Mario Avagliano

Mario Avagliano

Raffaele Zicconi, l’Icaro siciliano che sognava la libertà e morì alle Fosse Ardeatine

di Mario Avagliano

«Qui non siamo volgari delinquenti, ma detenuti politici (...) Dopo ben 17 giorni di segregazione cellulare, murato vivo in una stanza, solo, maltrattato in maniera eccessiva, adesso che rivedo la luce sono risuscitato. Le botte, la fame, la mancanza d’aria, mi avevano prodotto un poco di nevrosi cardiaca, dalla quale mi vado rimettendo(…) Ormai sono fermamente convinto che il peggio è passato. Se dopo la condanna vorranno portarmi via da Roma, si vedrà il da farsi».

Febbraio 1944, carcere di Regina Coeli, terzo braccio: quello gestito direttamente dalle SS tedesche. La luce filtra a quadretti tra le sbarre della cella 367, dove Raffaele Zicconi, classe 1911, partigiano del Partito d’Azione, con un mozzicone di matita scrive a casa una lettera clandestina. Lino è siciliano, originario di Sommatino (Caltanissetta), ma risiede da anni a Roma, dove nel ‘41 ha sposato Ester Aragona, nata nel 1916 a Cosenza, nipote dello scienziato Alfonso Splendore, che nel 1908 aveva scoperto la toxoplasmosi all’università di Rio de Janeiro. Ha un figlio piccolo, Renzo, di appena due anni, e un’altra figlia in arrivo (Simonetta), anche se non farà in tempo a saperlo, finendo ucciso dai tedeschi nella strage delle Fosse Ardeatine.

La storia di Zicconi è riemersa dal buio della Storia grazie al nipote Massimo Ciancaglini, che ha amorevolmente raccolto le lettere e i biglietti del nonno da Regina Coeli, conservati negli archivi di famiglia, li ha trascritti e li ha pubblicati su un blog: La Vita e la Resistenza a Roma.

Lino lavora come impiegato alle Poste. Non molto alto, come tutti i maschi di famiglia, è bruno di carnagione, ha baffi ben curati, capelli ondulati scuri impomatati con la brillantina, è elegante nei modi e nell’abbigliamento (nelle missive dal carcere fa cenno più di una volta al suo smoking). Gran fumatore, ha una collezione di bocchini per le sigarette. Personalità forte la sua, a tratti irascibile, ma condita di intelligenza e di romanticismo, come testimoniano le lettere d’amore alla futura moglie Ester scritte tra il ‘39 e il ‘41.

Dopo il matrimonio, è andato a vivere con i suoceri in un grande appartamento al terzo piano di Piazza Ledro 7. Al piano di sotto ha la casa e l’ambulatorio il medico Luigi Pierantoni, detto Gigi, figlio di Amedeo, uno dei fondatori del Pcd’I nel 1921. Gigi è iscritto al Partito d’Azione clandestino, diviene presto suo grande amico e lo introduce negli ambienti antifascisti romani. La polizia fascista vigila e il 25 giugno 1943 spicca un ordine d’arresto a piede libero nei confronti di Lino, con citazione a comparire davanti al Tribunale di guerra di Roma. Le dimissioni forzate di Mussolini, datate esattamente un mese dopo, faranno decadere le accuse.

Dopo l’armistizio con gli Alleati e l’occupazione tedesca di Roma, Zicconi è tra i primi ad entrare nella Resistenza e l’8 ottobre aderisce al Partito d’Azione. Nel frattempo lascia la casa di Piazza Ledro, dove nascondeva in cantina una famiglia di ebrei che gli ha chiesto aiuto. Non vuole mettere a rischio i suoceri e allora prende casa in affitto, trasferendosi lì con la famiglia e i nuovi amici ebrei.

Il 7 febbraio 1944, alla vigilia di un’azione di sabotaggio della sua squadra ad alcuni pali postelegrafonici,  viene tradito da un sedicente compagno di nome “Albertini”, che consegna lui e l’amico Pierantoni nelle mani delle SS. «A fine guerra Albertini fu processato – racconta il nipote Massimo – ma uscì indenne dal processo». Portato a via Tasso, il carcere diretto da Herbert Kappler, Lino viene picchiato e rinchiuso in cella d’isolamento, al buio e senz’aria, ma non rivela i nomi dei compagni.

Il 24 febbraio, dopo diciassette terribili giorni di prigionia e di torture in via Tasso («mi hanno ormai collaudato come incassatore di primo ordine anzi fuori classe», ironizza lui stesso), è trasferito a Regina Coeli, dove il trattamento e il vitto sono di gran lunga  migliori. «Io sto bene e mi vado rimettendo – manda a dire ai suoi -. Questa mattina il mio amico mi ha dato un poco di zucchero, e mi sono fatto due uova frullate. Mi sembrava un sogno , dopo tutte le sofferenze ed i patimenti inenarrabili nel vero senso della parola, che ho dovuto sopportare nella triste tomba di lassù. Qui ho aria, luce, compagnia di veri amici che mi hanno sempre sorretto, e che godono nel vedere che le mie sembianze umane tornano a rifiorire sul mio volto. Qui sì tutti per uno ed uno per tutti. Mi hanno dato da mangiare, da fumare, e mi hanno assistito sul piccolo disturbo che mi affligge, ricordo questo di lassù». E in un altro biglietto clandestino aggiunge:  «Dalle porte si chiacchiera con le altre celle. Io sto di fronte a Gigi, e siamo in continuo contatto. Nella cella ci stiamo creando tante piccole comodità, e si va avanti discretamente».

