Giorno della Memoria 2013 – Il coraggio di resistere

Presentato a Palazzo Chigi il programma della quattordicesima edizione del Giorno della Memoria. Filo conduttore di questa edizione "Il coraggio di resistere", tema che verrà sviluppato con particolare attenzione al ruolo avuto nel contesto bellico dalla Resistenza ebraica e alle rivolte nei ghetti e nei campi di sterminio.
A illustrare le specificità di questa nuova sfida, rivolta in primis alle nuove generazioni, il ministro per la Cooperazione internazionale e l'integrazione Andrea Riccardi, la coordinatrice dell’Ufficio Studi e Rapporti Istituzionali della presidenza del Consiglio dei Ministri Anna Nardini, il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, il Consigliere UCEI Victor Magiar e lo storico Marcello Pezzetti.

"Dopo aver affrontato negli anni scorsi l'argomento dell'autoritarismo, cioè delle origini delle dittature e quindi le origini delle persecuzioni e delle discriminazioni, - ha spiegato infatti Gattegna - dopo aver affrontato il fenomeno di internet che è diventato uno strumento di propaganda anche delle teorie più aberranti e più folli, quest'anno abbiamo deciso di focalizzare la nostra attenzione su coloro che hanno avuto la forza e il coraggio di opporsi attivamente al nazismo". "La testimonianza del Ghetto di Varsavia dimostra - ha proseguito il Presidente UCEI - che gli ebrei non si sono fatti portare passivamente alla morte e il loro fu l'esempio di chi decise di morire con le armi in pugno pur sapendo che la morte era sicura". Gattegna ha poi sottolineato che insieme ai combattenti del Ghetto ci sono state altre categorie di persone che hanno dato la vita per sconfiggere il nazismo, innanzitutto i Giusti che hanno rischiato la propria vita e quella delle loro famiglie per sottrarre vittime alla deportazione, i partigiani, gli eserciti alleati e infine gli scienziati come Rita Levi Montalcini, che anche nei momenti più difficili e bui non rinunciò mai ad impegnarsi nei suoi studi.Sulla stessa linea anche l'intervento di Marcello Pezzetti che ha spiegato che quello del Ghetto di Varsavia non è che l'evento più conosciuto ma che gli ebrei tentarono di ribellarsi perfino nei campi di concentramento con tre rivolte che si svolsero a Treblinka e Birchenau e di cui la gente comune sa poco o nulla.
"Ribellione, rivolta, resistenza, coraggio quattro termini che caratterizzano il taglio delle iniziative che si svolgeranno quest'anno in occasione del Giorno della Memoria" ha infine detto Victor Magiar nel saluto che ha concluso la conferenza stampa.
Fra i numerosi eventi con testimonianze, giornate di studio per i giovani e tavole rotonde che si svolgeranno, la Tavola rotonda Il coraggio di resistere che si svolgerà il 24 gennaio alle 15.30 nella Sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, alla quale saranno presenti voci autorevoli come quella del ministro Riccardi, del presidente UCEI Gattegna, del rabbino capo di Tel Aviv-Yafo Meir Lau presidente di Yad Vashem, poi gli storici Marcello Pezzetti direttore della Fondazione Museo della Shoah e David Silberklang del Memoriale Yad Vashem e Michele Sarfatti della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano. Sempre il 24 gennaio ma alle ore 11 del mattino la Comunità ebraica di Roma organizza un incontro diretto da Marcello Pezzetti con i testimoni della Shoah nel Tempio Maggiore " Dopo la Shoah...Il ritorno alla vita" cui sarà presente rav Lau. Molte le iniziative anche fuori della Capitale, sempre per citarne solo alcune, nella Reggia di Caserta il 23 gennaio sarà inaugurata la mostra "1938-1945. La persecuzione degli ebrei in Italia. Documenti per una Storia" che rimarrà in cartellone fino all'11 febbraio. A Milano il 27 gennaio, nel corso della cerimonia che si terrà al Memoriale della Shoah Binario 21, sarà presentato in collegamento diretto con il Museo di Yad Vashem, il libro Testimonianza Memoria della Shoah a Yad Vashem, traduzione italiana di "To Bear Witness". Fra le varie iniziative anche l'undicesima edizione del Concorso I giovani incontrano la Shoah.

