Storie – Sami Modiano e la deportazione da Rodi

di Mario Avagliano

Nella storia della deportazione italiana c’è anche il capitolo di Rodi, l’isola delle rose, passata all’Italia nel 1912, dove all’epoca vivevano insieme, pacificamente, ebrei, musulmani e cristiani. Anche in questo paradiso le leggi razziali fasciste del 1938 cambiarono la vita della comunità ebraica, stanziata nell’isola dal XVI secolo, ad esempio con la brutale espulsione dei ragazzi ebrei dalle scuole.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Rodi passò sotto il controllo tedesco. Il 18 luglio 1944 i nazisti, con il pretesto di un controllo dei documenti, arrestarono i capifamiglia della comunità e il giorno dopo, come ha raccontato Sami Modiano nel bell’articolo realizzato da Umberto Gentiloni su La Stampa, «chiesero a tutti i familiari di fare un fagotto con i beni di prima necessità: cibo, vestiti e oggetti di valore. Cercavano soprattutto oro. In silenzio andammo anche noi verso la caserma, mio padre Giacobbe era già lì. Restammo chiusi per alcuni giorni».
All’alba del 23 luglio 1944 ebbe inizio il lungo viaggio verso Auschwitz. Al porto circa duemila persone vennero stipate su alcune chiatte adibite al trasporto di animali. Una prima sosta all’isola di Kos per imbarcare altri nuclei familiari arrestati, poi rotta verso il Pireo. Ad Atene il trasferimento su un treno e la partenza per la Polonia, dove giunsero quasi un mese dopo, il 16 agosto. «All’improvviso la nostra adolescenza era finita del tutto», ha detto Modiano. «Già nel 1938 ero stato espulso dalla scuola italiana in seguito all’applicazione delle leggi razziali di Mussolini. Avevo un maestro bravissimo, lo ricordo ancora con nostalgia. Il viaggio fu davvero una marcia di avvicinamento verso l’inferno. Il caldo, gli odori, i bisogni e i primi cadaveri gettati in mare».
Il 23 luglio scorso, proprio a Rodi, sessantasette anni dopo quella tragica alba, Modiano ha incontrato uno degli altri pochi sopravvissuti (31 uomini e 120 donne) alla deportazione, Moshe Cohen, venuto come lui nell’isola a celebrare l’anniversario. Non si vedevano dal 1945, data del loro ultimo incontro a Roma. Modiano, dopo alcuni anni trascorsi nel Congo belga, vive oggi tra Rodi e Ostia; Cohen aveva lasciato l’Italia per combattere volontario contro gli inglesi in Medio Oriente, e dopo un periodo in Israele si è trasferito in California. Si sono riconosciuti dal braccio tatuato a Birkenau. Un lungo abbraccio e tanta commozione.
La stele di granito nella piazza Martiron Evreon (dei martiri ebrei), scrive Gentiloni su La Stampa, recita in sei lingue «Alla memoria eterna dei 1604 ebrei di Rodi e Kos sterminati nei campi di concentramento nazisti. 23 luglio 1944». L’antica sinagoga è lì vicino, ma oggi la comunità ebraica dell’isola, distrutta dai nazisti, non raggiunge le trenta unità. Modiano ha deposto un sasso in memoria della sua famiglia e di tutti gli altri: «Sono tornato vivo da quell’orrore per tutti loro, per poter raccontare a chi è venuto dopo o non credeva, per non disperdere la loro voce e la loro memoria».

(L'Unione Informa, 26 luglio 2012)

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Memoria, la Provincia di Roma ricostruisce con documenti inediti le storie dei bambini deportati da Roma ad Auschwitz

di Marco Pasqua

  Rosanna Calò non aveva ancora compiuto tre anni, quando i nazisti rastrellarono il Ghetto di Roma. Era nata il 18 agosto del 1941, ed era la figlia di Eugenio Calò e Ada Spizzichino. Quando, all'alba del 16 ottobre del 1943, i soldati tedeschi, liste di famiglie ebree alla mano, fecero partire una spietata "caccia all'uomo", Rosanna venne arrestata. Fu deportata ad Auschwitz due giorni dopo. Il 23 ottobre, all'arrivo nel campo di sterminio, in Polonia, è stata assassinata.

