Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte

Vincere e vinceremo! 
Gli italiani al fronte. Dal consenso alla guerra alla caduta del fascismo 1940-1943 
il Mulino - di Mario Avagliano e Marco Palmieri 
 
Nel dopoguerra in Italia si è assistito a uno schiacciamento della memoria sul dissenso diffuso verso il fascismo dopo il 25 luglio e l’8 settembre del 1943, che ha fatto passare in secondo piano la lunga fase di partecipazione attiva e perfino entusiastica alle politiche del regime, compreso quelle militari e guerrafondaie. La partecipazione alla seconda guerra mondiale prima dell’armistizio – in Francia, nei Balcani, in Africa e in Russia – è stata spesso ricordata con la definizione di «guerra fascista», che già di per sé suona come una presa di distanza. 
Vincere e vinceremo! di Mario Avagliano e Marco Palmieri ricostruisce per la prima volta lo «spirito pubblico» degli italiani sotto le armi tra il 1940 e il 1943, attraverso una pluralità di fonti dirette e coeve, come i diari e la corrispondenza dei combattenti, i biglietti clandestini, i brani di lettere cancellate o tolte dal corso dalla censura, le relazioni delle autorità militari e di polizia e le note delle spie fasciste. 
La ricerca, oltre a restituire un ritratto nitido di emozioni, sentimenti, speranze, ideali, miti, aspettative, illusioni e disillusioni dei militari italiani durante il conflitto, mette a fuoco: da un lato l’atteggiamento verso la guerra, caratterizzato da un iniziale entusiasmo e consenso, alimentato da una considerevole e diffusa adesione ai sogni di gloria e di grandezza inculcati dalla propaganda e dalla retorica fascista; dall’altro la parabola stessa del consenso al fascismo, che è su livelli ancora alti all’inizio del conflitto e che trova proprio nella tragedia e nel fallimento della guerra una rilevante componente del suo sfaldamento, con l’entrata in crisi dei suoi miti – del duce e della vittoria in primis – spianando la strada alla faticosa e dolorosa conversione alla democrazia. Rivelando che il vero punto di rottura, a differenza da ciò che tramanda una certa memorialistica postuma, si registrò solo nel 1943 inoltrato. 
Sotto il peso del fardello culturale e ideologico dal fascismo, nonché dei suoi comportamenti razzisti e criminali a lungo taciuti nel dopoguerra, nell’atteggiamento dei militari verso il conflitto, riletto attraverso l’ampio spettro di documenti coevi presi in esame, il saggio di Avagliano e Palmieri coglie tre registri principali: l’adesione, spesso entusiastica; la rassegnazione, talvolta unita al senso del dovere; l’avversione. 
I primi due atteggiamenti, pur considerando i vincoli e le paure ad esprimere apertamente il proprio disappunto, appaiono di gran lunga maggioritari almeno fino a tutto il 1942 e in diversi casi anche nei primi mesi del 1943, ben più a lungo di quanto accade tra i civili sul cosiddetto fronte interno. Lo scoramento e il disappunto, peraltro, rimangono a lungo confinati nella sfera del malcontento, del disagio e dei drammi causati dalla guerra e dalla sua pessima condotta, e solo nell’ultima fase (ma non per tutti) assumono un reale valore politico di messa in discussione e aperta opposizione al fascismo. 
A testimonianza di quanto Mussolini e il fascismo seppero penetrare nell’animo profondo degli italiani, di quanto fu esteso e duraturo il consenso al regime e di quanto fu dura e dolorosa la via d’uscita, che avrebbe portato l’Italia alla libertà e alla democrazia. 
 
Mario Avagliano, giornalista e storico, è membro dell'Istituto Romano per la Storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza, della Sissco, del comitato scientifico dell’Istituto Galante Oliva e direttore del Centro Studi della Resistenza dell'Anpi di Roma-Lazio. Collabora alle pagine culturali de «Il Messaggero» e «Il Mattino». Tra i suoi libri più recenti: Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945 (2006), Il partigiano Montezemolo. Storia del capo della resistenza militare nell’Italia occupata (2012) e, con Marco Palmieri, Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945 (2009), Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia (2010), Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945 (2012), Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali (2013). 
 
Marco Palmieri, giornalista e storico, è membro dell'Istituto Romano per la Storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza e della Sissco. Ha pubblicato tra l’altro, con Mario Avagliano, Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945 (2009), Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia (2010), Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945 (2012), Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali (2013). 

 

Il sottosegretario Lotti ad Avagliano e Palmieri: "Cari Mario e Marco, grazie davvero molto per la passione civile che anima il vostro impegno scientifico"

“Caro Marco, caro Mario, nei giorni in cui il Governo è impegnato a ridisegnare l’architettura istituzionale della Repubblica, allo scopo di rendere più efficiente la macchina dello Stato nel realizzare i valori e gli obiettivi fissati nella prima parte della Costituzione, il vostro libro soccorre puntuale l’ambiziosa opera”. Così il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Luca Lotti, in occasione della presentazione del volume, edito da Il Mulino, dal titolo “Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943”, di Mario Avagliano e Marco Palmieri, dal 13 novembre in libreria. Nel governo Renzi, Lotti ha la delega all'Informazione e Comunicazione del Governo, all'Editoria, alla Pianificazione, preparazione e organizzazione degli interventi connessi alle Commemorazioni del Centenario della Prima Guerra Mondiale, a Promozione e svolgimento di iniziative per le Celebrazioni del 70° anniversario della Resistenza e della Guerra di Liberazione.
 
