Storie – L’estate del 1938 e il mondo in frantumi

di Mario Avagliano

   “Quell’estate del 1938 è stata anche l’ultimo periodo passato insieme a divertirsi, senza preoccupazioni e con il solo pensiero di quanto la vita abituale poneva loro davanti: la scuola, le amicizie, le prime simpatie amorose. Proprio per questo se la ricordano così bene. Da quel momento in poi, cambierà tutto: il mondo che conoscevano e su cui avevano costruito i loro progetti di futuro si frantumò, d’improvviso”. È un brano del bel libro Ci sarebbe bastato di Silvia Cuttin (Epika Edizioni, pp. 335), che sarà presentato a Torino il 6 dicembre alle ore 18, presso il Centro Sociale della Comunità Ebraica.

Questo volume racconta l’intreccio e la vita di tre cugini (Martino, Ladislao detto Laci e Andreas detto Andi) e delle loro famiglie, i Lager e i Goldstein, nella Fiume liberale e cosmopolita di oltre un secolo fa. Silvia Cuttin, il cui nonno da parte materna è un Lager, è andata sulle tracce della storia dei tre giovani e delle assurde traversie a cui sono stati costretti dopo l’abominio delle leggi razziali del 1938, facendo i conti ogni giorno con la persecuzione, la cattiveria della società e il forzato esilio, fisico o morale.
Ne è venuto fuori un saggio con l’andamento narrativo di un romanzo, scritto in prima persona, il cui pregio maggiore è la partecipazione del lettore a tutte le fasi della ricerca e allo sviluppo delle vicende, con la diaspora delle due famiglie, che si dividono tra Italia, Palestina, Svizzera e Stati Uniti d’America.
Un libro che è anche una lancinante riflessione sul destino individuale. Il destino imposto a tre ragazzi che avevano l’unico torto di essere di origine ebraica. Martino finirà ad Auschwitz, da cui miracolosamente tornerà. Laci si rifugerà in Svizzera. Andi, trasferitosi in America, si arruolerà nella 10tg Mountain Division e parteciperà alla campagna per la liberazione d’Italia, morendo a Sassomolare, sull’Appennino, colpito da una granata, mentre soccorreva dei commilitoni.
L’ultima pagina del libro ritorna con commozione all’agosto del 1938, a Medea (Medveja), una località marina vicino a Fiume. L’ultima estate di giochi, di sogni e di serenità dei tre cugini, la cui vita di lì a poco sarebbe per sempre cambiata

(L'Unione Informa, 4 dicembre 2012)

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Storie – L’eclettico Walter e gli altri Benjamin

di Mario Avagliano

   Il ricordo dei Benjamin non può ridursi solo all’eclettico Walter, uno degli intellettuali più importanti del secolo scorso, suicidatosi tragicamente nel settembre 1940 a Port Bou, al confine tra Francia e Spagna, mentre fuggiva da una tetra Parigi, occupata dai nazisti. All’epoca Walter fu pianto da tutti i suoi amici, da Hannah Arendt a Bertolt Brecht. Ma la storia degli altri componenti di questa famiglia di ebrei tedeschi è altrettanto interessante, come racconta il libro “I Benjamin”, dello studioso Uwe-Karsten Heye (Sellerio, pp. 333).

Scopriamo così che il fratello Georg, medico comunista, fu deportato nel lager di Mauthausen, dove fu assassinato nel 1942, spinto dai carcerieri contro la recinzione elettrificata. La sorella Dora, apprezzata pedagogo, comunista anche lei, che scrisse testi sulla condizione dei bambini poveri che restano tuttora validi, emigrò a Parigi nel 1933, fu rinchiusa nei campi francesi ma riuscì a sfuggire alla Gestapo e a riparare in Svizzera, dove morì per un cancro nel 1946. Infine la cognata Hilde, avvocato, moglie del fratello Georg, con il figlio Michael, visse per dodici anni nel terrore. I nazisti le impedirono di esercitare la professione e il figlio venne schedato come “meticcio” e non poté frequentare le scuole.
Nel dopoguerra Hilde aderì alla Ddr, dove fu vicepresidente della Corte Suprema e poi ministro della Giustizia, in prima linea nel processo di denazificazione della Germania orientale, implacabile contro i criminali nazisti che condannò a morte.
Hilde era definita sprezzantemente “la sanguinaria” dai tedeschi dell’ovest, che non avevano provveduto ad un’analoga pulizia. Adenauer, infatti, in nome della guerra fredda, consentì nei gangli dello Stato la presenza di molti nazisti non pentiti: magistrati, funzionari, ufficiali di polizia e dell’esercito, ma anche giornalisti ed editori.

