Storie - La Memoria degli internati militari

di Mario Avagliano

  La legge istitutiva della Giornata della Memoria del 2000 riguarda, oltre che la Shoah e la persecuzione degli ebrei, anche i deportati politici e gli internati militari. All'indomani dell'8 settembre 1943, infatti, le truppe naziste nell'occupare l'Italia, scatenarono una caccia all'uomo nei confronti degli ebrei, con la complicità del redivivo fascismo di Salò, ma anche una feroce repressione dell'opposizione politica e sociale, con la deportazione di antifascisti, resistenti civili, partigiani, operai scioperanti. Inoltre l'esercito tedesco catturò e disarmò in Italia e sui vari fronti di guerra (dalla Francia ai Balcani alle isole greche) circa 1 milione di ufficiali e soldati italiani, spesso con l'inganno e non di rado con la collaborazione di nostri connazionali immediatamente schieratisi con la Germania a seguito dell'armistizio.
Di questo milione di soldati, circa 100 mila aderirono subito alle Ss tedesche o alla Rsi e altri 190 mila riuscirono a fuggire o vennero rilasciati.
In 710 mila vennero internati nei campi del Reich e posti di fronte all’alternativa se entrare nell’esercito della Repubblica Sociale, guidata da Benito Mussolini, oppure restare in prigionia, soffrendo la fame e sopportando gli stancanti e snervanti turni di lavoro. La maggior parte di loro, circa 600-630 mila, disse di “no” all’adesione, in nome della fedeltà all’Italia, al re e all’ideale di libertà, anche se una quota non irrilevante (oltre 100 mila) optò per la Rsi.

Diverse migliaia di internati morirono nei campi, per le pessime condizioni di vita e di lavoro o anche perché picchiati e fucilati. Anche la loro storia va ricordata.

(L’Unione Informa e moked.it del 26 gennaio 2016)

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Una gavetta piena di fame

Il terzo volume della collana Filo Spinato

Una gavetta piena di fame. Due anni di lager e di sofferenze raccontati alla piccola Pucci (Marlin, 334 pagine, 16 euro), nuovo libro della collana "Filo Spinato", diretta da Mario Avagliano e Marco Palmieri, propone il diario del capitano Luigi Salvatori, scritto durante l’internamento nel Terzo Reich.
Si tratta di una testimonianza nitida e toccante dell’esperienza vissuta dai circa 650.000 italiani rinchiusi nei lager nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 con la qualifica di Internati Militari Italiani (IMl), per aver rifiutato di continuare la guerra al fianco dei tedeschi e di aderire alla Repubblica di Salò.
Ritrovato dalla figlia e dal nipote dopo la morte di Salvatori, il diario inizia il 4 dicembre 1944 nel campo di Sandbostel, nella Bassa Sassonia, sotto forma di una lettera alla figlia Pucci (Liliana), di appena cinque anni.

Sono pagine di grande vivezza, in cui l’autore con limpido stile narrativo racconta la guerra e la prigionia, e prosegue con annotazioni pressoché quotidiane dal 23 febbraio fino al 14 settembre 1945, giorno dell’arrivo a Roma. La sua è una cronaca straordinaria dall’interno dei lager sulle condizioni degli IMl e il trattamento subito dai tedeschi, oltre che sulle ragioni della loro scelta.
Di eccezionale valore storico la testimonianza sul periodo dell’occupazione italiana in Grecia, caratterizzata da ruberie, facili costumi e violenze efferate da parte dei soldati italiani nei confronti dei ribelli e della popolazione.

LUIGI SALVATORI (L’Aquila 1911 - Rieti 1989), arruolatosi nell’esercito a diciotto anni, frequentò l’Accademia di Artiglieria e Genio di Torino. Allo scoppio della seconda guerra mondiale prese parte alle operazioni belliche contro la Francia. L’anno seguente combatté sul fronte greco e successivamente sul fronte jugoslavo. Dopo la resa della Grecia fu destinato a Larissa, in Tessaglia, dove il 1° ottobre 1941 gli giunse la promozione a capitano. Qui l’11 settembre 1943 venne catturato dai tedeschi e internato in diversi lager: Leopoli (Polonia), Deblin Irena (Polonia), SandbosteL (Germania), Wietzendorf (Germania), Muhlberg Elbe (Germania). Liberato dall’Armata Rossa il 23 marzo 1945, rientrò in patria e, ripreso servizio nell’esercito, si trasferì A Rieti, chiudendo la carriera col grado di generale di divisione. Tra le varie decorazioni ottenne due croci al merito di guerra per le operazioni belliche a cui aveva partecipato tra il 1940 e il 1943 ed una per l’internamento subito nel Terzo Reich. Il 27 gennaio 2010 gli è stata assegnata “post mortem” la medaglia d’onore riservata agli ex deportati nei lager nazisti. Tranne che in un’occasione, Luigi Salvatori non volte mai parlare dette sue esperienze di prigioniero. Oltre al diario che qui pubblichiamo, dedicato alla figlia Liliana (Pucci), resta inedito un secondo memoriale indirizzato alla moglie Gianna.