Lino ha trovato la strada per corrispondere clandestinamente con casa senza il vaglio della censura e di poter ricevere pacchi e cibo, attraverso le figlie di un altro detenuto politico («la nostra vera colonna di sostenimento e sostentamento»), probabilmente in contatto con qualcuno dell’amministrazione carceraria. «Percorrete sempre quella [strada] – ammonisce la famiglia -, perché così anche quando uscirà il padre, se io sarò ancora qui, mi porteranno tutti i giorni tutto ciò che volete. Sono loro che pensano già ad una quindicina di persone, e sono ben felici di esservi utili. Ester pensi come poter fare per farle una gentilezza che dimostri la nostra riconoscenza. Se voi consegnate il pacco invece direttamente qui, mi arriva anche con due giorni di ritardo ed in questo caso non azzardatevi a mettere biglietti, se vi preme la mia incolumità, e di farmi ricevere il pacco».

A Regina Coeli le condizioni di salute di Zicconi migliorano, anche grazie all’affetto dei compagni («qui si è tutti per uno e il cameratismo è veramente bello. Sia per il fatto del fumo che per il fatto del mangiare»), ma la lontananza dalla famiglia gli pesa. Molto. «Vorrei notizie un poco più estese di tutti – scrive -, e di Ester, che ho un vago timore che non stia troppo bene (la moglie avverte forti fitte allo stomaco, ancora non lo sa, è incinta ndr). Vi penso tutti ardentemente , ma come potete immaginare , ho lo spasimo di poter riabbracciare pupetto». E in un’altra missiva esprime tutto il suo desiderio di essere ancora con loro: «Mia piccola cara, troppe cose ci sono da indovinare nel tuo letterone che ho tanto gradito. Mi dici di aver ripreso l’ufficio, sei stata dunque male? Cosa ti è successo? Mi devi parlare esplicitamente. Scrivi come se parlassimo. Ho ancora bisogno di vivere in casa. Come hai ricevuto il colpo? Cosa hai fatto quando non sono rientrato? In casa come ti sei sistemata? Con chi stavi? Cosa ha fatto Renzuccio? E ora come fai? Ti prego non mi lasciare all’oscuro, isolato. Se tu mi parli di tutto ciò io ti risponderò, parleremo, e io non sarò più lontano da casa».

Le sue parole d’amore per la moglie commuovono: «Piccola stellina mia, bé cosa vuoi? Oggi penso troppo alle stelle e mi sono ricordato che nel firmamento tu brilli sempre più fulgida. La tua lettera di ieri mi ha tolto dall’ansia e dall’incubo della mia solitudine». Così come l’affetto per il figlio: «Ho solo qui il conforto(veramente immenso) delle vostre fotografie. Mi riguardo continuamente Renzuccio nostro, e mi convinco sempre di più che fra tutte le nostre disgrazie, i nostri dolori, le nostre sofferenze, Iddio ci ha voluto dare la prova lampante che non si è dimenticato di noi, facendoci avere quanto di meglio potevamo aspettarci nei riguardi di pupetto. Cerca di non farlo guastare, insegnali ad essere sempre buono e docile com’è. Fagli leggere le mie lettere, convincilo insomma che paparino suo è sempre vicino. Distrailo molto, perché è tanto sensibile, e sono sicuro che anche lui soffre della mia lontananza. È l’unico tesoro veramente di valore che abbiamo. Conserviamolo senza farlo rovinare. Ricordati che non deve essere allevato con le botte. Non voglio assolutamente. Che nessuno me lo tocchi».

Il suo animo nobile e generoso emerge anche da altri particolari. Come quando, nonostante il vitto del carcere sia scarso, non vuole che la famiglia (e l’amatissima zia, suo «angelo custode») si privi di qualcosa per lui: «Quando mi mandate da mangiare – avverte la cugina Mimmina - attenetevi esclusivamente alla mia tessera. Non fate sacrifici finanziari, dillo anche a zia. (…) Non era il caso di privarti di tutta la marmellata. Non voglio affatto che facciate sacrifici».

Nei momenti di sconforto, Zicconi si aggrappa agli ideali politici: «In certo qual modo – confessa alla cugina Mimmina - mi sento anche orgoglioso di questa avventura dato che non sono un volgare delinquente ma un novello Cesare Battisti, per quanto lui sia andato oltre il punto al quale mi fermerò io. E a proposito di Cesare gli sto facendo concorrenza anche per il pizzetto che cresce rigoglioso e mi da’ campo alla gioia immensa di passeggiare per le celle, fronte corrugata, sguardo linceo e terribile». Oppure lo aiuta la sua tenace fede religiosa: «Questo per Ester – si legge in un biglietto -. Importantissimo e delicatissimo. Mi stacchi dal muro dove l’avevo attaccato dietro il seggiolone della mia scrivania, il quadro della Madonna al quale tengo moltissimo . Lo spolveri bene dietro e davanti, e me lo riponga bene dopo averci tolta la cornice della quale non mi interessa nulla. Mi raccomando… Madonna che voi pregherete per me e per la mia liberazione. Datemi conferma per la mia tranquillità». In un’altra lettera chiede invece di fargli recapitare il libro che ha nello studio: “La vita di Cristo”.

Fuori la guerra continua. E a Roma si susseguono le fucilazioni di partigiani da parte dei fascisti e delle SS. Lino teme il peggio: «La causa ci sarà, e molto probabilmente, anzi sicuramente, ci dovrebbe essere la condanna. Il mio fervido augurio è che questa sia magari di 30 anni. E spero fermamente che sia così soltanto. Ad ogni modo abbiate fiducia e sappiatemi attendere con pazienza e rassegnazione, pregando per la mia salvezza». Tuttavia sa che da un momento all’altro la sua vita potrebbe finire. E allora invia alla moglie Ester una lettera-testamento, nella quale le chiede perdono per aver osato troppo:

«Mia piccola Madonna,

è con la stessa disperazione del moribondo che si attacca alla vita , che io mi stringo a te. Come un naufrago si aggrappa rabbiosamente all’unico relitto di nave che potrà salvarlo da morte, io così disperatamente mi aggrappo a te per salvarmi. A te così cara, a te così buona, che con il tuo amore, con la tua passione sai ancora darmi la gioia e lo scopo di vivere. Sono anche io quasi un naufrago della vita, di questa insulsa, di questa stupida, di questa miserabile vita, che dopo aver maledetto, benedico. Amore mio non puoi ancora capire il mio stato d’animo, e i tremendi periodi di burrasca che sono costretto ad attraversare. Non hai ancora idea delle lotte tremende che da solo, completamente da solo, devo combattere. Tutta la mia bella filosofia è caduta stupidamente di fronte alla dura realtà. Tutta la mia spensieratezza s’è infranta nell’urto contro la vera vita. La vita di tutti, la vita che non ho mai voluto immaginare, che non ho mai conosciuta. Quest’ira repressa che è in me, questo spirito di ribellione impotente,non è se non il frutto di chi ha tutto perduto. Chi è abituato a vincere, credo non potrà mai assoggettarsi alla vita del vinto. Il mio orgoglio sconfinato, il mio spirito indipendente, il mio isolamento completo su tutto ciò che mi riguarda, la mia frenesia di agire solo per assaporare la soddisfazione unicamente mia dello scopo raggiunto, mi ha portato al punto di essere mal giudicato, di non essere compreso, di apparire forse anche pazzo. Imbevuto di teorie individualistiche assolute, mi sono buttato a corpo morto in un esperimento che mi affascinava. Raggiungere il superuomo creato da me, in me stesso. Ed in questo mi sono talmente immedesimato da condurre la mia lotta sorda inebriandomi di ogni mia piccola conquista. Ciò mi ha completamente astratto dalla realtà, nella quale sono caduto così bruscamente, dopo anni di studio,da infrangere ogni più piccola illusione senza più poter distruggere la mia maniera di vivere, inadatta alla nuova posizione che dovevo occupare nella vita. Icaro, lo stesso che aveva aspirato ad altezze troppo elevate, ha trovato la morte sul suo insulso tentativo. E io nel mio sogno dorato ho dimenticato di valutare in giusta misura quelle che avevo considerato inezie trascurabili; e ho trovato la morte dello spirito. (…)

Ho voluto raggiungere cose più grandi di me, ma sotto il loro peso sono rimasto schiacciato. Per non confessare la mia sconfitta, ho fatto cose assurde, che mi hanno fatto perdere anche l’ultimo sogno di grandezza e di supremazia, finché mi sono trovato in terra, nelle stesse condizioni di una belva chiusa in trappola, che nella sua irrequietezza ruggendo si lancia impotente contro le sbarre della gabbia. (…)».

E infatti l’«incognito domani», come lo definisce lo stesso Lino in un’altra lettera alla sorella Anna, gli riserva sorprese amare. Il 24 marzo 1944, il giorno dopo l’attacco dei Gap comunisti a Via Rasella, per rappresaglia le SS assassinano barbaramente 335 detenuti politici ed ebrei alle Fosse Ardeatine, prelevandoli da via Tasso e da Regina Coeli. Tra questi, c’è anche Raffaele Zicconi, l’elegante partigiano siciliano che amava la libertà come Cesare Battisti e inseguiva il sogno di Icaro.

("Patria Indipendente", n. 7, luglio 2011)

Per una storia complessiva dell’8 settembre

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

 

Il pomeriggio dell’8 settembre di sessantaquattro anni fa, dalle frequenze di Radio Algeri, il Comandante in capo delle forze anglo-americane nel Mediterraneo, Dwight David Eisenhower, annunciò ufficialmente al mondo intero che l’Italia aveva chiesto ed ottenuto l’armistizio.

La notizia fece rapidamente il giro del mondo perché, sebbene Mussolini fosse già stato deposto il 25 luglio 1943, in seguito al «colpo di stato» che aveva portato alla guida del governo il maresciallo Pietro Badoglio, l’Italia era la prima potenza dell’Asse Roma-Berlino-Tokio a cedere le armi e a capitolare. Per la nostra nazione, però, la resa siglata con gli anglo-americani – non l’8, ma il 3 settembre 1943 a Cassibile in Sicilia – non sancì la fine della guerra, poiché il territorio nazionale continuò ad essere per altri venti mesi teatro di guerra tra eserciti stranieri, nonché di una «guerra civile» tra opposte fazioni di italiani (sulla Resistenza come guerra civile vedi il saggio di Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991).

L’8 settembre, inoltre, anche a causa di una gestione approssimativa da parte dei vertici istituzionali e militari, segnò l’inizio di quello che Elena Aga Rossi ha efficacemente definito lo sbando (Una nazione allo sbando, L’armistizio italiano del settembre 1943, Il Mulino, Bologna 1993). A questa espressione, a ben vedere, se ne potrebbe aggiungere un’altra. L’8 settembre rappresentò infatti anche l’inizio della divisione. Innanzitutto venne diviso il territorio della penisola: l’Italia centro-settentrionale venne di fatto occupata dalla Wehrmacht (che aveva già fatto affluire numerose divisioni dal Brennero prima dell’annuncio), mentre sulle regioni centro-meridionali venne progressivamente esteso il controllo degli anglo-americani. Una parte di italiani si trovò così sotto la RSI e l’occupazione tedesca, un’altra parte sotto il Regno del Sud e l’occupazione (o liberazione) degli Alleati. Nelle zone ancora sottomesse al nazifascismo, migliaia di civili, presunti oppositori, furono deportati nei campi di concentramento tedeschi. Centinaia di migliaia di militari, schierati in patria e all’estero al fianco dei tedeschi d’improvviso non più alleati, vennero rapidamente catturati, disarmati e deportati nei campi di concentramento e di lavoro coatto del Terzo Reich, dove affrontarono una lunga e dura prigionia non come prigionieri di guerra ma come Internati Militari Italiani. Un gran numero di italiani, quindi, venne messo di fronte alla necessità di scegliere – spesso sotto ricatto – se continuare a collaborare con i nazisti ed i fascisti o rifiutare rischiando la vita propria e dei propri cari.

