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Mario Avagliano
Storico e scrittore

La storia italiana raccontata attraverso persone, documenti e memoria

Racconto la storia italiana attraverso libri, ricerche e incontri pubblici, con particolare attenzione alle vicende delle persone comuni e ai passaggi decisivi della nostra democrazia.

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Il Sud che votò per la Repubblica

 

di Mario Avagliano

Per molto tempo la storia del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 è stata riassunta in una formula tanto efficace quanto riduttiva: un’Italia divisa in due, con il Nord repubblicano e il Sud monarchico.

Questa rappresentazione, entrata stabilmente nella memoria pubblica e nella divulgazione storica, ha finito per trasformarsi quasi in un luogo comune storiografico. Eppure, come hanno osservato diversi studiosi della storia politica del dopoguerra, la geografia reale di quel voto fu molto più articolata e complessa di quanto suggerisca questa immagine schematica.

Il libro di Francesco Florenzano, Il Sud che votò per la Repubblica, si inserisce con pieno titolo in questo filone di ricerca, offrendo un contributo originale alla rilettura di una pagina decisiva della storia italiana. Attraverso un’analisi puntuale dei risultati elettorali e delle realtà locali del Mezzogiorno, l’autore dimostra come anche nel Sud esistesse una presenza repubblicana significativa, diffusa e spesso radicata nelle vicende sociali e politiche dei territori.

Il referendum del 2 e 3 giugno 1946 rappresentò uno dei momenti più intensi della storia nazionale. Alle urne si recarono oltre ventiquattro milioni di italiani, pari a circa l’89 per cento degli aventi diritto, in una mobilitazione elettorale senza precedenti. Il risultato complessivo vide la Repubblica prevalere con circa il 54,3 per cento dei voti, mentre la Monarchia si fermò al 45,7 per cento.

La consultazione ebbe anche un altro significato storico di grande rilievo: per la prima volta votarono le donne. Dopo decenni di battaglie civili e politiche per il suffragio femminile, la partecipazione delle elettrici segnò una svolta fondamentale nella storia della cittadinanza italiana. L’ingresso delle donne nella vita elettorale del Paese rappresentò uno dei passaggi simbolicamente più forti della nascita della democrazia repubblicana.

Il clima di quelle giornate emerge anche dalle parole della stampa dell’epoca. Nell’editoriale intitolato Tutti alle urne!, pubblicato dal Corriere della Sera proprio il 2 giugno 1946, i cittadini venivano esortati a partecipare al voto con spirito civico e consapevolezza: «Tutti alle urne! E tutti alle urne con serietà, con compostezza, con calma e con un gioioso senso d’orgoglio. Sì, siamo orgogliosi di aver finalmente ritrovato noi stessi; orgogliosi di essere dei cittadini».

Il referendum fu il momento decisivo attraverso cui l’Italia uscita dal conflitto cercò di ridefinire la propria identità politica e civile. In questo quadro, il voto non fu soltanto una scelta istituzionale. Fu anche il riflesso di esperienze storiche diverse, di culture politiche locali, di equilibri sociali e territoriali che influenzarono profondamente gli orientamenti degli elettori.

La geografia complessa del voto

La distribuzione territoriale del voto mostrò differenze molto marcate. Se nel complesso la Repubblica prevalse a livello nazionale, il Mezzogiorno confermò in larga misura la propria fedeltà all’istituto monarchico. In alcune province meridionali il consenso alla monarchia raggiunse percentuali molto elevate: Lecce sfiorò l’85 per cento, Caserta l’83, mentre Napoli e Messina superarono il 77 per cento.

Procedendo verso sud, dunque, la geografia politica cambiava sensibilmente. Le percentuali più elevate in favore della Repubblica si registrarono nelle regioni del Centro-Nord dove era stata combattuta la Resistenza, con proporzioni plebiscitarie in città come Ravenna, Grosseto, Livorno, Reggio Emilia e Trento.

Come osservò il questore azionista Giorgio Agosti, testimone diretto del clima politico dell’epoca: «Quassù in Piemonte i preti hanno naturalmente votato, con il loro seguito di beghine e di ricoverati al Cottolengo, per la monarchia; ma la maggioranza è stata ugualmente netta per la repubblica».

Da Roma in giù accadeva invece quasi l’opposto. La vittoria della monarchia toccava punte altissime in diverse province meridionali, alimentando l’immagine di un Sud ancora fortemente legato alle strutture sociali e politiche del passato.

Non a caso Giorgio Amendola osservò amaramente che «vi sono larghe zone dell’Italia meridionale in cui ogni cosa sembra essere come era prima, sotto il fascismo; l’apparato politico e statale non è cambiato, ed il potere rimane nelle mani delle stesse famiglie».

Il Sud repubblicano che non ti aspetti

Eppure, proprio nel Mezzogiorno non mancavano eccezioni significative. In Calabria, ad esempio, nei comuni di Siderno e Gioiosa Jonica circa due terzi degli elettori – attorno al 65 per cento – votarono per la Repubblica.

Ancora più significativo fu il caso dell’area dell’attuale provincia di Crotone, dove la Repubblica prevalse in 21 comuni su 25, con Crotone in testa, mentre soltanto Crucoli, Rocca Bernarda, San Mauro Marchesato e Umbriatico votarono per la monarchia.

E lo stesso avvenne nelle altre regioni del Sud. In Campania, tra i municipi repubblicani, ritroviamo Torre Annunziata, Qualiano, Guardia Lombardi, Morra De Sanctis e Pisciotta; in Puglia Andria, San Severo, Manfredonia e Cerignola; in Basilicata Melfi e Avigliano; in Sicilia Misterbianco, Comiso, Canicattì, Niscemi, Casteldaccia, Corleone, Erice, Marsala e Pantelleria; in Sardegna Carbonia, Villasimius, Dorgali e Santa Teresa di Gallura.

Questi risultati rappresentarono una chiara controtendenza rispetto ad altre città e territori in cui la Monarchia risultò prevalente. Non furono casi isolati quelli in cui la Repubblica riuscì ad affermarsi, dimostrando come la geografia del voto fosse molto più sfumata di quanto suggerisse la lettura tradizionale.

È proprio in questo contesto che si colloca il lavoro di Francesco Florenzano. Analizzando con attenzione i risultati del referendum nei comuni del Mezzogiorno, il volume restituisce visibilità a una costellazione di comunità nelle quali il voto repubblicano trovò terreno fertile, elencando provincia per provincia tutti i comuni che si schierarono per la Repubblica, con schede dedicate anche al voto politico per l’Assemblea Costituente.

Il caso di Salerno e di Albanella

La provincia di Salerno rappresenta un osservatorio particolarmente interessante per comprendere il clima politico del Mezzogiorno nel passaggio dalla guerra alla democrazia. Tra il 1944 e il 1945 la città di Salerno ospitò il governo Badoglio e poi il primo governo di unità nazionale guidato da Ivanoe Bonomi, diventando di fatto la capitale politica dell’Italia liberata.

