Storie - Il Montezemolo partigiano

di Mario Avagliano

   Il 23 settembre del 1943 i tedeschi circondavano il Ministero della Guerra, sede del comando di Roma Città Aperta, arrestando il conte Guido Calvi di Bergolo, genero del re e a capo della struttura, e altri ufficiali, e deportandoli in Germania. L'unico a sfuggire al blitz nazista era il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, che - indossati abiti civili - se la svignava attraverso i sotterranei del Ministero, sbucando in via Nazionale e dandosi alla macchia.
Iniziava cosi l'attività resistenziale di Montezemolo, di cui ho parlato ieri a Firenze, nella bella sede del Consiglio regionale della Toscana. Beppo, così era chiamato in famiglia, reduce di tre guerre (i due conflitti mondiali e la guerra di Spagna), disilluso dal fascismo come milioni di italiani, invece di nascondersi, diede vita al Fronte militare clandestino, che raccoglieva migliaia di militari, carabinieri e civili (tra cui don Pietro Pappagallo), collaborava strettamente con il Cln ed era collegato con Brindisi e il governo Badoglio.
Il Fronte compì atti di sabotaggio, rifornì di armi ed esplosivi le bande partigiane, sottrasse migliaia di militari dalle chiamate di Salò, svolse un'intensa attività di intelligence al servizio degli Alleati e produsse anche documenti falsi come carte di identità e certificati di battesimo che servirono a diverse famiglie di ebrei per sfuggire alla caccia all'uomo scatenata da nazisti e fascisti. Un'organizzazione capillare e importante, con  gruppi collegati in tutta l'Italia occupata.
Dopo lo sbarco alleato ad Anzio, in vista dell'insurrezione, i gruppi clandestini intensificarono le riunioni e gli incontri. Tedeschi e fascisti ne approfittarono per catturare molti esponenti della Resistenza, anche attraverso l'opera di delatori. Come avvenne per Montezemolo, considerato da Kappler il suo "più temibile nemico", che venne imprigionato nel carcere di via Tasso e barbaramente torturato.
Verrà ucciso dai tedeschi il 24 marzo del 1944 alle Fosse Ardeatine assieme ad altri 334 italiani, di cui circa 70 ebrei, gridando "Viva l'Italia! Viva il re!". Gli sarà assegnata la medaglia d'oro alla memoria. La sua vicenda straordinaria e il suo eroismo verranno a lungo dimenticati, in quanto esponente di quella resistenza moderata, monarchica, militare per troppo tempo negletta e che solo dal presidente Ciampi in poi si è finalmente iniziato a studiare e a riscoprire.

(L’Unione Informa e Moked.it del 27 settembre 2016)

  • Pubblicato in Storie

Storie - Al Museo di via Tasso depositati nuovi documenti. La lista degli ebrei alle Ardeatine e la lettera di Terracina

di Mario Avagliano

I tedeschi volevano cancellare le tracce del terrore perpetrato a Roma nei nove mesi della loro occupazione. E così la notte del 3 giugno 1944, nelle ore frenetiche dei preparativi per la fuga dalla capitale, Herbert Kappler ordinò alle SS di bruciare gran parte dei documenti che erano custoditi presso il carcere di via Tasso. Una straordinaria fotografia di quei roghi è stata ritrovata nell’archivio del questore di polizia Giuseppe Dosi, che di recente è stato acquisito dal Museo Storico della Liberazione di Roma.

