I ragazzi di Via Buonarroti. Una storia della resistenza

E' appena uscito il nuovo volume della collana "Il Filo Spinato", dal titolo "I ragazzi di via Buonarroti. Una storia della Resistenza", a cura di Massimo Sestili, con introduzione di Mario Avagliano.

IL LIBRO

La storia dei cinque ragazzi di via Buonarroti – Paolo Petrucci, Paolo Buffa, Enrica Filippini-Lera e Vera e Cornelio Michelin-Salomon – è rappresentativa di quanto accadde in Italia durante l'occupazione nazista, delle diverse forme di resistenza che si svilupparono, dei diversi ambienti sociali e politici che vi parteciparono, dei tanti giovani che rendendosi conto di vivere in un mondo inconciliabile, si schierarono per la libertà e pagarono duramente il loro impegno con il carcere, la deportazione e la morte. Pur nascendo nel contesto dell'antifascismo romano e dell'occupazione nazista di Roma, la storia dei cinque ragazzi si sviluppa prima al Sud, con la missione che coinvolse tragicamente Giaime Pintor; poi al Nord, dove Paolo Buffa si recò in missione come tenente delle N. 1 Special Forces dopo la liberazione di Roma; ed infine ad Aichach in Germania, dove Enrica e Vera vennero deportate. Arrestati anch’essi dai nazisti e processati dal tribunale tedesco di guerra, i tre ragazzi erano stati giudicati innocenti.

Ma per una tragica fatalità, il 24 marzo 1944 si trovavano ancora nel carcere di Regina Coeli e uno di essi, Paolo Petrucci, fu tradotto alle Fosse Ardeatine e trucidato insieme ad altri 334 innocenti con un colpo alla nuca. Un ampio apparato di lettere, fotografie e documenti inediti, frutto di anni di ricerca, aiuta a ricostruire la vita e il destino dei cinque ragazzi di via Buonarroti e rende palpitante la lettura di queste pagine, capaci di commuovere fino alle lacrime.   

L’AUTORE

Laureato in Filosofia e docente di Letteratura e Storia, Massimo Sestili in questi ultimi anni si è interessato dell’errore giudiziario nella letteratura. Ha pubblicato il volume L'errore giudiziario. L'affaire Dreyfus, Zola e la stampa italiana (2004). Ha curato e tradotto opere di Bernard Lazare (Contro l'antisemitismo, 2004, e L'antisemitismo. La sua storia e le sue cause, 2006), di Jules Verne (Un dramma in Livonia, 2009) e di Émile Zola (L'Affaire Dreyfus, 2011). Attualmente si sta interessando della Resistenza e della lotta per la casa a Roma nel secondo dopoguerra. Su questi temi ha pubblicato articoli e interviste. Negli anni è stato promotore di vari corsi di formazione dedicati alla didattica della Storia e della Letteratura nelle scuole. Collabora con varie riviste, tra cui “Patria Indipendente”.  

<<So che vi è un elevato numero  di probabilità di perdere la vita  e che in ogni modo sarà una prova durissima e dolorosa, pure ho deciso  di affrontarla perché tale è il dovere (non verso l’umanità come assieme  di uomini, ma per l’Umanità,  cioè per quei pochi che soli vivono). Se non cadrò forse mi sentirò riscattato e degno di vivere, se andrà altrimenti, la coscienza di non essermi sottratto  al dovere mi aiuterà ad affrontare  la prova suprema>>. (Paolo Buffa) 

Le falsità della trasmissione di Baudo su via Rasella: la rettifica del Tg3

Ieri sera, martedì 30 luglio, nel corso del Tg3 delle 19 (edizione nazionale) è stato letto il comunicato di rettifica delle falsità sui fatti di via Rasella pronunciate durante la puntata dell'8 luglio de "Il viaggio". Il direttore Bianca Berlinguer ha letto la seguente precisazione: "Nella puntata di lunedì 8 luglio de “Il viaggio”, su RAI 3, condotto da Pippo Baudo, sono state fatte delle affermazioni imprecise e non corrispondenti a verità sull'eccidio delle Fosse Ardeatine e sui fatti di Via Rasella. Non fu offerta, infatti, alcuna possibilità ai partigiani dei Gap (gruppi di azione patriottica e non di azione proletaria come si è detto nella trasmissione) di offrirsi per salvare le vittime destinate alla fucilazione nelle Fosse Ardeatine: il Comando tedesco rese pubblica la notizia dell’eccidio solo dopo il suo compimento come riconosciuto dallo stesso maresciallo Kesserling nel corso di un processo. Ben due sentenze, poi, della Corte di Cassazione hanno qualificato l’azione diVia Rasella come “legittimo atto di guerra”. Il ricordo dei martiri delle Fosse Ardeatine, cui va sempre il nostro commosso pensiero, deve essere sempre improntato alla verità storica e mai strumentalizzato. La direzione RAI 3 prende doverosamente atto del comunicato dell’ANPI nazionale, rammaricandosi di quanto accaduto".

