Il grande rifiuto. Militari italiani deportati nei lager nazisti. Intervista a Mario Avagliano

di Annamaria Iantaffi

Quando hanno fatto ritorno a casa, qualcuno li ha accusati di essere dei vigliacchi, altri degli attendisti; eppure tutti erano ex combattenti, molti volontari, qualcuno decorato. Erano gli Internati Militari Italiani, soldati dell’esercito che, dopo l’8 settembre del 1943, non cedettero né alle lusinghe della Repubblica di Salò, né vollero continuare a combattere accanto al vecchio alleato tedesco.
Dopo l’armistizio, rotte le fila, l’esercito italiano era allo sbando e i militari dovevano decidere del loro destino. Alcuni si sono dati alla macchia e alla Resistenza, altri invece non sono sfuggiti alle retate naziste e sono stati deportati, spesso con l’inganno, nei lager costruiti tra Austria, Polonia, Germania e Balcani. I loro diari, le loro lettere, sottratti agli sguardi degli aguzzini e nascosti per decenni, sono tornati alla luce grazie al lavoro di raccolta di Mario Avagliano e Marco Palmieri, giornalisti e studiosi di storia, che hanno dato vita al volume “I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945)”. Il volume, pubblicato a gennaio per il Mulino, ha raggiunto la seconda edizione e verrà presentato da Avagliano sabato 22 febbraio alle 18.00, nella libreria Mondadori di Monterotondo.

Mario, scrivi spesso del periodo storico che comprende le due guerre mondiali, perché?

Ritengo che questo periodo storico abbia ancora molti lati che non sono stati analizzati in profondità. Purtroppo l’Italia, a differenza della Germania, ha fatto poco i conti con la sua storia e alcune pagine sono state ignorate o prese in considerazione in modo riduttivo. Marco Palmieri ed io pensiamo che occorra raccontare la storia dal lato di chi l’ha vissuta, analizzando sentimenti, passioni motivazioni che hanno animato i protagonisti di qualsiasi parte: quelli della Resistenza, la popolazione civile, quelli del Fascismo e così via.

E qual è la storia dal punto di vista dei Militari Internati Italiani?

In questo libro tentiamo di toccare un capitolo fondamentale della Guerra di Liberazione della Resistenza, che tale non è stato considerato per tanto tempo. Il sottotitolo del libro è “Una resistenza senz’armi” perché i 650mila che dissero no all’adesione alle SS italiane, e poi alla Repubblica Sociale, sono protagonisti di una vera e propria Resistenza. Questi uomini avrebbero potuto essere impiegati sul campo e la campagna di liberazione dell’Italia sarebbe probabilmente durata molto di più; magari l’Italia sarebbe stata smembrata in due, come la Germania, se non avesse riscattato le sue azioni precedenti, sul tavolo della pace sarebbe stata trattata magari diversamente. Il loro apporto è stato fondamentale per i destini nazionali.

Perché questi militari hanno deciso di non aderire alla Repubblica di Salò?

Le motivazioni al “no” sono state diverse. Qualcuno cominciava ad acquisire una consapevolezza antifascista – pensiamo che questa generazione aveva conosciuto sui banchi di scuola solo l’ideologia fascista: come i ragazzi di oggi sono nativi digitali, loro erano nativi fascisti. Affrancarsi non era semplice, la consapevolezza poi maturava con la prigionia, infatti uno di loro, Alessandro Natta, che diventerà segretario del PCI, parlerà dei lager come di una “scuola di Democrazia”. In altri il “no” era dovuto alla stanchezza della guerra: di fronte alla richiesta di tornare a combattere con i Tedeschi, che nel frattempo
avevano avuto modo di farsi conoscere per la loro crudeltà anche verso le popolazioni occupate, gli Italiani si rifiutarono. Tanto più che i Tedeschi, soprattutto nei Balcani, nella cattura ingannarono i soldati italiani dicendo loro che se consegnavano le armi, li avrebbero riportati in Italia, mentre fecero proseguire i treni verso l’Austria, lasciando i nostri militari inermi contro sentinelle armate.

Che tipo di campi erano quelli verso cui erano diretti gli IMI?