Dosi, che nel dopoguerra sarebbe diventato direttore dell’ufficio italiano Interpol, proprio la mattina del 4 giugno recuperò nel carcere delle SS e nel reparto tedesco di Regina Coeli (il tristemente famoso terzo braccio) la documentazione scampata alla distruzione.
L’archivio di Dosi è stato presentato il 19 ottobre scorsi, dal presidente del Museo, Antonio Parisella, e da Alessia Glielmi, responsabile degli archivi, insieme ad altri originali documenti inediti provenienti da privati.
Una delle scoperte più rilevanti compiute dalla Glielmi è stata quella degli elenchi originali dei nominativi utilizzati dagli agenti tedeschi incaricati di prelevare a Regina Coeli i detenuti e di predisporre il trasporto verso la via Ardeatina il 24 marzo 1944. Gli elenchi ricomposti, che furono compilati da Heinz Thunath, sono tre: due riguardano gli ebrei («Judenliste») e uno gli altri detenuti. Essi contengono nome, cognome, data ed in alcuni casi luogo di nascita e numero di cella dei detenuti prelevati.
Tra i documenti acquisiti dal Museo figurano anche quelli di Davide Arnaldo Terracina, detto Dino, ebreo romano sfuggito miracolosamente alla deportazione del 16 ottobre e alla strage delle Fosse Ardeatine, come narrò egli stesso nel 1944 in una lettera allo zio Salvatore Fornari, emigrato a New York. Di particolare interesse il racconto delle ore successive all’azione di via Rasella del 23 marzo 1944, dove quel giorno casualmente Terracina si trovava in un appartamento in affitto assieme ai suoceri, al cognato Armando e al figlio. Terracina e il figlio furono arrestati dai tedeschi e rinchiusi nei sotterranei al Ministero dell’Interno, ma grazie alle carte d’identità false furono rilasciati.
Parisella ha anche presentato il lavoro sviluppato per la digitalizzazione dei documenti esposti nelle bacheche del Museo, realizzato con il supporto tecnico del Consiglio Nazionale delle Ricerca. È stata creata fra l’altro una banca dati delle 1.132 biografie di coloro che transitarono in quel periodo nel carcere nazista di via Tasso. Un eccezionale archivio della memoria dell’orrore nazista a Roma.

(L'Unione Informa, 23 ottobre 2012)

  • Pubblicato in Storie

Fosse Ardeatine. Vite perdute e ritrovate

di Mario Avagliano

Roma 24 marzo 1944, quarto giorno di primavera. In una cava di pozzolana sulla via Ardeatina, i tedeschi uccidono 335 uomini con un colpo di pistola alla nuca. Sono prigionieri politici e partigiani di tutte le forze antifasciste, ebrei, detenuti comuni e ignari cittadini estranei alla Resistenza, sacrificati in proporzione di dieci a uno (ma nella fretta e nella confusione ne vengono uccisi cinque in più), in rappresaglia per l’attacco partigiano del giorno prima in via Rasella, costato la vita a 33 militari della compagnia dell’SS Polizei Regiment Bozen. È il più grande massacro compiuto dai nazisti in un’area metropolitana d’Europa e segnerà profondamente la storia e la memoria italiana del dopoguerra.