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Storie - I dimenticati dell'8 settembre

di Mario Avagliano

L’8 settembre 1943 non è una data qualsiasi del calendario della memoria dell’Italia. Settant’anni fa l’annuncio dell’armistizio segnò davvero una svolta, aprendo la strada al riscatto di una nazione che aveva conosciuto vent’anni di dittatura fascista, la soppressione delle libertà politiche e civili e le leggi razziali, e si era alleata con la Germania di Adolf Hitler.
Anche in questo anniversario, si è parlato troppo poco della vicenda dei circa 650 mila internati militari italiani che rifiutarono di aderire alle SS tedesche e poi all’esercito della Rsi del redivivo Mussolini, pagando la loro scelta con il campo di concentramento, il lavoro obbligatorio e, a volte, con la morte, a seguito degli stenti, delle malattie, della fame o del comportamento brutale dei carcerieri tedeschi.

Eppure la loro fu una scelta di resistenza, un tentativo di salvare l’Italia, di non farla tornare ad essere “una semplice espressione geografica”, restituendole un ”governo democratico”, come chiarisce uno di loro, il sottotenente friulano degli Alpini Giovanni Malisani, in una pagina del suo diario dell’epoca, che sarà presentato il prossimo 20 settembre a Udine.
Un’altra storia poco conosciuta è quella dei militari italiani prigionieri nei campi degli Alleati che all’indomani dell’armistizio decisero, non senza difficoltà ed ostacoli da parte degli angloamericani, di cooperare alla lotta per la libertà. Così commentava la fine della guerra uno di loro, il calabrese Antonino Corigliano, da un campo di prigionia in India, nel suo taccuino pubblicato dal figlio Gregorio (I diari di mio padre 1938-1946, Luigi Pellegrini Editore): “Le forze del bene hanno trionfato su quelle del male, schiacciando i serpenti che, con le loro spire, tentavano di stritolare le potenze amanti della pace, del lavoro e della libertà. Ed a fianco di questi popoli forti e vittoriosi, ha marciato in 20 mesi di lotta il popolo italiano, togliendo una parte di quel fango che ci era stato gettato, da parte di un regime d’oppressione e di falsità”.

È proprio grazie agli internati militari, ai cooperatori, alle forze armate del ricostituito esercito italiano del Regno del Sud, ai deportati politici e, naturalmente, ai partigiani (tra i quali ci furono tantissimi ebrei), che l’8 settembre non fu la data della vergogna o della morte dell’Italia, bensì della sua rinascita.
Ma l’armistizio, come ha sottolineato giustamente Anna Foa, a seguito dell’occupazione tedesca e della politica razzista della Repubblica Sociale di Mussolini, nelle regioni del centro-nord segnò anche il tragico passaggio dalla persecuzione dei diritti alla persecuzione delle vite degli ebrei. Alla quale collaborarono molti loro connazionali italiani, così come avevano fatto al tempo dell’applicazione delle leggi razziali. Anche questo va ricordato.