In questo contesto si colloca Albanella, nel Cilento interno, città natale di Florenzano, i cui elettori votarono per circa il 55 per cento in favore della Repubblica. Il richiamo a questa comunità non ha soltanto un valore biografico: il caso di Albanella, come quello di molte altre realtà locali analizzate nel volume, dimostra come anche nei centri apparentemente periferici del Mezzogiorno maturarono orientamenti politici e forme di partecipazione che contribuirono alla nascita della Repubblica.

Oltre il luogo comune storiografico

Il punto centrale che emerge da questa ricerca è che il voto del 2 giugno non può essere interpretato soltanto attraverso la tradizionale contrapposizione geografica tra Nord repubblicano e Sud monarchico. All’interno dello stesso Mezzogiorno convivevano orientamenti diversi, determinati da fattori storici, sociali e culturali specifici.

Le ragioni della prevalenza monarchica nel Sud sono note. In molte realtà meridionali la monarchia appariva come una forma di continuità istituzionale in un momento di grande incertezza. Dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra, una parte significativa dell’opinione pubblica temeva che il cambiamento istituzionale potesse aprire una fase di ulteriore instabilità politica.

A questo si aggiungeva il peso simbolico del cosiddetto Regno del Sud. Dopo l’8 settembre 1943 la monarchia e il governo Badoglio si stabilirono nel Mezzogiorno sotto la protezione degli Alleati e per oltre un anno il Sud fu il centro dell’Italia ufficiale riconosciuta sul piano internazionale.

Ma accanto a queste motivazioni esistevano anche le ragioni di chi, nel Mezzogiorno, scelse la Repubblica. In molte comunità essa rappresentava la rottura con il passato e con le responsabilità della monarchia nella nascita e nel consolidamento del fascismo. In altre realtà il voto repubblicano fu alimentato dalla mobilitazione dei nuovi partiti di massa e dalle aspettative di rinnovamento politico e sociale che attraversavano il Paese nel difficile passaggio dal conflitto alla democrazia.

Il Mezzogiorno dell’Italia liberata fu attraversato da fermenti politici e sociali spesso sottovalutati, che prepararono il terreno alla partecipazione democratica del dopoguerra.

Il referendum del 2 giugno fu dunque, prima di tutto, una somma di scelte maturate nelle comunità locali: nelle piazze dei paesi, nelle sezioni dei partiti appena ricostituiti, nei circoli politici e nelle discussioni quotidiane di una società che stava lentamente uscendo dalla guerra.

Il merito del libro

Il merito principale di Il Sud che votò per la Repubblica è proprio quello di restituire complessità alla storia di quel voto e di contribuire a rivedere criticamente uno dei luoghi comuni più persistenti della narrazione pubblica italiana.

La nascita della Repubblica non fu soltanto il risultato delle regioni settentrionali, ma anche il prodotto del contributo di numerose comunità meridionali che, pur in un contesto complessivamente monarchico, scelsero la strada del cambiamento.

Ed è proprio nelle scelte maturate in queste comunità – nei paesi, nelle campagne e nelle piazze del Mezzogiorno – che si possono ritrovare alcune delle radici meno conosciute ma non meno importanti della nascita della Repubblica italiana.

Ricostruire questa storia significa comprendere meglio le radici della democrazia italiana e riconoscere il ruolo che anche il Mezzogiorno ebbe nel processo di fondazione della Repubblica.

Il lavoro di Francesco Florenzano si inserisce con merito in questo percorso di ricerca, offrendo agli studiosi e ai lettori uno strumento utile per rileggere con maggiore attenzione e senza semplificazioni una pagina decisiva della nostra storia nazionale.

Questa è la prefazione al libro Il Sud che votò per la Repubblica di Francesco Florenzano, in uscita il 17 aprile 2026 per i tipi della Edup.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 22 marzo 2026.
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Voto alle donne!, quando Mussolini era a favore e Turati e Giolitti no

La recensione del Fatto Quotidiano

In un libro il faticoso cammino di un cambiamento epocale che oggi compie 80 anni (10 marzo 1946). Davide Turrini ricostruisce, a partire da Voto alle donne!, il faticoso cammino del suffragio femminile in Italia, mettendo in luce la trasversalità politica di pregiudizi, resistenze e ritardi che accompagnarono una conquista epocale.

Il primo a concedere il voto alle donne fu nientemeno che Mussolini, poi però, per via delle “leggi fascistissime”, non lo applicò.

E tra Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti fu ben più decisivo il primo del secondo, con la sua Democrazia cristiana, nel far votare signore e signorine italiane il 10 marzo 1946 per la prima volta, in una complessa tornata di elezioni amministrative pre-referendum e pre-Costituente.

Queste e altre deliziose spigolature appaiono nel poderoso volume Voto alle donne! (Einaudi), scritto dagli storici Mario Avagliano e Marco Palmieri, sorta di emersione scrupolosa dell’imponente tema dell’esercizio del voto elettorale concesso alle donne in Italia all’incirca dal 1848 fino al 1946, con una robusta appendice politica sui mesi successivi al “non evento”.

Intanto, per essere chiari, se si lavora con rigore documentale come Avagliano e Palmieri, i fatti storici appaiono inoppugnabili e un tema così, almeno fino a metà del secolo scorso, divisivo a livello sociale e culturale, si può analizzare e affermare nella sua assoluta trasversalità politica.

E a dirla tutta i grandi padri del socialismo italiano, Filippo Turati per esempio, come altri grandi statisti liberali del Paese, Giovanni Giolitti su tutti, non ci fanno una gran bella figura.

Insomma, non è che per il voto alle donne ci siano da una parte la sinistra illuminata e dall’altra la destra oscurantista. In tempi di intelletto cavernicolo, meglio saperlo.

Del resto lo spiegano gli autori fin dalle prime righe risorgimentali: l’Italia unita dai grandi aneliti di libertà e indipendenza politica nasce monca, proprio senza “madri”.

Le flebili tracce dei movimenti di emancipazione femminile di metà Ottocento sono prima di tutto legate all’attivismo di donne istruite della classe borghese e presenti tra le pieghe delle battaglie rivoluzionarie garibaldine, nonché come fautrici del proselitismo mazziniano.

Manifestazione sul voto alle donne

Manifestazione sul voto femminile. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Ma a livello giuridico, nel neonato Parlamento italiano, un illuminato risorgimentale come Giuseppe Pisanelli, in veste di ministro di Grazia e Giustizia, nel 1865 con il codice omonimo ribadisce addirittura la subordinazione della donna introducendo la cosiddetta “autorizzazione maritale”, cioè la donna sottoposta alla potestà dell’uomo. Figuriamoci il voto.