(L'Unione Informa, 17 gennaio 2013)

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Paronetto, l'uomo chiave della costituzione economica dell'Italia libera

di Mario Avagliano

Consigliere ascoltato e amico di Alcide De Gasperi e di Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI); ghost-writer di Pio XII in materia economica e sociale; allievo prediletto di Donato Menichella; amico inseparabile di Ezio Vanoni e di Pasquale Saraceno; riferimento del giovane Guido Carli all’IRI e dopo; consulente economico di Giovanni Gronchi ministro dell’industria; ispiratore di numerosi futuri componenti dell’assemblea costituente, a cominciare da Giorgio La Pira; collaboratore della Resistenza e del Fronte militare clandestino di Montezemolo. Questo e altro è stato Sergio Paronetto (1911-1945), economista e manager IRI, morto a soli 34 anni, tra il 1940 e il 1945 uno dei protagonisti nell’opera di prefigurazione dell’Italia della Repubblica, esercitando una determinante influenza sui cinque grandi “ricostruttori” del Paese: Alcide De Gasperi, Giovanni Battista Montini, Ezio Vanoni, Donato Menichella, Luigi Einaudi. Alla sua figura, ancora poco conosciuta, è dedicato il libro Sergio Paronetto e il formarsi della costituzione economica italiana (Rubbettino, 2012, pp. 550), a cura di Stefano Baietti e Giovanni Farese, che ha il grande merito di sottrarlo al "cono d'ombra" storiografico nel quale finora era stato oscurato.

Il contributo di Paronetto è riconoscibile nel processo di modernizzazione nella continuità che getta un ponte tra la ricostruzione industriale degli anni Trenta e la ricostruzione del Paese negli anni Quaranta. Da lui originano i suggerimenti più penetranti per l’interpretazione della libertà economica e della democrazia economica come essenziali per la libertà e per la democrazia e per misure quali il mantenimento della legge bancaria del 1936; la conservazione dell’IRI e del sistema dell’azionariato di Stato, che avrebbe trovato pochi anni dopo l’auspicata espansione con l’ENI di Vanoni e Boldrini (e Mattei); la programmazione economica, che ha il suo punto più alto nello Schema Vanoni; la genesi del Piano per il Mezzogiorno (con la legge del 1950 scritta da Menichella e Vanoni); la concezione redistributiva del sistema tributario, condivisa con Ezio Vanoni e oggetto della legge del 1951; il sistema di welfare totale; la definizione di un ruolo per i corpi sociali intermedi, in particolare i sindacati, condivisa con l’amico Giulio Pastore; la messa in valore nel dopoguerra dei tanti piani giacenti nei cassetti degli enti fondati o governati da Alberto Beneduce (tra cui il piano Inacasa, il piano autostradale); la costituzione economica italiana attraverso la partecipazione attiva ai documenti che a essa sono propedeutici, quali le Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi e il Codice di Camaldoli.
Nel libro, mettendo al centro i fatti, le teorie, le istituzioni e gli uomini che gravitano attorno alla figura di Paronetto (Alberto Asquini, Enrico Cuccia, Alfredo De Gregorio, Francesco Giordani, Guido Gonella, Giovanni Gronchi, Raffaele Mattioli, oltre a quelli già citati), il fascio di luce sulla “stagione della politica economica” in cui prende forma la via italiana allo sviluppo e la più grande esperienza occidentale di partecipazione dello Stato al capitale delle imprese, assume una nuova riconoscibilità nel cui ambito la componente “cromatica” dell’apporto paronettiano è dominante almeno fino alla seconda metà degli anni Cinquanta.
Abbeveratosi negli anni Trenta a due fonti primarie – nella FUCI con Giovanni Battista Montini e nell’IRI con Donato Menichella –, Sergio Paronetto, è l’anima della rivista “Studium”, cui conferisce valenza e importanza enciclopedica, e dell’omonima casa editrice, e tra il 1940 e il 1945, anno della morte, dà un contributo fondamentale all’elaborazione di una forma per l’economia italiana del dopoguerra, esercitando una forte influenza, fin qui misconosciuta e dimenticata, su Alcide De Gasperi e su molti costituenti. Ben noto a Meuccio Ruini e al suo giovane capo della segreteria tecnica Federico Caffè, e da loro apprezzatissimo, Paronetto difende la necessità del piano quale strumento nel quale si indirizzano sapientemente e proficuamente le scelte di politica economica: responsabilità dello Stato, tuttavia, non passibile di essere un prodotto della burocrazia. La sua eredità in merito verrà proseguita dai fraterni amici e sodali Pasquale Saraceno ed Ezio Vanoni.
Non c’è solo il pensiero, ma anche l’azione (Ascetica dell’uomo d’azione è il titolo delle sue brevi memorie postume, con prefazione di Giovanni Battista Montini). Dopo l’8 settembre 1943, nominato vice direttore generale dell’IRI, collabora con il Fronte militare clandestino di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo e si spende contribuendo a salvare una parte rilevante del patrimonio industriale del Paese secondo le linee del Piano Menichella-Malvezzi, di cui è il garante presso l’Ufficio di Roma dell’IRI, la cui sede è stata trasferita al Nord, e fornendo ai partigiani basi logistiche nei compendi dell’IRI. Contemporaneamente, offre rifugio in casa sua a quanti lottano contro l’occupazione tedesca, correndo gravi rischi.
Al cuore del pensiero e dell’azione di Paronetto sta l’idea che non c’è libertà senza giustizia sociale (dove c’è povertà, non c’è giustizia, non c’è libertà), e che non c’è spazio possibile per la giustizia sociale senza sapiente gestione, sotto il profilo morale e il profilo tecnico, dell’economia, anzitutto dell’economia pubblica. In ciò, pur rispettando l’autonomia di ciascuna disciplina, rompe gli argini disciplinari: economia e società; economia e diritto; economia e statistica; economia e storia.
In quel periodo il giovane economista rompe anche gli argini che separano le tante cerchie chiuse del Paese: cattolici democratici (per Paronetto passa la strada che va da De Gasperi ai Laureati Cattolici e da Montini a Vanoni), comunisti (per Paronetto passa la strada che va da Rodano a Togliatti), liberali (per Paronetto passa la strada che va da Carli a Einaudi; nonché le strade incrociate: da Mattioli a Togliatti, da De Gasperi a Menichella, da De Gasperi a Mattioli).
Si trova durante la guerra, senza averne coltivato l’ambizione, al centro della raggiera che collega la linea dei cinque grandi “ricostruttori” (De Gasperi, Einaudi, Menichella, Montini, Vanoni) e la schiera di valorosi tecnici e politici chiamati, in Italia e all’estero, come ministri e non, a dare pratico corso alla ricostruzione (Andreotti, Boldrini, Campilli, Carli, Cuccia, Fanfani, Ferrari Aggradi, Giordani, Gonella, Gronchi, La Pira, Malagodi, Mattioli, Moro, Pastore, Saraceno, Taviani, Vito).
Paronetto vivo, riceve il pressante invito di De Gasperi a non fargli mancare mai il contributo della “sua coscienza illuminata della realtà” (Andreotti testimonia come Paronetto sia stato il consigliere economico in assoluto più stimato e ascoltato da De Gasperi); Paronetto morto, riceve il tributo di Vanoni, che ne scrive chiamandolo suo “maestro”, e di Menichella, che lo definisce “il più intelligente, preparato e amato tra i miei collaboratori”.