Il libro, presentato il giorno 13 nella Sala Rossa dell’Istituto “Luigi Sturzo”, racconta le esperienze vissute dai soldati italiani ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, attraverso l’analisi della loro corrispondenza epistolare e dei loro diari. 
“La Struttura di Missione per gli Anniversari di Interesse Nazionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri – si legge nel messaggio inviato agli autori dal Sottosegretario – si sta occupando, oltre che del centenario della Prima Guerra Mondiale, anche del Settantesimo della Liberazione. Per noi che ci apprestiamo a ricordare le ragioni nobilissime di quella terribile guerra civile, la conoscenza del portato ideale di chi combatteva dalla parte sbagliata è essenziale. E senza la comprensione diffusa dell’enorme consenso che quel portato ideale fece proprio è impossibile conservare nella memoria collettiva tutto quello contro cui la Repubblica nacque e prosperò”.      
“Pur non potendo partecipare alla presentazione del vostro libro, spero davvero di poter discutere presto di tutto questo con voi. E vi ringrazio davvero molto – conclude Lotti – per la passione civile che anima il vostro impegno scientifico”.

Esce in libreria "Vincere e vinceremo!" - la recensione di Paolo Mieli sul Corsera

Tanti applausi per la guerra
 
di Paolo Mieli
 
«Inutile andare in giro raccontando che la guerra fu voluta dal solo Mussolini e non dall’Italia», scriveva il 10 agosto del 1946 Gaetano Salvemini a Ernesto Rossi e Leo Valiani. «Certo il popolo italiano non volle la guerra, se si intende tutto il popolo. Ma i generali, gli ammiragli, i grossi industriali, gli alti burocrati, i senatori, i deputati, i professori di università, i vescovi, gli arcivescovi, i cardinali, tutto quel lerciume accettò la guerra e parecchi altri la vollero finché credettero che l’avrebbero vinta dato lo sfacelo militare che era già avvenuto in Francia e che si prevedeva imminente in Inghilterra… Anche se si parla delle classi medie e inferiori del popolo italiano, non bisogna dimenticare che una larga parte di esse seguì Mussolini, e che fra esse Mussolini godé di larga popolarità dopo la vittoria nella guerra di Etiopia ed al tempo dello squartamento cecoslovacco; e se le cose gli fossero andate bene nella guerra mondiale, Mussolini sarebbe per molta gente un grand’uomo». «Questa è la verità», concludeva Salvemini; «bisogna dunque smetterla con questa balla che l’Italia non è responsabile». 
A 68 anni da quella lettera, Mario Avagliano e Marco Palmieri hanno compiuto un’accurata analisi sulla corrispondenza epistolare e sui diari dei nostri soldati ai tempi del secondo grande conflitto e ne è venuto fuori un libro, Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943 (di imminente pubblicazione per i tipi del Mulino), dal quale emerge un quadro ancor più inquietante di quello prospettato nel 1946 da Salvemini. Nel senso che, tenuto conto anche delle lettere di dissenso e perciò censurate o parzialmente autocensurate, «la partecipazione attiva e perfino entusiastica alle politiche fasciste, comprese quelle militari e guerrafondaie» fu pressoché totale. Anche quando le cose per l’Italia si misero male. Persino, in non pochi casi, dopo la destituzione del Duce a fine luglio 1943. Notevole, scrivono Avagliano e Palmieri, «è la persistenza del mito personale di Mussolini che dura decisamente più a lungo rispetto alla reputazione del regime fascista e delle sue gerarchie, già compromesse da tempo». 
 