Quando una paladina dei nascenti movimenti emancipatori femminili come Anna Maria Mozzoni nel 1877 rilancia una petizione sul voto politico delle donne, il governo Depretis, della cosiddetta Sinistra storica, verso cui Mozzoni guardava con favore, la boccia a livello parlamentare spiegando che è opinione diffusa che tale novità potrebbe mettere a rischio la serenità sociale e familiare, per esempio in caso di voto della moglie differente da quello del marito.

Meglio quindi osservare le mutazioni inarrestabili che, verso la fine dell’Ottocento, per le donne arrivano dal mondo del lavoro e delle professioni.

Iniziano gli scioperi di sole lavoratrici, come quello delle mondine a Molinella nel 1883, il primo del genere; in alcuni contesti, come nelle scuole, nel 1901 ci sono più maestre che maestri; oppure rimangono indelebili le battaglie di affermazione professionale di alcune singole donne come Lidia Poët, la prima laureata in giurisprudenza nel 1881, che cerca invano di iscriversi all’ordine degli avvocati per esercitare la professione imbattendosi nelle motivazioni lunari di una Corte d’appello: “Nell’avvocheria non devono immischiarsi le femmine”.

Bisogna attendere il 1904 per seguire il deputato repubblicano Roberto Mirabelli perorare in Parlamento la causa del voto esteso alle donne, con la derisione pubblica del presidente del Consiglio Giolitti.

Ma è in questo periodo che la questione subisce una incredibile accelerata, perché visto che a livello giuridico nessun divieto è espressamente determinato da codici e norme dello Stato, sono centinaia le donne che chiedono di iscriversi alle liste elettorali.

Molte commissioni elettorali accettano, ma sono le Corti d’appello a frenare con “obiezioni pretestuose”.

Con un’unica eccezione: la Corte d’appello di Ancona che il 25 luglio 1906 approva l’iscrizione nelle liste elettorali di un gruppo di donne.

Sarà la Cassazione ad esecrare il lavoro dei giudici anconetani spiegando che il principio di esclusione dal voto della donna è talmente ovvio che nello Statuto Albertino non si sono nemmeno sprecati di scriverlo.

In mezzo a quella che è una vera e propria incontrollata eruzione di movimenti e associazioni femminili a livello nazionale dedite al suffragio, una figura altrimenti cruciale per l’emancipazione della classe operaia come Turati liquida sommariamente il tema, nonostante la fervida battaglia femminile della compagna Anna Kuliscioff: “Il voto alle donne è prematuro per la ancora così pigra coscienza politica e di classe delle masse proletarie femminili”.

Prima pagina dell’Avanti! sul tema del voto alle donne

Una testimonianza della stampa del tempo sul dibattito attorno al suffragio. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Paradosso per paradosso, sarà invece nel 1925 la maggioranza fascista del Parlamento, già amputato dalla secessione dell’Aventino, a dare il via libera alla proposta del diritto di voto elettorale amministrativo alle donne che hanno compiuto 25 anni e hanno adempiuto a una serie di specifiche giuridiche.

Ai deputati maschilisti recalcitranti fa una lavata di capo addirittura il Duce: “Questa necessità è diventata sempre più impellente”.

Il Senato approva, ma per uno scherzo della storia l’avvento delle leggi fascistissime, che sostituiscono sindaci e giunte con i podestà, fa sfumare l’occasione storica.

Bisognerà infine attendere l’inizio del 1945, a guerra ancora in corso, e l’iter del decreto sul voto alle donne sotto il governo Bonomi III per compiere la svolta tanto agognata da milioni di donne italiane.

Svolta che, segnalano Avagliano e Palmieri, lascia “indifferente e distratta buona parte della stampa del giorno seguente, specie quella politica”.

Del resto, nella discesa post-Ventennio che porta al voto per le donne, sarà un po’ più convinto il democristiano De Gasperi del comunista Togliatti, quest’ultimo preoccupato che una parte della base del partito veda le masse femminili inclini a un voto “reazionario”.

Insomma, nonostante tutto, le donne poterono finalmente votare prima alle amministrative del 10 marzo 1946, poi al referendum monarchia-repubblica del 2 giugno 1946 e infine per la composizione dell’Assemblea Costituente, in un clima, un po’ alla C’è ancora domani della Cortellesi, di ritrosie anche tra i paladini dell’antifascismo.

Uno dei padri della Repubblica italiana, un antifascista come Ferruccio Parri, leader del Partito d’Azione, al congresso della trionfante UDI, l’Unione Donne Italiane, a Firenze nell’ottobre del 1945 intervenne clamorosamente così: “Per sbagliare bastiamo noi. E sarebbe eccessivo che vi aggiungeste anche voialtre”.

Il libro

Voto alle donne!

La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.

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Fonte
Articolo di Davide Turrini pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2026.
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Pregiudizi contro diritti. La marcia per le urne

La recensione di Michaela Valente sul Corriere della Sera – La Lettura

Un ampio e denso articolo ricostruisce, a partire da Voto alle donne!, la lunga marcia delle italiane verso il suffragio, tra pregiudizi, ostacoli politici, sarcasmi e conquiste decisive per la qualità della nostra democrazia.

Ottant’anni fa, a Roma, i primi tepori primaverili sprigionano il prepotente giallo delle mimose. Quel fiorire abbondante e disordinato dà risposta alla discussione sul simbolo da scegliere per il primo 8 marzo dell’Italia liberata e così si impone la mimosa, che cresce selvatica e può essere raccolta da chiunque.

All’interno dell’Unione donne italiane, Rita Montagnana, Marisa Cinciari Rodano e Teresa Mattei si confrontano: il garofano non va bene perché è legato al Primo Maggio, l’anemone costa troppo, la mimosa risolve il problema.

Inoltre, in quei giorni, si assiste a una grande mobilitazione di piazza perché dal 10 marzo 1946, in 486 comuni, per la prima volta in Italia si inaugura la stagione del diritto al voto per le donne: per cinque domeniche si vota alle amministrative.

Donne ai seggi elettorali nel dopoguerra

Donne ai seggi nell’Italia del dopoguerra. Clicca sull’immagine per ingrandire.

È anche la prima volta in cui le donne godono dell’elettorato passivo: possono essere elette, questione che si era risolta soltanto nel gennaio 1946. Ci sarebbe stata poi una seconda tornata di amministrative in autunno. In seguito a queste prime elezioni sono elette consigliere e donne sindaco. Le preoccupazioni sul possibile astensionismo non trovano riscontro, perché si registra un alto tasso di partecipazione.

