Storie – Commediografo senza nome

di Mario Avagliano

Due segnalazioni interessanti. Oggi 6 maggio, alle ore 17.30, presso la sala conferenze dell'Istituto piemontese per la storia della Resistenza, sarà presentato il libro di Luca Fenoglio Angelo Donati e la "questione ebraica" nella Francia occupata dall'esercito italiano (Zamorani). Il saggio ricostruisce la vicenda di Angelo Donati, ebreo, fante in trincea durante la prima guerra mondiale, poi cofondatore del fascio di Parigi, che nei dieci mesi dell’occupazione italiana della Francia meridionale si adoperò per salvare molti suoi correligionari dalla deportazione.

Ieri invece, alla Casa della Memoria e della Storia di Roma, si è tenuta una giornata in ricordo di Aldo De Benedetti, scrittore, commediografo e sceneggiatore tradotto e messo-in-scena anche all'estero, attivo sin dagli anni Trenta. Dopo l’approvazione delle leggi razziali, fu costretto a firmare i suoi lavori con lo pseudonimo di Benedetto Laddei. Sono stati letti brani dei suoi testi ed è stato proiettato il film Due lettere anonime di Mario Camerini, datato 1945 e interpretato da Clara Calamai e Andrea Checchi (vincitore del Nastro d'Argento 1946 come miglior attore protagonista), sceneggiato da Aldo De Benedetti senza che il suo nome potesse comparire sulle locandine. Anche questo accadeva in Italia sotto il fascismo.

(L'Unione Informa e Moked.it del 6 maggio 2014)

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Storie – Noemi Cingoli, dal liceo artistico “Via di Ripetta” ad Auschwitz

di Mario Avagliano

Ci sono tante storie di deportati ancora sconosciute ai più, che escono dal “cono d’ombra” della Shoah solo grazie al meritevole sforzo di qualche ricercatore o di qualche persona dotata di buona volontà e di passione civile. Una di queste storie è quella della romana Noemi Cingoli, ex studentessa del Liceo artistico “Via di Ripetta”, la cui vicenda umana è stata ricostruita da Costanzo Di Giovanni, docente di matematica e fisica in quello stesso istituto, con l’intento di “restituire dignità a coloro che non tornarono”.

Da ragazza Noemi ha copiato i gessi dei Dioscuri che giganteggiano nell'aula magna del Liceo artistico e il 23 maggio scorso la sua figura è stata ricordata proprio lì, con un appassionato intervento di Piero Terracina, che nel maggio del 1944 viaggiò nello stesso treno di Noemi diretto ad Auschwitz, e con l’inaugurazione di una stele commemorativa. Per inciso, va ricordato che in questo istituto, nel 2008, un professore negazionista aveva urlato che la Shoah non esiste.

Nata il 25 settembre 1913, ultima dei quattro figli di Alfredo Cingoli, negoziante di tessuti originario di Ascoli Piceno, e di Clelia Ravà, la bella Noemi all’epoca della deportazione era sposata con il torinese Mario Segre, epigrafista e archeologo di fama internazionale, espulso dall’università in seguito alle leggi razziste del 1938, che per sopravvivere dava lezioni private e curava la compilazione di alcune voci dell’Enciclopedia minore diretta da Giovanni Gentile, firmandole con il nome dell’amica archeologa Luisa Banti.

Dopo la caduta del fascismo, tra gli ebrei c’è chi spera in un’alba nuova. Ma non la suocera di Noemi, Ida Luzzatti, che il 4 settembre 1943 scrive profetica: «Calmato l’entusiasmo di quei primi giorni dopo il 25 luglio, contiamo le delusioni che l’hanno seguito, ed i pericoli gravissimi dai quali siamo continuamente minacciati. E, se anche il nuovo Governo ha provveduto e sta provvedendo perché Roma possa essere riconosciuta città aperta, noi siamo tutt’altro che tranquilli. Mario nostro si mantiene ottimista, ma credo che sia una mosca bianca. Io non me la sono mai vista così la situazione». E infatti Ida e la figlia Elena il 16 ottobre finiranno nelle mani dei nazisti: Ida morirà di stenti in treno durante la deportazione, Elena sarà gasata ad Auschwitz.