Occorre distinguere: gli ufficiali furono destinati ai campi di prigionia, mentre sottufficiali e truppe furono inviati in campi in cui risiedevano solo di notte e il giorno erano lavoratori coatti, anche per 10-12 ore al giorno. Hitler adoperò una definizione ad hoc per considerarli diversi dagli altri prigionieri di guerra, chiamandoli internati militari italiani, Italienische Militär-Internierte (Imi), innanzitutto per una vendetta politica, perché la Germania era alleata con la Repubblica Sociale e occorreva giustificare nell’opinione pubblica il fatto che centinaia di migliaia di Italiani fossero trattenuti dai Tedeschi.
Poi per convenienza, perché lo sfruttamento degli IMI li sottraeva alla Convenzione Internazionale di Ginevra e gli negava l’assistenza della Croce Rossa Internazionale, di cui godevano i prigionieri inglesi americani francesi. Gli IMI, che non avevano neanche l’aiuto del loro governo, mangiavano la sbobba dei Tedeschi, fatta di acqua mista a verdura e terriccio, decisamente insufficiente per i bisogni alimentari, infatti morirono in circa 50.000.

Perché la storia degli IMI fino ad ora è stata ben poco nota?

Quando l’Italia si è schierata nel campo occidentale, per accreditarsi ha disegnato una storia solo parziale di quello che era accaduto prima, ha valorizzato la Resistenza armata e ha disegnato il Fascismo come fosse stato solo una storia passeggera, mentre aveva avuto con consenso del tutto maggioritario. Gli internati sono stati oscurati perché erano complicati da spiegare al consesso internazionale. Poi la Resistenza, a posteriori, è stata raccontata come appannaggio della sinistra, mentre molti dei militari internati hanno resistito in memoria del re e, non avendo padrini politici, sono stati dimenticati.

Eppure tra loro c’erano personaggi che poi sarebbero diventati famosi… 

A causa del loro sacrificio disconosciuto, molti di loro si chiusero nel silenzio: molti dei famigliari che ci hanno fornito diari e lettere hanno scoperto che il padre era un internato militare solo dopo la sua morte. C’era ad esempio l’attore Gianrico Tedeschi, il poeta Tonino Guerra, gli scrittori Oreste del Buono, Mario Rigoni Stern e Giovannino Guareschi, il padre di Peppone e Don Camillo, che appare sulla copertina del libro. E poi c’erano padri di persone che sarebbero poi diventate famose come Ferruccio Guccini, padre di Francesco, Carmelo Carrisi, padre di Al Bano, e Giuseppe Di Pietro, padre del magistrato. Inaspettatamente, anche Vasco Rossi era figlio di un IMI… Carlo Rossi fu salvato da un suo compagno di prigionia di Dortmund che si chiamava Vasco, per questo dette il suo nome al figlio, che ha saputo per intero la storia del padre solo due settimane fa, quando la madre ha ritirato per conto di Carlo la Medaglia d’Onore. I parenti degli IMI, infatti, solo negli ultimi anni hanno ricevuto il riconoscimento dell’operato dei loro padri. Meglio tardi che mai…

Vuoi citare un documento particolarmente toccante, tra quelli che hai esaminato?

L’intento dei Tedeschi era sempre la disumanizzazione del deportato; gli strumenti erano pratiche come l’identificazione con il cartello con il numero di matricola, le docce bollenti, l’esposizione la freddo durante gli appelli che duravano ore. I diari erano proibiti e, se trovati nelle perquisizioni improvvise tedesche, potevano comportare la fucilazione. Molti diari iniziano nei giorni dell’8 settembre: alla notizia dell’armistizio, i nostri connazionali ebbero l’urgenza della scrittura e proseguirono per evadere mentalmente o per lasciare traccia, terminando solo con la liberazione o il ritorno a casa. Uno dei capitoli più interessanti dei diari sono forse le storie d’amore o di sesso vissute dai sottufficiali della truppa che, costretti al lavoro coatto nelle città, nei campi o nelle fabbriche, avevano avuto occasione di conoscere donne tedesche o polacche, che spesso sono venute via con loro al ritorno in Italia tra il 1945-6.

(Il Tiburno, 18 febbraio 2020)

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I militari italiani nei lager nazisti. Una Resistenza senz'armi 1943-1945

La vicenda dei circa 650.000 militari che dopo l’armistizio dell’8 settembre rifiutarono di continuare la guerra al fianco dei nazisti e di aderire alla neonata Repubblica Sociale Italiana è ancora largamente sconosciuta agli italiani.

Il valore di questo rifiuto in massa come autentico atto della Resistenza, italiana ed europea, emerge con forza dal nuovo saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, intitolato I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945), edito da Il Mulino.

In linea con i precedenti lavori di Avagliano e Palmieri (sui deportati politici, la persecuzione degli ebrei, gli italiani al fronte e la Repubblica di Salò), questo libro ha la caratteristica di raccontare la storia della resistenza senz’armi degli internati non tanto e non solo sulla base dei documenti burocratici già noti alle ricerche esistenti, ma dal basso, cioè attraverso fonti dirette e coeve rintracciate in numerosi archivi pubblici e privati, nazionali e locali, e collezioni private e di famiglia.