Novecento, l’altra metà della guerra. Partigiane in armi, vittime di stupri, ostaggi civili: le donne nei conflitti del secolo breve

di Mario Avagliano

   Il Novecento, oltre che il secolo delle guerre, fu anche il secolo delle violenze contro i civili, in particolare le donne, e dello stupro come arma per annientare, annichilire, fiaccare lo spirito del nemico sconfitto. Una strategia bellica che trovò il suo culmine nella seconda guerra mondiale, che fece registrare episodi efferati di violenza sessuale da parte di tutti gli eserciti, non solo quello tedesco. Ma gli anni del conflitto in Italia furono per l’altra metà del cielo anche un’occasione di riscatto, di autodeterminazione, di protagonismo nella vita sociale. Di emancipazione dal tradizionale ruolo di “angeli del focolare” ritagliato per esse dal regime fascista.

Con la maggior parte degli uomini al fronte, prigionieri di guerra, dispersi o deportati, le donne furono chiamate a svolgere lavori prettamente maschili, come condurre i tram nelle città.  E dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’occupazione nazista del centro nord della penisola, molte di esse parteciparono alla guerra di liberazione. Non solo come staffette o attiviste politiche, ma anche imbracciando le armi, come le gappiste comuniste Carla Capponi e Lucia Ottobrini.
La storia in rosa dell’Italia tra il 1940 e il 1945 è stata ricostruita nel bel saggio di Michela Ponzani, Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, “amanti del nemico” (Einaudi, pp. 314, euro 25). Un libro che fin dal titolo spiega il carattere “militare-maschile” della guerra, che vide come prime vittime proprio le donne. Vittime dei bombardamenti alleati. Vittime della fame e dei rastrellamenti. Vittime delle stragi e degli stupri di massa.
Per la sua ricostruzione storica, la Ponzani ha attinto al fondo della trasmissione Rai “La mia guerra”, andata in onda nei primi anni Novanta, depositato presso l’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, oltre che all’Archivio della memoria delle donne di Bologna, all’Archivio segreto del Vaticano e a vari altri archivi pubblici e privati. Si tratta di scritti e di memorie private di donne che rivelano tratti solo parzialmente conosciuti delle vicende di quegli anni ed invitano a fare i conti con il sommerso, il taciuto, le forme di rimozione dei crimini di guerra dal racconto pubblico nazionale.
In questo oblio rientrano gli stupri di massa perpetrati dalle truppe tedesche e dai soldati mongoli della CLXII divisione Turkestan, aggregata ai reparti militari della Wermacht, soprattutto in alcune zone dell’Emilia Romagna come la Val Tidone, la Val Trebbia e la Val Nure. Atti di violenza espressamente autorizzati dai vertici militari tedeschi, perché il vero obiettivo non era tanto “colpire i partigiani ma far comprendere alla popolazione quali conseguenze [avrà] anche per i civili il comportamento dei ribelli” avrebbe comportato.
Lo stupro è un’esperienza che sconvolse le famiglie. Le memorie delle donne sono piene di immagini ricorrenti, come quelle di padri, mariti, fratelli resi impotenti di fronte al sopruso inflitto alle proprie donne, incapaci di riprendersi da una ferita non rimarginabile. Esemplare nella sua drammaticità è il racconto di una donna sfollata tra le colline attorno a Marzabotto, proprio a ridosso della strage del settembre-ottobre 1944. Rimasta sola con i figli e con il marito deportato in Germania, la donna viene stuprata ripetutamente da un gruppo di tedeschi. Quei soldati che hanno abusato di lei la sera prima, tornano presso la sua casa la mattina successiva e, non trovandola, minacciano di fucilare tutti i componenti della famiglia, compresi i figli piccoli, se ella non farà ritorno. Sono proprio i due uomini verso i quali nutre più fiducia, il cognato e il parroco del paese, a convincerla a sottomettersi alla violenza per salvare la vita degli altri.
Un altro capitolo è dedicato alle forme di violenza sessuale messe in atto dai fascisti nelle caserme e nelle camere di tortura della RSI, come strumento di punizione del nemico politico, al pari delle bastonature e delle case distrutte e incendiate.
Le violenze sessuali furono perpetrate anche dagli alleati. Quando nel maggio del ’44 finalmente gli angloamericani liberarono il Frusinate, per la popolazione civile fu l’inizio di nuovi saccheggi, uccisioni, torture e stupri di gruppo, soprattutto ad opera dei Goumiers, i militari marocchini e algerini del corpo di spedizione francese.
I racconti delle donne partigiane proposti da Michela Ponzani ci fanno comprendere, infine, che nella loro scelta di libertà vi fu anche una guerra privata, esistenziale per la propria emancipazione dall’educazione fascista e dalla cultura patriarcale e cattolico-tradizionale. Di qui, nel dopoguerra, il rimpianto per la mancata piena realizzazione dei progetti di parità dei diritti con l’altro sesso. Nonostante il diritto al voto e l’articolo 3 della Costituzione, anche per le donne la resistenza fu una sorta di “rivoluzione rimasta a mezzo”. E quando la vita riprese il suo corso normale, le partigiane, le antifasciste e le ex deportate politiche furono rispedite in cucina dai loro padri, fidanzati e mariti. Il percorso dell’uguaglianza era ancora molto lungo da compiere.