Scampati alla retata, Noemi, il marito Mario e il figlioletto Marco trovano ospitalità presso l’Istituto Svedese di Studi Classici in Via Omero, nella zona di Valle Giulia. Grazie all’extraterritorialità i tre si sentono al sicuro. Ma, come si legge nella ricostruzione di Di Giovanni, in primavera cadono in un’imboscata della polizia fascista. La mattina del 5 aprile 1944, in seguito ad una delazione, sono fermati da due agenti mentre si trovano all’esterno dell’Istituto assieme a Filippo Magi, assistente per l’Archeologia classica alla Direzione Generale dei Musei Vaticani.

Vengono arrestati e rinchiusi nel carcere di Regina Coeli a disposizione delle autorità tedesche. Due giorni dopo sarà arrestato sempre a Roma, in circostanze analoghe, un ragazzo di 16 anni, Piero Terracina, e portato nel carcere assieme a tutta la famiglia.

 Del caso dei Segre si interessa anche la Segreteria di Stato vaticana, nella persona di Giovanni Battista Montini (il futuro Papa Paolo VI) che il 15 aprile interviene presso l’Ambasciatore di Germania Ernst von Weizsacker nel vano tentativo di salvare gli arrestati dalla deportazione e dalla morte: “Si implora dalle autorità germaniche il rilascio dell’intera famiglia Segre".

Dopo alcune tappe intermedie la famigliola è trasferita nel campo di Fossoli, dove resterà però solo poco tempo. Il 16 maggio 1944 l’appello annuncia la partenza e, scortati dalle SS, i deportati sono avviati alla stazione di Carpi. Terracina ricorderà: “Ci caricarono nei vagoni, eravamo stipati tanto che difficilmente ci si poteva sdraiare. Alla sera il treno cominciò a muoversi e si fermò in quasi tutte le stazioni. Viaggiammo tutta la notte e la mattina seguente, la sete divenne un serio problema perché l’acqua era finita. Il pianto dei bambini, le mamme disperate non sapevano più cosa fare. L’indifferenza dei civili alle stazioni, alla vista dei vagoni merci ed ai pianti dei bambini, non può certo essere dimenticata. Tutti sapevano”.

Nel pomeriggio del 22 maggio il trasporto arriva ad Auschwitz. La mattina del 23 maggio 1944, il convoglio ferroviario entra a Birkenau attraverso la nuova linea ferroviaria. Senza neanche il tempo di salutarsi, Mario raggiunge la fila di sinistra, Noemi e il piccolo Marco quella di destra. Non si rivedranno più. Dei 582 ebrei scesi dal convoglio (tra i quali un bambino nato durante il trasporto), 186 uomini e 70 donne sono selezionati per il lavoro. Gli altri 326, tra i quali Noemi Cingoli (30 anni), Mario (39 anni) e Marco Segre (2 anni), saranno avviati verso le camere a gas. Moriranno la sera stessa.

Frida Misul, ebrea livornese sopravvissuta ad Auschwitz, in una lettera a Umberto Segre, riporta le ultime parole di suo fratello Mario: «Coraggio domani c’incontreremo di nuovo».

 (L'Unione Informa e Moked.it del 27 maggio 2014)

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Storie – Il coraggio di Dajani e la Shoah nel mondo arabo

di Mario Avagliano

C’è speranza che nel mondo arabo, e in particolare tra i palestinesi, maturi davvero la consapevolezza dell’orrore della Shoah? Oppure le aperture di Abu Mazen, che a fine aprile ha definito l’Olocausto come «il crimine più odioso contro l’umanità avvenuto nell’era moderna», manifestando «simpatia e solidarietà alle famiglie delle vittime innocenti uccise dai nazisti», rischiano di essere vuota propaganda?

Molto dipenderà anche da come il sistema scolastico arabo recepirà questa svolta. I primi segnali non mi sembrano positivi. Il professore universitario palestinese Mohammed S. Dajani Daoudi che a marzo aveva portato i suoi studenti ad Auschwitz, in un viaggio che era parte di un progetto in collaborazione con una università israeliana e una tedesca, ha dovuto lasciare l’università di Al Quds.