Nella ricorrenza del 50° anniversario della scomparsa di Attilio Ascarelli, il medico legale ebreo che dall’estate all’autunno del 1944 diresse le attività di esumazione e di identificazione delle salme della strage delle Fosse Ardeatine, esce un libro intitolato I Martiri Ardeatini. Carte inedite 1944-1945 (AM&D Edizioni, pp. 331, euro 30). Il volume, curato da Martino Contu, Mariano Cingolani e Cecilia Tasca, propone per la prima volta le schede biografiche delle vittime che furono redatte all’epoca dalla commissione, accompagnate da un interessante saggio sui più recenti sviluppi storiografici relativi all’eccidio, una preziosa bibliografia sull’argomento, un profilo del professor Ascarelli, e l’inventario del Fondo a lui intestato e conservato presso l’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Macerata.
In qualità di direttore della commissione medico-legale, Ascarelli raccolse la documentazione prodotta in quei mesi (comprensiva di fotografie delle operazioni di recupero delle salme, dei cadaveri e delle lettere ritrovate sui corpi delle vittime), più altri documenti che via via aggiunse negli anni successivi.
In uno di questi corposi fascicoli, sono contenute 291 schede di martiri (su un totale di 335), alcune più ampie, alcune telegrafiche, che vengono pubblicate in questo volume e ci rivelano particolari inediti di alcuni di loro.
Nulla si sapeva, ad esempio, del commerciante Secondo Bernardini, democristiano, che fu arrestato dalle SS a Pisoniano assieme alle moglie e, dopo la devastazione della casa, venne tradotto nel carcere di via Tasso, dove entrambi «subirono immane torture tra le quali hanno avuto asportazioni delle unghie e fustigazioni sotto le piante dei piedi». Il sottotenente Marcello Bucchi, invece, rinchiuso a Regina Coeli assieme a don Giuseppe Morosini, quando ebbe un colloquio con la madre e questa gli chiese cosa avesse fatto, rispose: “Mamma, la Patria è un ideale tanto grande”.
Le schede rappresentano, come scrive Claudio Procaccia nella prefazione, “un punto di partenza per la creazione di un dizionario biografico delle persone assassinate il 24 marzo 1944”. Se infatti il susseguirsi degli eventi tra il 23 e il 24 marzo è stato ampiamente ricostruito dalla storiografia, così come si è indagato a fondo sull’impronta che l’eccidio ha lasciato nella memoria del dopoguerra (vedi il libro di Alessandro Portelli “L’ordine è già stato eseguito”), poco invece si conosce, ad eccezione di alcuni personaggi più noti, delle vicende individuali delle vittime, di cui oggi resta traccia – e non per tutti – solo in alcune pubblicazioni locali o a carattere familiare, nelle cerimonie e nelle lapidi presenti a Roma e nelle città di origine.
La ricostruzione delle biografie civili e politiche dei martiri – alcuni dei quali ancora non sono stati identificati – sarebbe invece un’operazione di grande interesse storico, anche perché da essa emergerebbe un microcosmo altamente rappresentativo dell'intera storia italiana di quel tempo, in uno dei suoi snodi più drammatici e cruciali, tra fascismo, occupazione nazista, Resistenza e liberazione.
Alle Fosse Ardeatine furono uccisi italiani originari di ogni parte della penisola, dalla Lombardia alla Sicilia (più alcuni stranieri: un belga, un francese, un libico, un turco, un ungherese, tre ucraini e tre tedeschi). Le vittime erano militari e civili e appartenevano a tutti i ceti sociali, dagli aristocratici ai poveracci venuti in città per sbarcare il lunario e sopravvivere alla miseria.
Erano impiegati, commessi, commercianti, avvocati, professori, studenti, militari, venditori ambulanti, artigiani, contadini, pastori, operai. Di ogni fascia d’età, dagli anziani ai giovanissimi. Di ogni livello d’istruzione, dagli analfabeti ai grandi intellettuali, compresi alcuni colpevoli di reati comuni, che stavano scontando la loro pena in carcere. Quanto al credo religioso, vi era un sacerdote, don Pietro Pappagallo, e anche 75 ebrei (per la maggior parte di essi, i documenti pubblicati in questo volume sono le uniche testimonianze biografiche sino ad ora note). Tra i politici, infine, c’erano esponenti di tutte le forze antifasciste, compresi alcuni degli esponenti più autorevoli del Fronte militare clandestino di Roma, a partire dal loro capo, il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo.
Il libro I Martiri Ardeatini, che sarà seguito a breve nel piano editoriale da altri due volumi tratti dal Fondo (uno sui verbali di esumazione della commissione medico-legale e un altro sulla figura del generale Simone Simoni, una delle vittime dell’eccidio), offre quindi la chiave e gli strumenti per riportare alla luce quelle vicende, “perché – come scrisse nel 1945 Ascarelli – si diffonda ovunque l’eco di tanta infamia e perché resti documentata una delle innumerevoli atrocità naziste che commosse la pubblica opinione del mondo civile!”.

(Il Messaggero, 23 marzo 2013)