“Avagliano e Palmieri – come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera -, con il consueto rigore storico che li contraddistingue e un sapiente uso della diaristica e della corrispondenza coeva, per lo più inedita o scarsamente conosciuta, ci conducono per mano in un appassionante viaggio nel mondo degli Imi, che ci fa scoprire aspetti nuovi o poco noti, dal loro bagaglio di umanità alla capacità e al coraggio di resistere a tutte le avversità, raccontando attraverso le storie individuali la storia collettiva dei 650mila internati militari italiani”.

Un percorso che si snoda in quindici tappe, quanti sono i capitoli, accompagnate dalle parole vive dei protagonisti dell’epoca (non solo gli internati ma anche i loro familiari e i loro oppressori), dalla tragedia dell’8 settembre alla scelta se aderire o meno, dalla prigionia nei lager al lavoro coatto, fino al ritorno in Italia e al lungo silenzio dei reduci, approfondendo anche le motivazioni degli optanti che, come rilevano giustamente i due autori, costituirono una minoranza «non trascurabile». E soprattutto sviscerando e riempiendo di senso il sacrificio di quei militari italiani, e furono la grande maggioranza, che invece fino alla fine decisero di dire «no», come Giovannino Guareschi indica nella dedica di questo volume: «Ingannato, Malmenato, Impacchettato / Internato, Malnutrito, Infamato / Invano Mi Incantarono / Inutilmente Mussolini Insistette».

Le fonti dirette e coeve consentono di ripercorrere giorno per giorno, passo dopo passo, questo lungo viaggio attraverso il fascismo morente di Salò. “Finalmente l’Italia ha un libro completo su tutta la storia degli Imi”, ha commentato la storica Elena Aga Rossi”.

I prigionieri che dissero no a Salò. «Inutilmente Mussolini insistette»

di Aldo Cazzullo

«Noi non vogliamo restare qui, come qualcuno insinua, per vigliaccheria, quasi imboscati. Siamo tutti ex combattenti, molti decorati, molti volontari. Noi non siamo degli attendisti, come qualcuno ci chiama. Non è per calcolo né per capriccio né per puntiglio, ma solo per coerenza, per un principio di dignità, di onore, di giustizia. Noi siamo uomini, vogliamo essere uomini».

È il 5 aprile del 1944. Sono trascorsi sette mesi dalla sera di settembre in cui la radio ha annunciato l’armistizio e l’esercito italiano si è sfaldato. Per centinaia di migliaia di militari italiani catturati e deportati in Germania è stato un inverno durissimo, di prigionia e lavoro coatto, poiché hanno scelto di non continuare a combattere al fianco degli ex alleati e di non aderire alla Rsi. Uno di loro è il capitano Giuseppe De Toni, nato a Modena, classe 1907, comandante italiano del campo di Hammerstein, che scrive clandestinamente questa lunga e appassionata lettera al fratello Nando, che lo aveva invitato ad optare per uscire dal lager.

  La copertina de «I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi 1943-1945» (il Mulino, pp. 457, euro 26)

 

La storia degli oltre seicentomila internati militari deportati nei lager nazisti, gli Imi, che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 rifiutarono di continuare a combattere con la Germania nazista e di aderire alla Repubblica sociale, è una pagina assai rilevante della partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale e della Resistenza, ma è stata a lungo trascurata. Nel 2009 ad aprire la pista a questo percorso fu l’antologia delle lettere e dei diari degli Imi curata da Mario Avagliano e Marco Palmieri. A undici anni di distanza arriva in libreria il nuovo saggio dei due giornalisti e studiosi, I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi 1943-1945 (il Mulino).

In questo libro Avagliano e Palmieri, con il rigore storico che li contraddistingue e un sapiente uso della diaristica e della corrispondenza coeva, per lo più inedita o scarsamente conosciuta, e di altri documenti come i rapporti della censura, le relazioni delle autorità italiane e tedesche, i volantini e i manifesti di propaganda tedesca o della Rsi, conducono il lettore in un appassionante viaggio nel mondo degli Imi, che ci fa scoprire aspetti nuovi o poco noti, dal loro bagaglio di umanità alla capacità e al coraggio di resistere a tutte le avversità, raccontando attraverso le storie individuali la storia collettiva degli internati militari italiani.

