di cambiare l’anima del Vecchio continente?
Nel Settecento in Europa si sono affermati due diritti diversi: i diritti dell’uomo e i diritti del cittadino. La questione è se questi diritti siano veramente compatibili, perché sembrano non esserlo in tutti i casi: i diritti dell’uomo esigerebbero da noi per esempio di accettare tutti gli immigrati perché bisogna difendere i loro diritti in quanto uomini; il diritto dei cittadini esigerebbe viceversa di poter determinare chi lasciamo entrare in Europa e chi lasciamo fuori. Dunque ci troviamo davanti a questa condizione conflittuale che certamente sarà determinante per il futuro dell’Europa. Aggiungo che oltre a tale conflitto, dobbiamo anche considerare la reazione naturale, innata in ognuno di noi, quando ci troviamo a confrontarci con una persona che ha un’altra lingua, un’altra cultura. Il problema sorge quando un governo strumentalizza questi sentimenti per scopi più o meno nobili. Il futuro dell’Europa dipende dalla capacità dei governi europei di contemperare questi diritti.
Si torna a parlare di confini e di barriere. Un ritorno al passato?
Sono fortemente contraria a ogni tipo di recinto e di confine, però dobbiamo anche riconoscere il diritto appena menzionato del cittadino di limitare i diritti dell’uomo. A casa mia quando invito degli ospiti o anche dei parenti per qualche giorno, ci sono delle regole da rispettare: tenere pulito il bagno, non arrivare dopo mezzanotte e magari non venire accompagnati da una prostituta. I migranti dunque in Europa io li accetto volentieri, ma ci sono delle regole che anche loro devono rispettare, che sono le regole dello Stato nel quale vengono ospitati. Non c’è legge religiosa in questo mondo che possa essere superiore alle leggi dello Stato, e questo i migranti devono capirlo, altrimenti se le violano finiscono in prigione come ogni altro cittadino. Un’altra cosa difficilissima da realizzare qui in Europa, è che noi quando parliamo di integrazione spesso la confondiamo con il concetto dell’assimilazione, dunque col fatto che qualcuno diventi uguale a noi, parli la nostra stessa lingua, faccia proprie le nostre abitudini, i nostri comportamenti. Arriviamo all’estremo di esigere da loro che facciano propria la storia del paese ospitante, invece che la propria storia. Con questa confusione stiamo creando delle grandi tensioni e dei grandi conflitti. A nessuno piace assimilarsi. Un grande esempio sono di certo gli Stati Uniti, dove si parla di integrazione: tu vai a scuola e nessuno si oppone se porti lo chador o la croce, basta che studi. In Francia abbiamo invece un problema, perché lì non c’è integrazione ma assimilazione, viene insomma richiesta l’assimilazione alla cultura francese senza considerare la situazione degli immigrati. Negli Stati Uniti le cose funzionano molto meglio perché c’è vera integrazione, e non assimilazione; quando di recente Obama ha legalizzato la situazione di circa tre milioni di cittadini, questi sono scesi subito tutti nelle piazze, felici, a sventolare bandiere americane. Una cosa del genere non possiamo immaginarla in Francia, dove i musulmani francesi non lo farebbero mai perché non amano il paese che li ospita, il paese nel quale loro stessi sono cittadini, anche se discriminati.
La cultura dell’odio e dell’esclusione può vincere?
Il rafforzamento dei sentimenti nazionalisti e populisti in Europa non è causato dalla crisi migratoria di adesso, ma risale soprattutto alla crisi economica e finanziaria che ha avuto inizio nel 2007-2008. L’immigrazione non ha fatto altro che rafforzare questi fenomeni. Una causa storica che spiega in Europa il rafforzamento di tali tendenze è l’intolleranza europea nei confronti del fenomeno della frustrazione, ovvero: quando abbiamo un problema in Europa, iniziamo a gridare aiuto invece di cercare di risolverlo da soli. Purtroppo la storia testimonia che nei momenti di crisi l’Europa, invece di attenersi agli ideali liberali, è tornata ogni volta al bonapartismo.
Che cosa intende per bonapartismo?
