Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia

In libreria "Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia" di Mario Avagliano e Marco Palmieri: la storia della persecuzione razziale attraverso le lettere e i diari delle vittime

 
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(Einaudi, 390 pagine, 15 euro)
 
Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945La persecuzione degli ebrei in Italia, dalle leggi razziali del 1938 al ritorno dei pochi sopravvissuti dai campi di sterminio tra il 1945 e il 1946, raccontata per la prima volta attraverso la viva voce delle vittime, “registrata” giorno per giorno in centinaia di lettere e diari per lo più inediti dell’epoca.
 
Dalla recensione di Aldo Cazzullo, Corriere della Sera:
Un saggio importante, che ricostruisce l’intera vicenda storica della tragedia degli ebrei  in Italia attraverso gli scrittidei perseguitati, inquadrati da un'ampia ricostruzione  storica e raccolti in forma di antologia.
Il volume – come scrive Michele Sarfatti nella prefazione – ci consegna “una storia corale di quell’evento, tramite le parole di chi ne fu vittima, fissate sul momento in forma di lettera o diario”. Si va dall’incredulità per il Manifesto e le leggi razziali («Sarò tagliato fuori dalla vita del mio paese che ho tanto amato» scrive il poeta Umberto Saba; «Come è possibile che non sia più ritenuto degno di essere figlio d’Italia?» si domanda un reduce della prima guerra mondiale), alla scelta estrema del suicidio per l’umiliazione e l’emarginazione subita («debbo dimostrare l’assurdità malvagia dei provvedimenti razzisti» è l’ultimo scritto dell’editore modenese Formiggini); dalla reclusione nei campi di internamento italiani («Volentieri mi tramuterei in un uccello per respirare l’aria libera» scrive una bimba a Ferramonti), alla cronaca dal vivo degli eccidi (come all’Hotel Meina) e delle arresti di massa (a Roma il 16 ottobre 1943 e in altre città); dalla fuga in Svizzera alla vita in clandestinità, alla partecipazione alla Resistenza, fino alla cattura, alla raccolta nei campi di Fossoli e Bolzano e agli ultimi disperati biglietti lanciati di treni (“Con il cuore afflitto lascio la mia terra natia”, “Siamo in viaggio per terre lontane pieni di fiducia”, “Ti scrivo in treno. Salvatevi!”). Il flusso della scrittura s’interrompe solo con la deportazione e il vuoto che ne deriva è colmato solo in parte dagli scritti dei pochi sopravvissuti durante il ritorno a casa che chiudono il volume (Primo Levi, in una di queste lettere inedite, anticipa i contenuti de La Tregua).
Gli autori delle lettere e dei diari sono sia personaggi noti - come Umberto Saba, Gino Luzzatto, Leone Ginzburg, Vittorio Foa, Emanuele Artom, Emilio Sereni, Leone Ginzburg e Primo Levi – sia “persone comuni”, uomini, donne e bambini di tutta Italia e di ogni ceto sociale. La raccolta è frutto di un’accurata ricerca durata anni negli archivi pubblici, privati e di famiglia in Italia e all’estero. Ne viene fuori un libro che, come osservano i due autori nell’introduzione, è “un affresco storico che assume un significato particolare anche perché costituito di parole scritte dalle vittime di una persecuzione e di un crimine che il nazifascismo voleva mettere a tacere ed annientare, e che invece sono arrivate fino a noi, lasciandoci traccia tangibile, prova storica inconfutabile e memoria indelebile di ciò che è stato”. Cercando di non dimenticare che “l’invito di Primo Levi a meditare su ciò che è stato – scrive Sarfatti nella prefazione - vale non solo per ciò che accadde ad Auschwitz, ma per tutto ciò che è documentato dai brani riuniti da Avagliano e Palmieri nelle pagine di questo libro”.
 
pallanimred.gif (323 byte) L'audio di una presentazione del libro nelle scuole (al Liceo Scientifico "Rummo" di Benevento)
 
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LE RECENSIONI (quotidiani nazionali)
pallanimred.gif (323 byte) La memoria è giustizia, editoriale del Corriere della Sera, di Ferruccio de Bortoli (24 gennaio 2011) - apri versione word
pallanimred.gif (323 byte) La storia dal basso degli ebrei italiani, la Repubblica, di Susanna Nirenstein (21 maggio 2011)
 
pallanimred.gif (323 byte) Prima e dopo la Shoah: tutte le responsabilità italiane, Corriere della Sera, di Frediano Sessi (25 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Lentamente trascinati verso il gorgo..., La Stampa, di Elena Loewenthal (22 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Le parole e l'orrore, Corriere della Sera, di Aldo Cazzullo (20 gennaio 2011) - apri versione word
pallanimred.gif (323 byte) Quei diari degli orrori scritti dalle vittime, Il Messaggero (20 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Non solo Hitler: la Shoah di Mussolini, Il Mattino (25 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Pena, paura, coraggio: la Spoon River degli ebrei italiani, Avvenire, di Giovanni Grasso (19 marzo 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Gli spioni anni Trenta. Quei "buoni cittadini" dell'Italia littoria, L'Unità, di Nicola Tranfaglia (25 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Leggi razziali, quella vergogna non si cancella, Giornale di Sicilia, di Antonella Filippi (31 marzo 2011)

pallanimred.gif (323 byte) Libri: lettere e diari per raccontare la persecuzione degli ebrei in Italia, Il Riformista.it (4 aprile 2011)

pallanimred.gif (323 byte) Il dramma ebraico in lettere e diari carichi di umanità, Gazzetta del Sud, di Domenico Marino (3 aprile 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Libri:   persecuzione ebrei in Italia, raccolta testimonianze, Ansa (2 aprile 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Libri:   lettere e diari per raccontare la persecuzione degli ebrei in Italia, Adnkronos (4 aprile 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Libri: esce "Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia", Italpress (4 aprile 2011)