I nazisti vietarono severamente agli Imi di tenere diari. «Premetto — avverte infatti un tenente, Giorgio Marras, alla data del 22 gennaio 1944 — che se mi trovano questo diario mi fucilano». Ma nonostante il pericolo la pratica dei diari è abbastanza diffusa, perché «raccontare — come annota Lino Monchieri il 3 ottobre 1943, subito dopo la cattura — è mio dovere. Qualcuno dovrà pure sapere cosa succedeva qui…», anche se «queste disordinate note — è la consapevolezza del capitano Guido Baglioni, il 12 luglio 1944 — non potranno mai rendere i giorni di disperato tormento, di sconforto, di fame e abbrutimento superati più per miracolo che per forza di volontà».

Il viaggio nella memoria si snoda in quindici tappe, quanti sono i capitoli, accompagnate dalle parole vive dei protagonisti dell’epoca (non solo gli internati ma anche i loro familiari e i loro oppressori). La vicenda degli Imi è analizzata nel suo complesso, dalla reazione all’annuncio dell’armistizio alla cattura da parte dei tedeschi, dal viaggio in tradotta verso i lager alle sofferenze patite nei campi e al lavoro coatto, fino alla liberazione e al ritorno in patria. Un’attenzione particolare è stata rivolta alle motivazioni della scelta di fronte alle offerte di adesione alle SS da parte dei tedeschi e a quelle rivolte ai militari italiani dagli emissari della Rsi dopo il ritorno di Mussolini.

Il libro scandaglia tutti gli aspetti della vita quotidiana degli Imi, caratterizzata dall’ossessione della fame, ma anche dagli sforzi compiuti per difendere la loro dignità di soldati e di uomini nell’inferno dei campi, come la fede religiosa, le iniziative culturali, gli espedienti per ricevere e diffondere informazioni (i giornali parlati e le radio clandestine), il rapporto con la popolazione civile, i contatti con i prigionieri e i deportati di altre nazioni, le storie d’amore e di sesso, che in alcuni casi dopo la liberazione si tradussero in matrimoni e in figli (qualcuno tornò a casa con la moglie o la fidanzata tedesca o polacca).

Vengono approfonditi anche profili nuovi o poco conosciuti, come i campi di punizione, le violenze dei carcerieri, le fughe, la collaborazione con la resistenza locale, i casi di resistenza armata, la deportazione dei carabinieri, la seconda prigionia subita dagli Imi liberati da parte dei russi di Stalin o degli jugoslavi di Tito. Gli ultimi due capitoli riguardano la liberazione, il rientro in patria e la difficile reintegrazione degli ex internati.

La vicenda degli Imi, del resto, è stata per decenni pressoché dimenticata, per diversi motivi: il desiderio del Paese di voltare pagina e non sentir più parlare della guerra e delle responsabilità del fascismo; la loro resistenza in nome di un re e di una dinastia andati via dall’Italia; la scelta del silenzio da parte degli stessi reduci, delusi dal mancato riconoscimento della propria esperienza come contributo alla Resistenza; il fardello di aver combattuto la guerra voluta dal fascismo e la memoria della rovinosa dissoluzione dell’esercito all’indomani dell’armistizio, in un clima di tutti a casa. Basti dire che nel 1950, e fino al 1977, agli Imi venne negata la concessione della qualifica di Volontario della libertà perché «questo ministero (della Difesa) è del parere che sia doveroso mantenere una differenziazione fra i civili che volontariamente presero parte all’attività partigiana (...) e i militari che negando la propria collaborazione ai nazifascisti e subendo l’internamento si attennero semplicemente ai doveri derivanti dal proprio stato», senza il «presupposto della volontaria partecipazione alle ostilità contro i nazifascisti».

Eppure nell’esercito degli Imi si ritrovano numerosi personaggi che raggiungeranno posizioni di spicco nella cultura, nell’economia, nello spettacolo e nella politica del dopoguerra, come Alessandro Natta, Vittorio Emanuele Giuntella, Giovanni Ansaldo, Oreste Del Buono, Mario Rigoni Stern, Tonino Guerra, Luciano Salce e Giovannino Guareschi, la cui foto con la matricola di Imi campeggia nella copertina del libro e che, come raccontano Avagliano e Palmieri, con la sua straordinaria verve fu uno dei protagonisti del «no» alla Rsi e della vita culturale e artistica nei lager. Altri internati saranno genitori di personaggi famosi, come l’ufficiale Ferruccio Guccini, catturato in Grecia, padre del cantautore Francesco; Carmelo Carrisi, padre del cantante Al Bano; Giuseppe Di Pietro, padre del magistrato ed ex ministro Antonio; Giovanni Carlo Rossi, padre di Vasco.