Per questi (ed altri) motivi, l’8 settembre 1943 ha rappresentato e continua a rappresentare una data-simbolo, probabilmente unica, nella storia contemporanea italiana. Una data che come poche altre ha influenzato l’intero dibattito politico-culturale italiano del dopoguerra e che ancora oggi fa sentire i suoi effetti e il suo peso nella memoria di quegli anni e di quegli avvenimenti, nelle nuove e vecchie generazioni. Tanto è vero che, a ragione, si è parlato di «memoria divisa», mentre il panorama storiografico, a distanza di quasi settant’anni, presenta ancora molte lacune e non è stato ancora in grado di scrivere una storia complessiva dell’armistizio e delle sue conseguenze.

Se la ricostruzione degli avvenimenti dal punto di vista diplomatico-politico-istituzionale può dirsi tutto sommato acquisita – con le sue luci e le sue ombre e nonostante alcuni dettagli e retroscena che ancora attendono maggiore chiarezza – grazie agli studi fondamentali, in ordine cronologico, tra gli altri di Zangardi (1943: 25 luglio-8 settembre, Feltrinelli, 1964, Musco (La verità sull’8 settembre, Garzanti, 1965), Toscano (Dal 25 luglio all’8 settembre, Le Monnier, 1966), Aga Rossi (L’inganno reciproco. L’armistizio tra l’Italia e gli angloamericani del settembre 1943, Ministero per i beni e le attività culturali, 1993 e Una nazione allo sbando), De Felice (Mussolini l’alleato, Einaudi, 1996-1998).

Altrettanto, però, non si può dire di altri aspetti, a cominciare da quello militare. In questo ambito, infatti, i principali studi basati sui documenti custoditi negli archivi delle diverse armi sono rappresentati esclusivamente da pubblicazioni «ufficiali» volute e condotte dagli stessi Uffici Storici: Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943 dello Stato maggiore dell’Esercito (1975), La Marina dall’8 settembre 1943 alla fine del conflitto e La marina, gli armistizi e il trattato di pace della Marina (1971 e 1979), L’aeronautica italiana nella guerra di liberazione. 8 settembre 1943-8 maggio 1945 dell’Aeronautica (1950) e I carabinieri nella Resistenza e nella guerra di Liberazione dei Carabinieri (1978). Questi lavori, ai quali va comunque riconosciuto il merito di aver fatto conoscere fonti militari importanti, non sempre sono però esenti da intenti giustificazionisti e comunque, proprio per via del loro carattere di «relazioni ufficiali», non sono sufficienti a colmare la lacuna lasciata dalla latitanza degli storici sul tema, con poche eccezioni tra cui il lavoro di sintesi e di inquadramento generale L’Armistizio dell’8 settembre 1943, scritto da Giorgio Rochat per il «Dizionario della Resistenza» di Einaudi.

La storia militare dell’8 settembre, del resto, non è facile e richiederebbe una ricerca capillare e approfondita per le quali non sempre esistono le fonti. Si tratta infatti di una vicenda dai mille rivoli e risvolti, che ha un punto di partenza chiaro e certo – la mancanza di direttive e ordini precisi – dal quale discendono però innumerevoli situazioni differenti, da zona a zona, da reparto a reparto e addirittura per singoli militari.

Provando a tracciare un quadro schematico della situazione, la prima differenza va fatta tra le truppe schierate in Italia e quelle all’estero. Per le prime, bisogna distinguere tra Italia meridionale (da dove era più facile trovare riparo dietro le linee alleate o tra la popolazione civile in attesa dell’arrivo degli inglesi e degli americani) e Italia settentrionale (saldamente presidiata dai nazisti e quindi dove la principale alternativa alla cattura e alla deportazione era la fuga sui monti con le nascenti bande partigiane). Tra i militari che inizialmente si diedero alla macchia e diedero vita o ingrossarono le file della Resistenza, in questa prima fase, inoltre, bisogna distinguere tra coloro che condussero la lotta partigiana fino alla fine della guerra e coloro che invece vennero catturati, si consegnarono o riuscirono ad imboscarsi. Da non dimenticare, infine, la scelta di segno opposto di coloro che per convinzione politico-ideologica, per un certo senso del dovere e dell’onore militare, per opportunismo, paura o ricatto accettarono immediatamente di continuare a combattere la guerra al fianco dei tedeschi e sotto la bandiera della neonata RSI.

All’estero la situazione fu ancora più complessa, perché le opportunità di scampare alla cattura e alla deportazione erano quasi azzerate dalla lontananza dalla madrepatria, dal fatto di essere schierati fianco a fianco con i tedeschi, dalla minore disponibilità della popolazione civile ad aiutare forze che fino al giorno prima erano d’occupazione e dalla confusione generata dall’assoluta mancanza di informazioni sulla situazione generale. Le alternative furono allora le seguenti: consegna delle armi e delle posizioni ai tedeschi (per decisione dei comandi sul campo o spontaneamente da parte delle truppe), fuga con i partigiani locali, tentativi di resistenza armata collettiva da parte di interi reparti (finiti però nel sangue come a Cefalonia per via della superiorità di fuoco e di organizzazione dell’ex-alleato).

Per dare un contributo alla storia militare dell’8 settembre e delle sue conseguenze, in questi ultimi anni abbiamo condotto una ricerca approfondita in tutta Italia sulle lettere e i diari degli Internati Militari Italiani (IMI), ormai conclusa, di prossima pubblicazione nella collana storica della casa editrice Einaudi. Ma non è solo l’aspetto militare dell’armistizio a presentare lacune o autentici buchi neri in sede di ricostruzione storica. Nella storia complessiva dell’armistizio ancora da scrivere, infatti, andrebbero considerati, oltre agli avvenimenti, anche gli stati d’animo, le emozioni, le sensazioni e le convinzioni che da esso maturarono e che furono poi alla base delle diverse «memorie» di quegli avvenimenti che si sono sedimentate nella cultura italiana del dopoguerra.