 
 
LE RECENSIONI (quotidiani locali)
pallanimred.gif (323 byte) Appunti di razzismo, Brescia Oggi, di Giovanni D'Alessio (25 agosto 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Appunti di razzismo, Arena e Giornale di Vicenza, di Giovanni D'Alessio (4 agosto 2011)
pallanimred.gif (323 byte) L'incontro - La Shoa e le responsabilità italiane, Corriere dell'Irpinia (30 aprile 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Si presenta il libro: Gli ebrei sotto la persecuzione in ItaliaIl Sannio quotidiano (29 aprile 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Tour della Memoria, Il Mattino Salerno (29 aprile 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Avellino - Avagliano e gli ebrei perseguitati, Il Mattino Avellino (29 aprile 2011)
pallanimred.gif (323 byte) I sopravvissuti alla banalità del male, Il Mattino Avellino (28 aprile 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Per non dimenticare le gravi responsabilità, Quotidiano di Sicilia (7 aprile 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Diari e lettere sulla persecuzione degli ebrei, La Sicilia, di Daniele Ditta (5 aprile 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Diari e lettere dall'Olocausto: presentazione a Palermo, Quotidiano di Sicilia (2 aprile 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Persecuzione degli ebrei in testi inediti, La Provincia di Frosinone, di Igor Traboni (5 marzo 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Shoah, orrore in "diretta", Gazzetta di Parma, di Christian Stocchi (27 febbraio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Ebrei perseguitati. Avagliano rilegge i diari di un popolo, la Città di Salerno (25 febbraio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Gli ebrei in Italia, diari e lettere, Il Mattino Napoli (25 febbraio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Caro amico ti scrivo della persecuzione, Quotidiano della Calabria (13 febbraio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Leggi razziali, gli italiani "maestri" dei nazisti, Il Secolo XIX (11 febbraio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, La Nuova Sardegna (31 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Lager: il male assoluto (le parole per dirlo), Gazzetta del Mezzogiorno (27 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) "Diari e lettere dal '38 al 1945", la Città di Salerno (26 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Gli ebrei e il segreto degli uomini giusti, Il Gazzettino (24 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Leggiamo e poi fermiamoci a pensare, Nuovo Quotidiano di Puglia (19 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Ebrei in Italia, la Repubblica Milano (20 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) La Resistenza di tutti gli italiani, Corriere della Sera Roma (10 febbraio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, Quotidiano di Sicilia (20 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Olocausto, memoria di carta, Il Centro Abruzzo (26 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Le drammatiche voci dei deportati, Il Tempo Abruzzo Molise (26 gennaio 2011)
 
LE RECENSIONI (periodici nazionali e web)
pallanimred.gif (323 byte) Diari e lettere di ebrei italiani durante il fascismo, Triangolo Rosso, n. 1-3, gennaio-marzo 2011, pp. 14-15, di Alessandra Chiappano
pallanimred.gif (323 byte) Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, Patria Indipendente n-2-3, di Annabella Gioia (marzo 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, www.anpi.it (marzo 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Le persecuzioni dalla voce delle vittime, Pagine Ebraiche (gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) La bufera razziale in Italia e gli scritti raccolti in una antologia, il Mensile, di Massimo Carlini (marzo 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Speciale 27 gennaio: Giorno della Memoria, Film-Tv (30 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, www.lager.it, di Maurizio Agostinelli (gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Le leggi razziali italiane: una mostra e un libro, Ha Keillah, n. 5, di Sergio Franzese (dicembre 2010)
pallanimred.gif (323 byte) Il significato della Memoria, di Giorgia Greco, Informazionecorretta.it
pallanimred.gif (323 byte) Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, di Chiara Sciorilli, Bookchannel.it
 
LE RECENSIONI (periodici e siti web locali)

pallanimred.gif (323 byte) Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia: diari e lettere 1938-1945, Palermonotizie.com (4 aprile 2011)

pallanimred.gif (323 byte) Palermo: Lunedì 4 aprile presentazione del libro "Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia", Città Metropolitana.net (3 aprile 2011)

pallanimred.gif (323 byte) La persecuzione degli ebrei in Italia: la verità (senza preconcetti) da lettere e diari, portale web Frosinone dimmidipiù.it, di Igor Traboni (5 marzo 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, CavaNotizie (gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, NoceraNotizie (gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia, www.vallibbt.com, di Paolo Monticone (febbraio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Il dramma degli ebrei in diari e lettere testimonianze di una persecuzione, Panorama Tirreno, di Enrico Passaro (febbraio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945, www.cittafuturainfo.it, di Alberto Cudini (febbraio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Shoà: il dovere di ricordare, www.ilquotidiano.it, di Martina Oddi   (29 gennaio 2011)
 