Nello stesso giorno, il 10 marzo 1946, in cui si aprono le cabine elettorali alle donne, viene loro riconosciuto l’elettorato passivo all’Assemblea Costituente con il decreto legislativo luogotenenziale n. 74. Le elezioni per la Costituente si terranno il 2 giugno, lo stesso giorno del referendum su monarchia o repubblica.

Vincerà la repubblica, tra inesauribili e forse ormai inutili dubbi sulla correttezza delle procedure e su possibili brogli.

Con Voto alle donne! (Einaudi), Mario Avagliano e Marco Palmieri ripercorrono le tappe della conquista italiana, risalendo al Risorgimento e facendo intravedere luci ancor più antiche: a fine Settecento lottarono per il diritto al voto femminile Olympe de Gouges e Mary Wollstonecraft, ma anche italiane coeve portarono avanti la battaglia.

Istanze di suffragio femminile, di pari diritti politici e civili, di libertà e uguaglianza, proposte e articolate variamente, si trovano dalla fine del Settecento e accompagnano il Risorgimento, scontrandosi con pregiudizi e stereotipi. «Il regno delle donne è la casa», scrive Cesare Balbo.

Quando poi i progetti di unità italiana si traducono in realtà e quando si deve votare per l’annessione, alcune donne vengono ammesse per meriti patriottici, come Marianna De Crescenzo a Napoli, il 21 ottobre 1860, e la diciannovenne Maria Alinda Bonacci a Recanati, nel novembre dello stesso anno.

Il Regno d’Italia non ammette però le donne al voto, decisione che suscita un certo dibattito perché, in alcune realtà, questo significa un passo indietro e anche perché ci sono diritti e beni da tutelare. Persino le richieste di voto amministrativo sarebbero state continuamente rigettate.

Che non ci fosse alcuna intenzione né sensibilità è reso chiaro dall’introduzione dell’autorizzazione maritale con il Codice Pisanelli del 1866: la donna è privata della possibilità di disporre liberamente dei suoi beni senza il consenso del marito.

Non era però un universo compatto. Nel 1867 il deputato Salvatore Morelli presenta un progetto di legge di emancipazione della donna e tornerà a proporne altri, subendo per questo sarcasmi e dileggi. La spunta nel 1877, quando si riconosce alle donne di poter essere testimoni in alcuni atti giudiziari.

Confidando nella Sinistra di Agostino Depretis, Anna Maria Mozzoni si fa latrice di una petizione in Parlamento: inizia un periodo in cui l’istanza compare ripetutamente e regolarmente viene respinta. Tuttavia è interessante notare che si allarga il consenso e cresce la violenza verbale di chi si oppone.

La politica non è dunque in grado di rispondere alle sollecitazioni, cieca di fronte al cambiamento in atto: nascono associazioni emancipazioniste e giornali che danno voce alle diverse anime dei movimenti femminili. Intanto, a colpi di ricorsi e appelli, si prova a scardinare il sistema.

Nel 1883 la richiesta di Lidia Poët di essere iscritta all’ordine degli avvocati apre un contenzioso che si chiude soltanto nel 1920. Il gran fermento internazionale ottiene il primo riconoscimento ufficiale del diritto di voto nel 1893 in Nuova Zelanda.

Nel giugno 1904 è la volta del progetto di legge del deputato repubblicano Roberto Mirabelli che ammette le donne al voto. Naturalmente viene insabbiato, ma suscita clamore nell’opinione pubblica e, ancora una volta, una reazione inattesa con donne che chiedono di essere iscritte nelle liste elettorali, talvolta per via giudiziaria.

Nel 1905 la richiesta di Eloisa Nacciarone a Napoli è respinta, mentre nel 1906 quella di dieci maestre marchigiane è riconosciuta dalla Corte d’appello di Ancona. Un esito inatteso, prontamente commentato con irritazione e sarcasmo come segno di decadenza cui si deve immediatamente porre rimedio. E così è. La Corte di Cassazione, il 14 dicembre 1906, annulla la sentenza.

Donna davanti all’urna elettorale

Una donna davanti all’urna nel 1946. Clicca sull’immagine per ingrandire.

Tra le tante che invocano il diritto di voto c’è Maria Montessori. Nel 1909 Grazia Deledda, che vincerà il Nobel per la Letteratura nel 1926, è la prima donna candidata, in quel momento solo simbolicamente, al Parlamento: una mossa che vuole scuotere le coscienze e far pensare che la politica non sia un tradimento del ruolo di donna, moglie e madre.

Nel 1912 si riprende la discussione sul progetto Mirabelli e, benché Filippo Turati e altri abbiano finalmente sposato l’idea, le enormi resistenze la fanno naufragare a larga maggioranza. La delusione non spinge alla rassegnazione: Anna Kuliscioff e le altre proseguono nella campagna stampa e di mobilitazione, mentre si registrano progressi nella vita civile.

Lo scoppio della Prima guerra mondiale non offusca il movimento: non più solo madri e mogli, ma in prima linea nelle proteste, così come nell’assistenza e nel lavoro. Si chiariscono gli obiettivi e si chiedono garanzie di continuità dell’occupazione femminile, parità di salario, accesso alle professioni e ai diritti politici.

L’autorizzazione maritale rappresenta invece un ostacolo da rimuovere e Teresa Labriola presenta una petizione per chiederne l’abolizione. Finita la guerra, visto l’impegno profuso, le aspettative sono molte. La retorica abbonda: i riconoscimenti restano sulla carta. La gratitudine non porterà nemmeno questa volta al diritto di voto.

La prima legge italiana sul suffragio femminile, legge che non entrerà mai in vigore, è del 22 novembre 1925 e ammette alcune categorie di donne al voto amministrativo.

Gli anni del fascismo e della Seconda guerra mondiale sono tragici. Da chi subisce la fascinazione dell’uomo forte alla scelta pacifista, come quella di Lina Merlin, la «pacefondaia»; da chi imbraccia le armi a chi pensa a un mondo migliore; dalle tante che mandano avanti le famiglie alle cattoliche incoraggiate dal Vaticano.

Sotto la dittatura, le donne sono relegate all’ambito domestico e familiare e vengono presi provvedimenti discriminatori in diversi ambiti. Nel clima di ampio consenso, ci sono però sacche di dissenso e di malcontento che troveranno voce sempre più forte durante la guerra e la Liberazione.

Quando si arriva al 1945, Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi non hanno dubbi e il 1° febbraio si vara il tanto atteso decreto. E poi, finalmente, il 2 giugno 1946.

Se per Alba de Céspedes il voto conclude «un’avventura umiliante e penosa», non si possono dimenticare le definizioni di «donnette» di Marino Moretti e le preoccupazioni paternalistiche che le donne possano sbagliare.

La testimonianza di Anna Banti e del suo smarrimento nella cabina elettorale, la cronaca di emozioni e di svenimenti per le lunghe attese illustrano bene quel giugno e forse anche il carico di responsabilità che sentono le ventuno elette all’Assemblea Costituente, su 556 membri.