(L’Unione Informa e Moked.it del 3 novembre 2015)

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Storie – Eva Fisher e il francobollo del 16 ottobre 1943

di Mario Avagliano

È scomparsa questa mattina a Roma la grande artista Eva Fischer, nel suo attico a Trastevere, circondata dall'affetto del figlio Alan David Baumann e della compagna di questi Grazia Malagamba. Domani alle 12 si terrà il funerale a Prima Porta. Nel 1993 la Fisher creò e donò alle Poste un disegno in ricordo del 16 ottobre 1943, data della prima deportazione perpetrata a Roma dai nazisti. L’anno dopo le Poste Italiane pregarono Eva di rappresentare, 50 anni dopo, alcuni degli eventi tragici verificatisi in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, dall’eccidio delle Fosse Ardeatine alla strage di Marzabotto. Ne è nata una serie di francobolli davvero straordinaria.

Eva Fischer nacque a Daruvar (nella ex Jugoslavia) nel 1920, da famiglia ungherese. Il padre Leopoldo, rabbino capo ed eccellente talmudista, venne deportato dai nazisti. Furono più di trenta i familiari di Eva scomparsi nei lager.
Dopo l’occupazione italiana della Jugoslavia, attorno al 1941, insieme alla madre e al fratello minore, Eva venne internata nel campo di Vallegrande (Isola di Curzola) sotto amministrazione italiana. Si trasferì poi con i familiari a Spalato e quindi a Bologna, dove nel 1943 si nascosero sotto il falso nome di Venturi. A salvarli fu determinante l'aiuto di alcuni antifascisti: Wanda Varotti, Massimo Massei ed altri ancora del Partito d'Azione.
A guerra finita Eva Fischer scelse Roma come sua città d'adozione ed entrò a far parte del gruppo di artisti di Via Margutta, frequentando Mafai, Guttuso, Campigli, Carlo Levi, Corrado Alvaro e tanti altri.
Intensa fu l'amicizia con De Chirico, Sandro Penna, Giuseppe Berto, Alfonso Gatto e poi con alcuni artisti internazionali, da Dalì a Picasso e Marc Chagall.
Negli anni successivi Eva Fischer espose i suoi quadri in tutto il mondo, da Londra a Parigi, da Madrid a Israele, dove dipinse mirabili tele di Gerusalemme e Hebron (molto note sono le vetrate del Museo israelitico di Roma) fino agli Usa, dove ebbe come collezionisti gli attori Humphrey Bogart ed Henry Fonda.
Proprio l’anno scorso, in occasione del 70° anniversario della Shoah in Ungheria, la Fisher ha tenuto presso l’Accademia d’Ungheria a Roma la mostra “Camminando nella valle dell’ombra…”, che raccoglieva i dipinti sull’Olocausto da lei realizzati tra i1 1946 e il 1989 e che non aveva mai voluto mostrare a nessuno, neppure a suo marito o a suo figlio. «Comprensibile ritegno a mostrare la parte più profonda del suo animo», ha scritto a questo proposito Elio Toaff.

(L’Unione Informa e Moked.it del 7 luglio 2015)

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Storie – Il «marrano» che finì ad Auschwitz

di Mario Avagliano

Nella prima edizione del 1905 del suo celeberrimo «Dizionario moderno» Alfredo Panzini definitiva «marrano» l’ebreo convertito al cristianesimo, «poco fidato perché in segreto fedele al giudaismo». Un termine usato in senso dispregiativo e che era rivelatore di una certa dose di antisemitismo già presente nella cultura e nella società italiana del primo Novecento.
L’utilizzo in senso dispregiativo fu accentuato alla fine degli anni Trenta, quando diversi ebrei italiani o residenti in Italia, prima e dopo l’approvazione delle leggi razziste di marca fascista, si battezzarono, oppure ancora minorenni furono battezzati dalle famiglie, non certo per solide convinzioni religiose ma nel solo intento di sfuggire alle persecuzioni. Un’illusione, perché l’antisemitismo aveva radici biologiche più che fideistiche o spirituali. E tanti ebrei convertiti finirono ugualmente ad Auschwitz.

