Quando Mussolini incantò Hemingway

di Mario Avagliano
 
Il grande bluff del fascismo e di Benito Mussolini abbagliò non solo milioni di italiani, ma anche buona parte della stampa internazionale (oltre che politici di lungo corso o alle prime armi, da Winston Churchill al giovane John Kennedy). I corrispondenti americani nel Belpaese, dopo la marcia su Roma, per diversi anni fecero a gara a intervistare il dittatore italiano ed espressero la loro ammirazione per il duce dal “famoso cipiglio stampato sul volto”, come lo definì nel 1923 lo scrittore Ernest Hemingway, futuro premio Nobel per la letteratura.
 
Lo stesso Hemingway, che anni più tardi in Spagna si scaglierà con veemenza contro i fascisti di Franco, già nel giugno del 1922, dalle colonne del “Toronto Daily Star”, aveva difeso Mussolini dagli attacchi di violenza politica: “È un uomo grande, dalla faccia scura, con una fronte alta, una bocca lenta nel sorriso e mani grandi, non è il mostro che è stato dipinto, non è come viene descritto, non è un rinnegato socialista, ha avuto molte buone ragioni per lasciare il partito”.
 
E se Hemingway fu tra i primi a capire chi fosse realmente Mussolini e a ritrattare le sue posizioni, stigmatizzandolo come «il più grande bluff d’Europa», ci fu invece chi rimase a lungo ottenebrato dal duce e ne tessé le lodi fino alla vigilia della seconda guerra mondiale, come racconta il saggio di Mauro Canali intitolato “La scoperta dell’Italia” (Marsilio, pp. 480), vincitore del Premio Fiuggi Storia.
 
In effetti il movimento fascista, inventato in Italia (spesso ci si dimentica di questo non invidiabile primato nazionale) e poi esportato all’estero, fenomeno nuovo e sconosciuto alla cultura politica del mondo occidentale, si rivelò agli occhi della stampa estera un enigma difficile da decifrare e narrare. E diversi giornalisti presero lucciole per lanterne, ignorando la soppressione delle libertà imposta dal regime fascista ed arrivando ad attribuire a Mussolini una riforma del capitalismo unita all’umanitarismo sociale, almeno prima che la guerra in Etiopia e le leggi razziste del 1938 rivelassero la vera identità del fascismo.
 
Furono numerose le testate statunitensi, dal Chicago Daily News al Chicago Tribune, dal Public Ledger di Filadelfia al New York Herald Tribune al New York Times, che ospitarono articoli favorevoli al fascismo, come risulta dalla ricerca di Mauro Canali. Anzi l’arrivo al potere del fascismo indusse molte agenzie e giornali ad aprire uffici di corrispondenza a Roma (sottoposti peraltro a sorveglianza dal regime). II duce venne descritto dai giornalisti americani come un dittatore buono, un vero “Man of People”, un uomo di governo abile, spregiudicato e dinamico, conquistando anche corrispondenti di sicura fede democratica, come Walter Lippmann, vincitore poi di due premi Pulitzer e schieratosi negli anni Sessanta contro la guerra in Vietnam; Ida Tarbell, detta la «rossa radicale» per la vicinanza alle posizioni del movimento socialista americano; Anne O’Hare McCormick, che sul supplemento domenicale del New York Times definì il fascismo giusta espressione della rivolta dei giovani «stanchi degli armeggi dei parlamenti»; e perfino la marxista e femminista Louise Bryant, moglie di John Reed, che era stata con lui in Russia nei giorni della Rivoluzione d’Ottobre.
 
Per molti anni Mussolini, si legge nel saggio di Canali, “godette di grande popolarità presso la stampa americana”, che esaltò il decisionismo, l’iperattivismo e la ferrea volontà del giovane dittatore nell’imporre regole a un popolo che in fondo consideravano anarchico, paragonandolo addirittura a Theodore Roosevelt. Le cause dell’abbaglio? Il merito attribuito al duce di aver salvato l’Italia dal “red scare”, il pericolo rosso, e di averla modernizzata, ma anche la scelta del regime fascista dell’intervento statale nell’economia, sul modello del New Deal di Roosevelt, e della risoluzione dei conflitti sociali attraverso il corporativismo.
 
Ma vi fu anche chi non cadde affatto nella trappola verbale di Mussolini, come il romanziere Francis Scott Fitzgerald, che giunto a Roma nel 1924 con la moglie Zelda, parlò subito di Italia come una terra morta e criticò lo pseudodinamismo del duce, definendolo un “tiranno”.
 
(Il Mattino, 22 febbraio 2018)

1948. Gli italiani nell’anno della svolta

1948. Gli italiani nell’anno della svolta

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

Il Mulino pp. 435 con ill. € 25,00

 

Per l’Italia repubblicana le vicende del 1948 hanno sancito la fine della travagliata transizione dal fascismo alla democrazia e l’inizio di una fase politica nuova. Il voto del 18 aprile rappresentò anche una netta scelta di campo nel bipolarismo della guerra fredda, scelta che non fu messa in discussione neppure dalla grave crisi dell’attentato a Togliatti, che in quello stesso anno portò il paese sull’orlo di un’insurrezione e di una nuova guerra civile. Come vissero gli italiani quel passaggio tumultuoso? Quali ideali li animarono? Quali stati d’animo, passioni e condizionamenti ne indirizzarono l’orientamento politico? Diari, lettere, interviste, relazioni delle autorità e di pubblica sicurezza, carte di partito, documenti internazionali, giornali, volantini permettono di ricostruire il quadro complesso dell’Italia dell’epoca, illuminando anche molte questioni che hanno caratterizzato i decenni successivi, fino ai nostri giorni.

«Un tumulto, un’agitazione, un ondeggiare di folle sempre maggiore, da una piazza all’altra, da un comizio all’altro, e blaterare di altoparlanti, e sbocciare di manifesti l’uno sull’altro, e gualdane di attacchini arditi e petulanti come guerrieri d’assalto…»

Paolo Monelli

 

 

Mario Avagliano, giornalista e storico, collabora alle pagine culturali del «Messaggero» e del «Mattino»; tra i suoi libri: «Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945» (Einaudi, 2006) e «Il partigiano Montezemolo» (Baldini & Castoldi, 2012); Marco Palmieri, giornalista e storico, è autore di «L’ora solenne. Gli italiani e la guerra d’Etiopia» (Baldini & Castoldi, 2015). Insieme hanno pubblicato «Gli internati militari italiani» (2009), «Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia» (2010), «Voci dal lager» (2012), tutti editi da Einaudi, oltre a «Di pura razza italiana. L’Italia “ariana” di fronte alle leggi razziali» (Baldini & Castoldi, 2013) e, per il Mulino, «Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte» (2014) e «L’Italia di Salò» (2016).

1948. Gli italiani nell’anno della svolta. Intervista a Letture.org

Dottor Avagliano, Lei è autore insieme a Marco Palmieri del libro Gli italiani nell’anno della svolta edito dal Mulino: perché possiamo considerare il 1948 un anno di svolta?

