Al voto come settant’anni fa ma ora il paese è diviso in tre

di Alfredo Doni

Settant’anni fa l’Italia si trovò sull’orlo di una guerra civile che fu scongiurata, ma che lasciò un segno profondo in un paese già duramente provato, e diviso, dalla seconda guerra mondiale. Due poli, diremmo oggi, si contrapponevano: uno guidato dal Partito comunista, l’altro dalla Democrazia cristiana. Nel 2018 la storia si ripete, ma i fronti sono tre: al centrosinistra e al centrodestra si aggiunge il Movimento 5 stelle. In Italia, dove il clima è teso ma fortunatamente non come allora, si ripete un po’ quello che avvenne nel 1948. Delle vicende e delle implicazioni politico-sociali che scandirono quei mesi infuocati parla il libro dal titolo “1948. Gli italiani nell’anno della svolta” (il Mulino), scritto da Mario Avagliano e Marco Palmieri. Un volume di 452 pagine, già disponibile nelle librerie, che viene presentato oggi a Roma (ore 18) dagli autori nella sede della Associazione Civita (piazza Venezia 11). Parteciperanno Adolfo Battaglia, Giorgio Benvenuto, Aldo Cazzullo e Simona Colarizi. Modera Ruggero Po. “L'Italia del 1948 è un paese povero, con una popolazione di quasi 47 milioni di abitanti stremata dal ventennio fascista, da cinque anni di guerra mondiale e due di guerra civile. Innumerevoli case sono ancora diroccate e un sondaggio Doxa rivela che nel 25% delle abitazioni manca l'acqua corrente, nel 67% il gas e nel73% addirittura il bagno”.

Tensioni sociali

E’ una ricostruzione minuziosa e particolarmente documentata quella che viene proposta da Avagliano e Palmieri, un libro di storia che restituisce al lettore il clima di tensione in cui gli italiani si trovarono, il 18 aprile del 1948, a votare per l’elezione del primo Parlamento dopo l’entrata in vigore (1 gennaio dello stesso anno) della Costituzione. Due i blocchi che si contendevano la vittoria: quello dei partiti di sinistra, il Fronte democratico popolare con a capo il Pci con a capo Palmiro Togliatti, e la Democrazia Cristiana guidata da Alcide De Gasperi. In quel periodo storico vi è “l'attitudine a considerare la lotta politica anche come lotta armata, esacerbata oltremodo dalla violenza diffusa e fuori controllo della guerra. Si spiega così quanto reale e concreto sia, nel corso del 1948, il pericolo che le accese tensioni possano portare di nuovo italiani contro italiani a imbracciare le armi, che peraltro erano ancora disponibili e nascoste in gran numero, proprio in vista di eventuali necessità future”.

Verso il voto

“La campagna elettorale si svolge in un clima teso, segnato da violenze verbali, scontri fisici, fatti di sangue, organizzazione di formazioni paramilitari e sospetti reciproci di piani eversivi e insurrezionali. Alle tensioni interne si aggiungono quelle di derivazione internazionale, che inducono a temere ingerenze e perfino interventi armati di forze straniere”. Reduci dai successi ottenuti alle recenti elezioni amministrative, i partiti di sinistra, cacciati dal governo nel 1947, sono praticamente certi di avere la meglio sulla Dc.

Il trionfo della Dc

“Dalle urne, tuttavia, esce un risultato diverso, che consegna il paese alla Dc (che ottiene un irripetibile 48% dei voti (...), col concorso rilevante di alcuni fattori esterni: la mobilitazione capillare della Chiesa cattolica e delle sue emanazioni (...); il supporto americano, basato sull'influenza culturale dei suoi miti e modelli (...), ma soprattutto sull' elargizione di ingenti aiuti materiali con l'implicita minaccia di escludere il paese dai benefici del piano Marshall in caso di vittoria delle sinistre; l'impatto emotivo delle notizie internazionali, come il colpo di stato comunista in Cecoslovacchia e la promessa anglo-franco-statunitense di restituire Trieste all' Italia”.

Governo De Gasperi

Il concreto avvio della macchina istituzionale si ebbe con l'elezione, l'11 maggio 1948, di Luigi Einaudi alla carica di primo presidente della Repubblica. Qualche giorno dopo, il 23 maggio 1948, nasceva il quinto governo De Gasperi, sulla base di una coalizione tra i partiti di centro.

Gli spari a Togliatti

“La mattina di mercoledì 14 luglio l'aula di Montecitorio è semivuota. Le cronache riferiscono che, approfittando della bella giornata, senza avvertire la scorta Togliatti e Nilde Iotti, che da molti mesi è la sua compagna anche se ancora non ufficialmente, escono dalla Camera, come di consueto, da un'uscita secondaria su via della Missione. Ma all'uscita lo aspetta lo studente universitario Antonio Pallante. Il ragazzo, originario di Bagnoli Irpino, un anticomunista fanatico, appassionato lettore degli scritti di Mussolini”: Pallante esplode tre colpi di pistola contro Togliatti che rimane esanime a terra. Rischia la vita, ma se la caverà.

Si teme la guerra civile

La notizia dell'attentato si diffuse rapidamente nel paese, suscitando immediate e spontanee reazioni da parte dei militanti comunisti. Nei centri industriali venne proclamato uno sciopero generale che bloccò il lavoro nelle fabbriche, alcune delle quali vennero occupate. "A Mario Spallone, suo medico personale, come ha confermato Giulio Andreotti, Togliatti ‘dette incarico di tranquillizzare il Governo sulla… non rivoluzione. Fui tramite di questo messaggio. Ed anche il giorno successivo ricevetti da Spallone una telefonata di sollecito perché la radio desse per intero i bollettini che i medici redigevano con molta cura e preoccupazione di tranquillizzare la massa’. La guerra civile non ci fu, ma la divisione nel paese divenne profonda e destinata a restare tale per decenni.

