Storie – Le spiagge razziste dei primi anni Quaranta

di Mario Avagliano

   Nella calda estate del 1940, segnata dall’entrata in guerra dell’Italia, il regime fascista impose un nuovo giro di vite agli ebrei, vietando loro perfino di recarsi in vacanza.  «25 luglio ’40. Gli ebrei allontanati dalla spiaggia adriatica», annotava Maurizio Pincherle nel suo diario. Si riferiva a Palombina sulla costa marchigiana, dove era solito ritrovarsi con i parenti durante le vacanze. Ma il provvedimento riguardava tutte le località turistiche.

Considerati «nemici della Nazione», nonché «razza inferiore», gli ebrei oltre ad essere esclusi dalle scuole e dai posti di lavoro pubblici, non ebbero più diritto neppure a recarsi nei luoghi di villeggiatura «di lusso».
Una pagina triste della nostra storia che ci viene ricordata da Lidia Maggioli e Antonio Mazzoni nel libro «Spiagge di lusso. Antisemitismo e razzismo in camicia nera nel territorio riminese» (Panozzo Editore, pp. 282). Sul litorale dell’Emilia-Romagna erano considerate località off-limits per gli ebrei Cattolica, Misano Adriatico, Riccione, Rimini, S. Mauro Pascoli, Gatteo e Cesenatico. E allargando lo sguardo al resto d’Italia, come si legge nell’elenco ministeriale approntato dalla Direzione Generale per il Turismo del Ministero della Cultura Popolare del 9 giugno 1943, tra le località vietate agli ebrei figurano, tanto per citarne alcune, Senigallia, Camaiore, Cortina d’Ampezzo, Ortisei, Sanremo, Rapallo, Forte dei Marmi, Viareggio, Abano Terme, Salsomaggiore, Venezia, Alassio, Madonna di Campiglio, Recoaro Terme…
Il libro di Maggioli e Mazzoni non si sofferma solo su questa vicenda, ma racconta - con un’attenta e documentata ricostruzione dei fatti - anche la storia di molti ebrei residenti o di passaggio nel territorio riminese, tra Bellaria e Cattolica, dal 1938 al 1944, e degli episodi di razzismo e di persecuzione e di vessazione ma anche di solidarietà che si registrarono in quella parte d’Italia. Nomi, storie, fotografie, informazioni che ci restituiscono un ritratto dell’Italia razzista di quegli anni. Un ritratto per troppo tempo dimenticato.

(L’Unione Informa e Moked.it del 19 aprile 2016)

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Storie – Il razzista Emilio Cecchi

di Mario Avagliano

   Il razzismo italiano del Novecento si abbeverò anche alla fonte avvelenata di fini letterati come Emilio Cecchi, l'autore di "Pesci rossi" (1920) e di "America amara" (1939), che per gran parte del secolo scorso fu uno dei maggiori critici italiani, recensendo la produzione letteraria specialmente sulla terza pagina del Corriere della Sera. Lo mette in luce, con ricchezza di documentazione, il saggio di Bruno Pischedda "L'idioma molesto. Cecchi e la letteratura novecentesca a sfondo razziale" (Aragno, pp. 313).
Cattolico reazionario, anche se di spirito crociano, Cecchi nel 1925 firmò il manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, salvo poi piegarsi al regime fascista negli anni successivi, tanto da essere designato nell'Accademia d'Italia.
Nella ricostruzione di Pischedda, scopriamo che già agli esordi sulla Tribuna nel 1910 il critico fiorentino parla di stirpe e cita frequentemente autori stranieri razzisti, spargendo qua e là nei suoi scritti chiare espressioni o riferimenti antisemiti.
Nel 1938, l'anno delle leggi razziali, Cecchi s'imbarca per gli Stati Uniti e dal viaggio oltreoceano ricava un reportage in cui risulta evidente il terrore del meticciato e della mescolanza etnica e il forte sospetto verso la comunità ebraica, vista come un elemento parassitario e dissolvitore del mondo occidentale.
Nel 1942, poi, Cecchi prenderà la parola al convegno di Weimar voluto da Goebbels come rappresentante ufficiale dell'Italia.
Un passato scomodo che poi farà dimenticare nel dopoguerra, cancellandone in qualche modo le tracce, al pari di tanti altri illustri italiani che non furono solo complici ma contribuirono direttamente a diffondere il verbo razzista nel nostro Paese.

