Mario Avagliano

Mario Avagliano

Due secoli di Italia che va su due ruote

di Mario Avagliano

 

«Traverso le viti di una bicicletta si può anche scrivere la storia d’Italia», sosteneva Gianni Brera. Ma in un panorama storiografico in gran parte rivolto alla ricostruzione di personalità, battaglie e idee politiche, finora la bicicletta non risultava possedere i quarti di nobiltà sufficienti per assurgere a oggetto di studio da parte degli storici. Nonostante che essa fin dalla sua comparsa, nella seconda metà dell’Ottocento (il primo esemplare circolò nel 1867 per le strade di Alessandria tra gli sguardi stupefatti dei passanti), abbia rivoluzionato usi e costumi della società italiana.

A colmare questo vuoto di ricerca è l’intrigante saggio di Stefano Pivato, «Storia sociale della bicicletta» (Il Mulino), che racconta in modo agile e ricco di aneddoti come il velocipede, così si chiamava all’origine, sia diventato nel corso dei decenni «il terreno di scontro fra passatisti e innovatori».

La velocità delle prime biciclette che sfrecciano per le vie cittadine crea paura e sconcerto, anche perché all’inizio non è facile, anche per abili ciclisti, guidarle senza subire o provocare incidenti essendo complicato stare in equilibrio su mezzi la cui ruota anteriore raggiunge spesso il metro e mezzo di diametro.

Nel corso del primo decennio del Novecento, con l’evoluzione tecnica del mezzo, la bicicletta si avvia a divenire bene di consumo popolare. «Mettetevi alla finestra di una delle arterie principali di qualche grande città», osserva nel 1908 il Touring Club, che è alla testa di chi promuove l’uso del nuovo mezzo, «e voi vedrete all’alba e al tramonto nugoli di operai, d’impiegati, di professionisti che in bicicletta vanno e tornano dal lavoro».

Ma in una società ancorata a ritmi immutati da secoli, il mezzo a due ruote si caratterizza come un elemento perturbante per l’ordine sociale e morale. C’è addirittura chi lo considera il diavolo in persona, come fa un raffinato latinista, Luigi Graziani, che nel 1902 compone il carme In re ciclistica Satan: «Ah! Vada alla malora […] alla malora la bicicletta e chi l’inventò e chi l’inforca. Non è forse Satana l’inventore di un mostro sì detestabile? […] Che è lui, sempre lui, che spinge a corse vertiginose e pazze quelle gracili ruote?».

La bicicletta è ritenuta un attentato al decoro di quanti rivestono un ruolo pubblico. In particolare l’uso viene proibito ai preti (il più severo censore si rivela Papa Pio X) e agli ufficiali dell’esercito, perché scompone la veste talare dei primi e le uniformi dei secondi, esponendoli al ridicolo. Il disordine delle vesti che maggiormente scandalizza l’opinione perbenista è però quello delle donne, che per pedalare più comodamente si appropriano di un capo di abbigliamento da secoli esclusiva di mariti e fidanzati: il pantalone.

Pregiudizi che attecchiscono più nel Meridione che al Nord. Le prime statistiche segnalano che i ciclisti nel 1900 sono 109.019 su una popolazione di circa 23 milioni e la città con la più alta concentrazione di biciclette in rapporto alla popolazione è Milano: 163 su 1.000 abitanti. In coda alla classifica Napoli (7), Cagliari (4) e Bari (3). Una spassosa corrispondenza da Napoli su un giornale milanese riferisce che tra i «più fieri avversari dei poveri ciclisti (ci) sono i cocchieri da Nolo. La bicicletta è il loro odio: quando ne vedono passare una, mandano un mondo di frizzi e di bestemmie all’indirizzo del povero ciclista che se li sentisse diverrebbe pallido per la commozione. Il complimento più comune e meno terribile che accompagna l’apparizione di un velocipedista, è questo: “Te puozze spezza’ e gamme”: poi vengono in un crescendo rossiniano gli altri: “Te puozze fa ’a cape sei parte” e “Te puozze rompere ’a Noce d’o cuolle”».

