Giorno della Memoria 2013, la collana "Filo Spinato" propone due nuovi libri sulla persecuzione degli ebrei

Per il Giorno della Memoria, la collana "Filo Spinato" diretta da Mario Avagliano e Marco Palmieri, propone due libri dedicati alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei in Italia e in Europa: La lunga strada sconosciuta. Una famiglia ebrea nella morsa nazista di Roberto Lughezzani (Marlin Editore, pp. 228, euro 16) e Le donne ebree in Sicilia al tempo della Shoah. Dalle leggi razziali alla liberazione (1938-1943) di Lucia Vincenti (Marlin Editore, pp. 108, euro 12).


La lunga strada sconosciuta

Il libro racconta la vicenda di Hela Schein e di Otto e Heinz Skall, nonché di Willi Kleinberg e Gusti Mandler (rispettivamente secondo marito di Hela e seconda moglie di Otto). Una famiglia ebrea che la persecuzione nazifascista e la seconda guerra mondiale separano brutalmente, costringendo i suoi membri a vivere in tre angoli diversi d’Europa: Austria, Cecoslovacchia e Italia. La loro tragica storia, ricostruita con sensibilità da Roberto Lughezzani, ricalca quella di milioni di ebrei: nell’attesa angosciosa della fine, Willi muore di crepacuore, mentre Hela, deportata in Polonia, sparisce nell’orrore del lager; Otto con la seconda moglie Gusti si suicida a Praga per sfuggire alla deportazione a Theresienstadt; Heinz, che ha studiato in Italia, dopo il varo delle leggi razziali finisce nel campo d’internamento di Campagna, e poi a Sala Consilina, in provincia di Salerno. A Campagna diventa amico del vescovo Giuseppe Maria Palatucci, zio dell’eroico Giovanni Palatucci e suo prezioso collaboratore nell’opera di soccorso degli ebrei, mentre a Sala Consilina intreccia una tenera storia d’amore con una giovane insegnante, Rita Cairone, che sposerà dopo la guerra. Heinz resterà fino all’ultimo il custode delle memorie familiari, il depositario delle lettere straordinarie che i suoi gli avevano scritto negli ultimi anni di vita. Sono lettere che si leggono con viva commozione e, contro ogni forma di negazionismo, testimoniano la ferocia con cui il nazismo infierì su milioni di esseri umani, di null’altro colpevoli che di essere ebrei.

Roberto Lughezzani, nato nel 1946 a San Martino Buon Albergo (VR) e laureato in lettere antiche, ha insegnato in un liceo di Verona. In particolare si è occupato di divulgazione della storia della Resistenza veronese, svolgendo le sue ricerche con interviste anche filmate. Da alcuni anni raccoglie le testimonianze, gli scritti e i diari di internati militari italiani nei lager nazisti.

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Le donne ebree in Sicilia al tempo della shoah

Cosa cambiò nella vita delle donne ebree o sposate con ebrei al tempo del fascismo in Sicilia, in particolare dopo il varo delle leggi razziali del 1938? Attraverso testimonianze e interviste, questo libro ricostruisce gli stati d’animo e la reazione delle donne perseguitate, all’interno della vicenda più complessa che riguarda gli ebrei presenti nell’isola durante il Ventennio. La loro fu una storia di coraggio, di amore e di resistenza. Appartenevano per lo più alla classe borghese medio-alta; erano donne colte, che frequentavano i salotti bene delle città. Alcune di esse erano impegnate in attività lavorative, altre avevano preferito occuparsi esclusivamente della gestione familiare. Erano medici, imprenditrici, scrittrici, maestre di danza, madri, casalinghe. Tutte indistintamente da un giorno all’altro si trovarono a subire gravi limitazioni nei loro diritti civili, in un crescendo di tragedie ed angosce, che ebbe termine con l’arrivo degli Alleati nel luglio 1943. Per tre ebree siciliane, che si trovavano nell’Italia del centro-nord, il destino fu quello della deportazione nei lager. E nessuna di loro tornò a raccontare l’orrore che aveva vissuto. trama che si snoda tra passato e presente, dal 1677 ai nostri giorni, con al centro una creatura che decide di raccontarsi attraverso quello che i suoi occhi e quelli di chi l’ha amata, odiata o ne ha subìto il fascino diabolico, hanno visto. Un viaggio lungo quattro libri, che riporterà Raistan a casa… Forse. Gli altri tre capitoli della sua storia sono: RVH. La caduta; RVH. La vendetta; RVH. Morte e Vita.