(Corriere Arezzo, Corriere dell'Umbria, Corriere di Rieti, Corriere di Siena, Corriere di Viterbo del 2 febbraio 2018)

Alle radici della Repubblica. Il 1948 fu l’anno della svolta

di Gianluca Veneziani

È interessante comprendere cosa accadde in Italia perché il 1948 non si trasformasse in un 1984 in senso orwelliano, o non degenerasse, come invece auspicava Nenni, inunnuovo1848, l’anno rivoluzionario per eccellenza. Quell’anno, come ben ricordano Mario Avagliano e Marco Palmieri nel documentatissimo 1948. Gli italiani nell’anno della svolta (Il Mulino, pp. 435, euro 25), fu segnato da due eventi destinati a incidere profondamente nella futura storia repubblicana del nostro Paese: l’affermazione della Democrazia Cristiana nelle elezioni di aprile, e l’attentato al segretario del Pci Palmiro Togliatti in luglio.

Se il trionfo della prima su comunisti e socialisti non fu nient’affatto scontato, gli effetti del secondo furono del tutto imprevedibili e non sfociarono in episodi ancora più gravi solo per una serie di circostanze. La vittoria così netta della Dc, fanno notare gli autori, fu possibile grazie all’intervento di poteri esterni (gli Usa e il Vaticano, su tutti),ma anche grazie a un’astuta campagna elettorale che contrapponeva “noi” e “loro”, creando un “nemico interno” e associando il rischio di una dittatura comunista alla dominazione straniera di un secolo prima: la falce e martello come l’aquila asburgica del 1848…

Quel trionfo (la Dc ottenne il 48% dei consensi) fu determinante anche nella successiva collocazione dell’Italia nello scacchiere geopolitico: fino a quel 18 aprile lo Stivale rientrava sì nell’area interessata dal Piano Marshall, ma era pur sempre Stato di confine con il blocco sovietico e Paese con uno dei più forti partiti comunisti d’Europa. Da quel giorno non ci sarebbero stati più dubbi: il bipolarismo interno tra filo-americani e filo-sovietici si sarebbe risolto a vantaggio dei primi. Ma, se non attraverso le urne, l’Italia avrebbe potuto trasformarsi comunque in uno Stato a guida comunista attraverso la violenza delle piazze. All’indomani del tentato omicidio di Togliatti da parte di Antonio Pallante, in tutto il Paese si scatenarono rivolte sanguinose, portate avanti da operai ed ex gappisti, che provocarono in soli due giorni 16morti, di cui 9 appartenenti alle forze dell’ordine, e in quasi due anni 62 lavoratori uccisi e circa 74mila arrestati tra gli appartenenti al Pci.

Così come l’attentato a Togliatti non ebbe ufficialmente mandanti, allo stesso modo quel fuoco rivoluzionario non fu appiccato direttamente dai vertici del Pci, ma fu una «rivolta senza padri», come l’ha definita Paolo Mieli. Alla mancata svolta insurrezionale contribuirono altri fatti, come la salvezza di Togliatti, uscito miracolosamente vivo dall’operazione, e la vittoria al Tour de France di Gino Bartali, che favorì un clima di pacificazione nazionale. Di certo, tuttavia, gli scontri che infiammarono il 1948 furono un precedente che avrebbe anticipato i fatti ben più cruenti di un trentennio dopo, sdoganando l’idea che la lotta politica potesse diventare sinonimo di lotta armata.

(Libero, 2 febbraio 2018)

«1948», quando l’Italia scelse di schierarsi con l’Occidente

Nel libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri dall’affermazione della Dc all’attentato a Togliatti

di Antonio Angeli

«Il 1948 è stato un anno cruciale nella storia italiana, che ha segnato profondamente l’evoluzione dell’assetto politico-istituzionale e socio-culturale del nostro paese per il mezzo secolo successivo», inizia così il saggio storico «1948 - Gli italiani nell’anno della svolta» (editore Il Mulino, 25 euro, 435 pagine corredate da belle illustrazioni), frutto del lavoro di ricerca di due storici e giornalisti acuti: Mario Avagliano e Marco Palmieri.

Il giorno dell’entrata in vigore della nuova costituzione, il 1° gennaio del 1948, il leader socialista Pietro Nenni scrive sull’«Avanti!» che bisogna «adeguare il 1948 al 1848», da sempre riconosciuto come l’anno della rivoluzione. E in quei giorni, che segnarono il momento di svolta dopo la dittatura fascista e la seconda Guerra Mondiale, la Nazione italiana, offesa e ferita, ma con una lucida volontà di futuro, fece una scelta di campo fondamentale per la restante metà del secolo.

La consultazione elettorale di quell’anno segnò la decisiva affermazione della Dc, alla testa di una coalizione centrista composta da liberali, repubblicani e socialdemocratici e sostenuta dagli Stati Uniti e dal Vaticano. Una scelta decisa e drammatica descritta e spiegata nel libro di Avagliano e Palmieri in tutti i suoi particolari e le sue sfaccettature. Momento cruciale fu l’attentato a Palmiro Togliatti, leader comunista, che rischiò di far precipitare il Paese nella guerra civile. Il testo, fondamentale per la comprensione di quei giorni, sarà presentato domani, venerdì, presso l'Associazione Civita, a Roma.