Il 1948 è stato un anno cruciale, un autentico spartiacque nella storia politica e sociale italiana. Dopo vent’anni di dittatura fascista, culminati nella disastrosa partecipazione alla seconda guerra mondiale e nella drammatica e feroce guerra civile, l’Italia era un paese materialmente e moralmente devastato, ma con un futuro istituzionale, politico, economico e sociale tutto da costruire davanti a sé. Le laceranti vicende degli anni precedenti, naturalmente, non potevano essere cancellate con un colpo di spugna e in particolare quelle del biennio 1943-45. Il 1° gennaio del 1948 è già un giorno storico, poiché entra in vigore la Costituzione della Repubblica italiana, licenziata a larghissima maggioranza dall’Assemblea Costituente eletta il 2 giugno 1946, contestualmente alla consultazione referendaria che aveva sancito la scelta della forma istituzionale repubblicana rispetto a quella monarchica. È però l’ultimo atto concorde dei partiti protagonisti della Resistenza.

Tuttavia lo spirito costituente di cui il testo è figlio, e che per circa due anni ha animato e appassionato tutte le forze politiche rinate dopo il fascismo, si è ormai esaurito. L’alleanza di governo tra i partiti antifascisti che si è forgiata nella Resistenza e ha contribuito a traghettare il paese verso la libertà e la democrazia, è bruscamente naufragata qualche mese prima, quando il leader democristiano De Gasperi ha estromesso i partiti di sinistra, Pci e Psi, dalla compagine di governo, complice anche il mutato clima internazionale.
Le successive elezioni politiche del 18 aprile 1948, le prime della guerra fredda, insieme al complesso delle vicende che caratterizzano quei mesi, segnano dunque una cesura tra due fasi storiche. Il risultato delle urne consacra la Democrazia Cristiana quale partito centrale del governo per i successivi quarant’anni e definisce il sistema di valori all’interno del quale si svolgeranno di lì in avanti le vicende politiche e socio-economiche dello Stato.

Il 18 aprile 1948, il popolo italiano non è chiamato a scegliere solo fra due coalizioni politiche, ma fra due diversi modelli, due diverse visioni, due ideologie contrapposte e alternative tra loro: Occidente e Oriente, comunismo e democrazia. E vengono raggiunti livelli di tensione e di drammaticità che probabilmente non saranno toccati mai più nella storia successiva repubblicana, la cui evoluzione sarà a lungo condizionata proprio dall’esito e dagli sviluppi del confronto del ’48.
 

Quali vicende accompagnarono la prima campagna elettorale della guerra fredda?
L’8 febbraio 1948, con la pubblicazione del decreto di «convocazione dei comizi» per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, viene fissata la data del 18 aprile per il voto e prende ufficialmente il via una delle più incerte e tese campagne elettorali della storia politica italiana, la prima della guerra fredda. Gli schieramenti contrapposti sono ormai ben definiti: da un lato le forze di sinistra, essenzialmente il Pci e il Psi, riuniti nel Fronte popolare; dall’altro la Dc e i suoi alleati di governo.
Gli italiani che si apprestano ad andare alle urne sono oltre 29 milioni. Il sistema elettorale con il quale si va al voto è proporzionale e, grazie all’introduzione del suffragio universale, sono coinvolti tutti i cittadini maggiorenni (21 anni) di entrambi i sessi. Ne deriva, per i partiti in lizza, la necessità di organizzare una campagna elettorale moderna e di massa, con l’impiego di ingenti risorse, l’utilizzo di svariati mezzi di comunicazione (comizi, manifesti, volantini, lettere, giornali, trasmissioni radiofoniche, produzioni cinematografiche) e la nascita della figura prima sconosciuta del militante, cioè l’attivista del partito impegnato a fare proseliti. La mobilitazione elettorale, inoltre, riguarda tutto il territorio nazionale, dai grandi centri urbani alle campagne più remote. E lo scontro politico assume le sembianze di una radicale e ultimativa scelta di campo, tra opposti inconciliabili – democrazia-comunismo, blocco occidentale-blocco orientale, Usa-Urss, capitalismo-anticapitalismo, cattolicesimo-ateismo – perché, come spiega tra gli altri il dirigente comunista Gian Carlo Pajetta, è «un momento della guerra fredda».

 

Le principali forme di comunicazione e di propaganda sono i comizi, in cui gli oratori tengono accorati e argomentati discorsi sulle proprie ragioni e sui rischi di un’affermazione degli avversari. Ai classici comizi nelle piazze, si aggiungono anche gli incontri con piccoli gruppi di elettori, organizzati o casuali, come i comizi volanti, improvvisati in qualsiasi luogo e momento.

Per affrontarli al meglio, i partiti principali spingono gli attivisti ad imparare a parlare in pubblico, fornendo loro dei manuali o degli schemi tematici per affrontare il contraddittorio con gli avversari. Inoltre si punta molto sulla reiterazione di slogan sintetici, semplici, facili da decodificare e di grande impatto emotivo attraverso altoparlanti fissi e mobili, manifesti, scritte murali e volantini, per far leva sulla sensibilità, l’istinto e la paura (in caso di vittoria degli avversari) più che sulle riflessioni approfondite e per raggiungere un pubblico ampio e trasversale per ceto sociale e livello culturale, analfabeti compresi. Soprattutto al Sud, dove la percentuale di elettori che non sanno leggere e scrivere è più alta, si rivela di grande efficacia il giornale parlato, che permette di diffondere oralmente idee, notizie, programmi e dottrine.

Le foto d’epoca – al netto del sonoro, che s’intuisce – restituiscono un ritratto eloquente: muri tappezzati in ogni dove di manifesti e scritte, piazze gremite di folla che assiste ai comizi con bandiere e cartelli e tutti i punti di ritrovo – dai bar, alle osterie, alle chiese – coinvolti nella lotta. Sui muri, spesso ancora segnati dai bombardamenti, in ogni angolo della penisola, è guerra di manifesti con simboli dei partiti, slogan e vignette satiriche il più delle volte attaccati gli uni sugli altri con la farina di grano al posto della colla sintetica che scarseggia.
D’altra parte l’esito delle urne è incerto. Si arriva al voto con la convinzione diffusa, supportata dai risultati delle precedenti elezioni amministrative in Sicilia, a Roma e a Pescara, che i partiti di sinistra riuniti nel Fronte popolare possano ottenere la maggioranza o comunque un’affermazione talmente decisa da rendere difficile un governo senza di loro, che dall’esecutivo erano stati estromessi nel corso dell’anno precedente dal leader democristiano e presidente del consiglio De Gasperi. Il diffuso disagio sociale ed economico dovuto alla cattiva congiuntura e ai disastri lasciati in eredità dalla guerra sembrano del resto spingere in questa direzione.