Di fronte alle situazioni di crisi, in Europa c’è la tendenza ad invocare l’aiuto di un leader forte, scegliendo la strada della dittatura e dando vita a stati militarizzati. Questo è accaduto in Germania, in Italia, in Spagna, in Grecia, dappertutto. Bonaparte è stato solo il primo di una serie di leader provenienti dal basso, molto ambiziosi e che promettevano di salvare il popolo. Esempio storico: quando negli anni Venti è scoppiata la crisi economica in Europa e nel mondo, la crisi americana è sfociata nel New Deal, quella europea ha portato Hitler, Mussolini e altri tiranni. Dunque, ogni volta che c’è un problema noi europei cerchiamo l’aiuto di qualche tiranno, invece negli Stati Uniti cercano di riprendersi e di risolvere i problemi. Questo è ciò che io chiamo l’“intolleranza della frustrazione”, di fronte alla sofferenza, non riusciamo ad fronteggiare la frustrazione e questo porta ad un rafforzamento del populismo che gioca sempre la carta che porta voti, ed è la via più facile. La crisi dei migranti ne è un esempio. Vorrei citare a tal proposito le parole di Istvàn Bethlen, nobile politico ungherese, che ha detto: “l’odio avvelena l’anima della nazione che odia” e io condivido pienamente le sue parole.
È questo il motivo del successo dei partiti populisti o nazionalisti?
Fomentando odio, diversi leader populisti hanno raggiunto grandi consensi e sono riusciti a rafforzare la base politica. E così tutti gli immigrati di questi paesi sono identificati come terroristi e vengono proposti nuovi muri. Fatto sta che il paragone con il Muro di Berlino non regge pienamente, perché queste nuove mura non sono completamente impermeabili. Il Muro di Berlino lo era, non lo si poteva attraversare se non con il rischio di finire fucilati. I nuovi muri invece sono permeabili, ci sono categorie che possono passare: dipende soltanto dal governo di quel paese decidere quanti e quali categorie lo possono fare, sempre in base ai propri interessi. Allo stesso tempo, va riconosciuto che i leader europei si sono trovati ad affrontare le grandi masse di migranti completamente impreparati.
Finora l’America, come lei ha detto, è stata un po’ un’Arca di Noè in grado di accogliere e integrare i migranti, a vantaggio anche della sua economia. Con Donald Trump potrebbe cambiare qualcosa?
Credo che Donald Trump abbia poche chance di vincere, ma se per ipotesi diventasse presidente degli Stati Uniti, certamente non sarà un bonapartista. È impossibile che lui metta in discussione la costituzione americana e dunque il sistema del bilanciamento dei poteri; è impossibile che lui, come chiunque, metta questo in discussione perché c’è il Congresso, il Senato e al primo tentativo verrebbe cancellato con un impeachment. L’unico rischio che vedo della politica di Donald Trump è nella politica estera, dove il controllo del bilanciamento dei poteri non è così forte come nella politica interna.
Lei ha vissuto due persecuzioni, come ebrea e come anticomunista. C’è ancora una pulsione antisemita in Europa e nel mondo?
Si ho subito le persecuzioni di uno stato totalitario per la mia opposizione allo stato comunista. Per quanto riguarda l’antisemitismo, io non dispongo di analisi tali da poter affermare che l’antisemitismo stia crescendo. Credo comunque che oggi in Germania, Francia e Inghilterra il 30% della popolazione viva ancora forti sentimenti antisemiti. L’antisemitismo di oggi però lo chiamerei odio per Israele, essendo assai diverso dal tradizionale antisemitismo europeo.
C’è ancora bisogno di Unione Europea? Quali sono i passi da fare per una migliore integrazione?
L’Unione Europea può vantare una identità economica ed anche culturale, ma niente che possa essere considerato come assunto una volta per tutte dai vari popoli che la compongono. Non solo i governi infatti, ma direttamente i popoli stessi, perseguono spesso interessi nazionali, veri o presunti, ai danni della solidarietà europea. Insomma, l’Unione Europea esclude per principio il bonapartismo, ma certo può poco contro forme di sua subdola riproposizione, dal momento che non c’è ancora qualcosa come una Costituzione europea. E anzi proprio questo impedisce all’Unione di sancire come anticostituzionali determinate scelte di politica interna, come nel caso della piegatura bonapartista cui sono oggi soggetti alcuni Paesi, come ad esempio l’Ungheria. Nietzsche descriveva gli stati come bestie egoistiche, bisogna ammettere che questa regola, nonostante da tempo gli stati nazionali abbiano sostituito gli imperi, rimane ancora valida.