Ma col passare del tempo, racconta Pivato nel suo libro, anche questi divieti vengono superati. La bici diventa il mezzo di locomozione più diffuso nelle città come in campagna, utilizzato durante la Grande Guerra (Enrico Toti girò tutta l’Europa grazie a una bici con un solo pedale), il primo dopoguerra e infine la Resistenza, durante la quale la bicicletta viene adoperata dai gappisti nelle città per compiere atti di guerra contro i nazifascisti, e dai resistenti per portare documenti ai partigiani o agli ebrei in fuga, come fecero Gino Bartali e don Primo Mazzolari.

Il ciclismo in quegli anni è lo sport più popolare nel Belpaese e i suoi due eroi, Coppi e Bartali, appassionano gli italiani e li dividono in due fazioni. Nel primo dopoguerra, non a caso, la bici è anche protagonista, nel 1948, di uno dei capolavori della cinematografia mondiale di tutti i tempi, Ladri di biciclette.

A partire dagli anni Sessanta, in coincidenza con il boom economico e l’avvio della motorizzazione di massa, la bicicletta viene progressivamente dismessa e nel periodo della prima crisi energetica globale, si trasforma nell’emblema dell’antimodernità. Basti pensare alle domeniche dell’austerity senza automobili della fine degli anni Settanta, quando le città tornano a riempirsi di bici. Fino ai tempi di oggi, dei mutamenti climatici, in cui si assiste alla rivincita della bicicletta, diventata mezzo di mobilità green, affermandosi, a sentire uno dei massimi antropologi contemporanei, Marc Augé, quale simbolo di un «nuovo umanesimo» diretto alla salvaguardia ambientale di fronte al disastro ecologico globale.

 (pubblicato su "Il Mattino" del 5 gennaio 2020 e su "Il Nuovo Quotidiano di Puglia" del 7 gennaio 2020)

Gli ebrei e Napoli un legame iniziato duemila anni fa

di Mario Avagliano

«Tu che vieni d’oltralpe a visitar l’Italia meridionale e Napoli, non limitarti al Museo Nazionale, a Pompei, ecc… le tracce del Ghetto di una volta sono ancora visibili. Il fuoco del Rinascimento giudaico, spento in Spagna, venne qui destato a nuova vita, qui venne stampato il primo libro in ebraico, qui visse e operò l’eminente personalità della vita spirituale ebraica, Don Jsak Abrabanel, qui la sua preziosa biblioteca divenne preda dei ladroni».

Così scriveva nel 1939 Ernst Munkácsi, ebreo svizzero, in un libro ormai introvabile, pubblicato a Zurigo col titolo, Der Jude von Neapel (L’Ebreo di Napoli). I monumenti storici e di storia dell’arte dell’ebraismo dell’Italia meridionale (Ed. “Die Liga”), di cui una copia fa parte della straordinaria collezione sull’ebraismo dello svizzero-napoletano Gianfranco Moscati, scomparso l’anno scorso, che ha fatto tradurre l’originale testo in tedesco dalla professoressa Fanny Dessau Steindler.

Il testo di Munkácsi, curiosamente pubblicato nel 1939 (primo anno di applicazione in Italia delle famigerate leggi razziali) costituisce un documento storico e un vademecum ancora oggi eccezionale sulle testimonianze architettoniche ebraiche presenti nella città più importante del Mezzogiorno italiano. Oltre che un implicito invito, anche ai contemporanei, a valorizzarle. All’epoca del viaggio di Munkácsi la comunità ebraica a Napoli contava circa un migliaio di unità, che si ridussero a poco più di 500 dopo il secondo conflitto mondiale, fino alle attuali 160.

La comunità ebraica di Napoli è tra le più antiche d’Italia. I primi insediamenti di ebrei nella città partenopea risalirebbero addirittura al I secolo d.C. Un’interessante lavoro di ricerca di Giancarlo Lacerenza, docente di lingua e letteratura ebraica all’Istituto Orientale di Napoli, dal titolo I quartieri ebraici di Napoli (Libreria Dante & Descartes, 2006), ha tracciato la storia della presenza in questa città degli ebrei, dislocati in particolare nel Vicus Iudaeorum all’Anticaglia, sull’altura di Monterone o di San Marcellino, e nelle zone di Forcella e di Portanova.