La sua storia è quella delle centinaia di bambini ebrei romani deportati nei campi di sterminio nazista. Una tragedia poco conosciuta. A raccontarla, per la prima volta, è la Provincia di Roma che ricostruisce le loro storie attraverso gli archivi dell’International Tracing Service di Bad Arolsen, in Germania. Un database che documenta il destino di milioni di persone deportate dalla macchina del terrore nazista da tutta Europa. Le ricerche saranno consegnate alla comunità ebraica di Roma domani, 16 ottobre, nel 69mo anniversario della deportazione del Ghetto, come spiega il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti. Si tratta di stralci di lettere in un archivio che coinvolge milioni di persone, fatto di storie individuali, spostamenti di famiglie, modifiche di confini e appartenenze; ricerche che hanno investito gli anni della ricostruzione nell’Europa distrutta dal secondo conflitto mondiale.
La ricerca di Rosanna Calò venne avviata su richiesta del padre, scampato alla deportazione. La madre, invece, morì in data e luogo ignoti dopo essere stata anch’essa deportata da Roma ad Auschwitz il 18 ottobre 1943. Il dossier archivistico di Rossana, fanno notare gli esperti della Provincia impegnati in questo lavoro sulla Memoria, è composto da trentadue pagine. Tra questi reperti, figura una comunicazione del Ministero dell’Interno italiano (direzione generale dell’assistenza pubblica) all’International Tracing Service (Child Search Branch 154 U.S. Army – Germany), datata 4 settembre 1950: “In esito al foglietto suindicato si comunica qui di seguito i dati relativi alla bambina nominata in oggetto, dispersa dal 1943. Calò Rosanna di Eugenio, nata a Roma il 18.6.1941, catturata a Roma il 16.10.1943 per motivi razziali, insieme alla mamma – Spizzichino Ada in Calò – risulta da tale data dispersa. La signora Spizzichino Settimia, sorella della mamma, che è stata la sola a tornare, ha dichiarato di aver lasciato entrambe (perché forzatamente separate) nel campo di Auschwitz il 25.10.1943. Il padre, Calò Eugenio, che ne richiede notizie, risiede a Roma, Via della Reginella 22. Si resta in attesa di conoscere l’esito delle indagine”.
“Il prossimo 16 ottobre, nel 69mo anniversario della deportazione del Ghetto, riconsegneremo alla comunità ebraica di Roma la documentazione relativa alle ricerche compiute dalle famiglie e dalle autorità religiose e civili italiane per rintracciare – dopo la fine della guerra - le centinaia di bambini ebrei romani deportati dai nazisti durante l’occupazione della Capitale e mai più tornati a casa – spiega il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti - Fotografie, lettere e corrispondenze rinvenute dai responsabili del Progetto Storia e Memoria della Provincia di Roma presso gli archivi dell’International Tracing Service di Bad Arolsen, in Germania: un’istituzione della Croce Rossa Internazionale nata pochi mesi dopo la fine della guerra per cercare di ricostruire il destino di milioni di persone deportate dalla macchina del terrore nazista da tutta Europa”.
“Questa documentazione, sostanzialmente inedita, ci consente di ripercorrere, a distanza di decenni, la dolorosa e frustrante ricerca che i superstiti della Shoah, sfuggiti alle deportazioni o, in rarissimi casi, ritornati incolumi a casa, hanno compiuto, dopo la fine della guerra, nella speranza di rinvenire notizie dei propri bambini, le vittime più giovani della tragedia del 16 ottobre 1943 – sottolinea il presidente della Provincia - Ora, per la prima volta dall’apertura al pubblico degli archivi nel 2006, una parte decisiva di questo materiale viene raccolto, pubblicato in volume, restituito alle famiglie e alla nostra città”.
Questo, fa notare Zingaretti, “non è l’esito di una semplice inchiesta storica, né si tratta di un gesto simbolico. Ciascuna delle immagini, dei nomi, delle schede relative a quelle centinaia di bambini romani, spesso scomparsi insieme ai loro parenti più cari, rappresenta una riaffermazione di identità, di individualità, di legami umani che la barbarie nazista non è riuscita ad annullare e a cancellare e che, attraverso il tempo, giunge fino a noi”. “È, dunque, un atto di testimonianza e di responsabilità civile, raccogliere ora questo inestimabile tesoro della memoria, conservarlo e tramandarlo come un monito di verità e di umanità contro ogni forma di oblio e contro ogni tentativo di negare le nostre radici o di riscrivere il nostro passato”, conclude Zingaretti.
Sempre domani, intanto, la Fondazione Cdec (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) consegnerà a Gerusalemme all’istituto Yad Vashem i nomi delle vittime italiane della Shoah, perché siano incluse nel Central Data Base of the Shoah Victims su web. La consegna avverrà con una cerimonia alla quale prenderanno parte l’ex rabbino capo d’Israele, Meir Lau, l’ambasciatore d’Italia in Israele, Francesco Talò, autorità locali. Per il CDEC saranno presenti il Presidente, Professor Giorgio Sacerdoti, e la storica Liliana Picciotto.