Una di queste storie, come scrive Luigi Accattoli nel suo blog, è raccontata da Bruno Bartoloni, vaticanista di lungo corso per il Corriere della Sera, nel libro «Le orecchie del Vaticano» (Mauro Pagliai editore, pp. 252). Figlio di un giornalista italo-argentino (anche lui corrispondente dalla Santa Sede) e di un’ebrea tedesca, Bartoloni narra che il «nonno Fritz divenne un “marrano” insieme a mia nonna Hilde nella speranza di salvarsi. Avevano seguito l’esempio di mia madre Marianne che per potersi sposare con mio padre si era fatta battezzare dal cardinale Eugenio Pacelli (…). Si fecero battezzare ma so per certezza che fu per necessità. Fui battezzato anch’io per la stessa necessità e non certo per mia scelta.
Dopo l’occupazione di Roma da parte dei tedeschi, il nonno Fritz per intercessione del Vaticano si nascose presso i collegi pontifici, nelle vicinanze di Santa Maria Maggiore. Lì fu catturato dalla banda Koch nel corso della retata del dicembre 1943, che portò al fermo di alcuni oppositori politici e di alcuni ebrei, poi deportati dai nazisti in Polonia. Bartoloni riassume così il suo dramma: «Lo sfortunato Fritz Warschauer dovette fuggire da Berlino perché ebreo, si dovette nascondere a Roma perché ebreo, trovò un rifugio perché cattolico ma fu preso come “politico” e morì ad Auschwitz bollato due volte con il duplice marchio di ebreo e di oppositore politico».
Un dramma individuale che ha spinto il nipote a «recuperare con orgoglio il nobile titolo di marrano», facendo coincidere con il 7 luglio 1944 il giorno della sua integrazione «in questa sospetta categoria». Infatti fu proprio in quel giorno, «voglio credere al tramonto», che il nonno materno di Bruno, il tedesco Fritz Warschauer, morì di stenti nel blocco 19 di Auschwitz. «Da quel 7 luglio dunque sono tornato a essere un ebreo, anche se marrano come mio nonno. Recuperare l’identità ebraica mi è sembrato un piccolo contributo di riparazione ideale all’intreccio di violenze e di ingiustizie delle quali mio nonno è stato vittima, compresa la mortificazione di farsi battezzare, spinto dal ricatto di una possibile sopravvivenza».

(L'Unione Informa, 18 dicembre 2012)

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Storie – Sam Pivnik e le storie infinite di Auschwitz