A darci ulteriori elementi contribuisce la cronaca di viaggio di Munkácsi, che ripercorre la storia degli ebrei nel cuore di Napoli.  «Da ricerche laboriose nelle biblioteche – scrive lo svizzero – si ricava che nel X sec. nella vicinanza del monastero di San Marcellino vivessero degli ebrei e si trovasse la loro casa di preghiera, cioè tra il Rettifilo e l’Università, nel Vico Duodecim Putea o Spoliamorte, che fu anche chiamato Vicus Iudeorum. Il vicoletto, esistente ancora oggi vicino a Donna Regina, quale vicolo Limoncello, proviene anch’esso da quell’epoca».

In effetti il Vicus Iudaeorum, nominato la prima volta in un documento del 1002, era un cardine dell’antica Neapolis. Esso collegava il decumano superiore alle mura settentrionali in prossimità di Porta San Gennaro. Lo studio di Lacerenza ipotizza che qui molto probabilmente sorgeva una sinagoga e potrebbero esservi stati ebrei già in età romana o tardoromana.

Il racconto di Munkácsi prosegue così: «Nel sec. XII sappiamo già di tre insediamenti di ebrei. Oltre al Vicus Iudeorum essi abitavano accanto alla Chiesa S. Maria Portanova, nelle cui vicinanze un documento menziona nel 1165 una Schola Hebreorum. La piazza davanti si chiamava fino alla fine dell’epoca sveva Piazza Sinoca, che potrebbe essere l’abbreviazione di sinagoga. Un altro documento menziona nel 1329 un Vico Sacannagiudei, che secondo alcuni potrebbe essere l’attuale vicolo Pace. Questo vicoletto si trova nelle immediate vicinanze della stazione, alla sinistra del Rettifilo, dietro il Duomo, nel cosiddetto quartiere Forcella».

Verso la fine del XV secolo gli ebrei si trasferirono nelle vicinanze di S. Maria Portanova, insediandosi in quattro vicoli denominati «Giudecca Grande, Giudecca Piccola, Vico Sinocia e Fondaco Giudeca». Inoltre «si costituì un altro quartiere ebraico vicino alla riva del mare che venne chiamato Giudichella del Porto».

Il tour di Munkácsi parte dalla visita della Giudecca di Portanova, che fu la più importante ed estesa delle giudecche napoletane. Gli ebrei vi impiantarono fin dal periodo svevo diverse attività connesse alla lavorazione ed al commercio dei tessuti.

«Se andiamo sul Rettifilo in direzione di Piazza Municipio e a destra dell’Università e della Borsa in un vicoletto, – scrive nel suo libro – arriviamo ad una piazzetta: la Piazza Portanova. A oriente di questa piazzetta si trova la chiesa S. Maria Portanova con la sua facciata barocca, nelle cui vicinanze si svolse la vita degli ebrei napoletani nel Medio Evo. Essa rimase dopo la loro cacciata la Chiesa dei Battezzati. L’esterno della Chiesa fa un’impressione decisamente barocca, ma di sotto si scoprono forme romaniche (…) La chiesa S. Maria Portanova non è soltanto una testimonianza in pietra di un antico quartiere giudeo, nel suo archivio si trovano documenti preziosi, che illustrano la topografia di questo insediamento. Specialmente il ‘libro dei morti’ offre alcuni dati in proposito. Da esso apprendiamo, che ancora nei secoli 17° e 18°, dunque secoli dopo la cacciata degli ebrei, i viali dei dintorni conservavano il loro ricordo. Troviamo così le seguenti denominazioni: Via Nova della Judeccha, Via Nova della Giodeca Grande, Anticaglia della Giodeca, Via S. Biase della Giodeca, Fundico di Portanova alla Giodeca, Giodeca della Salaria etc.»