 

Come si articolarono l’intervento americano e il Piano Marshall?
Il 5 giugno 1947, in un discorso tenuto in occasione del conferimento delle lauree all’università di Harvard, il segretario di Stato americano George Cattlet Marshall aveva annunciato un colossale piano di aiuti economici per la ricostruzione dell’Europa. La cifra, astronomica per l’epoca, raggiungeva i 12 miliardi di dollari in quattro anni, di cui all’Italia sarebbe toccato circa un miliardo e mezzo di dollari, con cui ricostruire industrie, case, strade, ferrovie, acquedotti e altre infrastrutture distrutte dai bombardamenti. Tuttavia, dopo la rottura con l’Urss, la condizione non scritta ma necessaria per beneficiare delle ingenti risorse americane è la collocazione chiara e stabile del paese nel blocco occidentale guidato dagli Usa, senza rischi di svolte comuniste, a cominciare dal risultato delle elezioni.

L’annuncio del Piano Marshall, dunque, rappresenta un passo ulteriore verso la divisione del mondo in blocchi contrapposti. Il Piano, infatti, se da un lato ha una chiara funzione anti-sovietica, volta a contenere l’espansione della sua sfera d’influenza, dall’altro presuppone la ricostruzione del mondo occidentale sulla base di un modello di capitalismo integrato a guida, immagine e somiglianza di quello americano.

L’influenza americana che gli aiuti materiali contribuiranno ad innescare non sarà solo di natura politica, diplomatica ed economica, ma anche culturale in senso più ampio. Il fascino degli Usa, con la sua conseguente incidenza sulle scelte elettorali degli italiani, infatti, si propaga anche attraverso i miti che si irradiano da oltreoceano, dalle star di Hollywood a quelle della musica, dai romanzi di grande successo come quelli di Hemingway alle immagini scintillanti delle moderne metropoli. Non a caso in un manifesto della Dc si evidenzia che «anche gli attori di Hollywood sono in linea nella lotta contro il comunismo!!», con le foto di Rita Hayworth, Spencer Tracy, Bing Crosby, Clark Gable, Gary Cooper e Tyrone Power.

Miti che si saldano con i racconti dei parenti emigrati negli Stati Uniti e con l’immagine ancora viva negli occhi di molti italiani dei soldati americani che avevano contribuito a riportare la libertà nel paese dopo gli anni della dittatura fascista, distribuendo al loro arrivo pane, tavolette di cioccolata e sigarette, dimostrando di essere una nazione grande, giovane e generosa, che ora si fa carico anche dell’aiuto per la ricostruzione materiale.

Il tema della scelta di campo internazionale e quello ad esso strettamente connesso della possibilità di beneficiare degli aiuti americani per la ricostruzione e il benessere futuro, diventano inevitabilmente elementi centrali della contesa elettorale italiana e chiaramente giocano un ruolo rilevante in favore della Dc.

Per scongiurare l’eventualità di una vittoria comunista alle elezioni italiane gli Usa organizzano una massiccia campagna di propaganda. La principale leva utilizzata, come detto, è quella degli aiuti economici. Tuttavia i tempi tecnici per far affluire concretamente le risorse del Piano Marshall in Italia prima del voto non ci sono. Nel frattempo, quindi, il Governo americano adotta due misure d’emergenza in sostituzione del programma Unrra  terminato in dicembre, che destinano all’Italia oltre 290 milioni di dollari che vengono destinati per lo più all’acquisto di generi di prima necessità che, insieme agli aiuti materiali scaricati dalle navi americane che cominciano ad affluire in numero sempre maggiore nei porti italiani, servono all’ambasciatore Dunn per promuovere attivamente l’immagine degli Usa nelle settimane decisive prima del voto. In vista del 18 aprile, infatti, Dunn si dedica a un febbrile programma di pubbliche relazioni, di cerimonie nei porti dove attraccano le navi cariche di aiuti e di inaugurazioni di case e infrastrutture finanziate con fondi americani, alle quali sono sempre presenti anche esponenti del Governo, della Dc e dei partiti alleati.

Per sfruttare al meglio l’impatto emotivo degli aiuti sull’opinione pubblica italiana il giornalista Drew Pearson aveva già partorito l’idea del Friendship Train, il treno dell’amicizia, vale a dire un convoglio partito da Los Angeles il 7 novembre 1947 e arrivato a New York dopo aver raccolto lungo il tragitto viveri e altri prodotti per un valore di oltre 40 milioni di dollari, che arriva in Italia e attraversa con grande successo la penisola.

La campagna per influenzare il voto in Italia coinvolge anche la popolosa comunità italoamericana. A questo scopo vengono potenziate le trasmissioni radiofoniche di Voice of America per l’Italia, che mettono in evidenza tutte le notizie positive relative agli aiuti e ai buoni rapporti tra Italia e Stati Uniti. Appositi programmi, volti a orientare favorevolmente l’opinione pubblica italiana, vengono fatti registrare da personaggi famosi, come Frank Sinatra, Gary Cooper, il sindaco di New York Vincent Impellitteri e il campione dei pesi medi Rocky Graziano.

Ma la principale leva propagandistica messa in atto per mezzo della comunità italoamericana è quella delle lettere ai familiari in patria, che inizia spontaneamente il 10 novembre 1947, quando George J. Spatuzza, leader dell’influente Order Sons of Italy in America di Chicago, lancia un appello agli italiani residenti negli Usa affinché inviino ai propri connazionali in patria messaggi con l’invito a non votare per i candidati di sinistra. L’iniziativa delle lettere, anche ciclostilate, si diffonde in tutti gli stati dove risiedono italoamericani e conterà un milione di messaggi come: «Svegliatevi, combattete il Comunismo! Esso vi porta alla rovina, mentre l’America vuole soltanto la vostra salvezza. Fate conoscere a tutti la verità». Oppure: «L’ora della grande decisione si avvicina. Il 18 aprile sarà una data fatidica per l’Italia e stabilirà se essa dovrà continuare ad essere una grande nazione, libera, indipendente e arbitra dei suoi futuri destini o dovrà essere soggiogata in catene al carro di Stalin. Non vi fate infinocchiare dalle menzogne dei comunisti […]. I comunisti italiani lottano e tramano solo per la Russia».

Quali conseguenze produsse il risultato delle elezioni del 18 aprile?
Il risultato delle urne consegna il paese alla Dc, che ottiene un irripetibile 48% dei voti, raccogliendo molti consensi anche a destra,, e ai suoi alleati centristi e riformisti, col concorso rilevante di fattori esterni: la mobilitazione capillare della Chiesa cattolica e delle sue emanazioni, come l’Azione cattolica e i Comitati civici di Luigi Gedda, che determinano una massiccia «sovrapposizione tra aspetti religiosi e quelli politici» e uno straordinario «coinvolgimento del sacro», testimoniato anche dal moltiplicarsi di apparizioni, statue lacrimanti e miracoli vari che, se non possano essere pensati come una strategia ecclesiastica prestabilita, sono senza dubbio l’effetto di una campagna elettorale fortemente ideologizzata, che arriva ad assumere le sembianze dell’atavica lotta tra il bene e il male; il supporto americano, basato sull’influenza culturale dei suoi miti e modelli, e soprattutto sull’elargizione di ingenti aiuti materiali con l’implicita minaccia di farli venir meno e di escludere il paese dai benefici del piano Marshall in caso di vittoria delle sinistre; l’impatto emotivo delle notizie internazionali, come il colpo di stato comunista in Cecoslovacchia e la promessa anglo-franco-statunitense di restituire Trieste all’Italia.