(versione più sintetica pubblicata su Il Messaggero, 27 maggio 2016)

Storie - La Memoria degli internati militari

di Mario Avagliano

  La legge istitutiva della Giornata della Memoria del 2000 riguarda, oltre che la Shoah e la persecuzione degli ebrei, anche i deportati politici e gli internati militari. All'indomani dell'8 settembre 1943, infatti, le truppe naziste nell'occupare l'Italia, scatenarono una caccia all'uomo nei confronti degli ebrei, con la complicità del redivivo fascismo di Salò, ma anche una feroce repressione dell'opposizione politica e sociale, con la deportazione di antifascisti, resistenti civili, partigiani, operai scioperanti. Inoltre l'esercito tedesco catturò e disarmò in Italia e sui vari fronti di guerra (dalla Francia ai Balcani alle isole greche) circa 1 milione di ufficiali e soldati italiani, spesso con l'inganno e non di rado con la collaborazione di nostri connazionali immediatamente schieratisi con la Germania a seguito dell'armistizio.
Di questo milione di soldati, circa 100 mila aderirono subito alle Ss tedesche o alla Rsi e altri 190 mila riuscirono a fuggire o vennero rilasciati.
In 710 mila vennero internati nei campi del Reich e posti di fronte all’alternativa se entrare nell’esercito della Repubblica Sociale, guidata da Benito Mussolini, oppure restare in prigionia, soffrendo la fame e sopportando gli stancanti e snervanti turni di lavoro. La maggior parte di loro, circa 600-630 mila, disse di “no” all’adesione, in nome della fedeltà all’Italia, al re e all’ideale di libertà, anche se una quota non irrilevante (oltre 100 mila) optò per la Rsi.

Diverse migliaia di internati morirono nei campi, per le pessime condizioni di vita e di lavoro o anche perché picchiati e fucilati. Anche la loro storia va ricordata.

(L’Unione Informa e moked.it del 26 gennaio 2016)