Anche dell’antico quartiere ebraico di S. Maria Portanova sono rimaste tracce, continua la cronaca di Munkácsi. «Alcuni passi nei vicoletti che si snodano accanto alla chiesa e ci troviamo in pieno Medio Evo. File di case alte e strette, tipiche stradette del Ghetto, senza aria né luce, mura che si sgretolano, mura che cadono a pezzi (…) A pochi passi dal duomo si trova la Anticaglia (la stradina dei robivecchi), larga appena due metri, con case costruite a diritto e a sghimbescio come nel Medio Evo, e i resti della cinta di una fortezza. Accanto entriamo nel vicolo Limoncello, che una volta si chiamava Vicus Iudeaeorum, e dove per secoli c’era il mercato dei vestiti usati, un commercio, che come a Roma, era considerato tipico degli ebrei».

Nel suo tour Munkácsi individua tracce della presenza ebraica anche nelle vicinanze di Castel Capuano e di via dei Tribunali. «I dintorni di questo Castel Capuano avevano nel Medio Evo il nome di ‘Regione Forcella’ e, quanto dicono le fonti dell’epoca, vi si trovavano nel sec. XIV vicoli di ebrei. E guarda: miracolo! Questi si sono conservati fino ad oggi. Un vicolo laterale della via Tribunali è il vicolo Pace, una sede spesso menzionata degli ebrei medievali. Più volte vi sono passato. Case di cinque-sei piani, con scale, cortili e cortiletti pittoreschi (…) Il vicolo Pace sbocca in una viuzza più larga, direi moderna, il cui nome testimonia che gli ebrei vi hanno vissuto a lungo. È la via Giudecca. In questo vicolo le case vecchie hanno ceduto il posto a case nuove, ma il nome ha conservato la vecchia tradizione».

Dall’altra parte del Rettifilo, il cronista svizzero trova i resti della Giudichella di Porto. «Anche qui – osserva – quasi tutto è caduto per opera del piccone e qui è rimasto un vicoletto antico. All’incrocio c’è una Piazza ‘Largo Mandracchio’. Mandracchio non è che la forma napoletanizzata della parola ebraica ‘midrash’, casa di studio. Sembra che qui sorgesse l’antico ‘betìhamidrash’. Il ricordo della casa di studio degli ebrei cacciati sopravvive ancor oggi, dopo 400 anni, in una denominazione stradale a Napoli! Sentivo la forza della storia! Questa semplice targa stradale, il cui significato oggi più nessuno capisce, risveglia immagini, date e insegnamenti! Non basta saperne, dobbiamo andare sul luogo, perché il ‘genius loci’ ci riempia, ci insegni e ci entusiasmi».

La scoperta che più appassiona Munkácsi è però quella della Sinagoga che ospitò Jsak Abrabanel, il famoso pensatore, politico e filosofo, autore di importanti testi di commento alla Bibbia e padre di Leone Ebreo, desunta da una carta topografica del 1775 del principe Noja, conservata nell’Archivio di Stato della città. Alla fine del XV e al principio del XVI secolo il luogo di culto ebraico era locato nell’edificio che poi ospiterà la chiesa S. Caterina Spinacorona, in piazza Calara, non lontano dalla Giudecca di Portanova. Una individuazione che, peraltro, viene confermata anche dallo studio del professor Lacerenza.

Nel 1939, nonostante i rimaneggiamenti di epoca barocca «per togliere i caratteri di sinagoga», le tracce dell’antica destinazione sono ancora presenti. «Il cornicione della porta esterna di marmo – osserva Munkácsi – ha un carattere tipico rinascimentale, che non lascia dubbi, che essa rappresenti l’antica porta, anzi l’unica conservata dell’epoca sinagogale dell’edificio. (…) Tra la porta della parte anteriore e il vero e proprio ingresso sorgeva un’anticamera, come era l’uso nelle case di preghiera del tempo e come lo troviamo nelle ‘schole’ veneziane e di Padova nel tempo».

La sinagoga napoletana «aveva originariamente forma quadrata, davanti alla parete orientale con una piccola cupola. Alle tre pareti est, ovest e nord si estendeva la galleria del matroneo». Una caratteristica distingueva la sinagoga di Napoli da quelle dell’Italia centro-settentrionale: «l’ingresso si trovava direttamente dalla strada, come abbiamo osservato nella Chiesa di S. Anna di Trani, ma mai a Roma o nell’Italia del Nord. Sembra dunque che gli ebrei dell’Italia meridionale si sentissero più sicuri che i loro correligionari nel Nord».