(Il Mattino, 12 giugno 2012)

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Wops. I prigionieri guappi

di Mario Avagliano

  A fine Ottocento e a inizio Novecento il termine Wop veniva utilizzato nei paesi anglosassoni per designare in senso spregiativo gli “italiani”. La parola deriva dal napoletano “guappo” ed è traducibile con il nostro “terrone”. Tuttavia Wops è anche l’anagramma di P.o.Ws., forma abbreviata di Prisoners of War, usata nella documentazione britannica durante il secondo conflitto mondiale per indicare i prigionieri di guerra.

È su questo gioco di parole che punta il titolo del saggio di Isabella Insolvibile, Wops. I prigionieri italiani in Gran Bretagna (1941-1946), pubblicato da Edizioni Scientifiche Italiane (pp. 358, euro 38), che racconta con dovizia di particolari la storia misconosciuta dei prigionieri di guerra italiani in Gran Bretagna, che ospitò in quegli anni sul proprio suolo il più cospicuo numero di nostri soldati catturati dagli Alleati. Tra il 1941 e il 1944 almeno 155.000 italiani furono trasferiti dagli inglesi nella madrepatria britannica, prelevati direttamente dai fronti africani – da El Alamein, per esempio – o dai territori in cui erano stati detenuti in un primo momento, come l’India, il Kenya, il Sudafrica.  
Il motivo che spinse gli inglesi a “importare” gli italiani in Gran Bretagna fu prettamente economico: come tutti le nazioni belligeranti, la maggior parte degli uomini abili erano impiegati sotto le armi e, di conseguenza, le fabbriche, le officine e i campi erano sforniti di manodopera. Gli italiani, ritenuti - diversamente dai tedeschi - non pericolosi per la sicurezza nazionale e considerati buona manovalanza, divennero fin dal 1941 una presenza costante nelle campagne britanniche. Alloggiati in campi ben attrezzati, tutelati dalle convenzioni internazionali relative ai prigionieri di guerra, assistiti dalla Croce Rossa Internazionale, nutriti con razioni abbondanti, in Gran Bretagna i nostri connazionali vissero quella che può forse essere considerata, da un punto di vista materiale, l’esperienza di prigionia meno tragica tra quelle patite durante il secondo conflitto mondiale.
Tuttavia, come ha scritto Giorgio Rochat, la qualità della prigionia non si può analizzare solo sulla scorta delle “calorie della razione quotidiana”. La condizione psicologica degli italiani fu caratterizzata da una costante malinconia e da un crescente malcontento, causati dalle condizioni di una prigionia che fu lunghissima da un punto di vista temporale, immutata dal punto di vista dello status giuridico – nonostante il variare della posizione dell’Italia nei confronti degli Alleati –, prorogata a ben dopo la fine della guerra per le esigenze economiche degli inglesi, e ingiustificata, se non da un punto di vista meramente disciplinare, dopo l’armistizio del settembre 1943 e addirittura la conclusione delle ostilità.
La ricerca di Isabella Insolvibile, che ha utilizzato un’amplissima mole documentaria sia italiana sia britannica – circa 16.000 carte d’archivio – ricostruisce le vicende di questi nostri connazionali, prigionieri al momento della cattura e poi lavoratori a beneficio del nemico, che vissero da lontano i grandi mutamenti della storia del proprio paese e che dopo l’armistizio e la dichiarazione di cobelligeranza dell’Italia con gli anglo-americani, dovettero scegliere se divenire o meno cooperatori, accettando di essere impiegati in lavori connessi allo sforzo bellico, proibiti ai prigionieri tout court.
Una storia di prigionia ma anche di discriminazione. I P.o.Ws. italiani, anche quando giunse la pace, rimasero immutabilmente dei Wops, gente considerata bellicamente, politicamente, culturalmente e anche razzialmente inferiore, disprezzata dalla popolazione britannica, abbandonata al proprio destino dalle autorità nostrane. I nostri soldati tornarono uomini liberi solo una volta che, terminato l’ennesimo raccolto di barbabietole da zucchero in Gran Bretagna, cominciarono a rientrare in Italia, a piccoli scaglioni, dall’inizio del 1946.
Qualcuno rimase nel Regno Unito o vi ritornò tempo dopo, come emigrante e soprattutto in qualità di “sposo di guerra”: infatti, nonostante il no fraternisation, molti prigionieri avevano nel tempo instaurato relazioni con giovani donne britanniche, e la conseguenza più evidente di queste storie d’amore proibite furono i tanti bambini inglesi “brunetti” di cui scrisse Elena Albertini Carandini, la moglie dell’ambasciatore italiano a Londra. Frammenti di una storia scomoda per un paese come l’Italia che, inserito nel dopoguerra nel blocco occidentale, doveva velocemente dimenticare e far dimenticare il passato fascista.