ARGOMENTO DEL LIBRO
Il volume ospita le riflessioni di ben sette ex ministri - Piero Barucci, Sabino Cassese, Francesco Forte, Giorgio La Malfa, Adriano Ossicini, Paolo Savona, Vincenzo Scotti -, di un governatore emerito della Banca d'Italia, Antonio Fazio, di un ex Presidente del CNEL, Giuseppe De Rita, di un ex direttore generale dell'Enciclopedia Treccani, Vincenzo Cappelletti, di un ex capoazienda nel Gruppo IRI ed ex direttore del dipartimento di Diritto privato e comunitario dell’Università di Roma Sapienza, Felice Santonastaso. Completano la squadra studiosi di storia economica, anche delle nuove leve (S. Baietti, S. Bocchetta, L. D’Antone, N. De Ianni, G. Di Taranto, G. Farese, F. Felice, M. Serio, T. Torresi). Pregnante è la testimonianza di Maria Luisa Valier Paronetto, la moglie di Sergio Paronetto, autrice della unica biografia sinora pubblicata (per i tipi di Studium) sulla figura dell’economista valtellinese. La materia generale è la storia economica italiana, in specie quella bancaria, finanziaria e industriale, con saggi riguardanti i fatti, le teorie, gli istituti e gli uomini intrinseci al mondo economico del periodo compreso tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, quali Alberto Asquini, Alberto Beneduce, Guido Carli, Enrico Cuccia, Alfredo De Gregorio, Francesco Giordani, Raffaele Mattioli, Donato Menichella, Pasquale Saraceno, Ezio Vanoni.
Tutto è letto attraverso la vicenda del protagonista cui è dedicata l'attenzione degli autori: Sergio Paronetto (1911-1945), economista di impresa e giovane vicedirettore generale dell'IRI, morto a soli 34 anni, uno degli estensori della legge bancaria del 1936 con Alberto Beneduce e Donato Menichella, incaricato da Giovanni Battista Montini, e anche da Alcide De Gasperi, che aveva già utilizzato l’amico valtellinese per Le Idee Ricostruttive, di pensare quello che diverrà nel 1943 il Codice di Camaldoli (riprodotto in Appendice al volume), destinato a essere la base dalla quale i costituenti trarranno in gran parte i lineamenti della costituzione economica.
Nella sua riflessione sull’economia e lo Stato non si ha traccia di una ideologia di partito o di integralismo religioso, anche se egli è stato, oltre che economista d’impresa e manager industriale, animatore della Fuci e del Movimento Laureati Cattolici, stretto amico e sodale di Giovanni Battista Montini, poi papa Paolo VI, e di Igino Righetti e con questi co-fondatore dello stesso Movimento Laureati. Editore della rivista “Studium”, gran parte dei suoi scritti sono concentrati nelle pagine di questa testata, su “Azione fucina” e nelle relazioni ufficiali dell'IRI, di cui Sergio Paronetto era sistematicamente il primo estensore.