(L'Unione Informa e il portale moked.it del 10 settembre 2013)

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Via Tasso: la storia non deve chiudere. Il museo della Liberazione di Roma in via Tasso è a rischio chiusura

di Stefania Miccolis

Il museo storico della Liberazione in via Tasso a Roma é in serie difficoltà economiche «Se non riusciamo ad approvare il bilancio preventivo del 2013 - dice il presidente Antonio Parisella - il museo verrà commissariato». Nella legge istitutiva che risale al 1957, è scritto che il Museo deve rappresentare la lotta di liberazione a Roma dall'8 settembre 1943 al 4 giugno 1944, «ma si occupa di totalitarismi, di lotte di Resistenza, di antifascismo; nella nostra biblioteca, nell'archivio, nella mediateca c'è materiale a tutto campo su tali argomenti, e comprende anche documentazione di paesi esteri: vi sono diari della campagna in Russia, fotografie sul fronte greco. Ha il compito di fornire, raccogliere e conservare materiale su tutta l'esperienza di antifascismo».
Numeroso è il pubblico che ogni anno lo visita, dalle 13mila alle 15mila persone, e sempre più crescente è quello straniero. Le scuole vengono in visita con le loro classi gratuitamente. Gli studenti universitari fanno ricerche per le loro tesi e studiosi italiani e stranieri usufruiscono della biblioteca e degli archivi. Per citare solo due casi: Mario Avagliano ne ha tratto il libro Il partigiano Montezemolo (Dalai editore, 2012) e Robert Katz vi scrisse Roma città aperta: Settembre 1943 - Giugno 1944 (II Saggiatore) presentato in anteprima al Museo in segno di gratitudine.
«Ma tutto questo e i progetti ancora da realizzare verrebbero vanificati se ci fosse il commissariamento - prosegue Parisella -. Un commissario non può contare su quelle solidarietà che sono legate al nostro modo di essere: noi abbiamo relazioni di vertice e di base, non solo a Roma; abbiamo contatti con decine di gruppi, di associazioni di quartieri, centri sociali, centri per anziani, scuole, e collaborazioni con tutte le regioni italiane. E un commissario, per quanto bravo, non ci riuscirebbe: questa rete non si improvvisa! Anche il gruppo di volontari che lavora con noi di fronte a una situazione commissariale si troverebbe a disagio».
Diciotto sono i volontari di alta qualificazione, insegnanti in pensione, persone che si dedicano con grande passione, e ogni anno il gruppo si aggiorna anche con giovani. Poche le cifre simboliche date per incarichi di amministrazione, per l'archivio e la biblioteca; le risorse servono o per investimenti di ricerca o per il funzionamento della struttura. «Due anni fa la Regione cou una legge si impegnò con 25mila euro e il Comune con 12mila euro. Questi soldi erano stati messi in bilancio per il 2013, ma non sono stati erogati e le attuali amministrazioni, per le note vicende finanziarie, non sono in grado di fare fronte alle necessità entro il 31 dicembre».
II Museo deve trovare 37mila euro in poco più di un mese. Nel loro sito vi è una sottoscrizione aperta «e i nostri amici in Italia sono molti e si mobilitano sempre; ma se facessero una sottoscrizione fra i parlamentari e i consiglieri regionali del Lazio, il contributo sarebbe consistente, anche dal punto di vista morale: sarebbe un esempio». Il presidente Parisella sa benissimo che in questo momento gli istituti non possono soccorrersi l'un l'altro con il poco che viene dato loro. Inoltre è difficile coinvolgere qualsiasi ufficio ministeriale o dell'amministrazione locale con i grossi problemi finanziari e politici che hanno. Spera che il governo rifaccia una legge di rifinanziamento del Museo per ottenere l'autonomia economica: «Abbiamo inviato una richiesta al Ministro della cultura per sistemare la situazione futura del Museo e per fare una legge che permetta almeno di stare tranquilli. Ma bisognerà aspettare». Hanno un importante progetto da realizzare nel 2014 per conto della Presidenza del consiglio dei ministri: si chiama «Museo diffuso della Resistenza italiana» e si tratta di «un coordinamento, tramite un portale, degli oltre 160 musei della Resistenza che esistono in Italia. Si realizzeranno collegamenti, percorsi, un modo di comunicare in Italia e all'estero». Hanno poi progetti di pubblicazioni: un album con testi e fotografie della mostra di donne resistenti, perché venga usato nelle scuole; e un volume con il diario della campagna in Russia e i documenti autobiografici sulla Resistenza, lasciati dall'ex direttore del Museo Arrigo Paladini. «Le risorse per il 2014 ci sono, ma non quelle per quest'anno». Il Museo storico della Liberazione di Roma va salvato; Calderoli lo aveva barbaramente inserito nell'elenco degli enti inutili, ma è una preziosa fonte di storia, e non va né persa, né dimenticata.