Interviste radio e tv
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, Italia Uno, Tg Studio Aperto, di Stefano La Marca (7 aprile 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, Radio Rai Uno, "La Notte di Radio Uno", di Daniel Della Seta (28 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, Rai News 24, di Silvana Pepe (27 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, Radio Rai Uno, "Tornando a casa", di Enrica Bonaccorti (27 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, Radio 24, "L'Italia in controluce", di Daniele Biacchessi (26 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, Tg5, rubrica "La Lettura", di Carlo Gallucci (25 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, Rai Due Tg Parlamento, di Gianni Scipione Rossi (21 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, Rai Tre, TgR Sicilia (13 aprile 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, Telegiornale T4 Quarta Rete - su you tube (2 febbraio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano e Marco Palmieri, Dialogo Tv (26 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, Rete News (24 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, Cavanotizie.it e Studio Produzione 10 - su you tube  (29 gennaio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, Radio Amore  (2 febbraio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, Canale 21 Napoli  (26 febbraio 2011)
pallanimred.gif (323 byte) Intervista a Mario Avagliano, RDS (7 marzo 2011)
 
 
pallanimred.gif (323 byte) Gli autori
Mario Avagliano, giornalista e storico, è membro dell'Istituto Romano per la Storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza (Irsifar), della Società Italiana per gli Studi di Storia Contemporanea (Sissco) e del comitato scientifico dell’Istituto “Galante Oliva”, e direttore del Centro Studi della Resistenza dell'Anpi di Roma-Lazio. Collabora alle pagine culturali de Il Messaggero e de Il Mattino. Con Einaudi ha pubblicato: Generazione ribelle. Diari e lettere 1943-1945 (2006); Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945 (2009); Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945 (2011).
Marco Palmieri, giornalista e storico, è membro dell'Istituto Romano per la Storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza (Irsifar) e della Società Italiana per gli Studi di Storia Contemporanea (Sissco) e collabora col Centro Studi della Resistenza dell'Anpi di Roma. Con Einaudi ha pubblicato: Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945 (2009); Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945 (2011).

Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte

Vincere e vinceremo! 
Gli italiani al fronte. Dal consenso alla guerra alla caduta del fascismo 1940-1943 
il Mulino - di Mario Avagliano e Marco Palmieri 
 
Nel dopoguerra in Italia si è assistito a uno schiacciamento della memoria sul dissenso diffuso verso il fascismo dopo il 25 luglio e l’8 settembre del 1943, che ha fatto passare in secondo piano la lunga fase di partecipazione attiva e perfino entusiastica alle politiche del regime, compreso quelle militari e guerrafondaie. La partecipazione alla seconda guerra mondiale prima dell’armistizio – in Francia, nei Balcani, in Africa e in Russia – è stata spesso ricordata con la definizione di «guerra fascista», che già di per sé suona come una presa di distanza. 
Vincere e vinceremo! di Mario Avagliano e Marco Palmieri ricostruisce per la prima volta lo «spirito pubblico» degli italiani sotto le armi tra il 1940 e il 1943, attraverso una pluralità di fonti dirette e coeve, come i diari e la corrispondenza dei combattenti, i biglietti clandestini, i brani di lettere cancellate o tolte dal corso dalla censura, le relazioni delle autorità militari e di polizia e le note delle spie fasciste. 
La ricerca, oltre a restituire un ritratto nitido di emozioni, sentimenti, speranze, ideali, miti, aspettative, illusioni e disillusioni dei militari italiani durante il conflitto, mette a fuoco: da un lato l’atteggiamento verso la guerra, caratterizzato da un iniziale entusiasmo e consenso, alimentato da una considerevole e diffusa adesione ai sogni di gloria e di grandezza inculcati dalla propaganda e dalla retorica fascista; dall’altro la parabola stessa del consenso al fascismo, che è su livelli ancora alti all’inizio del conflitto e che trova proprio nella tragedia e nel fallimento della guerra una rilevante componente del suo sfaldamento, con l’entrata in crisi dei suoi miti – del duce e della vittoria in primis – spianando la strada alla faticosa e dolorosa conversione alla democrazia. Rivelando che il vero punto di rottura, a differenza da ciò che tramanda una certa memorialistica postuma, si registrò solo nel 1943 inoltrato. 
Sotto il peso del fardello culturale e ideologico dal fascismo, nonché dei suoi comportamenti razzisti e criminali a lungo taciuti nel dopoguerra, nell’atteggiamento dei militari verso il conflitto, riletto attraverso l’ampio spettro di documenti coevi presi in esame, il saggio di Avagliano e Palmieri coglie tre registri principali: l’adesione, spesso entusiastica; la rassegnazione, talvolta unita al senso del dovere; l’avversione. 
I primi due atteggiamenti, pur considerando i vincoli e le paure ad esprimere apertamente il proprio disappunto, appaiono di gran lunga maggioritari almeno fino a tutto il 1942 e in diversi casi anche nei primi mesi del 1943, ben più a lungo di quanto accade tra i civili sul cosiddetto fronte interno. Lo scoramento e il disappunto, peraltro, rimangono a lungo confinati nella sfera del malcontento, del disagio e dei drammi causati dalla guerra e dalla sua pessima condotta, e solo nell’ultima fase (ma non per tutti) assumono un reale valore politico di messa in discussione e aperta opposizione al fascismo. 
A testimonianza di quanto Mussolini e il fascismo seppero penetrare nell’animo profondo degli italiani, di quanto fu esteso e duraturo il consenso al regime e di quanto fu dura e dolorosa la via d’uscita, che avrebbe portato l’Italia alla libertà e alla democrazia. 
 
Mario Avagliano, giornalista e storico, è membro dell'Istituto Romano per la Storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza, della Sissco, del comitato scientifico dell’Istituto Galante Oliva e direttore del Centro Studi della Resistenza dell'Anpi di Roma-Lazio. Collabora alle pagine culturali de «Il Messaggero» e «Il Mattino». Tra i suoi libri più recenti: Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945 (2006), Il partigiano Montezemolo. Storia del capo della resistenza militare nell’Italia occupata (2012) e, con Marco Palmieri, Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945 (2009), Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia (2010), Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945 (2012), Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali (2013). 
 
Marco Palmieri, giornalista e storico, è membro dell'Istituto Romano per la Storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza e della Sissco. Ha pubblicato tra l’altro, con Mario Avagliano, Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945 (2009), Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia (2010), Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945 (2012), Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali (2013). 