Non era così. Nel 1541 Carlo V espulse gli ebrei dal regno di Napoli (vi ritorneranno solo due secoli dopo, richiamati dai Borbone). L’emozione per Munkácsi è forte. «Mi sedetti su una poltroncina di vimini e mi guardai attorno. Dunque questa era la sinagoga dei napoletani! Qui pregò Isacco Abrabanel! Qui si riunirono quella triste sera di autunno, prima di lasciare la loro patria e prender commiato dalla loro terra, in cui i loro padri avevano abitato dal tempo della distruzione del Santuario. E un quadro sorge dianzi a me, quando nel VI sec. gli ebrei difesero la città contro le orde di Belisario e fecero scorrere sangue per il mantenimento del dominio dei Germani. Tutto questo non servì a nulla. Invano essi erano i primi abitanti, invano avevano sacrificato alla città i beni e il sangue; nell’anno 1541 dovettero lasciare con i loro beni la loro terra, divenuta loro matrigna».

Parole scritte nel 1939, mentre in Italia e anche a Napoli il regime guidato da Benito Mussolini iniziava a perseguitare gli ebrei. Parole che suonavano come un ammonimento a non ripetere gli errori della storia. Un ammonimento che l’Italia fascista e dei Savoia avrebbe bellamente ignorato.

(una versione più sintetica è stata pubblicata su "Il Mattino" del 21 dicembre 2019)

Biacchessi, pagine partigiane a rischio di «smemoria»

di Mario Avagliano

 

Ad uno ad uno, purtroppo, se ne stanno andando gli ultimi testimoni della Resistenza contro la dittatura fascista e l’occupazione nazista. Centinaia e centinaia di ex partigiani ci lasciano così, senza troppe celebrazioni, accompagnati spesso dalle note di Bella ciao, con intorno qualche vecchio compagno, i familiari, rare bandiere tricolori. Muoiono come persone normali, umili e semplici, protagonisti della grande stagione delle scelte, e lasciano un vuoto che è impossibile da colmare. E con loro potrebbero svanire anche le storie dell’Italia partigiana. «L’Italia liberata. Storie partigiane», di Daniele Biacchessi (Jaca Book) parte proprio da qui, dalla fine anagrafica di una generazione di italiani che in soli venti mesi, dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, riprese le redini del Paese e lo condusse attraverso la Costituzione repubblicana verso la democrazia, dopo lunghi anni governati dal regime fascista, dalle barbarie e dall’orrore del nazismo.

La battaglia per la memoria della Resistenza di Biacchessi non parte adesso. Dal 2004 il giornalista-saggista-regista e interprete porta in giro per l’Italia (spesso nei luoghi simbolo della guerra di liberazione) e in Europa uno spettacolo di teatro civile in versione solista o accompagnato da Gang, Gaetano Liguori, Michele Fusiello, Massimo Priviero e altri. Questo spettacolo è ora diventato un libro, con l’obiettivo di «narrare la vita di uomini e di donne che con le loro azioni coraggiose hanno cambiato il corso della Storia e smontare attraverso l’oggettività della documentazione, orale e scritta, la forza delle parole e della narrazione, le tesi false del nuovo revisionismo».

Uno dei meriti di questo lavoro è puntare l’attenzione, con taglio divulgativo, oltre che sulle storie note dei sette fratelli Cervi, della Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio in Italia, delle stragi di civili a Boves, Sant’Anna di Stazzema, Montesole e tante altre località, del terribile eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma (nel quale furono uccisi anche numerosi meridionali) e delle violenze delle autorità di Salò e delle bande fasciste, anche su altre vicende meno conosciute, compreso alcuni episodi di resistenza nel Sud tra il settembre e l’ottobre del 1943.

Un ampio capitolo è ovviamente dedicato al moto di popolo delle quattro giornate di Napoli, nato in seguito alla razzia della città scatenata dai tedeschi, che saccheggiano la città, uccidono un marinaio, Andrea Mansi di stanza a Rovello, sulla soglia dell’università, lungo il Rettifilo, rastrellano centinaia di persone, rapinano cittadini, sparano sulle donne che fanno la coda davanti ai negozi, lasciano per giorni senza pane una città di un milione di abitanti.