Pubblicato su L'Unità del 5 novembre 2013

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Storie – Il complesso di Sciesopoli e gli 800 bambini sopravvissuti alla Shoah

di Mario Avagliano

Nell’immediato dopoguerra, tra il 1945 e il 1948, a Selvino, graziosa cittadina del bergamasco, in Val Seriana, il complesso architettonico di "Sciesopoli", inaugurato nel 1933 dal regime fascista come colonia montana dei Figli della Lupa e dei Balilla, venne adibito a rifugio e centro di riabilitazione ed educativo per 800 bambini ebrei orfani provenienti da ogni parte d'Europa, sopravvissuti ai campi di sterminio e alla Shoah, che in gran parte poi si trasferirono in Palestina. Ora quel luogo della Memoria è a rischio di distruzione.
Il complesso di Sciesopoli, come ha ricostruito il ricercatore Marco Cavallarin, fu progettato dal celebre architetto razionalista Paolo Vietti-Violi e costruito con le più avanzate tecnologie del tempo, prendendo il nome da un eroe del Risorgimento, il calzolaio milanese Antonio Sciesa, ucciso nel 1840 in una sommossa contro gli austriaci. La colonia venne attrezzata con dormitori, refettori, una piscina, un cinema, un’infermeria, un parco verde di 17.000 metri quadrati e cortili per le adunate. Qui i ragazzi fascisti venivano addestrati ad essere futuri guerrieri del regime.

Caduto il fascismo e finita la guerra, nel settembre del 1945 una delegazione guidata da Raffaele Cantoni, presidente della Comunità Ebraica di Milano, e da Moshe Ze’iri, membro della Brigata Ebraica (poi diventato direttore della Casa), si recò negli uffici di Luigi Gorini, esponente del partito socialista nonché chimico di chiara fama (uno dei pochi docenti che, sotto il regime mussoliniano, aveva rifiutato di prestare il giuramento di fedeltà al fascismo), delegato dal Cln di Milano a controllare i beni requisiti, e ottenne la colonia “Sciesopoli” per i bambini ebrei rimasti orfani e sopravvissuti alla Shoah. Così centinaia di giovani profughi ebrei giunsero a Selvino da ogni parte d’Europa e vi trovarono “un paradiso a lungo sognato, un castello da fiaba e a fatica si rendono conto di essere liberi, rinati a nuova vita”, come ha scritto Aharon Megged nel 1997 nel suo libro Il Viaggio verso la Terra Promessa (edizioni Mazzotta). La popolazione di Selvino, guidata dal sindaco Emilio Grigis, l’ex partigiano “Moca”, li accolse con generosità e, assieme ai volontari della Brigata Ebraica e della comunità ebraica milanese, ridonò loro il sorriso. Qui impararono l’ebraico e ritrovarono la speranza e la voglia di vivere. Nella sala da pranzo del complesso, campeggiava una grande scritta: " I giovani sono il futuro del nostro popolo". E infatti quei bambini furono tra gli oltre 25.000 ebrei sopravvissuti alle persecuzioni naziste e fasciste che, tra la fine del 1945 e il novembre del 1948, partirono clandestinamente dalle coste italiane in direzione della Palestina mandataria dove si stava costruendo il futuro Stato di Israele. Cinque di loro moriranno nella guerra di indipendenza del 1948. Successivamente “Sciesopoli”, fino al 1984, divenne un centro di accoglienza per bambini disagiati. Nel 1983 un gruppo di sessantasei ebrei che erano stati profughi nel complesso fece ritorno a Selvino, accolti dal sindaco Vinicio Grigis e dalla popolazione della cittadina. A seguito di quel viaggio si stabilì il gemellaggio tra il Comune di Selvino e il kibbutz Tze’elim, nel Neghev, dove molti dei “bambini di Selvino” si erano man mano stabiliti a partire dal 1946. Su iniziativa di Marco Cavallarin e di Miriam Bisk, figlia di Lola e Salek Najman, due profughi ebrei che lavorarono come volontari a Sciesopoli, nei giorni scorsi è partita una raccolta di firme per salvare il complesso, che ora è in stato di abbandono, e trasformarlo in un Memoriale dei Bambini di Selvino, che ricordi i giovani sopravvissuti ai lager e onori il generoso popolo selvinese e delle contrade limitrofe e le organizzazioni ebraiche italiane e internazionali che li soccorsero, li assistettero e organizzarono i viaggi in Palestina. La petizione è indirizzata al presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, al presidente della Provincia di Bergamo, Ettore Pirovano, e al sindaco di Selvino, Carmelo Ghilardi. Il comitato promotore, del quale, oltre a Cavallarin e a Miriam Bisk, fanno parte Carlo Spartaco Capogrego, Massimo Castoldi, Grazia Di Veroli, Walker Meghnagi, Valerio Onida, Patrizia Ottolenghi, Giorgio Sacerdoti, Carlo Smuraglia e Dario Venegoni e alcuni ex bambini di Sciesopoli o loro discendenti, propone agli enti di promuovere un progetto capace di preservare quella pagina di storia, come ad esempio un Museo Europeo dell’Aliyah Beth, dell’immigrazione clandestina in Palestina dopo la Shoah. Come far pervenire le adesioni? Ci sono diversi modi, ma la più diretta è scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., indicando nome, cognome, qualifica professionale e/o etico/associativa, città di residenza. Oppure sul sito di avaaz.org (un sito per petizioni) o sulla pagina di Facebook dedicata all’iniziativa.