 

La storia dai diari, i biglietti e le lettere dei soldati. Mario Avagliano presenta il suo libro

di Simona Toscano 
 
Giornalista professionista, Mario Avagliano, collabora con le pagine culturali de Il Messaggero e de Il Mattino.Ha ricevuto diversi riconoscimenti per la sua attività di saggista storico: nell'aprile 2010 l'Anpi lo ha insignito del VII Premio Renato Benedetto Fabrizi e nel settembre 2012 si è aggiudicato il Premio Fiuggi Storia e il V Premio “Gen. Div. Amedeo De Cia”. Il 9 novembre 2014 è stato nominato componente del Comitato d'onore scientifico e culturale della Fondazione del Museo della Shoah di Roma. L’ultima fatica un nuovo libro scritto a quattro mani con Marco Palmieri "Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943", presentato a Roma la scorsa settimana.
Com'è nata l'idea di raccogliere diari, lettere e i biglietti di soldati?
Nel dopoguerra si è verificato un processo di rimozione e di oscuramento della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale che ha riguardato non solo gli avvenimenti bellici in quanto tali, ma anche e soprattutto il tema del consenso e dell’adesione al fascismo e ai suoi miti, credenze e valori. La storiografia si è soffermata sul dissenso diffuso verso il fascismo dopo il 25 luglio e l’8 settembre del 1943, facendo risalire l’inizio della critica a Mussolini e al regime fascista già al momento della dichiarazione di guerra (10 giugno 1940) o comunque già ai primi mesi di guerra, dopo l’esito negativo della campagna di Grecia. L’unico modo per indagare su quali fossero le opinioni reali degli italiani in guerra, era utilizzare documenti coevi come i diari, le lettere, i biglietti, compresi quelli finiti nelle maglie della censura, oltre che le relazioni dalle autorità militari e di polizia sullo spirito delle truppe (tra cui i Promemoria per il Duce redatti dal Comando generale dei Carabinieri) e le note dei fiduciari del regime. Documenti che, come già sperimentato in altri nostri lavori di ricerca, ci hanno consentito di raccontare i miti, le illusioni, le speranze dei protagonisti dell’epoca.
Quanto sono durate le ricerche? E dove sono state fatte?
Circa due anni, anche se parte del materiale lo avevamo raccolto già nelle nostre precedenti ricerche. I fondi più importanti che abbiamo scandagliato sono quelli dell’Archivio Centrale dello Stato e dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa. Ma molto materiale proviene anche da archivi privati, archivi comunali e ricerche o pubblicazioni locali semisconosciute.
Qualcosa che ha letto l'ha stupita più di tutte?
Potrei citare tanti brani. Forse la cosa che più mi ha colpito è che gli italiani arrivano all’appuntamento con la guerra con una immagine dei nemici stereotipata e filtrata dalla propaganda di regime, intrisa anche di motivi ideologici. Così gli inglesi sono i maledetti e perfidi affamatori del mondo, i russi sono esseri inferiori e senza Dio, gli ebrei continuano a tramare nell’ombra, nel tentativo fra l’altro di spingere nel conflitto contro le forze dell’Asse anche la potenza americana. Questa carica di odio, di pretesa superiorità e di razzismo fanno certamente buona presa sulla massa degli italiani, in particolare su quelli in armi, che proprio in virtù di questi valori si trovano a dover imbracciare il fucile e a combattere tali nemici. L’altro aspetto sorprendente è che c’è chi testardamente, fino alla fine, nonostante l’evidenza, continua a credere nella Vittoria dell’Italia nei vari teatri di guerra. Segno che la propaganda fascista aveva scavato in profondità nell’animo degli italiani.
Un libro a 4 mani, quali i vantaggi, quali le difficoltà?
Io e Marco Palmieri costituiamo ormai da anni una squadra affiatata. Questo è il quinto libro scritto assieme. Ci accomuna la passione per quel periodo storico e per l’indagine storiografica, il metodo di lavoro che privilegia le fonti coeve, l’attenzione al materiale archivistico costituito dai diari e dalla corrispondenza. I vantaggi di un libro a 4 mani, è quello di avere a disposizione anche…. 2 cervelli. Il confronto fra di noi ci consente di affinare la ricerca e di controllare meglio le fonti.
Perché questo titolo?
“Vincere e vinceremo!” è lo slogan lanciato da Benito Mussolini nel discorso del 10 giugno 1940 dal balcone di Piazza Venezia alla folla plaudente. E fu lo slogan che anche tantissimi soldati dell’epoca ripeterono nelle loro lettere o nelle loro cartoline, perfino all’immediata vigilia della caduta del fascismo e dell’armistizio. Uno degli addetti alla censura, l’ufficiale alpino Mario Cereghini, nel suo diario il 26 novembre 1942, riportando alcune frasi delle lettere visionate, così annotava: «Per i soldati poi la vittoria è qualche cosa di sostanziale: a decine e decine essi ne parlano come di una cosa reale, palpabile. Ti par di vederla questa bella donna con una stella in fronte che li guida verso la meta radiosa. Certamente la loro fantasia ricalca i luoghi comuni delle illustrazioni da copertina di quaderno scolastico o dei foglietti di propaganda: Finché Dio ci darà per noi questa cara Vittoria…; La Vittoria ci condurrà fino al cuore di queste steppe….; La Vittoria deve condurci più avanti…; La buona Vittoria…; Quando anche voi sentirete che la vittoria ci ha seguito…».
Cosa crede aggiunga, la vostra ricerca, all’indagine storica?
Mancava una storia «emotiva», ma anche politica e ideologica, del periodo che va dalla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 alla vigilia dell’8 settembre 1943. Il nostro libro mette a fuoco da un lato l’atteggiamento degli italiani in armi verso la guerra, caratterizzato da un iniziale entusiasmo e consenso e alimentato, quasi fino alla caduta del fascismo, da una considerevole e diffusa adesione ai sogni di gloria e di grandezza inculcati dalla propaganda e dalla retorica fascista; dall’altro la parabola del consenso al fascismo. Vengono così ripercorsi dal di dentro, o potremmo dire dal basso, sia la complessa vicenda storica della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale, sia quel «lungo viaggio attraverso il fascismo» compiuto dagli italiani e in particolar modo dalla generazione nata e cresciuta nella sua temperie culturale, attraverso la viva voce dei protagonisti, nel pieno degli eventi, al riparo dai pregiudizi, dalle prese di distanza e dalle tesi precostituite della memorialistica successiva.
Dunque una sorta di cronaca degli umori del tempo in diretta…
Un’operazione di questo tipo sulla seconda guerra mondiale fino ad ora non era stata fatta, probabilmente proprio a causa della sua memoria divisa e della stretta compenetrazione esistente tra la partecipazione alla vicenda bellica e quella politica – il fascismo appunto – con cui si è a lungo preferito non fare pienamente i conti, glissando in particolar modo sull’adesione convinta e sulle responsabilità diffuse da parte degli italiani del tempo.
Un’ultima domanda. Abbiamo visto il valore storico del volume e la sua originalità, ma quale è il messaggio alle nuove generazioni?
Credo che il messaggio più forte che viene fuori dal libro è che il pensiero unico, tipico delle dittature di qualsiasi colore politico, porta sempre del male, sotto la forma di guerre, persecuzioni, razzismi. Bisogna sempre coltivare il dubbio e la critica. L’altra considerazione potente che emerge dalla storia di quel periodo, è che la guerra non è mai positiva, ma reca con sé distruzioni, disillusioni, morte fisica ma anche morale.
 