(L'Huffington Post, 15 ottobre 2012)

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16 ottobre con il Presidente Monti: "Mai più soli di fronte a chi pratica l'odio"

di Adam Smulevich e Lucilla Efrati

   “Non c'è futuro senza Memoria”. Uno slogan che ha accompagnato l'intensa giornata vissuta ieri a Roma con la marcia della Memoria in ricordo del rastrellamento nazifascista al Portico d'Ottavia, la visita del presidente del Consiglio Mario Monti ai locali del Tempio Maggiore e del Museo Ebraico e la presentazione del disegno di legge contro il negazionismo al Senato.
Accolto all'ingresso del Tempio spagnolo dal presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, dal presidente della Comunità ebraica capitolina Riccardo Pacifici e dal rabbino capo rav Riccardo Di Segni, il presidente del Consiglio ha pronunciato parole di grande significato e spessore. “La presenza ebraica in Italia, forte in questa città di oltre 2mila anni di storia – il messaggio del professore – è un fattore di ricchezza per tutta la collettività come testimonia il lavoro svolto per il bene e per il progresso comune da numerosi esponenti di questa antichissima e radicata realtà. Dall'economista Franco Modigliani al rabbino emerito Elio Toaff, grandi uomini e protagonisti del nostro tempo che è un onore poter ricordare in questa circostanza”. Assieme a Monti, a testimoniare l'impegno nel segno della coesione, dell'unità e dell'integrazione di tutta la squadra di governo, i ministri Severino, Riccardi e Barca. Seduti al loro fianco i Testimoni romani della Shoah e i familiari di Shlomo Venezia.

Rivolgendosi alla platea, prima negli spazi più intimi del Tempio Spagnolo – dove era presente anche una delegazione della Jewish Federation of North America guidata da Richard Sandler e Cindy Shapira – e successivamente a Largo 16 ottobre, di fronte alle migliaia di persone ritrovatesi in piazza per non dimenticare gli accadimenti di quel terribile autunno del 1943, Monti ha rassicurato gli ebrei italiani (“Non vi lascio soli davanti a forme di negazionismo, revisionismo o minimizzazione della Shoah”) per poi soffermarsi sulle insidie striscianti dell'antisemitismo, sia esso palese o abilmente mascherato sotto altre vesti (“Faccio mie le parole del Capo dello Stato: No all’antisemitismo anche quando esso si traveste da antisionismo”) e quindi chiamare a un forte e consapevole impegno tutti quei cittadini che si riconoscono nei valori democratici affinché non lascino tregua a chi, sfruttando un momento di crisi non soltanto economica ma anche morale, propugna odio e violenza verso le identità 'altre' – immigrati, rom, omosessuali. Identità presenti in gran numero alla marcia della Memoria, come ha sottolineato il leader di Sant'Egidio Marco Impagliazzo ricordando il crescente consenso che negli anni ha accolto questo appuntamento.
Sicurezza e speranza. Queste le due richieste del rabbino capo al presidente del Consiglio. “Non possiamo dimenticare – ha spiegato rav Di Segni – che l'uomo è capace di arrivare all'abisso dell'abiezione e che il male è dentro di noi e tutto intorno a noi. La partecipazione di così tante persone a questo evento testimonia una presa di coscienza fondamentale che ci aiuterà a combattere chi semina odio”. Un pensiero condiviso dal presidente Pacifici: “Oggi – scandisce soffermandosi sui vari momenti che hanno caratterizzato la giornata – abbiamo scritto una pagina storica per il nostro paese.
Oggi, consapevoli della vicinanza delle istituzioni, riaffermiamo il fatto che gli ebrei non hanno paura, non si fermeranno, non chineranno più la testa di fronte ai loro nemici”. “In questa serata così emozionante e significativa – aveva precedentemente affermato Renzo Gattegna, affiancato sul palco dal vicepresidente UCEI Roberto Jarach – voglio rivolgere un pensiero deferente e affettuoso ai Testimoni della Shoah le cui parole hanno illuminato e continuano a illuminare le coscienze di migliaia di giovani indicando a noi, alle nuove generazioni, ai nostri figli e ai nostri nipoti, la strada da seguire perché, attraverso la testimonianza e la conoscenza, quei crimini non abbiano a ripetersi mai più e contro chiunque”.
Consenso bipartisan all'introduzione di una legge sul negazionismo è stato intanto espresso dai senatori Gasparri, Finocchiaro, Amati e Malan nel corso di una conferenza stampa svoltasi ieri pomeriggio a Palazzo Madama. Ad aprire l'incontro le parole del presidente del Senato Renato Schifani. "Nelle nostre società evolute – il suo messaggio – troppe forme anche se ambigue e mascherate di razzismo e antisemitismo sono ancora presenti, anche se in ambiti limitati, ma non per questo meno insidiosi. Negare tendenziosamente la verità e minimizzare una delle più grandi tragedie umane del nostro tempo non è tollerabile. Anzi, deve essere perseguibile". Favorevole all'iniziativa anche la professoressa Donatella Di Cesare, autrice del recente saggio Se Auschwitz è nulla.