(L'Unione Informa e Moked.it del 31 dicembre 2013)

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Storie – Il Visconti ritrovato sulla Resistenza e le Fosse Ardeatine

di Mario Avagliano

In questi giorni si è molto parlato del documentario di Luchino Visconti e di Marcello Pagliero intitolato “Giorni di gloria”, che racconta alcuni momenti della Resistenza Italiana e della guerra di liberazione e, tra l’altro, anche il dramma delle Fosse Ardeatine. Una pellicola che era già conosciuta ma di cui da tempo si cercava la versione integrale che, come ha scritto per primo il quotidiano la Repubblica, è stata scovata e acquistata per pochi dollari negli Stati Uniti da Luciano Martini, 87 anni, endocrinologo, già docente dell’Università di Milano, appassionato di musica, cinema e storia.

Si tratta di un’opera cinematografica in realtà collettiva, coordinata da Giuseppe De Santis e montata da Mario Serandrei (che ne fu anche l´ideatore), prodotta da Fulvio Ricci per conto della Titanus e dell´Associazione Nazionale Partigiani d´Italia, che si avvalse di immagini girate dai partigiani e dagli Alleati, oltre che da Visconti e Pagliero.

Il documentario è stato presentato l’8 maggio a Palazzo Corsini, attuale sede dell'Accademia dei Lincei. Un luogo simbolico, in quanto proprio in quelle sale nel 1944 si svolse il processo contro l'ex questore di Roma Pietro Caruso, che venne ripreso da Visconti su incarico dell'esercito anglo-americano, così come la fucilazione che ne seguì dello stesso Caruso, del delegato Scarpato e di Pietro Koch. Quest'ultimo era stato anche il carceriere dello stesso Visconti, che militava nella Resistenza e, arrestato, venne rinchiuso per un breve periodo nella Pensione Jaccarino.

 “Giorni di gloria” non fu il debutto cinematografico di Visconti, come qualcuno ha scritto. In realtà il grande regista aveva già firmato uno dei suoi capolavori, “Ossessione”, nel 1943. Ma certo fu il suo primo film-documentario, girato tra il 1944 e il 1945, a guerra ancora in corso e quindi testimonianza eccezionale di quel periodo. E’ facilmente reperibile sul sito di Repubblica o su youtube e vi invito a vederlo. Ci si rende conto delle condizioni disastrose delle città italiane, delle difficoltà della guerra di liberazione, del coraggio dei resistenti, della crudezza dell’occupazione nazifascista, fino al momento agognato della liberazione nell’aprile del 1945.

Le immagini più toccanti o sconvolgenti sono quelle sulle Fosse Ardeatine (girate da Visconti, De Santis e Pagliero), con lo spettacolo macabro delle salme decomposte, il tragico riconoscimento dei cadaveri e le successive tristi celebrazioni, con le foto dei martiri sui muri delle cave e il dolore composto dei parenti.

E viene fuori anche qualche dettaglio inedito o parzialmente inedito, come la lettera trovata sulla salma di uno dei martiri, nella quale si legge: “A nessuno però è balenata in mente la verità, ovverossia che io sono un italiano, sono un patriota, uno che è pronto a versare il suo sangue per la Patria, per la nostra bella Italia”.