Dajani è stato accusato infatti di essere un traditore e un collaboratore di Israele e di «fare il lavaggio del cervello ai palestinesi cercando di cambiarne la mentalità attraverso l'insegnamento di grandi bugie e macchinazioni come l'Olocausto e la sofferenza degli ebrei». E quando in tutta risposta il coraggioso professore ha presentato le dimissioni dall’ateneo, in segno di protesta e per difendere la libertà accademica, il presidente dell’università ha colto la palla al balzo, accettando le sue dimissioni e rifiutando di esprimergli la solidarietà.

L’episodio suscita due riflessioni. La prima negativa, e cioè che in quel mondo i pregiudizi verso gli ebrei restano fortissimi. La seconda positiva, ovvero che anche tra i palestinesi c’è chi cerca la verità e il dialogo (le motivazioni del viaggio ad Auschwitz, ha spiegato Dajani, erano quelle di spingere i suoi studenti ad un processo di tolleranza ed empatia verso l’altro, il «nemico» israeliano, che doveva necessariamente partire «anche dalla comprensione dell’Olocausto»).

Forse un’idea per aiutare questo processo di consapevolezza, potrebbe essere quella di far conoscere le figure di muslims (musulmani) che in quel terribile periodo, in particolare in Turchia, salvarono vite di ebrei, essendo riconosciuti come Giusti fra le Nazioni. A testimonianza che siamo tutti fratelli su questo pianeta, ovviamente ciascuno con le proprie diversità.

(L'Unione Informa e Moked.it del 17 giugno 2014)

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Storie – Canessa, il poliziotto giusto

di Mario Avagliano

Nell’Italia occupata del 1943-1945 era possibile anche un’altra scelta, oltre a quella del collaborazionismo di Salò con i tedeschi o dell’indifferenza. A testimoniarlo, a rischio della propria vita, ci furono uomini come Mario Canessa, scomparso – come ha scritto L’Unione Informa qualche giorno fa – lo scorso 7 luglio a Livorno, all’età di 97 anni.
La sua storia merita di essere ricordata.
Canessa, nato a Volterra (Pisa) il 20 novembre 1917, fece carriera nella polizia, iniziando come semplice agente e raggiungendo, dopo la guerra e la laurea in giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano, l’incarico di dirigente generale al Ministero degli Interni.
Durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana e dell’occupazione tedesca, Canessa si diede da fare per prestare aiuto a diversi ebrei perseguitati, sia nella sua città natale, a Volterra, dove con l’aiuto della sorella Oretta indirizzò il dottor Emerico Lukcas, medico dentista, presso la casa di una famiglia amica, sia a Tirano, in Valtellina, dove all’epoca abitava e dove nel settembre e ottobre del 1943 ospitò due ebree ungheresi, Flora Lusz e la figlia Noemi Gallia, aiutandole poi a fuggire in Svizzera.
Canessa si arruolò subito dopo l’armistizio nella prima banda partigiana della Valtellina e si adoperò in favore degli ebrei anche quale agente della polizia di frontiera al confine italo-svizzero, in contatto il Cln di Tirano, in particolare con l’avvocato Tommaso Solci. Infatti, la notte del 10-11 dicembre 1943, assieme al brigadiere Giovanni Marrani, condusse verso la salvezza, al di sopra del valico di Sasso del Gallo, il giovanissimo Ciro De Benedetti, milanese di 8 anni, tuttora vivente, affidando la nonna di questi, Corinna Siszi, ottuagenaria e claudicante, al compagno Pietro Vettrici, che la trasportò a spalle fino a Campocologno e la consegnò all’ufficio rifugiati.
Analoghe missioni Canessa svolse per portare al sicuro in Svizzera numerosi ex prigionieri di guerra.
Canessa è stato dichiarato “Giusto fra le Nazioni” il 24 gennaio 2008. La sua vicenda è stata ricostruita da Mario Zucchelli, giornalista del Tirreno, nel libro “Questo strano coraggio”,pubblicato dal Comune di Livorno nel 2010.
Fino ad allora Canessa aveva mantenuto il riserbo sulla sua attività di quegli anni. Una modestia esemplare, come dimostra la sua testimonianza sul salvataggio del bambino: «Mi dissero solo: devi portarlo di là. Macché eroe, tutti quanti lo facevamo o l’avremmo fatto. Per capirsi: neanch’io credevo di combinare chissacché. Ma la cosa giusta sì: portarlo di là». Già, la cosa giusta. Ma in quanti la fecero?