di Mario Avagliano

Auschwitz ha smesso di parlare all'oggi? No, e forse non lo farà mai. E fin quando ci saranno sopravvissuti o parenti prossimi di coloro che sono finiti dentro quell'inferno, continueranno ad emergere storie dalla "notte e nebbia" del passato, infrangendo la direttiva nazista che voleva cancellare dalla faccia della terra ogni traccia del passaggio nei lager di milioni di esseri umani.
Una di queste vicende, mai prima di ora raccontate, è quella di Sam Pivnik, figlio di un sarto ebreo, nato a Bedzin in Polonia, che il 1° settembre 1939, giorno del suo tredicesimo compleanno, quando i nazisti invadono il suo Paese, vede spazzata ogni possibilità di futuro. Da quel momento, si legge in «L’ultimo sopravvissuto» (Newton Compton Editori, 326 pagine), il suo libro di memorie appena uscito in Italia, cessa la sua vita normale: conosce il ghetto, i divieti imposti dai tedeschi, il coprifuoco, gli stenti, il terrore per le strade. A seguito di un rastrellamento, tutta la sua famiglia viene deportata ad Auschwitz-Birkenau. Lui è l’unico, insieme al fratello Nathan, a sfuggire alle camere a gas.
Quando Mengele passa in infermeria a selezionare gli ebrei destinati alla morte, il suo dito punta verso il ragazzo polacco, ma Sam si butta ai suoi piedi, inonda di lacrime i suoi stivali, piange, pregandolo di risparmiarlo o di ucciderlo con un colpo di pistola, invece di mandarlo nelle camere a gas. E incredibilmente Mengele lo lascia in vita.
Sopravvissuto alle crudeltà delle SS e dei Kapo, ai lavori forzati nella miniera Fürstengrube e alla “marcia della morte” nel rigido inverno polacco, Sam è infine il 3 maggio 1945 tra i prigionieri sulla nave Cap Arcona, bombardata dalla Royal Air Force, convinta che fosse carica di soldati nazisti che tentavano di fuggire in Norvegia. Ma ancora una volta, miracolosamente, riesce a salvarsi.
Nel dopoguerra Sam si trasferirà a Londra dagli zii e parteciperà alla guerra d’indipendenza del 1948, come membro del Machal, i Volontari per Israele.
Resta da chiedersi perché ha raccontato la sua storia soltanto ora. “E’ una domanda semplice, ma la risposta non lo è – scrive lui stesso -. Quando sono arrivato a Londra dopo la guerra nessuno voleva più sentire di quello che era successo (…) La coscienza mi chiese di dimenticare, di costruirmi una nuova vita, Quello che voi leggerete una o magari due volte in questo libro è ciò che io rivivo ogni giorno e ogni notte della mia vita. Come ogni altro sopravvissuto all’Olocausto. Non è una lamentela. Non lo faccio per essere compatito. È un fatto. E un altro fatto è che un giorno ho capito che dovevo raccontare questa storia. Ufficialmente e poi stamparla. Perché ogni storia dell’Olocausto dovrebbe essere raccontata”.

(L'Unione Informa, 25 dicembre 2012)

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Storie – Quel treno che arriva dall’inferno dell’Europa del 1942

di Mario Avagliano

Giugno 1942. Un treno carico di militari dell’Armir, il corpo di spedizione italiano in Russia, partito da Bologna e diretto a Stalino, in Ucraina, incrocia alcuni convogli di civili che viaggiano in senso opposto. Il sottotenente genovese Enrico Chierici, della Sezione fotografi dell’Ottava Armata, filma la scena con la sua cinepresa personale, formato 9,5. Il filmato, della durata di 20 minuti, restaurato da Home Movies, l’archivio nazionale del film di famiglia, con la collaborazione dell’Istituto Parri, è stato presentato nel capoluogo emiliano il 12 gennaio.

Le immagini inedite arrivano dal cuore dell’Europa durante il secondo conflitto mondiale. A Bobruisk, in Bielorussia, il treno è piantonato da soldati tedeschi. Sui vagoni e sul marciapiede s’intravedono diverse famiglie: uomini, donne, ragazzi. Si tratta di ebrei? O di deportati civili? La mancanza della stella gialla sugli abiti e il fatto che i carri non siano piombati, ha dichiarato Marcello Pezzetti a Paolo Brogi sul “Corriere della Sera”, porterebbe ad escludere la prima ipotesi.
Comunque sia, questo filmato che spunta dal lontano passato è l’occasione per aprire una questione storiografica interessante. Nei territori dell’ex Unione Sovietica i nostri militari vennero per la prima volta a contatto con il dramma della Shoah e con la violenza dei tedeschi nei confronti degli ebrei. E quando tornarono a casa, rivelarono ai familiari e ai commilitoni quello che avevano visto: fucilazioni, deportazioni, stragi.
Le informative degli agenti dell’Ovra, gli spioni del regime, testimoniano abbondantemente le parole dei soldati italiani al loro rientro in patria. Anche attraverso questa fonte diretta (oltre che dalle relazioni di alcuni diplomatici), il regime di Mussolini conosceva la sorte degli ebrei che finivano nelle mani dei nazisti.
E a quanto pare l’archivio del fotografo Chierici, scomparso nel 2001, contiene nuovo materiale ancora da esaminare. Altre storie da quegli anni terribili, altri volti, altre immagini dell’Europa funestata dalla guerra, dalla crudeltà e dall’antisemitismo.