Ed è per questo che una storia complessiva dell’armistizio, sarebbe il punto di partenza indispensabile e propedeutico ad una storia complessiva italiana, dalla fine della guerra ai giorni nostri.

("Rassegna", ANRP, n. 9/10/11, Anno XXIX, settembre-novembre 2007)

Morte dal cielo per gli internati e deportati

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

Tra i crimini perpetrati dai nazisti nel corso della seconda guerra mondiale ce ne è uno che spesso viene dimenticato, ma che è costato la vita a migliaia di uomini e donne, tra lavoratori coatti, deportati civili e internati militari. Durante gli allarmi aerei, i carcerieri nazisti obbligavano i deportati e gli internati a non abbandonare il posto di lavoro, per non interrompere l’attività produttiva, oppure a non uscire dalle baracche dei campi di concentramento, che non recavano le necessarie insegne e segnalazioni per essere riconosciuti dai bombardieri. In questo modo atroce, specie negli ultimi due anni di guerra, persero la vita migliaia di persone. Solo tra gli Internati Militari Italiani, secondo una stima verosimile di Claudio Sommaruga, i bombardamenti aerei causarono circa 2.700 vittime, alle quali devono essere aggiunti migliaia di altri morti, in numero impossibile da definire con esattezza, tra “schiavi”, deportati civili e prigionieri di guerra italiani e di altre nazionalità.

Malgrado cifre così rilevanti, questo tema non è stato ancora esplorato a fondo e con sistematicità in sede di ricerca storica. Nel corso degli ultimi anni, però, il tema della massiccia campagna aerea scatenata dagli angloamericani per piegare la Germania di Hitler, prima e durante l’attacco terrestre, sta tornando al centro dell’attenzione e dell’interesse di studiosi e ricercatori. Tali studi hanno il merito di aver spostato, per la prima volta, il focus dell’analisi e della ricostruzione degli avvenimenti, dagli aspetti più propriamente militari, strategici e tecnici, a quelli relativi all’impatto sulla popolazione civile tedesca e al prezzo da essa pagato in termini di vite umane. Un prezzo senza dubbio elevatissimo, ma nell’ambito del quale non può essere dimenticato quello pagato anche da militari e civili che si trovarono in Germania per effetto della grande deportazione di uomini e donne attuata dai nazisti e che persero la vita in seguito ai comportamenti criminali dei loro carcerieri.

La campagna aerea sulla Germania.

La decisione di sottoporre la Germania ad un intensa campagna di bombardamenti aerei venne presa nel corso dell’incontro tra Churchill e Stalin nell’agosto del 1942. Tale decisione rappresentò un capitolo saliente della lunga polemica relativa all’apertura del cosiddetto “secondo fronte”: in risposta alle continue richieste di uno sbarco angloamericano nel nord Europa da parte di Stalin, infatti, in quell’incontro Churchill rispose con la promessa di uno sbarco in Africa Settentrionale entro la fine dell’anno e, appunto, un massiccio programma di bombardamenti aerei sul suolo tedesco, in vista dello sbarco in Europa rinviato all’anno successivo. Obiettivo dichiarato della campagna aerea fu da un lato di fiaccare la Germania di Hitler dal punto di vista materiale, colpendo infrastrutture, apparati industriali e produttivi, dall’altro di piegare il morale di civili e militari, nella speranza di spingere la popolazione a far mancare il proprio sostegno e consenso al regime nazista.

I primi bombardamenti inglesi di una certa entità sulla Germania risalgono alla primavera del 1940, in un momento particolarmente critico per l’Inghilterra, dopo l’occupazione tedesca della Norvegia e l’invasione della Francia. Churchill del resto era personalmente convinto che una intensa campagna di bombardamenti pesanti sulla Germania potesse rappresentare un contributo decisivo alla vittoria finale contro Hitler anche perché, in assenza di un forte esercito di terra, l’Inghilterra aveva avviato la preparazione alla guerra aerea contro la potenza continentale tedesca fin dalla metà degli anni Trenta. Fino a tutto il 1942, però, per la guerra aerea furono anni interlocutori, perché mancavano ancora quei miglioramenti organizzativi e operativi che sarebbero stati messi in atto più tardi dalla Royal Air Force, ma soprattutto perché la potenza aerea degli Alleati aumentò in maniera esponenziale solo quando gli Usa schierarono in Europa i loro bombardieri, nel corso del 1942. A questo punto la RAF si dedicò prevalentemente al bombardamento notturno delle zone industriali, mentre l’aviazione americana prese in consegna fabbriche, vie di comunicazioni, stazioni ferroviarie e depositi di carburante, colpendo durante il giorno.

Il 1943 rappresentò un momento di svolta nella strategia della guerra aerea, perché Churchill e Roosevelt si accordarono per dare priorità alla campagna aerea, in attesa dell’apertura del “secondo fronte” terrestre, ulteriormente rinviata al 1944. Verso la fine del 1943, inoltre, divenne chiaro che finché l’aviazione alleata non avesse sconfitto la Luftwaffe, lo sbarco nel nord della Francia e la successiva avanzata verso il cuore della Germania avrebbe presentato ancora troppi rischi. Così, in seguito all’intensificarsi dell’azione aerea, nel corso del 1944 l’equilibrio tra le due forze aeree cominciò a volgere in favore degli Alleati, quando i tedeschi non riuscirono più a rimpiazzare le perdite con la produzione di nuovi velivoli a causa dei danni che i bombardamenti stessi avevano provocavano all’industria  aeronautica e a quella petrolifera.