La «nuova Lepanto», come è stato definito il risultato elettorale del 1948, assumerà nei decenni successivi un valore periodizzante, avviando una nuova e lunga fase politica basata sulla definizione dei rapporti di forza tra i partiti ex alleati nella fase dell’unità resistenziale, e in particolare tra la Dc e il Pci, oltre che del sistema di valori all’interno del quale da quel momento in poi si sarebbero svolte le vicende politiche, sociali ed economiche nazionali. La Dc, uscita vittoriosa da quello scontro, saprà infatti consolidarsi e gettare le basi per una duratura permanenza in posizione egemone nella democrazia italiana, che sarà poi chiamata ad affrontare anche momenti drammatici come gli anni di piombo e il terrorismo.

Al tempo stesso, però, il sistema che si delinea in quell’anno cruciale è minato al suo interno anche da alcuni germi già nati e proliferati, in modi e forme diverse, ai tempi del fascismo, come l’affermazione della politica-mestiere, la sovrapposizione fra interessi dello Stato e del partito, e in seno al partito dei privati, l’appartenenza politica come benemerenza in grado di garantire accesso a opportunità e privilegi, l’esistenza di una burocrazia parallela sovrapposta o in certi casi coincidente con quella degli enti dello Stato ma facente capo al partito stesso, la concezione del partito come dispensatore di favori e di vantaggi materiali.

«La Dc – come è stato osservato – introiettava abilmente una parte del paese che intendeva la nuova congiuntura della guerra fredda come l’occasione perfetta per congelare la situazione senza pericolose innovazioni: una sorta di iniziale “partito dell’immobilismo”». Un quadro, questo, che ne ridisegna il ruolo all’interno di un blocco conservatore e anticomunista di cui è la forza egemone, imprigionandola in una sorta di gabbia – molto remunerativa però sul piano elettorale – che se da un lato le consente di perpetuare la guida e il controllo della vita politica italiana, «per altro verso ne frenava le spinte riformatrici pur presenti al suo interno».

Quanto al fronte opposto, i partiti di sinistra, specie il Pci che Togliatti tenta di affermare come «partito nuovo», sono a loro volta ingabbiati nella difficoltà di rendere compatibile l’eredità del leninismo, profondamente radicata nel movimento operario, e il rigido ruolo guida del comunismo internazionale assunto dall’Urss, con la realtà e le specificità della democrazia italiana, inserita nel blocco occidentale al di qua della cortina di ferro. Di contro in molti italiani che si riconoscono nei partiti di sinistra si manifesta la delusione per gli esiti della Resistenza, che cominciano ad apparire palesemente limitati e riduttivi rispetto alle speranze nutrite a quel tempo, per l’impossibilità di portare a compimento quella che era stata immaginata come una rivoluzione democratica e per non aver tenuto fede a quei presupposti di rinnovamento, anche sociale, che in essa sembravano ben iscritti.

In un paese prigioniero della guerra fredda, che impedisce di fatto una fisiologica alternanza tra gli schieramenti, nasce così quella che è stata definita una «democrazia bloccata», che Aldo Moro nel 1973 etichetterà anche come «difficile», spaccata in due, e che tale rimarrà per circa mezzo secolo, ad eccezione di una breve parentesi caratterizzata dal tentato ritorno alla collaborazione emergenziale riportando il Pci nell’area delle responsabilità di governo, per contrastare le strategie eversive e il terrorismo negli anni di piombo, attraverso un «compromesso storico» che però fallirà anche a causa del rapimento e dell’assassinio dello stesso Moro da parte delle Brigate Rosse.

Quali risvolti aveva l’attentato a Togliatti?
Dopo la lunga fase elettorale e la formazione del nuovo Governo, il primo a guida democristiana legittimato dal voto popolare, il confronto politico italiano rimane aspro. Uno dei principali motivi di scontro è l’avvio del Piano Marshall. Il 28 giugno, infatti, il Governo ratifica l’Accordo di cooperazione economica tra Italia e Stati Uniti d’America senza ricorrere al parere delle Camere, suscitando l’ira delle sinistre. Il dibattito parlamentare divampa nei giorni seguenti, tra il 9 e il 10 luglio, quando alla Camera dei deputati va in discussione l’approvazione della ratifica dell’accordo. In quell’occasione Nenni attacca il Governo spiegando che Dottrina Truman e Piano Marshall sono «due aspetti di una stessa politica», «in funzione anticomunista», mentre Togliatti sostiene che il Piano Marshall, legando l’Italia alla politica estera degli Usa, porta il paese sulla strada delle guerra. Ma la ratifica passa a grande maggioranza, con 297 voti a favore e 96 contrari.

Gli strascichi dello scontro proseguono anche fuori dal Parlamento. Il 13 luglio, sul giornale del Psli «L’Umanità», in un articolo sopra le righe intitolato Paranoia, a firma del direttore Carlo Andreoni, si leggono queste parole: «prima che i comunisti possano consumare per intero il loro tradimento, prima che armate straniere possano giungere sul nostro suolo per conferire ad essi il miserabile potere “Quisling” al quale aspirano, il Governo della Repubblica e la maggioranza degli italiani avranno il coraggio, l’energia e la decisione sufficienti per inchiodare al muro del loro tradimento Togliatti ed i suoi complici, e per inchiodarveli non metaforicamente». E, in effetti, dalle metafore c’è chi passa ai fatti: mercoledì 14 luglio il leader comunista Palmiro Togliatti viene gravemente ferito in un attentato all’uscita dalla Camera.

Non appena la notizia dell’attentato viene diffusa dal giornale radio delle 13 sul paese cala una cappa di tensione. Lo sciopero e le manifestazioni iniziano spontaneamente, senza attendere alcun ordine dai vertici di partito e sindacali. Ma la geografia della protesta mette subito in evidenza un quadro non uniforme, con la spaccatura tra zone industriali e agricole, tra città e campagne e, con le dovute eccezioni, tra nord e sud della penisola.

La partecipazione dei lavoratori alla protesta, specie nelle regioni settentrionali dove è maggiore la presenza comunista, raggiunge tassi elevati. L’intensità della protesta, peraltro, si spinge ben oltre le stesse aspettative e intenzioni del Pci, assumendo i connotati di una potenziale insurrezione popolare anche se lo stesso Pietro Secchia, leader dell’ala rivoluzionaria del partito, subito dopo l’attentato, esprime dubbi su un’eventuale azione di forza.