Quello che ora è stato tardivamente riconosciuto, e che dagli scritti coevi degli Imi emerge nitidamente, è che ai militari italiani disarmati e internati si deve il primo rifiuto in massa della guerra e del fascismo, con una «specie di plebiscito — come lo ha definito Vittorio Emanuele Giuntella — da parte di una generazione che non aveva mai partecipato a consultazioni elettorali», ferma restando un’aliquota non trascurabile di aderenti di cui pure bisogna tenere conto. In entrambi i casi la scelta non è necessariamente dettata da motivazioni di natura politico-ideologica, ma nel caso dei non optanti risponde in particolare a sentimenti confusi di stanchezza della guerra, sfiducia verso il regime, fedeltà alla divisa e al giuramento prestato al re, smobilitazione interiore, attendismo o mera imitazione dei compagni e dei superiori. Una scelta che gli internati pagano ad un prezzo altissimo, visto che il censimento in corso da parte dell’Anrp (Albo degli Imi caduti nei Lager nazisti 1943-1945) ha accertato al momento 50.834 caduti. Con questo libro Avagliano e Palmieri sviscerano e riempiono di senso il sacrificio di quei militari italiani, e furono la grande maggioranza, che fino alla fine decisero di dire «no», come Giovannino Guareschi indica nella dedica del volume: «Ingannato, Malmenato, Impacchettato / Internato, Malnutrito, Infamato / Invano Mi Incantarono / Inutilmente Mussolini Insistette».

Mio padre prigioniero in un lager

Era uno dei 650 mila soldati che dissero no alla Repubblica di Salò. Ora un saggio ricostruisce la storia degli internati militari in Germania
 