I CURATORI

STEFANO BAIETTI, dirigente dell'Anas, dopo esserlo stato nel Gruppo IRI e in una controllata delle Ferrovie dello Stato, ha approfondito la storia della spesa pubblica nei sistemi infrastrutturali e la storia degli enti in cui ha prestato la sua opera. Con Giovanni Farese è autore di Sergio Paronetto and the Italian Economy between the Industrial Reconstruction of the Thirties and the Reconstruction of the Country in the Forties (in "The Journal of European Economic History", 2010) e della voce biografica Sergio Paronetto (1911-1945), economista e manager industriale (in “Enciclopedia della Banca, della Borsa, della Finanza”, 2011). È promotore della giornata di studi Sergio Paronetto.

GIOVANNI FARESE insegna Storia e teoria dello sviluppo economico nella LUISS "Guido Carli". Ricercatore nell'Università Europea di Roma, è Managing Editor di "The Journal of European Economic History", rivista distribuita in circa 90 Paesi. È autore del volume L'Imi di Azzolini e il governo dell'economia negli anni Trenta (Napoli, 2009) e ha curato, per Rubbettino, la pubblicazione del diario inedito di Giovanni Malagodi, Aprire l'Italia all'aria d'Europa. Il diario europeo, 1950-1951 (2011). È Aspen Junior Fellow dell'Aspen Institute Italia, socio della Società Italiana degli Storici Economici e della Società Italiana degli Economisti. È promotore della giornata di studi Sergio Paronetto.

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Storie – La Rosa Bianca che si oppose ad Hitler

di Mario Avagliano

Spesso dimentichiamo che anche in Germania ci fu chi si oppose ad Hitler, al nazismo e alla persecuzione degli ebrei. Settant’anni fa, il 22 febbraio 1943, tre esponenti del movimento di resistenza della Rosa Bianca, (Sophie e Hans Scholl e Christoph Probst) furono processati e giustiziati dai nazisti. Il 10 marzo Rai Storia trasmetterà lo sceneggiato di Alberto Negrin (il regista della fiction su Giorgio Perlasca) sulla storia di quei giovani studenti tedeschi di ispirazione cristiana che tentarono di opporsi al regime hitleriano. Uno sceneggiato prodotto nel 1971 e scritto da Dante Guradamagna e Aldo Falivena consultando direttamente i diari allora inediti di Hans e Sophie Scholl e che vede tra i protagonisti un giovane Gabriele Lavia.

Ecco un brano del loro secondo volantino di denuncia:
«Non vogliamo scrivere, in questo foglio, della questione ebraica, né pronunciare discorsi in difesa. No, solo come esempio vogliamo ricordare brevemente il dato di fatto che, dalla occupazione della Polonia, trecentomila ebrei sono stati assassinati in quel Paese nel più bestiale dei modi. Qui noi vediamo il più orrendo delitto contro la dignità umana, un delitto che non ha confronti in tutta la storia dell'umanità. Anche gli ebrei sono uomini, qualunque sia la posizione che si vuole assumere sulla questione ebraica; e tutto questo è stato perpetrato contro degli uomini. […]
Perché il popolo tedesco è così inerte dinanzi a questi crimini, tanto orrendi e disumani? Quasi nessuno ci riflette. Il fatto viene accettato come tale e consegnato ad acta. E di nuovo il popolo tedesco cade nel suo ottuso e stupido sonno e dà a questi criminali fascisti il coraggio e l'occasione per continuare ad uccidere, ed essi lo fanno. È questo il segno che i tedeschi sono abbrutiti nei loro più intimi sentimenti umani? Che nessuna corda vibra in essi di fronte a simili azioni? Che sono ormai affondati in un sonno mortale dal quale nessun risveglio sarà più possibile, mai, giammai? Sembra così e così certamente è se i tedeschi non usciranno finalmente da questo torpore, se non protesteranno, dovunque e ogni volta che potranno, contro questa cricca di criminali, se non parteciperanno al dolore di queste centinaia di migliaia di vittime. E dovranno provare non solo compassione per questo dolore, no, ma molto di più: corresponsabilità.
Infatti, anche solo con il loro inerte atteggiamento essi danno a questi uomini oscuri la possibilità di agire così; essi sopportano questo "governo" che ha assunto su di sé una colpa infinita, certo, ma, soprattutto, essi stessi sono responsabili del fatto che tale governo ha potuto avere origine! Ogni uomo vuole dirsi estraneo a questo tipo di corresponsabilità, ognuno lo fa e poi ricade nel sonno con la coscienza più serena e migliore. Ma egli non potrà dirsi estraneo: ciascuno è colpevole, colpevole, colpevole!»
Credo che sia giusto ricordarli.