Da questo momento in poi la guerra aerea angloamericana funzionò in piena efficienza, concentrandosi pesantemente su tutte le strutture chiave dell’economia tedesca. Nel corso del 1944 venne sganciato sulla Germania la maggior parte del tonnellaggio complessivo di bombe di tutta la guerra. Anche perché, conquistato il dominio dell’aria, i bombardieri inglesi e americani poterono agire pressoché indisturbati e senza incontrare più alcuna resistenza, mentre i caccia e i cacciabombardieri, non più impegnati in compiti di scorta, poterono dedicarsi agli attacchi di precisione contro il sistema dei trasporti a terra. Quando gli angloamericani sbarcarono in Normandia, la Germania poteva contare solo su qualche centinaio di aerei funzionanti, contro gli oltre 12 mila alleati, e il suo potenziale bellico, produttivo e logistico era stato messo a dura prova da mesi e mesi di bombardamenti quotidiani.

Le ricerche recenti

Con i mezzi disponibili all’epoca, la precisione dei bombardamenti aerei era molto approssimativa e fin dai primi “esperimenti”, nelle fasi iniziali della guerra, ci si rese conto che la loro efficacia nel colpire obiettivi precisi era decisamente ridotta, specie di notte quando venivano effettuate la gran parte delle missioni per sfuggire agli sbarramenti e alla reazione della contraerea. Questo motivo indusse gli inglesi a non disdegnare la tattica dei bombardamenti a tappeto, che finirono inevitabilmente per colpire anche le città e i sobborghi urbani a ridosso delle zone industriali e delle grandi vie di comunicazione. Il prezzo pagato dai civili tedeschi fu senza dubbio alto e drammatico, con circa mezzo milione di uomini, donne e bambini rimasti uccisi sotto gli attacchi aerei e la distruzione di intere città.

Sulla campagna aerea degli angloamericani, due ricerche tradotte e pubblicate anche in italiano hanno recentemente riacceso l’attenzione di opinione pubblica e studiosi, sottolineandone e mettendone pienamente a fuoco il suo drammatico impatto sulla popolazione civile. La prima, condotta da Jörg Friedrich (La Germania Bombardata, Mondatori 2004), traccia una dettagliata mappa geografica e cronologica delle azioni dell'aviazione inglese e americana sul territorio tedesco, analizzando le armi impiegate, le strategie attuate, le zone più colpite, la dislocazione dei rifugi, le reazioni della collettività, che cosa si riuscì a salvare e cosa andò distrutto. L’altra è opera di Anthony C. Grayling (Tra le città morte. I bombardamenti sulle città tedesche: una necessità o un crimine?, Longanesi 2006) e offre un quadro altrettanto dettagliato dei luoghi colpiti e delle vittime provocate dalle esplosioni e dagli incendi.

Senza volersi addentrare nella questione “militare” riproposta in alcune di queste pagine – se i bombardamenti così massicci e indiscriminati ebbero un ruolo più o meno determinante nel decidere le sorti del conflitto o se una parte di queste vite umane avrebbero potuto esser risparmiate – sta di fatto che anche in questa fase di rinnovato interesse storico, il crimine nel crimine perpetrato dai nazisti contro deportati e internati rischia di passare sotto silenzio. Di tale crimine, del resto, praticamente non c’è traccia alcuna in quei pochi documenti “ufficiali” che oggi sono reperibili negli archivi italiani e tedeschi. Così come è particolarmente improbabile stilare un “bilancio” preciso delle vittime, distinguendo questa “voce” all’interno della tragica contabilità più generale delle vittime della barbarie nazista. Un contributo decisivo allo sforzo di ricostruzione storica, però, lo possono dare senza dubbio le memorie e i diari dell’epoca. In essi, le sirene degli allarmi aerei e le esplosioni vicine e lontane, sono annotazioni praticamente quotidiane. E con esse anche la paura, e la morte: “Una bomba mi è cascata a 50 metri da mè – scrive l’internato militare Giuseppe Marchi nel suo diario, riferendosi al bombardamento di Hagen del 2 dicembre 1944 – 70 dei miei compagni morti e le baracche tutte in fiamme, io sono rimasto coi pantaloni, e pastrano tutta l’altra roba mi era bruciata. Tremavo dalla paura, nel vedere quel macello, una gamba da una parte e un braccio da quell’altra, non ero capace di lasciarmelo passare” (Due veronesi nei lager, Istituto veronese per la storia della resistenza e dell’età contemporanea, Cierre edizioni 2001).

Un crimine nel crimine nazista

Un così alto tributo di vite umane pagato dagli internati e dai deportati civili trova spiegazione innanzitutto nel fatto che i lager dove essi erano rinchiusi non avevano alcuna segnalazione della croce rossa riconoscibile dall’alto e soprattutto erano ubicati a poca distanza dagli impianti industriali, dove i prigionieri venivano impiagati, o dai nodi stradali e ferroviari. I lager, inoltre, non avevano rifugi antiaerei e quando suonavano gli allarmi i prigionieri erano costretti a rimanere chiusi nelle baracche di legno, sotto la minaccia armata dei loro carcerieri. Frequenti furono anche i casi di uccisioni e ferimenti – senza alcuna possibilità di soccorso fino al cessato allarme – di chi non rispettava l’ordine.