(Il Messaggero, 28 giugno 2012)

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Internati italiani, nuovi documenti

di Dino Messina

   Il soldato Raffaele Uccellari, originario di Montemarciano, in provincia di Ancona, venne catturato dai tedeschi il 15 settembre 1943 a Rodi, dopo l’armistizio dell’8 settembre, e deportato in uno dei Lager nell’attuale territorio della Bielorussia, allora in mano ai nazisti. Raffaele era uno di quei tanti soldati italiani che non avevano accetato di collaborare con l’ex alleato e per questo assieme a migliaia di commilitoni venne deportato nei campi dove gli Imi (Internati militari italiani) erano posti al gradino più basso della gerarchia di reietti, venivano solo prima degli ebrei, al pari degli zingari, e dopo i prigionieri russi. Il loro compito era lavorare fino allo stremo e quando venivano considerati inservibili finivano in una fossa. Per Raffaele Uccellari e altri dodicimila internati le pene non ebbero termine con la liberazione. Alcuni riuscirono a fuggire, altri si affidarono alle sicure mani degli Alleati, altri ancora furono presi in consegna a paritre dal 1944 dai sovietici e portati in altri campi di prigionia all’interno della Russia: alcuni vennero rilasciati tra il ’45 e il ’46, circa undicimila rientrarono nel 1954, assieme a diecimila prigionieri dell’Armir. Un migliaio di internati non sopravvisse alla seconda prigionia.

Leggiamo questa storia nel bel saggio che Maria Teresa Giusti ha pubblicato su “Ventunesimo secolo”, la rivista diretta da Gaetano Quagliariello, come introduzione a parte dei documenti tradotti e editati che furono donati il 30 novembre 2009 dal presidente Bielorusso Aleksander Lukasenko al premier italiano Silvio Berlusconi in visita di Stato a Minsk. Tra i faldoni c’erano un paio di elenchi di prigionieri nei campi della regione di Glubokoe, a Nord del Paese, e di Grodno, ai confini con la Polonia. Interessanti sono soprattutto le interviste a testimoni locali raccolte tra il 1964 e il 1965 e custodite negli ex archivi del kgb di Misk. Un ritratto toccante sulle condizioni di vita dei prigionieri italiani, malnutriti, malvestiti, costretti a scavare le trincee dove restavano come vittime inermi o fucilati accanto ai prigionieri russi in fosse comuni.