(L'Unione Informa, 26 febbraio 2013)

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ANPI, Legambiente e Corriere della Sera ricordano Ugo Forno con il premio letterario “Il coraggio di scegliere”

Gli studenti vincitori del concorso letterario “Il Coraggio di Scegliere” in memoria di Ugo Forno, ultimo e giovanissimo martire della Resistenza romana, sono stati premiati questa mattina presso il Museo Storico della Liberazione in Via Tasso 145. Il premio, indetto dall'ANPI di Roma e Lazio, insieme ai familiari e amici di Ugo Forno e a Legambiente Lazio, con il sostegno del Corriere della Sera, ha coinvolto gli alunni dodicenni delle Scuole Medie del Secondo Municipio. L’elaborato primo classificato, scritto da Pietro Coppari della scuola Giuseppe Sinopoli, verrà pubblicato sulla Cronaca di Roma del Corriere della Sera, mentre ai primi cinque classificati e alle due menzioni speciali andrà una copia del libro “Il ragazzo del Ponte” di Felice Cipriani, che racconta la storia di Ugo Forno. I volumi sono stati gentilmente messi a disposizione dalle Edizioni Chillemi.

“Ugo fa la sua scelta e la fa da solo. Questo mi ha colpito molto perché noi che abbiamo la sua stessa età oggi siamo più propensi a ragionare in gruppo e a prendere decisioni comuni”, scrive Pietro Coppari nel suo elaborato. “E’ importante che tanti ragazzi e ragazze dell'età in cui Ugo ha compiuto il suo eroico gesto, si siano immedesimati in lui e nel suo sacrificio per la libertà”, ha affermato Mario Avagliano, scrittore, giornalista e vice presidente ANPI di Roma, membro della giuria del premio.
“Piero Calamandrei affermò che la Costituzione è nata ovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità”, ha ricordato Elena Improta, vice presidente dell'ANPI di Roma, “per questo la Carta Costituzionale ha le sue radici anche su quel ponte ferroviario sull'Aniene, in difesa del quale il dodicenne Ugo Forno nel 1943 diede la vita”. “In tempi di confuse trasformazioni come questi, la sua storia può costituire un riferimento per ragazzi che stanno formando le proprie idee e la propria coscienza”, afferma Improta.

Roma, 18 marzo 2013

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Resistenza, al ragazzo-partigiano Ugo Forno la medaglia d'oro al merito civile alla memoria

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO HA CONFERITO LA MEDAGLIA D’ORO AL MERITO CIVILE ALLA MEMORIA AD UGO FORNO.

Con la seguente motivazione:

Giovane studente romano, durante i festeggiamenti per la liberazione della città di Roma, appreso che i tedeschi, battendo in ritirata, stavano per far saltare il ponte ferroviario sull'Aniene, con grande spirito di iniziativa, si mobilitava, unitamente ad altri giovani, e con le armi impediva ai soldati tedeschi di portare a compimento la loro azione. Durante lo scontro a fuoco veniva, tuttavia, colpito perdendo tragicamente la vita. Fulgido esempio di amor patrio ed encomiabile coraggio.

5 giugno 1944 - Roma

La data della consegna ai famigliari sarà stabilita dalla Presidenza della Repubblica nei prossimi giorni.

Dicembre 1944 Dichiarazione del sottotenente paracadutista Giovanni Allegra:
“dichiaro che nell’azione militare contro i tedeschi svoltasi lungo il fiume Aniene il 5 giugno 1944 alle ore 9, il dodicenne UGO forno di Enea, con fede patriottica e spirito guerriero, combatteva isolatamente nell’ala destra del gruppo dal sottoscritto comandato, composto di partigiani, pieno di entusiasmo e di ardore per scacciare gli ultimi avanzi della soldataglia tedesca annidata a ridosso del ponte sull’Aniene, nei pressi dell’aeroporto”. (intenti a farlo saltare)
Durante tale azione il piccolo Ugo Forno si prodigava a procurare armi e munizioni, aggiustando dal canto suo dei tiri di fucile che facevano accanire maggiormente il nemico. Incoraggiava con la parola e con l’esempio di altri giovani che raggiunti da scoppi di granata cercavano scampo nelle vicine grotte.
I tedeschi abbandoneranno l’impresa e su quel ponte oggi corrono i treni dell’Alta Velocità. Ughetto pagherà con la vita la sua generosità.
"Finalmente - ha dichiarato il suo biografo Felice Cipriani - Ughetto è stato inserito nell’Olimpo degli eroi di questo Paese. La sensibilità del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sostenuta anche dalla documentazione ritrovata negli archivi storici lo scorso anno, ha reso possibile una decisione che si attendeva da 69 anni. Con la medaglia d’oro a Ugo Forno, ha sottolineato Cipriani, biografo del piccolo eroe, si rende merito alla famiglia Forno, considerato che Angelo Enea, papà di Ughetto faceva parte del Fronte Militare Clandestino ed aiutò molti militari renitenti alle leva o fuggiti dalla prigionia a scampare dalla persecuzione nazifascista".

Francesco Forno, fratello maggiore di Ughetto ha dichiarato: “il ricordo di Ughetto non mi ha mai abbandonato in questi 69 anni e quella mattina di festa del 5 giugno, che per la mia famiglia durò poche ore, l’ho sempre presente. Mi porto dietro il cruccio di non aver impedito a mio fratello di realizzare il suo disegno, confidatomi in segreto e che era quello di andare a recuperare delle armi abbandonate con l’8 settembre e che lui aveva nascosto in alcune grotte. La guerra sembrava finita a Roma e non pensavo che lui si recasse a combattere i sabotatori tedeschi”.