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Pinocchio in camicia nera

di Mario Avagliano
 
   In fondo in fondo c’è un Pinocchio in ogni politico italiano. Come recita la filastrocca di Benito Jacovitti, “fu il pupazzo di Collodi / cucinato in tutti i modi”. La fiaba senza tempo del burattino di legno è stata infatti terreno di conquista da parte della politica made in Italy, che già a partire dalla Grande guerra - a destra come a sinistra – l’ha manipolata a proprio piacimento allo scopo di denigrare l’avversario o di educare pedagogicamente gli elettori.
Così al Pinocchietto delle origini, imbevuto di ideali socialisti e inviso ai preti e al Vaticano, si è alternato il giovanotto vivace in camicia nera o in divisa di Salò, dispensatore indigesto di olio di ricino e di bastonature ai “burattini comunisti” o agli odiati inglesi. Per poi indossare nel dopoguerra le vesti del cattolico scudocrociato (dopo la rivalutazione di Collodi operata dal critico letterario Piero Bargellini) o del comunista modernista Chiodino, con tanto di falce e martello. Sempre con il Gatto e la Volpe e Lucignolo a recitare la parte dei cattivi.
Lo racconta il saggio “Favole e politica. Pinocchio, Cappuccetto Rosso e la guerra fredda” (Il Mulino, pagg. 188, euro 19). Dopo l’analisi di come nacque e si sviluppò la leggenda popolare secondo cui "I comunisti mangiano i bambini", questa volta lo storico Stefano Pivato indaga con arguzia altre iperboli favolistiche nella propaganda politica del Belpaese.
All’inizio del Novecento, l’ingresso delle masse nella politica indusse i partiti ad utilizzare un linguaggio più semplice e persuasivo, facendo ampio uso di metafore e di apologhi. Quale miglior modo di “arrivare” al popolo, compresi gli analfabeti o gli italiani di livello d’istruzione più basso, del raccontare le favole? Non solo nel senso di dir panzane. Ma soprattutto del ricorso a strutture narrative proprie della tradizione fiabesca, mescolando elementi di satira con riferimenti alla zoologia, alla miracolistica e alla fisiognomica. Senza disdegnare incursioni nel mondo del fumetto, come nel caso di Paperino fascista che si reca in Etiopia per far opera di civilizzazione.
Una tendenza che proseguì anche dopo il ventennio mussoliniano, nel clima grigio e pesante della guerra fredda e della minaccia nucleare, che ispirò la rappresentazione degli avversari quali veri e propri “mostri”. Ecco allora il lupo di Cappuccetto rosso, con le fauci spalancate, impersonare di volta in volta il segretario comunista Togliatti o viceversa l’America nell’atto di divorare l’Italietta; il leader sindacale Giuseppe Di Vittorio ritratto con l’anello al naso e due capi di Stato del livello di Truman e Stalin vestire i panni dell’Orco mangiafuoco. O ancora De Gasperi e i ministri democristiani disegnati come voraci topi roditori che affamano gli italiani o le donne dell’Azione cattolica brutte come scimmie e ricoperte di peluria, simbolo dell’antimodernità e della conservazione della Dc.
Personaggi delle fiabe, ma anche leggende metropolitane. Come quella costruita sui cosacchi che, in caso di vittoria dei comunisti, avrebbero abbeverato i loro cavalli nella fontana di San Pietro. O ancora quella legata al campione sportivo “crociato”, il  cattolico Gino Bartali, che nel 1948  grazie all’aiuto divino, vincendo il Tour de France avrebbe salvato a colpi di pedale l’Italia sull’orlo della rivoluzione in seguito all’attentato a Togliatti. Eroe positivo contrapposto al comunista Fausto Coppi e al fascista Fiorenzo Magni.
In questo tipo di racconto presenze divine e ultraterrene si sostituiscono a orchi e fate. Con le rivelazioni della Madonna di Fatima sulla rivoluzione bolscevica e le madonne pellegrine che nell’immediato dopoguerra piangono sangue per l’imminente pericolo rosso. O, sull’altro versante, con la mitizzazione del Paradiso sovietico e di Stalin come “Piccolo Padre”.
Un mondo grottesco in cui “quelle costruzioni fantastiche – come osserva Pivato – si affiancano, quando non si sostituiscono del tutto, all’argomentazione e alla discussione grazie anche alla loro facilità a trasformarsi in vulgata, invettiva e modo di dire”.
Si tratta quindi di racconti che stanno ai gradini più bassi della comunicazione, una vera e propria infantilizzazione del racconto della politica rivolto al mondo adulto. Dando ragione alla celebre opera di Ellen Key, che definì il Novecento il secolo del fanciullo.
Stereotipi e modalità di propaganda politica che peraltro resistono anche nell’era moderna dei social, ancora dominata da giaguari e pitonesse. Un’era in cui, ad esempio, l’ex comico Beppe Grillo non si fa scrupolo di apostrofare con il sempreverde nomignolo di Pinocchio sia il Berlusconi del 2008 che il Renzi di oggi, ricambiato con egual moneta con un’altra citazione dall’immortale favola di Collodi: quella del “grillo parlante”.

(Il Messaggero, 7 dicembre 2015)

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L’ora solenne di… invadere l’Etiopia

di Mario Avagliano

“Ore 5, nostre truppe hanno passato confine, nostri aeroplani sorvolano cielo nemico”. Era l’alba del 3 ottobre 1935 quando dall’Eritrea arrivò a Roma questo telegramma: l’Italia fascista aveva appena invaso l’Etiopia, stato libero e indipendente, membro della Società delle Nazioni, ultimo grande paese africano ancora non assoggettato alla dominazione coloniale straniera, senza una formale dichiarazione di guerra. La notizia però non era inattesa. La sera precedente milioni di italiani entusiasti avevano affollato le piazze di tutta la penisola, collegate via radio col balcone di piazza Venezia a Rona, da dove Mussolini aveva annunciato che “un’ora solenne sta per scoccare nella storia della patria” e che quella grande adunata “dimostra al mondo che Italia e fascismo costituiscono una identità perfetta”. Infine aveva detto: “con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni, ora basta”. Ora iniziava la guerra e con essa una sfida aperta alle grandi potenze in nome del revisionismo, che avrebbe ben presto portato l’Europa e il mondo in un nuovo conflitto globale.