(Il Tempo, 1° febbraio 2018)

Togliatti fu ferito e l’Italia insorse. La rivolta senza padri del luglio 1948

Mario Avagliano e Marco Palmieri rievocano in un saggio (il Mulino) l’attentato al leader comunista. Poi la folla scese in piazza di sua iniziativa, non per ordine del Pci

di Paolo Mieli

Il 1° gennaio del 1948 in Italia entrò in vigore la Costituzione repubblicana. Quello stesso giorno Pietro Nenni, leader dell’unico partito socialista europeo di una certa grandezza legato in un Fronte popolare a quello comunista, scrisse sull’ «Avanti!» che era giunto il momento di «adeguare il 1948 al 1848». La Democrazia cristiana raccolse la sfida implicita nel richiamo nenniano agli eventi rivoluzionari di un secolo prima e diede alle stampe un manifesto dove comparivano l’aquila asburgica accanto a «1848» e la falce e martello vicina a «1948». Lo slogan del cartellone Dc era: «Allora contro lo straniero/ oggi contro la tirannia». La sinistra rispose con un poster da cui si affacciava Giuseppe Garibaldi che si rivolgeva al leader trentino con queste parole: «Bada De Gasperi, che nessun austriaco me l’ha mai fatta». Iniziava la sfida: i socialcomunisti, nel nome appunto di Garibaldi, il 18 aprile del 1948 cercavano di travolgere la Dc alle prime elezioni politiche del secondo dopoguerra. E di punire in tal modo Alcide De Gasperi, che un anno prima li aveva cacciati dal governo. Il risultato di quella consultazione elettorale—precisano Mario Avagliano e Marco Palmieri in 1948. Gli italiani nell’anno della svolta di imminente pubblicazione per i tipi del Mulino — non era affatto scontato. Sulla base dei risultati di precedenti turni di amministrative, comunisti e socialisti credevano di poter agevolmente sopravanzare la Dc. Invece lo scrutinio assegnò a sorpresa un trionfo alla Dc (che ottenne la maggioranza assoluta dei seggi), e decretò l’insuccesso di Pci e Psi, distanziati di quasi 20 punti.

Tre mesi dopo, il 14 luglio, un giovane siciliano iscritto al Partito liberale, Antonio Pallante (squilibrato e senza mandanti), attenta alla vita di Palmiro Togliatti mentre sta uscendo, assieme a Nilde Iotti, da un portone secondario di Montecitorio. Il leader comunista resta per qualche ora tra la vita e la morte e durante quel lasso di tempo si ha l’impressione che socialisti e comunisti possano cogliere l’occasione per cercare nella piazza una sanguinosa rivincita delle elezioni perdute. Torna d’attualità l’evocazione rivoluzionaria di Nenni. L’allarme è grande anche sul piano internazionale: Stalin definisce l’attentato «brigantesco» e velatamente polemizza con il Pci, accusandolo di non aver saputo proteggere il suo leader; l’ambasciata americana informa Washington che la morte del segretario comunista è «prossima» e riferisce che è stato suggerito ai cittadini di non lasciare Roma per il Nord dove «la loro vita sarebbe stata a rischio».

Cosa succede davvero quel giorno? La Cgil di Giuseppe Di Vittorio (appena rientrato da una conferenza sindacale a San Francisco) proclama immediatamente lo sciopero generale. La decisione «politica» della Cgil provocherà recriminazioni da parte dei sindacalisti cattolici guidati da Giulio Pastore i quali provocheranno una spaccatura definitiva del sindacato. Socialdemocratici e repubblicani decideranno però, in quel frangente, di restare nella Cgil, ritenendo che solo dall’interno si sarebbe potuto «tentare di strappare le masse ai comunisti». Radio Mosca trasmette un ambiguo comunicato nel quale quasi incita all’insurrezione e Celeste Negarville successivamente ammetterà essere stata una «leggerezza» di qualche non identificato dirigente del partito interpretare quel che era stato detto nella trasmissione radiofonica russa alla stregua di una «direttiva». Di qui un’ondata di manifestazioni più o meno spontanee, scontri con la polizia e anche qualcosa di peggio. Finché Togliatti, riavutosi grazie a un intervento chirurgico miracoloso di Pietro Valdoni, richiamerà i suoi all’ordine. E questi rientreranno— non senza qualche mugugno—nelle ore in cui la radio annuncia l’insperata vittoria di Gino Bartali in alcune tappe di montagna del Tour de France: un giornale della gioventù cattolica titola Bartali ha battuto Di Vittorio. Giulio Andreotti, anni dopo, definirà, però, «un’esagerazione » l’attribuzione al ciclista del merito «di aver evitato all’Italia la guerra civile».

I dirigenti del Pci in quelle ore vengono presi alla sprovvista. A sorpresa, tra i meno esagitati troviamo il duro Pietro Secchia, che cerca di frenare la deriva insurrezionalista con queste parole: «Non dimenticate compagni che siamo a soli due mesi e mezzo da elezioni che hanno dato una maggioranza assoluta al governo». Secchia proverà in seguito a rinfrancare i manifestanti accennando ad una «simpatia di larghi strati della popolazione» attestata dalla grande quantità di serrande abbassate. Ma un iscritto savonese, Gerolamo Assereto, gli risponderà con una lettera all’«Unità» scrivendo: «Almeno per quanto si riferisce a Savona, gli esercizi pubblici sono stati chiusi, nella quasi totalità, non per solidarietà con lo sciopero generale, ma per il timore che la massa eccitata danneggiasse negozi e proprietari».