(lanostrastoria.corriere.it 29 luglio 2012)

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1943-1945, parole dall’Italia in lotta

di Mario Avagliano

«Si aspetta l’evolversi della situazione. I combattimenti in direzione di Salerno sono traditi dal rumore degli aerei che, in continuazione, passano sulle nostre teste. Esso è ben distinto da quello dei cannoni che tuonano ad una ventina di chilometri». Così scrive nel suo diario il 9 settembre 1943 il diciottenne Pietro Sorrentino, originario di Castellabate, commentando lo sbarco degli Alleati nel golfo di Salerno, affacciato alla finestra dell’appartamento degli zii a Pagani. Alla fine dell’estate del 1943 la guerra entra in casa degli italiani, in un Paese ridotto a luogo di macerie materiali e morali.

Nella memoria degli italiani gli eventi del pur breve periodo tra il 25 luglio, che segnò la defenestrazione di Benito Mussolini, e il successivo 8 settembre, in cui in un pugno di ore l’Italia si arrese, fu spezzata in due e occupata da soldati tedeschi e anglo-americani, hanno assunto un valore cruciale, sul quale la storiografia continua ad interrogarsi. Così come il biennio 1943-1945, funestato da stragi, fucilazioni, deportazioni, fame e bombardamenti, ma segnato anche da atti eroici, lotte per la libertà e grandi pulsioni ideali.Il variegato puzzle dei sentimenti, delle angosce, delle gioie e delle passioni che animarono gli italiani di allora, divisi tra Resistenza e Repubblica sociale, è stato ricostruito dallo storico Luigi Ganapini, con la sensibilità e il rigore che gli sono propri, nel saggio Voci dalla guerra civile (il Mulino, pp. 310, euro 23), in uscita il 20 settembre in libreria. Le fonti a cui ha attinto Ganapini sono i diari e le memorie dell’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, vera miniera della memoria del nostro Paese. Parlano in queste pagine le tante anime di una nazione che nell’autunno del 1943 pareva destinata a scomparire. Voci diverse fra loro: uomini e donne, settentrionali e meridionali, partigiani e aderenti a Salò, deportati e internati militari, cattolici ed ebrei.
Il racconto corale parte dal 25 luglio, giorno in cui, scrive la contadina emiliana Margherita Iannelli, residente a Marzabotto, «la gente si riversò nei paesi, tutti urlavano a più non posso. Chi gettava le immagini del Duce dalle finestre e altri le calpestavano e gli sputavano sul viso. Ma l’urlo immane fu quello che tutti dicevano: “Finalmente siamo liberi e potremo parlare”». E i fascisti? «Restarono zitti – ricorda la toscana Albertina Tonarelli –, non sapevano che fare, restarono come bastonati».
I primi 45 giorni del governo guidato da Pietro Badoglio non furono memorabili. «La guerra sembra a tutti perduta – annota il romano Mario Tutino -. Si tratta di uscirne non dico col minor danno, ma senza disonore». Le cose vanno in modo differente. «Al mattino dell’8 settembre si sparse la notizia della fuga del Re e dei suoi generali», racconta il torinese Ercolino Ercole, in servizio di leva a Marina di Massa. In poche ore i tedeschi disarmano i soldati italiani, anche per la viltà degli ufficiali, ma nella notte il giovane fugge. E quando arriva a Torino, è «pieno di rabbia, conscio di essere stato fregato dal libro “Cuore”, dal re vittorioso, da “Giovinezza”, dal “Dio, patria famiglia”, da tutto quel ciarpame».
In quei giorni centinaia di migliaia di nostri soldati vengono catturati dai tedeschi, senza sparare un colpo o dopo coraggiosi tentativi di resistenza. Per tutti gli italiani sotto il tallone nazifascista, è il momento delle scelte. «Oggi dobbiamo combattere contro i nazisti, che sono i nostri veri nemici», annota nel suo diario la senese Bruna Talluri, che poi entrerà nella Resistenza. Tra i soldati della divisione Emilia, di stanza in Dalmazia, si apre invece un dibattito, ricorda il riminese Aurelio Bernardi: «c’è chi vuole essere fedele al duce, chi vuole seguire le direttive di Badoglio, altri pensano solo alla pelle». Bernardi sarà uno dei 650 mila militari italiani internati in Germania che dirà «no» alle proposte tedesche di aderire all’esercito della Repubblica sociale del redivivo Mussolini, pagando la sua decisione con il campo di concentramento e trascorrendo il tempo, come fa Giorgio Cranz, «non pensando altro che a roba da mangiare».
Le memorie e i diari citati da Ganapini svelano la storia di quel biennio al di là degli stereotipi. E quindi accanto ai tedeschi violenti e cattivi, vi sono anche quelli buoni e stanchi di combattere, ai quali magari regalare un bacio, anche se sono «il mio nemico», come accade alla partigiana Cesarina Veneri. Tra gli italiani c’è chi resiste sui monti, in campagna e nelle città, rischiando la vita e le fucilazioni («altri sette li hanno presi, costretti a stendersi a terra, in piazza, tra la folla atterrita: li hanno finiti scaricando loro addosso i mitra», annota nel suo diario Irene Paolisso da Trivio di Formia), e chi invece, come la torinese Zelmira Marazio, aderisce a Salò e appunta orgogliosa il distintivo sulla camicetta, salvo notare per strada sguardi «cupi, minacciosi» e «una carica di odio» da parte della gente.
Fino alla gioia della liberazione, alle «tavolette di cioccolata nera e bianca… un vero godimento», ai balli americani col grammofono, alla riscoperta della libertà «di parlare, di scrivere» e purtroppo anche alle esecuzioni sommarie, che Maria Assunta Fonda rievoca con pena e pietà. E fino al triste rientro a casa di deportati politici e di internati militari, umiliati dalla freddezza della Patria. «Addirittura il mio nome – racconta Alessandro Roncaglio – era diventato “Mauthausen” pronunciato spesso con scherno e in tono canzonatorio. Sono addolorato nel dirlo: il tempo, gli affari, la vita quotidiana della gente stava spegnendo tutto mettendo sotto la cenere ricordi, martiri e morti».