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Storie - Medaglia d’oro a Ughetto, martire della Resistenza

di Mario Avagliano

Il ragazzo del ponte avrà la medaglia d’oro al merito civile. A distanza di quasi settant’anni dagli eventi, lo Stato italiano si è finalmente ricordato di Ugo Forno, detto Ughetto, l’ultimo martire della Resistenza romana, il dodicenne gracile ma vivacissimo, con i capelli scuri e gli occhi azzurri, che morì il 5 giugno 1944, nelle ore della liberazione di Roma, per difendere il ponte ferroviario sull’Aniene dagli ordigni germanici (dove ora sfrecciano i treni dell'Alta velocità), mettendo in fuga assieme ad altri ragazzi e ad alcuni contadini i sabotatori della Wehrmacht. Nello scontro a fuoco con i tedeschi, lo studente fu colpito a morte. La breve vita dell’ultimo resistente romano è stata raccontata l’anno scorso da Felice Cipriani nel saggio “Il Ragazzo del Ponte. Ugo Forno eroe dodicenne. Roma 5 Giugno 1944” (edizioni Chillemi).

Lunedì si è tenuta la premiazione degli studenti vincitori del concorso letterario “Il Coraggio di Scegliere” in memoria di Ugo Forno, presso il Museo Storico della Liberazione in Via Tasso 145. Il premio, indetto dall'Anpi di Roma e Lazio, insieme ai familiari e amici di Ugo Forno e a Legambiente Lazio, con il sostegno del Corriere della Sera, ha coinvolto gli alunni dodicenni delle Scuole Medie del Secondo Municipio. L’elaborato primo classificato, scritto da Pietro Coppari della scuola Giuseppe Sinopoli, verrà pubblicato sulla Cronaca di Roma del Corriere della Sera, mentre ai primi cinque classificati e alle due menzioni speciali andrà una copia del libro di Cipriani.
L’assegnazione della medaglia d’oro a Ughetto è uno degli ultimi atti della presidenza della Repubblica di Giorgio Napolitano, contrassegnata da una forte attenzione e sensibilità ai temi della memoria del nostro Paese. Il mio auspicio è che la sua eredità di valori sia raccolta dal nuovo inquilino del Colle.

(L'Unione Informa, 19 marzo 2013)

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Fosse Ardeatine. Vite perdute e ritrovate

di Mario Avagliano

Roma 24 marzo 1944, quarto giorno di primavera. In una cava di pozzolana sulla via Ardeatina, i tedeschi uccidono 335 uomini con un colpo di pistola alla nuca. Sono prigionieri politici e partigiani di tutte le forze antifasciste, ebrei, detenuti comuni e ignari cittadini estranei alla Resistenza, sacrificati in proporzione di dieci a uno (ma nella fretta e nella confusione ne vengono uccisi cinque in più), in rappresaglia per l’attacco partigiano del giorno prima in via Rasella, costato la vita a 33 militari della compagnia dell’SS Polizei Regiment Bozen. È il più grande massacro compiuto dai nazisti in un’area metropolitana d’Europa e segnerà profondamente la storia e la memoria italiana del dopoguerra.