E perché queste cose vengono approfondite e documentate solo ora? Qui da noi una «guerra della memoria», quella che per Avagliano e Palmieri è una «guerra civile del ricordo, delle celebrazioni e degli studi», ha fatto sì che «l’attenzione riservata alla guerra di liberazione mettesse spesso in ombra la precedente partecipazione alle guerre fasciste, con le quali si è omesso di fare i conti, preferendo soprassedere come se non facessero parte della storia nazionale». Del resto «la stessa definizione di guerre fasciste, a cui spesso si fa ricorso, già di per sé suona come una presa di distanza e un’autoassoluzione che non tiene conto del fatto che esse in realtà furono combattute e pagate da tutti gli italiani». Con un alto grado di consapevolezza. 
Avagliano e Palmieri sfatano il mito «di un’Italia fin dall’inizio contraria alla guerra e che già alla fine del 1940 prende le distanze dal fascismo». Dimostrano come, quantomeno tra i soldati, «il consenso alla decisione del regime di entrare in guerra fu quasi plebiscitario e il momento di rottura (rispetto alla partecipazione ideologica e all’adesione entusiastica alle parole d’ordine del regime) fu invece assai tardivo». Viene alla luce un «forte ritardo con il quale gli italiani in divisa approdarono alla scelta del distacco da Mussolini e del ripudio della guerra». «Forte ritardo» che, secondo Avagliano e Palmieri, peserà anche sul rovesciamento del regime fascista, partorito in ambito militare (con il concorso della Corona e dei gerarchi fascisti dissidenti), ma «condotto in modo continuista e passatista, senza un chiaro segno antifascista e senza un’intelligente strategia d’uscita dal conflitto». Con «riflessi evidenti non solo sulle vicende del tragico biennio successivo (estate 1943-25 aprile 1945), ma anche sulla futura storia dell’Italia repubblicana». 
Fa davvero impressione leggere le missive degli italiani partiti per la guerra nel giugno del 1940. Trasudano la certezza di una vittoria a portata di mano, un odio per gli inglesi e un’assenza di dubbi che lasciano esterrefatti. «Per gli inglesi», scrive un alpino nel settembre del 1940, «è finita la cuccagna, ora anche noi dobbiamo fare un po’ di bella vita, che anche noi abbiamo il diritto di star bene. Lo vogliamo vedere come debbono stare dopo la guerra questi sfruttatori inglesi. Noi potremo fare quello che vogliamo e far venire in Africa anche le nostre famiglie». Qualcuno come Lamberto Prete, dal fronte francese, ha già dato per finito il conflitto. «La sera», scrive il 30 giugno, «è un incanto con questi tramonti d’oro, con le cime baciate dagli ultimi raggi di sole, con le valli invase dalla penombra, con le strade affollate di gente contenta. La guerra è finita con una facile vittoria e tutti cantano le canzonette del momento». E, invece, altro che canzonette. In quell’estate del 1940 l’Inghilterra resiste, non crolla. E la guerra a questo punto deve andare avanti. Per quel che ci riguarda, in Grecia e nell’Africa settentrionale. In entrambi i casi l’esercito italiano farà un buco nell’acqua e dovranno intervenire i tedeschi a soccorrerlo. 
I nostri connazionali in divisa fanno finta di non capire. Il barbiere genovese Fulvio Valentinelli («che fa ai greci barba e capelli» scrive in una lettera del 14 gennaio 1941) si autoinveste del titolo di «Terrore delle Acropoli» e si dice sicuro che verrà presto «il momento propizio di dare la suonata definitiva ai greci» (14 febbraio). In Africa un marinaio sentenzia: «Ormai abbiamo visto che la guerra non è per gli inglesi!». Se ne parla come dei «maledetti figli di Albione», «vigliacchi e farabutti». L’artigliere Gino Lanfranchi bolla i britannici come «audaci fresconi che l’illusione ha voluto per un po’ vittoriosi». E, dopo i primi colpi subiti, un aviere sostiene con sicurezza: «Le passeggere iniziative angloamericane ci lasciano più che scettici increduli … Non sono alcune sporadiche vittorie di Pirro che possono demoralizzarci». 
L’anglofobia, notano i due autori, «non è un sentimento concentrato nella fase iniziale della guerra, sull’onda dell’entusiasmo e delle ambizioni di una rapida vittoria, proprio ai danni degli inglesi ritenuti deboli e militarmente inferiori… lascia scorie diffuse anche dopo le sconfitte e dopo tanti mesi passati al fronte». 
Il consenso alla guerra, sottolineano Avagliano e Palmieri, «è vasto e diffuso e, nonostante fin dal principio le cose non vadano nel modo sperato e immaginato, rimane a lungo radicato nella coscienza di molti militari, relegando le forme di disapprovazione e malcontento ad una dimensione marginale e comunque riconducibile ai disagi materiali della vita militare e alla delusione per le sconfitte, ma non ad una messa in discussione del fascismo». I primi segnali di svolta li si possono rinvenire già in un rapporto dell’Ovra del febbraio 1941: «Un senso di ribellione serpeggia fra le masse al pensiero che il fiore della gioventù italiana sia stato e continui a sacrificarsi per la vanità o l’incapacità di alcuni capi e questo stato d’animo di sorda protesta si esaspera alle notizie frequenti e concordi sulla deficienza dell’equipaggiamento e dell’armamento dei nostri soldati, alcuni dei quali scrivono dal fronte greco-albanese alle loro famiglie chiedendo insistentemente indumenti di lana, mentre altri, ricoverati feriti o congelati negli ospedali, diffondono un pauroso senso di sgomento». 