Le guerra d’Etiopia durò ufficialmente sette mesi e si concluse ufficialmente sette mesi dopo, quando le truppe guidate da Badoglio entrarono ad Addis Abeba e Mussolini poté proclamare “la riapparizione dell'impero sui colli fatali di Roma”, dopo una serie di spietate battaglie di annientamento delle armate etiopiche, condotte dal più grande e moderno esercito mai visto nella storia dell’espansione coloniale. Nelle fasi più difficili, inoltre, non mancò il ricorso criminale ai gas (l’iprite e il fosgene), oltre ai bombardamenti indiscriminati su truppe e villaggi privi di qualsiasi difesa, alle rappresaglie che non di rado coinvolsero anche i civili e i ai metodi feroci e razzisti adottati nei territori occupati.
Nella memoria successiva, tuttavia, questa spietata guerra, che coinvolse il maggior numero di italiani dopo i due conflitti mondiali, alla ricerca di quel “posto al sole” tanto ambito e mitizzato quanto ritenuto necessario e legittimo da conquistare ad ogni costo, è stata declassato a una sorta di “avventura”, passata alla storia più che altro per i motivetti spensierati che l’accompagnarono (Faccetta nera su tutti) e per la vulgata autoassolutori del colonialismo buono costruttore di case, scuole e ospedali e degli italiani brava gente. A fare piena luce sul quale fu il reale atteggiamento degli italiani, in patria e al fronte, a ottant’anni esatti dall’invasione, arriva ora un’approfondita ricerca su lettere, diari, relazioni dell’Ovra, documenti militari e carte di polizia condotta da Marco Palmieri. Il libro, L’ora solenne. Gli italiani e la guerra d’Etiopia (Baldini&Castoldi, 320 pp., 16 euro), rende conto dello «spirito pubblico» dell’epoca, mettendo a fuoco i diversi tasselli di un variegato mosaico dal quale emerge nitidamente che l’adesione e il consenso furono profondi e trasversali, toccando ogni ambito della società civile.
Le carte analizzate da Palmieri dimostrano che fu un momento di esaltazione collettiva che portò l’adesione al fascismo e il mito personale del duce al punto più alto della sua parabola. I ceti più benestanti furono ammaliati dalla retorica della grandezza nazionale e imperiale, quelli meno abbienti s’illusero per la promessa di terra e lavoro dell’eldorado africano e anche gli ambienti cattolici animati dalla prospettiva di una missione civilizzatrice diedero il loro contributo. Perfino tra gli oppositori, già schiacciati dalla repressione, molti arrivano a ricredersi sull’operato di Mussolini e criticare le sanzioni economiche comminate all’Italia per l’aggressione (Palmieri parla di una crisi d’identità dell’antifascismo, evidente nelle posizioni di personaggi come Benedetto Croce, Luigi Albertini, Vittorio Emanuele Orlando, Sem Benelli). Al coro dei favorevoli si unirono molte voci del mondo intellettuale come Vasco Pratolini, Elio Vittorini, Achille Campanile, i premi Nobel Guglielmo Marconi (che come molti altri scrisse al duce per manifestare la sua intenzione di rendersi utile nell’impegno della patria). Anche le donne ebbero un ruolo nella “mobilitazione civile” – alla quale è dedicato uno specifico capitolo del libro, accanto a quella più propriamente militare – come si evince dalle numerose lettere al dice addirittura con la richiesta di poter andare a combattere al pari degli uomini e dalla massiccia partecipazione alla giornata della fede, quando furono chiamate a donare l’anello nuziale per contribuire all’impresa. In sostanza, come si legge in una delle innumerevoli relazioni fiduciarie utilizzate da Palmieri, “oggi le masse hanno aderito al Fascismo e all’azione del Governo e mai come oggi è stata in loro ferma la volontà di servire il Capo per l’affermazione dei nostri diritti”.
Il libro dunque propone un racconto originale e a più voci sull’illusione pubblica della guerra che più ha infiammato gli italiani sotto il fascismo. Ma anche sulla successiva disillusione, espressa per lo più in privato. S’intravedono, cioè quegli elementi di debolezza e quelle contro-istanze che – spiega Palmieri – “una mobilitazione così pressante e di massa basata su così radicate e diffuse aspettative aveva necessariamente al proprio interno e che essa stessa aveva contribuito ad attivare, dalle quali prenderà le mosse una fase – lunga, lenta e dolorosa e con altre pagine nere ancora da scrivere – di disgregazione”.
Lo evidenzia bene, tra i tanti documenti su cui si basa la ricerca, una nota dei primi anni ’40, in cui un informatore non può fare a meno di constatare “nel 1935, la stessa gente si sarebbe gettata nel fuoco per il Capo e per il fascismo… con entusiasmo, per la fede cieca che avevano nel Capo. Oggi si mugugna apertamente, si fanno discorsi sovversivi, si arriva ad offendere addirittura, senza ritegno, il Fascismo”. Ma la curva discendente sarebbe stata lunga e complessa, e avrebbe riservato ancora  tante pagine dolorose all’Italia e agli italiani.