Lo sciopero e le occupazioni delle fabbriche portano anche a disordini e violenti incidenti, specie nelle grandi città del nord, dando la netta sensazione di essere di fronte ad un principio di insurrezione e al rischio di una guerra civile. Sensazione rafforzata dal fatto che in molte zone d’Italia alle manifestazioni partecipano ex partigiani spesso armati, da Torino alla cintura milanese, e poi a Genova, La Spezia, in Bassa Polesine, in provincia di Vicenza, a Schio, Venezia, Piacenza, Massa, Siena, Livorno, Grosseto, in val di Chiana, a Pescara. In tutta la penisola scoppiano manifestazioni di violenza, che «in qualche località, assumono vero e proprio carattere insurrezionale», come osserva un rapporto dei Carabinieri: scioperi spontanei, occupazioni di fabbriche, manifestazioni e cortei che spesso sfociano in violenti scontri con le forze dell’ordine, assalti alle prefetture, alle questure, alle sedi dei partiti di governo e di destra, blocchi stradali e interruzioni ferroviarie.

Solo la responsabilità della classe dirigente del Pci (Togliatti in primis) e della Cgil di Di Vittorio impediscono guai peggiori.

Il bilancio finale degli incidenti è incerto. Il ministro Scelba dirà alla stampa e al Senato nei giorni successivi che ci sono stati 16 morti, di cui 9 appartenenti alle forze dell’ordine, 204 feriti, di cui 120 agenti, che da successivi controlli saliranno complessivamente a 500. L’immagine di un paese intero in rivolta, così com’è passata alla storia, non è però del tutto veritiera o comunque non è l’unica possibile. C’è anche quella che Walter Tobagi chiama una «seconda Italia», che non scende in piazza. Anche dalle relazioni post-sciopero delle federazioni del Pci emerge il dissenso espresso dai ceti medi e dai partiti più moderati in quelle ore. Vi sono poi zone d’Italia, soprattutto al Mezzogiorno, dove l’adesione allo sciopero è parziale o addirittura nulla.

Le conseguenze di questa sollevazione sono di vario tipo. Innanzitutto la fine dello sciopero e dell’ondata di proteste e incidenti coincide con l’inizio di una dura fase repressiva, sotto la regia del ministro Scelba. Alla fine, secondo le stime del ministero dell’Interno, si conteranno 5.113 arrestati e denunciati (rispettivamente 681 e 4.432), anche se nei mesi successivi circolano cifre più altre, fino a quasi 7.000.

Lo sciopero del 14-16 luglio, al di là dei risultati contingenti, ha poi una decisa valenza politica poiché rende palese che nonostante la sconfitta elettorale del 18 aprile le forze di sinistra, e in particolare il Pci, possono comunque contare su un forte seguito popolare. Tra i comunisti, però, resta aperta la questione della mancata insurrezione. Le velleità insurrezionali, infatti, hanno trovato nuova linfa proprio nel buon esito dello sciopero generale e nella prova di forza che esso ha rappresentato in termini di adesioni e partecipazione. Concluso lo sciopero e rientrata l’emergenza seguita all’attentato a Togliatti, nelle settimane e nei mesi seguenti in una parte della dirigenza e della base comunista continua quindi a sedimentare la delusione per la sospensione dello sciopero e per il suo mancato sbocco insurrezionale. Si registrano perfino casi di abbandono del partito. Il dibattito interno fa emergere lo scontro tra le due principali correnti del Pci: quella moderata, rappresentata da Togliatti, Amendola e Di Vittorio, che insiste più sugli «errori» degli scioperanti che su quelli del partito, e quella operaista e rivoluzionaria, che fa capo a Secchia, critica l’insufficienza direzionale del partito più che la sollevazione spontanea dei militanti.

Infine lo sciopero segna, anche formalmente, la fine dell’unità sindacale sancita dal patto di Roma del 9 giugno 1944, che era già andata in crisi di pari passo con il tramonto del paradigma consociativo. Poche settimane dopo, tra il 16 e il 18 ottobre, la scissione è cosa fatta: la corrente sindacale democristiana crea la Libera Confederazione italiana del lavoro. Giulio Pastore è eletto segretario. La nuova formazione sindacale si richiama alle istanze della scuola sociale cristiana e nel 1950 confluirà nella Cisl, la Confederazione italiana sindacato lavoratori.

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Da Baffone agli immigrati la paura ha fatto un Quarantotto

di Marco Bracconi 

Oggi come allora, una campagna allarmista e, poi, una secca sconfitta per la sinistra. Ma le analogie non si fermano qui, a iniziare dalle fake news. Due storici le mettono in fila   Tasto indietro. Rivediamo il film dall’inizio. E poi torniamo alla fine. Il ‘48 e oggi. Ma state attenti, non parliamo del 1848, che pure forse ci starebbe, visto che fu anno di gran rivoluzioni, bensì del più vicino 1948. Quando nella cabina elettorale c’era Dio che ti guardava, non come oggi che, al massimo, ti guarda il figlio di Casaleggio. Storicamente parlando, il gioco delle somiglianze e delle differenze è sempre un gran rischio. Ma, se perfino Marco Minniti, all’indomani del 4 marzo ha parlato di «una batosta peggio del ’48», allora il gioco vale la candela.

Soprattutto se ad accenderla sono due storici che su quell’anno della nostra Repubblica hanno scritto un libro documentatissimo, divertente e per certi versi illuminante. «Sconfitta peggiore di quella? Non so. I comunisti non furono così scontenti di perdere, sarebbe stato difficile gestire la vittoria in quel contesto internazionale. E poi il loro vero obiettivo era prendere più voti dei socialisti, e lo colsero», dice Mario Avagliano, assieme a Marco Palmieri autore di 1948. Gli italiani nell’anno della svolta. Fatti, cronache e retroscena della baraonda culturale, politica, sociale e verbale che precedette il 18 aprile, vale a dire la data dello scontro epico tra la Dc e il Fronte popolare.

Secondo Palmieri la svolta del 1948 non è paragonabile a quella odierna «perché si trattava della scelta di un campo e di una collocazione internazionale per un Paese che usciva da un ventennio totalitario e da una guerra, anche civile». Però oggi come allora, secondo lo storico, «siamo di fronte a un profondo cambiamento della geografia politica,anche se non sappiamo se produrrà uno schema come quello, capace di durare decenni».

Scorrendo i capitoli di questo saggio che si legge come un romanzo d’avventura, le discontinuità tra oggi e allora, si moltiplicano. Settant’anni di storia non passano senza scavare solchi e ci ritroviamo lontani anni luce dalle scomuniche papali, dal piano Marshall e dalla Guerra fredda. Eppure, sono gli stessi autori di 1948 a dirci che alcune dinamiche dello scontro politico, stabilite in quell’anno cruciale, sono le stesse oggi in vigore. Avagliano ricorda «la delegittimazione dell’avversario, indicato agli elettori come fonte di pericolo, e la conseguente paura instillata nell’opinione pubblica. E ancora, la semplificazione sloganistica del dibattito e la forte partecipazione nei momenti di maggiore contrapposizione».

Se ieri arrivava Baffone a mangiare i bambini, insomma, oggi i migranti ci invadono per distruggere “la razza bianca”, e viene da chiedersi come sarebbe andata se settant’anni fa ci fossero stati internet e i social network. «Li avrebbero usati meglio i democristiani» immagina Palmieri. Che aggiunge: «Nella comunicazione hanno sempre saputo cogliere gli aspetti di modernità prima della sinistra. Pensate al manifesto con Giuseppe Garibaldi a due facce, la sua e quella di Stalin. Oppure alle campagne pubblicitarie rivolte esplicitamente alle donne, che non va dimenticato andavano per la prima volta ad eleggere i loro rappresentanti alla Camera e al Senato».