(Il Mattino, 17 settembre 2012)

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Nemici o alleati, comunque prigionieri

I militari italiani catturati da americani e inglesi furono 600mila: un capitolo poco noto che ora riemerge

  di Mario Avagliano

  Tra il 1940 e il 1946 quasi ogni famiglia italiana aveva un congiunto o parente prigioniero di guerra all’estero. Oltre un milione e duecentomila nostri militari furono catturati in Europa, in Africa o nel Mediterraneo. Di questo rilevante numero, circa 600 mila finirono nelle mani degli Alleati: 408 mila detenuti dagli inglesi, 125 mila dagli americani, 37 mila dai francesi e 20 mila quelli ufficialmente dichiarati dall’Unione Sovietica.

Nel dopoguerra per lungo tempo la questione dei prigionieri di guerra italiani è stata pressoché rimossa dalla memoria collettiva e la storiografia vi ha prestato scarsa attenzione. L’interesse per il tema si è ridestato negli ultimi trent’anni, con la pubblicazione di numerosi saggi, riguardanti soprattutto la prigionia in Germania e in Russia. Sulla vicenda dei prigionieri italiani degli Alleati, non erano stati prodotti studi esaurienti.
A colmare questo gap storiografico, sono intervenuti questa estate due interessanti libri di Flavio Giovanni Conti, I prigionieri italiani negli Stati Uniti (Il Mulino, pp. 576, euro 28), e di Isabella Insolvibile, Wops. I prigionieri italiani in Gran Bretagna (Edizioni Scientifiche Italiane, pp. 358, euro 38), entrambi basati in larga parte su documentazione inedita, tratta da archivi italiani, inglesi e statunitensi.
Non tutte le prigionie furono uguali, ed è nota la dura sorte dei 650 mila internati militari italiani in Germania e dei prigionieri in Unione Sovietica. Gli inglesi trattarono i nostri connazionali in modo piuttosto rigido ma nel complesso rispettoso delle norme della Convenzione di Ginevra del 1929, mentre gli Usa garantirono loro condizioni di vita nettamente migliori.
Dei 125 mila prigionieri italiani in mano agli americani, 51 mila furono trasferiti negli Stati Uniti. La loro storia viene ricostruita da Flavio Giovanni Conti: dall’arrivo dei primi contingenti nel dicembre 1942 al ritorno in Italia a scaglioni, fino al febbraio 1946. Nei campi gli italiani furono trattati molto bene e trovarono una grande varietà di generi alimentari: carne, birra, Coca-Cola, caffè, gelati, biscotti, frutti esotici e perfino ostriche. «Da quando sono rivato in America non ho piu soferto», mandò a dire a casa un nostro militare.
Il positivo atteggiamento nei confronti dei prigionieri italiani è più facilmente comprensibile se considerato alla luce della politica di «indottrinamento» perseguita dalle autorità americane, in collaborazione con la Chiesa cattolica: l’acquisizione di idee democratiche e filo-Usa era considerata funzionale alla collocazione dell’Italia nel blocco occidentale.
Anche le popolose comunità italoamericane si mobilitarono in favore dei prigionieri. Esse fecero sentire il loro peso, condizionando l’opinione pubblica statunitense che, dopo le rivelazioni sulle atrocità nei lager tedeschi, espresse critiche nei confronti dell’atteggiamento troppo benevolo (si parlò di coddling, «coccolamento») verso gli italiani.
Gli eventi successivi all’8 settembre 1943 e alla cobelligeranza provocarono contrasti e divisioni tra i prigionieri: la grande maggioranza aderì alla cooperazione con gli americani, lavorando per la vittoria degli Alleati, ma ci furono anche coloro che si rifiutarono.
