Storie - I nazisti della porta accanto

di Mario Avagliano

  Si sapeva che gli Stati Uniti nel dopoguerra reclutarono scienziati nazisti per i loro progetti di ricerca scientifica e che durante la guerra fredda Cia e Fbi in Europa orientale si servirono di SS e ufficiali nazisti come spie antisovietiche, ma erano solo parzialmente note le dimensioni di questo arruolamento che riguardò addirittura migliaia di persone.

A raccontare questa pagina vergognosa della storia americana è il libro “I nazisti della porta accanto. Come l’America divenne un porto sicuro per gli uomini di Hitler” (Bollati Boringhieri, pp. 350), di Eric Lichtblau, giornalista del New York Times, già Premio Pulitzer, che ha potuto esaminare materiale desecretato negli ultimi anni e rapporti d’intelligence riservati, che gli hanno permesso di aggiungere nomi, storie e dettagli.
Scopriamo così che tra gli ufficiali delle SS reclutati dalla Cia c’era anche il tenente Otto von Bolschwing, che a 28 anni aveva scritto un trattato sull’eliminazione degli ebrei dalla Germania, nel quale passava in rassegna ogni forma di persecuzione per rendere un inferno la loro esistenza. Von Bolschwing aveva collaborato strettamente con Eichmann, salvo tradire Hitler nella parte finale della guerra, passando informazioni agli Usa e fingendosi oppositore del nazismo. Nel dopoguerra si trasferì in America, dove divenne dirigente d’azienda e morì a 72 anni.
Un altro criminale eccellente ai quali i servizi segreti statunitensi ripulirono il passato fu Karl Wolff, braccio destro di Himmler, che trattò la resa con Allan Dulles in persona, futuro direttore della Cia, e in virtù della sua attività di superspia vide il suo nome sparire dalla lista degli imputati del processo di Norimberga.
E tante altri nomi e storie emergono dal saggio. Morto Hitler, circa 10 mila tedeschi implicati a vario titolo col nazismo riuscirono ad emigrare negli Stati Uniti, spesso spacciandosi come vittime di quel sistema. Mentre invece erano carnefici o loro complici.

(L’Unione Informa e Moked.it del 27 ottobre 2015)

  • Pubblicato in Storie

Storie – La Grande guerra

di Mario Avagliano

Giovedì 15 ottobre, alle 15.30, sarà inaugurata la mostra filatelica “Quirinale porte aperte alla filatelia”, organizzata dal Gruppo parlamentari amici della filatelia e dalla Federazione fra le società filateliche italiane, con il supporto del Quirinale e di Poste Italiane e con la cura scientifica di Bruno Crevato-Selvaggi. La mostra, che sarà aperta al pubblico fino al 28 ottobre, si articola in tre sezioni: “La grande guerra”, “La liberazione”, “Cento gemme della filatelia italiana”. La mostra è stata resa possibile dal grande numero di prestatori che hanno aderito, offrendo il loro materiale: decine di collezionisti privati italiani ed esteri e diverse istituzioni pubbliche. Nella sezione per il centenario della prima guerra mondiale, saranno esposti vari pezzi storici relativi ad ebrei combattenti e caduti, facenti parte della collezione di Gianfranco Moscati. Tra questi, figurano preziosi documenti, fotografie e lettere appartenute a Pia Del Vecchio (parente stretta per linea materna di Moscati), che militò tra le trincee della Grande Guerra dapprima come infermiera volontaria e subito dopo come capo infermiera volontaria della CRI. L’ardimento e lo spirito di abnegazione di Pia del Vecchio faranno sì che venga decorata dal comandante della III Armata duca Emanuele Filiberto di Savoia e che riceva inoltre, il 4 dicembre del 1919, la Medaglia al Merito d’argento dal Presidente della Croce Rossa Italiana per i servizi resi in zona di guerra. Un grande esempio del patriottismo e dei sacrifici compiuti dagli ebrei italiani per la loro Patria. Si è spesso dimenticato il contributo, anche di sangue, degli ebrei alla Grande Guerra, all’insegna dell’adesione agli ideali della nuova Italia. Un contributo che tuttavia, appena venti anni dopo, non servirà a salvare la comunità ebraica dalla persecuzione e dalla Shoah.