Nel libro si narra tutta la passione ma anche l’emotività dell’Italia che sceglie il suo primo Parlamento repubblicano. E c’è un’illuminante citazione di Giuseppe Dossetti che parla di un elettorato influenzato dall’emotività e da fattori esterni alla razionalità della scelta politica. Sembra un’analisi della moderna politologia, e anche per Avagliano è una conferma: «Sì, da questo punto di vista il paragone regge benissimo, negli ultimi decenni è andata sempre più come diceva Dossetti. Soprattutto a partire dagli anni Novanta è cresciuta la volontà di cambiamento a tutti i costi, al di là dei contenuti. Più emotiva che razionale. Qui c’è un ilo rosso che lega il 1948, il voto degli ultimi due decenni e ancora di più quello del 4 marzo».

Certo a girarla con una macchina fotografica l’Italia prima di quel 18 aprile e quella di oggi sarebbero due posti molto diversi: «I manifesti ovunque, le piazze piene e i sacerdoti invalidi portati a braccio al voto sono l’istantanea di una partecipazione fisica, viscerale» ricorda Palmieri, eppure «il comizio finale di Di Maio, con poche migliaia di persone in piazza, ha avuto due milioni di contatti ». È la rivoluzione digitale e non quella del proletariato, ma ogni tempo ha il tipo di partecipazione che si merita e perfino le prime fake news, spiega Palmieri, sono datate 1948: «Nelle case degli italiani iniziarono ad arrivare lettere di finti comunisti nelle quali si invocavano il libero amore, la dissoluzione della Chiesa cattolica e altri scenari semiapocalittici». E anche le polemiche sui sondaggi hanno un precedente in quel 18 aprile, con la Doxa accusata dai comunisti di pronosticare la vittoria democristiana perché il campionamento si basava su un “metodo statistico americano”. Il gioco della Storia, avverte Avagliano, dimostra la sua fallacia se si entra nel giudizio qualitativo, perché «le culture (e le personalità) politiche di allora avevano uno spessore non paragonabile a quelle del 4 marzo. Era una generazione che usciva da Fascismo e Resistenza, aveva fatto una Costituzione, si era forgiata in quel tipo di esperienze. È evidente la differenza con quella che oggi si affaccia alla vita pubblica».

Se il libro dei due storici è un catino che ribolle di passioni e linguaggi tutti novecenteschi, le cronache dell’oggi ci indicano un rapporto tra la politica e i cittadini non necessariamente meno partecipato, ma molto più astratto e disincantato. «Però attenzione alla questione della militanza politica» fa notare Palmieri. «Se dobbiamo tentare un paragone storico con il 1948 allora possiamo dire che i militanti della Dc e del Fronte, quel tipo di militanti, con quel tipo di adesione passionale e speranzosa, sono oggi gli attivisti del Movimento Cinque Stelle e gli iscritti alla Lega di Salvini». Se è vero che quella svolta fu diversa da questa è dunque anche vero che il 4 marzo si è affacciata l’ipotesi – o l’ombra – di un nuovo bipolarismo. E se così andrà, allora sì che sarà stato un Quarantotto.

(Venerdì di Repubblica, 16 marzo 2018)

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1948: quando con un voto l’Italia svoltò

Un’attenta ricostruzione per capire il clima dell’elezione più difficile

di Matteo Sacchi

Il 18 aprile del 1948, settant’anni fa, gli italiani andarono in massa al voto. Si recarono alle urne il 92% degli aventi diritto, una percentuale mai più raggiunta che faceva dell’Italia il Paese più partecipativo d’Europa. L’affluenza non deve stupire, pesava la novità del confronto partitico dopo il Ventennio fascista, il desiderio femminile di esercitare un diritto acquisito da poco. Ma soprattutto pesava la sensazione di sentirsi a un bivio. Da un lato c’erano partiti chiaramente schierati per l’ingresso dell’Italia nel blocco occidentale, dall’altro un partito comunista che, dopo aver ridotto al ruolo di satelliti i socialisti, tifava quanto meno per una neutralizzazione dell’Italia, se non per il suo ingresso nel blocco sovietico. Per altro in quella che veniva già allora definita «una pace per bande» si temeva che le elezioni portassero verso un clima di violenza. Che poco dopo, con l’attentato a Togliatti, il 14 luglio ’48, venne evitato per un soffio.

Una situazione al fulmicotone, i cui echi e riflessi per altro si estendono sino al presente, molto ben raccontata nel saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri: 1948. Gli italiani nell’anno della svolta (Il Mulino, pagg. 436, euro 25). Il volume si avvale di molti diari, scritti privati e lettere d’epoca per ricostruire il clima di un periodo. In una fase in cui tutti i partiti retoricamente ripetevano che il 1948 era come il 1848 - insomma un momento in cui si fa l’Italia o si muore - l’intero elettorato si sentì chiamare verso una scelta estrema. Alla fine il risultato, con uno strepitoso 48%, premiò una Dc che giocò con oculatezza la carta della ricerca del benessere e di una democrazia con una forte carica sociale.

Per la prima volta dopo molto tempo gli elettori moderati ritrovarono in pieno il proprio ruolo, questo al netto del robusto risultato del Pci e dell’arrivo in parlamento di una robusta pattuglia di eletti del Msi. Il risultato fu un’Italia che si avviava verso una normalizzazione economica e politica, allontanandosi per sempre dallo spettro della guerra civile. Ovviamente questo percorso ebbe un prezzo. La scelta di Nenni di legarsi a filo doppio con il Pci, nonostante i dubbi di socialisti come Pertini e Lombardi, privò il Paese di ogni possibile alternanza tra una sinistra non staliniana e la Dc. Non solo, la mancanza di ogni possibile ricambio portò rapidamente ad un certo immobilismo statalista che ha lasciato un irrisolto strascico nella nostra storia. Non c’è dubbio che in quelle elezioni il Paese fece una scelta di responsabilità riassunta nella formula di Gaetano De Sanctis: Cultura, Europa e Libertà. Certo, i più non ci erano arrivati attraverso l’alata prosa dello storico, ma attraverso le vignette di Guareschi o i manifesti che, guardati normalmente, riproducevano il Garibaldi del Fronte popolare e girati, sotto sopra, facevano uscire l’arcigno volto di Stalin. Ma la politica è così.

(Il Giornale, 27 febbraio 2018, pag. 33)

Che '48!