Per fortuna, però, c’è l’alleato germanico. I tedeschi in Russia vengono accolti dai nostri con ammirazione e con gioia. «Dai loro volti stranamente anneriti dalla polvere traspare quella particolare espressione fatta d’orgoglio e d’allegrezza che è propria di coloro che vengono dalla linea del fuoco», scrive Urbano Rattazzi. «Sono gli Dei della guerra. Sono simboli». I russi, invece «sono petulanti, antipatici e oltretutto poco cortesi», prosegue Rattazzi; «il nostro corpo di spedizione – un magnifico fascio di energie fisiche e morali – passa sopra le loro orde come un rullo compressore, facendo brillare dinnanzi agli occhi stupiti del mondo intero le virtù eroiche della razza, esaltate da vent’anni di Fascismo». Però «il cameratismo e l’ammirazione verso gli alleati tedeschi sono tutt’altro che unanimi tra i militari italiani», scrivono Avagliano e Palmieri, «e laddove esistono e resistono devono confrontarsi con la dura realtà di una guerra condotta in posizione subalterna e di un rapporto al fronte caratterizzato anche da scontri, frizioni, gelosie, invidie». 
Un motivo di fastidio è riconducibile «alla scarsa considerazione che i tedeschi mostrano di avere per il valore militare degli italiani» che si riflette nella redazione dei bollettini di guerra «nei quali spesso non si fa cenno alcuno all’operato dei nostri soldati né vengono loro riconosciuti i giusti meriti». «Oggettivamente è giusto ammettere che i tedeschi non parlano male degli alpini», scrive nel marzo 1942 Vito Mantia dal Montenegro. «Bontà loro ci danno atto del nostro comportamento, salvo però dure critiche per la nostra… sensibilità dimostrata in tante occasioni, dopo le radicali e totali distruzioni inflitte alle popolazioni inermi. La loro determinazione e il loro comportamento razzista di superiorità sprezzante non li porterà lontano». 
L’Africa, rispetto alla Grecia, «pone nell’animo degli italiani maggiori questioni di amor proprio», scrivono Avagliano e Palmieri, «e lo scotto per aver dovuto accettare il compromesso di un intervento tedesco è maggiore». Ne è prova quel che si legge in una relazione del Comando generale dei carabinieri del maggio 1941: «Negli ambienti militari la soddisfazione per i nostri successi viene sensibilmente temperata dalla considerazione che molto si deve all’apporto dato dalla potente azione delle forze tedesche». Anche se in più di un caso i militari italiani non danno voce a questo genere di risentimento. Anzi. «Quelli che ci comprendono sono i tedeschi», scrive dalla Libia il caporalmaggiore Bruno Palmisa, «essi ci stimano e sono molto gentili con noi, ci portano da mangiare, ci incoraggiano e ci promettono che molte incresciose questioni verranno al nodo». «I rapporti con i militari germanici», conferma un rapporto della censura, «sono sempre intonati alla stima reciproca e al più perfetto cameratismo». Qualcosa cambia dopo El Alamein: «Pensa solo ai paracadutisti della divisione Folgore», scrive un carrista nel dicembre 1942, «di dodicimila ne sono rimasti tremila e non cedevano ancora se i tedeschi non scappavano i primi». Un caporale aggiunge: «Formiamo l’estremo baluardo difensivo, Rommel ha tagliato la corda». 
Poi qualcosa cambia. Scrive sul suo diario, il 23 agosto 1943 (trenta giorni dopo la caduta del fascismo e sedici prima che sia annunciato l’armistizio), Lamberto Prete, di stanza in Grecia: «Fino a qualche settimana fa noi vedevamo soltanto da lontano i militari germanici ed avevamo occasione di avere contatto coi loro ufficiali esclusivamente quando partecipando alla nostra mensa si comportavano da veri porci… I tedeschi ci hanno ignorato fino ad oggi ma ora pretendono che ci poniamo ai loro ordini». 
Cresce l’ostilità nei confronti della censura. E «nella sfida al censore si può leggere una prima forma di ribellione al regime stesso». Tuttavia il malumore «non sfocia ancora in dissenso e non assume un connotato politico antifascista… L’atteggiamento di molti è al contrario di radicata fiducia nella buona fede, se non del fascismo e delle sue gerarchie, certamente del Duce». 
L’esaltazione della figura di Mussolini, scrivono i due autori, «resiste anche ai rovesci militari e si riaccende immancabilmente quando le cose vanno per il meglio e le operazioni militari concedono qualche momentaneo successo». E anche dopo la caduta di Mussolini (25 luglio 1943) quando affiorano nelle lettere insulti al dittatore travolto, i sentimenti generali non cambiano. Il generale Tamassia osserva: «Fa impressione questo abbandono improvviso di tutti i più accesi sostenitori del fascismo». Un ufficiale in Albania racconta così il momento della comunicazione alla truppa delle «dimissioni» di Mussolini: «Tutti avevano le lacrime agli occhi ed abbiamo inneggiato al Duce che è e rimarrà il nostro capo». Un tenente colonnello scrive alla moglie: «Sono persuaso che se il Duce si affacciasse allo stesso balcone di Palazzo Venezia ad arringare la folla, tutta l’Italia cadrebbe ai suoi piedi». Tutti nostalgici, in ritardo sui tempi? No, anche Nuto Revelli, reduce dalla campagna di Russia e in procinto di diventare un esponente di primo piano della Resistenza, ricorda, a ridosso della destituzione del Duce, i soldati «morti per nulla, proprio come se la patria non esistesse più». Ha poi un moto di sdegno e annota sul diario: «Vedo i cortei, sento i discorsi, riconosco troppi fascisti di ieri, più fascisti erano ieri, più oggi sono antifascisti e si agitano, spaccano, urlano… Volevo scendere stanotte; forse mi sarei fatto picchiare». 
Anche per questo tipo di sentimenti in molti continuarono a sostenere il regime, persino dopo la sua caduta. Effetti di quella che Avagliano e Palmieri definiscono «la lunga durata del consenso» al fascismo
 