Lucia Vincenti è nata a Palermo. Laureata in Scienze politiche, da oltre un quindicennio conduce ricerche relative alla storia contemporanea siciliana durante il fascismo. Le sue pubblicazioni sull’argomento sono: Comunità ebraica palermitana in “Rassegna Siciliana di Storia e Cultura” (1998); Storia degli Ebrei a Palermo durante il fascismo (1998); Ieri e oggi, la Sicilia e l’ebraismo. Un mancato ritorno, in “Nuove Effemeridi” (2001); Persecuzioni antisemite in Sicilia durante il fascismo. Oblio di un recente passato, nel catalogo della mostra “Ebrei e Sicilia” (2003); Non mi vedrai più. Persecuzione, internamento e deportazione dei siciliani nei lager (1938-1945) (2004); Il silenzio e le urla. Vittime siciliane del fascismo (2007). Ha rivestito numerosi incarichi e dal gennaio 2003 fa parte del comitato scientifico dell’Istituto Mediterraneo di Studi Universitari, Parco Culturale Raul Wallenberg, Dipartimento di Studi Ebraici. Nel novembre 2000 è stata nominata membro del Comitato Scientifico della Mostra “Ebrei e Sicilia”. Ha tenuto decine di convegni, seminari e incontri presso le scuole e le istituzioni siciliane.

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La collana “Filo Spinato”

Marlin vara una nuova collana, unica in Italia, che raccoglie memorie, diari e lettere riguardanti esperienze di guerra, di prigionia e di deportazione.
Accompagnati dalla riproduzione di documenti e immagini inedite, i volumi in progetto contribuiranno a ricostruire periodi drammatici e importanti della storia italiana ed internazionale, dall’inizio del ’900 ai nostri giorni, rivissuti attraverso le parole di chi ne fu artefice e vittima. La collana è diretta da due specialisti, Mario Avagliano e Marco Palmieri, che analizzano e inquadrano i testi prescelti nel contesto storico da cui sono scaturiti, per consentire al lettore di approfondirne la comprensione e la conoscenza.
Gli altri volumi finora pubblicati sono: Ho scelto il lager di Aldo Lucchini, Gli zoccoli di Steinbruck di Pompilio Trinchieri, Una gavetta piena di fame di Luigi Salvatori.

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Olocausto, la necessità della memoria

di Mario Avagliano

Quando il 1° ottobre scorso è morto Shlomo Venezia, uno degli ultimi ebrei italiani tornati vivi dall’inferno di Auschwitz, i followers neonazisti del sito web Stormfront hanno commentato l’evento con una lista di discussione intitolata "Morto il falsario olo-sopravvissuto Shlomo Venezia".
Un piccolo manipolo di folli? Almeno in apparenza, sembrerebbe di sì. Il tema della Shoah non è mai stato così popolare come oggi. Appena la settimana scorsa la direzione del museo di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, ha fatto sapere che nel 2012 i visitatori hanno raggiunto la quota record di 1,42 milioni. E questo mese, per il Giorno della Memoria, è in uscita o in programma un profluvio di saggi, memorie, convegni, film, trasmissioni televisive, spettacoli teatrali e musicali.
Eppure il negazionismo, la corrente di pensiero che mette in discussione l’esistenza dei campi di sterminio e delle camere a gas, ha prepotentemente rialzato la testa. In Italia e nel mondo. Utilizzando la potenza invasiva del web, la forza d’urto della galassia di estrema destra e dei gruppuscoli della sinistra radicale e i toni accesi della propaganda anti-Israele di parte del mondo arabo islamico.
Un ritorno di fiamma preoccupante, come segnala il libro appena uscito di Claudio Vercelli, esperto di deportazione, dal titolo Il negazionismo. Storia di una menzogna (Laterza, pp. 224, euro 20), che ne ripercorre le vicende dal dopoguerra ad oggi, descrivendone i protagonisti e gli ideologi e soffermandosi sul pericolo attuale.