Settant'anni fa il voto che segnò la storia dell'Italia Una campagna elettorale in cui vennero evocati Dio, i "Diavoli" sovietici, Garibaldi. Uno scontro epocale che rivive in un volume documentato e avvincente

di FRANCESCO GHIDETTI

 

IL 18 APRILE è una domenica di sole in Italia. Alle urne si recano 27 milioni di italiani, cioè il 92 per cento degli aventi diritto. Il 97,8 per cento delle schede risulterà valida. L’anno è il 1948. Un anno terribilmente bello, terribilmente angoscioso. Decisivo. Inizia infatti l’‘educazione sentimentale’ del nostro Paese, uscito solo tre anni prima, da una devastante guerra voluta dal fascismo. Un’educazione alla pratica democratica difficile, dura, eppur carica di speranze. Il sole di quel 18 aprile arriva dopo una campagna elettorale senza esclusione di colpi. Pochi mesi prima, il 5 giugno 1947, il segretario di Stato statunitense George Cattlet Marshall era stato molto chiaro, seppur in modo sottinteso, in un discorso ad Harvard: volete, cari amici europei, ricostruire il vostro Continente? Vuoi te, Italia, un miliardo di dollari con cui rifare case, industrie, strade, acquedotti, ferrovie e tutto ciò che i bombardamenti hanno distrutto? Vuoi te, Europa, 12 miliardi di dollari in quattro anni? Bene, ma la condizione è che i socialisti e, soprattutto, i comunisti siano sconfitti. Meglio: non vadano al governo dei vostri Paesi. Ed è a questo punto che si mette in moto, rombando potentemente, la macchina della delegittimazione reciproca in una logica di contrapposizione tra Occidente e comunismo reale. Una partita che, di fatto, apre la storia della cosiddetta Prima Repubblica (soffocata dalle inchieste di Mani Pulite nel 1992-94) e che ci viene raccontata, con indiscutibile abilità, da Mario Avagliano e Marco Palmieri in un poderoso volume del Mulino: 1948. Gli italiani nell’anno della svolta. Non fatevi impressionare dalla mole del libro (435 pagine): in realtà i due Autori, con scrittura chiara ed essenziale tale da consigliarne la lettura a un pubblico più ampio degli appassionati del genere, riescono a raccontare quello spartiacque decisivo in modo molto ‘narrativo’. Anche perché – e qui sta la forza del saggio – l’uso delle fonti è sapientemente dosato. Ne risulta un appassionante viaggio tra i mille campanili della penisola protagonisti di quello scontro epocale tra Dc e alleati e socialcomunisti riuniti sotto la sigla del Fronte democratico popolare.

ESEMPI? Tantissimi. Come quei dirigenti del Pci di Bologna che, dopo il voto, analizzano i motivi della sconfitta: la posizione del Fdp in tema di rapporti con la religione non è stata «sufficientemente compresa» e in ogni caso «le elezioni non si sono svolte in un clima di libertà» per «l’intervento straniero», «la minaccia di affamamento » e «l’intervento totalitario del clero». Oppure, i terrorizzanti scenari ipotizzati all’elettorato sui pericoli di una vittoria comunista. Il parroco di Claut (in Friuli Venezia Giulia) invita «i cittadini a salvarlo, poiché, diceva, se vincono i comunisti lui sarebbe stato impiccato, la Chiesa adibita ad altro uso e la religione distrutta» mentre «i bambini sarebbero stati inviati in Siberia» e «il sangue sarebbe scorso a torrenti per le strade». Oppure, la minaccia divina. Come quella lanciata da un parroco di Campo San Martino (Padova) che «a più riprese ha predicato dal pulpito che Iddio avrebbe mandato tutte le calamità immaginabili nelle case di coloro che avessero votato per il Fronte. Le calamità sarebbero sopraggiunte nelle case anche se uno solo dei membri della famiglia avesse votato contro la Dc». C’era poi un’altra tecnica, molto utilizzata. Oggi le chiameremmo fake news. Un fantomatico Filiberto S., militante di sinistra, in una (falsa) lettera segreta, spiega le vere finalità dei comunisti per le elezioni del 18 aprile: «Estirpare la idea di Dio, la dottrina di Cristo, la influenza della Chiesa sulle masse, il potere dei preti»; «liquidare, una volta per sempre, la morale borghese, la famiglia cristiana, la indissolubilità del matrimonio», rivendicando «la libera iniziativa dell’amore ». Nemmeno a dire che tutti «i padroni privati saranno cacciati. Tutto verrà confiscato a favore dello Stato». E i socialcomunisti? Come spesso nella sua storia, la sinistra non ne azzeccherà molte. In parte perché Stalin aveva ormai deciso che l’Italia sarebbe stata ‘occidentale’; in parte perché gli strumenti di propaganda erano oggettivamente deboli e sbagliati. Basti, a tal proposito, un’intemerata di Pietro Nenni che gli Autori, giustamente, sottolineano nell’Introduzione. Infatti, il giorno dell’entrata in vigore della Costituzione, il primo gennaio 1948, il leader socialista scrive sull’Avanti! (organo ufficiale del partito) che bisogna «adeguare il 1948 al 1848», anno rivoluzionario per eccellenza. Il modo di dire «è successo un Quarantotto» era ancora assai diffusa a quei tempi, ma certamente non serviva a rassicurare la pubblica opinione. Gli esempi potrebbero essere altri mille. Impossibile anche solo elencarli tutti. Segnaliamo al lettore la parte relativa all’attentato a Palmiro Togliatti – quando il segretario del Pci fu colpito da Antonio Pallante, fanatico anticomunista – dove l’Italia rischiò davvero la guerra civile non fosse stato per la freddezza della classe dirigente della sinistra e la fermezza del governo. E quella, più leggera, sulla celebre rivalità Coppi-Bartali. Il primo comunista, il secondo democristiano. A entrambi fu chiesto di candidarsi. Entrambi fecero finta di pensarci, salvo poi esprimere un (finto) rincrescimento che impediva loro di accettare. Oppure, la constatazione – a esempio con le riflessioni di Giuseppe Dossetti – di quanto la partita, con la vittoria della Dc e dei suoi alleati, non fosse affatto conclusa: «Non ci si può illudere – scriveva un mese dopo il trionfo democristiano – che il 18 aprile sia stato il giorno della assunzione pienamente consapevole di una responsabilità». Parole sagge. Come, a guardare all’oggi saggio (ma la riflessione è solo del recensore), in fin dei conti, fu il cittadino italiano nella Prima Repubblica. Laddove c’erano i partiti. Politici. Strutturati, radicati sul territorio e supremi mediatori tra italiani e istituzioni. E dove la finanza e l’economia non la facevano da padroni.

Ps: da non perdere, per nessun motivo, il paragrafo sull’uso politico dell’immagine di Garibaldi. Il cui viso era il logo del Fronte popolare.

 

Il libro

  1. Gli italiani nell’anno della svolta, di Mario Avagliano e Marco Palmieri

IL MULINO PAGG. 435 - € 25

 

Gli autori

Mario Avagliano è storico e saggista. Nel 2014 è stato nominato componente del Comitato d’onore scientifico e culturale della Fondazione del Museo della Shoah di Roma. Marco Palmieri è giornalista pubblicista e storico. Con Avagliano ha scritto “L’Italia di Salò”.