(Il Corriere della Sera, 11 novembre 2014)

La storia dai diari, i biglietti e le lettere dei soldati. Mario Avagliano presenta il suo libro

di Simona Toscano 
 
Giornalista professionista, Mario Avagliano, collabora con le pagine culturali de Il Messaggero e de Il Mattino.Ha ricevuto diversi riconoscimenti per la sua attività di saggista storico: nell'aprile 2010 l'Anpi lo ha insignito del VII Premio Renato Benedetto Fabrizi e nel settembre 2012 si è aggiudicato il Premio Fiuggi Storia e il V Premio “Gen. Div. Amedeo De Cia”. Il 9 novembre 2014 è stato nominato componente del Comitato d'onore scientifico e culturale della Fondazione del Museo della Shoah di Roma. L’ultima fatica un nuovo libro scritto a quattro mani con Marco Palmieri "Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943", presentato a Roma la scorsa settimana.
Com'è nata l'idea di raccogliere diari, lettere e i biglietti di soldati?
Nel dopoguerra si è verificato un processo di rimozione e di oscuramento della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale che ha riguardato non solo gli avvenimenti bellici in quanto tali, ma anche e soprattutto il tema del consenso e dell’adesione al fascismo e ai suoi miti, credenze e valori. La storiografia si è soffermata sul dissenso diffuso verso il fascismo dopo il 25 luglio e l’8 settembre del 1943, facendo risalire l’inizio della critica a Mussolini e al regime fascista già al momento della dichiarazione di guerra (10 giugno 1940) o comunque già ai primi mesi di guerra, dopo l’esito negativo della campagna di Grecia. L’unico modo per indagare su quali fossero le opinioni reali degli italiani in guerra, era utilizzare documenti coevi come i diari, le lettere, i biglietti, compresi quelli finiti nelle maglie della censura, oltre che le relazioni dalle autorità militari e di polizia sullo spirito delle truppe (tra cui i Promemoria per il Duce redatti dal Comando generale dei Carabinieri) e le note dei fiduciari del regime. Documenti che, come già sperimentato in altri nostri lavori di ricerca, ci hanno consentito di raccontare i miti, le illusioni, le speranze dei protagonisti dell’epoca.
Quanto sono durate le ricerche? E dove sono state fatte?
Circa due anni, anche se parte del materiale lo avevamo raccolto già nelle nostre precedenti ricerche. I fondi più importanti che abbiamo scandagliato sono quelli dell’Archivio Centrale dello Stato e dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa. Ma molto materiale proviene anche da archivi privati, archivi comunali e ricerche o pubblicazioni locali semisconosciute.
Qualcosa che ha letto l'ha stupita più di tutte?
Potrei citare tanti brani. Forse la cosa che più mi ha colpito è che gli italiani arrivano all’appuntamento con la guerra con una immagine dei nemici stereotipata e filtrata dalla propaganda di regime, intrisa anche di motivi ideologici. Così gli inglesi sono i maledetti e perfidi affamatori del mondo, i russi sono esseri inferiori e senza Dio, gli ebrei continuano a tramare nell’ombra, nel tentativo fra l’altro di spingere nel conflitto contro le forze dell’Asse anche la potenza americana. Questa carica di odio, di pretesa superiorità e di razzismo fanno certamente buona presa sulla massa degli italiani, in particolare su quelli in armi, che proprio in virtù di questi valori si trovano a dover imbracciare il fucile e a combattere tali nemici. L’altro aspetto sorprendente è che c’è chi testardamente, fino alla fine, nonostante l’evidenza, continua a credere nella Vittoria dell’Italia nei vari teatri di guerra. Segno che la propaganda fascista aveva scavato in profondità nell’animo degli italiani.
Un libro a 4 mani, quali i vantaggi, quali le difficoltà?
Io e Marco Palmieri costituiamo ormai da anni una squadra affiatata. Questo è il quinto libro scritto assieme. Ci accomuna la passione per quel periodo storico e per l’indagine storiografica, il metodo di lavoro che privilegia le fonti coeve, l’attenzione al materiale archivistico costituito dai diari e dalla corrispondenza. I vantaggi di un libro a 4 mani, è quello di avere a disposizione anche…. 2 cervelli. Il confronto fra di noi ci consente di affinare la ricerca e di controllare meglio le fonti.
Perché questo titolo?
“Vincere e vinceremo!” è lo slogan lanciato da Benito Mussolini nel discorso del 10 giugno 1940 dal balcone di Piazza Venezia alla folla plaudente. E fu lo slogan che anche tantissimi soldati dell’epoca ripeterono nelle loro lettere o nelle loro cartoline, perfino all’immediata vigilia della caduta del fascismo e dell’armistizio. Uno degli addetti alla censura, l’ufficiale alpino Mario Cereghini, nel suo diario il 26 novembre 1942, riportando alcune frasi delle lettere visionate, così annotava: «Per i soldati poi la vittoria è qualche cosa di sostanziale: a decine e decine essi ne parlano come di una cosa reale, palpabile. Ti par di vederla questa bella donna con una stella in fronte che li guida verso la meta radiosa. Certamente la loro fantasia ricalca i luoghi comuni delle illustrazioni da copertina di quaderno scolastico o dei foglietti di propaganda: Finché Dio ci darà per noi questa cara Vittoria…; La Vittoria ci condurrà fino al cuore di queste steppe….; La Vittoria deve condurci più avanti…; La buona Vittoria…; Quando anche voi sentirete che la vittoria ci ha seguito…».
Cosa crede aggiunga, la vostra ricerca, all’indagine storica?
Mancava una storia «emotiva», ma anche politica e ideologica, del periodo che va dalla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 alla vigilia dell’8 settembre 1943. Il nostro libro mette a fuoco da un lato l’atteggiamento degli italiani in armi verso la guerra, caratterizzato da un iniziale entusiasmo e consenso e alimentato, quasi fino alla caduta del fascismo, da una considerevole e diffusa adesione ai sogni di gloria e di grandezza inculcati dalla propaganda e dalla retorica fascista; dall’altro la parabola del consenso al fascismo. Vengono così ripercorsi dal di dentro, o potremmo dire dal basso, sia la complessa vicenda storica della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale, sia quel «lungo viaggio attraverso il fascismo» compiuto dagli italiani e in particolar modo dalla generazione nata e cresciuta nella sua temperie culturale, attraverso la viva voce dei protagonisti, nel pieno degli eventi, al riparo dai pregiudizi, dalle prese di distanza e dalle tesi precostituite della memorialistica successiva.
Dunque una sorta di cronaca degli umori del tempo in diretta…
Un’operazione di questo tipo sulla seconda guerra mondiale fino ad ora non era stata fatta, probabilmente proprio a causa della sua memoria divisa e della stretta compenetrazione esistente tra la partecipazione alla vicenda bellica e quella politica – il fascismo appunto – con cui si è a lungo preferito non fare pienamente i conti, glissando in particolar modo sull’adesione convinta e sulle responsabilità diffuse da parte degli italiani del tempo.
Un’ultima domanda. Abbiamo visto il valore storico del volume e la sua originalità, ma quale è il messaggio alle nuove generazioni?
Credo che il messaggio più forte che viene fuori dal libro è che il pensiero unico, tipico delle dittature di qualsiasi colore politico, porta sempre del male, sotto la forma di guerre, persecuzioni, razzismi. Bisogna sempre coltivare il dubbio e la critica. L’altra considerazione potente che emerge dalla storia di quel periodo, è che la guerra non è mai positiva, ma reca con sé distruzioni, disillusioni, morte fisica ma anche morale.
 