(L’Unione Informa e Moked.it del 12 gennaio 2016)

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Storie – Il “non luogo a procedere” sulla Risiera di San Sabba

di Mario Avagliano

  “Tutta la Storia umana è un raschiamento della coscienza e soprattutto della coscienza di ciò che sparisce”. Lo si legge nello straordinario romanzo di Claudio Magris “Non luogo a procedere”, appena uscito per i tipi della Garzanti (pagg. 362, euro 20), dedicato in larga parte alla vicenda, per molti aspetti ancora misconosciuta, della Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio in Italia.

Qui, in una vecchia fabbrica alla periferia di Trieste, durante l’occupazione nazista fu attivo un forno crematorio dove furono gasati con il Zyklon B migliaia di partigiani italiani e jugoslavi, ebrei e antifascisti. Una “prova generale dell’inferno”.
Tra i misteri della Risiera di San Sabba, c’è quella della figura del professore triestino senza nome (ispirato a un uomo realmente esistito, Diego de Henriquez), che colleziona ossessivamente reperti della guerra e che, fra l’altro, ricopiò su preziosi taccuini le scritte dei deportati sulle pareti della Risiera e sui muri delle celle, che poi furono cancellate da qualcuno con una mano di calce. Scritte in dialetto, in italiano e in sloveno, che oltre a costituire testimonianze delle ultime ore dei prigionieri, potevano svelare i nomi delle spie che li avevano denunciati e fatti condannare a morte.
Alla morte del professore, bruciato – come accadde nella realtà -  in uno strano incendio che distrugge  anche buona parte del suo tesoro di reperti bellici, la sua assistente Luisa, figlia di un’ebrea e di un americano nero, porta avanti il suo progetto di fondare un  Museo della Guerra.
Nel romanzo di Magris, che squarcia il cono d’ombra di quegli anni a Trieste, troviamo carnefici, delatori, collaboratori del nazismo e indifferenti, ma anche resistenti ed eroi. Figure inventate e figure vere, come il podestà Enrico Paolo Salem, il vescovo Santin e don Edoardo Marzani, torturato a San Sabba, scampato alla morte, che diede il segnale dell’insurrezione facendo suonare tutte le campane della città.
Un grande libro, coinvolgente ed emozionante, che con l’arma potente dell’alta letteratura riapre la riflessione sulla Risiera di San Sabba e sulla rete fitta dei colpevoli e dei complici della persecuzione, su cui nel dopoguerra calò un vergognoso silenzio. Un caso di giustizia mancata e un buco nero della Memoria ancora da indagare.

(L’Unione Informa e Moked.it, 1° dicembre 2015)

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Storie – Il 17 novembre, le leggi razziste e i baroni di razza

di Mario Avagliano 

  Il 17 novembre del 2013 ricorre il 75° anniversario dell’emanazione del regio decreto legge sulle leggi razziali (meglio sarebbe dire leggi razziste). Un appuntamento importante per riflettere e approfondire, anche dal punto di vista storiografico, la prima fase della persecuzione degli ebrei in Italia, quella che Michele Sarfatti ha definito la persecuzione dei diritti, un po’ messa in ombra dalla tragicità della fase successiva della Shoah.
Io credo che il 27 gennaio costituisca una data-simbolo insostituibile del calendario internazionale della Memoria. Non vi è dubbio però che quella giornata riguardi in particolare le immani responsabilità della Germania nella vicenda delle deportazioni, non solo di tipo razzista, ma anche politico e militare. E per evidenti motivi, a partire dall’altissimo numero delle vittime, nelle scuole, sui giornali, nei convegni si parla quasi esclusivamente dell’esperienza dei lager.