di Luca Bottura
 
Tra il sangue dei vinti e quello dei vincitori, che da qualche anno in Italia pare impopolare, fastidioso, quasi dovessimo vergognarci di aver mondato con l'eroismo di pochi la codardia dei molti che sostennero prima il fascismo e poi, addirittura, il nazismo, sta il sangue dei dimenticati. Appartiene agli italiani che resistettero senza armi, che scelsero la prigionia anziché fare i reggicoda alle Ss, che — nonostante fossero nati e cresciuti nel brodo di coltura della cartapesta autoritaria — non ebbero dubbi. E optarono, tra Salò e la deportazione, per l'opzione meno gravida di variabili.
Lo Stato fantoccio, la fedeltà al Reich, la cosiddetta Repubblica sociale, la parte sbagliata che per molti "italiani brava gente" è ancora quella giusta, onorevole, lasciavano più margini. C'era comunque l'occasione di menar le mani. Di mettere in pratica la ribalderia prepotente che il buffone di Predappio aveva instillato in un paio di generazioni almeno. C'era, anche, la possibilità di prendere la rincorsa per meglio nascondersi in un anfratto della Storia. Per uscirne immemori. Imboscati, millantando lealtà a un'idea. Di morte.
Alcune centinaia di migliaia di italiani, militari, soldati, decisero che fosse preferibile un viaggio verso nessun posto. Uno Stalag sparso nelle campagne della Prussia orientale. Un contesto che differiva dai lager della Shoah per un unico e decisivo particolare: l'assenza di camere a gas. Tecnicamente, Internati Militari Italiani: Imi. Nella realtà, ostaggi senza diritti. Partigiani spuri. Cancellati a lungo dalla storiografia perché non collocabili, nel mondo diviso in due dell'immediato dopoguerra. Costretti a proclamarsi anticomunisti al ritorno in patria, dopo essere stati liberati dall'Armata Rossa, pena un'ulteriore discriminazione. Sospinti in un angolo del ricordo perché poco afferibili a un lato o all'altro della Guerra Fredda. Ammutoliti.
Nel saggio di Mario Avagliano e Marco Palmieri, I militari italiani nei lager nazisti, non c'è mio padre, che era uno di loro. Stalag IIl C, Kostrzyn, all'odierno confine tra Polonia e Germania, ottanta chilometri in linea d'aria da Berlino. Ma c'è molto di lui. C'è molto di una banalità del bene, di una "cosa giusta", come dicono nella cultura di oltreoceano, fatta in modo quasi incidentale. Eppure consapevole. Ci sono le lettere, le paure, le passioni, la quotidianità dei prigionieri. C'è un coraggio anti-manzoniano, quello che in certi anfratti dell'esistenza ci si dà eccome, anche se non lo si avrebbe. Ci sono gli errori grammaticali, c'è il racconto casuale di chi si ritrova la caserma accerchiata dai tedeschi e scrive alla fidanzata che andrà tutto bene, che comunque con l'altra era solo amicizia, che pub spiegare, e poi chiude come in un bollettino della vittoria: "Viva il Re, viva Badoglio, abbasso i fascisti".
Ci siamo noi e c'è la nostra storia piccola, ci sono gli occhi di un Paese intero che per vent'anni li aveva girati dall'altra parte. Esistenze che si somigliano e differiscono, ognuna con un rimbalzo di afflizione o speranza. L'ordine del giorno Grandi, le caserme senza ordine alcuno, le squadracce che si riformano e cercano di armarsi assediando soldati senza più un referente, I'S settembre del 1943, colonnelli che vendono i loro uomini ai tedeschi per qualche stella in più da far brillare nel cielo di Salò, l'offerta primigenia aggregarsi direttamente all'esercito di Hitler — e l'altra, quella repubblichina. Il vagone piombato. Il lavoro coatto. La mancia come mercede della schiavitù. Le lettere bugiarde verso casa ("Sto bene") e l'orrore di tutti i giorni. I canali pieni di cadaveri. E, anche, altro incredibile cimelio che possiedo personalmente, le cartoline illustrate l'esterno del campo, un tizio in divisa davanti alla guardiola, la bandiera con la croce uncinata. Saluti dal baratro.
Di molti saggi, per nobilitarli, si dice che sembrano romanzi. Non è quasi mai vero. Questo è uno dei rari casi. Nell'alternarsi dei racconti II libro I militari italiani nei lager nazisti di Mario Avagliano e Marco Palmieri edito da il Mulino (pagg.456, euro 26) mancano i contorni stentorei e, a loro modo, bellissimi, che si ritrovano nelle lettere dei resistenti condannati a morte, o sui muri della prigione di via Tasso, a Roma, scolpiti sul muro con le unghie della disperazione. Non c'è il Disegno percepito che comincia con Hannah Arendt e arriva a Primo Levi. Manca l'Orrore. Ma anche senza le maiuscole, anche soltanto unendo i puntini di ogni singola vita a rischio, si riscrive un percorso di dignità, parente minore ma virtuoso dei racconti che meglio conosciamo. Se il diario di Anne Frank è diventato patrimonio di tanti, è anche perla normalità cogente di un'adolescente che scopriva l'amore. Ed è questo antidoto, il trasporto, il sentimento, il capitolo che meglio racconta la sopravvivenza, quella che Andrea Aloi definì Resistenza Umana, un motore inestinguibile che ci spinge avanti barcollanti. Dentro o fuori da una tragedia.
È un libro bellissimo, necessario. Non tanto e non solo per quel lampo di lucore che irradia sulle vite di chi — con la rotonda eccezione di Giovannino Guareschi e del suo Diario Clandestino e di pochi altri — ha in massima parte lasciato questo mondo in punta di piedi. Fin troppo a lungo misconosciuto, disconosciuto. Degnarlo di uno sguardo postumo, anche a spizzichi e bocconi, apparenta a una parcellare fiducia persino in questo presente piuttosto derelitto. Ché in quei giorni di tarda estate, incredibilmente, l'individualismo nobile fece di noi un popolo.
Troppa gente ogni giorno violenta la parola Patria. Se davvero dovessi intestarmene una — Patria, non Nazione: di quella francamente nulla mi cale — vorrei che fosse la stessa di quei giovani sperduti e spaventati. Anche di quelli che morirono di malattie e stenti. Versando, per noi, il sangue dei miti.
 
(la Repubblica, 10 febbraio 2020)
 

Storie - La Memoria degli internati militari

di Mario Avagliano

  La legge istitutiva della Giornata della Memoria del 2000 riguarda, oltre che la Shoah e la persecuzione degli ebrei, anche i deportati politici e gli internati militari. All'indomani dell'8 settembre 1943, infatti, le truppe naziste nell'occupare l'Italia, scatenarono una caccia all'uomo nei confronti degli ebrei, con la complicità del redivivo fascismo di Salò, ma anche una feroce repressione dell'opposizione politica e sociale, con la deportazione di antifascisti, resistenti civili, partigiani, operai scioperanti. Inoltre l'esercito tedesco catturò e disarmò in Italia e sui vari fronti di guerra (dalla Francia ai Balcani alle isole greche) circa 1 milione di ufficiali e soldati italiani, spesso con l'inganno e non di rado con la collaborazione di nostri connazionali immediatamente schieratisi con la Germania a seguito dell'armistizio.
Di questo milione di soldati, circa 100 mila aderirono subito alle Ss tedesche o alla Rsi e altri 190 mila riuscirono a fuggire o vennero rilasciati.
In 710 mila vennero internati nei campi del Reich e posti di fronte all’alternativa se entrare nell’esercito della Repubblica Sociale, guidata da Benito Mussolini, oppure restare in prigionia, soffrendo la fame e sopportando gli stancanti e snervanti turni di lavoro. La maggior parte di loro, circa 600-630 mila, disse di “no” all’adesione, in nome della fedeltà all’Italia, al re e all’ideale di libertà, anche se una quota non irrilevante (oltre 100 mila) optò per la Rsi.