(L'Unione Informa, 15 gennaio 2013)

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Storie - Il Giorno della Memoria e l’eccesso di retorica

di Mario Avagliano

Anche quest’anno in tutta Italia la Memoria della Shoah torna protagonista, con un profluvio generoso di pubblicazioni, di convegni e di manifestazioni di vario tipo, nelle scuole, nei teatri, nei centri sociali e nei luoghi istituzionali. E proprio in questi giorni la direzione del museo del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, fa sapere che nel 2012 ha raggiunto la quota record di 1,43 milioni di persone.
La positiva attenzione di queste settimane intorno alle tematiche della Shoah, della deportazione politica e dell’internamento militare (oggetto della legge del 2000 istitutiva del Giorno della Memoria) non può oscurare il duplice timore legato all’andamento di queste celebrazioni.

Il primo timore è l’eccesso di retorica. Le vicende di quel tempo sono così crude e cariche di per sé di drammaticità, che occorrono misura e pudore nel raccontarle, evitando aggettivi inutili. Invece spesso educatori, associazioni, politici, studiosi rischiano, in buona fede o per ignoranza culturale, di appesantire le iniziative con un surplus di generica enfasi e di ripetitivi luoghi comuni (ne costituiscono un classico esempio le frasi “per non dimenticare” e “perché non si ripeta più”, ormai usurate dal troppo abuso). Con l’effetto opposto a quello voluto: collocare la persecuzione e la deportazione in una sfera “altra”, quasi irreale, allontanando adulti e ragazzi dalla comprensione di quanto accaduto.
Il secondo timore è quello evidenziato, con la consueta lucidità, da David Bidussa: l’eccesso di memoria. Inteso non come eccesso di testimonianze (anzi, purtroppo, piangiamo tutti la perdita nell’ultimo anno di molti importanti Testimoni), ma come esagerazione dell’utilizzo della dimensione del racconto a scapito dell’esame dei documenti e dell’approfondimento e dell’analisi dei fatti storici. Giustamente Bidussa avverte che “Non occorre più memoria. Occorre più storia”. È faticoso lo sforzo di contestualizzare e di interpretare il passato, interrogando i documenti e le stesse testimonianze. Ma è l’unica strada per non seppellirlo sotto un rumore apparentemente utile, ma nella sostanza caotico e assordante.

(L'Unione Informa, 22 gennaio 2013)

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Leggere per ricordare testimonianze e nuovi saggi sulla Shoah

di Mario Avagliano

Auschwitz e la Shoah smetteranno mai di parlare alle nostre coscienze? La ferita è ancora troppo aperta nella carne viva del mondo occidentale, tra rigurgiti di antisemitismo e albe dorate di marca neonazista. Per questo il mondo della cultura e la storiografia continuano ad occuparsene e ogni gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, nelle librerie arrivano decine di saggi e di testimonianze sull'argomento.
È difficile per la quota crescente di lettori interessati orientarsi nel mare magnum delle pubblicazioni. Ecco una guida.

Il negazionismo
In Italia e nel mondo il negazionismo della Shoah ha ricevuto nuova linfa dall’antisemitismo di marca islamista e dall’universo magmatico di Internet. Per lo storico Claudio Vercelli, che a Faurisson ed eredi dedica il saggio Il negazionismo. Storia di una menzogna (Laterza, pp. 224, euro 20), fino agli Settanta i negazionisti erano una presenza marginale, legata all’estrema destra radicale Ora però la loro visibilità è notevolmente aumentata ed è cresciuta la rete di coloro che sostengono le camere a gas e i forni crematori non sono mai esistiti. Un’analisi indispensabile per comprendere i rischi che corre la memoria collettiva della Shoah.