(L’Unione Informa e Moked.it del 13 ottobre 2015)

  • Pubblicato in Storie

Einstein e la "colpa" del cugino italiano

di Mario Avagliano

  La “colpa” di chiamarsi Einstein. Aveva un cognome scomodo l’ingegner Robert, cugino dello scienziato Albert Einstein. Quando nella torrida estate del 1944, con gli Alleati alle porte di Firenze, i nazisti scoprirono che si nascondeva con la famiglia in una villa a Rignano sull’Arno, il paese di Matteo Renzi, mandarono una squadra a prelevarlo.
  Volevano vendicarsi del suo odiatissimo parente, l’ebreo tedesco premio Nobel per la Fisica che, trasferitosi negli Stati Uniti, nel 1939 aveva osato firmare una lettera appello al presidente americano Roosevelt per sviluppare gli studi sull’energia nucleare ed evitare che Hitler varasse per primo la bomba atomica.
  Era la notte del 3 agosto e, come racconta il giornalista Camillo Arcuri nel suo libro “Il sangue degli Einstein italiani” (Mursia, pp. 164), per sicurezza l’ingegner Robert si era rifugiato nel vicino bosco. Nella villa erano rimaste sette donne: la moglie Cesarina Mazzetti, detta Nina, 56 anni, figlia di un pastore protestante, e le figlie Luce e Annamaria, di 26 e 18 anni, tutte e tre valdesi, e quindi di “razza ariana”, assieme ad altre quattro parenti che vivevano con loro.
  I tedeschi arrivarono di soppiatto. Non trovando Einstein, condussero la moglie Nina fuori di casa, costringendola a chiamare il marito per farlo uscire allo scoperto. Robert avrebbe voluto consegnarsi, ma gli altri fuggitivi lo trattennero. Così i nazisti uccisero a colpi di mitra la moglie e le figlie, dando a fuoco la villa. Una strage.
  Il parroco, forse per timore di ritorsioni, non volle benedire i corpi delle vittime. Il mattino dopo Robert uscì dal bosco fuori di sé. Vagava per strada, urlando: “Sono io Einstein, uccidete me”. Non si riprese mai dal dolore. Un anno dopo, il 13 luglio del 1945, giorno dell’anniversario del matrimonio con Nina, a guerra ormai finita da oltre due mesi, si suicidò. La sua vicenda colpì molto anche Albert, che era legato al cugino da tenero affetto.
  Ma la tragedia degli Einstein italiani, come ha ricostruito Camillo Arcuri, non era terminata. Per ragioni di realpolitik – la guerra fredda in atto in Europa e la volontà dell’Occidente di non infierire sula Germania – l’Italia insabbiò i risultati dell’inchiesta alleata sull’eccidio, come attesta il carteggio desecretato tra il ministro degli Esteri di allora, Gaetano Martino, e il ministro della Difesa, Paolo Emilio Taviani: “Le prove raccolte già a partire dall’autunno 1944 dalle autorità militari americane e inglesi – si legge nella corrispondenza – non sono state prese in considerazione dalle Autorità di Roma per un riguardo politico nei confronti della Germania”, che era entrata nella Nato.
  E così le carte dell’inchiesta sulla strage di Rignano sull’Arno finirono tra i 695 fascicoli riguardanti le stragi nazifasciste nell'Italia del 1943-1945, occultati nel cosiddetto armadio della vergogna, scoperto nel 1994 in un locale di Palazzo Cesi presso la sede della procura generale militare a Roma. Sulla morte degli Einstein italiani era calato un colpevole silenzio. Nei confronti del quale il libro di Arcuri costituisce un formidabile atto di accusa.

(Il Mattino, 23 settembre 2015)

  • Pubblicato in Articoli

Storie – Qui solo di passaggio

di Mario Avagliano

Quando nel giugno del 1940 l’Italia entrò in guerra, il regime fascista inasprì le misure persecutorie nei confronti degli ebrei. Tra i primi provvedimenti adottati, vi fu l’arresto e l’internamento in appositi campi o luoghi di confino di oltre 6 mila ebrei stranieri o apolidi residenti in Italia e di centinaia di ebrei italiani considerati “pericolosi”.
Nell’ultimo ventennio, a livello locale, si è cercato di ricostruire tramite ricerche d’archivio e interviste ai protagonisti dell’epoca le vicende individuali degli internati, molti dei quali poi finiti nel tunnel della morte dei lager nazisti.