Diverse migliaia di internati morirono nei campi, per le pessime condizioni di vita e di lavoro o anche perché picchiati e fucilati. Anche la loro storia va ricordata.

(L’Unione Informa e moked.it del 26 gennaio 2016)

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Una gavetta piena di fame

Il terzo volume della collana Filo Spinato

Una gavetta piena di fame. Due anni di lager e di sofferenze raccontati alla piccola Pucci (Marlin, 334 pagine, 16 euro), nuovo libro della collana "Filo Spinato", diretta da Mario Avagliano e Marco Palmieri, propone il diario del capitano Luigi Salvatori, scritto durante l’internamento nel Terzo Reich.
Si tratta di una testimonianza nitida e toccante dell’esperienza vissuta dai circa 650.000 italiani rinchiusi nei lager nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 con la qualifica di Internati Militari Italiani (IMl), per aver rifiutato di continuare la guerra al fianco dei tedeschi e di aderire alla Repubblica di Salò.
Ritrovato dalla figlia e dal nipote dopo la morte di Salvatori, il diario inizia il 4 dicembre 1944 nel campo di Sandbostel, nella Bassa Sassonia, sotto forma di una lettera alla figlia Pucci (Liliana), di appena cinque anni.

Sono pagine di grande vivezza, in cui l’autore con limpido stile narrativo racconta la guerra e la prigionia, e prosegue con annotazioni pressoché quotidiane dal 23 febbraio fino al 14 settembre 1945, giorno dell’arrivo a Roma. La sua è una cronaca straordinaria dall’interno dei lager sulle condizioni degli IMl e il trattamento subito dai tedeschi, oltre che sulle ragioni della loro scelta.
Di eccezionale valore storico la testimonianza sul periodo dell’occupazione italiana in Grecia, caratterizzata da ruberie, facili costumi e violenze efferate da parte dei soldati italiani nei confronti dei ribelli e della popolazione.

LUIGI SALVATORI (L’Aquila 1911 - Rieti 1989), arruolatosi nell’esercito a diciotto anni, frequentò l’Accademia di Artiglieria e Genio di Torino. Allo scoppio della seconda guerra mondiale prese parte alle operazioni belliche contro la Francia. L’anno seguente combatté sul fronte greco e successivamente sul fronte jugoslavo. Dopo la resa della Grecia fu destinato a Larissa, in Tessaglia, dove il 1° ottobre 1941 gli giunse la promozione a capitano. Qui l’11 settembre 1943 venne catturato dai tedeschi e internato in diversi lager: Leopoli (Polonia), Deblin Irena (Polonia), SandbosteL (Germania), Wietzendorf (Germania), Muhlberg Elbe (Germania). Liberato dall’Armata Rossa il 23 marzo 1945, rientrò in patria e, ripreso servizio nell’esercito, si trasferì A Rieti, chiudendo la carriera col grado di generale di divisione. Tra le varie decorazioni ottenne due croci al merito di guerra per le operazioni belliche a cui aveva partecipato tra il 1940 e il 1943 ed una per l’internamento subito nel Terzo Reich. Il 27 gennaio 2010 gli è stata assegnata “post mortem” la medaglia d’onore riservata agli ex deportati nei lager nazisti. Tranne che in un’occasione, Luigi Salvatori non volte mai parlare dette sue esperienze di prigioniero. Oltre al diario che qui pubblichiamo, dedicato alla figlia Liliana (Pucci), resta inedito un secondo memoriale indirizzato alla moglie Gianna.

Internati italiani, nuovi documenti

di Dino Messina

   Il soldato Raffaele Uccellari, originario di Montemarciano, in provincia di Ancona, venne catturato dai tedeschi il 15 settembre 1943 a Rodi, dopo l’armistizio dell’8 settembre, e deportato in uno dei Lager nell’attuale territorio della Bielorussia, allora in mano ai nazisti. Raffaele era uno di quei tanti soldati italiani che non avevano accetato di collaborare con l’ex alleato e per questo assieme a migliaia di commilitoni venne deportato nei campi dove gli Imi (Internati militari italiani) erano posti al gradino più basso della gerarchia di reietti, venivano solo prima degli ebrei, al pari degli zingari, e dopo i prigionieri russi. Il loro compito era lavorare fino allo stremo e quando venivano considerati inservibili finivano in una fossa. Per Raffaele Uccellari e altri dodicimila internati le pene non ebbero termine con la liberazione. Alcuni riuscirono a fuggire, altri si affidarono alle sicure mani degli Alleati, altri ancora furono presi in consegna a paritre dal 1944 dai sovietici e portati in altri campi di prigionia all’interno della Russia: alcuni vennero rilasciati tra il ’45 e il ’46, circa undicimila rientrarono nel 1954, assieme a diecimila prigionieri dell’Armir. Un migliaio di internati non sopravvisse alla seconda prigionia.