La rivolta esplode fulminea tra il 27 e il 28 settembre al Vomero, in via Chiaia, in piazza Nazionale, in decine di punti diversi della città. È la rivolta degli eroi bambini, dal volto sporco e dallo sguardo furbo, e degli scugnizzi di Napoli. Il dodicenne Gennaro Capuozzo resta al suo posto di servente a una mitragliatrice in via Santa Teresa, presa sotto il fuoco di carri armati nazisti. Viene colpito in pieno da una granata mentre difende la sua città. Filippo Illuminato, tredici anni, e Pasquale Formisano, diciassette, corrono incontro a due autoblindo che cercano d’imboccare via Roma da via Chiaia. Avanzano decisi e rapidi, fino a quando cadono esanimi mentre lanciano una bomba contro i nazisti. In ogni rione emergono i capipopolo: Stefano Fadda a Chiaia, Ezio Murolo in piazza Dante, Aurelio Spoto a Capodimonte. Il 30 settembre i nazisti sgomberano la città. Il nemico si lascia dietro una lugubre scia di rappresaglie: gruppi di guastatori massacrano alcuni giovani in località Trombino.

Ma Biacchessi parla anche dell’insurrezione di Matera del 21 settembre 1943 e di Lanciano del 5-6 ottobre, delle stragi naziste a Rionero in Vulture il 24 settembre e a Caiazzo, in provincia di Caserta, il 13 ottobre, delle bande partigiane in Abruzzo e della battaglia di Bosco Martese del 25-26 settembre, definita da Ferruccio Parri «la prima battaglia campale in campo aperto della resistenza italiana».

Di grande interesse le storie di formazioni partigiane mitiche come la banda Tom e di partigiani eroici come Dante Di Nanni, pugliese residente a Torino, che il 18 maggio 1944 si barrica in casa e resiste da solo all’assalto di un centinaio di fascisti e nazisti, uccidendone 9 e ferendone 17, fin quando circondato e coperto di sangue, preme il ventre alla ringhiera del balcone e saluta col pugno alzato gridando «Viva l’Italia». Poi si getta di schianto con le braccia aperte sull’asfalto.

In chiusura, le interviste dello stesso Biacchessi ad alcuni protagonisti dell’epoca, padri della repubblica: Tina Anselmi, Vittorio Foa, Giuliano Vassalli, Giorgio Bocca, il quale regala una riflessione amara ma con un fondo di verità, almeno per una parte di nostri connazionali: «Come diceva Livio Bianco di Giustizia e Libertà, “la Resistenza è stata una lunga e meravigliosa vacanza”, nel senso che pur nel dramma è stato un periodo bello, un momento in cui si ritrovavano tutti i valori democratici fondamentali. Ma è durato poco, perché poi gli italiani hanno continuato ad essere quello che sono sempre stati: voltagabbana e servitori».

(Il Mattino, 10 dicembre 2019)

Storia nazionale riletta tra Stalin e De Gasperi

di Mario Avagliano

Ancora oggi molte storie generali e libri di testo per studenti universitari continuano a descrivere l’Italia del dopoguerra come «vassalla» di Washington e totalmente subalterna alla politica americana e sottovalutano l’influenza sovietica sui partiti e sugli intellettuali italiani. Ma il leader democristiano Alcide De Gasperi fu davvero un burattino nelle mani del presidente americano Harry Truman, come lo descrivevano i manifesti di propaganda elettorale del Fronte Popolare alle politiche del 1948? E il segretario comunista Palmiro Togliatti cercò realmente una «via italiana» al socialismo?

A fare chiarezza sulla politica estera italiana è il saggio «L' Italia tra le grandi potenze. Dalla seconda guerra mondiale alla guerra fredda», appena uscito per i tipi del Mulino e opera di Elena Aga Rossi, una delle maggiori studiose della politica e dell'intervento degli Alleati in Europa e dell'influenza dell'Unione Sovietica in Italia nei primi anni della guerra fredda.