Il Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna durante
la cerimonia ha pronunciato il seguente discorso:

Illustre Presidente, Illustri autorità,
amici della Comunità di S. Egidio, cari amici presenti,
dopo la toccante cerimonia in ricordo di Stefano Gaj Taché con la presenza del Presidente della Repubblica, ci incontriamo oggi per un'altra commemorazione, quella della tragica deportazione di oltre mille ebrei romani il 16 ottobre del 1943. Sono stati due drammatici eventi molto diversi fra loro, decisamente incomparabili, ma che hanno avuto alcuni aspetti in comune. Innanzitutto il luogo, questo breve spazio che si estende tra il Portico di Ottavia e la piazza delle Cinque Scole, e poi le vittime.
Il 9 ottobre del 1982 è stato ucciso un bambino ebreo.
Il 16 ottobre del 1943 i nazisti, con la complicità e la correità del regime fascista, deportarono nei campi di sterminio intere famiglie e con esse molti bambini, nessuno dei quali fece più ritorno.
Questo cinico accanimento contro i bambini, alcuni addirittura neonati, è stato un comportamento ricorrente della barbarie nazista e fascista, un tratto distintivo di coloro che divennero seguaci di ideologie di stampo razzista e arrivarono ad annullare la propria umanità al punto di non riuscire più a riconoscere e a distinguere l'umanità delle altre persone.
La Shoah riguarda tutti.
Della Shoah gli ebrei sono stati le vittime predestinate, ma gli ebrei non sono, non vogliono essere e non saranno mai il popolo della Shoah.
I veri protagonisti sono stati tutti coloro che, con criminale ferocia, la idearono, la progettarono e la realizzarono, coloro che parteciparono assistendo a quei fatti compiacendosene o anche rimanendo indifferenti, videro e tacquero.
Gli ebrei, come vittime e come testimoni diretti, possono continuare ad offrire a tutte le persone in buona fede collaborazione per studiare e decifrare qualcosa che li ha coinvolti drammaticamente.
Voglio a questo proposito rivolgermi con deferenza e con affetto ai Testimoni della Shoah, alcuni dei quali sono qui con noi questa sera.
Le loro parole hanno illuminato e continuano a illuminare le coscienze di migliaia di giovani indicando a noi, alle nuove generazioni, ai nostri figli e ai nostri nipoti, la strada da seguire perché, attraverso la testimonianza e la conoscenza, quei crimini non abbiano a ripetersi mai più e contro chiunque.
Una promessa che rinnoviamo oggi, in questa piazza, dove pochi giorni fa due ali di folla hanno dato l'ultimo commosso saluto a Shlomo Venezia, l'uomo che ci ha spiegato a quale terribile compito fossero chiamati i Sonderkommando.
Ho detto che la Shoah non riguarda solo gli ebrei e voglio spiegare qual è il senso di questa affermazione.
La Shoah è stata il primo e il più grande sterminio programmato e attuato nell'era moderna al quale hanno concorso varie discipline: la filosofia, la storia, la teologia, la politica, la chimica, la fisica, la biologia, la medicina, l'antropologia ed altre ancora.
Tutte le branche del sapere umano sono state mobilitate e chiamate a contribuire per la realizzazione di quello che possiamo definire “lo sterminio perfetto”, “l'annientamento totale”.
Questa è la caratteristica speciale e innovativa della Shoah, l'aver creato il “modello del genocidio” e per questo costituisce ancora un pericolo per l'intera umanità.
È stata creata una nuova specie di virus di laboratorio che, se sfuggisse al controllo, potrebbe diffondere una nuova letale epidemia. Cari amici, per questo siamo qui tutti gli anni e ci incontriamo al di là e al di sopra delle nostre specificità e delle nostre diversità, per combattere questo comune nemico.
Dobbiamo sempre ricordarci che, se qualcosa è già avvenuto, potrebbe anche ripetersi in forme simili o in forme diverse ma che, dopo la Shoah, chiunque in futuro volesse ripercorrere una simile strada, ad essa certamente dovrebbe ispirarsi per la sua scientifica efficacia.
Voglio concludere parlando del presente.
Nell'attuale periodo storico penso di poter affermare che è apparso un nuovo sintomo che ci aiuta ad individuare più facilmente e più velocemente i nostri potenziali persecutori; sono coloro che si considerano gli eredi culturali e spirituali del nazismo e del fascismo, sono coloro che non si vergognano di proseguire, per ora solo sul piano della propaganda, quell'opera di annientamento.
Come i loro ispiratori e maestri tentarono di effettuare lo sterminio, provvedendo poi a cancellare le prove dei loro misfatti, così i proseliti di oggi vorrebbero proseguire il loro lavoro cancellando la memoria di ciò che è stato attraverso un sistematico impegno a negare che la Shoah sia avvenuta o quantomeno che sia stata di dimensioni inferiori.
Ad oggi l'antisemitismo è però un'insidia lontana dall'essere completamente debellata.
Una minaccia velenosa e strisciante che ha trovato nuove pericolosissime forme di espressione nella galassia del web e che, proprio per questa sua caratteristica, per l'apparente facilità del suo contagio, non deve essere sottovalutata ma anzi contrastata con sempre maggior forza ed efficacia.
È questa una sfida anche culturale come lei stesso, illustre presidente, affermò in occasione dell'ultimo Giorno della Memoria sottolineando, in un messaggio, la necessità sempre più stringente di vigilare affinché questi rigurgiti non intacchino gli sforzi compiuti dalla collettività in favore di un consolidamento della convivenza civile al quale stiamo tutti lavorando con grande slancio e intensità.
Negazionismo e antisemitismo non sono soltanto fenomeni odiosi in sé ma lo specchio di una crisi di valori che ci riguarda tutti da vicino e che richiede una nostra ferma risposta con gli strumenti e i mezzi più adeguati.