Tali scelte determinarono la collocazione di cooperatori e non cooperatori in distinti campi, con una certa diversità nel trattamento, che in alcuni casi ebbe una connotazione quasi punitiva, come a Camp Hereford, in Texas, dove venne rinchiuso tra gli altri lo scrittore Giuseppe Berto. Solo ai militari italiani cooperatori fu consentito di andare a visitare città, recarsi in chiesa, al cinema, a feste da ballo, avere relazioni con donne. Ciò giustifica il diverso giudizio sull’esperienza americana, in generale positivo, fatta eccezione per alcuni reduci di sentimenti fascisti.
La storia misconosciuta dei prigionieri di guerra italiani in Gran Bretagna è raccontata invece da Isabella Insolvibile nel saggio Wops, termine che veniva utilizzato nei paesi anglosassoni per designare in senso spregiativo gli “italiani” (deriva dal napoletano “guappo” ed è traducibile con il nostro “terrone”), ma anche anagramma di P.o.Ws., forma abbreviata di Prisoners of War.
Tra il 1941 e il 1944 almeno 155.000 italiani furono trasferiti dagli inglesi nella madrepatria britannica, prelevati direttamente dai fronti africani o dai territori in cui erano stati detenuti in un primo momento, come l’India, il Kenya, il Sudafrica.  
Il motivo che spinse gli inglesi a “importare” gli italiani in Gran Bretagna fu prettamente economico: la maggior parte degli uomini abili erano impiegati sotto le armi e, di conseguenza, le fabbriche, le officine e i campi erano sforniti di manodopera. Gli italiani, ritenuti - diversamente dai tedeschi - non pericolosi per la sicurezza nazionale e considerati buona manovalanza, divennero fin dal 1941 una presenza costante nelle campagne britanniche. Alloggiati in campi ben attrezzati, furono tutelati dalle convenzioni internazionali relative ai prigionieri di guerra, assistiti dalla Croce Rossa Internazionale, nutriti con razioni abbondanti.
Tuttavia la condizione psicologica degli italiani fu caratterizzata da una costante malinconia e da un crescente malcontento, causati dalle condizioni di una prigionia che fu lunghissima da un punto di vista temporale, immutata dal punto di vista dello status giuridico – nonostante il variare della posizione dell’Italia nei confronti degli Alleati –, e prorogata a ben dopo la fine della guerra per le esigenze economiche degli inglesi.
Una storia di prigionia ma anche di discriminazione. I P.o.Ws. italiani, anche quando giunse la pace, rimasero immutabilmente dei Wops, gente considerata bellicamente, politicamente, culturalmente e anche razzialmente inferiore, disprezzata dalla popolazione britannica, abbandonata al proprio destino dalle autorità nostrane. I nostri soldati tornarono uomini liberi solo dopo l’ennesimo raccolto di barbabietole da zucchero in Gran Bretagna, a partire dall’inizio del 1946.
Qualcuno rimase nel Regno Unito o vi ritornò tempo dopo, come emigrante e soprattutto in qualità di “sposo di guerra”: infatti, nonostante il no fraternisation, molti prigionieri avevano nel tempo instaurato relazioni con giovani donne britanniche, e la conseguenza più evidente di queste storie d’amore proibite, come scrisse Elena Albertini Carandini, moglie dell’ambasciatore italiano a Londra, furono i tanti bambini inglesi “brunetti”.