Nella ricorrenza del 50° anniversario della scomparsa di Attilio Ascarelli, il medico legale ebreo che dall’estate all’autunno del 1944 diresse le attività di esumazione e di identificazione delle salme della strage delle Fosse Ardeatine, esce un libro intitolato I Martiri Ardeatini. Carte inedite 1944-1945 (AM&D Edizioni, pp. 331, euro 30). Il volume, curato da Martino Contu, Mariano Cingolani e Cecilia Tasca, propone per la prima volta le schede biografiche delle vittime che furono redatte all’epoca dalla commissione, accompagnate da un interessante saggio sui più recenti sviluppi storiografici relativi all’eccidio, una preziosa bibliografia sull’argomento, un profilo del professor Ascarelli, e l’inventario del Fondo a lui intestato e conservato presso l’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Macerata.
In qualità di direttore della commissione medico-legale, Ascarelli raccolse la documentazione prodotta in quei mesi (comprensiva di fotografie delle operazioni di recupero delle salme, dei cadaveri e delle lettere ritrovate sui corpi delle vittime), più altri documenti che via via aggiunse negli anni successivi.
In uno di questi corposi fascicoli, sono contenute 291 schede di martiri (su un totale di 335), alcune più ampie, alcune telegrafiche, che vengono pubblicate in questo volume e ci rivelano particolari inediti di alcuni di loro.
Nulla si sapeva, ad esempio, del commerciante Secondo Bernardini, democristiano, che fu arrestato dalle SS a Pisoniano assieme alle moglie e, dopo la devastazione della casa, venne tradotto nel carcere di via Tasso, dove entrambi «subirono immane torture tra le quali hanno avuto asportazioni delle unghie e fustigazioni sotto le piante dei piedi». Il sottotenente Marcello Bucchi, invece, rinchiuso a Regina Coeli assieme a don Giuseppe Morosini, quando ebbe un colloquio con la madre e questa gli chiese cosa avesse fatto, rispose: “Mamma, la Patria è un ideale tanto grande”.
Le schede rappresentano, come scrive Claudio Procaccia nella prefazione, “un punto di partenza per la creazione di un dizionario biografico delle persone assassinate il 24 marzo 1944”. Se infatti il susseguirsi degli eventi tra il 23 e il 24 marzo è stato ampiamente ricostruito dalla storiografia, così come si è indagato a fondo sull’impronta che l’eccidio ha lasciato nella memoria del dopoguerra (vedi il libro di Alessandro Portelli “L’ordine è già stato eseguito”), poco invece si conosce, ad eccezione di alcuni personaggi più noti, delle vicende individuali delle vittime, di cui oggi resta traccia – e non per tutti – solo in alcune pubblicazioni locali o a carattere familiare, nelle cerimonie e nelle lapidi presenti a Roma e nelle città di origine.
La ricostruzione delle biografie civili e politiche dei martiri – alcuni dei quali ancora non sono stati identificati – sarebbe invece un’operazione di grande interesse storico, anche perché da essa emergerebbe un microcosmo altamente rappresentativo dell'intera storia italiana di quel tempo, in uno dei suoi snodi più drammatici e cruciali, tra fascismo, occupazione nazista, Resistenza e liberazione.
Alle Fosse Ardeatine furono uccisi italiani originari di ogni parte della penisola, dalla Lombardia alla Sicilia (più alcuni stranieri: un belga, un francese, un libico, un turco, un ungherese, tre ucraini e tre tedeschi). Le vittime erano militari e civili e appartenevano a tutti i ceti sociali, dagli aristocratici ai poveracci venuti in città per sbarcare il lunario e sopravvivere alla miseria.
Erano impiegati, commessi, commercianti, avvocati, professori, studenti, militari, venditori ambulanti, artigiani, contadini, pastori, operai. Di ogni fascia d’età, dagli anziani ai giovanissimi. Di ogni livello d’istruzione, dagli analfabeti ai grandi intellettuali, compresi alcuni colpevoli di reati comuni, che stavano scontando la loro pena in carcere. Quanto al credo religioso, vi era un sacerdote, don Pietro Pappagallo, e anche 75 ebrei (per la maggior parte di essi, i documenti pubblicati in questo volume sono le uniche testimonianze biografiche sino ad ora note). Tra i politici, infine, c’erano esponenti di tutte le forze antifasciste, compresi alcuni degli esponenti più autorevoli del Fronte militare clandestino di Roma, a partire dal loro capo, il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo.
Il libro I Martiri Ardeatini, che sarà seguito a breve nel piano editoriale da altri due volumi tratti dal Fondo (uno sui verbali di esumazione della commissione medico-legale e un altro sulla figura del generale Simone Simoni, una delle vittime dell’eccidio), offre quindi la chiave e gli strumenti per riportare alla luce quelle vicende, “perché – come scrisse nel 1945 Ascarelli – si diffonda ovunque l’eco di tanta infamia e perché resti documentata una delle innumerevoli atrocità naziste che commosse la pubblica opinione del mondo civile!”.

(Il Messaggero, 23 marzo 2013)

Quel 'segreto brutto' di Primo Levi

di Mario Avagliano

Ada Gobetti, moglie di Piero e autrice di quel Diario partigiano che narra le pulsioni, le contraddizioni e la complessità del movimento di liberazione, aveva ammonito gli storici a rappresentare la Resistenza senza «impacchettarla con un bel cartellino per mandarla al museo». E aggiungeva: «Se sapremo analizzare spregiudicatamente quel periodo con i suoi contrasti, i suoi limiti, i suoi errori, daremo ai giovani la possibilità di una scelta».
Preoccupazioni fondate. Nel dopoguerra l’epopea resistenziale è stata rappresentata con un’aurea di romanticismo e qualche eccesso di retorica. Almeno fino al 1991, anno di uscita di Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza (Bollati Boringhieri) di Claudio Pavone. Da allora la storiografia ha fatto passi da gigante nella direzione di un’analisi più veritiera di quel periodo, che ne esaltasse il carattere patriottico ma indagasse anche sui limiti, le divisioni e le violenze del movimento (vedi l’eccidio di Porzus, in cui persero la vita tra gli altri Francesco De Gregori, zio del cantautore, e Guido Pasolini, fratello del poeta) e sulle vendette del dopoguerra. Cosa che la letteratura aveva già fatto da tempo, con i romanzi di Italo Calvino, Carlo Cassola e Beppe Fenoglio.
Ora, alla vigilia del 25 aprile, giunge in libreria un nuovo saggio, Partigia. Una storia della Resistenza, di Sergio Luzzatto (Mondadori), lanciato da una lunga e documentata recensione di Paolo Mieli sul Corriere della Sera, che si occupa della breve stagione partigiana di Primo Levi, l’autore di Se questo è un uomo, sulle montagne di Amay, in Valle d’Aosta, tra l’ottobre 1943 e il febbraio 1944, e che ancora prima dell’uscita ha già infiammato il dibattito tra intellettuali e storici, suscitando aspre polemiche.