Il dramma universale di Auschwitz, in qualche modo, oscura il 1938. E a noi italiani, bisogna ammetterlo, in fondo questa lettura storica non dispiace, perché ci consente di autoassolverci e, come diceva Vittorio Foa, di scaricare sui tedeschi il peso storico che portiamo sulle nostre coscienze e di soffermarci sui Giusti e sugli episodi, che pure ci sono stati, di salvataggio degli ebrei.
D’altra parte l’incredibile fretta con cui, dopo la liberazione, in un clima imbevuto di logiche di amnistia collettiva, ci si precipitò ad archiviare quanto accaduto tra il 1938 e il 1943, ha impedito una vera presa di coscienza del passato e ha coperto, omettendoli, i nomi e i cognomi dei responsabili. Che non furono solo Benito Mussolini e i gerarchi fascisti.
Un bel libro appena uscito, Baroni di razza di Barbara Raggi (Editori Riuniti, 216 pagine), spiega, come recita il sottotitolo, «come l’Università del dopoguerra ha riabilitato gli esecutori delle leggi razziali». Per sei anni intellettuali, docenti universitari, magistrati, avvocati e funzionari di basso e di alto livello prestarono la propria opera al servizio della propaganda antisemita e della persecuzione. Rimasero tutti (o quasi) al loro posto. L’epurazione annunciata dal nuovo Stato democratico non ci fu e l’apparato burocratico, culturale, amministrativo del fascismo “subentrò” a se stesso, in una sostanziale continuità.
I baroni del potere culturale, scientifico, professionale e universitario, che avevano fatto il bello e il cattivo tempo durante il Ventennio mussoliniano, scansarono senza colpo ferire le dure sentenze della Storia. E a questo gioco, rivela lo studio di Barbara Raggi, si prestarono anche figure luminose dell’antifascismo, come Guido Calogero, che ad esempio scrisse una lettera già nel 1944 per difendere Antonio Pagliaro, insigne linguista e glottologo, che aveva fatto parte del Consiglio superiore della demografia e della razza e aveva “lavorato” per dare un’inclinazione storica e culturale al razzismo fascista. Grazie a Calogero anche Pagliaro venne degnamente riabilitato nel 1946 e concluse serenamente la sua carriera col rango di professore emerito.
I francesi, com’è noto, hanno  istituito una giornata nazionale del ricordo il 16 luglio, data in cui nel 1942 fu attuato il cosiddetto Rastrellamento del Velodromo d'inverno e le milizie francesi arrestarono 13.152 ebrei, gran parte dei quali furono deportati e morirono ad Auschwitz. A titolo personale, avanzo una proposta. Perché non fare lo stesso anche in Italia, magari in coincidenza dell’anniversario del 2013, istituendo un giorno della memoria delle responsabilità nazionali proprio il 17 novembre, data di emanazione delle leggi razziali del 1938?

(L'Unione Informa, 13 novembre 2012)

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Storie – L’estate del 1938 e il mondo in frantumi

di Mario Avagliano

   “Quell’estate del 1938 è stata anche l’ultimo periodo passato insieme a divertirsi, senza preoccupazioni e con il solo pensiero di quanto la vita abituale poneva loro davanti: la scuola, le amicizie, le prime simpatie amorose. Proprio per questo se la ricordano così bene. Da quel momento in poi, cambierà tutto: il mondo che conoscevano e su cui avevano costruito i loro progetti di futuro si frantumò, d’improvviso”. È un brano del bel libro Ci sarebbe bastato di Silvia Cuttin (Epika Edizioni, pp. 335), che sarà presentato a Torino il 6 dicembre alle ore 18, presso il Centro Sociale della Comunità Ebraica.

Questo volume racconta l’intreccio e la vita di tre cugini (Martino, Ladislao detto Laci e Andreas detto Andi) e delle loro famiglie, i Lager e i Goldstein, nella Fiume liberale e cosmopolita di oltre un secolo fa. Silvia Cuttin, il cui nonno da parte materna è un Lager, è andata sulle tracce della storia dei tre giovani e delle assurde traversie a cui sono stati costretti dopo l’abominio delle leggi razziali del 1938, facendo i conti ogni giorno con la persecuzione, la cattiveria della società e il forzato esilio, fisico o morale.
Ne è venuto fuori un saggio con l’andamento narrativo di un romanzo, scritto in prima persona, il cui pregio maggiore è la partecipazione del lettore a tutte le fasi della ricerca e allo sviluppo delle vicende, con la diaspora delle due famiglie, che si dividono tra Italia, Palestina, Svizzera e Stati Uniti d’America.
Un libro che è anche una lancinante riflessione sul destino individuale. Il destino imposto a tre ragazzi che avevano l’unico torto di essere di origine ebraica. Martino finirà ad Auschwitz, da cui miracolosamente tornerà. Laci si rifugerà in Svizzera. Andi, trasferitosi in America, si arruolerà nella 10tg Mountain Division e parteciperà alla campagna per la liberazione d’Italia, morendo a Sassomolare, sull’Appennino, colpito da una granata, mentre soccorreva dei commilitoni.
L’ultima pagina del libro ritorna con commozione all’agosto del 1938, a Medea (Medveja), una località marina vicino a Fiume. L’ultima estate di giochi, di sogni e di serenità dei tre cugini, la cui vita di lì a poco sarebbe per sempre cambiata