Di forte impatto emotivo anche le immagini girate da Visconti del processo a Caruso e a Koch e delle loro fucilazioni a Forte Bravetta, e del processo a Donato Carretta, direttore del carcere di Regina Coeli, con le prime fasi del suo linciaggio da parte della folla.

Certo, trattandosi di un filmato prodotto a ridosso dei fatti, sconta qualche imprecisione. Si parla ad esempio di 320 morti alle Ardeatine, mentre – come è noto – furono 335. A tratti, poi, gli speaker (Umberto Calosso e Umberto Barbaro) eccedono in retorica, come era usuale all’epoca. Ma l’interesse storico del documento è indubitabile.

(L'Unione Informa e Moked.it del 13 maggio 2014)

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Il 4 giugno 1944 e i motivi della mancata insurrezione di Roma

di Mario Avagliano

La notte del 3 giugno 1944, alle 23.15, Radio Londra trasmise la parola in codice "elefante". Era il segnale convenuto per la liberazione della capitale. All’alba del 4 giugno - un’azzurra domenica di tarda primavera - le avanguardie americane entrarono a Roma per la via Appia Nuova e per la via Casilina, mentre i tedeschi lasciarono Ponte Milvio e la periferia settentrionale della città, quasi senza scontri con i partigiani. Tra i pochi a combattere, in quelle ore, fu Ugo Forno, dodicenne studente della scuola media “Settembrini”, che assieme ad altri partigiani impedì ai nazisti di far saltare in aria il ponte ferroviario dell’Aniene e venne colpito a morte. Il 23 aprile scorso il Quirinale gli ha assegnato la medaglia d’oro al merito civile.

Come mai la popolazione di Roma non insorse per cacciare i nazisti e i fascisti?

Oggi la tesi prevalente tra gli storici insiste sull’intervento del Vaticano. “Fu concordata un’uscita pacifica delle truppe tedesche da Roma, con l’importante mediazione del Vaticano e il consenso delle componenti moderate della Resistenza”, sostiene Davide Conti della Fondazione Basso. “Le sinistre – continua Conti - avrebbero voluto un’insurrezione prima dell’arrivo degli Alleati, ma non ne ebbero la forza. A differenza del Nord, infatti, non c’erano le bande partigiane che scendevano ‘dalle montagne’ o invadevano la Pianura Padana, come avvenne a Milano, Torino e Bologna”.

“Le trattative diplomatiche con i tedeschi, condotte da Pio XII durante il periodo dell’occupazione, miravano non solo a salvare le persone ma anche a salvare la città, evitando la battaglia su Roma. Fu l’oggetto dell’incontro a maggio tra il Papa e il generale Rainer Stahel”, afferma Anna Foa, docente di storia moderna all’Università La Sapienza.

Una chiave di lettura che convince anche Alessandro Portelli, docente universitario e autore del libro “L’ordine è già stato eseguito” sulle Fosse Ardeatine: “Le forze monarchiche e la Chiesa operarono in maniera di evitare l’insurrezione, avendo paura che ne traessero vantaggio i comunisti e le sinistre e che ci fossero danni e sofferenze per la città”. E Massimo Rendina, vicepresidente nazionale dell’Anpi, aggiunge: “L’intesa fu promossa dal Vaticano, che garantì ai tedeschi che potevano uscire dalla città senza essere attaccati. Infatti gli scontri armati furono pochissimi”. E il Cln accettò? “Io ritengo che il Cln si pronunciò a favore della non insurrezione, anche non sono state finora trovate documentazioni che lo provino”.

La questione invece è più complessa per Gabriele Ranzato, docente di storia contemporanea all'Università di Pisa, che attribuisce la mancata sollevazione popolare a una pluralità di fattori: “la scarsa predisposizione dei romani alla rivolta; la contrarietà degli Alleati, che volevano il passaggio dei poteri al generale Roberto Bencivenga, in quanto rappresentante di Badoglio; la forza militare dei tedeschi, ancora intatta a differenza dell’aprile 1945; e infine l’intervento del Vaticano”.