Il fuoco rivoluzionario — a quel che si può desumere dalla copiosa documentazione del libro — si accese spontaneamente. Per autocombustione. In settant’anni di ricerche anche molto minuziose non è stato identificato il nome di un solo dirigente nazionale del Pci che abbia dato il via alla rivolta. Neanche in sede locale. Si moltiplicano — subito dopo l’attentato— i paragoni con l’uccisione per mano fascista nel 1924 di Giacomo Matteotti, le accuse alla Dc di aver creato un clima d’odio responsabile di aver «armato» la mano dell’attentatore, ma nomi di leader che avrebbero dato il «la alla rivoluzione» non sono venuti fuori. Il gappista Rosario Bentivegna racconterà di aver ricevuto alla federazione del partito a Sant’Andrea della Valle l’ordine di «occupare il ministero degli Interni». Lo stesso riferirà l’italianista Carlo Salinari. I due saranno però in grado solo di indicare il nome di chi era stato a fermarli: un alto dirigente del loro stesso partito, Edoardo D’Onofrio. E di aggiungere che in loro presenza D’Onofrio aveva sgridato Mario Mammuccari e Otello Nannuzzi per aver consentito che fossero date talune disposizioni «rivoluzionarie». Da chi? Non si sa.

Si sa invece che tra i donatori di sangue per Togliatti c’erano stati anche un parlamentare Dc, Angelo Perini, e un frate cappuccino. Il socialdemocratico Carlo Andreoni che il 13 luglio (ventiquattr’ore prima del colpo di pistola di Pallante) dal giornale del proprio partito aveva suggerito di «inchiodare al muro del loro tradimento Togliatti ed i suoi complici» e di procedere in tal senso «non metaforicamente», viene costretto dal suo leader, Giuseppe Saragat, a dimettersi. Qualche screzio si registra poi tra comunisti e socialisti (nonostante alcuni manifestanti feriti e uccisi in quei giorni di luglio del 1948 appartenessero al partito di Nenni). In un rapporto della federazione Pci di Novara si rileva che «i socialisti non accettarono di fare un manifesto del Fronte» e che, dopo la convocazione di una manifestazione «unitaria», «i rappresentanti del Psi facevano macchina indietro adducendo i motivi più risibili che confermavano, ancora una volta, la loro mancanza di coraggio fisico, il loro evidente opportunismo, la loro incoscienza politica». Considerazioni simili si ritrovano anche in documenti della federazione comunista di Ravenna («i socialisti hanno marciato con noi, ma il contributo da essi portato nella lotta è stato minimo») e in quella di Catanzaro che definisce «grave» il comportamento dei seguaci di Nenni. Il quale così si giustificherà sul suo diario: «Battere la polizia di Scelba non sarebbe impossibile… Ma poi? È davanti a questo “poi” che le masse hanno arretrato, non davanti ai carri armati». L’8 agosto a Napoli il segretario del Psi Alberto Jacometti ribalta le accuse dei comunisti e dichiara che, proprio a causa del loro comportamento nelle ore successive al colpo di pistola di Pallante, il Fronte popolare poteva considerarsi «morto». Al medico di fiducia, Mario Spallone, Togliatti— appena ripresa conoscenza—dà incarico di rassicurare il governo sulla indisponibilità del Pci ad avventure rivoluzionarie. Aristide Romano Malavolta, che all’epoca faceva parte della scorta del segretario comunista, così ricorda le ore immediatamente successive all’attentato: «Piombammo nella confusione, l’aria era quella dell’insurrezione vicina, ero pronto a indossare l’elmetto… Fu lui, Togliatti, dal suo letto in corsia, a fermarci tutti». A Torino, in quegli stessi frangenti, un gruppo di operai con a tracolla dei mitra «sten» entra nell’ufficio dell’amministratore delegato della Fiat Vittorio Valletta e gli comunica che la fabbrica è occupata. Valletta reagisce dicendo loro di fare quello che credono, ma annuncia che quando tornerà la calma licenzierà gli eventuali occupanti. Da quel momento Valletta viene sequestrato nella sua stanza e qualche giorno dopo Negarville dovrà andare di persona a Torino (su un aereo messo a disposizione dalla Fiat) per ottenerne il rilascio. A Milano vengono occupate Breda, Motta e Pirelli. Eligio Trincheri della Volante Rossa racconterà che alla Bezzi alcuni agenti di polizia sono stati «totalmente disarmati» e «le armi sono sparite».