Storie – I 100 anni di Priebke e le falsità su via Rasella

di Mario Avagliano

C’è un filo nero che lega gli annunciati imminenti festeggiamenti per i 100 anni di Erich Priebke, uno dei boia delle Fosse Ardeatine, e le polemiche su via Rasella sollevate da Pippo Baudo in una trasmissione Rai di prima serata.
Da un lato il criminale di guerra nazista, al quale Herbert Kappler assegnò il compito di controllare le liste dei condannati a morte dell’eccidio delle Ardeatine (che alla fine furono 335, cinque in più del già assurdo rapporto di 1/10 ordinato a Berlino), che non si è mai pentito di quello che ha fatto e ora gode in Italia di un regime di semilibertà, passeggia impunemente per le vie di Roma e viene considerato un’icona dai suoi fan, che lo chiamano Il Capitano.
Dall’altro la tv pubblica, che sposa, senza alcun contraddittorio, le tesi di “atto terroristico” riguardo all’azione di via Rasella, dando voce al falso storico della richiesta di consegnarsi che sarebbe stata rivolta ai partigiani gappisti autori dell’azione.
Sui festeggiamenti di Priebke che, secondo quanto scrive il Corriere della Sera, sarebbero in via di organizzazione, in gran segreto, il giorno 29 luglio da parte del suo avvocato Paolo Giachini, si sono registrate le dure reazioni di esponenti della Comunità Ebraica di Roma, dell’Anpi, dell’Aned e dell’Anfim. “C’è poco da festeggiare”, ha giustamente scritto il vicepresidente Eugenio Iafrate sul profilo di Facebook dell’Aned. E se la festa si farà, in molti sono pronti a mobilitarsi.

Sul caso di via Rasella, l’Anpi ha criticato aspramente Baudo e i dirigenti di Viale Mazzini, ricordando le sentenze della Corte di Cassazione e di altri Tribunali che hanno stabilito che si trattò di “un legittimo atto di guerra” e la deposizione di Albert Kesserling al processo Kappler, nella quale il feldmaresciallo tedesco ammetteva che non fu rivolto alcun appello alla popolazione romana o ai responsabili dell'attentato prima di ordinare la rappresaglia
Ora forse ci sarà una trasmissione riparatrice. Ecco il post pubblicato sul profilo FB dell’Anpi nazionale: "Caso Pippo Baudo-Via Rasella: la RAI prospetta la possibilità di chiarire la vicenda in uno spazio apposito nella rubrica del mattino, (“Agorà”), che va in onda dalle 8 alle 10. Ovviamente, abbiamo rifiutato, perché il pubblico di quello spazio è molto diverso da quello serale e stiamo insistendo per una vera rettifica e non ci acquieteremo fino a quando non sarà stata ristabilita la verità".
Ma quanti danni sono già stati fatti alla memoria storica del nostro Paese, con tanti italiani che considerano Priebke “un soldato che ha fatto il proprio dovere” (parola di Mario Merlino, uno dei suoi fan, conosciuto come “Il professore nero”) e i partigiani come dei violenti terroristi?

(L'Unione Informa e il portale Moked.it del 23 luglio 2013)

  • Pubblicato in Storie

Le falsità della trasmissione di Baudo su via Rasella: la rettifica del Tg3

Ieri sera, martedì 30 luglio, nel corso del Tg3 delle 19 (edizione nazionale) è stato letto il comunicato di rettifica delle falsità sui fatti di via Rasella pronunciate durante la puntata dell'8 luglio de "Il viaggio". Il direttore Bianca Berlinguer ha letto la seguente precisazione: "Nella puntata di lunedì 8 luglio de “Il viaggio”, su RAI 3, condotto da Pippo Baudo, sono state fatte delle affermazioni imprecise e non corrispondenti a verità sull'eccidio delle Fosse Ardeatine e sui fatti di Via Rasella. Non fu offerta, infatti, alcuna possibilità ai partigiani dei Gap (gruppi di azione patriottica e non di azione proletaria come si è detto nella trasmissione) di offrirsi per salvare le vittime destinate alla fucilazione nelle Fosse Ardeatine: il Comando tedesco rese pubblica la notizia dell’eccidio solo dopo il suo compimento come riconosciuto dallo stesso maresciallo Kesserling nel corso di un processo. Ben due sentenze, poi, della Corte di Cassazione hanno qualificato l’azione diVia Rasella come “legittimo atto di guerra”. Il ricordo dei martiri delle Fosse Ardeatine, cui va sempre il nostro commosso pensiero, deve essere sempre improntato alla verità storica e mai strumentalizzato. La direzione RAI 3 prende doverosamente atto del comunicato dell’ANPI nazionale, rammaricandosi di quanto accaduto".