Fu lo storico francese Henry Rousso nel 1987 a suggerire di utilizzare tale termine anziché revisionismo, perché spiega in modo più compiuto che si tratta di un progetto politico e non di un procedimento scientifico. Il negazionismo si fonda su tre assunti: la negazione del progetto hitleriano di sterminare gli ebrei, la negazione dell’esistenza delle camere a gas o del loro utilizzo omicida e il drastico taglio del numero degli ebrei uccisi nei lager, attribuendone la morte a malattie o a eventi bellici.
I primi negazionisti furono gli stessi nazisti, come ha osservato Donatella Di Cesare nel pamphlet Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo (Il Melangolo, pp. 127, euro 8), in quanto prima della capitolazione distrussero o cercarono di cancellare le prove della Shoah.
Per alcuni decenni, afferma Vercelli, il fenomeno restò confinato all’interno di ristrette cerchie politiche, finché a dargli risalto mediatico mondiale fu negli anni Settanta-Ottanta un altro francese, Robert Faurisson, che con una intervista che all’epoca fece non poco scandalo, dichiarò che “le camere a gas non sono mai esistite”, accusando di falso il Diario di Anna Frank.
Da qualche anno l’argomento non è appannaggio solo di una nicchia di cultori della materia, ma di un pubblico molto più ampio, che utilizza la Rete e i social network, ha come icona l’inglese David Irving e si avvale perfino di una pseudo-accademia negli Stati Uniti, l’Institute for Historical Review.
Oggi è nel mare agitato di Internet - dove si confonde il vero, il verosimile e il falso - che navigano le tesi dei negazionisti, i quali si atteggiano a difensori della libertà di espressione e sostengono che la Shoah è stata una gigantesca truffa ordita dai sionisti per legittimare Israele.
Il negazionismo trova nuova linfa anche grazie al favorevole clima politico, con i rigurgiti di antisemitismo che affollano il mondo arabo e toccano la vecchia Europa, il moltiplicarsi dei movimenti neofascisti, i gruppi musicali nazi-rock e il successo elettorale dei partiti di estrema destra in Ungheria, Grecia e Francia. La polemica anti-Israele e pro-Palestina riesce a mettere d’accordo perfino frange radicali di destra e sinistra, con l’accusa agli ebrei di utilizzare la Shoah per capitalizzare politicamente quella tragedia.
Non a caso uno dei portabandiera politici del negazionismo è il presidente iraniano Ahmadinejad, che nel dicembre 2006 organizzò a Teheran una conferenza intitolata significativamente "Rivedere l'Olocausto: una questione globale". D’altra parte, già nel 1939 il Terzo Reich aveva sponsorizzato la traduzione in arabo del Mein Kampf di Hitler e dei falsi Protocolli dei Savi di Sion (la vicenda è ricostruita in Propaganda nazista nel mondo arabo di Jeffrey Herf, editore Altana, pp. 464, euro 19).
Come si combatte il negazionismo? La maggioranza degli storici, anche italiani, sulla scorta dell’insegnamento di Pierre Vidal-Naquet, ritiene che ogni confronto pubblico con i negazionisti sia inopportuno. Spiega Vercelli: “Non può esserci confronto tra ipotesi storiografiche differenti, ma solo opposizione tra realtà e menzogna”.
Altra cosa è la risposta in termini di ricerca storica e scientifica, che non significa però un eccesso di memoria o di retorica. Nei giorni scorsi l’intellettuale David Bidussa, sul portale di Pagine Ebraiche, ha lucidamente messo in guardia da questo rischio, affermando che “occorre più storia, non più memoria”.
È aperto il dibattito, poi, sull’utilità o meno, per ridurre gli spazi del negazionismo, di introdurre in Italia un apposito reato, come fanno già altri 18 Stati (dalla Germania alla Spagna) e come previsto dal Consiglio europeo. Il 16 ottobre scorso è stato depositato in Parlamento un disegno di legge al riguardo, promosso dalla senatrice pd Silvana Amati e sottoscritto da 97 senatori dei principali partiti. Se ne riparlerà dopo le elezioni.