 A Busto Arsizio e a Varese sono devastate le sedi della Dc e—mettono in evidenza Avagliano e Palmieri — i manifestanti «assalgono gli stabilimenti carcerari per ottenere il rilascio di alcuni ex partigiani del luogo precedentemente arrestati perché trovati in possesso di armi». A Belluno, riferisce Peppino Zangrando, «alcuni ex partigiani della brigata Pisacane giunsero in città con una motocarrozzella, a bordo della quale trasportavano una mitragliera… Non fu facile convincerli a tornarsene a casa». Ad Abbadia San Salvatore sul Monte Amiata l’episodio più conosciuto: minatori in rivolta devastano le sedi della Dc, occupano la centrale telefonica e tranciano i cavi; si spara, vengono uccisi l’agente di polizia Giovambattista Carloni e il maresciallo Virgilio Raniero. A Livorno viene ammazzato l’agente Giorgio Lanzi («peraltro», fanno notare gli autori, «un ex partigiano»); in quella stessa città viene aggredito dai rivoltosi un pullman che trasportava un gruppo di suore. Sedi Dc vengono assalite anche a Siena, Pistoia, Pontassieve, Barletta e a Taranto, dove la polizia spara e uccide due giovani di sinistra. A Salerno vengono prese d’assalto le sedi dell’Azione cattolica e dei Volontari della Libertà. A Mirandola la canonica. A Piombino tocca alla caserma dei carabinieri. A Napoli in piazza Dante vengono uccisi due militanti comunisti ed è ferito Francesco De Martino (futuro segretario del Psi). Gli scontri tra manifestanti e poliziotti sono innumerevoli. A Roma il questore riferisce d’essersi trovato al cospetto di una «folla d’invasati» e di aver dato ordine di reagire «con decisione». Vengono colpite la deputata comunista Elettra Pollastrini (che reagisce atterrando con un pugno un agente) e Gina Martina Fanoli, che cerca invano di estrarre dalla borsa il tesserino da parlamentare. Qualche botta in testa la riceve anche il vicequestore Della Peruta, non riconosciuto da poliziotti ai quali lui stesso poche ore prima aveva raccomandato di usare il manganello «senza riguardi per nessuno». A Magliano Sabina vengono sequestrati e pestati (dai manifestanti) un maresciallo e un carabiniere, Minolfo Masci, accusati di essere «sgherri di Scelba, servi dello Stato, direttamente responsabili dell’attentato a Togliatti e della morte dei compagni caduti durante lo sciopero nelle varie città d’Italia». Il carabiniere morirà a seguito delle percosse.

 A fatica il Pci riesce a far cessare gli scontri. Ma il 31 luglio a Bareggio, nella cintura milanese, viene lanciata una bomba a mano contro la statua della Madonna Pellegrina in processione. L’attentato provoca una trentina di feriti tra cui molti bambini. Vengono arrestati sei giovani, cinque dei quali iscritti al Pci (il sesto è un anarchico). «L’Unità» li condanna con toni duri. Il 29 novembre a Roma in via del Pigneto verrà aggredito il giovane dell’Azione cattolica Giulio Lalli, che morirà in ospedale. Il 16 luglio dell’anno successivo verrà arrestato il diciottenne Pietro Nicoletti, che confesserà di essere l’autore dell’aggressione. È iscritto al Pci.

Bilancio ufficiale: tra il 14 e il 16 luglio del 1948 restano sul terreno 16 morti, di cui 9 appartenenti alle forze dell’ordine. Più 204 feriti, di cui 120 agenti. In seguito, tra il luglio 1948 e la prima metà del 1950 si registreranno altri 62 lavoratori uccisi di cui 48 comunisti; 3.216 feriti, tra i quali 2.367 del Pci; 92.169 arrestati di cui 73.870 appartenenti al partito di Togliatti. Il leader comunista, pur avendo tenuto — nei giorni in cui fu ricoverato in ospedale—un atteggiamento esemplare, non si pacificò mai del tutto con l’accaduto. Rimproverò ai dirigenti del proprio partito di aver chiesto le dimissioni dell’intero governo guidato da De Gasperi e non esclusivamente quelle del ministro dell’Interno; quest’ultima, a suo dire, «sarebbe stata una richiesta non solo plausibile, ma anche accettabile», dal momento che l’ipotesi era stata prospettata persino dal titolare degli Esteri Carlo Sforza e dal suo giovane sottosegretario Aldo Moro. Si soffermò, Togliatti, sulle reazioni della polizia che ricordavano «i sistemi di rappresaglia dei nazifascisti». E scrisse a Massimo Olivetti—fratello di Adriano, nonché vicepresidente dell’azienda di famiglia — che non avrebbe potuto partecipare ad un dibattito al quale era stato invitato, a causa i postumi delle ferite provocate da «un sicario di quella classe a cui Lei appartiene». Parole che, anche per essere state rivolte a un imprenditore certo non reazionario, testimoniavano la persistenza di un dubbio di Togliatti circa l’origine di quei colpi di pistola.

 

Bibliografia

L’anno che vide il trionfo della Dc mentre infuriava la guerra fredda

Esce in libreria giovedì 25 gennaio il libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri 1948. Gli italiani nell’anno della svolta (il Mulino, pagine 452, e 25). Il volume sarà presentato a Roma dagli autori il 2 febbraio nella sede della Associazione Civita (piazza Venezia 11). L’incontro avrà inizio alle ore 18. Parteciperanno Adolfo Battaglia, Giorgio Benvenuto, Aldo Cazzullo e Simona Colarizi. Modera Ruggero Po. L’attentato a Togliatti è stato oggetto di diversi studi: Walter Tobagi, La rivoluzione impossibile (il Saggiatore, 1978); Massimo Caprara, L’attentato a Togliatti (Marsilio, 1978); Giovanni Gozzini, Hanno sparato a Togliatti (il Saggiatore, 1998); Gigi Speroni, L’attentato a Togliatti (Mursia, 1998). Da segnalare anche le biografie del segretario comunista scritte da Giorgio Bocca (Laterza, 1973) e da Aldo Agosti (Utet, 1996).