  • Pubblicato in News

Storie - Un amore alle Ardeatine

di Mario Avagliano

 L’amore vince anche l’orrore. È la straordinaria storia di Franca Limentani e Marco Pavoncello, conosciutisi un giorno di primavera del 1949 al mausoleo delle Fosse Ardeatine, raccontata ieri con sensibilità e commozione da Flavia Amabile sul quotidiano “La Stampa”.

La diciottenne Franca era lì per piangere il padre David, tenente espulso dall’esercito dopo le infami leggi razziste, sfuggito alla retata del 16 ottobre ma catturato per strada a seguito di una spiata il 16 marzo del 1944, condotto a Regina Coeli e “selezionato” per la strage nelle cave di pozzolana sulla via Ardeatina. Il ventiseienne Pavoncello era lì per consolare i tanti amici che avevano perduto parenti in quella terribile rappresaglia.

Dopo la preghiera per i martiri sulle tombe nella cripta, scatta la scintilla. «E’ stato tutto molto semplice - racconta Franca, che oggi ha 82 anni - uno sguardo, a quei tempi non si poteva fare di più». Due anni dopo si sono sposati. Poi sono arrivati i figli, nell’Italia in bianco e nero della ricostruzione e del boom economico, dove la fame non era più un nemico quotidiano e gli ebrei vivevano alla luce del sole e non dovevano più nascondersi. Una storia d’amore sbocciata in un luogo di lutto e di disperazione come le Fosse Ardeatine. «Vedi? – le dirà un giorno Marco - Pure lì ti ha aiutata tuo padre!». Anche nel luogo in cui era stato fucilato. Concludiamo con le tenere parole di Flavia Amabile: «Franca Limentani pensandoci si illumina, e fa in modo che almeno per una volta si possa pensare alle Fosse Ardeatine con un sorriso deciso e delicato come i fiori capaci di crescere tra le rocce, come quelli disegnati da una storia che, tutto sommato, è a lieto fine». 


(L'Unione Informa e Moked.it del 25 marzo 2014)

  • Pubblicato in Storie

Storie – Il Visconti ritrovato sulla Resistenza e le Fosse Ardeatine

di Mario Avagliano

In questi giorni si è molto parlato del documentario di Luchino Visconti e di Marcello Pagliero intitolato “Giorni di gloria”, che racconta alcuni momenti della Resistenza Italiana e della guerra di liberazione e, tra l’altro, anche il dramma delle Fosse Ardeatine. Una pellicola che era già conosciuta ma di cui da tempo si cercava la versione integrale che, come ha scritto per primo il quotidiano la Repubblica, è stata scovata e acquistata per pochi dollari negli Stati Uniti da Luciano Martini, 87 anni, endocrinologo, già docente dell’Università di Milano, appassionato di musica, cinema e storia.

Si tratta di un’opera cinematografica in realtà collettiva, coordinata da Giuseppe De Santis e montata da Mario Serandrei (che ne fu anche l´ideatore), prodotta da Fulvio Ricci per conto della Titanus e dell´Associazione Nazionale Partigiani d´Italia, che si avvalse di immagini girate dai partigiani e dagli Alleati, oltre che da Visconti e Pagliero.

Il documentario è stato presentato l’8 maggio a Palazzo Corsini, attuale sede dell'Accademia dei Lincei. Un luogo simbolico, in quanto proprio in quelle sale nel 1944 si svolse il processo contro l'ex questore di Roma Pietro Caruso, che venne ripreso da Visconti su incarico dell'esercito anglo-americano, così come la fucilazione che ne seguì dello stesso Caruso, del delegato Scarpato e di Pietro Koch. Quest'ultimo era stato anche il carceriere dello stesso Visconti, che militava nella Resistenza e, arrestato, venne rinchiuso per un breve periodo nella Pensione Jaccarino.

 “Giorni di gloria” non fu il debutto cinematografico di Visconti, come qualcuno ha scritto. In realtà il grande regista aveva già firmato uno dei suoi capolavori, “Ossessione”, nel 1943. Ma certo fu il suo primo film-documentario, girato tra il 1944 e il 1945, a guerra ancora in corso e quindi testimonianza eccezionale di quel periodo. E’ facilmente reperibile sul sito di Repubblica o su youtube e vi invito a vederlo. Ci si rende conto delle condizioni disastrose delle città italiane, delle difficoltà della guerra di liberazione, del coraggio dei resistenti, della crudezza dell’occupazione nazifascista, fino al momento agognato della liberazione nell’aprile del 1945.