(Quotidiano Nazionale, Il Piacere della Lettura, 11 febbraio 2018)

 

 

L'Isola al voto nel '48, l'anno che cambiò la storia

di Antonella Freno

È in libreria l'ultimo saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, intitolato «1948. Gli italiani nell'anno della svolta», edito da il Mulino, che prende in esame la pesante eredita del 1948 nella storia d'Italia, ricostruendo il clima del tempo attraverso i diari, le lettere, le interviste, le relazioni delle autorità amministrative e di pubblica sicurezza, le carte di partito, una varietà di documenti internazionali, il resoconto dei giornali dell'epoca. Con un piacevole piglio narrativo, vengono ricostruiti gli accadimenti regione per regione, molti dei quali sconosciuti, con un'attenzione particolare alla Sicilia.

In quell'anno cruciale, le prime elezioni politiche della Repubblica vengono fissate il 18 aprile, dopo il Referendum e l'elezione dell'Assemblea costituente del 1946. Gli schieramenti che si fronteggiano sono da un lato il Pci e il Psi riuniti nel Fronte popolare, dall'altro la Dc e i suoi alleati di governo, col supporto degli Usa e della Chiesa. Le tensioni che accompagnano l'estromissione dei comunisti e dei socialisti dal Governo, avvenuta l'anno prima, non sono solo di natura politica e ideologica.

Uno dei principali problemi è il costo della vita, mentre la spesa pubblica crescente per finanziare i primi interventi di ricostruzione inizia a gravare considerevolmente sul deficit. I lavori pubblici non riescono a incidere sull'alto tasso di disoccupazione. In questo quadro, gli elettori sono oltre 29 milioni. Ne deriva, per i partiti in lizza, la necessità di organizzare una campagna elettorale moderna, con l'impiego di ingenti risorse, l'utilizzo di svariati mezzi di comunicazione quali comizi, manifesti, volantini, lettere, giornali, trasmissioni radiofoniche, produzioni cinematografiche e la nascita della figura prima sconosciuta del militante, cioè l'attivista del partito impegnato a fare proseliti.

I temi economici, ed in particolare la paura di essere esclusi dagli aiuti americani per la ricostruzione, sono centrali nel dibattito. Un rapporto dei carabinieri della Sicilia conferma l'efficacia del tema: «Particolare importanza è stata attribuita alla decisione dell'America di negare all'Italia gli aiuti promossi col piano Marshall in caso di vittoria del Fronte democratico popolare». Nell'isola lo scontro politico è motivo anche di omicidi di stampo mafioso per tre sindacalisti socialisti: Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi. In un rapporto del Pci locale, si pone il problema «della difesa delle libertà democratiche. L'offensiva poliziesca, del clero e della mafia è sistematica e ben coordinata».

Lo scontro politico del 1948, che ha una coda nell'attentato a Togliatti il14 luglio, con il successivo sciopero in tutto il Paese e il rischio di guerra civile, assume le sembianze di una radicale e ultimativa scelta di campo, tra opposti inconciliabili: democrazia-comunismo, Usa-Urss, capitalismo-anticapitalismo, cattolicesimo-ateismo. L'iniziativa editoriale di Avagliano e Palmieri fa luce, in maniera significativa, su personaggi ed avvenimenti che hanno reso il 1948 l'anno più significativo della storia del Paese, fornendo una chiave di lettura inedita e preziosa.

(Giornale di Sicilia, 8 febbraio 2018)

 

Il 1948 e la svolta in Sicilia e in Calabria

di Antonella Freno

 

E’ in libreria l’ultimo saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, intitolato “1948. Gli italiani nell’anno della svolta”, edito da il Mulino, che prende in esame la pesante eredità del 1948 nella storia d’Italia, ricostruendo il clima del tempo attraverso i diari, le lettere, le interviste, le relazioni delle autorità amministrative e di pubblica sicurezza, le carte di partito, una varietà di documenti internazionali, il resoconto dei giornali dell’epoca.

Con un piacevole piglio narrativo, vengono ricostruiti gli accadimenti regione per regione, molti dei quali sconosciuti, con un’attenzione particolare a Calabria e Sicilia. In quell’anno cruciale, le prime elezioni politiche della Repubblica vengono fissate il 18 aprile, dopo il Referendum e l’elezione dell’Assemblea costituente del 1946. Gli schieramenti che si fronteggiano sono da un lato il Pci e il Psi riuniti nel Fronte popolare, dall’altro la Dc e i suoi alleati di governo, col supporto degli Usa e della Chiesa.

Le tensioni che accompagnano l’estromissione dei comunisti e dei socialisti dal Governo, avvenuta l’anno prima, non sono solo di natura politica e ideologica. Uno dei principali problemi è il costo della vita, mentre la spesa pubblica crescente per finanziare i primi interventi di ricostruzione inizia a gravare considerevolmente sul deficit. I lavori pubblici non riescono a incidere sull’alto tasso di disoccupazione.

In questo quadro, gli elettori sono oltre 29 milioni. Ne deriva, per i partiti in lizza, la necessità di organizzare una campagna elettorale moderna, con l’impiego di ingenti risorse, l’utilizzo di svariati mezzi di comunicazione quali comizi, manifesti, volantini, lettere, giornali, trasmissioni radiofoniche, produzioni cinematografiche. I temi economici, ed in particolare la paura di essere esclusi dagli aiuti americani per la ricostruzione, sono centrali nel dibattito. Un rapporto dei carabinieri della Sicilia conferma l’efficacia del tema: «Particolare importanza è stata attribuita alla decisione dell’America di negare all’Italia gli aiuti promossi col piano Marshall in caso di vittoria del Fronte democratico popolare».

Ma è soprattutto la chiesa cattolica a scendere in campo pesantemente al fianco della Dc. In Calabria il clero cerca di strappare alle sinistre il monopolio della rappresentanza del disagio nelle campagne. Su iniziativa dell’Arcivescovo di Reggio Calabria Antonio Lanza, viene lanciata la Lettera Collettiva dell’episcopato dell’Italia meridionale, un grido accorato in difesa degli ultimi. A Pasqua, in molti paesi, «tutti coloro i quali militavano nel Partito comunista e socialista non poterono veder benedette le loro case», denuncerà l’ex ministro Fausto Gullo alla Camera dopo il voto.

In Sicilia lo scontro politico è motivo anche di omicidi di stampo mafioso per tre sindacalisti socialisti: Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi. Nell’isola, si legge in un rapporto del Pci locale, si pone il problema «della difesa delle libertà democratiche. L’offensiva poliziesca, del clero e della mafia è sistematica e ben coordinata».

Lo scontro politico del 1948, che ha una coda nell’attentato a Togliatti il 14 luglio, con il successivo sciopero in tutto il Paese e il rischio di guerra civile, assume le sembianze di una radicale e ultimativa scelta di campo, tra opposti inconciliabili: democrazia-comunismo, Usa-Urss, capitalismo-anticapitalismo, cattolicesimo-ateismo. L’iniziativa editoriale di Avagliano e Palmieri fa luce, in maniera significativa, su personaggi ed avvenimenti che hanno reso il 1948 l’anno più significativo della storia del Paese, fornendo una chiave di lettura inedita e preziosa.

(Gazzetta del Sud, 7 febbraio 2018)

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