(L'Unione Informa, 4 dicembre 2012)

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Einstein e la "colpa" del cugino italiano

di Mario Avagliano

  La “colpa” di chiamarsi Einstein. Aveva un cognome scomodo l’ingegner Robert, cugino dello scienziato Albert Einstein. Quando nella torrida estate del 1944, con gli Alleati alle porte di Firenze, i nazisti scoprirono che si nascondeva con la famiglia in una villa a Rignano sull’Arno, il paese di Matteo Renzi, mandarono una squadra a prelevarlo.
  Volevano vendicarsi del suo odiatissimo parente, l’ebreo tedesco premio Nobel per la Fisica che, trasferitosi negli Stati Uniti, nel 1939 aveva osato firmare una lettera appello al presidente americano Roosevelt per sviluppare gli studi sull’energia nucleare ed evitare che Hitler varasse per primo la bomba atomica.
  Era la notte del 3 agosto e, come racconta il giornalista Camillo Arcuri nel suo libro “Il sangue degli Einstein italiani” (Mursia, pp. 164), per sicurezza l’ingegner Robert si era rifugiato nel vicino bosco. Nella villa erano rimaste sette donne: la moglie Cesarina Mazzetti, detta Nina, 56 anni, figlia di un pastore protestante, e le figlie Luce e Annamaria, di 26 e 18 anni, tutte e tre valdesi, e quindi di “razza ariana”, assieme ad altre quattro parenti che vivevano con loro.
  I tedeschi arrivarono di soppiatto. Non trovando Einstein, condussero la moglie Nina fuori di casa, costringendola a chiamare il marito per farlo uscire allo scoperto. Robert avrebbe voluto consegnarsi, ma gli altri fuggitivi lo trattennero. Così i nazisti uccisero a colpi di mitra la moglie e le figlie, dando a fuoco la villa. Una strage.
  Il parroco, forse per timore di ritorsioni, non volle benedire i corpi delle vittime. Il mattino dopo Robert uscì dal bosco fuori di sé. Vagava per strada, urlando: “Sono io Einstein, uccidete me”. Non si riprese mai dal dolore. Un anno dopo, il 13 luglio del 1945, giorno dell’anniversario del matrimonio con Nina, a guerra ormai finita da oltre due mesi, si suicidò. La sua vicenda colpì molto anche Albert, che era legato al cugino da tenero affetto.
  Ma la tragedia degli Einstein italiani, come ha ricostruito Camillo Arcuri, non era terminata. Per ragioni di realpolitik – la guerra fredda in atto in Europa e la volontà dell’Occidente di non infierire sula Germania – l’Italia insabbiò i risultati dell’inchiesta alleata sull’eccidio, come attesta il carteggio desecretato tra il ministro degli Esteri di allora, Gaetano Martino, e il ministro della Difesa, Paolo Emilio Taviani: “Le prove raccolte già a partire dall’autunno 1944 dalle autorità militari americane e inglesi – si legge nella corrispondenza – non sono state prese in considerazione dalle Autorità di Roma per un riguardo politico nei confronti della Germania”, che era entrata nella Nato.
  E così le carte dell’inchiesta sulla strage di Rignano sull’Arno finirono tra i 695 fascicoli riguardanti le stragi nazifasciste nell'Italia del 1943-1945, occultati nel cosiddetto armadio della vergogna, scoperto nel 1994 in un locale di Palazzo Cesi presso la sede della procura generale militare a Roma. Sulla morte degli Einstein italiani era calato un colpevole silenzio. Nei confronti del quale il libro di Arcuri costituisce un formidabile atto di accusa.

(Il Mattino, 23 settembre 2015)

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Storie – Qui solo di passaggio

di Mario Avagliano

Quando nel giugno del 1940 l’Italia entrò in guerra, il regime fascista inasprì le misure persecutorie nei confronti degli ebrei. Tra i primi provvedimenti adottati, vi fu l’arresto e l’internamento in appositi campi o luoghi di confino di oltre 6 mila ebrei stranieri o apolidi residenti in Italia e di centinaia di ebrei italiani considerati “pericolosi”.
Nell’ultimo ventennio, a livello locale, si è cercato di ricostruire tramite ricerche d’archivio e interviste ai protagonisti dell’epoca le vicende individuali degli internati, molti dei quali poi finiti nel tunnel della morte dei lager nazisti.