Storia. La guerra «Senza mandolino» del capitano Corelli

La radiografia, a tratti accorata a tratti impietosa, dei militari italiani partiti per il secondo conflitto mondiale. La fede incrollabile nella vittoria e nella visione del mondo inculcata da Mussolini
 
di Giovanni Grasso
 
Credevano, obbedivano e combattevano. Male equipaggiati e peggio armati, ma molto motivati. Capaci di compiere grandi gesti di eroismo, come sull'Amba Alagi ο a El Alaimen, ο di commettere brutali rappresaglie contro la popolazione civile in Grecia ο nei Balcani. Eccidi e crimini di guerra troppo spesso rimossi, la cui riscoperta dovrebbe definitivamente mandare in soffitta il mito degli "italiani brava gente" e gli stereotipi cinematografici del Capitano Corelli e relativo mandolino. La radiografia, a tratti accorata a tratti impietosa, dei militari italiani partiti per la Seconda Guerra Mondiale con una fede incrollabile nella vittoria e nel Duce emerge in questo nuovo e pregevole lavoro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, "Vincere e vinceremo!" (il Mulino). 
 
Α differenza infatti della stragrande maggioranza dei poveri fantaccini della Grande Guerra (contadini semianalfabeti spediti sul Carso a morire come mosche per un ideale di patria lontano e poco ο nulla sentito) le giovani leve dell'esercito italiano, nate negli anni della dittatura e nutrite fin da piccole dalla propaganda del regime, mostravano una piena ed entusiastica adesione ai miti (e ai deliri) di potenza e alle ambizioni di conquista di Benito Mussolini. Ne è riprova il fatto che, mentre la macchina di repressione della giustizia militare, tra il 1915 e il 1918, procedeva a tutta birra con il suo luttuoso carico di fucilazioni e decimazioni, molto meno lavoro (e anche la mano più leggera) ebbero le corti marziali italiane durante i primi tre anni di guerra con le forze dell'Asse. 
Avagliano e Palmieri hanno scandagliato con acume e maneggiato con competenza un' enorme mole di documenti che riguardano in qualche modo la psicologia (ο, come si diceva al fronte, il "morale") dei combattenti: rapporti di polizia, relazioni dei comandi ο dei servizi d'informazione, brani di lettere, edite e inedite, dei militari italiani (dagli alti ufficiali ai soldati semplici) partiti per il fronte orientale, la Grecia, i Balcani, l' Africa ο la Russia. Uomini in armi, sedotti dalla propaganda e gettati nella mischia, con cinismo e follia in parti eguali, per assecondare il sogno improbabile di un'Italia fascista seduta con pari dignita al tavolo dei vincitori, quando fu subito chiaro sia a Hitler che agli Alleati che l' esercito italiano rappresentava l'anello debole dell'Asse. Ε quanto sarebbero stati effimeri i primi, sbandierati successi bellici italiani, senza l'apporto determinante dei mezzi, delle armi e degli uomini della Germania nazista. 
Dalla lettura dei documenti emerge un affresco corale in cui le inevitabili differenze soggettive (come per esempio sul rapporto con il prepotente alleato tedesco, visto con fastidio, timore ο ammirazione) si stemperano, delineando il vissuto di una guerra con connotati fortemente ideologici, venature esplicite di razzismo e antisemitismo e, specie nella sventurata campagna di Russia, persino spirito di crociata religiosa contro il bolscevismo ateo. Avagliano e Palmieri insistono molto nel sottolineare come la disillusione e il conseguente distacco dei soldati italiani dal regime fascista ebbero sicuramente inizio dalle disfatte militari in Africa e in Russia. Ma per la maggioranza, e a eccezione di menti particolarmente illuminate, fino almeno all'8 settembre e all'invasione tedesca dell'Italia (inizio della guerra civile) fu un processo molto più lento, graduale e tormentato di quanto si possa pensare. 
 