Le immagini più toccanti o sconvolgenti sono quelle sulle Fosse Ardeatine (girate da Visconti, De Santis e Pagliero), con lo spettacolo macabro delle salme decomposte, il tragico riconoscimento dei cadaveri e le successive tristi celebrazioni, con le foto dei martiri sui muri delle cave e il dolore composto dei parenti.

E viene fuori anche qualche dettaglio inedito o parzialmente inedito, come la lettera trovata sulla salma di uno dei martiri, nella quale si legge: “A nessuno però è balenata in mente la verità, ovverossia che io sono un italiano, sono un patriota, uno che è pronto a versare il suo sangue per la Patria, per la nostra bella Italia”.

Di forte impatto emotivo anche le immagini girate da Visconti del processo a Caruso e a Koch e delle loro fucilazioni a Forte Bravetta, e del processo a Donato Carretta, direttore del carcere di Regina Coeli, con le prime fasi del suo linciaggio da parte della folla.

Certo, trattandosi di un filmato prodotto a ridosso dei fatti, sconta qualche imprecisione. Si parla ad esempio di 320 morti alle Ardeatine, mentre – come è noto – furono 335. A tratti, poi, gli speaker (Umberto Calosso e Umberto Barbaro) eccedono in retorica, come era usuale all’epoca. Ma l’interesse storico del documento è indubitabile.

(L'Unione Informa e Moked.it del 13 maggio 2014)