L’ultima pubblicazione al riguardo, intitolata “…Siamo qui solo di passaggio”, è quella dell’Associazione il Fiume-Stienta, a cura di Maria Chiara Fabian e Alberta Bezzan, che hanno raccontato la storia degli ebrei internati in 20 comuni del Polesine, in provincia di Rovigo, per i tipi della casa editrice Panozzo di Rimini.
Il titolo riprende la frase dell’ultimo biglietto scritto da Werner Schlòss, giovane ebreo viennese internato a Fiesso Umbertiano con i genitori, prima di essere caricato sul treno piombato per Auschwitz. Lo scriveva agli amici Aldo e Mario Bombonati, che lo avevano accolto nella loro casa di campagna, profugo e fuggiasco dalla furia nazista, dal campo di Fossoli. Werner e i genitori vennero deportati e furono tra le vittime della Shoah italiana.
Il libro si avvale della grande mole di dati raccolta meritoriamente a livello locale da Luciano Bombarda e da altri appassionati. Un modo per contribuire a non perdere la memoria di quei giorni tristi e tragici.

(L’Unione Informa e Moked.it dell’1 settembre 2015)

  • Pubblicato in Storie

Storie – Hitler e l’Inghilterra

di Mario Avagliano

Lo scoop del tabloid londinese Sun sulla foto di Elisabetta d’Inghilterra che nel 1933, all’età di 7 anni, si esibisce nel saluto nazista nella residenza estiva del castello di Balmoral, in Scozia, imitando il braccio teso di sua madre e di suo zio, poi diventato re col nome di Edoardo VIII, riaccende il dibattito sui rapporti oscuri tra i Windsor e il nazismo. E diversi storici inglesi chiedono di aprire gli archivi reali di Buckingham Palace.
Le simpatie naziste di Edoardo VIII era note. Dopo l’abdicazione, causata dallo-scandalo del rapporto d’amore con la divorziata Wallis Simpson, il duca di Windsor fu ospite di Hitler in Germania, nel 1937, e flirtò col regime nazista, finché il governo britannico non lo nominò governatore delle Bahamas proprio per allontanarlo dall’Europa.
La questione su cui si dibatte è se le simpatie di Edoardo fossero condivise dal resto della famiglia Windsor, e in particolare dal fratello minore Alberto, duca di York, futuro re Giorgio VI, che qualche anno dopo, il 3 settembre del 1939, avrebbe dichiarato guerra alla Germania, dopo l’invasione della Polonia.
Su questo punto, il mistero è ancora fitto. La studiosa Karina Urbach, autrice di “Go betweens for Hitler”, un libro inchiesta su questo argomento, ha dichiarato all’Observer che negli archivi reali ogni materiale dopo il 1918 è inaccessibile. E anche i laburisti chiedono di fare chiarezza, rendendo disponibili i documenti agli storici.

(L'Unione Informa e Moked.it del 4 agosto 2015)

  • Pubblicato in Storie

Storie – I “consigli” di Uno Mattina Estate

di Mario Avagliano

Mi segnala un lettore che qualche giorno fa, ad Uno Mattina Estate, su Rai Uno, “un certo Gaetano Cappelli parlando di libri da leggere durante l’estate per i ragazzi ha sconsigliato testi come Se questo è un uomo di Primo Levi, perché ‘pesante’ per i ragazzi… che a suo dire dovrebbero leggere testi più leggeri e simpatici”. Continua il lettore: “Non sono affatto d’accordo con questa persona, personalmente ai tempi della mia adolescenza dai 13 ai 18 proprio durante l’estate mi è sempre piaciuto leggere i classici come i Demoni di Dostoevskij, Nietzsche, il Conte di Montecristo di Dumas, Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati di Primo Levi e la trilogia dell’amico ritrovato di Fred Uhlman, e la trilogia dell’Ussaro sul tetto di Jean Giono e tanti altri romanzi che mi hanno arricchito personalmente tanto. Per questo motivo penso che in Rai non si dovrebbero sparare castronerie pericolose come queste. La coscienza civile di un popolo si forma anche con questo tipo di letture”. Come non sottoscrivere? 

(L’Unione Informa e Moked.it del 28 luglio 2015)

  • Pubblicato in Storie

Storie – Eva Fisher e il francobollo del 16 ottobre 1943

di Mario Avagliano

È scomparsa questa mattina a Roma la grande artista Eva Fischer, nel suo attico a Trastevere, circondata dall'affetto del figlio Alan David Baumann e della compagna di questi Grazia Malagamba. Domani alle 12 si terrà il funerale a Prima Porta. Nel 1993 la Fisher creò e donò alle Poste un disegno in ricordo del 16 ottobre 1943, data della prima deportazione perpetrata a Roma dai nazisti. L’anno dopo le Poste Italiane pregarono Eva di rappresentare, 50 anni dopo, alcuni degli eventi tragici verificatisi in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, dall’eccidio delle Fosse Ardeatine alla strage di Marzabotto. Ne è nata una serie di francobolli davvero straordinaria.