(Blog Mario Avagliano, 4 dicembre 2015)

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L'Italia che esce dalla palude nel romanzo di Pennacchi

di Mario Avagliano

   La saga della famiglia Peruzzi, la ruspante e intraprendente famiglia di contadini originaria della bassa Pianura Padana, trasferitasi sotto il fascismo dal Veneto all’Agro Pontino, con il miraggio della bonifica, continua nell’Italia della guerra civile e della ricostruzione. È arrivato in libreria “Canale Mussolini parte seconda” (Mondadori, 425 pagine, 22 euro), l’atteso seguito del fortunato romanzo di Antonio Pennacchi, vincitore del Premio Strega nel 2010.

Avevamo lasciato i Peruzzi negli ultimi giorni di guerra a Littoria, schierati assieme agli altri coloni al fianco dei tedeschi e dei fascisti, a sparare fucilate contro le pattuglie alleate, nel timore di perdere la terra che tanto faticosamente avevano sottratto alle paludi pontine. E poi tornare nei poderi distrutti, prendendo atto che gli americani non erano così malvagi come li dipingeva il regime fascista e che anzi, grazie al loro insetticida “Ddt”, potevano finalmente debellare la zanzara anofele dalle campagne.
Il racconto delle vicissitudini dei coloni “cispadani” riprende proprio da lì, il 25 maggio del 1944, il giorno della liberazione, quando - profittando del caos di quelle ore - il diciottenne Diomede Peruzzi penetra con due amici più grandi nel palazzo della Banca d’Italia devastato dalle bombe, dove svolazza qualche pezzo bruciacchiato di banconote da mille, svaligiandone con carriole di legno il caveau. È da questo furto che costruisce la sua folgorante carriera imprenditoriale e che ha inizio la nuova impetuosa fase di sviluppo della città, che poi nel 1946 cambierà il nome in Latina.
La guerra a Littoria è terminata. Al Canale Mussolini, il principale canale della bonifica, che per quattro lunghi mesi si è trovato al centro del fronte bellico di Anzio e Nettuno, torna a rifluire la vita. Gli sfollati abbandonano i rifugi sui monti e ripopolano la città e le campagne. I poderi recano i segni dei bombardamenti. Ma nella popolazione c’è un ritrovato senso di fiducia e la voglia di iniziare la ricostruzione.
Nell’Italia occupata dai nazisti, però, la guerra continua. Il fronte si sposta verso nord, grazie all’avanzata degli Alleati che, con il prezioso contributo dei partigiani e del ricostituito esercito italiano, costringono alla ritirata i tedeschi e i fascisti di Salò. È una guerra di liberazione, ma – come ha evidenziato lo storico Claudio Pavone – anche una guerra civile, che attraversa le famiglie e a volte le divide e le dilania.
È il caso dei Peruzzi. Il giovane Paride, in camicia nera, ha aderito alla Rsi e mentre sogna di tornare dalla zia-amante Armida e dal figlio, partecipa alle campagne di rastrellamento contro i partigiani. Suo fratello Statilio, invece, che veste la divisa con le stellette del Regio Esercito, si scontra con i tedeschi in Corsica e poi a Cassino e sulla linea Gotica. Il cugino Demostene, del ramo della famiglia dell’“Altitalia” rimasto fedele agli ideali social-comunisti, si arruola partigiano nella Brigata Stella Rossa e combatte anche lui per liberare l’Italia.