Partigia è il termine gergale con cui in Piemonte venivano chiamati i combattenti antifascisti e Luzzatto racconta l’apprendistato da ribelle del giovane dottore in chimica torinese che, giunto lì da “sfollato”, si unisce ad una banda composta da comunisti e anarchici, fino alla cattura assieme a Luciana Nissim e Vanda Maestro, ebree come lui, al trasferimento a Fossoli e al viaggio verso Auschwitz.
L’episodio centrale che viene scandagliato da Luzzatto è la fucilazione da parte della banda di partigiani di Levi, all’alba del 9 dicembre 1943, su un campo innevato del Col de Joux, sopra Saint-Vincent, di due giovanissimi elementi della stessa formazione, Fulvio Oppezzo di Cerrina Monferrato e Luciano Zabaldano di Torino, di 18 e 17 anni, per l’accusa di furto. Un’esecuzione a freddo, senza un processo istruttorio. I due nel dopoguerra verranno fatti passare per vittime dei fascisti e diventeranno martiri della Resistenza.
La storia non è inedita ed era stata già ricostruita da Frediano Sessi in Il lungo viaggio di Primo Levi (Marsilio), uscito in libreria lo scorso gennaio e, prima ancora, nel 2008, dal ricercatore piemontese Roberto Gremmo sulla rivista Storia ribelle.
«La necessità in cui i partigiani si trovarono durante la Resistenza di sopprimere uomini entro le loro stesse file, per le ragioni più diverse e variamente gravi – spiega Luzzatto -, ha rappresentato a lungo un tabù della storiografia».
Lo stesso Levi si vergognava di quell’episodio. In un passaggio di un suo libro, Sistema periodico, uscito nel 1975, nel capitolo Oro, aveva accennato alla fucilazione e l’aveva definita «un segreto brutto» che aveva spento in lui e nei suoi amici «ogni volontà di resistere, anzi di vivere». Ma in una sorta di autocensura, non aveva citato i nomi e le circostanze di quanto accaduto.
Luzzatto non è nuovo a operazioni di smitizzazione di personaggi simbolo della storia italiana. Lo aveva già fatto con un saggio dissacrante sulla figura di Padre Pio. Non c’è da scandalizzarsi. È giusto inquadrare anche un protagonista della cultura italiana e mondiale come Primo Levi nella sua umanità e nelle sue debolezze, testimoniate dalla tragica fine per suicidio nel 1987. Peraltro il senso di colpa e lo smarrimento che emergono dalla sue parole e dal suo comportamento non offuscano la sua figura che, come osserva Ernesto Ferrero, «anche da questo episodio esce più grande che mai».
Tuttavia a molti, come ad esempio Marco Revelli, figlio del partigiano Nuto, e autore dell'Einaudi al pari di Luzzatto, non è piaciuto «l’uso scandalistico» di questa vicenda storica. Gad Lerner su la Repubblica si è detto turbato, difendendo Primo Levi e definendolo un Maestro. Guido Vitale, direttore di Pagine Ebraiche, ha anticipato che il periodico dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane dedicherà gran parte del prossimo numero di maggio all’affaire Levi, con un saggio di Alberto Cavaglion in cui si criticano «senza mezzi termini i grandi rischi che le operazioni a effetto possono comportare, confondendo in definitiva le acque sulla figura di Levi e sul ruolo della Resistenza».
Anche lo storico Giovanni De Luna, sempre sulle colonne di la Repubblica, ha espresso un giudizio severo: «Non accetto nel revisionismo questa continua enfasi sulla rottura della cosiddetta "vulgata resistenziale", sulle scoperte di "verità tenute nascoste". Sono argomenti privi di fondamento. Tutto ciò era emerso da tempo».
Sul fronte opposto, quotidiani come Libero e Il Giornale hanno applaudito alla «svolta» di Luzzatto, citando anche le pagine del suo libro dedicate al clima di violenze e di vendette dell’immediato dopoguerra a Casale Monferrato, e lodando la sorta di «mano tesa» a Giampaolo Pansa e alle sue tesi, soprattutto dopo le critiche feroci che lo stesso Luzzatto gli aveva rivolto negli anni scorsi.
Non c’è dubbio che la ricerca storica debba essere libera e senza censure, raccontando anche gli episodi imbarazzanti o scabrosi della Resistenza. A settant’anni dai fatti (proprio quest’anno ricorre l’anniversario), gioverebbe però ricordare i valori di fondo della guerra di liberazione e la lezione di Italo Calvino nel romanzo Il Sentiero dei Nidi di Ragno: «Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c'erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l'Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c'era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono».

(Il Messaggero, 28 aprile 2013)

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