  • Pubblicato in Storie

Adriana Montezemolo: mio padre eroe dimenticato della Resistenza

di Dino Messina

 
“L’ultima volta che vidi mio padre era il Capodanno del 1944. I baroni Scammacca del Murgo, coraggiosi amici, correndo gravi rischi, ci avevano ospitati al nostro rientro a Roma e avevano organizzato quell’attesa riunione familiare”.
Adriana Cordero Lanza di Montezemolo, ultimogenita del colonnello Giuseppe Montezemolo, il capo del Fronte militare clandestino, ricorda con tratti veloci e precisi la figura del padre, medaglia d’oro, eroe della Resistenza, massacrato alle Fosse Ardeatine nel pomeriggio del 24 marzo 1944, assieme agli altri 334 prigionieri politici, ebrei, detenuti comuni che erano stati prelevati dalla prigione nazista di via Tasso e da Regina.
Nella casa che da molti anni condivide con Benedetto Della Chiesa, nipote di Papa Benedetto XV, in una tenuta agricola che corre proprio lungo la via Ardeatina, Adriana di Montezemolo custodisce memorie importanti, avendo ereditato dalla madre Juccia (Amalia), scomparsa nel 1983, la missione di ricordare quel padre importante, figura centrale della Resistenza, che tuttavia per oltre mezzo secolo è stato tenuto fuori dalla storiografia ufficiale. “Abbiamo avuto infinite manifestazioni di affetto private e ufficiali, culminate in una medaglia d’oro, ma è vero per molto tempo del ruolo di mio padre s’è parlato molto poco. Forse perché noi siamo una famiglia di militari, abituati ai fatti. Certo, mi fece grande piacere leggere nel 2003, sul ‘Corriere della sera’, un articolo di Paolo Mieli in cui diceva che era il momento di far entrare il colonnello Montezemolo nei libri di storia. Meno di dieci anni dopo è arrivata la biografia di Mario Avagliano, ‘Il partigiano Montezemolo’ (Dalai editore) che colmava una lacuna”.
Adriana Montezemolo parla veloce, talvolta si interrompe e si alza per mostrare un cimelio importante, i biglietti del padre dalla prigione di via Tasso, la lettera di ringraziamento del generale Harold Alexander, comandante degli eserciti alleati in Italia, alla mamma Juccia per l’opera insostituibile svolta dal capo delle Forze militari clandestine a Roma, la foto che ritraeva la famiglia per l’ultima estate spensierata a Forte dei Marmi: ci sono il primogenito Manfredi, classe 1924, che aiutò il padre nella lotta clandestina, il secondogenito Andrea, oggi cardinale, che lavorò con il medico Attilio Ascarelli dopo la liberazione di Roma a ricomporre i resti delle vittime delle Fosse Ardeatine, infine, assieme ad Adriana, le sorelle Lidia e Isolda.
Adriana nel dopoguerra si è laureata in fisica con Edoardo Amaldi, ma assieme al marito Benedetto, da cui ha avuto cinque figli, si è sempre occupata di agricoltura, organizzando una tenuta agricola in Kenia e poi dal 1960 seguendo le attività nelle campagne romane e del Viterbese. Le memorie della famiglia si intrecciano a quelle pubbliche. “Ci eravamo trasferiti a Roma da Torino nel 1940, quando mio padre era stato nominato colonnello, il più giovane con quel grado. Diceva che nell’esercito contano gli ufficiali con la c (caporale, come lui era stato nella prima guerra mondiale, capitano e colonnello) perché i più vicini alla truppa. Il papà era una persona affettuosa, ma come usava una volta riservata e severa. Aveva un’autorità eccezionale, tutti glielo riconoscevano, era un capo nato. Dopo la laurea in ingegneria e una breve parentesi di lavoro come civile a Genova, era rientrato nell’esercito dove aveva bruciato le tappe: volontario nella Guerra di Spagna, aveva poi compiuto almeno 16 missioni in Africa settentrionale dove era stato decorato con una medaglia d’argento”.
Fedele ai Savoia, il 19 luglio 1943 aveva accompagnato Mussolini all’incontro di Feltre con Hitler, dove il capo del fascismo non ebbe il coraggio di sostenere con il Fuehrer le ragioni di una pace separata. Fu allora che venne decisa la sorte del Duce e il colonnello Montezemolo ebbe una parte nel suo arresto. Consigliere militare di Badoglio, decise di restare a Roma dopo l’8 settembre per organizzare la difesa militare, quando la corte e tutte le alte cariche dell’esercito e del governo prendevano la via di Pescara. “La funzione di mio padre era di collegamento tra il governo legittimo del Sud e la Resistenza romana. Si era fatto paracadutare alcune radio ricetrasmittenti e comunicava agli Alleati gli spostamenti delle truppe tedesche e tutte le informazioni utili che riusciva ad ottenere”.
Per questo Herbert Kappler, il comandate delle SS di Roma, che poi lo avrebbe interrogato e torturato in via Tasso, lo considerava il nemico pubblico numero uno.