(L'Unione Informa, 17 ottobre 2012)

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I 139 prigionieri famosi che Hitler voleva scambiare per salvarsi

di Mario Avagliano
 
   Sono le nove del 28 aprile 1945. È una livida mattinata di primavera, il giorno prima al Nord ha nevicato. Mentre Benito Mussolini e la sua amante Claretta Petacci sono nelle mani dei partigiani, nel Comasco, e stanno per andare incontro al loro tragico destino, a poche centinaia di chilometri, in Sudtirolo, un convoglio speciale di cinque autobus giunge nel villaggio di Villabassa, a circa trenta chilometri da Cortina d’Ampezzo.
Sotto una pioggerellina gelida, emerge dalla fitta nebbia un gruppo di 139 persone, scortato dalle SS naziste. Uomini, donne, persino una bambina bionda, provenienti da diciassette diversi Paesi. Alcuni vestiti con la divisa a strisce dei lager, altri con giubbe militari prive di spalline e di mostrine, altri ancora con giacche sformate con appiccicato il triangolo rosso dei deportati politici.
Sembrano fantasmi, ma tra di loro vi sono alcuni dei più noti protagonisti della storia d'Europa. Si tratta dei cosiddetti "prigionieri d'onore", personalità eccellenti che in quegli anni di guerra sono stati detenuti in maniera segretissima in vari lager del Reich, da Dachau a Flossenbürg. Heinrich Himmler, il potente ministro dell'Interno della Germania nazista, in vista della sconfitta vorrebbe utilizzarli nelle trattative di pace con gli Alleati.
A raccontare la storia di questo convoglio e le vicende intrecciate dei prigionieri speciali del Fuhrer, con un incalzante stile narrativo accompagnato dal consueto rigore storico, è il bel libro “Gli invisibili” di Mirella Serri (Longanesi, pp. 232).
I personaggi ritratti sono di primo piano. L'ex cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg, incarcerato dopo l'annessione dell'Austria, raggiunto volontariamente nel lager dalla moglie Vera; l'ex vice cancelliere austriaco e sindaco di Vienna, Richard Schmitz; il generale Alexandros Papagos, ministro greco della guerra che aveva fermato e respinto l’invasione italiana; l'ex presidente della banca centrale tedesca, Hjalmar Schacht; l'ex primo ministro francese del Fronte Popolare, l’ebreo Léon Blum; il famoso industriale Fritz Thyssen.
Ci sono anche parenti illustri: Vassilij Kokorin nipote del ministro degli Esteri sovietico Molotov; il consigliere diplomatico Mario Badoglio, figlio di Pietro; il generale Sante Garibaldi, nipote dell'eroe dei due mondi. E ancora: l’ex capo della polizia di Salò Tullio Tamburini (arrestato il 21 febbraio 1945 insieme al suo vice Eugenio Apollonio, con l’accusa di "doppiogiochismo"), diversi figli e parenti dei congiurati dell'attentato contro Hitler del 20 luglio 1944, e il principe Filippo d'Assia, marito della principessa Mafalda di Savoia e genero del re d'Italia. Oltre ad agenti segreti britannici, contesse, giornalisti, teologi, cabarettiste e professori.