Storia. La guerra «Senza mandolino» del capitano Corelli

La radiografia, a tratti accorata a tratti impietosa, dei militari italiani partiti per il secondo conflitto mondiale. La fede incrollabile nella vittoria e nella visione del mondo inculcata da Mussolini
 
di Giovanni Grasso
 
Credevano, obbedivano e combattevano. Male equipaggiati e peggio armati, ma molto motivati. Capaci di compiere grandi gesti di eroismo, come sull'Amba Alagi ο a El Alaimen, ο di commettere brutali rappresaglie contro la popolazione civile in Grecia ο nei Balcani. Eccidi e crimini di guerra troppo spesso rimossi, la cui riscoperta dovrebbe definitivamente mandare in soffitta il mito degli "italiani brava gente" e gli stereotipi cinematografici del Capitano Corelli e relativo mandolino. La radiografia, a tratti accorata a tratti impietosa, dei militari italiani partiti per la Seconda Guerra Mondiale con una fede incrollabile nella vittoria e nel Duce emerge in questo nuovo e pregevole lavoro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, "Vincere e vinceremo!" (il Mulino). 
 
Α differenza infatti della stragrande maggioranza dei poveri fantaccini della Grande Guerra (contadini semianalfabeti spediti sul Carso a morire come mosche per un ideale di patria lontano e poco ο nulla sentito) le giovani leve dell'esercito italiano, nate negli anni della dittatura e nutrite fin da piccole dalla propaganda del regime, mostravano una piena ed entusiastica adesione ai miti (e ai deliri) di potenza e alle ambizioni di conquista di Benito Mussolini. Ne è riprova il fatto che, mentre la macchina di repressione della giustizia militare, tra il 1915 e il 1918, procedeva a tutta birra con il suo luttuoso carico di fucilazioni e decimazioni, molto meno lavoro (e anche la mano più leggera) ebbero le corti marziali italiane durante i primi tre anni di guerra con le forze dell'Asse. 
Avagliano e Palmieri hanno scandagliato con acume e maneggiato con competenza un' enorme mole di documenti che riguardano in qualche modo la psicologia (ο, come si diceva al fronte, il "morale") dei combattenti: rapporti di polizia, relazioni dei comandi ο dei servizi d'informazione, brani di lettere, edite e inedite, dei militari italiani (dagli alti ufficiali ai soldati semplici) partiti per il fronte orientale, la Grecia, i Balcani, l' Africa ο la Russia. Uomini in armi, sedotti dalla propaganda e gettati nella mischia, con cinismo e follia in parti eguali, per assecondare il sogno improbabile di un'Italia fascista seduta con pari dignita al tavolo dei vincitori, quando fu subito chiaro sia a Hitler che agli Alleati che l' esercito italiano rappresentava l'anello debole dell'Asse. Ε quanto sarebbero stati effimeri i primi, sbandierati successi bellici italiani, senza l'apporto determinante dei mezzi, delle armi e degli uomini della Germania nazista. 
Dalla lettura dei documenti emerge un affresco corale in cui le inevitabili differenze soggettive (come per esempio sul rapporto con il prepotente alleato tedesco, visto con fastidio, timore ο ammirazione) si stemperano, delineando il vissuto di una guerra con connotati fortemente ideologici, venature esplicite di razzismo e antisemitismo e, specie nella sventurata campagna di Russia, persino spirito di crociata religiosa contro il bolscevismo ateo. Avagliano e Palmieri insistono molto nel sottolineare come la disillusione e il conseguente distacco dei soldati italiani dal regime fascista ebbero sicuramente inizio dalle disfatte militari in Africa e in Russia. Ma per la maggioranza, e a eccezione di menti particolarmente illuminate, fino almeno all'8 settembre e all'invasione tedesca dell'Italia (inizio della guerra civile) fu un processo molto più lento, graduale e tormentato di quanto si possa pensare. 
 
(Avvenire 28 novembre 2014, pagina 15)

Italiani al fronte, voci dalla guerra «giusta»

Italiani al fronte voci da una guerra che sedusse il Paese - Italiani al fronte, voci dalla guerra «giusta»
 
di Fabrizio Coscia
 
Attraverso lettere dal fronte della seconda guerra mondiale, Mario Avagliano e Marco Palmieri sfatano, nel saggio "Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte", il mito di un popolo al quale il regime fascista avrebbe imposto un conflitto senza consenso.
 
«Cara ti racconterò di nuovo i disastri che stiamo facendo perché eravamo partiti per andare a bruciare due paesi di ribelli, e così non ti spiego che strage abbiamo fatto». «In questo momento sono reduce da una spedizione contro gli ebrei comunisti, insieme al Battaglione squadristi toscano. Se tu vedessi mamma che macello abbiamo fatto». Basterebbero questi due stralci dalle lettere dei militari durante la seconda guerra mondiale (il primo dal fronte balcanico, il secondo da quello russo), per sfatare, una volta per tutte, il mito degli «italiani brava gente», fondato sulla lunga rimozione storica dei crimini di guerra commessi dal nostro esercito nelle ex colonie africane e nei territori occupati. 
Un mito che, in verità, già da qualche anno la storiografia ha cominciato a smantellare, ma su cui adesso arriva a mettere la parola fine il saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte (Il Mulino, pagg. 376, euro 25). Il volume raccoglie appunto la corrispondenza dal fronte dei militari, semplici o graduati, di tutta Italia, indirizzata a parenti, amici, fidanzate, madrine di guerra, parroci, rappresentanti delle autorità locali o del partito o commilitoni. E in particolare il capitolo dedicato, nella parte centrale del libro, alla partecipazione degli italiani alla guerra ideologica e totale, fatta di crimini, razzismo e repressioni sanguinarie, lascia davvero pochi dubbi sul comportamento dei nostri soldati in guerra, con le terribili stragi in Tessaglia e Macedonia perpetrate tra il 1942 e il 1943, tra saccheggi, omicidi, furti, rapine, stupri e incendi di villaggi, per non parlare della Jugoslavia, o le giornate di «carta bianca» a Podgorica, le deportazioni e gli internamenti in Dalmazia, le rappresaglie nella campagna di Russia, l'aperto disprezzo razziale nei confronti di africani e albanesi, e non solo (non mancano nelle lettere riferimenti ai «maledetti» inglesi, agli americani «negroidi» e «dediti al vizio», ai russi «senza Dio», agli arabi «sporchi e rozzi»).
 