La Shoah dei bambini
La storia della persecuzione antiebraica attuata dal fascismo tra il 1938 e il 1945 ci è ormai ben nota, ma raramente ci si è soffermati a riflettere su cosa abbiano significato quei tragici sette anni per i bambini ebrei, allontanati da scuola, testimoni impotenti della progressiva emarginazione sociale e lavorativa dei genitori, quando non della distruzione e dell'eliminazione fisica della propria famiglia. Lo ha fatto Bruno Maida in La Shoah dei bambini. La persecuzione dell'infanzia ebraica in Italia (Einaudi, pp. 346, euro 29). I primi provvedimenti razziali del regime fascista riguardarono proprio i bambini ebrei, vittime tra le vittime. Maida, utilizzando sapientemente due registri, quello narrativo e quello storiografico, ne ripercorre le vicende, attento a cogliere non solo lo sguardo che l'infanzia ebbe di fronte al turbinio dei fatti, ma la portata politica di una ferita impossibile da sanare.

Gli ultimi testimoni
Pare incredibile, ma a circa settant’anni di distanza, dall’inferno di Auschwitz continuano ad emergere testimonianze dalla "notte e nebbia" del passato, infrangendo la direttiva nazista che voleva cancellare dalla faccia della terra ogni traccia del passaggio nei lager di milioni di esseri umani.
Una vicenda mai prima di ora raccontata è quella di Sam Pivnik (L’ultimo sopravvissuto, Newton Compton, pp. 326, euro 9,90), figlio di un sarto ebreo, nato a Bedzin in Polonia, il quale il 1° settembre 1939, giorno del suo tredicesimo compleanno, quando i nazisti invadono il suo Paese, vede spazzata ogni possibilità di futuro e deportato con la famiglia ad Auschwitz, è l’unico, insieme al fratello Nathan, a sfuggire alle camere a gas.
Non si conosceva neppure la storia di Millie Werber (La sposa di Auschwitz, Newton Compton, pp. 288, euro 9,90), scritta a quattro mani con Eve Keller. Millie ha quattordici anni quando i nazisti invadono la Polonia e la sua città, Radom, viene trasformata in un ghetto, mentre la fabbrica locale diventa un campo di concentramento. Qui la ragazza conosce Heniek, ebreo costretto a collaborare con le SS. I due si scambiano le fedi e una promessa d’amore eterno. Il loro matrimonio, però, dura ben poco: Heniek viene tradito da un altro ebreo e fucilato dai nazisti. A Millie non resta che farsi forza e lottare a ogni costo per sopravvivere e per affrontare l’orrore di Auschwitz. Anni dopo, per la Werber arriverà il momento di rifarsi una vita in America accanto a un altro uomo, il secondo marito, Jack. Eppure il ricordo di Heniek – il primo, grande amore – l’accompagnerà per sempre, proprio come l’anello che lui le aveva donato nel ghetto di Radom.

I documenti della persecuzione
Le lettere e i diari del periodo della persecuzione sono tra gli scritti più interessanti per penetrare nel vivo del dramma degli ebrei.
Parole Trasparenti. Diari e lettere 1939-1945 (Il Mulino, pp. 352, euro 25), a cura di Daniele Finzi, racconta la storia sorprendente, intensa e a tratti tenera, di due giovani sposi ebrei, Adele Foà ed Ettore Finzi, che decidono, nell’Italia del 1939, di lasciare il loro paese raggiungendo la Palestina per sfuggire alle persecuzioni razziali. Le vicende che si susseguono da quell’anno fino al 1945 vengono ricostruite attraverso un fitto epistolario.
La lunga strada sconosciuta (Marlin, pp. 228, euro 16) di Roberto Lughezzani ricostruisce la vicenda di una famiglia ebrea che la persecuzione nazifascista e la seconda guerra mondiale separano brutalmente, costringendo i suoi membri a vivere in tre angoli diversi d’Europa: Austria, Cecoslovacchia e Italia. Alla caccia all’uomo scatenata dai tedeschi sopravviverà solo il giovane Heinz, che resterà fino all’ultimo il custode delle memorie familiari, il depositario delle lettere straordinarie che i suoi gli avevano scritto negli ultimi anni di vita. Messaggi che si leggono con viva commozione e, contro ogni forma di negazionismo, testimoniano la ferocia con cui il nazismo infierì su milioni di esseri umani, di null’altro colpevoli che di essere ebrei.

(Il Messaggero, 25 gennaio 2013)

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