Molti di questi prigionieri speciali sono stati rinchiusi nei lager sotto falsa identità e in isolamento. Il loro vero nome era conosciuto solo dai comandanti dei campi. È il caso ad esempio di Léon Blum, che solo nel 1944 vide per la prima volta altri deportati, “il volto segnato da lunghe cicatrici, piedi nudi negli zoccoli, attaccati come bestie a una carretta”.
Tra le vicende raccontate da Mirella Serri, spicca quella dell’aristocratica coppia composta da Mafalda di Savoia e Filippo d’Assia.
Un dossier dell’Ovra, la polizia segreta di Mussolini, ha fatto luce sulla doppia vita di Filippo, che intrattiene rapporti omosessuali ed è stato colto sul fatto al cinema Cola di Rienzo mentre molesta un giovanotto. Nonostante questi “peccati”, il principe viene utilizzato da Hitler come mediatore presso Mussolini e si presta a far esportare capolavori dell’arte dall’Italia alla Germania, come la “Leda e il cigno” di Tintoretto. Poi, nominato governatore dell’Assia, consente agli esperimenti nazisti di eutanasia e al programma Aktion T4 contro i disabili. Finché, dopo l’8 settembre, viene arrestato in quanto genero del re traditore e tenuto prigioniero nel campo di Flossenbürg.
Una sorte ancora peggiore subisce la moglie, la fragile e avvenente principessa Mafalda. Rapita con un sotterfugio da Herbert Kappler a Roma, viene deportata a Buchenwald. Ferita durante un bombardamento anglo-americano a fine agosto del ‘44, viene sottoposta ad una lunga operazione chirurgica, allo scopo deliberato di provocarne la morte per dissanguamento.
I prigionieri invisibili sono destinati alla Fortezza Alpina, il ridotto prescelto dai gerarchi nazisti per l’ultima resistenza contro i dilaganti eserciti nemici. Ma il criminale piano fallisce miseramente. I 139 vengono liberati e la loro storia un po’ scomoda viene dimenticata. Fino a questo libro.

(Pubblicato in una versione più sintetica su Il Messaggero, 12 novembre 2015)

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Storie – Il 17 novembre, le leggi razziste e i baroni di razza

di Mario Avagliano 

  Il 17 novembre del 2013 ricorre il 75° anniversario dell’emanazione del regio decreto legge sulle leggi razziali (meglio sarebbe dire leggi razziste). Un appuntamento importante per riflettere e approfondire, anche dal punto di vista storiografico, la prima fase della persecuzione degli ebrei in Italia, quella che Michele Sarfatti ha definito la persecuzione dei diritti, un po’ messa in ombra dalla tragicità della fase successiva della Shoah.
Io credo che il 27 gennaio costituisca una data-simbolo insostituibile del calendario internazionale della Memoria. Non vi è dubbio però che quella giornata riguardi in particolare le immani responsabilità della Germania nella vicenda delle deportazioni, non solo di tipo razzista, ma anche politico e militare. E per evidenti motivi, a partire dall’altissimo numero delle vittime, nelle scuole, sui giornali, nei convegni si parla quasi esclusivamente dell’esperienza dei lager.