Queste testimonianze raccolte dai due storici non si limitano però a tratteggiare un ritratto del nostro esercito (e di noi italiani, in fondo) molto diverso da quello che decenni di retorica ci avevano abituati a concepire: il volume, infatti, nel suo lavoro di ricognizione di fonti e documenti coevi, riesce a disvelare anche il «processo di rimozione e oscuramento» sul consenso alle politiche fasciste da parte dei militari italiani, che fu invece, come risulta, pieno e convinto, almeno nel periodo esaminato, dal 1940 (anno della dichiarazione di guerra) al 1943 (alla vigilia dell'8 settembre). 
Nella corrispondenza riecheggiano spesso, da soldati di ogni grado ed estrazione sociale, concetti come patria, vittoria, gloria, eroismo, sacrificio, dovere, o motti della cultura fascista, che dimostrano tra l'altro una tenuta perfino ostinata dei militari sul consenso al regime, anche quando già tra i civili, con il perdurare della guerra, cominciava a serpeggiare un forte malcontento nei confronti di Mussolini che presto si sarebbe trasformato in aperto dissenso. Un dissenso che invece non si manifesterà mai tra l'esercito, se non sotto forma di un «lento declino del consenso», causato dalle delusioni e dai disastrosi fallimenti delle campagne militari, mai sfociato però in esplicito «antifascismo». 
E questo perché il mito della vittoria, accompagnato dal mito personale di Mussolini e della «guerra giusta» e «santa», non verrà mai meno nei mostri soldati, nemmeno di fronte all'evidenza fallimentare delle sorti belliche dell'Italia, almeno fino al 25 luglio 1943, ealla tragica deriva della guerra civile. Così non stupisce che, tra i tanti stereotipi storiografici che questo saggio contribuisce a demolire, ci sia anche quello legato al presunto antisemitismo di facciata degli italiani, voluto da Mussolini solo per compiacere Hitler.
 I documenti attestano al contrario, a fronte di qualche manifestazione di solidarietà, numerosi episodi di violenza contro gli ebrei, assalti alle sinagoghe e diffusioni di manifesti discriminatori. Valga per tutti questa inequivocabile relazione del settembre 1941, redatta dal maggiore dei carabinieri Antonio Patruno, capo del Centro del servizio informazioni militare di Trieste, nella quale si avverte che finché gli ebrei «non saranno completamente eliminati, non potremo mai sottrarci al loro controllo e di conseguenza a quello del nemico». 
 
(Il Mattino, 30 dicembre 2014)

Patria, coraggio, illusioni: le parole degli italiani dal fronte

di Fabio Isman 
 
Mica tanto «brava gente»: le lettere degli italiani mandati sui fronti della seconda guerra mondiale ne dimostrano, per un buon tratto, la sostanziale accettazione del conflitto, e di chi l’aveva voluto; le prime resipiscenze, soprattutto sulle sorti belliche, cominciano ad affiorare già verso il tardo 1940 (ma la censura le blocca: non le fa arrivare ai famigliari dei mittenti); e soltanto nelle ultime settimane del fascismo, a metà del 1943, la critica si fa più aperta. Ma prima, è quasi soltanto «vincere e vinceremo», «spezzare le reni alla Grecia », una rivalsa verso le demoplutocrazie (così vengono chiamate, perfino dai teatri di guerra).
Due bravi ricercatori, Mario Avagliano e Marco Palmieri, hanno scandagliato ogni possibile fonte, anche tra le missive che la censura ha stoppato, e ne hanno tratto un compendio e un campionario assai ricchi e doviziosi: 375 pagine d’un libro (Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943 Il Mulino ed.) che si legge tutto d’un fiato, e racconta tante singolarità.
 
L’«ora delle decisioni irrevocabili» affascina molti, e reprime ogni dubbio: anche se gli aerei, come il trimotore Savoia-Marchetti, sono solo «scatole di sardine»; anche se mancano i carri, e si va in regioni fredde vestiti di tela. Ma «tra pochi mesi sarò accanto a te»: l’italiano è ancora poco diffuso. L’attimo dell’attacco è solenne; lo è anche per Genserico Fontana, ufficiale dei granatieri che a Campo Imperatore, a luglio ’43, custodirà Mussolini a Campo Imperatore; e poi, terminerà la vita alle Fosse Ardeatine.
ANGOSCE
Si cerca di tranquillizzare chi sta a casa; dopo, saranno le angosce perché la guerra è arrivata anche nella Penisola. Se si racconta troppo, la lettera non arriva. Quando si limita soltanto alle speranze e agli slogan, invece sì. «Arriverà il giorno in cui le nostre forze e il nostro ardimento vendicheranno i nostri morti e feriti». Sarà una prolungata illusione: in Africa, in Grecia, e perfino in Russia. Caldo, «pidocchi, l’eterna scatoletta e galletta, i due litri di acqua al giorno che talora puzzano di benzina» non bastano, a lungo, per la presa di coscienza. L’Inghilterra resta la «oscena mantenuta col sangue e l’oro altrui», perché tanto profondo è stato l’indottrinamento. Anche dalla prigionia, sono in pochi ad ammettere che «sono trattato benissimo e ben curato; gli inglesi sono gentili, mi trattano in guanti bianchi, meglio degli italiani» (ma a casa non leggeranno). Va avanti così, magari con «i rossi cui far vedere i sorci verdi», fin quasi alla vigilia della disfatta: il soldato crede di essere il milite di uno scontro tra civiltà. E la sua, s’intende, è quella «giusta»: deve «imporsi ». 
Fino al 1943, i tedeschi sono «camerati» affidabili. In Russia è la svolta. «La morte è in agguato ad ogni angolo», scrive il tenente geniere Ezo Gilardino: l’indomani, non ci sarà più. Drammatici i racconti dal «generale inverno»; non ce la fa più a contenerli perfino la stessa diga della censura. 
Chi era partito con entusiasmo e convinzione, li perde. Arriva ormai ben altro, dai fronti, che gli
slogan di pochi anni prima. Non è soltanto la voglia, sempre più prorompente, di tornare a casa: comincia già l’antifascismo. Il generale Giulio Tamassia scrive che «fa impressione questo abbandono improvviso di tutti i più accesi sostenitori del fascismo»: anche dalle ceneri di una guerra assai mal combattuta, dalle sofferenze di mille soldati assai mal in arnese, sta nascendo la nuova Italia.
 