I due cugini antagonisti, Paride e Demostene, che fino all’età di quattordici anni erano cresciuti assieme, giocando come due fratelli, bighellonando di notte d’estate e pescando nel fiume, s’incontreranno casualmente nella primavera del 1945 alle foci del Po a Goro, ma non avranno il coraggio di spararsi (“Ma come agh sparo? El xè me cusin!”), facendo prevalere le ragioni del legame familiare sull’ideologia.
Accanto ai Peruzzi in divisa ritroviamo gli altri protagonisti della “parte prima” del romanzo. Lo zio Adelchi, l’unico vigile urbano rimasto a difesa del comune quando arrivano gli inglesi a liberare una Littoria deserta e quasi ridotta in macerie; il mite zio Benassi, fissato con la Corale, e la moglie Santapace, collerica e bellissima; la passionale Armida, dai capelli biondi e dai fianchi tondi, con le sue api che rivelano il futuro, e la nonna Peruzzi, che attribuisce compiti e destini ai nuovi rampolli che vengono al mondo. E ovviamente l’indomito Diomede, figlio della Modigliana, sorella gemella di zia Bissola, e di padre incerto. Capelli rossi brillanti, lentiggini sul muso e “simpatia da vendere”, è chiamato Batocio o Big Boss per un piccolo difetto fisico. Si rivelerà il vero demiurgo della nuova città.
Le loro vicende s’intrecciano con quelle dei personaggi storici, a partire da Benito Mussolini, alla cui liasion con Claretta Petacci il libro dedica pagine intense. Dal sogno di Claretta di Ben che in una notte di luna piena la raggiunge al bivio dell’Appia a Littoria, fino alla fine tragica e ancora in parte misteriosa durante la fuga verso la Svizzera, con la successiva esposizione delle loro salme a Piazzale Loreto a Milano il 28 aprile del 1945.
E poi nel dopoguerra il leader della Dc, Alcide De Gasperi, che nella ricostruzione ironica di Pennacchi, per avere gli aiuti del Piano Marshall, è costretto in dialetto veneto dal presidente americano Truman a buttar fuori dal governo le sinistre (“Tuti i schei che ti vol! Basta ch’at mandi via i comunisti”). Non manca un “cammeo” del segretario del Pci, Palmiro Togliatti, che quando il 14 luglio 1948 subisce un attentato che rischia di provocare una nuova guerra civile, prima di varcare in barella le soglie della camera operatoria, dove il grande chirurgo Pietro Valdoni lo avrebbe salvato, a Nilde Iotti accucciata premurosa su di lui, ripete: “Am racomando, Nilde, dighe de star calmi e de non far i mati, dighe da non far gninte”.
Un romanzo storico corale, dallo stile colorito e piacevole, con dialoghi vivaci, in cui il “fasciocomunista” Pennacchi ci restituisce senza un briciolo di retorica e a tratti con feroce sarcasmo il clima infuocato dell’epoca, ricco di difficoltà e di contraddizioni, che attraversavano entrambi gli schieramenti. Raccontandoci però anche la determinazione, la speranza e la voglia di ripartire dell’Italia che usciva dal buio ventennio fascista.

(pubblicato in versione più sintetica su Il Messaggero, 4 dicembre 2015)

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Il partigiano e i misteri del Duce