Il dramma universale di Auschwitz, in qualche modo, oscura il 1938. E a noi italiani, bisogna ammetterlo, in fondo questa lettura storica non dispiace, perché ci consente di autoassolverci e, come diceva Vittorio Foa, di scaricare sui tedeschi il peso storico che portiamo sulle nostre coscienze e di soffermarci sui Giusti e sugli episodi, che pure ci sono stati, di salvataggio degli ebrei.
D’altra parte l’incredibile fretta con cui, dopo la liberazione, in un clima imbevuto di logiche di amnistia collettiva, ci si precipitò ad archiviare quanto accaduto tra il 1938 e il 1943, ha impedito una vera presa di coscienza del passato e ha coperto, omettendoli, i nomi e i cognomi dei responsabili. Che non furono solo Benito Mussolini e i gerarchi fascisti.
Un bel libro appena uscito, Baroni di razza di Barbara Raggi (Editori Riuniti, 216 pagine), spiega, come recita il sottotitolo, «come l’Università del dopoguerra ha riabilitato gli esecutori delle leggi razziali». Per sei anni intellettuali, docenti universitari, magistrati, avvocati e funzionari di basso e di alto livello prestarono la propria opera al servizio della propaganda antisemita e della persecuzione. Rimasero tutti (o quasi) al loro posto. L’epurazione annunciata dal nuovo Stato democratico non ci fu e l’apparato burocratico, culturale, amministrativo del fascismo “subentrò” a se stesso, in una sostanziale continuità.
I baroni del potere culturale, scientifico, professionale e universitario, che avevano fatto il bello e il cattivo tempo durante il Ventennio mussoliniano, scansarono senza colpo ferire le dure sentenze della Storia. E a questo gioco, rivela lo studio di Barbara Raggi, si prestarono anche figure luminose dell’antifascismo, come Guido Calogero, che ad esempio scrisse una lettera già nel 1944 per difendere Antonio Pagliaro, insigne linguista e glottologo, che aveva fatto parte del Consiglio superiore della demografia e della razza e aveva “lavorato” per dare un’inclinazione storica e culturale al razzismo fascista. Grazie a Calogero anche Pagliaro venne degnamente riabilitato nel 1946 e concluse serenamente la sua carriera col rango di professore emerito.
I francesi, com’è noto, hanno  istituito una giornata nazionale del ricordo il 16 luglio, data in cui nel 1942 fu attuato il cosiddetto Rastrellamento del Velodromo d'inverno e le milizie francesi arrestarono 13.152 ebrei, gran parte dei quali furono deportati e morirono ad Auschwitz. A titolo personale, avanzo una proposta. Perché non fare lo stesso anche in Italia, magari in coincidenza dell’anniversario del 2013, istituendo un giorno della memoria delle responsabilità nazionali proprio il 17 novembre, data di emanazione delle leggi razziali del 1938?

(L'Unione Informa, 13 novembre 2012)

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Storie – L’ultimo treno, racconti del viaggio verso il lager

di Mario Avagliano

  «Quasi sempre all’inizio della sequenza del ricordo sta il treno che ha segnato la partenza verso l’ignoto […] Non c’è diario o racconto, fra i molti nostri, in cui non compaia il treno, il vagone piombato, trasformato da veicolo commerciale in prigione ambulante o addirittura in strumento di morte». Così scrive Primo Levi ne I sommersi e i salvati.  E in effetti l’esperienza del viaggio costituisce una “stazione” fondamentale del processo di deportazione.

Mancava finora un libro che raccontasse dal di dentro questa tappa del calvario concentrazionario, che tra il 1943 e il 1945 interessò più di 30 mila italiani: uomini, donne, vecchi e bambini, che furono stipati su treni merci e carri bestiame e trasportati nei campi di concentramento del Terzo Reich. L’appassionante studio di Carlo Greppi, L’ultimo treno. Racconti del viaggio verso il lager (Donzelli, 281 pagine), che sarà presentato domani 28 novembre dall’Aned alla Libreria Feltrinelli di via Emanuele Orlando 78/81 a Roma, alle ore 18, ricostruisce proprio questa fase essenziale nell’esperienza dei deportati e nella memoria dei salvati, ripercorrendo le vicende di decine di comunità viaggianti, ebrei o deportati per motivi politici, attraverso le voci di 120 sopravvissuti.
Un’istantanea dell’Italia e della vita che si allontanano dalle feritoie dei vagoni piombati, di un abbraccio collettivo, di una mano tesa, di un sorriso, ma anche di gesti di codardia e di indifferenza o di sguardi che si distolgono. Il viaggio di andata, come scrive Carlo Greppi, «è il solo momento dell’esperienza concentrazionaria comune a tutti i deportati, vissuto dai salvati come dai sommersi». Un mosaico di emozioni, sensazioni, riflessioni. E un libro che, come scrive David Bidussa nell’introduzione, «ci costringe a misurarci con quel fatto e a valutarlo nella sua originalità e nella sua specificità».