“Passammo quell’estate del 1943 in una tenuta di alcuni amici a Perugia. Mio fratello Manfredi che frequentava il collegio militare a Lucca ci raggiunse a piedi, Andrea invece era con noi. Dopo l’8 settembre nostro padre ci diede l’ordine di non muoverci, la situazione era molto pericolosa, ma non riuscimmo a trattenere Manfredi che andò a Roma in bicicletta e si unì all’organizzazione clandestina con documenti falsi. Nostro padre teneva le fila non soltanto delle forze militari clandestine ma coordinava i gruppi della Resistenza che si andavano formando. ‘Mai avrei pensato – diceva – io monarchico di collaborare e avere buoni rapporti con il comunista Giorgio Amendola”.
Giorgio Amendola, che diede l’ordine dell’attentato al battaglione SS Bozen in via Rasella, da cui scaturì la rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine. “Mio padre credeva alle forze armate clandestine spettasse l’azione di intelligence e il controllo in città. Alla Resistenza civile, che fu aiutata dal Fronte militare clandestino anche con il rifornimento di armi, erano riservate azioni di sabotaggio in campagna. Mio padre era molto preoccupato dalle rappresaglie e finché rimase in libertà riuscì a tenere il controllo della situazione. Dopo il suo arresto, il 25 gennaio 1944, dapprima i protagonisti della Resistenza si dileguarono nel timore che parlasse. Ma quando si accorsero che il colonnello Montezemolo riuscì a resistere alle torture, cominciarono le azioni dei Gap”.
Adriana Montezemolo era rimasta a Perugia con la mamma e le sorelle sino a fine dicembre 1943: “Il 27 dicembre venne a prenderci in macchina un maresciallo dei carabinieri di cui mio padre si fidava. Prima andammo un paio di giorni dai baroni Scammacca, quindi cominciammo a frequentare le scuole al collegio di Trinità dei Monti, dove anche mia madre viveva in una stanza del pensionato, mentre mio fratello Andrea era nel collegio ucraino. Mio padre e mia madre si incontravano il mercoledì in casa Scammacca verso le 14,30, poi di solito uscivano per una passeggiata a Villa Borghese cercando di non dare nell’occhio. All’ultimo incontro, credo il 19 gennaio, tre giorni prima dello sbarco di Anzio, mio padre disse alla mamma che se gli americani non arrivavano a Roma lui sarebbe stato preso. Si sentiva braccato, aveva cinque polizie alle calcagna. La settimana successiva la mamma arrivò prima all’appuntamento, ma attese inutilmente. Arrivò invece mio fratello Manfredi con la notizia che il papà il 25 era stato arrestato”.
Chi era stato a parlare, a fare la delazione, a rivelare che sotto i baffi a manubrio del “professor Giuseppe Martini” si nascondeva il capo della Resistenza militare clandestina? “Ci sono state varie voci, potrei dire dei nomi, ma la verità non si saprà mai. Speravamo che il papà non fosse finito nelle mani delle SS. Una persona terribile, che dava informazioni cercando di carpire denaro, ci disse che lo aveva visto a Regina Coeli, tranquillo che giocava a carte. Strano, pensammo, il papà non gioca a carte”.
Era invece nelle mani di Kappler nella prigione di via Tasso, dove venne torturato per giorni. Nelle stesse stanze, oggi diventate museo, sono esposti gli abiti del prigioniero Montezemolo: una camicia con le cifre, un maglione inglese di marca Wolsey, la giacca e i pantaloni sdruciti.
“Una cugina si era offerta di portare un po’ di biancheria. Dalla prigione di via Tasso filtrarono tre biglietti di mio padre, poi il silenzio. Fino al 25 marzo, quando una donna mostrò a mia madre una pagina del ‘Messaggero’ con la notizia che alle Fosse Ardeatine erano stati giustiziati comunisti e badogliani… Vivemmo nell’angoscia e nella speranza anche dopo aver ricevuto la comunicazione tedesca che potevamo andare a ritirare in via Tasso gli effetti personali di nostro padre. Magari, qualcuno ci confortava, l’anno portato al Nord. Speravamo che l’intervento del Vaticano che avevamo sollecitato avesse avuto qualche effetto. Avemmo la certezza che il colonnello Montezemolo era morto nel peggiore dei modi alle fosse Ardeatine quando la mamma riconobbe alcuni effetti personali, tra cui la fede nuziale, raccolti alle Mantellate, nel luglio 1944, dopo la liberazione di Roma”.
Da allora è cominciata la meticolosa ricostruzione dei fatti, gli incontri che con la memoria rinnovavano il dolore. “In anni recenti, durante un dibattito a via Tasso mi è venuta incontro una signora, era Carla Capponi (la compagna di Rosario Bentivegna che partecipò all’attentato di via Rasella, ndr), mi raccontò che durante la Resistenza aveva incontrato mio padre che le aveva consegnato delle armi. Io la salutati, ma in maniera fredda. Forse ho sbagliato”.
L’ultimo ricordo di quella stagione terribile riguarda il capitato Eric Priebke, il collaboratore di Kappler e interprete delle SS che partecipò al massacro delle Ardeatine. “Arrestarlo in anni recenti – dice Adriana sorprendendoci – è stato un errore. Non l’ho conosciuto ma ho avuto con lui una corrispondenza epistolare attraverso il suo avvocato Paolo Giachini. Gli chiesi se avesse conosciuto mio padre. Mi rispose che non l’aveva mai incontrato. Strano, per uno che faceva l’interprete in via Tasso. Ma perché non dovrei credergli?”.
 
(Il Corriere della Sera,  23 marzo 2015)
  • Pubblicato in News
Sottoscrivi questo feed RSS