Le costituenti agiscono di concerto, ottenendo il fondamentale risultato dell’articolo 3, su cui danno battaglia, ma c’è pure la sconfitta dell’accesso alla magistratura, cui si pose rimedio solo nel 1963.

Nel raccontare questa straordinaria storia, Avagliano e Palmieri tentano di restituire la complessità dell’intera galassia femminile in maniera trasversale dal punto di vista sociale, politico, generazionale e geografico: nessuna è esclusa.

Non più solo mamme e spose, ma un ventaglio di esperienze, non tutte sempre celebrabili, come furono quelle di spie e torturatrici che pure sono ricordate.

Avagliano sottolinea la novità di un libro scritto da uomini mentre di solito del tema si sono sempre occupate donne: «Per scrivere questo libro abbiamo raccolto il testimone dalle storiche, da Anna Rossi-Doria in avanti, che hanno fatto un lavoro fondamentale, perché siamo convinti che la cittadinanza femminile non sia una questione di genere, bensì una questione di qualità democratica; quindi studiare questa storia significa assumersi una responsabilità collettiva anche come uomini. Aiuta a prendere coscienza della società, di come sia ancora pervasa da tratti patriarcali, affinché evolva ulteriormente nel riconoscimento dei diritti delle donne».

Palmieri aggiunge: «La storia delle battaglie per i diritti ci riguarda tutti, non ha genere e non ha confini. In vista della ricorrenza dell’ottantesimo del 2 giugno, del primo voto politico delle donne, siamo voluti tornare indietro. Si vede che, nonostante la grande partecipazione femminile al Risorgimento, queste donne non videro riconosciuto il loro impegno e l’Italia nacque senza “madri”. Con questo libro abbiamo voluto mettere in evidenza il filo rosso che lega queste prime lotte per l’emancipazione femminile e il contributo di quelle che invece sarebbero state le madri costituenti».

Il libro

Voto alle donne!

La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.

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Fonte
Recensione di Michaela Valente pubblicata su Corriere della Sera – La Lettura, 8 marzo 2026.
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Il primo voto delle donne a Cava de’ Tirreni: una storia di famiglia e di città

di Mario Avagliano

Un certificato elettorale del 1946 e il manifesto con le prime consigliere comunali raccontano quando anche a Cava de’ Tirreni le donne entrarono per la prima volta nella democrazia italiana.

Qualche giorno fa la mia amica Isabella Senatore mi ha inviato su WhatsApp una fotografia che mi ha emozionato. È il certificato elettorale della zia, Gemma Sergio, rilasciato dal Comune di Cava de’ Tirreni, la mia città di origine, per le elezioni dell’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946.

Un foglio fragile, ingiallito dal tempo, piegato e consumato. Ma dentro quelle pieghe c’è una rivoluzione.

Per la prima volta nella storia d’Italia anche le donne votavano.

Quel documento non è solo un ricordo familiare. È la prova concreta di uno dei momenti più decisivi della nostra storia democratica.

Documento

Certificato elettorale di Gemma Sergio per le elezioni dell’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946 rilasciato dal Comune di Cava de’ Tirreni

Certificato elettorale di Gemma Sergio, rilasciato dal Comune di Cava de’ Tirreni. Archivio famiglia Cataldo.

Una donna, una maestra, una scelta

Isabella mi ha raccontato che il certificato le è stato segnalato dalla cugina Marinita Cataldo, che vive a Milano. Sua zia Gemma era un’insegnante e quel 2 giugno 1946 al referendum votò per la Repubblica. D'altronde, era figlia di un comunista, Vincenzo Sergio, tra i fondatori del partito a Cava, sorvegliato dal regime fascista durante il Ventennio.

Gemma sposò poi il suo fidanzato, Francesco Cataldo, detto Nino, sottotenente dei bersaglieri, catturato dai tedeschi in Croazia e tornato in Italia nell'agosto 1945 dopo circa due anni di dura prigionia nei campi di concentramento tedeschi (Deblin, Oberlangen e Wietzendorf, dove furono rinchiusi anche Giovannino Guareschi e Alessandro Natta).

Nino fu un resistente, uno degli oltre seicentomila Internati Militari Italiani che rifiutarono di aderire alla Repubblica sociale, ai quali ho dedicato il libro “I militari italiani nei lager nazisti”, edito da Il Mulino.

Gemma Sergio e Francesco Cataldo: fotografie di famiglia (Archivio Isabella Senatore)

Francesco Cataldo in divisa

Francesco “Nino” Cataldo in divisa militare.

Gemma Sergio e Francesco Cataldo

Gemma Sergio e Francesco Cataldo.

Gemma Sergio e Francesco Cataldo

Gemma e Nino a passeggio.

Famiglia Sergio

Da sinistra: Giuseppina Donnarumma (madre), Gemma Sergio, Francesco Cataldo, Emilia Sergio (sorella). Accovacciata la sorella minore Maria Giovanna.

In quelle scelte personali – familiari, politiche, morali – si riflette il clima di un Paese che usciva dalla guerra e dal fascismo e cercava di ricostruire la propria democrazia.

Le prime donne elette a Cava de’ Tirreni

Alla storia del voto si lega anche quella della rappresentanza politica.

Grazie alla ricerca del gruppo Cava Storie, sappiamo che nelle prime elezioni amministrative democratiche della città furono elette anche tre donne nel Consiglio comunale:

Maria Casaburi
Maria Benincasa
Filomena Placido

Il manifesto ufficiale del Comune di Cava de’ Tirreni del 31 ottobre 1946 riporta i quaranta consiglieri comunali eletti. Tra quei nomi compaiono, per la prima volta, anche tre donne.

Manifesto del Comune di Cava de’ Tirreni del 31 ottobre 1946 con i nomi dei quaranta consiglieri comunali eletti nelle prime elezioni democratiche del dopoguerra (Archivio Cava Storie).

Manifesto del Comune di Cava de’ Tirreni del 31 ottobre 1946. Archivio Cava Storie.

È un fatto che oggi può sembrare normale, ma che allora rappresentava una novità assoluta nella vita politica locale.

Dalla fine del fascismo al ritorno della democrazia

La città, come gran parte dell’Italia, aveva vissuto oltre vent’anni senza elezioni libere.

Nel gennaio 1924 i fascisti avevano cacciato dall’aula consiliare il sindaco Raffaele Baldi. Da quel momento il Comune fu governato da podestà e commissari prefettizi.

Solo dopo la caduta del regime e la fine della guerra si tornò alle elezioni democratiche.

Il 2 giugno 1946, con il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea Costituente, l’Italia tornò finalmente a votare. E lo fece con una novità epocale: il suffragio universale, che riconosceva pienamente il diritto di voto alle donne.