(Avvenire 28 novembre 2014, pagina 15)

Italiani al fronte, voci dalla guerra «giusta»

Italiani al fronte voci da una guerra che sedusse il Paese - Italiani al fronte, voci dalla guerra «giusta»
 
di Fabrizio Coscia
 
Attraverso lettere dal fronte della seconda guerra mondiale, Mario Avagliano e Marco Palmieri sfatano, nel saggio "Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte", il mito di un popolo al quale il regime fascista avrebbe imposto un conflitto senza consenso.
 
«Cara ti racconterò di nuovo i disastri che stiamo facendo perché eravamo partiti per andare a bruciare due paesi di ribelli, e così non ti spiego che strage abbiamo fatto». «In questo momento sono reduce da una spedizione contro gli ebrei comunisti, insieme al Battaglione squadristi toscano. Se tu vedessi mamma che macello abbiamo fatto». Basterebbero questi due stralci dalle lettere dei militari durante la seconda guerra mondiale (il primo dal fronte balcanico, il secondo da quello russo), per sfatare, una volta per tutte, il mito degli «italiani brava gente», fondato sulla lunga rimozione storica dei crimini di guerra commessi dal nostro esercito nelle ex colonie africane e nei territori occupati. 
Un mito che, in verità, già da qualche anno la storiografia ha cominciato a smantellare, ma su cui adesso arriva a mettere la parola fine il saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte (Il Mulino, pagg. 376, euro 25). Il volume raccoglie appunto la corrispondenza dal fronte dei militari, semplici o graduati, di tutta Italia, indirizzata a parenti, amici, fidanzate, madrine di guerra, parroci, rappresentanti delle autorità locali o del partito o commilitoni. E in particolare il capitolo dedicato, nella parte centrale del libro, alla partecipazione degli italiani alla guerra ideologica e totale, fatta di crimini, razzismo e repressioni sanguinarie, lascia davvero pochi dubbi sul comportamento dei nostri soldati in guerra, con le terribili stragi in Tessaglia e Macedonia perpetrate tra il 1942 e il 1943, tra saccheggi, omicidi, furti, rapine, stupri e incendi di villaggi, per non parlare della Jugoslavia, o le giornate di «carta bianca» a Podgorica, le deportazioni e gli internamenti in Dalmazia, le rappresaglie nella campagna di Russia, l'aperto disprezzo razziale nei confronti di africani e albanesi, e non solo (non mancano nelle lettere riferimenti ai «maledetti» inglesi, agli americani «negroidi» e «dediti al vizio», ai russi «senza Dio», agli arabi «sporchi e rozzi»).
 
Queste testimonianze raccolte dai due storici non si limitano però a tratteggiare un ritratto del nostro esercito (e di noi italiani, in fondo) molto diverso da quello che decenni di retorica ci avevano abituati a concepire: il volume, infatti, nel suo lavoro di ricognizione di fonti e documenti coevi, riesce a disvelare anche il «processo di rimozione e oscuramento» sul consenso alle politiche fasciste da parte dei militari italiani, che fu invece, come risulta, pieno e convinto, almeno nel periodo esaminato, dal 1940 (anno della dichiarazione di guerra) al 1943 (alla vigilia dell'8 settembre). 
Nella corrispondenza riecheggiano spesso, da soldati di ogni grado ed estrazione sociale, concetti come patria, vittoria, gloria, eroismo, sacrificio, dovere, o motti della cultura fascista, che dimostrano tra l'altro una tenuta perfino ostinata dei militari sul consenso al regime, anche quando già tra i civili, con il perdurare della guerra, cominciava a serpeggiare un forte malcontento nei confronti di Mussolini che presto si sarebbe trasformato in aperto dissenso. Un dissenso che invece non si manifesterà mai tra l'esercito, se non sotto forma di un «lento declino del consenso», causato dalle delusioni e dai disastrosi fallimenti delle campagne militari, mai sfociato però in esplicito «antifascismo». 
E questo perché il mito della vittoria, accompagnato dal mito personale di Mussolini e della «guerra giusta» e «santa», non verrà mai meno nei mostri soldati, nemmeno di fronte all'evidenza fallimentare delle sorti belliche dell'Italia, almeno fino al 25 luglio 1943, ealla tragica deriva della guerra civile. Così non stupisce che, tra i tanti stereotipi storiografici che questo saggio contribuisce a demolire, ci sia anche quello legato al presunto antisemitismo di facciata degli italiani, voluto da Mussolini solo per compiacere Hitler.
 I documenti attestano al contrario, a fronte di qualche manifestazione di solidarietà, numerosi episodi di violenza contro gli ebrei, assalti alle sinagoghe e diffusioni di manifesti discriminatori. Valga per tutti questa inequivocabile relazione del settembre 1941, redatta dal maggiore dei carabinieri Antonio Patruno, capo del Centro del servizio informazioni militare di Trieste, nella quale si avverte che finché gli ebrei «non saranno completamente eliminati, non potremo mai sottrarci al loro controllo e di conseguenza a quello del nemico». 
 