 

(Il Corriere della Sera, 23 gennaio 2018)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pinocchio in camicia nera

di Mario Avagliano
 
   In fondo in fondo c’è un Pinocchio in ogni politico italiano. Come recita la filastrocca di Benito Jacovitti, “fu il pupazzo di Collodi / cucinato in tutti i modi”. La fiaba senza tempo del burattino di legno è stata infatti terreno di conquista da parte della politica made in Italy, che già a partire dalla Grande guerra - a destra come a sinistra – l’ha manipolata a proprio piacimento allo scopo di denigrare l’avversario o di educare pedagogicamente gli elettori.
Così al Pinocchietto delle origini, imbevuto di ideali socialisti e inviso ai preti e al Vaticano, si è alternato il giovanotto vivace in camicia nera o in divisa di Salò, dispensatore indigesto di olio di ricino e di bastonature ai “burattini comunisti” o agli odiati inglesi. Per poi indossare nel dopoguerra le vesti del cattolico scudocrociato (dopo la rivalutazione di Collodi operata dal critico letterario Piero Bargellini) o del comunista modernista Chiodino, con tanto di falce e martello. Sempre con il Gatto e la Volpe e Lucignolo a recitare la parte dei cattivi.
Lo racconta il saggio “Favole e politica. Pinocchio, Cappuccetto Rosso e la guerra fredda” (Il Mulino, pagg. 188, euro 19). Dopo l’analisi di come nacque e si sviluppò la leggenda popolare secondo cui "I comunisti mangiano i bambini", questa volta lo storico Stefano Pivato indaga con arguzia altre iperboli favolistiche nella propaganda politica del Belpaese.
All’inizio del Novecento, l’ingresso delle masse nella politica indusse i partiti ad utilizzare un linguaggio più semplice e persuasivo, facendo ampio uso di metafore e di apologhi. Quale miglior modo di “arrivare” al popolo, compresi gli analfabeti o gli italiani di livello d’istruzione più basso, del raccontare le favole? Non solo nel senso di dir panzane. Ma soprattutto del ricorso a strutture narrative proprie della tradizione fiabesca, mescolando elementi di satira con riferimenti alla zoologia, alla miracolistica e alla fisiognomica. Senza disdegnare incursioni nel mondo del fumetto, come nel caso di Paperino fascista che si reca in Etiopia per far opera di civilizzazione.
Una tendenza che proseguì anche dopo il ventennio mussoliniano, nel clima grigio e pesante della guerra fredda e della minaccia nucleare, che ispirò la rappresentazione degli avversari quali veri e propri “mostri”. Ecco allora il lupo di Cappuccetto rosso, con le fauci spalancate, impersonare di volta in volta il segretario comunista Togliatti o viceversa l’America nell’atto di divorare l’Italietta; il leader sindacale Giuseppe Di Vittorio ritratto con l’anello al naso e due capi di Stato del livello di Truman e Stalin vestire i panni dell’Orco mangiafuoco. O ancora De Gasperi e i ministri democristiani disegnati come voraci topi roditori che affamano gli italiani o le donne dell’Azione cattolica brutte come scimmie e ricoperte di peluria, simbolo dell’antimodernità e della conservazione della Dc.
Personaggi delle fiabe, ma anche leggende metropolitane. Come quella costruita sui cosacchi che, in caso di vittoria dei comunisti, avrebbero abbeverato i loro cavalli nella fontana di San Pietro. O ancora quella legata al campione sportivo “crociato”, il  cattolico Gino Bartali, che nel 1948  grazie all’aiuto divino, vincendo il Tour de France avrebbe salvato a colpi di pedale l’Italia sull’orlo della rivoluzione in seguito all’attentato a Togliatti. Eroe positivo contrapposto al comunista Fausto Coppi e al fascista Fiorenzo Magni.
In questo tipo di racconto presenze divine e ultraterrene si sostituiscono a orchi e fate. Con le rivelazioni della Madonna di Fatima sulla rivoluzione bolscevica e le madonne pellegrine che nell’immediato dopoguerra piangono sangue per l’imminente pericolo rosso. O, sull’altro versante, con la mitizzazione del Paradiso sovietico e di Stalin come “Piccolo Padre”.
Un mondo grottesco in cui “quelle costruzioni fantastiche – come osserva Pivato – si affiancano, quando non si sostituiscono del tutto, all’argomentazione e alla discussione grazie anche alla loro facilità a trasformarsi in vulgata, invettiva e modo di dire”.
Si tratta quindi di racconti che stanno ai gradini più bassi della comunicazione, una vera e propria infantilizzazione del racconto della politica rivolto al mondo adulto. Dando ragione alla celebre opera di Ellen Key, che definì il Novecento il secolo del fanciullo.
Stereotipi e modalità di propaganda politica che peraltro resistono anche nell’era moderna dei social, ancora dominata da giaguari e pitonesse. Un’era in cui, ad esempio, l’ex comico Beppe Grillo non si fa scrupolo di apostrofare con il sempreverde nomignolo di Pinocchio sia il Berlusconi del 2008 che il Renzi di oggi, ricambiato con egual moneta con un’altra citazione dall’immortale favola di Collodi: quella del “grillo parlante”.