Eva Fischer nacque a Daruvar (nella ex Jugoslavia) nel 1920, da famiglia ungherese. Il padre Leopoldo, rabbino capo ed eccellente talmudista, venne deportato dai nazisti. Furono più di trenta i familiari di Eva scomparsi nei lager.
Dopo l’occupazione italiana della Jugoslavia, attorno al 1941, insieme alla madre e al fratello minore, Eva venne internata nel campo di Vallegrande (Isola di Curzola) sotto amministrazione italiana. Si trasferì poi con i familiari a Spalato e quindi a Bologna, dove nel 1943 si nascosero sotto il falso nome di Venturi. A salvarli fu determinante l'aiuto di alcuni antifascisti: Wanda Varotti, Massimo Massei ed altri ancora del Partito d'Azione.
A guerra finita Eva Fischer scelse Roma come sua città d'adozione ed entrò a far parte del gruppo di artisti di Via Margutta, frequentando Mafai, Guttuso, Campigli, Carlo Levi, Corrado Alvaro e tanti altri.
Intensa fu l'amicizia con De Chirico, Sandro Penna, Giuseppe Berto, Alfonso Gatto e poi con alcuni artisti internazionali, da Dalì a Picasso e Marc Chagall.
Negli anni successivi Eva Fischer espose i suoi quadri in tutto il mondo, da Londra a Parigi, da Madrid a Israele, dove dipinse mirabili tele di Gerusalemme e Hebron (molto note sono le vetrate del Museo israelitico di Roma) fino agli Usa, dove ebbe come collezionisti gli attori Humphrey Bogart ed Henry Fonda.
Proprio l’anno scorso, in occasione del 70° anniversario della Shoah in Ungheria, la Fisher ha tenuto presso l’Accademia d’Ungheria a Roma la mostra “Camminando nella valle dell’ombra…”, che raccoglieva i dipinti sull’Olocausto da lei realizzati tra i1 1946 e il 1989 e che non aveva mai voluto mostrare a nessuno, neppure a suo marito o a suo figlio. «Comprensibile ritegno a mostrare la parte più profonda del suo animo», ha scritto a questo proposito Elio Toaff.

(L’Unione Informa e Moked.it del 7 luglio 2015)

  • Pubblicato in Storie

Storie – I migranti del 1939 a Ventimiglia

di Mario Avagliano

Tra la fine del 1938 e il 1939 le leggi razziste costrinsero molti ebrei, specie stranieri, a lasciare l’Italia fascista. Una delle vie di fuga fu Ventimiglia, esattamente come avviene oggi per i migranti provenienti dall’Africa, in direzione della Francia, dove non c’era una dittatura, per poi eventualmente spiccare il volo verso la Gran Bretagna o gli Stati Uniti. Ma anche allora i francesi non gradivano l’intrusione e spesso respingevano i clandestini al confine.

Questa storia poco conosciuta viene raccontata da Paolo Veziano in “Ombre al confine. L’espatrio clandestino degli ebrei stranieri dalla Riviera dei Fiori alla Costa Azzurra 1938-1940″ (Fusta Editore), libro emozionante in cui, come scrive Alberto Cavaglion nella prefazione, “la figura geometrica dominante è la ‘serpentina’, o meglio bisognerebbe dire le serpentine, che da Ventimiglia conducevano i profughi ebrei in fuga dall’Italia fascista in direzione di Garavan, il quartiere di Mentone prossimo alla frontiera”.
Vicende drammatiche di famiglie sballottate tra l’Italia di Mussolini, che emanava provvedimenti di espulsione per gli ebrei stranieri e, cautamente, ne favoriva l’espatrio per liberarsi dalla loro presenza, e la Francia democratica che in realtà non li voleva, costringendoli ad entrare clandestinamente attraverso passaggi impervi, come il tristemente celebre “passo della morte” vicino al confine di Ponte San Luigi.
E anche all’epoca in quel traffico di uomini e di donne non mancavano persone senza scrupoli, gli scafisti degli anni Trenta, pescatori o non, che cercavano di trarre il massimo profitto da quei viaggi della speranza.
La storia si ripete. Tragicamente.

(L’Unione Informa e Moked.it del 23 giugno 2015)

  • Pubblicato in Storie
Sottoscrivi questo feed RSS