(Il Mattino, 30 dicembre 2014)

Patria, coraggio, illusioni: le parole degli italiani dal fronte

di Fabio Isman 
 
Mica tanto «brava gente»: le lettere degli italiani mandati sui fronti della seconda guerra mondiale ne dimostrano, per un buon tratto, la sostanziale accettazione del conflitto, e di chi l’aveva voluto; le prime resipiscenze, soprattutto sulle sorti belliche, cominciano ad affiorare già verso il tardo 1940 (ma la censura le blocca: non le fa arrivare ai famigliari dei mittenti); e soltanto nelle ultime settimane del fascismo, a metà del 1943, la critica si fa più aperta. Ma prima, è quasi soltanto «vincere e vinceremo», «spezzare le reni alla Grecia », una rivalsa verso le demoplutocrazie (così vengono chiamate, perfino dai teatri di guerra).
Due bravi ricercatori, Mario Avagliano e Marco Palmieri, hanno scandagliato ogni possibile fonte, anche tra le missive che la censura ha stoppato, e ne hanno tratto un compendio e un campionario assai ricchi e doviziosi: 375 pagine d’un libro (Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943 Il Mulino ed.) che si legge tutto d’un fiato, e racconta tante singolarità.
 
L’«ora delle decisioni irrevocabili» affascina molti, e reprime ogni dubbio: anche se gli aerei, come il trimotore Savoia-Marchetti, sono solo «scatole di sardine»; anche se mancano i carri, e si va in regioni fredde vestiti di tela. Ma «tra pochi mesi sarò accanto a te»: l’italiano è ancora poco diffuso. L’attimo dell’attacco è solenne; lo è anche per Genserico Fontana, ufficiale dei granatieri che a Campo Imperatore, a luglio ’43, custodirà Mussolini a Campo Imperatore; e poi, terminerà la vita alle Fosse Ardeatine.
ANGOSCE
Si cerca di tranquillizzare chi sta a casa; dopo, saranno le angosce perché la guerra è arrivata anche nella Penisola. Se si racconta troppo, la lettera non arriva. Quando si limita soltanto alle speranze e agli slogan, invece sì. «Arriverà il giorno in cui le nostre forze e il nostro ardimento vendicheranno i nostri morti e feriti». Sarà una prolungata illusione: in Africa, in Grecia, e perfino in Russia. Caldo, «pidocchi, l’eterna scatoletta e galletta, i due litri di acqua al giorno che talora puzzano di benzina» non bastano, a lungo, per la presa di coscienza. L’Inghilterra resta la «oscena mantenuta col sangue e l’oro altrui», perché tanto profondo è stato l’indottrinamento. Anche dalla prigionia, sono in pochi ad ammettere che «sono trattato benissimo e ben curato; gli inglesi sono gentili, mi trattano in guanti bianchi, meglio degli italiani» (ma a casa non leggeranno). Va avanti così, magari con «i rossi cui far vedere i sorci verdi», fin quasi alla vigilia della disfatta: il soldato crede di essere il milite di uno scontro tra civiltà. E la sua, s’intende, è quella «giusta»: deve «imporsi ». 
Fino al 1943, i tedeschi sono «camerati» affidabili. In Russia è la svolta. «La morte è in agguato ad ogni angolo», scrive il tenente geniere Ezo Gilardino: l’indomani, non ci sarà più. Drammatici i racconti dal «generale inverno»; non ce la fa più a contenerli perfino la stessa diga della censura. 
Chi era partito con entusiasmo e convinzione, li perde. Arriva ormai ben altro, dai fronti, che gli
slogan di pochi anni prima. Non è soltanto la voglia, sempre più prorompente, di tornare a casa: comincia già l’antifascismo. Il generale Giulio Tamassia scrive che «fa impressione questo abbandono improvviso di tutti i più accesi sostenitori del fascismo»: anche dalle ceneri di una guerra assai mal combattuta, dalle sofferenze di mille soldati assai mal in arnese, sta nascendo la nuova Italia.
 
(Il Messaggero, 13 gennaio 2015)

Fascisti e contenti: tutti gli italiani vollero la guerra del Duce

La recensione di Sololibri.net
 
di Felice Laudadio
 
10 giugno 1940: la notizia delle decisioni irrevocabili entusiasma la Nazione intera, inconsapevole dell’orrore che avrebbe affrontato, debole e impreparata. Ma quell’ora segnata dal destino aveva tanti padri e tante madri, non solo Mussolini. La folla plaudente sotto il balcone di Piazza Venezia condivideva appieno la scelta di regolare i conti con le potenze demoplutocratiche che avevano mutilato la vittoria italiana del 1918. E se non era il dispetto per Francia e Inghilterra a giustificare l’approvazione, era la convinzione che Hitler aveva ormai piegato gli anglofrancesi e avrebbe fatto sua tutta l’Europa, quindi meglio stare dalla sua parte.
Gli italiani si erano cacciati in un guaio e di lì all’estate 1943 avrebbero perso la guerra delle armi (le nostre, superate e insufficienti) ma vinto quella della memoria, con la rimozione dell’entusiastico sostegno all’alleanza coi tedeschi. Lo spiegano, indagando sulla corrispondenza dei nostri militari, il giornalista Mario Avagliano e il saggista Marco Palmieri, autori di un saggio storico ampio ma accessibile, edito da il Mulino: “Vincere e vinceremo. Gli italiani al fronte 1940-43”, 376 pagine 25 euro.
 