Di certo, sulla mancata insurrezione pesò anche “il macroscopico errore di previsione sui tempi della liberazione commesso dagli Alleati a seguito dello sbarco di Anzio del 22 gennaio 1944”, sostiene Mariano Gabriele, già presidente della Società Italiana di Storia Militare. “Dopo lo sbarco gli Alleati ordinarono al fronte militare clandestino di Montezemolo di sollevarsi. Molti militari si esposero e furono arrestati”. E un ulteriore colpo alla Resistenza “fu dato dall’eccidio delle Fosse Ardeatine, che decapitò i vertici della maggior parte dei movimenti”, afferma la storica Elena Aga Rossi. Aggiungendo: “La grande occasione fu quella dell’8 settembre del 1943. Ma il re e i vertici militari non vollero salvare Roma. Si ordinò ai Granatieri di Sardegna di combattere,  avendo però già deciso di trattare con i tedeschi”.

 (Il Messaggero, 4 giugno 2014)

Storie – Colorni e il sogno europeo

di Mario Avagliano

Tra le figure meno conosciute della Resistenza e dell’antifascismo italiano c’è quella di Eugenio Colorni, filosofo brillantissimo, confinato politico, partigiano, uno dei tre coautori del Manifesto di Ventotene precursore dell’Unione Europea (gli altri due erano Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi). A fare luce su di lui è un’accurata biografia di Antonio Tedesco, “Il partigiano Colorni e il grande sogno europeo” (Editori Riuniti, pp. 205), patrocinata dalla Biblioteca della Fondazione Nenni, con prefazione di Giorgio Benvenuto, che sarà presentata venerdì 10 ottobre al Circolo "Giustizia e Libertà" di Roma (via Andrea Doria 79).
Eugenio Colorni, appartenente a una famiglia della medio borghesia ebraica milanese, secondogenito di Alberto Colorni e Clara Pontecorvo, è antifascista precoce, già a sedici anni, dopo l’omicidio Matteotti, e prosegue il suo percorso politico all’università, militando nei gruppo Goliardici per la libertà e poi aderendo a GL e al Psi.
In questi anni, anche grazie alla frequentazione con i cugini Sereni (Enrico, Emilio e in particolare Enzo) nelle estati a Forte dei Marmi, aderisce con fervore al movimento sionista, entrando nel 1928 nel comitato di segreteria del terzo congresso nazionale della Federazione Sionistica Italiana e partecipando nel luglio del 1929 al Congresso Sionista Internazionale di Zurigo.
Si allontanerà dal sionismo qualche anno dopo, pur conservando sempre vivo il sentimento di appartenenza alla comunità ebraica, per dedicarsi alla lotta in Italia contro il fascismo.
Iscritto al casellario politico già nel 1930 quale sospetto antifascista, diventa in poco tempo dirigente del Centro Interno Socialista. Il suo arresto il 5 settembre 1938, nel pieno della campagna razzista del regime fascista, farà clamore e sarà additato come esempio dell’antifascismo congenito negli ebrei. Il Corriere della Sera titola: “La trama giudaico-antifascista stroncata dalla vigile azione della polizia”.
Confinato a Ventotene, dove porterà a maturazione il suo ideale europeista a contatto con Spinelli e Rossi, e poi in Basilicata, nell’aprile 1943 si darà alla fuga, raggiungendo Roma ed iniziando un’attività politica clandestina. Nel settembre del 1943 sarà tra i promotori a Roma della Brigate partigiane Matteotti. Ferito gravemente il 28 maggio 1944 durante uno scontro a fuoco con due militi della Banda Koch a Piazza Bologna, morirà il 30 maggio all’Ospedale San Giovanni, dovendo così abbandonare la battaglia per realizzare il suo grande sogno: gli Stati Uniti d’Europa. Pietro Nenni scriverà nel suo diario: “La sua perdita è per noi irreparabile ed è dolorosa per la cultura italiana ed europea”.
In tempi come questi, in cui l’Europa è latitante, smarrita com’è nelle regole ferree dell’economicismo e del rigore dei conti, la figura e il pensiero di Eugenio Colorni, che prospettava un’unione federale di tipo politico e ideale, rappresentano – come ci spiega il libro di Antonio Tedesco - dei punti fermi dai quali ripartire e ritrovare passione ed entusiasmo.

(L'Unione Informa e Moked.it del 7 ottobre 2014)

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