(Il Mattino, 27 gennaio 2013)

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Storie – Salvare dal macero “Il nazismo e i lager”

di Mario Avagliano

Salvare dal macero un libro può essere un'operazione intelligente di Memoria. Tanto più se quel volume è "Il nazismo e i Lager" di Vittorio Emanuele Giuntella, l'opera di un grande storico che conobbe l’esperienza concentrazionaria come internato militare (la legge istitutiva del Giorno della Memoria, com’è noto, riguarda non solo la Shoah, ma anche i deportati politici e gli internati militari). Tra le tante iniziative in corso in tutta Italia, voglio quindi segnalare per la sua originalità quella promossa dal Museo Storico della Liberazione di via Tasso e dal suo battagliero presidente Antonio Parisella. Quello stesso Museo sulle cui mura, il 27 gennaio scorso, alcuni neofascisti hanno scritto ignobili frasi negazioniste, del tipo “Shoah, solo falsità e menzogne” e “Israele boia” (detto per inciso, al solito, nessuna traccia è stata finora trovata dei responsabili).

L’obiettivo è quello di salvare le ultime 1000 copie del libro di Giuntella, "condannate" alla distruzione dal distributore. Un saggio che, secondo Parisella, “costituisce uno dei classici della letteratura concentrazionaria, come ‘I sommersi e i salvati’ di Primo Levi. La prima e fondamentale messa a fuoco di tutte le implicazioni politiche e sociali - dentro e fuori i Lager - dell'organizzazione della persecuzione e dello sterminio. Come per Primo Levi, il Lager emerge pienamente come il luogo dove - con maggiore efferatezza e concentrazione di violenza - il nazismo realizzava il suo modello di organizzazione sociale che intendeva costruire fuori dei Lager ovunque in Europa”.
Quest'anno ricorre il centenario della nascita di Vittorio Emanuele Giuntella e il Museo, non essendo abilitato ad operazioni commerciali, grazie al contributo di alcuni amici ha deciso di fare omaggio di copie del volume a coloro che faranno - nella sede di via Tasso - una sottoscrizione minima di 15 € (prezzo di copertina 24 €).
L’iniziativa ha avuto un grande successo e il 26 e il 27 gennaio le copie a disposizione del Museo sono andate esaurite. Presto ne arriveranno altre. Intanto Parisella rivolge “un appello a biblioteche, istituti, musei, scuole, associazioni perché - nei prossimi mesi - promuovano analoghe iniziative per far conoscere il libro e diffonderlo”.

(L'Unione Informa, 30 gennaio 2013)

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Storie - Cotignola, un altro paese di Giusti

di Mario Avagliano

Ci fu un altro “caso” Nonantola nel tragico periodo della Repubblica di Salò e dell’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale. Anche a Cotignola, piccolo centro della bassa Romagna, in provincia di Ravenna, tra l’autunno del ’43 e la primavera del ’45, l’intero paese di seimila persone si mobilitò per salvare 41 ebrei italiani dalla caccia all’uomo scatenata dai nazifascisti.