Piccole storie che fanno la grande storia

Guardando il certificato elettorale della zia di Isabella ho pensato a quante storie simili esistono in ogni città d’Italia.

Donne che per la prima volta entrarono in un seggio, con emozione e forse anche con un po’ di timore, consapevoli di partecipare a qualcosa di nuovo.

In quel 2 giugno 1946 milioni di italiane votarono per la prima volta. Non era solo una scelta politica: era l’ingresso delle donne nella piena cittadinanza democratica.

Sono proprio queste piccole storie familiari e locali che compongono la grande storia del nostro Paese.

Un ricordo personale

Pensando a quella giornata mi viene in mente anche la mia famiglia.

Il 2 giugno 1946 mia madre, Rosalia Redi, aveva appena un anno. Mia nonna Concetta Lamberti, detta Tina, classe 1924, invece, andava per la prima volta a votare. Aveva sposato il 27 settembre 1944 un tenente dell'esercito, Mario Redi, originario di Ascoli Piceno, sette anni più grande di lei.

Il giorno delle nozze mio nonno Mario era in divisa e alla fine della cerimonia, usciti dalla chiesetta di San Vincenzo di Cava de' Tirreni, di fronte alla villa comunale, i due sposini passarono sotto un arco di sciabole sguainate al grido di "attenti" e alzate al cielo dai colleghi militari.

Un amore sbocciato sotto le bombe. Mio nonno dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 si era unito agli Alleati e aveva collaborato a liberare l'Italia dai nazifascisti vestendo la divisa inglese.

Come tante altre donne italiane, mia nonna Tina entrava in una cabina elettorale portando con sé non solo una scheda, ma il peso di una lunga esclusione e la speranza di un futuro diverso.

È da queste storie che nasce anche il mio libro “Voto alle donne!” (Einaudi), dedicato proprio alla lunga battaglia che portò le italiane dalle suffragette alla Costituente.

E ogni volta che riemerge un documento come quello della zia di Isabella, la storia torna improvvisamente viva: non più solo nei libri, ma nelle vite delle persone.

Il libro

Nel mio libro Voto alle donne! (Einaudi) racconto la lunga battaglia che portò le italiane dalla rivendicazione del suffragio fino alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla loro presenza nell’Assemblea Costituente.

Le storie delle prime elettrici, dei certificati elettorali conservati nelle famiglie e delle prime amministratrici locali – come quelle di Cava de’ Tirreni – sono tasselli fondamentali di quella conquista.

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Dalle storie locali alla storia nazionale

Le vicende delle prime elettrici e delle prime amministratrici locali fanno parte di una trasformazione molto più ampia: la conquista del voto femminile in Italia.

Anche le piccole storie di città come Cava de’ Tirreni – i certificati elettorali conservati nelle famiglie, le prime donne elette nei consigli comunali – sono tasselli fondamentali di quella conquista.

Perché la grande storia nasce sempre da storie concrete, vissute da persone reali.

Hai in famiglia documenti o storie legate al voto del 1946?
Certificati elettorali, fotografie, ricordi di nonne o parenti che votarono per la prima volta.

Se vuoi raccontarmeli puoi scrivermi: potrebbero diventare parte di una nuova raccolta di storie sulla nascita della democrazia italiana.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 12 marzo 2026.
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Dal primo voto delle donne al viaggio nella memoria

di Mario Avagliano

La prima nazionale al MAXXI e il tour in tutta Italia

Ci sono libri che nascono in silenzio. E poi, quasi senza che te ne accorga, cominciano a camminare.

"Voto alle donne!" (Einaudi), scritto con Marco Palmieri, è uno di questi. È nato da una domanda semplice e insieme enorme: perché l’Italia, che si proclamava liberale e moderna, ha impiegato ottantacinque anni per riconoscere alle donne il diritto di voto?

Quest’anno ricorre l’80° anniversario del primo voto delle italiane, tra il 10 marzo e il 7 aprile 1946, nelle elezioni amministrative che precedettero il referendum del 2 giugno. Ottant’anni da quel gesto – piegare una scheda, inserirla in un’urna – che per milioni di donne significò entrare finalmente nello spazio pubblico della cittadinanza.

È da qui che parte il nostro viaggio.

Le anteprime: Ceccano e Sora

Il tour si aprirà con due anteprime particolarmente significative: il 6 marzo a Ceccano e il 7 marzo a Sora, a ridosso dell’8 marzo. Due tappe che sento come un abbraccio iniziale, in territori dove la memoria della guerra e della ricostruzione è ancora viva.

La prima nazionale al MAXXI di Roma

Il 10 marzo 2026, alle ore 18, al MAXXI di Roma, si terrà la prima nazionale. Un luogo simbolico della cultura contemporanea per raccontare una conquista che ha cambiato per sempre la nostra idea di democrazia.

Invito alla prima nazionale al MAXXI - Voto alle donne!

Clicca sull’immagine per ingrandire l’invito alla prima nazionale

Sarà un momento importante, arricchito dalla presenza di Maria Emanuela Bruni, Anna Balzarro, Giulia Minoli, Ilaria Scalmani, con gli interventi di Serena Dandini, Michela Ponzani, Fiorenza Taricone, Walter Veltroni, e con la moderazione di Ruggero Po. Un confronto plurale, come plurale è stata la storia del voto femminile.

Le tappe già fissate

Dopo Roma, il viaggio continuerà: 14 marzo Cava de’ Tirreni, 16 marzo Avellino, 26 marzo Milano, 27 marzo Modena, 28 marzo Sassuolo, 1 aprile Formia, 11 aprile Genzano, 16 aprile Roma – Libreria Koob, 18 aprile Mantova e Castiglione, 27 aprile Bari, 6 maggio Roma – Società Dante Alighieri, 15 maggio Salerno, 16 maggio Olevano sul Tusciano, 22 maggio Supino, 29 maggio Tarquinia, 7 giugno Sondrio, 11 giugno Ostuni. E molte altre tappe sono in via di definizione.

Il senso di questo viaggio

Ho passato mesi negli archivi, tra petizioni dimenticate, disegni di legge sfumati per pochi voti, promesse tradite dal fascismo. Ho riletto diari e memorie in cui affiorava una frase che mi ha colpito più di ogni altra: “Mi tremava un poco la mano”.

Era la mano di una contadina al suo primo voto. Tremava. Ma votava.

Questo tour non è solo una serie di presentazioni. È un viaggio nella memoria civile del Paese. Un modo per ricordare che la democrazia italiana, per decenni, è stata incompleta. E che la cittadinanza delle donne, pur conquistata sul piano giuridico, resta una sfida aperta sul piano sociale, economico, culturale.

Ogni città sarà un’occasione di incontro. Di ascolto. Di confronto. Perché parlare del voto alle donne significa parlare di noi, oggi. Di partecipazione. Di rappresentanza. Di diritti che non sono mai definitivamente acquisiti.