(L'Unione Informa e Moked.it del 15 luglio 2014)

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Storie - Musiche dai lager

di Mario Avagliano

Le Monde gli ha dedicato un’intera pagina, intitolata «Le juif de Barletta» (l'ebreo di Barletta). Il ministero della cultura francese, nel dicembre 2013, lo ha insignito del titolo di cavaliere dell’Ordine des Art set Lettres. Eppure Francesco Lotoro, il barbuto pianista pugliese, classe 1964, che in ventitre anni di viaggi per il mondo ha recuperato migliaia e migliaia di partiture, documenti, diari e manoscritti provenienti dai lager e dai campi di concentramento, in Italia è misconosciuto e nessuno finanzia le sue ricerche.

Con sua moglie Grazia Tiritiello ha fondato l’Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria, che raccoglie le opere musicali scritte nei campi di concentramento d’Europa, Africa settentrionale e coloniale, Asia, Oceania, Usa e Canada dal 1933 al 1945.

Anche nei lager nazisti vi furono casi di orchestre formate dai deportati. Famoso il caso di Terezin, dove l’attività musicale era diffusa. Il violinista Karel Fröhlich a Theresienstadt, nel maggio 1944, suonò Sarasate e Paganini pur sapendo di avere di fronte un pubblico composto da deportati che il giorno dopo sarebbero stati trasferiti ad Auschwitz e annotò nel suo quaderno: «per quelli che sopravviveranno, tutto questo avrà un senso».
E perfino ad Auschwitz la violinista Alma Rosè, nipote di Gustav Mahler, diresse un’orchestra di sessanta strumentiste, voluta da Hoss, maggiore delle SS, che aveva il compito di accompagnare le detenute al lavoro, "accogliere" ogni nuovo arrivo di deportati, e suonare per gli ufficiali SS ogni qualvolta lo richiedessero. Ne ha parlato una delle sopravvissute, la pianista e cantante Fania Fenélon, nel suo diario "Ad Auschwitz c' era un' orchestra", scritto dopo la sua liberazione, nel quale scrive che suonare e cantare una musica "è la cosa migliore ad Auschwitz-Birkenau in quanto procura oblio e divora il tempo, ma è anche la peggiore perché ha un pubblico di assassini".

Lotoro è un vero e proprio cacciatore di musiche, scritte su quaderni o fogli di fortuna, ricordate a voce dai sopravvissuti o anche «incise» a carbonella su carta igienica, come la composizione di Rudolf Karel, prigioniero della resistenza polacca. Ad oggi sono più di 4 mila le opere da lui trovate e trascritte su pentagramma, grazie ad indagini presso memoriali, musei, archivi, biblioteche, librerie specializzate in Italia, Israele, Germania, Austria, Polonia, Repubblica Ceca e alla collaborazione con i principali musicisti di riferimento di questa produzione musicale (Joza Karas e Bret Werb negli Usa, David Bloch in Israele, Robert Kolben e Gabriele Knapp in Germania, la recentemente scomparsa Blanka Cervinkova in Repubblica Ceca).

L’obiettivo di Lotoro è riuscire a pubblicare entro il 2015 i dieci volumi dell’Enciclopedia Thesaurus Musicae Concentrationariae (Kz Music), enciclopedia in quattro lingue contenente centinaia di partiture scritte nei lager corredate di introduzione storica, analisi critica delle opere e CD. Un’impresa titanica, che meriterebbe un’attenzione da parte delle istituzioni italiane.