(Il Messaggero, 7 dicembre 2015)

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L'amore ai tempi della falce e martello. La storia di Nilde Iotti e Palmiro Togliatti nel carteggio inedito

di Mario Avagliano

Estate 1946. Dal color seppia di una rara foto d’epoca si affaccia sorridente la ventiseienne Nilde Iotti, appena eletta deputato dell’Assemblea costituente, seduta su un divano, in mezzo a un gruppo di donne parlamentari dall’aria leggera e festosa. Solo da un anno la legge italiana ha riconosciuto il suffragio femminile e loro sono le prime a entrare come «onorevoli» nell’aula austera di Montecitorio. All’altra estremità del divano, una signora di mezz’età stringe con grazia fra le mani una singolare piccola borsa fiorata. È Rita Montagnana, la mitica «Marisa», moglie di Palmiro Togliatti, segretario del Pci. Quelle due deputate comuniste, così diverse di aspetto e di età, di lì a poco diventeranno rivali. Per la giovane professoressa reggiana, figlia di un ferroviere socialista, laureatasi alla Cattolica e formatasi alla scuola di Dossetti e La Pira, la simpatia travolgente per Togliatti, di 27 anni più vecchio di lei, si trasformerà ben presto in una relazione «gioiosa e terribile». Per «Marisa», invece, la compagna del Migliore nel periodo dell’antifascismo clandestino, si prefigura una storia di abbandono sofferto e penoso, anche per quel loro figlio, Aldo, tormentato da un insopprimibile mal di vivere.
Sono alcune della pagine più belle dell’intrigante libro di Luisa Lama, intitolato Nilde Iotti. Una storia politica al femminile (Donzelli pp. 288, € 30), che - come afferma Livia Turco in una densa introduzione - ci regala la prima vera biografia della ex presidente della Camera, dall’esordio in politica fino al 1979, anno dell’elezione allo scranno più alto di Montecitorio. Una ricostruzione arricchita dalla pubblicazioni di stralci dello straordinario carteggio inedito tra la Iotti e Togliatti (agosto 1946-agosto 1947), ritrovato dalla loro figlia adottiva Marisa Malagoli in un cofanetto di legno intarsiato.
Un incontro segnato dal destino. Luisa Lama racconta quanto fu determinante nella scelta di campo della giovane Nilde, fervente cattolica, in bilico nel suo riformismo tra la Dc, i socialisti e il Pci, l’ascolto nel 1944, attraverso Radio Londra, della «voce gracchiante di Ercoli» (lo pseudonimo di Togliatti) che annunciava la svolta di Salerno. Dopo la collaborazione alla Resistenza, l’esperienza nell’Udi e l’elezione come indipendente nelle liste del Pci a Reggio Emilia, per la Iotti arriva la candidatura alla Costituente.
È quell’estate, il 30 luglio del 1946, che la tormentata relazione tra i due ha inizio. "Galeotta" è una timida, impacciata carezza di Palmiro alla chioma di Nilde mentre scendono lo scalone di Montecitorio, a cui seguono dotte conversazioni sui poemi cavallereschi dell’Ariosto e del Boiardo, qualche incontro clandestino e quindi l’innamoramento. Togliatti avverte una «vertigine davanti a un abisso», Nilde sente «sgomento per questo immenso mistero d’amore che mi dà le vertigini».
La brillante carriera della Iotti prende avvio in quella stagione. Designata dal partito nella Commissione dei 75 alla Costituente (unica donna, insieme a Teresa Noce), affronta in modo combattivo e innovativo il tema della famiglia, ponendo fin dall’inizio la questione della parità tra i sessi al suo interno e nell’educazione dei figli. Paradossalmente la relazione con il “capo” rischia di danneggiarla più che di favorirla. Dirigenti autorevoli come Pietro Secchia accusano il segretario di essere «condizionato» da Nilde e mettono in dubbio con il Cremlino l’affidabilità politica della professoressa reggiana, dati i trascorsi all’Università Cattolica.
Nonostante gli sgarbi di amici e nemici, le allusioni velenose di certa stampa, la consapevolezza di andare controcorrente (all’epoca essere «concubini» costituiva un reato penale), Nilde e Palmiro non rinunciano al loro amore, come testimonia il carteggio. «Mi sento di lottare con le unghie e con i denti per difendere un sentimento che è mio e solo mio», scrive la Iotti. E difende a spada tratta anche il suo impegno politico, vincendo la pressione dei compagni di partito a Reggio, che vorrebbero farla ritirare a vita privata. Nella corrispondenza fra i due, colpisce la passione che anima anche l’apparentemente freddo e razionale Palmiro Togliatti. “Quanto ho fatto verso di te e con te non è mai stata un’intenzione frivola (…) ho seguito un impulso più forte della mia volontà”, scrive il 28 settembre 1946. L’amore di Nilde e per Nilde, entrata nella sua vita “come una striscia di sole in una stanza buia”, lo mette in discussione come uomo, gli fa guardare con occhi diversi la vita, a partire dalle cose quotidiane, come la passeggiata al Pincio a Roma o per le vie di Parigi.
Da quell’estate del 1946 i due sfideranno le convenzioni e il partito (che addirittura farà installare delle microspie per sorvegliarli) e vivranno insieme more uxorio, prima in un abbaino all’ultimo piano di Botteghe Oscure, poi in un villino a via Arbe a Montesacro, in un rapporto affettivo che solo la morte di Togliatti nel 1964 potrà interrompere. Proprio alla sua Nilde, Palmiro consegnerà il suo testamento politico: il Memoriale di Yalta. E solo al corteo funebre di Togliatti, la Iotti potrà uscire finalmente dall’ombra e presentarsi come la first lady. Il partito consentirà a lei e alla figlia Marisa di seguire il feretro dell’uomo tanto amato. Negli anni successivi Nilde mostrerà tutta la sua stoffa di grande italiana, nella politica, nel partito, nelle battaglie civili del divorzio, dell’aborto e del nuovo diritto di famiglia, e infine da presidente di quella Camera dove era sbocciato quell’amore così bruciante e così unico.