A dare protezione ai perseguitati, provenienti per lo più da Bologna e dal modenese, fu tutta la popolazione: le famiglie di Cotignola, il commissario prefettizio Vittorio Zanzi, gli impiegati dell’anagrafe comunale, la Curia, i partigiani e il locale comitato di liberazione nazionale. Zanzi, sfruttando il suo incarico, si occupò della logistica e degli spostamenti degli ebrei in varie abitazioni del centro e nelle campagne circostanti e riuscì a fornire falsi documenti d’identità ai perseguitati, facendole stampare da un dipendente della tipografia e poi compilare da funzionari dell’anagrafe. In questa opera di salvataggio, fu aiutato dalla moglie Serafina, da Luigi Varoli con la moglie Anna, dall'arciprete Giovanni Argnani e dai partigiani. Un esempio straordinario di impegno collettivo contro la barbarie e il terrore nazifascista. Ogni anno Cotignola celebra la memoria di quella generosa rete di accoglienza, che viene ora raccontata anche in un documentario, «Cotignola, il paese dei Giusti», realizzato da Nevio Casadio, giornalista vincitore del Premio Ilaria Alpi. Il documentario è stato presentato ieri in anteprima nazionale a Cotignola, presso l’Istituto Comprensivo “Don Stefano Casadio”, e andrà in onda domani su Rai 3 alle ore 10, nella puntata de "La storia siamo noi" di Gianni Minoli, in occasione della “Giornata dei Giusti” istituita dal Parlamento europeo nel 2012.
Con l’ausilio di interviste, di immagini di repertorio e di ricostruzioni storiche, vengono ripercorsi gli eventi di quei giorni e la storia dei quattro Giusti tra le Nazioni di Cotignola. Due coppie di italiani del 1943 che sentirono il dovere di agire, mettendo a rischio la propria vita, per salvare i connazionali ebrei dalla deportazione: il commissario prefettizio Vittorio Zanzi e la moglie Serafina e il pittore e insegnante Luigi Varoli e la moglie Anna.

(L'Unione Informa, 5 marzo 2013)

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Storie - Shoah da riscrivere?

di Mario Avagliano

È da riscrivere, o quanto meno da sottoporre a revisione, la storia dell’universo concentrazionario messo in piedi dai nazisti e dai loro alleati durante la Seconda guerra mondiale? Le cifre dei siti utilizzati per perseguitare e uccidere gli ebrei potrebbero essere notevolmente più alte di quanto finora stimato, addirittura più del doppio. È quanto emerge da un nuovo studio realizzato dall'Holocaust Memorial Museum di Washington, di cui ha dato notizia il quotidiano inglese Independent.

La ricerca, chiamata “the Encyclopedia of Camps and Ghettos”, è ancora in corso e sarà terminata e pubblicata solo nel 2025, ma i ricercatori hanno già catalogato i campi di lavoro forzato, di prigionia e di sterminio (e i ghetti) creati dal regime di Hitler e dai Paesi satellite, arrivando a identificare oltre 42.500 siti, rispetto agli oltre 20mila in precedenza conosciuti.
I ricercatori dell'Holocaust Memorial Museum stimano che siano state tra 15 e 20 milioni le persone che vennero uccise o imprigionate nei centri allestiti dai nazisti o dai governi alleati nei Paesi occupati, dalla Francia alla Romania, compresa l’Italia.
«I risultati della nostra ricerca sono scioccanti - ha dichiarato all'Independent Geoffrey Megargee, direttore dello studio - abbiamo messo insieme i numeri che nessuno aveva registrato finora, anche quelli riguardanti il sistema dei campi che erano stati studiati finora, e molti di questi non risultavano. C'è una tendenza a vedere l'Olocausto solo come Auschwitz e forse qualche altro posto, mentre è importante capire che il sistema era molto grande e complesso, che molte più persone ne erano a conoscenza e vi hanno preso parte, che rivestiva un ruolo centrale nel sistema di potere nazista e inoltre che diversi Paesi avevano una propria rete di campi».
I punti interrogativi sono però molti. Si tratterà di capire i criteri di catalogazione adottati dall'Holocaust Memorial Museum e le categorie di prigionieri e perseguitati inclusi nel database. Insomma, la ricerca continua.

(L'Unione Informa, 12 marzo 2013)

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Storie - La guerra di Claudio, il finanziere buono

di Mario Avagliano

Nel pieno della bufera razzista e della caccia agli ebrei, in Italia vi furono funzionari delle forze dell’ordine che con dignità, altruismo e coraggio si opposero al disegno nazifascista. Una figura poco conosciuta è quella del finanziere Claudio Sacchelli, al quale di recente il Museo Storico della Guardia di Finanza ha dedicato una monografia, “La guerra di Claudio”, a cura di Luciano Luciani e Gerardo Severino.