(L'Unione Informa e Moked.it del 22 luglio 2014)

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Eichmann era un cinico nazista, non 'la banalità del Male'

di Mario Avagliano

Adolf Eichmann, ovvero il Male non banale. A 51 anni dalla pubblicazione del libro di Hannah Arendt “Eichmann in Jerusalem”, proposto in Italia da Feltrinelli con il titolo “La banalità del male”, una nuova ricerca demolisce le tesi della studiosa tedesca naturalizzata americana, che nel 1961 seguì per la rivista New Yorker le 121 udienze del processo in Israele a uno dei principali responsabili della macchina della soluzione finale, condannato a morte e impiccato l’anno dopo. E capovolge la rappresentazione del criminale di guerra nazista fatta dalla Arendt come "un esangue burocrate” che si limitava ad eseguire gli ordini e ad obbedire alle leggi.
A firmare il saggio, uscito questa settimana negli Stati Uniti per i tipi di e già recensito con grande rilievo dal New York Times, è una filosofa tedesca che vive ad Amburgo, Bettina Stangneth, che ha lavorato attorno alla figura di Eichmann per oltre un decennio, scavando a fondo sulla sua storia. Ne è venuto fuori un libro provocatoriamente intitolato “Eichmann prima di Gerusalemme. La vita non verificata di un assassino di massa”, già pubblicato con scalpore in Germania.
Se ascoltando Eichmann a Gerusalemme, la Arendt rimase impressionata dalla sua "incapacità di pensare", invece analizzando l’Eichmann capo della sezione ebraica della Gestapo, e poi in clandestinità in Sudamerica, la Stangneth vede all’opera un abile manipolatore della verità, tutt’altro che un “funzionario d’ordine” o “un piccolo ingranaggio dell’enorme macchina di annientamento di Hitler”, come si autodefinì nel corso del suo processo. Adolf, insomma, non fu un signore qualunque chiamato dallo Stato tedesco a fare un lavoro sporco, ma fu invece un carrierista rampante e ambizioso e un nazista fanatico e cinico, che agì con incondizionato impegno per difendere la purezza del sangue tedesco dalla “contaminazione ebraica”.
In passato già vari ricercatori avevano seriamente messo in discussione le conclusioni della Arendt (che però, come ci ricorda un libro pubblicato di recente dalla Giuntina, “Eichmann o la banalità del male”, venne difesa da un grande storico del calibro di Joachim Fest). Ma con questo libro la Stangneth le "frantuma" definitivamente, come ha dichiarato Deborah E. Lipstadt, storica alla Emory University e autrice di un libro sul processo Eichmann.
La Stangneth sostiene che la Arendt, morta nel 1975, fu ingannata dalla performance quasi teatrale di Eichmann al processo. E aggiunge che forse "per capire uno come Eichmann, è necessario sedersi e pensare con lui. E questo è il lavoro di un filosofo". La filosofa tedesca ha però lavorato come uno storico, rovistando in ben 30 archivi internazionali e consultando migliaia di documenti, come le oltre 1.300 pagine di memorie manoscritte, note e trascrizioni di interviste segrete rilasciate da Eichmann nel 1957 a Willem Sassen, un giornalista olandese ex nazista residente a Buenos Aires.
Un libro che rivela tanti dettagli inediti, come la lettera aperta scritta nel 1956 da Eichmann al cancelliere tedesco occidentale, Konrad Adenauer, per proporre di tornare in patria per essere processato e informare i giovani su ciò che era realmente accaduto sotto Hitler (conservata negli archivi di stato tedeschi), oppure la riluttanza dei funzionari dell’intelligence della Germania Ovest - che sapevano dove si trovava Eichmann già nel 1952 – ad assicurare lui e altri ex gerarchi nazisti alla giustizia.
Ma il cuore del libro è il ritratto di Eichmann “esule” in Argentina, dove venne scovato e arrestato dagli agenti segreti del Mossad. All’apparenza era diventato un placido allevatore di conigli, con il nome di Ricardo Klement. In realtà l’ex gerarca nazista aveva conservato l’arroganza di un tempo e non era niente affatto pentito, tanto da spiegare la sua “attività” con una tirata che a leggerla lascia inorriditi. “Se 10,3 milioni di questi nemici fossero stati uccisi - disse degli ebrei - allora avremmo adempiuto il nostro dovere”.
Altrettanto interessante è la descrizione del cerchio magico di ex nazisti e simpatizzanti nazisti che lo circondava in Sudamerica. Personaggi che formavano una sorta di perverso club del libro, che s’incontrava quasi ogni settimana a casa di Willem Sassen per lavorare nell’ombra contro la narrazione pubblica emergente della Shoah, discutendo animatamente su ogni libro o articolo che usciva sull’argomento Con l’obiettivo di fornire materiale per un libro che avrebbe raffigurato l’Olocausto come una esagerazione ebraica, "la menzogna dei sei milioni" di morti.