(Il Mattino, 2 agosto 2013)

Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980)

Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980)

di  Mario  Avagliano

 

Roma, anni Sessanta. In uno scalcagnato teatro off di via Belli, il Beat 72, dove hanno mosso i primi passi Carmelo Bene e Memè Perlini (e più tardi calcheranno la scena Roberto Benigni e Mario Martone), si tengono spettacolini che disturbano l’Oltretevere. I questurini annotano che il patron Ulisse Benedetti «ha richiesto la licenza per poter tenere pubblici intrattenimenti danzanti». Ma non si fa la danza del ventre: la «sacra messa» viene, come in un sabba demoniaco, oltraggiata dall’«attrice Trombetti Laura, ovvero Laura Betti» che, con capelli cotonati e occhi contornati da una pesante sottolineatura di eyeliner, si esibisce in «una Messa rossa con spogliarello».

 

Cos’ha da spartire l’attrice Laura Betti con gli scrittori Italo Calvino, Carlo Cassola ed Elsa Morante, i pittori Renato Guttuso ed Ernesto Treccani, i registi Pier Paolo Pasolini ed Elio Petri, i giornalisti Giorgio Bocca e Giampiero Mughini e tanti altri intellettuali, artisti ed uomini di spettacolo della Prima Repubblica pedinati dalla polizia e dai carabinieri? Sono personaggi che nessuno si aspetterebbe di ritrovare in mattinali e faldoni della Questura. Eppure sotto controllo per anni ci sono stati proprio loro, a causa dell’appartenenza o vicinanza al Psi e al Pci (e in seguito ai gruppuscoli di estrema sinistra), come rivela il bel libro di Mirella Serri Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980), in uscita il 16 febbraio da Longanesi (pp. 279, euro 18). 

 

L’Italia non era la Germania dell’Est del film La vita degli altri, ma certo per decenni i governi a guida democristiana attivarono un’infiltrazione metodica nelle riunioni riservate, cenacoli e circoli che impegnarono le più note teste d’uovo della sinistra, dalla A di Alberto Asor Rosa alla Z di Za ovvero Cesare Zavattini. I segugi – travalicando i compiti istituzionali di pubblica sicurezza – schedavano inclinazioni sessuali, lavori, patrimoni e lo fecero pure per coniugi, amanti, fratelli. La strana vicenda s’intensificò in epoca scelbiana, quando si lavorò intensamente per schedare l’intellighentia di sinistra, ritenuta non solo un covo di potenziali sovversivi ma anche la longa manus della propaganda d’opposizione. 

 

Nei rapporti riservati della polizia emerge la “verità” degli investigatori sull’egemonia culturale del Pci. Un documento del 1954 denuncia che il mondo dello spettacolo è tutto «infiltrato di comunisti e sostenuto dai loro giornali, così che, quando la censura si abbatte con la sua mannaia, i produttori, da Ponti a De Laurentiis, scatenano una canea». Di Vittorio De Sica si sottolinea che il film Stazione Termini è stato prodotto «contro il volere dell’onorevole Andreotti». Quanto a Vittorio Gassman, sarebbe stato politicamente influenzato dal regista Luchino Visconti, «notoriamente affetto da omosessualità». Per il grande Eduardo De Filippo, nonostante il suo antico antifascismo, si adombra il sospetto che l’attivismo nel Pci sia dovuto alla bocciatura di due suoi progetti cinematografici, tra cui uno con Totò.

 

Negli anni Settanta nel mirino dei governi finiranno anche i giovani Gad Lerner, Giangiacomo Feltrinelli, Marco Bellocchio e Paolo Liguori, che a vario titolo militavano nei movimenti di sinistra.  Ma il libro della Serri non è solo una storia di spie. È anche un ritratto tra luci ed ombre dell’intellighenzia italiana che trovò dimora nel Pci, non di rado dopo aver indossato la camicia nera. L’obiettivo dichiarato degli intellettuali era quello di difendere libertà di scelta e di espressione, alzando le barricate contro il potere democristiano, peraltro molto suscettibile quando si sfioravano i nervi scoperti della religione e della morale, come dimostrò il divieto pervicace nel ’63 nei confronti di Gian Maria Volontè di mettere in scena Il vicario di Rolf Hochhuth, un testo in cui si denunciava l’atteggiamento acquiescente di Pio XII verso i nazisti e lo sterminio degli ebrei.

 

Peccato tuttavia che, come osserva la Serri, gran parte di loro fece anche di più, con toni oggi quasi surreali per accenti, ovazioni e genuflessioni, per mitizzare acriticamente il socialismo reale dell’Urss  e dei paesi satelliti e poi, negli anni Settanta, dei paesi socialisti “esotici” emergenti, dalla Cina a Cuba. Pochi furono gli intellettuali che non si adeguarono alla ragion di partito e, per dirla con Norberto Bobbio, difesero «la libertà individuale contro i regimi assolutistici». 

 

Così quando nel gennaio del 1969, a Roma, i giovani universitari di Scienze politiche vollero commemorare  il sacrificio di Jan Palach, all’evento si presentò un solo uomo di spettacolo: Gianfranco Funari, lo showman dal marcato accento romanesco e dalla vistosa dentatura. Tutto il bel mondo dell’intellighenzia impegnata disertò l’appuntamento. Un atteggiamento opportunistico che, conclude la Serri, diversi uomini di spettacolo ed intellettuali, come l’ex marxista Lucio Colletti, hanno riproposto in egual modo in epoca berlusconiana in favore del nuovo Principe.


(Il Messaggero, 14 febbraio 2012)
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