Le lettere di soldati, graduati e ufficiali rappresentano una fonte di prima mano per verificare il consenso. Una mole ingentissima, una vera alluvione, quasi 9milioni 300mila nel solo primo anno. Per uomini di ogni età, di tutta Italia, di qualsiasi livello culturale e sociale, comunicare con mogli, fidanzate, genitori, parenti, amici, madrine di guerra era una necessità primaria, come il rancio, come le munizioni, come la vita stessa.
La guerra della memoria, per Avagliano e Palmieri, è quella guerra civile del ricordo, delle celebrazioni e degli studi, che ha dirottato l’attenzione sulla lotta di liberazione, mettendo in ombra l’adesione alle guerre fasciste, come se non facessero parte della storia nazionale e non vi fosse stata una fervida partecipazione popolare alle politiche aggressive del regime. Come se avessero subito l’oppressione mordendo il freno. Questo vale per il 1944 e ancora più per il 1945, ma non certo per gli anni fino al 1940, quando il piglio guerrafondaio mussoliniano eccitava militari e civili ed era sostenuto da tutti, per primi gli industriali e compresi i cattolici.
Nelle lettere, con sorpresa anche per la censura, l’adesione al fascismo e al conflitto risultano l’atteggiamento prevalente, insieme alla convinzione in buona fede della bontà della causa per cui si combatteva. I militari lontani sembrano nonostante tutto più motivati dei connazionali a casa, soggetti a disagi e privazioni meno facili da accettare, per non dire dell’effetto demoralizzante dei bombardamenti dell’aviazione alleata sulle città.
La guerra, del resto, quale atto eroico per difendere la Patria, la famiglia ed anche la fede cristiana, era stata inculcata dal regime in generazioni di italiani dalle scuole elementari. Concetto ben accolto anche dalla Chiesa, ribadito dall’oratorio al catechismo, finanche dal pulpito. È da sfatare, quindi, l’opinione che il consenso al fascismo declinasse presto tra i militari. Nel 1940 era certamente plebiscitario, poi perse intensità lentamente – decadde più rapidamente tra i civili, si è detto – lo dimostrano le sincere attestazioni di fiducia nella vittoria finale e nelle italiche ragioni.
I contenuti epistolari documentano che la svolta si è avuta solo alla vigilia della fine del ventennio (25 luglio 1943). Sul Mussolini ha sempre ragione si era abbattuta l’esperienza devastante in Russia, l’ennesima tragica constatazione della debolezza del nostro apparato bellico (mancavano cannoni capaci di fermare i carri armati medi) e della violenza razzista dei tedeschi. Eppure il regime aveva fatto di tutto per nascondere i pochi sfiniti reduci dalla ritirata nelle steppe. Era riuscito quasi fino in fondo ad oscurare la verità.
Lo stesso esito, mascherare i fatti - sia pure perseguendo un risultato di segno opposto: regalare una patente antifascista alla maggioranza degli italiani - è stato conseguito dalla rimozione nazionale dell’altra verità: fino a poco prima erano stati tutti fascisti e contenti.
 
(Sololibri.net del 15 gennaio 2015)

Quando eravamo fascisti

(Mario Avagliano – Marco Palmieri, Vincere e vinceremo!, Il Mulino, Bologna, 2014) 
 
di Andrea Rossi
 
Avagliano e Palmieri proseguono il lavoro di scavo nella storia dell’Italia fascista, e dopo aver illustrato nel loro precedente studio quanto fossero diffusi e radicati gli stereotipi razzisti nel nostro paese, gettano ora una luce sinistra sul “comune sentire” degli italiani durante il secondo conflitto mondiale, attraverso l’indagine della corrispondenza inviata da tutti i fronti di guerra dal 1940 al 1943. L’affresco che ne emerge è impietoso, fin dal titolo, quel “vincere e vinceremo” con cui decine di migliaia di italiani chiudevano le proprie missive dall’Africa come dalla Russia o dai Balcani; una locuzione che nessuno obbligava a inserire nella propria corrispondenza privata, e che rivela quanto gli italiani in larghissima parte fossero entusiasti dell’entrata in guerra del paese, mutuando spesso dalla propaganda fascista i temi e la retorica. 
 
Il mito del presunto e progressivo distacco dal regime mussoliniano fin dai primi rovesci sul fronte albanese e africano, è ampiamente smentito dall’accurata indagine degli autori: i nostri soldati combatterono, soffrirono e morirono non per un Italia qualsivoglia, ma per l’Italia fascista, come emerge da un numero impressionante di lettere; la fede nella vittoria restò inscalfibile almeno fino alla fine del 1942, così come l’adesione totale alle versioni di comodo della propaganda ufficiale: su tutto ci restano impressi gli scritti dei componenti del nostro corpo di spedizione in Unione sovietica, i quali, più che manifestare entusiasmo per sopravvissuti all’inverno russo, parevano realmente convinti di aver assestato durissimi colpi all’armata rossa, tanto da attendere nel giro di qualche mese il crollo del regime comunista. 
Se già in diversi studi dell’ultimo decennio si era ben compreso che la nostra occupazione nei Balcani era stata tutt’altro che “allegra”, impressionano le narrazioni delle operazioni contro i partigiani di Tito, da cui emerge un abbruttimento morale delle nostre truppe davvero sconcertante; così come lascia sgomenti l’insensibilità diffusa alla sofferenza delle popolazioni civili vittime della nostra brutalità. 
Se il 1943 è l’anno di svolta delle vicende belliche, i segnali di insofferenza diffusa iniziarono a comparire soltanto dopo la catastrofe nel teatro di guerra dell’Africa settentrionale e – soprattutto – dopo il rientro dei reduci dalla campagna di Russia; comunque, ancora dopo la caduta del regime, una consistente minoranza delle nostre forze armate restava convinta della necessità di proseguire a oltranza la guerra assieme ai nazisti, confermando come le motivazioni di molti dei futuri aderenti alla RSI fossero preesistenti all’armistizio dell’8 settembre. 
In conclusione, il lavoro di Avagliano e Palmieri si rivela fonte preziosa per arricchire il dibattito storico attorno alla guerra degli italiani, sfrondandolo da versioni oleografiche che, davvero, a settant’anni dalla fine del conflitto non hanno più ragione di esistere; fa riflettere semmai come il mito degli “italiani brava gente” è tuttora duro a morire. Evidentemente l’autoassoluzione collettiva è una delle scorciatoie per affrontare il passato. E anche il presente.
 
(Orientamenti Storici, 26 gennaio 2015)
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