(In formato leggermente più ridotto su Il Mattino, 5 ottobre 2012)

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Mussolini-Churchill, carteggio fantasma

di Mario Avagliano

Davvero il primo ministro inglese Winston Churchill brigò col duce Benito Mussolini per far entrare in guerra i soldati italiani al fianco dei tedeschi e poi condizionare Adolf Hitler nelle trattative di pace? Se ne parla dall’immediato dopoguerra, favoleggiando di fantomatici viaggi di Churchill in Italia e di manovre oscure del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e dei servizi segreti italiani e stranieri per distruggere le prove di questo complotto. Ma il carteggio tra i due uomini politici, divenuto il prototipo dei misteri d’Italia, sarebbe solo una “leggenda nera”, creata ad arte per rivalutare la figura di Mussolini. È la conclusione a cui giunge, sulla base di un’approfondita ricerca storica e un robusto apparato di documentazione, il saggio di Mimmo Franzinelli L’arma segreta del Duce (Rizzoli, pagine 439, euro 23).

Franzinelli non è nuovo in lavori di demolizione di tesi storiche campate in aria o di documenti falsi, come i presunti diari di Mussolini (vedi Autopsia di un falso. I Diari di Mussolini e la manipolazione della storia, Bollati Boringhieri 2011). Questa volta a farne le spese sono le misteriose lettere tra il duce, Churchill e altri famosi personaggi (tra cui re Vittorio Emanuele III, Badoglio, De Gasperi, Grandi, Sforza, e a ecclesiastici del calibro di don Luigi Sturzo e monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI) che riguarderebbero l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 e l’accordo segreto secondo cui, in caso di sconfitta della Gran Bretagna, Mussolini avrebbe mitigato le pretese di Hitler al tavolo della pace in cambio di concessioni territoriali.
La caccia alla borsa di documenti di Mussolini si aprì già nell’aprile 1945. “Per l’Italia valgono più di una guerra vinta” aveva confidato il Duce al gerarca Alessandro Pavolini. I clamorosi documenti (custoditi da personaggi di dubbia reputazione), apparvero sulla stampa negli anni Cinquanta e divennero oggetto di negoziazioni, ricatti, speculazioni tra Italia e Svizzera, Germania e Regno Unito, alimentando numerosi servizi giornalistici e monografie. Ci cascò perfino il massimo esperto del fascismo Renzo De Felice, seguito peraltro da altri illustri storici.
Franzinelli, nel suo saggio, osserva che tutti i personaggi coinvolti nell’intrigo internazionale  “vengono presentati con una connotazione negativa, come egoisti e doppiogiochisti. Gli unici documenti che sprizzano idealismo e amor patrio sono quelli a firma di Mussolini”. Quanto a Churchill, dopo aver concordato col Duce l’ingresso italiano in guerra, avrebbe violato le intese riservate.
Esaminando un’ingente mole di fonti diplomatiche, epistolari, testi di memorialistica e storiografia, Franzinelli boccia l’attendibilità di tale tesi. E spiega che nella primavera del 1940, Churchill, in qualità di Primo Lord dell’Ammiragliato ovvero ministro della Marina militare, dirigeva la guerra in Norvegia e aveva ben altre urgenze piuttosto che trattare col Duce. Sino alla sua investitura a premier, il 10 maggio 1940, non poteva offrire alcunché a Mussolini, né tantomeno rivolgerglisi in qualità di portavoce del Regno Unito.
Questo non significa che i due uomini politici ebbero fino a un certo momento storico buoni rapporti, in quanto Churchill apprezzava il Mussolini «antibolscevico» e nella seconda metà degli anni Trenta ambiva a scongiurare il rinsaldarsi dell’alleanza italo-germanica. Nel mese intercorso tra l’ingresso a Downing Street e la dichiarazione di guerra italiana, il 10 giugno 1940, Churchill scrisse effettivamente una lettera al duce, augurandosi che l’Italia rimanesse fuori dal conflitto, ma Mussolini con la sua risposta sprezzante pose fine ad ogni speranza sul protrarsi della non belligeranza dell’Italia.
La campagna di disinformazione sul carteggio iniziò già sotto Salò e continuò nel dopoguerra con quattro obiettivi indicati da Franzinelli: in primo luogo, strappare a grandi editori italiani e stranieri cospicui diritti di pubblicazione; poi, negoziare col governo la consegna di materiale apocrifo, per trarne vantaggi politici e per legittimare il Carteggio; non ultimo, modificare il senso comune su Mussolini e sui suoi oppositori, sollevando il Duce dalla responsabilità di una guerra disastrosa e addossando la disfatta agli antifascisti; e infine riprendere le ostilità contro la «perfida Albione» e denigrare Churchill, colpevole di aver vinto l’Italia fascista.

(Il Messaggero, 17 agosto 2015)

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