(Il Messaggero, 13 gennaio 2015)

Fascisti e contenti: tutti gli italiani vollero la guerra del Duce

La recensione di Sololibri.net
 
di Felice Laudadio
 
10 giugno 1940: la notizia delle decisioni irrevocabili entusiasma la Nazione intera, inconsapevole dell’orrore che avrebbe affrontato, debole e impreparata. Ma quell’ora segnata dal destino aveva tanti padri e tante madri, non solo Mussolini. La folla plaudente sotto il balcone di Piazza Venezia condivideva appieno la scelta di regolare i conti con le potenze demoplutocratiche che avevano mutilato la vittoria italiana del 1918. E se non era il dispetto per Francia e Inghilterra a giustificare l’approvazione, era la convinzione che Hitler aveva ormai piegato gli anglofrancesi e avrebbe fatto sua tutta l’Europa, quindi meglio stare dalla sua parte.
Gli italiani si erano cacciati in un guaio e di lì all’estate 1943 avrebbero perso la guerra delle armi (le nostre, superate e insufficienti) ma vinto quella della memoria, con la rimozione dell’entusiastico sostegno all’alleanza coi tedeschi. Lo spiegano, indagando sulla corrispondenza dei nostri militari, il giornalista Mario Avagliano e il saggista Marco Palmieri, autori di un saggio storico ampio ma accessibile, edito da il Mulino: “Vincere e vinceremo. Gli italiani al fronte 1940-43”, 376 pagine 25 euro.
 
Le lettere di soldati, graduati e ufficiali rappresentano una fonte di prima mano per verificare il consenso. Una mole ingentissima, una vera alluvione, quasi 9milioni 300mila nel solo primo anno. Per uomini di ogni età, di tutta Italia, di qualsiasi livello culturale e sociale, comunicare con mogli, fidanzate, genitori, parenti, amici, madrine di guerra era una necessità primaria, come il rancio, come le munizioni, come la vita stessa.
La guerra della memoria, per Avagliano e Palmieri, è quella guerra civile del ricordo, delle celebrazioni e degli studi, che ha dirottato l’attenzione sulla lotta di liberazione, mettendo in ombra l’adesione alle guerre fasciste, come se non facessero parte della storia nazionale e non vi fosse stata una fervida partecipazione popolare alle politiche aggressive del regime. Come se avessero subito l’oppressione mordendo il freno. Questo vale per il 1944 e ancora più per il 1945, ma non certo per gli anni fino al 1940, quando il piglio guerrafondaio mussoliniano eccitava militari e civili ed era sostenuto da tutti, per primi gli industriali e compresi i cattolici.
Nelle lettere, con sorpresa anche per la censura, l’adesione al fascismo e al conflitto risultano l’atteggiamento prevalente, insieme alla convinzione in buona fede della bontà della causa per cui si combatteva. I militari lontani sembrano nonostante tutto più motivati dei connazionali a casa, soggetti a disagi e privazioni meno facili da accettare, per non dire dell’effetto demoralizzante dei bombardamenti dell’aviazione alleata sulle città.
La guerra, del resto, quale atto eroico per difendere la Patria, la famiglia ed anche la fede cristiana, era stata inculcata dal regime in generazioni di italiani dalle scuole elementari. Concetto ben accolto anche dalla Chiesa, ribadito dall’oratorio al catechismo, finanche dal pulpito. È da sfatare, quindi, l’opinione che il consenso al fascismo declinasse presto tra i militari. Nel 1940 era certamente plebiscitario, poi perse intensità lentamente – decadde più rapidamente tra i civili, si è detto – lo dimostrano le sincere attestazioni di fiducia nella vittoria finale e nelle italiche ragioni.
I contenuti epistolari documentano che la svolta si è avuta solo alla vigilia della fine del ventennio (25 luglio 1943). Sul Mussolini ha sempre ragione si era abbattuta l’esperienza devastante in Russia, l’ennesima tragica constatazione della debolezza del nostro apparato bellico (mancavano cannoni capaci di fermare i carri armati medi) e della violenza razzista dei tedeschi. Eppure il regime aveva fatto di tutto per nascondere i pochi sfiniti reduci dalla ritirata nelle steppe. Era riuscito quasi fino in fondo ad oscurare la verità.
Lo stesso esito, mascherare i fatti - sia pure perseguendo un risultato di segno opposto: regalare una patente antifascista alla maggioranza degli italiani - è stato conseguito dalla rimozione nazionale dell’altra verità: fino a poco prima erano stati tutti fascisti e contenti.
 
(Sololibri.net del 15 gennaio 2015)
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