Leggiamo questa storia nel bel saggio che Maria Teresa Giusti ha pubblicato su “Ventunesimo secolo”, la rivista diretta da Gaetano Quagliariello, come introduzione a parte dei documenti tradotti e editati che furono donati il 30 novembre 2009 dal presidente Bielorusso Aleksander Lukasenko al premier italiano Silvio Berlusconi in visita di Stato a Minsk. Tra i faldoni c’erano un paio di elenchi di prigionieri nei campi della regione di Glubokoe, a Nord del Paese, e di Grodno, ai confini con la Polonia. Interessanti sono soprattutto le interviste a testimoni locali raccolte tra il 1964 e il 1965 e custodite negli ex archivi del kgb di Misk. Un ritratto toccante sulle condizioni di vita dei prigionieri italiani, malnutriti, malvestiti, costretti a scavare le trincee dove restavano come vittime inermi o fucilati accanto ai prigionieri russi in fosse comuni.

(lanostrastoria.corriere.it 29 luglio 2012)

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Storie - I dimenticati dell'8 settembre

di Mario Avagliano

L’8 settembre 1943 non è una data qualsiasi del calendario della memoria dell’Italia. Settant’anni fa l’annuncio dell’armistizio segnò davvero una svolta, aprendo la strada al riscatto di una nazione che aveva conosciuto vent’anni di dittatura fascista, la soppressione delle libertà politiche e civili e le leggi razziali, e si era alleata con la Germania di Adolf Hitler.
Anche in questo anniversario, si è parlato troppo poco della vicenda dei circa 650 mila internati militari italiani che rifiutarono di aderire alle SS tedesche e poi all’esercito della Rsi del redivivo Mussolini, pagando la loro scelta con il campo di concentramento, il lavoro obbligatorio e, a volte, con la morte, a seguito degli stenti, delle malattie, della fame o del comportamento brutale dei carcerieri tedeschi.

Eppure la loro fu una scelta di resistenza, un tentativo di salvare l’Italia, di non farla tornare ad essere “una semplice espressione geografica”, restituendole un ”governo democratico”, come chiarisce uno di loro, il sottotenente friulano degli Alpini Giovanni Malisani, in una pagina del suo diario dell’epoca, che sarà presentato il prossimo 20 settembre a Udine.
Un’altra storia poco conosciuta è quella dei militari italiani prigionieri nei campi degli Alleati che all’indomani dell’armistizio decisero, non senza difficoltà ed ostacoli da parte degli angloamericani, di cooperare alla lotta per la libertà. Così commentava la fine della guerra uno di loro, il calabrese Antonino Corigliano, da un campo di prigionia in India, nel suo taccuino pubblicato dal figlio Gregorio (I diari di mio padre 1938-1946, Luigi Pellegrini Editore): “Le forze del bene hanno trionfato su quelle del male, schiacciando i serpenti che, con le loro spire, tentavano di stritolare le potenze amanti della pace, del lavoro e della libertà. Ed a fianco di questi popoli forti e vittoriosi, ha marciato in 20 mesi di lotta il popolo italiano, togliendo una parte di quel fango che ci era stato gettato, da parte di un regime d’oppressione e di falsità”.

È proprio grazie agli internati militari, ai cooperatori, alle forze armate del ricostituito esercito italiano del Regno del Sud, ai deportati politici e, naturalmente, ai partigiani (tra i quali ci furono tantissimi ebrei), che l’8 settembre non fu la data della vergogna o della morte dell’Italia, bensì della sua rinascita.
Ma l’armistizio, come ha sottolineato giustamente Anna Foa, a seguito dell’occupazione tedesca e della politica razzista della Repubblica Sociale di Mussolini, nelle regioni del centro-nord segnò anche il tragico passaggio dalla persecuzione dei diritti alla persecuzione delle vite degli ebrei. Alla quale collaborarono molti loro connazionali italiani, così come avevano fatto al tempo dell’applicazione delle leggi razziali. Anche questo va ricordato.

(L'Unione Informa e il portale moked.it del 10 settembre 2013)

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