Vuoi organizzare una tappa?

Se associazioni, scuole, biblioteche, amministrazioni comunali o librerie desiderano organizzare una nuova tappa, possono scrivermi. Questo viaggio è appena iniziato.

Ottant’anni fa milioni di donne entrarono in un seggio per la prima volta. Oggi possiamo entrare nelle città per raccontare quella storia. Con la stessa convinzione: che la memoria non è un esercizio del passato, ma una responsabilità del presente.

Fonte
Pubblicato su Marioavagliano.it, 4 marzo 2026.
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  • Pubblicato in News

Il voto, mia figlia e quella soglia del 1946

di Mario Avagliano

C’è una scena che mi ha accompagnato per tutto il tempo in cui ho scritto Voto alle donne!, in uscita in libreria il 5 marzo.

Una donna davanti a un seggio, il 2 giugno 1946.

Tiene in mano la scheda come si tiene qualcosa di fragile e definitivo. Forse ha chiesto come si piega. Forse ha provato a fare una prova a casa, su un foglio qualsiasi, per non sbagliare. Non è solo un voto. È un ingresso.

Quando ho iniziato a lavorare a questo libro insieme a Marco Palmieri, pensavo di raccontare una conquista. Con il passare dei mesi ho capito che stavo raccontando soprattutto un’attesa. Un ritardo. Un vuoto lungo ottantacinque anni.

E c’è un altro aspetto che mi ha accompagnato, quasi in filigrana: siamo due uomini a raccontare una storia di esclusione che ha colpito le donne. Non è un dettaglio secondario. Per molto tempo la negazione dei diritti femminili è stata considerata “naturale” proprio da chi quei diritti li esercitava. Scrivere questo libro è stato anche un esercizio di consapevolezza: guardare una storia che ci riguarda come Paese, ma che chiama in causa anche la responsabilità maschile.

Copertina libro Voto alle donne!

Clicca sull’immagine per ingrandire la copertina

L’Italia nasce nel 1861 proclamando l’uguaglianza davanti alla legge. Ma quella parola — “tutti” — non comprende le donne. Restano fuori dalla cittadinanza politica, fuori dalle urne, fuori dalle assemblee.

Eppure sono dentro la Storia. Nel Risorgimento, nelle guerre, nelle scuole, nelle fabbriche. Presenti e insieme invisibili.

Studiando le carte, leggendo le petizioni, seguendo le battaglie parlamentari, mi sono imbattuto in momenti che mi hanno colpito profondamente. Il 1919, per esempio. Il voto sembra a un passo. La Camera approva. Sembra fatta. Poi cade la legislatura. Tutto si dissolve.

E intanto le donne continuano a vivere, lavorare, studiare, crescere figli, sostenere il Paese.

Durante la guerra sostituiscono gli uomini nei lavori, attraversano la Resistenza come staffette e organizzatrici. Quando nel 1945 arriva finalmente il diritto di voto, non è una gentile concessione: è il riconoscimento di una realtà già maturata.

Mentre scrivevo, mi tornava spesso in mente la dedica del libro.

Alle nostre figlie. A Chiara.

Perché questa non è solo una storia del passato. È una storia che riguarda il modo in cui oggi diamo per scontato un diritto.

Mi sono chiesto più volte: cosa significa nascere in un Paese in cui il voto è naturale? Quanto è facile dimenticare che fino a ieri — storicamente ieri — non lo era affatto?

E allo stesso tempo mi sono chiesto se quella cittadinanza conquistata nel 1946 sia davvero compiuta.

Formalmente sì. Culturalmente, socialmente, economicamente molto meno.

Le differenze salariali, la sottorappresentanza nei luoghi decisionali, la fatica quotidiana di conciliare lavoro e cura raccontano una cittadinanza che non è ancora pienamente realizzata.

Il libro, in fondo, ci ricorda anche questo: il voto è stato un ingresso, ma non è stato l’ultimo passo.

Ho sentito il bisogno di raccontare a mia figlia che quel diritto non è stato automatico.

Che dietro quella scheda ci sono donne che hanno scritto lettere, raccolto firme, sopportato ironie, sconfitte, rinvii. Donne che hanno insistito quando sembrava inutile.

E allora torno sempre a quella donna davanti al seggio nel 1946.

Non è sola. Con lei ci sono decenni di battaglie silenziose.

Il voto non è soltanto una scheda nell’urna.

È il momento in cui una voce entra nello spazio pubblico e non può più essere ignorata.

Scrivere questo libro è stato anche questo: custodire una memoria e ricordare che ogni diritto — anche quello che oggi sembra ovvio — ha bisogno di essere difeso ogni giorno.

Il libro

Voto alle donne!

La storia della lunga battaglia che portò le italiane dal movimento delle suffragiste alla conquista del diritto di voto nel 1946 e alla presenza nell’Assemblea Costituente.

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Pubblicato su Marioavagliano.it, 3 marzo 2026.
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“L'Italia tra le grandi potenze” di Elena Aga Rossi

di Mario Avagliano

Ancora oggi molte storie generali e libri di testo per studenti universitari continuano a descrivere l’Italia del dopoguerra come «vassalla» di Washington e totalmente subalterna alla politica americana e sottovalutano l’influenza sovietica sui partiti e sugli intellettuali italiani. Ma il leader democristiano Alcide De Gasperi fu davvero un burattino nelle mani del presidente americano Harry Truman, come lo descrivevano i manifesti di propaganda elettorale del Fronte Popolare alle politiche del 1948? E il segretario comunista Palmiro Togliatti cercò realmente una «via italiana» al socialismo?

A fare chiarezza sulla politica estera italiana è il saggio «L'Italia tra le grandi potenze. Dalla seconda guerra mondiale alla guerra fredda», appena uscito per i tipi del Mulino e opera di Elena Aga Rossi, una delle maggiori studiose della politica e dell'intervento degli Alleati in Europa e dell'influenza dell'Unione Sovietica in Italia nei primi anni della guerra fredda.

Sull'una e l'altra tematica Elena Aga Rossi, lavorando in più archivi, non solo italiani ma anche sovietici, americani e inglesi, ha prodotto alcune ricerche originali che hanno in più casi costituito punti di svolta sulla storia politica del nostro paese e ora trovano qui una sistemazione unitaria, che va dai piani alleati per la divisione dell'Europa, sullo sfondo della Campagna d'Italia, fino al ruolo di De Gasperi nella rottura con le sinistre del maggio 1947 e ai rapporti del Pci e del Psi con l'Unione Sovietica.