Sacchetti, dopo l’8 settembre del 1943, trovandosi di stanza a Villa di Tirano, in Valtellina, in territorio di frontiera, aderì alla brigata partigiana locale “Gufi” e collaborò con l’organizzazione clandestina di assistenza agli ebrei messa su da Armida Morelli e Arturo Borserini, aiutando diversi perseguitati politici e molti profughi ebrei, quasi tutti provenienti da Balcani e internati tra il 1941 e il 1943 ad Aprica, ad espatriare nella vicina Svizzera, per sfuggire alla cattura da parte delle SS e della polizia fascista. Il finanziere inoltre ospitò e nascose a casa sua due anziani coniugi israeliti, facendoli passare per i genitori della moglie.
La sua attività “antitedesca e antifascista” purtroppo fu scoperta, forse su delazione anonima, e il 7 aprile 1944 Claudio Sacchetti fu arrestato dalle autorità tedesche e rinchiuso in carcere. Quindi fu deportato nel campo di concentramento di Fossoli, il 21 luglio trasferito a Bolzano, nel blocco D, destinato ai deportati politici con il triangolo rosso, e infine il 5 agosto destinato al lager di Mauthausen, dove morì il 1° maggio 1945, pochi giorni prima della liberazione.
A Claudio Sacchetti è stata concessa l’anno scorso la medaglia d’oro al merito civile alla memoria dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Un partigiano da ricordare, alla vigilia del 25 aprile.

(L'Unione Informa, 23 aprile 2013)

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Storie – Papa Francesco pronto ad aprire gli archivi vaticani su Pio XII?

di Mario Avagliano

Papa Francesco sarebbe pronto ad aprire gli archivi del Vaticano relativi al pontificato di Pio XII durante la seconda guerra mondiale, cioè per il periodo che va dal 1939 al 1945, mettendo la documentazione a disposizione degli studiosi. Lo ha affermato il rabbino Abraham Skorka, rettore del seminario rabbinico Latino-americano in Argentina e grande amico di Jorge Mario Bergoglio, in un’intervista alla rivista inglese The Tablet (ripresa dal quotidiano The Telegraph). «È una questione terribilmente delicata, ma lui dice che deve essere indagata a fondo», ha detto Skorka, aggiungendo: «Non ho alcun dubbio che egli si muoverà per aprire gli archivi».
Le dichiarazioni di Skorka, rilanciate in Italia dal giornalista Francesco Peloso della rivista on line Linkiesta, sono importanti, anche perché il rabbino è autore insieme all’ex arcivescovo di Buenos Aires di un libro intervista, intitolato “Il cielo e la terra”, nel quale si tocca anche il tema della Shoah e delle responsabilità della Chiesa. In queste pagine, a Skorka che solleva interrogativi sull’operato di Pio XII, Bergoglio risponde difendendo il papa ma anche concordando con il rabbino sulla necessità di aprire gli archivi sulla seconda guerra mondiale: «Quello che lei dice sugli archivi della Shoah mi sembra giustissimo. È giusto che si aprano e si chiarisca tutto. Che si scopra se si sarebbe potuto fare qualcosa e fino a che punto. E se abbiamo sbagliato in qualcosa dovremmo dire: “Abbiamo sbagliato in questo”. Non dobbiamo avere paura di farlo. L’obiettivo deve essere la verità».

(L'Unione Informa, 30 aprile 2013)

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Album di famiglia con nazi-genitori

di Mario Avagliano

Che cosa hanno in comune il fine intellettuale Günter Grass, premio Nobel della letteratura, e l’ispettore di polizia Derrick, alias Horst Tappert, l’attore che lo ha interpretato nelle celebre serie tv andata in onda dal 1974 al 1998? Entrambi avevano un passato nazista. E anche l’alter ego dell’ispettore, al pari di Grass, a venti anni fece parte delle SS, come ha riportato qualche giorno fa il Frankfurter Allgemeine Zeitung.