I deportati e gli internati avviati al lavoro coatto, invece, spesso erano costretti a rimanere sul posto di lavoro per non interrompere l’attività produttiva anche sotto la minaccia dei bombardamenti. Una volta che i bombardieri avevano sganciato il loro carico esplosivo, invece, questi “schiavi” venivano immediatamente impegnati nello sgombero delle macerie e nelle operazioni di recupero e sepoltura delle vittime, senza alcuna protezione sanitaria. Anche laddove i rifugi esistevano, infine, erano quasi sempre riservati ai tedeschi, mentre gli IMI e i deportati potevano usufruire tutt’al più di piccole fosse con qualche asse di legno che in realtà non fornivano alcun riparo né dalle schegge, né dagli incendi. Per approfondire il tema nella maniera più dettagliata possibile, dunque, una strada importante da seguire è quella della raccolta, dell’analisi, della verifica e dell’incrocio delle informazioni contenute nelle memorie e nei diari dell’epoca, come quelli che stiamo utilizzando per scrivere una storia “dal vivo” e raccontata dai diretti protagonisti, della deportazione civile e dell’internamento militare.

("Rassegna", ANRP, n. 3-4, Anno XXIX, marzo-aprile 2007)

Disegni di prigionia come fonte storica. Gli schizzi e i dipinti di Pierino Saragni, prigioniero in Africa

di Mario Avagliano e Marco Palmieri

 

La prigionia dei militari italiani durante la seconda guerra mondiale è un tema quasi del tutto inesplorato ed ignorato dalla storiografia italiana del dopoguerra. Più che di prigionia, meglio sarebbe parlare delle prigionie – numerose e molto diverse tra loro – alle quali sono stati sottoposti centinaia di migliaia di militari italiani tra il 1940 e il 1945 (ed oltre, se consideriamo anche l’attesa per il rimpatrio di molti di loro). Questo discorso, su di un piano più generale, può essere esteso anche al fenomeno dei reduci nel suo complesso (anche in questo caso reduci da numerose e differenti situazioni). Un tema sul quale ha recentemente riacceso una luce di interesse – che per decenni è rimasto confinato nell’esclusiva sfera d’attenzione delle associazioni dei reduci e delle loro riviste e pubblicazioni a diffusione inevitabilmente limitata – il volume di Agostino Bistarelli intitolato «La storia del ritorno. I reduci italiani del secondo dopoguerra». Il libro, pubblicato da Bollati Boringhieri, ha contribuito a colmare una lacuna, considerato che – come ha scritto Claudio Pavone nell’articolo di presentazione dell’opera su Repubblica dello scorso 10 ottobre -  «nonostante le sue imponenti dimensioni (centinaia di migliaia di persone), il fenomeno [dei reduci] abbia trovato poco spazio nella storiografia e presenza molto limitata nella memoria collettiva, al contrario di quanto era avvenuto per i reduci della prima guerra mondiale». Per questi ultimi, infatti, esisteva fin dal 1974 uno studio organico di Giovanni Sabatucci, «I Combattenti del primo dopoguerra» (edito da Laterza).

Anche per le prigionie – a proposito delle quali sta per essere pubblicata una nostra ricerca sugli Internati Militari Italiani – esiste una analoga disparità di trattamento in sede storiografica tra le due guerre mondiali. Se per il conflitto del ’15-’18, infatti, si può far riferimento al volume di Giovanna Procacci «Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra» (Editori Riuniti, 1993), per quello del ’40-’45 non si va oltre qualche buon approfondimento, tra cui «Le diverse prigionie dei militari italiani» di Giorgio Rochat, in appendice a «Le guerre italiane 1935-1943» (Einaudi, 2005).

 

La memoria divisa

Tale carenza di studi e ricerche, naturalmente, non è riconducibile solo ad una mancanza di volontà da parte degli storici. L’approccio storiografico al tema dei reduci e, più nel dettaglio, a quello dei reduci dalle diverse prigionie della seconda guerra mondiale, evidentemente, presenta non poche difficoltà. Innanzitutto, nel dopoguerra c’è stato, e c’è ancora, lo scoglio da superare della cosiddetta «memoria divisa». La mancata esistenza di una memoria univoca e, appunto, «condivisa» delle esperienze vissute tra il 1940 e il 1945 fonda le sue radici proprio nel groviglio di situazioni differenti in cui i militari italiani si sono trovati prima e dopo l’8 settembre: diversi fronti (Francia, Africa Orientale, Nord Africa, Grecia, Jugoslavia, Russia); diverse scelte fatte in seguito all’armistizio (resa e consegna delle armi ai tedeschi, tentativi di resistenza, arruolamento sotto la bandiera dell’alleato del giorno prima, fuga con i «ribelli» in Italia e all’estero); diversi fronti su cui hanno continuato la guerra dopo l’armistizio (partigiani italiani o stranieri, Corpo Italiano di Liberazione, RSI, formazioni tedesche); diverse prigionie (sotto gli Alleati anglo-americani in campi disseminati in varie parti del mondo, sotto i russi, sotto i tedeschi come IMI e lavoratori coatti, sotto i russi e gli jugoslavi dopo aver già vissuto la prigionia nazista); diverse scelte fatte durante la prigionia e l’internamento (adesione o rifiuto alla proposta di arruolarsi nelle SS o con la RSI durante l’internamento, adesione o rifiuto alla proposta rivolta agli ufficiali di lavorare per i tedeschi, cooperazione o non cooperazione con gli Alleati).

Questo complesso e variegato mosaico rappresenta una delle principali eredità che la seconda guerra mondiale ha lasciato al Paese nel periodo della sua ricostruzione, materiale e politica. Con l’aggravante che molti di questi uomini, volenti o nolenti, per convinzione o per obbligo, per senso del dovere o per puro caso, si erano trovati dapprima a combattere la guerra d’aggressione voluta del regime fascista e poi a rinnegarla e contrastarla in vario modo e in varie forme dopo il suo fragoroso fallimento. Tutto ciò fece prevalere, praticamente su tutti, la voglia di voltare pagina e di calare un velo di oblio su vicende personali e collettive nelle quali a posteriori si faticava a riconoscersi.