L’ultima pubblicazione al riguardo, intitolata “…Siamo qui solo di passaggio”, è quella dell’Associazione il Fiume-Stienta, a cura di Maria Chiara Fabian e Alberta Bezzan, che hanno raccontato la storia degli ebrei internati in 20 comuni del Polesine, in provincia di Rovigo, per i tipi della casa editrice Panozzo di Rimini.
Il titolo riprende la frase dell’ultimo biglietto scritto da Werner Schlòss, giovane ebreo viennese internato a Fiesso Umbertiano con i genitori, prima di essere caricato sul treno piombato per Auschwitz. Lo scriveva agli amici Aldo e Mario Bombonati, che lo avevano accolto nella loro casa di campagna, profugo e fuggiasco dalla furia nazista, dal campo di Fossoli. Werner e i genitori vennero deportati e furono tra le vittime della Shoah italiana.
Il libro si avvale della grande mole di dati raccolta meritoriamente a livello locale da Luciano Bombarda e da altri appassionati. Un modo per contribuire a non perdere la memoria di quei giorni tristi e tragici.

(L’Unione Informa e Moked.it dell’1 settembre 2015)

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Storie – Eva Fisher e il francobollo del 16 ottobre 1943

di Mario Avagliano

È scomparsa questa mattina a Roma la grande artista Eva Fischer, nel suo attico a Trastevere, circondata dall'affetto del figlio Alan David Baumann e della compagna di questi Grazia Malagamba. Domani alle 12 si terrà il funerale a Prima Porta. Nel 1993 la Fisher creò e donò alle Poste un disegno in ricordo del 16 ottobre 1943, data della prima deportazione perpetrata a Roma dai nazisti. L’anno dopo le Poste Italiane pregarono Eva di rappresentare, 50 anni dopo, alcuni degli eventi tragici verificatisi in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, dall’eccidio delle Fosse Ardeatine alla strage di Marzabotto. Ne è nata una serie di francobolli davvero straordinaria.

Eva Fischer nacque a Daruvar (nella ex Jugoslavia) nel 1920, da famiglia ungherese. Il padre Leopoldo, rabbino capo ed eccellente talmudista, venne deportato dai nazisti. Furono più di trenta i familiari di Eva scomparsi nei lager.
Dopo l’occupazione italiana della Jugoslavia, attorno al 1941, insieme alla madre e al fratello minore, Eva venne internata nel campo di Vallegrande (Isola di Curzola) sotto amministrazione italiana. Si trasferì poi con i familiari a Spalato e quindi a Bologna, dove nel 1943 si nascosero sotto il falso nome di Venturi. A salvarli fu determinante l'aiuto di alcuni antifascisti: Wanda Varotti, Massimo Massei ed altri ancora del Partito d'Azione.
A guerra finita Eva Fischer scelse Roma come sua città d'adozione ed entrò a far parte del gruppo di artisti di Via Margutta, frequentando Mafai, Guttuso, Campigli, Carlo Levi, Corrado Alvaro e tanti altri.
Intensa fu l'amicizia con De Chirico, Sandro Penna, Giuseppe Berto, Alfonso Gatto e poi con alcuni artisti internazionali, da Dalì a Picasso e Marc Chagall.
Negli anni successivi Eva Fischer espose i suoi quadri in tutto il mondo, da Londra a Parigi, da Madrid a Israele, dove dipinse mirabili tele di Gerusalemme e Hebron (molto note sono le vetrate del Museo israelitico di Roma) fino agli Usa, dove ebbe come collezionisti gli attori Humphrey Bogart ed Henry Fonda.
Proprio l’anno scorso, in occasione del 70° anniversario della Shoah in Ungheria, la Fisher ha tenuto presso l’Accademia d’Ungheria a Roma la mostra “Camminando nella valle dell’ombra…”, che raccoglieva i dipinti sull’Olocausto da lei realizzati tra i1 1946 e il 1989 e che non aveva mai voluto mostrare a nessuno, neppure a suo marito o a suo figlio. «Comprensibile ritegno a mostrare la parte più profonda del suo animo», ha scritto a questo proposito Elio Toaff.

(L’Unione Informa e Moked.it del 7 luglio 2015)

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