(Il Messaggero, 4 settembre 2014)

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Storie - Un giorno con Primo Levi

di Mario Avagliano

«La memoria è uno strumento molto strano, è come il mare, può restituire dei brandelli, dei rottami magari, a distanza di anni». Teatro Rossini di Pesaro, 5 maggio 1986. Primo Levi incontra studenti e insegnanti di alcune scuole superiori della città marchigiana. Un interrogatorio preparato da mesi. E uno dei suoi ultimi incontri pubblici.
Durante tutto l’anno scolastico i ragazzi hanno letto i suoi libri, da “Se questo è un uomo” a “La chiave a stella”, accompagnando la lettura con ricerche, approfondimenti e dibattiti fra di loro e con i docenti. L'iniziativa rientra nel progetto "Il gusto dei Contemporanei", ideato da un gruppo di professori pesaresi.
Quella giornata particolare è tornata a rivivere in un film documentario, ”L’Interrogatorio. Quel Giorno con Primo Levi”, realizzato da Alessandro e Mattia Levratti, Ivan Andreoli e Fausto Cioffi e prodotto dalla Fondazione Villa Emma di Nonantola, l'ISCOP e la Biblioteca-Archivio "Bobbato".
Ventisette anni dopo, partendo dalla documentazione audiovisiva di quell’incontro e rintracciando i protagonisti di quella manifestazione, gli autori ci hanno dato l’occasione di rivedere e riascoltare Primo Levi ma anche di indagare i lasciti morali e ideali rimasti nella memoria di chi allora incontrò il grande testimone di Auschwitz.
«Volevo solo raccontare nel modo più obiettivo possibile, senza sbavature, senza imprecisioni, e anche senza accuse, quello che avevo visto», afferma Primo Levi sulla genesi di “Se questo è un uomo”.
Il dvd contiene anche la registrazione di un colloquio con Primo Levi avvenuto nel pomeriggio del 5 maggio 1986 presso la sede dell'Anpi di Pesaro.

(L'Unione Informa e Moked.it del 16 settembre 2014)

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Storie – I 90 anni di Gianfranco Moscati

di Mario Avagliano

Il prossimo 30 dicembre Gianfranco Moscati compirà 90 anni. Nacque nel 1924, ultimo di cinque figli, in viale Certosa a Milano, e nel dopoguerra ha vissuto tra Napoli e Locarno, in Svizzera.
A queste tre terre è legata la sua storia. A Milano, dopo l’emanazione delle leggi razziste del 1938, subì la persecuzione fascista e, dopo l’8 settembre del 1943, anche quella nazista, e fu costretto a rifugiarsi con la famiglia in Svizzera. A Napoli si trasferì nel 1952, al seguito del fratello Sandro, per motivi di lavoro, e s’innamorò della città del Vesuvio e vi restò per più di cinquant’anni.

Dal 1967 Moscati ha cominciato a raccogliere documenti, lettere, cartoline, oggetti, libri e francobolli sui temi dell’ebraismo, dell’antisemitismo e delle persecuzioni, in Italia e in Europa. Preziosa la sua attività nell’esporre e pubblicare quanto trovato (fra i lavori più recenti, “Racconti ebraici”, scritto a quattro mani con Gustavo Ottolenghi). Moscati ha donato una parte della sua straordinaria collezione all’Imperial war museum di Londra, che gli ha dedicato una sezione del suo sito web, e una parte al Meis, il Museo dell’ebraismo italiano di Ferrara.
Il grande collezionista celebra il suo genetliaco in modo originale, con un libretto intitolato “I 90 anni di Gianfranco Moscati”, in cui ricorda il suo impegno di solidarietà per l’Ospedale pediatrico Alyn, centro di riabilitazione di Gerusalemme e per due realtà napoletane, l’istituto comprensivo “Scialoja-Cortese”di San Giovanni a Teduccio e l’Associazione per i bambini “Gioco, immagine e parole”, sempre di San Giovanni a Teduccio. Un impegno tradottosi nell’acquisto di attrezzature, laboratori e strumenti. Chi vuole contribuire, può contattarlo all’e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

(L'Unione Informa e Moked.it del 28 ottobre 2014)

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