La notizia non deve aver sorpreso più di tanto i tedeschi, giunta com’è a cavallo dell’inaspettato successo della fiction Unsere Mütter, unsere Väter, ovvero Le nostre madri, i nostri padri, trasmessa sullo Zdf, il secondo canale tv tedesco, che secondo il settimanale Der Spiegel, grazie ad una martellante pubblicità, è già stata vista da più di 20 milioni di telespettatori.
Tre puntate dirette dal giovane regista Philipp Kadelbach, per un totale di 270 minuti, che hanno scosso il pubblico e provocato i commenti di critici cinematografici e di storici, provando a raccontare il passato scomodo e la complicità ai crimini del nazismo da parte dei tanti mamma e papà dei tedeschi di oggi. Sulla scia della serie tv, il popolare giornale berlinese Bz ha pubblicato tre pagine di confessioni di cento cittadini della capitale sotto il titolo “Cosa hai fatto tu”, illustrato da un elmetto con la svastica nazista.
Nel dopoguerra il processo di Norimberga condannò a morte i capi del nazismo, attribuendo le responsabilità essenzialmente ad Adolf Hitler e ai gerarchi del partito e delle SS. E così a lungo la storiografia tedesca ha ignorato le colpe della popolazione e perfino della Wehrmacht, l'esercito.
La correzione di rotta degli storici, che nell’ultimo ventennio hanno approfondito con studi, convegni e mostre il rapporto morboso che legò i tedeschi al nazismo, ora approda anche in tv. Il successo di pubblico della serie televisiva è nell’aver saputo confezionare, con i cliché di una normale fiction, un prodotto che mischia eventi storici reali e vicende private romanzate, narrando gli eccidi di civili compiuti dalla Wehrmacht sul fronte orientale e la complicità dei normali cittadini allo sterminio degli ebrei.
La fiction segue le vicende di cinque giovani berlinesi, tre ragazzi e due ragazze, che si trovano di fronte alle barbarie dei loro connazionali nazisti. Il messaggio di fondo è che le colpe non riguardarono solo i governanti di allora. I cattivi non furono sempre dei mostri riconoscibili, ma in moltissimi casi erano cittadini comuni, come aveva già scritto Hanna Arendt nel suo libro La banalità del male. Così nel film la bella e seducente infermiera, che all’apparenza sembra simpatica e dolce, non esita a denunciare la sua dottoressa perché ebrea, causandone la deportazione ad Auschwitz.
La serie televisiva ha anche provocato una polemica internazionale. I partigiani polacchi, infatti, vi vengono infatti dipinti come antisemiti, permettendo ad esempio che un treno proceda verso i campi di concentramento, nonostante intuiscano la presenza di ebrei sui vagoni. Alcune associazioni polacche hanno rivolto un appello al ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski, chiedendo di adottare misure decise contro la diffusione di questa "serie televisiva diffamatoria". E il settimanale Uwazam Rze, in segno di protesta, ha sbattuto in copertina un fotomontaggio irriverente della cancelliera Angela Merkel vestita col pigiama a righe dei deportati nei lager e con il filo spinato sullo sfondo, titolando: "Falsificazione della storia: come i tedeschi si sono resi vittime della seconda guerra mondiale”.
Le polemiche hanno indotto l'ambasciatore polacco in Germania, Jerzy Marganski, a scrivere una lettera alla Zdf in cui spiega che "l'immagine della Polonia e della resistenza polacca agli occupanti tedeschi, così come raccontata dalla serie, è stata percepita dai cittadini polacchi come ingiusta e offensiva" e lamentando l’omissione di qualsiasi riferimento alla rivolta di Varsavia del 1944, in cui duecentomila civili polacchi persero la vita, di cui molti prestarono aiuto agli ebrei.
In Italia, Einaudi propone proprio ora il libro dello storico tedesco Götz Aly Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? (pp. 284, euro 32), in cui tira in ballo il passato nazista di suo padre Ernst e dei suoi nonni e zii, spiegando attraverso le proprie vicende familiari come i tedeschi hanno sostenuto fino all’ultimo Hitler ed erano partecipi della Shoah. Da parte sua il settimanale inglese The Economist, in un articolo intitolato “Bentornati al Terzo Reich”, si interroga sullo strano fenomeno della ricomparsa sulla tv tedesca di veterani della seconda guerra mondiale che, dopo il successo di Le nostre madri, i nostri padri, sono invitati sempre più spesso nei talk show per raccontare il loro disagio e come fossero stati “costretti” a uccidere ebrei.

(Il Mattino, 3 maggio 2013)

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