(L'Unione Informa, 27 novembre 2012)

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Storie – L’estate del 1938 e il mondo in frantumi

di Mario Avagliano

   “Quell’estate del 1938 è stata anche l’ultimo periodo passato insieme a divertirsi, senza preoccupazioni e con il solo pensiero di quanto la vita abituale poneva loro davanti: la scuola, le amicizie, le prime simpatie amorose. Proprio per questo se la ricordano così bene. Da quel momento in poi, cambierà tutto: il mondo che conoscevano e su cui avevano costruito i loro progetti di futuro si frantumò, d’improvviso”. È un brano del bel libro Ci sarebbe bastato di Silvia Cuttin (Epika Edizioni, pp. 335), che sarà presentato a Torino il 6 dicembre alle ore 18, presso il Centro Sociale della Comunità Ebraica.

Questo volume racconta l’intreccio e la vita di tre cugini (Martino, Ladislao detto Laci e Andreas detto Andi) e delle loro famiglie, i Lager e i Goldstein, nella Fiume liberale e cosmopolita di oltre un secolo fa. Silvia Cuttin, il cui nonno da parte materna è un Lager, è andata sulle tracce della storia dei tre giovani e delle assurde traversie a cui sono stati costretti dopo l’abominio delle leggi razziali del 1938, facendo i conti ogni giorno con la persecuzione, la cattiveria della società e il forzato esilio, fisico o morale.
Ne è venuto fuori un saggio con l’andamento narrativo di un romanzo, scritto in prima persona, il cui pregio maggiore è la partecipazione del lettore a tutte le fasi della ricerca e allo sviluppo delle vicende, con la diaspora delle due famiglie, che si dividono tra Italia, Palestina, Svizzera e Stati Uniti d’America.
Un libro che è anche una lancinante riflessione sul destino individuale. Il destino imposto a tre ragazzi che avevano l’unico torto di essere di origine ebraica. Martino finirà ad Auschwitz, da cui miracolosamente tornerà. Laci si rifugerà in Svizzera. Andi, trasferitosi in America, si arruolerà nella 10tg Mountain Division e parteciperà alla campagna per la liberazione d’Italia, morendo a Sassomolare, sull’Appennino, colpito da una granata, mentre soccorreva dei commilitoni.
L’ultima pagina del libro ritorna con commozione all’agosto del 1938, a Medea (Medveja), una località marina vicino a Fiume. L’ultima estate di giochi, di sogni e di serenità dei tre cugini, la cui vita di lì a poco sarebbe per sempre cambiata

(L'Unione Informa, 4 dicembre 2012)

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Storie – L’eclettico Walter e gli altri Benjamin

di Mario Avagliano

   Il ricordo dei Benjamin non può ridursi solo all’eclettico Walter, uno degli intellettuali più importanti del secolo scorso, suicidatosi tragicamente nel settembre 1940 a Port Bou, al confine tra Francia e Spagna, mentre fuggiva da una tetra Parigi, occupata dai nazisti. All’epoca Walter fu pianto da tutti i suoi amici, da Hannah Arendt a Bertolt Brecht. Ma la storia degli altri componenti di questa famiglia di ebrei tedeschi è altrettanto interessante, come racconta il libro “I Benjamin”, dello studioso Uwe-Karsten Heye (Sellerio, pp. 333).

Scopriamo così che il fratello Georg, medico comunista, fu deportato nel lager di Mauthausen, dove fu assassinato nel 1942, spinto dai carcerieri contro la recinzione elettrificata. La sorella Dora, apprezzata pedagogo, comunista anche lei, che scrisse testi sulla condizione dei bambini poveri che restano tuttora validi, emigrò a Parigi nel 1933, fu rinchiusa nei campi francesi ma riuscì a sfuggire alla Gestapo e a riparare in Svizzera, dove morì per un cancro nel 1946. Infine la cognata Hilde, avvocato, moglie del fratello Georg, con il figlio Michael, visse per dodici anni nel terrore. I nazisti le impedirono di esercitare la professione e il figlio venne schedato come “meticcio” e non poté frequentare le scuole.
Nel dopoguerra Hilde aderì alla Ddr, dove fu vicepresidente della Corte Suprema e poi ministro della Giustizia, in prima linea nel processo di denazificazione della Germania orientale, implacabile contro i criminali nazisti che condannò a morte.
Hilde era definita sprezzantemente “la sanguinaria” dai tedeschi dell’ovest, che non avevano provveduto ad un’analoga pulizia. Adenauer, infatti, in nome della guerra fredda, consentì nei gangli dello Stato la presenza di molti nazisti non pentiti: magistrati, funzionari, ufficiali di polizia e dell’esercito, ma anche giornalisti ed editori.

(L’Unione Informa e Moked.it del 3 novembre 2015)

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