di Mario Avagliano

  Chi uccise Benito Mussolini e la sua amante Claretta Petacci il 28 aprile del 1945? E quali misteri nasconde la tragica fine del dittatore fascista, il cui corpo venne poi appeso a testa in giù a Piazzale Loreto a Milano, proprio nel luogo dove nell'agosto del '44 erano state esposte in pubblico per sfregio le salme di quindici partigiani? Gli storici non sanno ancora dare una risposta definitiva a questi quesiti. E ieri è morto a 94 anni, nella sua casa a Brescia, uno degli ultimi testimoni di quegli avvenimenti, l'ex partigiano Bruno Giovanni Lonati, nome di battaglia «Giacomo», commissario politico della 101a Brigata Garibaldi.
Nel 1994 Lonati pubblicò il libro "Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta: la verità" (Mursia), in cui si assunse la responsabilità di essere stato l'autore materiale dell'uccisione del dittatore fascista, tre giorni dopo la liberazione di Milano. Un'esecuzione che sarebbe avvenuta poco dopo le ore 11, in una stradina a Bonzanigo di Mezzegra, sul lago di Como, nell'ambito di una missione segreta diretta da un agente segreto inglese, figlio di emigrati italiani in Gran Bretagna, detto «il capitano John», ufficiale dello Special Operations Executive (Soe).
Una testimonianza clamorosa, che smentiva la versione ufficiale circolata per cinquant'anni, in base alla quale ad uccidere Mussolini con una scarica di mitra Sten era stato il partigiano comunista Walter Audisio, il famoso Colonnello Valerio, coadiuvato dai compagni Michele Moretti e Aldo Lampredi, davanti al cancello di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra; azione poi rivendicata dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia con un comunicato emesso il giorno dopo.
Secondo la versione di Lonati, poi definita dagli storici "la pista inglese", lo scopo della missione sarebbe stato il recupero del presunto carteggio tra Winston Churchill e Mussolini, al fine di cancellare le tracce di quel rapporto imbarazzante, attraverso la soppressione di due scomodi testimoni, lo stesso duce e la Petacci, prima che finissero nelle mani degli americani, che avrebbero voluto sottoporre il capo del fascismo ad un processo.
Il memoriale di Lonati afferma che il "carteggio Churchill-Mussolini" non fu trovato e che tuttavia i servizi segreti inglesi avrebbero concordato il silenzio di Lonati e dei due partigiani superstiti per altri cinquant'anni. Per tale motivo il suo libro sarebbe uscito solo allora.
Una ricostruzione dei fatti confermata nel 2002, con nuovi dettagli, dal giornalista Luciano Garibaldi nel saggio "La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci" (Ares), oltre che dall'ex agente segreto americano Peter Tompkins, secondo cui addirittura il futuro segretario del Pci Luigi Longo avrebbe organizzato la finta fucilazione del duce per nascondere la verità. Lo stesso Renzo De Felice, nel libro "Rosso e Nero" (Baldini e Castoldi, 1995), ritenne credibile un intervento inglese per eliminare Mussolini ed evitare una sorta di processo di Norimberga nei confronti del duce.
Il racconto di Lonati, però, era privo di riscontri documentali e presentava diversi punti oscuri, contrastanti con i risultati di altre ricerche storiche. L'orario dell'esecuzione fu davvero le 11 di mattina o le quattro e dieci di pomeriggio come riferisce la versione ufficiale? Come mai il carteggio tra Churchill e Mussolini non è mai venuto fuori? Perché l'altro componente del commando di Lonati, all'epoca ancora vivente, si rifiutò di confermare la sua versione? Va detto che fra l'altro il numero di colpi sparati dichiarato dall'ex partigiano "Giacomo" non corrisponde con i rilievi compiuti sul corpo di Mussolini e che Lonati si sottopose anche all'esame della macchina della verità, con esito negativo.
Di recente lo storico Mimmo Franzinelli ha smontato pezzo per pezzo, con uno studio documentato, la tesi dell'esistenza di un carteggio segreto tra il duce e lo statista britannico ("L'arma segreta del Duce. La vera storia del carteggio Churchill-Mussolini", Rizzoli, 2015). La "pista inglese" si è quindi di fatto indebolita. Resta da capire il motivo che avrebbe spinto un personaggio di rilievo come Lonati a sostenere tale tesi e ad alimentare quella che sembra una grande "bufala" storica.
E infatti l'ex partigiano "Giacomo", nato a Legnano il 3 giugno 1921, non fu un esponente di secondo piano della Resistenza. Fu commissario politico della 101a Brigata Garibaldi e comandante di una divisione partigiana formata da tre brigate operanti nel capoluogo lombardo. Nel dopoguerra Lonati riprese il lavoro alla Franco Tosi e trasferitosi poi a Torino nel 1958, ricopri incarichi di dirigente alla Fiat e negli anni ottanta guidò a Bari un'importante società metalmeccanica. Dopo la pensione si stabilì a Brescia, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita, prima di portare i suoi segreti nella tomba.

(Il Messaggero, 17 novembre 2015)

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