 

Le fonti scomparse

Il ritardo storiografico ha anche motivazioni legate alla scarsa disponibilità di fonti in tema di prigionia. I documenti «ufficiali» italiani sono per lo più schede di rimpatrio e pratiche per la pensione, ma sono andati dispersi tra mille uffici amministrativi, distrutti, oppure coperti da limiti di privacy. I documenti di parte straniera sono di altrettanta difficile reperibilità o sono stati deliberatamente distrutti, come nel caso dei nazisti responsabili di una gestione sistematicamente criminale dei prigionieri. Salvo qualche Relazione, però, i documenti «burocratici» costituiscono una importante banca dati statistica – di grande importanza per gli storici – ma non forniscono ulteriori informazioni sulle reali esperienze vissute in prigionia. Per indagare questi aspetti, dunque, oltre le testimonianze rese successivamente dai reduci, restano i pochi «effetti personali» che essi riuscirono a far arrivare in patria o a portare con sé dopo la guerra: cartoline, lettere, diari, appunti, fotografie (molto rare) e disegni, che oggi sono per lo più sparse in innumerevoli micro-archivi familiari. A questo genere di fonti ci siamo rivolti per approfondire la storia degli IMI di prossima pubblicazione, nonché delle altre prigionie (chiunque volesse farci consultare copia dei propri documenti può contattarci all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

 

I disegni di Pierino Saragni

Uno spaccato interessante della prigionia in Africa emerge dai numerosi disegni che l’allora soldato Pierino Saragni – nel dopoguerra pittore e autore di vetrate artistiche soprattutto per chiese, nonché cavaliere del lavoro per meriti artistici – realizza negli anni di reclusione sotto gli Alleati, tra l’estate del 1943 e la fine del 1945 (si ringrazia la famiglia, ed in particolare la figlia Marialuisa e la nipote Erica Valle, per averne permesso la pubblicazione). Sebbene gli anglo-americani non abbiano condotto una gestione deliberatamente criminale dei prigionieri, a differenza del sistema concentrazionario nazista verso russi e italiani, anche quella prigionia ha avuto le sue efferatezze, le sue sofferenze fisiche e psicologiche ed il suo prezzo elevato in termini di vite umane. Essa ha riguardato 400.000 uomini catturati dagli inglesi in Africa Orientale e Settentrionale, 40.000 dai francesi in Tunisia e 125.000 dagli americani in Tunisia e Sicilia. Pierino Saragni è uno di questi ultimi (nato a Milano il 1° febbraio 1910, viene chiamato alle armi il 2 settembre 1942 e inviato in Sicilia, prima a Messina poi a Bagheria, con un Battaglione della Guardia Costiera, presso il Comando Difesa Porto; fatto prigioniero nel 1943, viene portato in Tunisia e in Algeria e rimpatrierà solo nell’ottobre del 1945; è morto a Genova il 18 aprile 1988). Naturalmente non tutti vissero lo stesso tipo di esperienza.

I disegni di Saragni mettono innanzitutto in evidenza l’ambiente della prigionia, che si svolge prevalentemente nelle tende da campo (Disegni 1, 2 e 3). Anche se non ci sono le baracche, tipiche ad esempio della prigionia in Germania, «il mio posto letto sotto la tenda» ha le caratteristiche di ogni prigionia: poco spazio a disposizione, la branda tenuta in ordine nei limiti del possibile, un misero bagaglio e pochi oggetti personali salvati al momento della cattura ammassati in un angolo, pochi strumenti di sopravvivenza gelosamente custoditi come la gavetta, il cucchiaio, la borraccia. Altro elemento universale – oltre all’onnipresente reticolato che incornicia la vista di un orizzonte vuoto e squallido – è l’odiosa scritta con la vernice bianca sul retro della giacca (che nel caso di Saragni è «PW», Prisoner Of War), associata ad un numero di matricola («1015», Disegno 1). La matita di Saragni, dunque, ferma sul foglio le caratteristiche più aberranti della prigionia moderna: spersonalizzazione dell’individuo, realizzata attraverso la sua riduzione ad un numero o ad una sigla (evidente nel ritratto di un compagno che, prima del nome, è il «N. 1041»; Disegno 4), e con la condivisione forzata di spazi ristretti con un gran numero di uomini (Disegno 2); abbrutimento fisico e morale, evidente nelle frequenti immagini di uomini che trascorrono la giornata buttati a terra, con lo sguardo perso nel vuoto, vestiti di stracci – pochi o molti a seconda del clima gelido o torrido – che spesso sono il lontano ricordo di una divisa, sempre la stessa, indossata da anni (Disegno 3).

A tutto questo, però, i prigionieri cercano di resistere organizzando nel campo attività culturali e ricreative come – dove ciò è consentito – partecipando con testi ed illustrazioni ai giornali e ai bollettini diffusi nel campo (Disegno 5). A livello individuale, invece, ciascuno ricorre ai propri espedienti, come nel caso delle vignette autoironici in cui Saragni ritrae un gallo che suona a ritmo «allegro ma non troppo» (Disegno 6) o lo sbigottimento di un malcapitato PW che ha avuto la sventura di dover ricorrere all’infermeria del campo (Disegno 7).

Dai disegni spuntano anche i volti dei carcerieri, e qui le strade dei singoli prigionieri tornano a prendere direzioni diverse. Saragni fa il ritratto dell’«amico algerino» (Disegno 8), che non ha nulla a che vedere, ad esempio, con i freddi tedeschi. Così come lo scenario assume dei connotati diversi quando, finita la guerra, gli ex-prigionieri - sopravvissuti all’immane tragedia – restano a lungo in attesa di poter rientrare in Italia e riabbracciare le loro famiglie: in attesa di quel giorno e del ritorno ad una vita normale, su di un tavolo spunta persino un vaso colorato con dentro una pianta (Disegno 9).

("Rassegna", ANRP, n. 12, Anno XXIX, dicembre 2007)

Sottoscrivi questo feed RSS