In realtà, l’appartenenza dell’Italia alla sfera d’influenza occidentale, data per certa durante la guerra dalle conferenze di Jalta e di Teheran, fu poi messa in discussione alla fine del 1947, non soltanto per l’ipotesi di un possibile colpo di mano comunista, ma soprattutto nel caso di una vittoria elettorale dei partiti di sinistra alle politiche del successivo aprile. La stessa Urss progettava una graduale sovietizzazione d’Europa nell’arco di un paio di generazioni, grazie anche alla prevista crisi del capitalismo.

Elena Aga Rossi con i suoi studi ha contribuito a smontare, sulla base di documenti d’archivio, alcuni miti della storia italiana. La svolta di Salerno di Togliatti, ovvero l’improvvisa apertura di credito del Pci al governo Badoglio, che spiazzò gli altri partiti di sinistra, sarebbe stata un’indicazione di Stalin e non una decisione autonoma del segretario comunista. La presunta autonomia del Pci (e anche del Psi di Pietro Nenni) rispetto all’Urss e la ricerca di una via nazionale sarebbe stata solo di facciata ma non di sostanza, come testimoniano la piena adesione dei comunisti italiani al Cominform e la vicenda di Trieste, sulla quale Togliatti si appiattì sulla linea di Stalin e di Tito. L’apertura degli archivi sovietici, avvenuta solo negli anni Novanta, ha consentito di documentare questi rapporti e di vedere per la prima volta «l’altra faccia della luna».

La longa manus dell’Urss si sarebbe manifestata anche con un condizionamento della politica editoriale di quegli anni in Italia, suggerendo alle principali casi editrici, compreso l’Einaudi e Laterza, la pubblicazione di saggi di chiara impronta filocomunista e antiamericana e di contro ostacolando la diffusione di libri di denuncia dell’oppressione sovietica come «Arcipelago Gulag» di Aleksandr Solzenicyn e «Vita e destino» di Vassilij Grossman.

La stessa decisione di De Gasperi di rompere la coalizione con socialisti e comunisti e di varare un governo moderato, non sarebbe il frutto «avvelenato» del suo viaggio in Usa del gennaio 1947 ma una scelta dello statista democristiano dovuta a fattori interni, quali la sconfitta della Dc ai turni elettorali delle amministrative a Roma e altre città e delle regionali in Sicilia e la scarsa affidabilità dei partiti di sinistra, più di lotta che di governo. Una svolta politica sofferta (sul punto la Dc era divisa) e che è stata vista a lungo come la fine delle speranze di cambiamento generate dalla Resistenza e solo di recente è stata inquadrata come determinante per la ricostruzione del Paese in senso democratico.

Non c’è dubbio, rileva Elena Aga Rossi, che gli Usa (peraltro più teneri e accomodanti verso gli italiani rispetto agli inglesi) esercitarono una pesante influenza, politica ed economica, sull’Italia del dopoguerra, prima con la Commissione alleata di controllo e poi attraverso il Piano Marshall. Ma il nostro Paese era allo stremo delle forze e aveva poche alternative, poiché senza gli aiuti americani non si sarebbe potuta concretizzare la ricostruzione e ogni tentativo di ottenere aiuti da parte dell’Urss non ebbe alcun seguito, anzi i sovietici furono in prima fila nel richiedere all’Italia le riparazioni di guerra. E d’altronde quel piano fu alla base del boom degli anni successivi e consentì all’Italia di entrare nel club delle grandi potenze.

 

(Blog di Mario Avagliano, 2019)

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Dopoguerra, la recensione di Mangialibri

di Erminio Fischetti

Sono le undici del mattino di giovedì 26 aprile 1945: le strade di Milano sono ancora scosse dagli echi delle ultime sparatorie e dal frastuono dei mezzi militari in fuga. Alcuni furgoncini corrono e da essi vengono lanciate delle copie di un giornale fresco di stampa. La testata è “Il Nuovo Corriere”, ma in realtà non si tratta d’altro che del “Corriere della sera”, che per l’occasione, segnando la fine di un’epoca, ha cambiato nome. Inoltre, in questo modo il quotidiano prende definitivamente le distanze da un passato che al pari di altri giornali ha visto la storica testata, fondata nel 1876, pesantemente assoggettata al fascismo. Nei mesi precedenti tra i partiti aderenti al Comitato di liberazione nazionale (Cln) circola l’idea di chiudere addirittura il quotidiano di via Solferino al momento della Liberazione, ma poi, nel corso di una riunione alla quale prende parte anche il capo militare della Resistenza Ferruccio Parri, in passato redattore del giornale in questione, viene deciso di consentire l’uscita di almeno un numero, con una nuova testata e una redazione di giornalisti non compromessi in alcun modo con i tedeschi e il passato regime. L’incarico di direttore viene affidato a Mario Borsa, che il regime ha messo addirittura in galera e in campo di concentramento, mentre Gaetano Afeltra, altro dei cui sentimenti antifascisti nessuno dubita, viene affidato il compito di curare il collegamento fra il Cln e le due cellule, fatte per lo più di maestranze e tipografi, antifasciste attive nel giornale…

Mario Avagliano, giornalista, saggista, storico, membro dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza e di molte altre associazioni, ha all’attivo un buon numero di pubblicazioni di rilievo, per lo più focalizzate sulla storia del Novecento e della dittatura mussoliniana. Questo è l’ottavo libro, dopo Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-45, Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-45, Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici italiani 1943-1945, Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali, Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943, L’Italia di Salò. 1943-1945 e 1948Gli italiani nell’anno della svolta, che scrive con Marco Palmieri, anch’egli giornalista e saggista: il tema, come denota il titolo, sono in questo caso gli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, raccontati con lucida chiarezza ed estrema dovizia di particolari, sottolineata da un massiccio apparato di note. L’Italia è sconfitta, umiliata e distrutta; gli italiani hanno voglia di pace, pane, lavoro, ricostruzione, cambiamento; la monarchia che ha avallato il fascismo e poi è scappata a gambe levate viene battuta al referendum (memorabile la scena a tal riguardo con protagonisti Lea Massari e Alberto Sordi in Una vita difficile di Dino Risi del 1961); nasce la Repubblica; si scrive, anche grazie alle donne, che finalmente hanno potuto votare ed essere elette, la Costituzione; i primi governi a trazione democristiana portano il paese sotto l’egida degli USA, nonostante il PCI sia la più grande compagine comunista d’occidente; arrivano i soldi del piano Marshall; i liberatori ex partigiani cominciano a litigare (e i parlamentari italiani non hanno più smesso…), mentre al cinema – la tv ancora non c’è – escono pellicole come Roma città aperta, Giorni di gloria, Abbasso la miseria!, La vita ricomincia, Paisà, Sciuscià, Mio figlio professore, Il sole sorge ancora e L’onorevole Angelina, espressioni di un mood e una Weltanschauung che sono alla base dell’immaginario collettivo delle generazioni successive.

(Mangialibri)

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