Sull'una e l'altra tematica Elena Aga Rossi, lavorando in più archivi, non solo italiani ma anche sovietici, americani e inglesi, ha prodotto alcune ricerche originali che hanno in più casi costituito punti di svolta sulla storia politica del nostro paese e ora trovano qui una sistemazione unitaria, che va dai piani alleati per la divisione dell'Europa, sullo sfondo della Campagna d'Italia, fino al ruolo di De Gasperi nella rottura con le sinistre del maggio 1947 e ai rapporti del Pci e del Psi con l'Unione Sovietica.

In realtà, l’appartenenza dell’Italia alla sfera d’influenza occidentale, data per certa durante la guerra dalle conferenze di Jalta e di Teheran, fu poi messa in discussione alla fine del 1947, non soltanto per l’ipotesi di un possibile colpo di mano comunista, ma soprattutto nel caso di una vittoria elettorale dei partiti di sinistra alle politiche del successivo aprile. La stessa Urss progettava una graduale sovietizzazione d’Europa nell’arco di un paio di generazioni, grazie anche alla prevista crisi del capitalismo.

Elena Aga Rossi con i suoi studi ha contribuito a smontare, sulla base di documenti d’archivio, alcuni miti della storia italiana. La svolta di Salerno di Togliatti, ovvero l’improvvisa apertura di credito del Pci al governo Badoglio, che spiazzò gli altri partiti di sinistra, sarebbe stata un’indicazione di Stalin e non una decisione autonoma del segretario comunista. La presunta autonomia del Pci (e anche del Psi di Pietro Nenni) rispetto all’Urss e la ricerca di una via nazionale sarebbe stata solo di facciata ma non di sostanza, come testimoniano la piena adesione dei comunisti italiani al Cominform e la vicenda di Trieste, sulla quale Togliatti si appiattì sulla linea di Stalin e di Tito. L’apertura degli archivi sovietici, avvenuta solo negli anni Novanta, ha consentito di documentare questi rapporti e di vedere per la prima volta «l’altra faccia della luna».

La longa manus dell’Urss si sarebbe manifestata anche con un condizionamento della politica editoriale di quegli anni in Italia, suggerendo alle principali casi editrici, compreso l’Einaudi e Laterza, la pubblicazione di saggi di chiara impronta filocomunista e antiamericana e di contro ostacolando la diffusione di libri di denuncia dell’oppressione sovietica come «Arcipelago Gulag» di Aleksandr Solzenicyn e «Vita e destino» di Vassilij Grossman.

La stessa decisione di De Gasperi di rompere la coalizione con socialisti e comunisti e di varare un governo moderato, non sarebbe il frutto «avvelenato» del suo viaggio in Usa del gennaio 1947 ma una scelta dello statista democristiano dovuta a fattori interni, quali la sconfitta della Dc ai turni elettorali delle amministrative a Roma e altre città e delle regionali in Sicilia e la scarsa affidabilità dei partiti di sinistra, più di lotta che di governo. Una svolta politica sofferta (sul punto la Dc era divisa) e che è stata vista a lungo come la fine delle speranze di cambiamento generate dalla Resistenza e solo di recente è stata inquadrata come determinante per la ricostruzione del Paese in senso democratico.

Non c’è dubbio, rileva Elena Aga Rossi, che gli Usa (peraltro più teneri e accomodanti verso gli italiani rispetto agli inglesi) esercitarono una pesante influenza, politica ed economica, sull’Italia del dopoguerra, prima con la Commissione alleata di controllo e poi attraverso il Piano Marshall. Ma il nostro Paese era allo stremo delle forze e aveva poche alternative, poiché senza gli aiuti americani non si sarebbe potuta concretizzare la ricostruzione e ogni tentativo di ottenere aiuti da parte dell’Urss non ebbe alcun seguito, anzi i sovietici furono in prima fila nel richiedere all’Italia le riparazioni di guerra. E d’altronde quel piano fu alla base del boom degli anni successivi e consentì all’Italia di entrare nel club delle grandi potenze.

(Il Mattino, 19 ottobre 2019)

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